Mons. Bruno Forte: “Papa Benedetto XVI è un uomo di preghiera”.

Posté par atempodiblog le 13 février 2013

Intervista di Antonio Manzo a Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto
Fonte: Il Mattino
Tratto da: Arcidiocesi di Chieti-Vasto

Mons. Bruno Forte: “Papa Benedetto XVI è un uomo di preghiera”. dans Articoli di Giornali e News benedettoxvi

La rinuncia di Papa Benedetto alla guida della Chiesa non le appare una resa, più che una sfida, al mondo?
«Non parlerei affatto di resa. Si tratta invece di un atto di grande coraggio e di grande responsabilità. Il Papa lo ha compiuto in maniera totalmente lucida e consapevole delle sfide che attendono la Chiesa nel mondo contemporaneo e lo ha annunciato nel momento in cui si è reso conto che il venir meno delle forze fisiche non gli avrebbe consentito di governare queste sfide. Alla base di questo gesto di rinuncia c’è un atto di umiltà, di verità e di coraggio. A muovere la decisione del Papa c’è stato il suo grande amore per la Chiesa e per il Signore, che ne è il vero Pastrore».

Il gesto di rinuncia non fa apparire la Chiesa al mondo come una barca senza timoniere, in preda ai marosi della storia?
«Il Papa aveva già parlato della possibilità delle sue dimissioni nel corso del librointervista con il giornalista Peter Sewald. Aveva detto chiaramente che la rinuncia di un Papa, in un momento di gravi difficoltà per la Chiesa, sarebbe stata inaccettabile, una sorta di fuga dalle responsabilità perché altri se ne facessero carico…».

Il passaggio dalle dimissioni inaccettabili per un Papa alle dimissioni annunciate è davvero grande.
«Il Papa, però, aggiunse che avrebbe potuto rinunciare in epoche più tranquille, se le forze non gli avessero più consentito di sostenere il peso del ministero petrino».

Le dimissioni potrebbero essere conseguenza di questi anni di gravi tensioni nella Chiesa?
«Io credo che il gesto della rinuncia sia stato pensato e poi annunciato in una fase della vita della Chiesa nella quale Benedetto XVI ha visto che la navigazione è diventata più serena e predispone alla transizione più tranquilla verso un nuovo pontificato».

Lei è così ottimista da pensare che le difficoltà della Chiesa siano state superate?
«Le grandi traversie degli ultimi anni, come ad esempio la denuncia di abusi sessuali commessi da alcuni ministri della Chiesa specie alcuni decenni fa, sono state superate proprio grazie al coraggio e alla volontà di chiarezza che questo Papa ha praticato fino in fondo».

La scelta di rinunciare al ministero petrino che messaggio offre al mondo?
«Ripropone la grande chiave di lettura di questo pontificato: la necessità, cioè, di una riforma spirituale, che conti non sulle forze umane, ma sulla potenza di Dio, e riscopra nella fede nel Signore la misura vera della storia. E c’è anche un altro messaggio: che davanti alla misura di Dio non reggono i calcoli degli uomini».

Le ricorderò la meditazione dettata dall’allora cardinale Ratzinger alla Via Crucis del venerdì Santo del 2005 sulla sporcizia nella Chiesa. Poi, diventato Papa, otto anni dopo si dimette…
«Se questa immagine avesse inciso come fattore scoraggiante nelle valutazioni dell’allora cardinale Ratzinger, egli non avrebbe accettato nemmeno il pontificato e avrebbe rinunciato a far fronte agli scandali nella Chiesa datati nel tempo, ma emersi nel corso degli ultimi anni».

Ma chi ha denunciato la sporcizia nella Chiesa, una volta Papa non avrebbe potuto osare di più per trasformare la Chiesa?
«In realtà, proprio l’aver parlato con estrema lucidità di questa sporcizia, prima di diventare Papa, lo ha poi aiutato a guidare la Chiesa con mano ferma in una transizione difficile, con una tempesta ora sufficientemente guadata per poter affidate il timone in nuove mani. Non si è sottratto al peso, lo ha preso di sé fino in fondo».

In che misura ha inciso la sopraggiunta fragilità della persona?
«La fragilità fisica, connessa anche all’età, ha inciso certamente. Ma non si è affatto trattato di fragilità psicologica, intellettuale o spirituale».

