Il sacramento della Penitenza

Posté par atempodiblog le 3 novembre 2010

Il sacramento della Penitenza dans Citazioni, frasi e pensieri Confessionale

Il sacramento della Penitenza è importante. Mi insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costringe ad essere onesto nei confronti di me stesso. Mi conduce all’umiltà. Il Curato d’Ars ha detto una volta: « Voi pensate che non abbia senso ottenere l’assoluzione oggi, pur sapendo che domani farete di nuovo gli stessi peccati. Ma – così dice – Dio stesso dimentica al momento i vostri peccati di domani, per donarvi la sua grazia oggi ». Benché abbiamo da combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che si rassegna al fatto di essere fatti così. È importante restare in cammino, senza scrupolosità, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo. Ma anche senza indifferenza, che non farebbe più lottare per la santità e per il miglioramento. E, nel lasciarmi perdonare, imparo anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria, divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti delle debolezze del prossimo.

Benedetto XVI

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Il ruolo della donna in Africa

Posté par atempodiblog le 15 mars 2010

Una suora saveriana, Teresina Caffi, ad un convegno così presentò la testimonianza sul ruolo della donna in Africa:

Il ruolo della donna in Africa dans Kibeho Donna-in-Africa

La donna era in ospedale pestata dal marito. Le asportarono la milza. Sembrava potesse farcela. “Riuscirai a perdonargli?”, le ha chiesto Lucia. “Se non gli perdono io, chi gli perdonerà?”. Morì poco dopo, quasi all’improvviso.

Rendo omaggio con questo mio intervento alle donne d’Africa, alle donne dei Paesi dei Grandi Laghi.
Alle donne che risalivano dal lago alle sei del mattino, con la gerla già piena di sabbia bagnata, con cui riempire un fusto per una casa in costruzione. Capaci di alzare la testa da sotto il peso e salutare con un largo sorriso. I primi spiccioli della giornata.
Poi via, per i campi lontani dalla città, scalze, la gerla con la zappa sulle spalle. E magari anche l’ultimo nato, da deporre all’ombra, mentre si chinano sotto il sole a coltivare.

Rendo omaggio alle donne al lavoro nei campi, spazio di libertà e creatività ove far crescere e moltiplicare la vita; che raccolgono e sbucciano la manioca, ne riempiono la cesta e tornano insieme liete camminando per chilometri sotto il sole delle due.
E poi il fuoco da accendere, il cibo da preparare per tutti, il profumo che inonda l’aia e tutti che attendono da loro il cibo. E vederli mangiare tutti con gioia ed orgoglio. E finalmente sedersi a mangiare, magari in cucina.

Rendo omaggio alla loro intelligenza volta a proteggere la vita, al loro provvedere ad ogni cosa. Alle donne al mercato, finalmente sedute, che vendono il sovrappiù per procurare un po’ di pesce, di sale, un vestito ai figli e magari anche qualcosa di bello per loro. Basta così poco perché facciano festa.

Rendo omaggio alla loro bellezza luminosa, regale, ignorata, che la fatica spegne presto, ma solo in apparenza.

Rendo omaggio a queste donne, che trovano il tempo per prendere il quaderno e andare a imparare a scrivere, e capire così che non è vero che sono meno intelligenti, alla festa di leggere le prime parole, il libro dei canti, la lettura in chiesa.

Rendo omaggio a queste donne regine ad ogni maternità. Che sanno chiamare Désiré (Desiderato) anche il nono figlio e che ai metodi delle “nascite desiderabili” ricorrono piuttosto per averli, i figli.

Rendo omaggio alle donne morte nel dare la vita, con semplicità, come in un’avventura di cui sapevano da sempre il prezzo.

Rendo omaggio a queste donne per le umiliazioni nascoste, i tradimenti subiti, le speranze deluse, la capacità di stare per amore dei figli. Per le volte che qualcuno ha detto loro che erano inferiori, serve, incapaci, per tutte le decisioni subite senza essere interpellate.

