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P. Cappelletti in Purgatorio: trarne esempio e sprone per la nostra redenzione

Posté par atempodiblog le 17 octobre 2013

P. Cappelletti in Purgatorio: trarne esempio e sprone per la nostra redenzione dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti santa-veronica-giuliani

Sebbene sia stato lasciato scritto di P. Cappelletti che fu uomo e sacerdote pieno di carità verso i prossimi, mortificato e rigido verso se stesso, puntuale nell’osservanza delle regole della sua Congregazione, ed assai retto, in tutto ciò che intraprendeva per la gloria di Dio, e per la salute delle anime, Veronica conobbe il mistero che lo condusse prima della gloria eterna, a una necessaria purificazione. Ella stessa lo scrive con una semplicità e un’innocenza che fa sbalordire. Non giudica la santa, né commenta; lei tutto vede alla luce di una giustizia misericordiosa e sa che tutto torna a maggior gloria di Dio. Vediamo anche noi, senza commenti e giudizi inopportuni, quali furono le mancanze che turbarono la santa anima di Padre Cappelletti al solo scopo di trarne esempio e sprone per la nostra redenzione.

“Parvemi di capire il contenuto di quel ferraiolo così pesante che aveva il P.C. Esso significava che aveva mancato, nei sei anni di superiorato, e nel mistero della santa confessione, ed in specie, in tutto ciò che aveva lasciato passare qui da noi, non avendo levato i disordini e le cose (che erano) contro il nostro istituto; (significava anco) la troppa sollecitudine (che ebbe) nelle cose dei suoi parenti, ed altre cose a me non note. Quel denso fumo poi che gli usciva dalla bocca, proveniva dai mancamenti fatti nel santo sacrificio della Messa; in quel luogo solitario e deserto vi stava, per i piaceri che cercava la sua umanità, quando Iddio lo teneva derelitto ed arido; e (la somma di) tutte queste ore che, per tre pre il dì, mi è convenuto patire, per adempiere gli ordini della divina giustizia, era pena di varie cose che non ho modo di dire…

O Dio! Tutto ciò mi ha dato grande pena, e penso che, per causa mia, abbia patito più che per le altre. Sia lodato Dio e Maria SS.ma, che per mezzo dei suoi santissimi dolori (ha ottenuto), che egli sia a godere del Santo Paradiso! Tutto ciò mi dovrebbe servire di mutazione di vita. Se un servo di Dio così mortificato e che attendeva solo al profitto delle anime, ha patito tanto, che sarà di me che vivo cosi trascurata…?”.

Rivolgiamoci la stessa domanda, e troveremo ragione di accusare noi stessi.

S. Veronica Giuliani – Il Diario, Ed. Cantagalli. A cura di Maria Teresa Carloni

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Saper discernere

Posté par atempodiblog le 17 octobre 2013

Saper discernere dans Discernimento vocazionale d1gh

Oh! quanto piccolo è il numero delle vere Religiose che realmente possiedono lo spirito del loro stato! Ve ne è pressappoco una su cinquanta. Bisogna a tutti i costi che voi siate di codeste privilegiate!

Quanto grande è la responsabilità d’una Superiora, d’una Maestra di Novizie, d’una insegnante! Quale conto da rendere al buon Dio!

Via via che sarò liberata, m’intenderete più chiaramente, e quando lo sarò del tutto, diverrò per voi un secondo angelo custode! Ma un angelo che vedrete!

Madre… sta ancora in Purgatorio. Ella ha ammesso nella Comunità molti soggetti senza vocazione che v’introducono il rilassamento. È una grande scienza quella di saper discernere gli spiriti. Se si facesse maggiore attenzione ai soggetti che si ricevono, non si avrebbero tanti inconvenienti nelle Comunità.

di Suor Maria della Croce (Elisa Sofia Clementina Hebert) – Il manoscritto del Purgatorio

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Il Purgatorio è il luogo in cui ci si strugge nel desiderio di incontrare l’Amato

Posté par atempodiblog le 17 octobre 2013

Il Purgatorio è il luogo in cui ci si strugge nel desiderio di incontrare l'Amato dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti lff9

Un episodio raccontato da Padre Pio a Padre Anastasio: «Una sera, mentre, solo, ero in coro a pregare, sentii il fruscio di un abito e vidi un giovane frate trafficare all’altare maggiore, come se spolverasse i candelabri e sistemasse i portafiori. Convinto che a riordinare l’altare fosse fra Leone, poiché era l’ora della cena, mi accosto alla balaustra e gli dico: “Fra Leone, vai a cenare, non è tempo di spolverare e aggiustare l’altare”.