Quando lo ha visto e gli ha parlato l’ultima volta?
«Giovedì scorso, all’udienza concessa al Pontificio Consiglio della Cultura. Lo avevo già visto qualche settimana prima nel corso della visita ad limina dei vescovi abbruzzesi. L’ho trovato lucidissimo, semplice e accogliente come sempre, e ho scambiato con lui parole intense. Ha dimostrato di avere sempre una memoria ferrea, citando temi di cui avevamo trattato nel tempo, con molta chiarezza e con la sua solita grande serenità. Ma è vero che, accanto a questa lucidità intellettuale, l’ho trovato fisicamente molto provato».

Non le sembra un paradosso un Papa lucidissimo che sceglie di rinunciare?
«No, al contrario: credo che proprio grazie alla grande lucidità e all’amore per la Chiesa egli abbia preso la sua decisione».

C’è anche un monito temporale riguardo al rapporto tra l’uomo e il potere?
«Certamente. Qui si vede la differenza cristiana. L’uomo di fede giudica il mondo e la vita alla luce di Dio, perché non chiude la prospettiva storica nell’ottica corta del tempo. Dio, per chi crede, ispira e guida la storia e anche la scelta di Benedetto XVI è stata vissuta in questa luce, vera, emblematica conclusione del suo pontificato».

C’è chi lo ha etichettato come un Papa conservatore, chi come un Papa incompreso. Lei che lo ha conosciuto da vicino quale pastore e teologo come lo giudica alla fine del ministero?
«È stato un Papa riformatore che ha chiesto e promosso una riforma spirituale che ricentrasse la Chiesa sull’obbedienza a Dio. Quest’opera di riforma spirituale gli è costata personalmente tante energie e decisioni difficili. Consegnerà al suo successore una Chiesa con un approfondimento della visione del mondo fondata su una fede straordinaria».

Qual è stata la prova più difficile di Papa Ratzinger?
«Il vedere uomini che si erano votati a Dio e che sembravano avere tutti i mezzi per vivere di Dio, che invece hanno ceduto a lusinghe umane, con comportamenti perfino patologici. È stata una ferita lacerante, un dolore profondo che gli ha aperto gli occhi incitando la Chiesa al rinnovamento,
a partire dal tanto di bene e di santità che c’è in essa».

La spinta al rinnovamento porterà all’indizione del Concilio Vaticano III?
«Io sono convinto che il Vaticano II sia talmente ricco di potenzialità, che bisogna ancora portarlo a compimento e consentire di dispiegarne tutti gli effetti sulla riforma della Chiesa. Che il Vaticano II abbia ancora tanto da offrire alla Chiesa è stata convinzione così profonda di Papa Benedetto che anche nel dialogo con i lefebvriani il Papa ha posto come condizione imprescindibile il riconoscimento del Concilio».

Il fallimento del dialogo con i lefebvriani ha inciso?
«Siamo in una fase di attesa della risposta. Quel che mi ha sempre colpito è, appunto, stata la condizione decisiva posta dal Papa: l’accettazione del Vaticano II».

Potrebbe esserci un ulteriore scisma nella Chiesa cattolica?
«Mi sembrano fantasie. Anzi, mi auguro che il coraggio che ha espresso la Chiesa in questi anni lo mostrino anche il mondo civile e quello della politica in tutti i campi».

La rinuncia al ministero petrino è anche una lezione per gli uomini che governano le sorti dell’umanità?
«È una lezione per chi gestisce il potere. Non si vive di solo potere. Il gesto delle dimissioni del Papa è il segno di una grande libertà interiore, che ha chi guarda le cose nella luce di Dio e obbedisce a Lui».

La scelta della clausura in Vaticano è il rifugio nella preghiera e nella solitudine?
«L’uomo di fede ha un’arma potentissima, la preghiera. E Papa Benedetto è un uomo di preghiera. Così, la sua scelta è vicinissima a quella di San Celestino V, che rinunciò al papato e scelse di offrirsi a Dio per la Chiesa nel silenzio e nella preghiera. Un comportamento analogo a quello di
papa Benedetto XVI».

Si aspettava questo epilogo nel pontificato di Benedetto XVI?
«Non me l’aspettavo nella repentinità dell’annuncio. Ma, conoscendolo da tempo, sapevo che la Sua fede e il Suo amore alla Chiesa gli davano una libertà interiore tale, da non poter escludere un simile atto di oblio di sé per la causa di Dio e del Suo popolo».