Rendo omaggio a loro, soprattutto per questi lunghi anni di guerra, a loro che portano il peso dell’impresa quasi impossibile di nutrire la famiglia.
Al coraggio delle loro riunioni clandestine in città, non in nome di chissà quali alternative politiche, ma dei loro figli e dei loro mariti resi merce di scarto dall’arruolamento forzato, dalla mancanza quotidiana di cibo.
A loro che hanno per mesi rifiutato di mandarli a scuola. A loro che hanno marciato il seno scoperto per dire l’inutilità del loro dare la vita, di fronte ai continui massacri. A loro che si sono vestite a lutto, che hanno scioperato da ogni attività, che vendono le merci in casa per non pagare al mercato la tassa dello “sforzo di guerra”, la guerra contro il loro popolo.

Rendo omaggio ai loro piedi che fanno chilometri e chilometri per trovare da qualche parte del cibo che costa meno, che accettano l’umiliazione di varcare la frontiera a comprare, tassato, un cibo prodotto nel loro paese, purché i figli mangino. Rendo omaggio alle loro mani callose che conoscono fin da piccole il lavoro, che sanno condividere con la vicina il niente che hanno.

Rendo omaggio al loro grembo offeso da una guerra fatta contro di loro per uccidere il futuro di un popolo. Rendo omaggio alle donne infettate di HIV spesso scientemente come tecnica di guerra. Rendo omaggio alle ragazze umiliate alla stessa maniera mentre andavano all’acqua o al campo e di colpo diventate solo buone per la strada. A queste donne usate e umiliate. A quelle che hanno preferito morire atrocemente  pur di non essere violate.

Rendo omaggio alla loro capacità di danzare, malgrado tutto, alla nascita del figlio della vicina o negli incontri liturgici, ultimi spazi di libertà rimasti. Alla loro capacità di ridere mai del tutto spenta.

Rendo omaggio alla loro fede nel Dio quotidiano che lotta con loro e mediante loro per proteggere la vita, armata debole e enorme della vita contro gli eserciti di morte.

Rendo omaggio a Colui che le ha inventate per dire oggi che la vita si guadagna, si difende, si protegge con la vita. A questa Eucarestia continuamente da esse celebrata nella fatica di una vita data.

Le loro storie, chi mai le racconterà? Ma da qualche parte, un libro è scritto, che conosce ogni loro passo.
Non sono tutte sante. Ma conoscono che l’amore è fatica, l’amore fa male, come diceva madre Teresa.
Un messaggio, una scelta concreta?
Accettare che l’amore ci faccia male, consumi il nostro tempo, la nostra vita, le nostre forze, la nostra pace. Accettare di essere tribolati per amore. Il resto sono parole, sentimenti, Sanremo.

Tratto da: Apparizioni della Madonna in Africa – Nostra Signora di Kibeho
di Padre Angelo Maria Tentori

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Nelle circostanze difficili

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2009

Nelle circostanze difficili dans Perdono sorridere

Chi ama Dio dal profondo del cuore non fa gran fatica a sopportare qualsiasi circostanza difficile, perché l’amore divino combatte per lui e impercettibilmente distrugge i moti dell’ira e del risentimento.

L’unione spirituale con Dio e l’esperienza del suo amore benedetto lo rendono così tranquillo e pacificato, così paziente e raccolto per cui critiche, disprezzo, disonore e oltraggi mossi contro di lui non lo scalfiscono. Riescono soltanto appena a toccarlo, poiché egli rifiuta di montare in collera in tali frangenti. Se lo facesse, perderebbe la pace, cosa che assolutamente non vuole. Preferisce lasciar senz’altro cadere tutti i torti subiti piuttosto che attendere la resipiscenza dell’offensore e la sua richiesta di perdono. Trova che è più facile e di fatto è così per lui.

Però chi compie tutto questo è l’amore divino, che apre gli occhi dell’anima alla visione di Dio e la corrobora con le gioie che ne accompagnano l’esperienza. Il conforto che uno ne riceve è tale che non gli importa nulla di ciò che la gente può fare o dire a suo danno.

La disgrazia peggiore che potrebbe soffrire sarebbe comunque la perdita della visione spirituale di Dio ed egli è pronto a sostenere qualsiasi altro male, ma non quello. Per la fragile natura umana può essere difficile, se non impossibile, sopportare la sofferenza fisica con gioia e pazienza, senza amarezza, senz’ira, senza lasciarsi deprimere. Ma non è impossibile che l’amore divino vi induca un’anima, quando le concede il dono prezioso di se stesso.