Ma una voce, che non era quella di Fra Leone mi risponde”: “Non sono fra Leone”, “e chi sei?”, chiedo io. “Sono un vostro confratello che qui fece il noviziato. L’ubbidienza mi dette l’incarico di tenere pulito e ordinato l’altare maggiore durante l’anno di prova. Purtroppo più volte mancai di rispetto a Gesù sacramentato passando davanti all’altare senza riverire il Santissimo conservato nel tabernacolo. Per questa grave mancanza, sono ancora in Purgatorio. Ora il Signore, nella sua infinita bontà, mi manda da voi perché siate voi a stabilire fino a quando dovrò soffrire in quelle fiamme di amore. Mi raccomando…”.“Io credendo di essere generoso verso quell’anima sofferente, esclamai: “vi starai fino a domattina alla Messa conventuale”.

Quell’anima urlò: “Crudele!”. Poi cacciò un grido e sparì. Quel grido lamento mi produsse una ferita al cuore che ho sentito e sentirò tutta la vita. Io che per delega divina avrei potuto mandare quell’anima immediatamente in Paradiso, la condannai a rimanere un’altra notte nelle fiamme del Purgatorio».

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“Ti amerò per sempre”, un indizio di vita eterna

Posté par atempodiblog le 17 octobre 2013

“Ti amerò per sempre”, un indizio di vita eterna dans Diego Manetti ti-amer-per-sempre

Ricordatevi di quando avete avuto il primo incontro con persona che amate. Quando vi siete dati appuntamento per andare vedere le stelle o per andare al cinema o per andare a magiare una pizza… quello che era, e al di là di quanto fosse disgustosa la pizza neanche ve lo ricordate, ma avete il ricordo di quella sera, quando vi siete presi le mani, vi siete guardati negli occhi e vi siete detti: “ti amerò per sempre”. Anche i più scettici, anche i più sgarrupati dei ragazzi dicono “ti amerò per sempre”. Perché dici “per sempre”? Perché pensi che vivrai per sempre, perché il tuo “cuore è inquieto” finché non trova Dio e tira fuori una cosa che la tua mente ancora non conosce, una cosa che per orgoglio non accetteresti mai di dire. Quando io dico che tutti crediamo alla vita eterna non faccio violenza a nessuno, perché noi viviamo ogni giorno pensando di non morire mai.

Tratto da una catechesi di Diego Manetti

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La morte è un evento “inattendibile”

Posté par atempodiblog le 17 octobre 2013

La morte è un evento “inattendibile” dans Citazioni, frasi e pensieri vw6t

“Si è sovente detto che noi siamo nella condizione di una condannato a morte, in mezzo ad altri condannati, che non conosce il giorno della sua esecuzione, ma vede ogni giorno giustiziare i suoi compagni di prigione. Ciò non è però del tutto esatto: bisognerebbe piuttosto confrontarci ad un condannato a morte che si prepara coraggiosamente all’ultimo supplizio, che ci mette tutto il suo impegno per fare bella figura sul patibolo e che nel frattempo è portato via da una epidemia di febbre spagnola. [...] Ecco ciò che ha capito la saggezza cristiana che raccomanda di prepararsi alla morte come se questa potesse sopravvenire da un momento all’altro. La morte non può essere attesa”.

di Jean-Paul Sartre
Tratta da: L’Aldilà nei messaggi di Medjugorje. La Regina della Pace chiama l’umanità alla salvezza. Di Padre Livio con Diego Manetti. Ed. PIEMME

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Pregare per i defunti

Posté par atempodiblog le 17 octobre 2013

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“La preghiera per i defunti diventa invocazione per la loro sorte beata. Sostare davanti a una tomba può esse l’occasione di una grande revisione di vita, ci mette nella condizione più propizia per meditare sulla Parola di Dio che ci fa guardare alla meta del nostro cammino”.

Card. Agostino Vallini

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Protesi verso l’alto

Posté par atempodiblog le 17 octobre 2013

Protesi verso l’alto dans Citazioni, frasi e pensieri fk1gcl

“Se durante l’Inferno Dante esplora l’animo umano schiacciato dal peccato e dalla sofferenza, descrivendo un’umanità spietata e dolorosa nell’atto di confrontarsi con le proprie colpe, nel Purgatorio il poeta descrive un’umanità protesa verso l’alto. Consapevole dei suoi limiti, l’uomo del Purgatorio osserva il cielo con nostalgia del Paradiso e desiderio di miglioramento”.

Mons. Marco Frisina

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Monsignor Frisina: “Halloween è solo una corruzione della festa di Ognissanti”

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2013

Monsignor Frisina: “Halloween è solo una corruzione della festa di Ognissanti” dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti Festa-santi

«Il commercio non inventa una festa per celebrare qualcosa. Halloween è infatti solo una corruzione della festa di Ognissanti. Un momento di limpida memoria del Paradiso è diventato una festa horror che non si concilia con la “luminosità” della cultura mediterranea.
Eppure persino la tv italiana dimostra che le fiction sui santi riescono ad avere più audience dei film violenti. Questo perché l’Italia conserva un dna cristiano, anche se spesso è soffocato da culture commerciali ed ostili. Dobbiamo riuscire a dare un senso cristiano alle date del 1 e del 2 novembre senza metterci su quel livello. Ossia, se Halloween ha i suoi gadget, non per questo il cristianesimo deve crearsi i suoi. La Chiesa deve proporre una cultura alternativa.
[…] ricordare il Paradiso, il Purgatorio e i nostri defunti in modo luminoso, con lo sguardo rivolto verso il Cielo».