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La coscienza del dovere e la fragilità umana

Posté par atempodiblog le 13 février 2013

SILENZIO E UMILTÀ
La coscienza del dovere e la fragilità umana
di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto – Il Sole 24 Ore

La coscienza del dovere e la fragilità umana dans Articoli di Giornali e News benedettoxvi

È con profonda emozione che ho appreso la notizia della rinuncia di Papa Benedetto XVI al suo servizio di Vescovo di Roma. Avevo avuto la gioia di
parlargli giovedì scorso, al termine dell’udienza concessa ai membri del Pontificio Consiglio della Cultura, riuniti in seduta plenaria. Come sempre era
stato squisito, lucidissimo nella memoria e luminoso nell’intelligenza, nel pur breve scambio di parole che avevo avuto con lui.

Eppure, non mi aveva sorpreso ascoltare il commento preoccupato di qualcuno dei presenti, Cardinali e Vescovi di varie parti del mondo, colpito dall’impressione di fragilità fisica che il Papa ci aveva dato. Sta proprio in questa paradossale combinazione la chiave di lettura della rinuncia annunciata: da una parte, la coscienza limpida dei propri doveri, delle responsabilità e delle sfide poderose che la Chiesa deve affrontare in questo mondo in così rapida trasformazione; dall’altra, la percezione di una debolezza di forze, che appariva chiaramente impari ai pesi da portare. Sono toccanti le parole con cui lo stesso Papa ha espresso tutto questo: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino».

«Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Appare in queste espressioni la grandezza dell’uomo spirituale, che tutto considera nella verità davanti a Dio e sceglie infine ciò che è più conforme secondo la sua coscienza al servizio d’amore da rendere. La lucida consapevolezza del compito e la non meno lucida coscienza del degradare delle proprie forze fisiche trovano sintesi in quest’atto di amore a Cristo e alla Chiesa, per cui il Papa rinuncia al servizio pontificale e sceglie la via del silenzio orante e dell’umiltà confessante: «Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio».
Emerge così in quest’atto, semplice e solenne, storico per la sua portata, anche se non unico nella bimillenaria vicenda della Chiesa Cattolica, quello che è stato il vero motivo ispiratore di questi otto anni di pontificato: la riforma spirituale della Chiesa, alla luce del primato assoluto della fede in Dio.

Sorge spontanea l’analogia con Celestino V, il Papa santo, che rinuncia al servizio petrino dopo appena un mese di pontificato perché ritiene di poter
meglio servire il popolo di Dio con la preghiera e con l’offerta sacrificale di sé. È in nome dell’obbedienza a Dio e alla verità che solo gli rende gloria, che Benedetto XVI ha affrontato e governato la dolorosa vicenda degli abusi sessuali, presenti fra alcuni membri del clero specialmente nelle decadi della seconda metà del secolo passato. Convinto della forza della parola di Gesù «la verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32), questo Pontefice ha voluto che si facesse piena verità, anzitutto a sostegno delle vittime e poi per intraprendere coraggiosi cammini di purificazione e di rinnovamento.
Con la stessa fiducia in Dio Papa Ratzinger ha portato avanti con decisione il suo rapporto di privilegiata amicizia verso il popolo ebraico, la cui fede è santa radice di quella dei cristiani, come pure il dialogo franco e sereno con le grandi religioni universali e in particolare con l’Islam, certo che il Dio unico avrebbe guidato i credenti sinceri sulle vie della pace.
In campo ecumenico, la mano tesa alle diverse tradizioni confessionali si è aperta anche a proposte coraggiose verso i seguaci di Mons. Lefebvre, anche qui confidando nell’esigenza di ogni autentico credente di voler piacere a Dio e non ai propri sostenitori mondani.
All’interno della Chiesa cattolica, poi, questo Papa ha promosso la riforma spirituale, insistendo mediante continui e profondi insegnamenti sulla
necessità della conversione dei cuori e del rinnovamento dei costumi, premessa indispensabile di ogni possibile rinnovamento strutturale. La riforma, aveva scritto da giovane Professore, «consiste nell’appartenere unicamente e interamente alla fraternità di Gesù Cristo… Rinnovamento è divenire semplici, rivolgersi a quella vera semplicità… che in fondo è un’eco della semplicità del Dio uno. Questo è il vero rinnovamento per noi cristiani, per ciascuno di noi e per la Chiesa intera» (Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1971, 301. 303).