Dalla “Scala della perfezione” di Walter Hilton

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L’unico male che guarisce quando lo si piange

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2009

L'unico male che guarisce quando lo si piange dans Citazioni, frasi e pensieri consolare

“Fra tutti quelli che piangono, i primi ad essere consolati sono quelli che piangono i loro peccati. Dappertutto il dolore non è affatto un rimedio al male, ma un additivo al male; il peccato invece è l’unico male che guarisce quando lo si piange. Il perdono dei peccati è il frutto di queste dolci lacrime”.

Jacques Bénigne Bossuet

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Amore che perdona

Posté par atempodiblog le 27 novembre 2009

Amore che perdona dans Fede, morale e teologia 2n8wtvr

“L’eros di Dio per l’uomo – ci indica l’enciclica “Deus caritas est” – è insieme totalmente agape. Non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona”.

Anche questa qualità rifulge nel massimo grado nel mistero della croce. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”, aveva detto Gesú nel cenacolo (Gv 15,13). Verrebbe da esclamare: Sì che esiste, o Cristo, un amore più grande che dare la vita per i propri amici. Il tuo! Tu non hai dato la vita per i tuoi amici, ma per i tuoi nemici! Paolo dice che a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto, però si trova. “Ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito” (Rom 5, 6-8).

Ma non si tarda a scoprire che il contrasto è solo apparente. La parola “amici” in senso attivo indica coloro che ti amano, ma in senso passivo indica coloro che sono amati da te. Gesù chiama Giuda “amico” (Mt 26, 50) non perché Giuda lo amasse, ma perché lui lo amava! Non c’è amore più grande che dare la propria vita per i nemici, considerandoli amici: ecco il senso della frase di Gesù. Gli uomini possono essere, o atteggiarsi, a nemici di Dio, Dio non potrà mai essere nemico dell’uomo. È il terribile vantaggio dei figli sui padri (e sulle madri).

Dobbiamo riflettere in che modo, concretamente, l’amore di Cristo sulla croce può aiutare l’uomo d’oggi a trovare, come dice l’enciclica, “la strada del suo vivere e del suo amare”. Esso è un amore di misericordia, che scusa e perdona, che non vuole distruggere il nemico, ma semmai l’inimicizia (cfr. Ef 2, 16). Geremia, il più vicino tra gli uomini al Cristo della Passione, prega Dio dicendo: “Possa io vedere la tua vendetta su di loro” (Ger 11, 20); Gesú muore dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

È proprio di questa misericordia e capacità di perdono che abbiamo bisogno oggi, per non scivolare sempre più nel baratro di una violenza globalizzata. L’Apostolo scriveva ai Colossesi: “Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti (alla lettera: di viscere!) di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3, 12-13).

Avere misericordia significa impietosirsi (misereor) nel cuore (cordis) a riguardo del proprio nemico, capire di che pasta siamo fatti tutti quanti e quindi perdonare. Quanta verità nel verso del nostro Pascoli: “Uomini, pace! Nella prona terra troppo è il mistero” (‘I due fanciulli’). Un comune destino di morte incombe su tutti. L’umanità è avvolta da tanta oscurità e piegata (“prona”) sotto tanta sofferenza che dovremmo pure avere un po’ di compassione e di solidarietà gli uni per gli altri!

di Padre Raniero Cantalamessa

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L’umiltà e la mitezza.

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2009

L'umiltà e la mitezza. dans Padre Livio Fanzaga cuore

In che cosa consite la mitezza? Innanzi tutto nell’accogliere la croce che Dio ci dona, senza mormorare o ribellarsi: « Prendete il mio giogo sopra di voi » esorta Gesù nella medesima occasione. In questa filiale sottomissione alla volontà del Padre noi troviamo la pace e il ristoro delle nostre anime. Così rappacificati con Dio, saremo pacifici anche con il prossimo, manifestando pazienza, comprensione e compassione, senza reagire al male col male, ma vincendo il male col bene.

In che cosa consiste l’umiltà? Nella consapevolezza che nessuno è giusto davanti a Dio, anche se fosse il più grande santo. Non dobbiamo perciò avere paura di inginocchiarci col cuore davanti a Lui e chiedergli perdono settanta volte sette. Nel medesimo tempo dobbiamo guardare al prossimo con rispetto, onorando in lui l’immagine di Dio e trattenere l’impulso di giudicare e di condannare. Ognuno di noi ha a che fare con la sua trave personale nell’occhio.