Monsignor Marco Frisina – RomaSette

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Colei che ha capito Dio

Posté par atempodiblog le 29 septembre 2013

“Non abbandonare senza amore un uomo o la speranza in lui, poiché è possibile che anche il figlio più perduto si salvi, che anche il nemico più accanito possa ritornare tuo amico; è possibile che colui che è caduto così in fondo si risollevi; è possibile che l’amore che si è raffreddato torni ad ardere: perciò non abbandonare mai un uomo, neppure nell’ultimo momento, non disperare, no – spera tutto!”. (Soren Kierkegaard)

Colei che ha capito Dio dans Canti 68ty

«Quando nell’ombra cade la sera». Sono le parole che compongono la prima frase dell’omonimo canto popolare ed evocano pensieri che ci rimandano alla sera intesa come fine della giornata o come conclusione di un cammino difficoltoso o ancora come termine del cammino della vita; una sera, però, che si rischiara dall’immagine luminosa di Maria alla quale l’uomo può aprire il suo cuore nella ricerca di conforto, coraggio, aiuto. Il futuro del mondo in cui siamo immersi è incerto: la febbre dell’egoismo ha ormai contaminato tutto ciò che ci circonda, ma la certezza che Maria è speranza è ancora viva e forte.

I valori umani indicati da Maria sono le virtù basilari per guarire dall’incomprensione, dalla rivalità, dall’avidità. A un mondo schiavo del denaro Maria richiama la povertà, a un mondo provocatore e astuto consiglia la semplicità di cuore; a un mondo vecchio e indurito dall’odio porta il sorriso addolcito di giovinezza. L’uomo che affida la sua vita alla maternità di Maria è guidato verso i misteriosi legami dello Spirito che lo portano gradualmente a creare un contatto sempre più intenso con il Dio dell’amore, della misericordia, del perdono.

Nel corso dei secoli la devozione mariana ha trovato numerose espressioni: si sono sviluppati pensieri individuali in armonia con profondi sentimenti di fiducia e di speranza. In questo contesto un ruolo importante va riservato ai canti popolari mariani che hanno arricchito la preghiera della Chiesa e impresso il loro carattere alla cultura dei popoli. Le origini di queste lodi non ci sono note e oggi la maggior parte di esse sono cadute in disuso, ma bisogna riconoscere che le melodie e i testi di questi canti coinvolgono e trascinano.

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T. Grassi, Incoronazione della Vergine (1692), chiesa Madonna del Popolo, Romagnano Sesia (Novara).

«Quando nell’ombra» è un canto semplice, strutturato con strofe e ritornello; la conduzione ritmica si presenta uguale nel corso del brano, creando regolarità e continuità. La melodia delle strofe rispecchia, pur nella sua brevità, un percorso di quattro battute ascendenti, in progressione, a cui corrispondono altrettante battute, sempre in progressione, ma discendenti. È un percorso che richiede delicatezza nell’esecuzione; la graziosità melodica non va disturbata dall’appoggio sulla croma: tutto procede con linearità e spontaneità, privilegiando una sonorità delicata e leggera.

Il ritornello inizia con due battute che, data la scelta ritmica, interrompono l’atmosfera precedente. Le tre semiminime di Fa’ pura introducono una successione melodica più marcata che fa esplicito riferimento a una richiesta di aiuto, a un’invocazione resa ancora più convincente dall’apertura verso l’acuto che può essere accompagnata, anche, da un’intensità sonora maggiore.  È qui il punto che maggiormente si presta alla coralità con la possibilità di aggiungere alla melodia principale altre voci che danno rinforzo e grandiosità al ritornello. Dalla terza battuta del ritornello, poi, si riprende il ritmo iniziale, seppur leggermente variato nell’ultima parte, con un evidente richiamo melodico che conduce a una conclusione dolce e riservata.

Quando nell’ombra…
Quando nell’ombra cade la sera,
è questa, o Madre, la mia preghiera:
fa’ pura e santa l’anima mia.
Ave Maria, Ave.
Di stelle e d’angeli incoronata,
da mille popoli sempre invocata:
ave, divina bianca Regina.
Avvolta in splendida candida veste,
cinta da un serico nastro celeste:
ave, divina bianca Regina.
Nel duol, nel gaudio da mane a sera
s’innalzi unanime una preghiera
alla divina bianca Regina.

di Luisa Tarabra
a cura di Mario Moscatello e Giuseppe Tarabra – Madre di Dio

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La nostra casa è il cielo

Posté par atempodiblog le 25 janvier 2013

La nostra casa è il cielo dans Articoli di Giornali e News cuoregrandecielo

Viviamo in un mondo di illusioni e di inganni, ma la menzogna maggiore ci viene propinata quando ci vogliono fare credere che questa vita, la vita terrena, sia l’unica e la sola vera. Ci vogliono espropriare dell’unica vera vita, che è la vita eterna, quella che professiamo nell’ultimo articolo del Credo apostolico, quando affermiamo: «Credo vitam aeternam. Amen»: Dei dodici articoli del Credo, undici ci indicano la condizione dei cristiani nel tempo, l’ultimo, il dodicesimo, ci mostra la loro ricompensa, che è l’eternità. 