L’autentica riforma, voluta da questo Papa, è stata, insomma, quella della conversione evangelica, la sola capace di fare della Chiesa un segno credibile
di luce e di speranza per tutti. Sarà dal riconoscimento del primato di Dio confessato e amato che verrà la nuova primavera, di cui il popolo di Dio e gli
uomini tutti hanno necessità assoluta. «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia – aveva detto qualche settimana prima di diventare Papa – sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo… Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (Subiaco, 1 Aprile 2005).

Con il suo pontificato e, in modo singolare, con quest’atto umile e grande della rinuncia ad esso per amore di Cristo e della Chiesa, Benedetto XVI ha dimostrato – al di là di ogni possibile incomprensione – di essere un uomo così. Ed è grazie a uomini come lui, che – come egli stesso diceva tre giorni fa ai Seminaristi di Roma – «l’albero della Chiesa non è un albero morente, ma l’albero che cresce sempre di nuovo».

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La preghiera è il respiro della vita

Posté par atempodiblog le 10 mai 2011

La preghiera è il respiro della vita dans Citazioni, frasi e pensieri brunoforte

La preghiera è il respiro della vita e per il credente è la continua sorgente di luce e di pace che lo rende libero e capace di incidere nella storia secondo la volontà del Padre nella sequela di Gesù.

Mons. Bruno Forte

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Al centro la Speranza

Posté par atempodiblog le 25 avril 2010

Al centro la Speranza dans Emmanuel Mounier hopeu

La tentazione più forte che potrebbe impadronirsi del nostro cuore di fronte agli scenari del tempo in cui viviamo, segnati dall’angoscia del terrorismo e della guerra e dall’insicurezza economica e sociale, è la disperazione: “Pensare con chiarezza e non sperare più” (Albert Camus). Se il rischio dei tempi di tranquillità e di relativa sicurezza è quello della presunzione – nell’illusione di poter cambiare facilmente il mondo e la vita -, il rischio opposto – proprio dei tempi di prova – è di vivere la paura del domani in maniera più forte della volontà e dell’impegno di prepararlo e di plasmarlo. In realtà, “l’ansietà, il timore dell’avvenire, sono già delle malattie. La speranza, al contrario, è, prima di tutto, una distensione dell’io. La speranza afferma l’inefficacia ultima delle tecniche nella risoluzione del destino dell’uomo: essa si situa all’opposto dell’avere, dell’indisponibilità. Essa fa credere, dà tempo, offre spazio all’esperienza in corso. La speranza è il senso dell’avventura aperta, tratta generosamente la realtà, anche se questa sembra contrastare i propri desideri. La speranza entra nella situazione più profonda dell’uomo. Accettarla o rifiutarla è accettare o rifiutare di essere uomo” (Emmanuel Mounier). Accogliere la sfida della speranza vuol dire allora volersi veramente umani, a testa alta fra il vento e il sole, umili e coraggiosi davanti alla fatica di vivere e all’apparente vittoria del male che ferisce la terra [...] Oggi, negli scenari di insicurezza che caratterizzano gli inizi del Terzo Millennio, è la speranza a sfidarci, per dare ragione di essa a un mondo che sempre più ne appare privo ed assetato. Si tratta di raccogliere in modo nuovo e di nuovo l’invito rivolto ai primi cristiani dall’Apostolo Pietro nella Prima delle due Lettere a lui attribuite, vero “vademecum” del discepolo  pellegrino fra gli uomini: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15).

“La speranza – afferma Tommaso d’Aquino con la sobria  precisione dei concetti, che gli è propria – è l’attesa di un bene futuro, arduo, ma possibile a conseguirsi”: essa non è la semplice dilatazione del desiderio, ma l’orientamento del cuore e della vita a una meta alta, che valga veramente la pena di essere raggiunta, e che tuttavia appare raggiungibile solo a prezzo di uno sforzo serio, perseverante, onesto, capace di sostenere la fatica di un lungo cammino. Nello stesso senso, Kierkegaard definisce la speranza “la passione per ciò che è possibile”, mettendo in particolare l’accento sull’elemento del “pathos”, di quell’amore doloroso e gioioso che lega il cuore umano a ciò di cui ha profonda nostalgia e attesa. In un’epoca di passioni ideologiche, Roger Garaudy aveva definito la speranza “l’anticipazione militante dell’avvenire”, con una sottolineatura – tipica di quella stagione – dello sforzo prometeico del soggetto personale e collettivo nella realizzazione del futuro atteso. Infine, il teologo della speranza, Jürgen Moltmann, l’aveva definita agli inizi degli anni Sessanta come “l’aurora dell’atteso, nuovo giorno che colora ogni cosa della sua luce”, evidenziando come vivere la speranza significhi “tirare l’avvenire di Dio nel presente del mondo”. L’incrocio di questi diversi approcci alla speranza mostra di quante attese essa può farsi carico: ecco perché occorre distinguere i due possibili volti del futuro sperato.