L’umiltà e la mitezza sono la medicina che, attraverso i suoi figli, vuole dare al mondo di oggi così orgoglioso da indicare se stesso come Dio e così violento da mettere a repentaglio il futuro stesso dell’umanità. Ognuno di noi, nel suo piccolo, sia questa medicina.

di Padre Livio Fanzaga

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Perdonare

Posté par atempodiblog le 25 juillet 2009

Perdonare dans Citazioni, frasi e pensieri 28slkdt

Come noi li rimettiamo…
A tutte le persone, a tutte le loro colpe. Anche a quelli che sono insopportabili, sgradevoli, seccatori! Poco importa come sono, perdoniamoli! Lo facciamo per un atto di giustizia verso Dio, che ci perdona, per l’equilibrio nel mondo e la pace sociale nella convivenza umana.
Vi dico tuttavia che dobbiamo farlo anche per uno scopo egoistico, dettato da avarizia, per la propria pace. Forse questo non è il più nobile dei motivi, ma ha il suo peso nella serie di motivazioni umane e si può essere d’accordo con esso.
L’uomo che non ama e non sa perdonare è il peggior nemico di se stesso. Si tormenta, e al tormento che proviene dagli altri aggiunge ancora quello che si prepara da sé. Per questo è nel nostro interesse perdonare facilmente, immediatamente, serenamente e gioiosamente, per poter respirare di sollievo”.

Card. Stefan Wyszynski

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Dopo un litigio…

Posté par atempodiblog le 30 mai 2009

Dopo un litigio... dans Citazioni, frasi e pensieri ratzingerx

Capita di litigare nella vita, ma l’importante è l’arte del perdono e della riconciliazione, che non lascia amarezze nell’anima”.

Benedetto XVI

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Il bisogno di essere perdonati

Posté par atempodiblog le 11 novembre 2008

Il bisogno di essere perdonati dans Antonio Socci antoniosocciff4

[...]  il Papa parlava dei santi come peccatori (come noi) rinati dal “perdono”. Di peccati e peccatori è pieno il mondo: siamo noi. La Chiesa ha proclamato solennemente al Concilio di Trento che – con la sola eccezione di Maria – nessuno “può evitare nella sua vita intera ogni peccato, anche veniale”. In soldoni: ogni uomo pecca. Anche i santi.

Non solo quelli come S. Agostino d’Ippona, padre della Chiesa, che sul racconto della sua vita da peccatore, poi redento, ha scritto un capolavoro di tutti i tempi, Le Confessioni. E non si tratta solo dei peccati della loro vita precedente (Francesco d’Assisi e san Paolo si sentivano per questo i più grandi peccatori). Ma anche i peccati dopo la conversione. Lo ha ripetuto il papa descrivendo gli amici-collaboratori di san Paolo: Barnaba, Silvano e Apollo. Ha raccontato la loro grande avventura missionaria, ma anche le liti fra loro. E ha concluso: “Quindi anche tra i santi ci sono contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare molto consolante, perché vediamo che i santi non sono ‘caduti dal cielo’. Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità a ricominciare, e soprattutto nella capacità di riconciliazione e di perdono”.

Poi – per sottolineare il messaggio che intende mandarci – Benedetto XVI ha ribadito: “Non è quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione e di perdono che ci fa santi”. E’ facile capire il motivo di questa insistenza. Papa Ratzinger sta tentando da mesi di confutare tutte le false idee del cristianesimo che i mass media e la mentalità dominante diffondono. Una, la più insidiosa, è quella moralista secondo cui il connotato della vita cristiana sarebbe la “coerenza”. Ma il cristianesimo non è affatto questo “non sbagliare” (che non è umano e non è possibile all’uomo senza la grazia). Il cristianesimo è semmai essere innamorati di Cristo, appartenergli. E quindi la disponibilità continua, indomabile, di ogni giorno e ogni ora a chiedergli perdono del proprio limite, del proprio peccato. Il santo – dice il Papa – non è un uomo “coerente”, ma è un uomo commosso dall’essere continuamente perdonato e riportato in vita da Cristo. Don Divo Barsotti, una grande intelligenza cristiana, nel suo libro su Dostoevskij – il più grande romanziere cristiano di tutti i tempi – scrive: “la creazione più alta in cui si incarna, nei romanzi di Dostoevskij, la santità è paradossalmente una prostituta. Nemmeno Zosima (il monaco staretz dei ‘Fratelli Karamazov’, ndr) vive una viva comunione con Dio personale come Sonja in ‘Delitto e castigo’… La religione di Sonja è adesione di tutto il suo essere a Cristo. Essa crede in Dio, nel Dio vivente e vive un rapporto con Dio di umile e confidente abbandono”.