L’errore che consiste nel credere che la vita di quaggiù sia la vera vita, ha scritto mons. Gaume, è l’errore più radicale di tutti gli altri, perché non riguarda aspetti particolari o secondari, ma il nostro modo di essere, prende tutte le facoltà della nostra anima, confonde la nostra ragione e la nostra volontà, corrompe tutta la nostra esistenza.

Quest’errore non è solo teorizzato direttamente dagli evoluzionisti e dai pseudo scienziati atei, come Richard Dawkins o i nostri Odifreddi e Galimberti, ma viene inculcato in maniera più insidiosa dai mass media, dalla pubblicità, dalla pressione psicologica dei luoghi comuni. È un ateismo non teorico, ma pratico, una prospettiva secolarista radicalmente distorta perché non ci indica  nulla che vada oltre i piaceri e le pene, i beni e i mali della vita terrena. Era l’errore degli uomini che vissero al tempo del diluvio universale di cui il Vangelo dice che «Edebant et bibebant» (Mt. 24,38; Lc. 18, 27-28), mangiavano e bevevano. Pensavano solo ai piaceri e ai bisogni del corpo, a mangiare, a bere, a sposarsi, a divertirsi, a fare affari. Erano immersi nelle occupazioni del mondo. E tanto più l’uomo si occupa di questo mondo, tanto meno si occupa dell’altro.

La nostra casa invece è il cielo e il primo passo che dobbiamo fare per occuparci del cielo, è quello di respingere la filosofia di vita egoistica del nostro tempo, incentrata solo sulla soddisfazione dei nostri piaceri e dei nostri bisogni.

Quando recitiamo il Credo dobbiamo pronunziare con forza le ultime parole «Credo vitam aeternam», perché queste parole sono la nostra risposta al secolarismo e al laicismo che voglio convincerci che la vita eterna non esiste, che il Cielo è vuoto, secondo il titolo dell’ultimo insulso libro di Galimberti.
«Credo vitam aeternam»: in queste parole la Chiesa professa la sua fede nell’immortalità dell’anima e nell’esistenza della vita eterna. Ce lo insegna la Chiesa, ce lo dimostra la ragione, ce lo attesta la storia di tutti i popoli; l’anima è immortale: ha avuto un inizio, non avrà mai fine. Vivrà in eterno.

Immagine vivente del Dio vivente, l’uomo è vita. Per lui la vita non è solamente il primo e il più prezioso dei beni, ma è il suo essere. La vita è tutto, l’uomo la ama come se stesso.

Amiamo il bambino perché rappresenta la vita che nasce. Rispettiamo l’anziano perché in lui cogliamo la vita che declina. Tutto ciò che pensa e fa l’uomo lo fa per amore alla vita.

La cultura di morte contemporanea vuole spegnere la vita nel suo nascere, con l’aborto e l’infanticidio; vuole spegnerla al suo tramonto, con l’eutanasia; vuole estinguere non solo la vita del corpo, ma prima di tutto la vita dell’anima, e questo la fa diffondendo una mentalità evoluzionista e materialista. Ciò che ci viene proposto è un modello di uomo e di donna che cura al massimo il proprio corpo ma che dimentica la propria anima, che cerca ogni forma di piacere, ma che è incapace di dare un senso alla propria vita, che cerca la felicità sulla terra, ma si avvia alla infelicità, alla depressione, al suicidio.

Chi ci parla oggi del Cielo? Del Cielo non dovrebbero parlarci solo i sacerdoti, dovrebbe essere la società intera a ricordarcelo, in ogni occasione, come quando si faceva il segno della Croce prima di consumare il pasto e il linguaggio quotidiano conosceva formule come “grazie a Dio”, “se Dio vuole”, che esprimevano la convinzione dell’esistenza di una realtà soprannaturale e di una vita eterna dell’uomo.

Il Credo ci ricorda che il fine dell’uomo è il Cielo e Dio vuole che il maggior numero di anime raggiungano il Cielo ed evitino l’inferno, come dice la preghiera insegnata dalla Madonna ai tre pastorelli di Fatima: «Gesù mio, perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno e portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia».