Il futuro “relativo” è quello che oggi possiamo progettare e domani realizzare: è il futuro come progetto e come impegno, dilatazione del nostro presente agli orizzonti del domani che esso è in grado di prevedere e di portare a compimento. Di questo futuro si nutrono le tante speranze, piccole e grandi, di cui sono intessute le opere e i giorni degli uomini. Esse, però, da sole non coprono l’intero orizzonte: consapevoli o meno, tutti abbiamo bisogno di una speranza più grande, di una speranza ultima. Ad essa corrisponde il futuro “assoluto”: è il futuro del tutto indeducibile e nuovo, che ci viene incontro al di là di ogni calcolo e di ogni misura. È il futuro di cui è ultima sentinella la morte, compagna dichiarata o segreta di ogni meditazione profonda sul destino dell’uomo e del mondo. Ernst Bloch – il filosofo del “principio speranza” – vede in questo futuro lo spazio dell’utopia, che rende la vita bella e degna di essere vissuta, perché in essa si offre l’ “homo absconditus”, l’uomo non ancora pienamente manifestato a se stesso. La fede cristiana vi riconosce il futuro di Dio, dischiuso all’uomo come patto e promessa nella storia biblica della salvezza ed in particolare nella resurrezione di Cristo dai morti. La differenza fra l’utopia e la speranza della fede è quella stessa che c’è fra l’uomo solo davanti al suo domani, e l’uomo che ha creduto nell’avvento di Dio e aspetta il Suo ritorno, andandogli incontro con inequivocabili segni di preparazione e d’attesa.

Davanti agli scenari del tempo, seguiti agli eventi dell’11 Settembre, e davanti agli scenari del cuore, segnati in tanti dalla paura e dall’insicurezza, la speranza utopica rischia di essere evasione consolatoria, fuga dalle responsabilità del presente. La speranza della fede – pur non sottraendosi a questo rischio – calcola con l’ “impossibile possibilità” di Dio, e proprio per questo con quella maggiore audacia dell’amore che rende possibili gli altrimenti impossibili gesti della carità vissuta fino in fondo. Se c’è perciò un dono da chiedere a Dio per tutti noi [...] è la speranza teologale: una speranza più forte di ogni calcolo, eppure umile e fiduciosa nella promessa dell’Altro che è venuto a visitarci. Questa speranza non è qualcosa che si possa possedere, ma Qualcuno che ti viene incontro e ti possiede, Colui per cui vale la pena di vivere e amare e soffrire, radicati e fondati sulle parole della Sua promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20). È questa la speranza che coniuga la giustizia e il perdono. Una speranza di cui questo nuovo, vecchio mondo dell’inizio del terzo millennio ha più che mai bisogno per vivere e per risorgere…

di Mons. Bruno Forte

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Lettera ai cercatori di Dio

Posté par atempodiblog le 14 juin 2009

La « Lettera ai cercatori di Dio » è stata preparata per iniziativa della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, come sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale, oltre che come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa. Il Consiglio Episcopale Permanente ne ha approvato la pubblicazione nella sessione del 22-25 settembre 2008.

« Frutto di un lavoro collegiale che ha coinvolto vescovi, teologi, pastoralisti, catecheti ed esperti nella comunicazione, la Lettera si rivolge ai “cercatori di Dio”, a tutti coloro, cioè, che sono alla ricerca del volto del Dio vivente. Lo sono i credenti, che crescono nella conoscenza della fede proprio a partire da domande sempre nuove, e quanti – pur non credendo – avvertono la profondità degli interrogativi su Dio e sulle cose ultime » scrive nella presentazione S.E. Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto e Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.

[...] « La Commissione Episcopale si augura che la Lettera possa raggiungere tanti e suscitare reazioni, risposte, nuove domande, che aiutino ciascuno a interrogarsi sul Dio di Gesù Cristo e a lasciarsi interrogare da Lui – aggiunge Monsignor Forte -. Affida perciò al Signore queste pagine e chi le leggerà, perché sia Lui a farne strumento della Sua grazia ». 

Lettera ai cercatori di Dio dans Articoli di Giornali e News iconarrowti7  Lettera ai cercatori di Dio 

Fonte: chiesacattolica.it

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