La consapevolezza della sua orribile condizione di peccato, cui è stata costretta dalle circostanze, non scalfisce la totale fiducia di Sonja nella bontà di Dio, ma la rende umilissima e compassionevole verso tutti. La sua confessione fa venire il groppo in gola: “è vero, non c’è motivo di avere pietà di me, bisogna crocifiggermi, non già conpiangermi… Ma colui che ebbe pietà di me, ma colui che ebbe pietà di tutti gli uomini, colui che comprese tutto avrà certamente pietà di noi. E’ l’unico giudice che esista. Egli verrà nell’ultimo giorno e domanderà: ‘Dov’è la figliola che si è sacrificata per una matrigna astiosa e tisica e per dei bambini che non sono i suoi fratelli? Dov’è la figliola che ebbe pietà del suo padre terrestre e non respinse con orrore quell’ignobile beone?’. Ed Egli dirà: ‘Vieni, ti ho già perdonato una volta e ancora ti perdono tutti i tuoi peccati, perché hai molto amato’. Così Egli perdonerà alla sua Sonja, le perdonerà, io lo so… Tutti saranno giudicati da Lui ed Egli perdonerà a tutti, ai buoni e ai malvagi, ai savi e ai miti. E quando avrà finito di perdonare agli altri perdonerà anche a noi. ‘Avvicinatevi voi pure’, ci dirà, ‘venite ubriaconi; venite viziosi; venite lussuriosi’. E noi ci avvicineremo a Lui, tutti, senza timore, e ci dirà ancora: ‘Siete porci, siete uguali alle bestie, ma venite lo stesso’. E i saggi, gli intelligenti, diranno: ‘Signore, perché accogli costoro?’. Ed Egli risponderà: ‘Io li accolgo, o savi e intelligenti, perché nessuno di loro si credette degno di questo favore’, e ci tenderà le braccia e noi ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto. Allora tutto sarà compreso da tutti e anche Katerina Ivanovna comprenderà, anche lei. O Signore, venga il Tuo Regno’ ”.

Questa pagina struggente (mi scuso per la lunga citazione) riecheggia il Vangelo. Gesù va incontro ai peccatori e ha misericordia di loro. Farisei e benpensanti scatenano una polemica contro di lui e lui li scandalizza ancor più dicendo loro: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio” (Mt 21, 31). Gesù non intende certo fare l’elogio del meretricio e della criminalità (il male provoca sofferenza e infelicità e va espiato). Ma Gesù vuole far capire ai benpensanti che non esistono “uomini perbene”, uomini che non abbiano bisogno del suo perdono per rinascere, e che i peccatori – che se ne sentono indegni e si confessano disgraziati – sono i più vicini al cuore di Dio, che è un Padre misericordioso.

E’ il paradosso cristiano. Un grande convertito come Charles Péguy lo diceva provocatoriamente: “Le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia… Ciò che si chiama ‘la morale’ è una crosta che rende l’uomo impermeabile alla grazia. Si spiega così il fatto che la grazia opera sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori”.

Paradossalmente il peccato – che è un insulto a Dio e che rende profondamente infelici e insicuri – è una ferita da cui la grazia entra più facilmente rispetto alla corazza della presunzione perbenista è [...]. I mass media laici – a cui non piace la parola peccato – sono di solito ancora più scandalizzati per quell’altra parola: “perdono” [...]. Forse perché il “perdono” è seducente per gli esseri umani ancor più del “peccato”. Infatti il “perdono” rivela il cuore profondo di Dio che tutti noi cerchiamo, spesso inconsapevoli, brancolando nel buio.

di Antonio Socci – “Libero”