Le religioni secolari hanno negato la vita eterna proponendo il paradiso terrestre della società senza classi marxista. Poi, dopo il crollo del Muro del Berlino, la cultura postmarxista vorrebbe convincerci che non esiste paradiso né celeste né terrestre, ma il nulla è la regola suprema della vita e della morte:
Noi diciamo Credo la vita eterna per indicare che non abbiamo alcun dubbio  sull’esistenza di una vita ultraterrena: una vita che sarà piena di tutti beni dell’anima e del corpo e di cui godranno i gusti, secondo i propri meriti. Questa vita eterna felice si chiama cielo. Il cielo è “la terra dei viventi,” perché  l’uomo che muore entra nella terra di coloro che vivono: terra viventium.

La terra è una valle di lacrime, dove tutto declina e muore, il cielo è una terra felice dove tutto vive e nulla muore. A York, in Inghilterra, Francis Ingleby (1551-1586), oggi beato, condannato a morte da Elisabetta I perché era un sacerdote cattolico, quando la sentenza fu pronunciata esclamò: “Credo vivere bona Domini in terra viventium”.

Quali sono i “beni del Signore” che i “viventi” godranno in Paradiso? Il bene primo e incomparabile a qualsiasi altro è la visione di Dio faccia a faccia e il suo possesso. Nel Cielo non solo vedremo Dio, fonte di ogni bellezza, non solo possederemo Dio, origine di ogni bene, ma diverremo simili a Lui. Questa sarà la nostra suprema gioia. Ma un giorno avremo anche la gioia di rivedere i nostri cari, e di godere con i cinque sensi del nostro corpo risorto, che avrà le caratteristiche della luminosa chiarezza, della agilità, della sottigliezza, della impassibilità.

Oggi ci raccontano che il Paradiso, come l’inferno, non è un luogo, ma una “condizione”. Così non pensano san Tommaso d’Aquino né i Padri della Chiesa che insegnano che il Cielo è la sede beata dei Giusti. L’inferno che la Madonna mostra ai tre pastorelli di Fatima è un luogo, non una condizione. Ed è a un luogo, non ad una condizione, che si riferisce Gesù, quando dice al Buon Ladrone «Oggi sarai con me in Paradiso».

Si dice, ed è vero, che il Regno di Dio, che è il cielo, comincia sulla terra, nella nostra anima. Quando è in grazia di Dio, la nostra anima è realmente un riflesso del cielo. Ma l’uomo  è un essere sociale: nasciamo e cresciamo in una famiglia, viviamo e moriamo in una società e di esse dobbiamo fare una anticipazione della felicità che godremo in Paradiso. Dobbiamo cristianizzare il mondo per fare in modo che questa valle di lacrime sia una valle felice, e non disperata, anche nella sofferenza.

Si può essere felici affrontando le difficoltà, abbracciando i sacrifici, soffrendo e lottando per quei grandi ideali che riempiono di gioia l’anima degli uomini. I santi non sono mai stati lugubri o tristi, ma allegri e gioiosi. Vi sono due note che distinguono chi cerca il cielo: una è lo spirito militante, l’altra è l’allegria che nasce dalla pace dell’anima di chi combatte nel tempo per conquistare la felicità eterna in cielo.

di Roberto De Mattei – Radici Cristiane

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La fede non mi parla che di speranza

Posté par atempodiblog le 18 janvier 2013

La fede non mi parla che di speranza dans Citazioni, frasi e pensieri speranzacaridefunti

“La Fede mi fa sentire la vicinanza dei miei cari defunti, come si sente nel silenzio il battito del cuore di un amico che veglia su di noi. La persuasione che presto mi incontrerò con i loro sguardi mi incoraggia a vivere in modo da non dover arrossire dinanzi a loro e non mi rincresce più lasciar questo mondo. O Fede! Come consoli l’anima in questi giorni in cui tutto è mestizia e dolore! Ogni foglia che cade mi avverte che la vita si dilegua: ogni rondine che emigra mi ricorda i miei cari che lasciano la terra per l’eternità e mentre la natura non mi parla che dolore, la fede non mi parla che di speranza”.

San Luigi Orione

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L’origine della festa dei defunti

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2012

RICORRENZE: dell’origine della festa dei defunti – tratto da “Catechismo di perseveranza” – di mons. G. Gaume

L’origine della festa dei defunti dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti fedelidefuntiognissanti

Festa dei morti. — Nel giorno dell’Ognissanti la Chiesa è tutta intenta a scuotere le fibre del nostro cuore; e ben si scorge che mira a compiere un importante disegno e ad ottenere un grand’effetto, vale a dire il disgusto della terra, la brama del cielo, la compassione reciproca, la carità universale fra i suoi figli. Se nel mattino di quella giornata memorabile la magnificenza delle sue cerimonie, l’allegrezza de suoi inni presentano l’espressione di una gioia senza amarezze, la sera, ai suoi cantici si mescolano lunghi sospiri ed un palese colore di mestizia. Ed infatti ecco la scena; già in parte cambiata, prendere tutt’altro aspetto. Ai canti della gioia, ai sospiri dell’esilio succedono lugubri suoni; neri ornamenti, quali simboli di gramaglia e duolo surrogansi ai piviali arabescati d’oro; noi più non vediamo nel santo tempio fuorché un monumento funebre dipinto con imagini di scheletri, di teschi, di ossa.

Che cosa significa tal mutazione? E’ una nuova festa, la festa de’ morti. Madre affettuosa, la Chiesa vuole che oggi sia una festa di famiglia; ella si presenta ai nostri occhi nelle sue tre differenti situazioni: trionfante nel cielo, esiliata sopra la terra, gemente in mezzo alle fiamme espiatrici. E i cantici del cielo e i sospiri della terra e i gemiti del purgatorio in questo giorno si alternano, si mischiano, si rispondono a coro, ci fanno sovvenire che misteriosi vincoli legano in un sol corpo tutti i figli di Cristo; che le tre chiese, come tre sorelle, si danno la destra, s’incoraggiano, si consolano, si confortano fino al giorno in cui, abbracciate fra loro nel cielo, formeranno una sola chiesa eternamente trionfante.

Quale splendida armonia! Ma eccone un’altra che è impossibile di non osservare. Oh quanto è bene scelto quel giorno per celebrare la festa de’ morti! Quegli uccelli che emigrano, quei giorni che si raccorciano, quelle foglie che cadono a’ nostri piedi per le vie trastullo dei venti, quel cielo oramai cupo, quelle nuvole grigiastre foriere delle brezze, tutto questo spettacolo di decadenza e di morte non è egli straordinariamente acconcio a riempiere l’anima nostra de’ gravi pensieri cui la Chiesa vuole inspirarci?

Ne ciò è tutto. Al paro di tutte le altre e fors’anche più di tutte le altre, la festa dei morti ristringe i vincoli di famiglia. Si vedeva in passato e si vedono tuttora per le campagne fratelli, sorelle, parenti, vicini radunarsi nel cimitero, pregare, piangere sulle sepolture degli avi e far elemosine per implorare riposo a’ loro cari defunti. E se nel corso dell’anno è sorta fra taluno qualche ombra di discordia , in questo giorno ella si dilegua più agevolmente, poiché davvero siamo inclinati ad amarci quando preghiamo e piangiamo insieme.

Anche testè in alcuni paesi un uomo, detto della veglia, percorreva nella notte le strade della città e, fermandosi ogni venti passi e facendo sonare la sua squilla, gridava: Svegliatevi, voi che dormite, pregate per i defunti. Perché sono state dismesse queste commoventi usanze? Dacché noi abbiamo obliato i nostri morti, siamo divenuti indifferenti verso i vivi; 1’egoismo ha inaridito il cuor nostro, quell’egoismo che avvilisce l’uomo, annienta la famiglia e sconvolge la società.

II. Origine di questa festa. – Ma è tempo di parlare dell’istituzione della festa de’ morti. Fino dalla sua origine la Chiesa ha pregato per tutti i suoi figli quando morivano. Le sue preghiere erano supplicazioni per quelli che ne avevano bisogno e rendimento di grazie per i martiri. Si rinnovava il sacrificio e le supplicazioni nel giorno della loro morte. Tertulliano lo accenna chiaramente; «Noi celebriamo, ei dice, l’anniversario della natività de’ martiri». E più innanzi: «Secondo la tradizione degli antichi, noi offriamo il sacrifizio per i defunti nell’anniversario della loro morte». Gli altri padri ci offrono le medesime testimonianze.

La Chiesa inoltre, sempre buona e sempre affettuosa per i suoi figli, aveva fino dal principio due maniere di pregare e di offrire il sacrifizio per i morti. L’una per ciascuno di essi o per qualcuno in particelare, l’altra per tutti morti in generale, affinché la sua carità abbracciasse quelli che non avevano nè congiunti nè amici che potessero adempiere a quel dovere di pietà a loro riguardo. Essa praticava così anche prima di sant’Agostino. «È antichissimo, dice questo padre, e universalmente praticato in tutta la Chiesa l’uso di pregare per tutti quelli che sono morti nella comunione del corpo del sangue di Gesù Cristo».

Non vediamo per altro che vi sia stata una festa particolare per raccomandare a Dio tutti i defunti, vediamo bensì i fondamenti sui quali può essere stata instituita; perocchè se fino dalla sua origine la Chiesa, secondo la testimonianza de’padri, ha pregato e sacrificato per i morti in particolare e per tutti in generale, se in tutte le liturgie e in tutte le messe dell’anno è stato pregato per tutti i morti in comune, non è forse evidente che su questi fondamenti si poté instituire una festa speciale per adempiere con maggior cura ed applicazione questo dovere verso i defunti?