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La scuola del perdono

Posté par atempodiblog le 6 octobre 2008

La scuola del perdono
E Gesù rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette»

di Suor Anacleta Volpe

La scuola del perdono dans Commenti al Vangelo Padre-Misericordioso

Non c’è comunione tra i membri di una comunità se viene a mancare la pratica del perdono reciproco. Non c’è comunione dove non c’è perdono.
La scuola del perdono è la Trinità che ha condonato tutto il mio debito per mezzo della morte di Gesù Cristo in Croce.
Solo conoscendo la misericordia di Dio sarò capace di perdonare settanta volte sette. Per fare l’esperienza della misericordia della Croce, bisogna ricevere dallo Spirito la verità che sono peccatore perdonato. Questa verità mi dà la gioia di perdonare chi diventa peccatore verso di me.
Dio vive nella comunità solo quando c’è il perdono reciproco.
Il perdono deve essere generoso. Dopo aver perdonato spesso si dice: «Ho perdonato, ma la nostra relazione non può tornare come prima!». Queste parole indicano che il perdono concesso non è stato generoso. Come Dio non ricorda i miei peccati così anch’io non devo ricordare le offese ricevute. Il perdono cristiano ricrea la relazione d’amore che l’offesa ha distrutto.

PREGHIERA:
Signore,
grazie per il tuo perdono generoso
che mi ha donato la gioia del cuore.
Signore,
insegnami a perdonare come Tu sai perdonare.
Signore,
grazie per quelli che mi perdonano di vero cuore!
Amen!

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Il segnale

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2008

 Il segnale dans Don Bruno Ferrero diddldkdkpimboli130yd9

Un giovane era seduto da solo nell’autobus; teneva lo sguardo fisso fuori del finestrino. Aveva poco più di vent’anni ed era di bell’aspetto, con un viso dai lineamenti delicati.
Una donna si sedette accanto a lui. Dopo avere scambiato qualche chiacchiera a proposito del tempo, caldo e primaverile, il giovane disse, inaspettatamente: «Sono stato in prigione per due anni. Sono uscito questa mattina e sto tornando a casa».
Le parole gli uscivano come un fiume in piena mentre le raccontava di come fosse cresciuto in una famiglia povera ma onesta e di come la sua attività criminale avesse procurato ai suoi cari vergogna e dolore. In quei due anni non aveva più avuto notizie di loro. Sapeva che i genitori erano troppo poveri per affrontare il viaggio fino al carcere dov’era detenuto e che si sentivano troppo ignoranti per scrivergli. Da parte sua, aveva smesso di spedire lettere perché non riceveva risposta.
Tre settimane prima di essere rimesso in libertà, aveva fatto un ultimo, disperato tentativo di mettersi in contatto con il padre e la madre. Aveva chiesto scusa per averli delusi, implorandone il perdono.
Dopo essere stato rilasciato, era salito su quell’autobus che lo avrebbe riportato nella sua città e che passava proprio davanti al giardino della casa dove era cresciuto e dove i suoi genitori continuavano ad abitare.
Nella sua lettera aveva scritto che avrebbe compreso le loro ragioni. Per rendere le cose più semplici, aveva chiesto loro di dargli un segnale che potesse essere visto dall’autobus. Se lo avevano perdonato e lo volevano accogliere di nuovo in casa, avrebbero legato un nastro bianco al vecchio melo in giardino. Se il segnale non ci fosse stato, lui sarebbe rimasto sull’autobus e avrebbe lasciato la città, uscendo per sempre dalla loro vita.
Mentre l’automezzo si avvicinava alla sua via, il giovane diventava sempre più nervoso, al punto di aver paura a guardare fuori del finestrino, perché era sicuro che non ci sarebbe stato nessun fiocco.
Dopo aver ascoltato la sua storia, la donna si limitò a chiedergli: «Cambia posto con me. Guarderò io fuori del finestrino».
L’autobus procedette ancora per qualche isolato e a un certo punto la donna vide l’albero.
Toccò con gentilezza la spalla del giovane e, trattenendo le lacrime, mormorò: «Guarda! Guarda! Hanno coperto tutto l’albero di nastri bianchi».

Siamo più simili a bestie quando uccidiamo.
Siamo più simili a uomini quando giudichiamo.
Siamo più simili a Dio quando perdoniamo.

di Bruno Ferrero - La vita è tutto quello che abbiamo

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