Così avvenne infatti, e sarà vanto esimio e gloria eterna della Franca-Contea, conosciuta allora col nome di Borgogna, l’aver dato nascimento a questa pia instituzione. Uscito da una delle famiglie più nobili della Borgogna, il beato Bernonc, abbate di Beaume-les-Messieurs, vicino a Lons-le-Saulnier, aveva fondato la badia di Clunì. Questa illustre congregazione, che aveva ereditato la pietà del fondatore verso i defunti, fu sollecita di adottare la commemorazione generale de` trapassati, che rese stabile e perpetua con decreto dell’anno 998. Ecco le parole del capitolo generale di Clunì:
«È stato ordinato dal nostro beato padre Odilone, di consenso e ad istanza di tutti i monaci di Clunì, che siccome in tutte le chiese si celebra la festa dell’Ognissanti nel primo giorno di novembre, così presso noi sarà celebrata solennemente in questa maniera la commemorazione di tutti i fedeli defunti. Il giorno della festa di tutti i santi, dopo il capitolo, il decano e i cellerarii faranno un’ elemosina di pane e di vino a tutti quelli che si presenteranno: dopo il vespro saranno sonate tutte le campane e sarà cantato il Notturno de’morti. La messa sarà solenne, e saranno cibati dodici poveri.
Noi vogliamo che questo decreto sia osservato a perpetuità tanto in questo luogo come in tutti quelli che ne dipendono; e chiunque osserverà come noi questa instituzione parteciperà alle nostre buone intenzioni».

La divota pratica s’introdusse ben presto in altre chiese, e quella di Besanzone fu la prima ad abbracciarla. Era, possiamo dire, in certa maniera una sua sostanza, un suo patrimonio, che le tornava, consacrato dal suffragio de’ santi amici di Dio. Indi a non molto la Commemorazione generale de’ morti, fatta  nel giorno successive all’Ognissanti, era comune a tutta la chiesa cattolica.

Tratto da “Catechismo di perseveranza” – di mons. G. Gaume – prima ed. milanese – vol. VII, pagg. 306-310 – Carlo Turati Librajo-Editore – Milano 1860.

Fonte: Luci sull’Est

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La festa di Ognissanti ci apre l’orizzonte del Cielo

Posté par atempodiblog le 31 octobre 2012

La festa di Ognissanti ci apre l’orizzonte del Cielo dans Fede, morale e teologia Tutti-i-Santi

La festa di Ognissanti ci apre l’orizzonte del Cielo e ci richiama ad un cammino di conversione autentica.
Quando parliamo di dei santi pensiamo a coloro che stanno con Dio e godono della Sua Gloria, così il nostro spirito si apre alle cose di lassù e respira il clima della speranza.
Noi dobbiamo lasciarci ben impregnare di ‘Cielo’ per poterci liberare o almeno alleggerire dei ‘pesi’ di quaggiù.
I santi ci avvicinano a Gesù, ci mostrano il Suo Santo Volto, accompagnandoci sulla stessa via di Gesù. Essi sono come una incarnazione di Gesù e questo ci impegna ad essere parte di questa famiglia, ad assumere i suoi criteri e a vivere in modo conforme al suo esempio.
I santi sono modelli autentici di vita, e di vita felice.

Mons. Tito Solari Capellari

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Una speranza che si apre all’eternità

Posté par atempodiblog le 31 octobre 2012

Una speranza che si apre all’eternità
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

Il cristianesimo ci svela in che cosa consiste l’aldilà. E annuncia un duplice esito della nostra esistenza terrena, legato all’accoglienza o meno dell’amore di Dio: paradiso o inferno. Con la possibilità “temporanea” del purgatorio…

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C’è un aspetto della vita degli uomini che mi ha sempre colpito molto ed è la cura per i propri morti che continua anche in questo nostro Occidente in gran parte scristianizzato. E che, dunque, non sembra trovare la sua ragione d’essere solo in una dimensione religiosa esplicita. Credo, invece, che sia il segno di un profondo e radicato bisogno degli uomini di ogni tempo e di ogni luogo di credere a una qualche forma di sopravvivenza dopo la morte. Di affermare che quel legame di amore e di familiarità che c’era con chi se ne è andato non si è interrotto del tutto e che in una qualche forma continua a sopravvivere. Tanto che i morti non solo li andiamo a trovare al cimitero per omaggiarli con la nostra visita, cosa abbastanza incomprensibile se si trattasse solo di un cadavere in putrefazione. Ma appartiene all’esperienza comune sentirli in qualche modo ancora vivi e comunque in grado di ascoltarci e di accogliere i nostri sfoghi oppure le nostre richieste d’aiuto. Chi infatti, non ha mai invocato la protezione, per esempio, dei genitori che non ci sono più ma che pure speriamo possano ancora in qualche modo prendersi cura di noi?
Una sorta di istinto, dunque, quello di proiettare la vita oltre la morte o forse un’intuizione che gli uomini hanno colto fin dai bagliori dell’umanità come testimoniano ovunque nel mondo le tante scoperte archeologiche di culto dei morti e degli antenati. E come confermano anche le tante filosofie che si sono succedute nel corso dei millenni e che hanno dato praticamente per scontata l’immortalità dell’anima cioè almeno della parte spirituale dell’uomo.
Il cristianesimo in questo senso non ha fatto altro che confermare quella che era già credenza comune, facendoci conoscere però molte altre cose su quel mondo misterioso che segue alla morte. Anzitutto facendoci capire bene, nella sua Scrittura Sacra e per bocca di Gesù stesso, in che cosa consista questo aldilà. Poi, introducendo una novità assoluta e cioè quella risurrezione della carne che, anticipata in Gesù e in Maria, avverrà per tutti alla fine del mondo, accompagnata da quella prospettiva di trasfigurazione totale anche della materia che darà vita a cieli nuovi e nuove terre.
Il guaio è che, nonostante tutta questa ricchezza di conoscenze e di stimoli per la riflessione, oggi l’argomento “aldilà” è di fatto spesso trascurato anche all’interno del cattolicesimo. Se ne parla poco, infatti, persino nella predicazione, sicuramente se ne parla assai meno di quando in tempi non poi così remoti, la morte con quel che segue costituiva nella coscienza comune una parte essenziale della vita con la quale fare i conti senza troppi pudori, fin dall’aldiqua. Penso che ciò sia l’ennesimo frutto dell’influenza divenuta sempre più forte, nel corso degli ultimi decenni, della mentalità prevalente. E cioè di una visione dell’esistenza che, concentrata in modo esasperato, talvolta spasmodico, sulla vita, non vede altro che l’orizzonte terreno e dunque è praticamente costretta ad accantonare il pensiero della morte. La quale in questo modo è vista, essendo venuta meno una corretta visione religiosa, non come un passaggio verso la vita vera e cioè quella eterna, ma come la fine di tutto e dunque da evitare e da temere come il male assoluto. Ponendola quindi drasticamente alla porta, salvo poi farla rientrare dalla finestra manipolandola a piacimento come una cosa di cui essere padroni, cercandola volontariamente in quel suicidio assistito che è l’eutanasia, ultima tappa sulla via di quella perdita del senso del sacro che caratterizza purtroppo questa nostra epoca.
Cosicché, si ha l’impressione che, nel giusto tentativo di contrastare e di combattere l’eutanasia, qualche volta anche i cattolici rischino di concentrarsi talmente sulla difesa della vita terrena da quasi scordarsi che ne esiste anche un’altra sulla quale alla fine puntare. E che dunque, nella ricerca di distinguere bene che cosa sia accanimento terapeutico e che cosa sia invece lo sforzo di preservare fino al suo termine naturale la vita umana e la sua dignità, occorra fare molta attenzione per non incorrere, magari in buona fede, in una visione di quest’ultima – cioè della vita stessa – parziale e limitata. Sì, perché non solo non dovremmo, almeno noi credenti, aver paura di parlare della morte ma, anzi, abituarci a guardarla intravedendo tuttavia anche quanto le sta dietro. E questo perché, come l’esperienza ha sempre confermato, guardare alla morte e all’aldilà non solo non ci rende tristi ma, al contrario, è l’unica cosa che è in grado di dilatare fino ai suoi estremi quella speranza che nasce dal credere. E questo perché essa, seguendo la fede nel suo percorso che va oltre la fine terrena, giunge fino a quella eternità di vita beata che è l’unica in grado di rispondere davvero ai desideri del nostro cuore.
Con una avvertenza però. E cioè che se si assume la prospettiva cristiana in questo campo, occorre abbracciarla totalmente senza operare sconti. Accettarla, cioè, anche per quegli aspetti che oggi invece molti pongono in discussione. Per quelli belli e desiderabili, dunque, ma anche per quelli negativi.
Intendiamo riferirci in particolare a quell’inferno che infastidisce tanti. I quali, anche quando giungono ad ammetterne l’esistenza, contestano il fatto che esso ospiti davvero qualcuno. Ma come, si chiedono costoro, davvero quel Dio che Gesù ci ha rivelato Padre buono e che la Chiesa ci presenta come somma misericordia potrà condannare qualcuno a una pena eterna? E invece è così, come ribadisce spesso anche il magistero della Chiesa.
Il problema è che l’inferno è una necessità che si collega direttamente a come è stata concepita da Dio stesso questa nostra vita umana strutturata nella libertà di sceglierlo oppure di rifiutarlo. Rifiutarlo, però, con piena coscienza e deliberato consenso, come si diceva una volta riguardo alle condizioni che ponevano in essere un peccato mortale, quello cioè che se non confessato e assolto porta appunto alla dannazione. È sperabile, dunque, che non siano poi molti coloro che si mantengano in una scelta di rifiuto che sia davvero pienamente cosciente e libera fino all’ultimo istante della loro vita. Anche perché la fede ci dice che la misericordia divina bussa in mille modi e in continuazione al nostro cuore non abbandonando mai nessuno. Poi, però, chi avrà resistito nella sua posizione di lucido rifiuto di Dio finirà in quell’inferno che in fondo ha voluto. Il quale non sarà altro che la continuazione per l’eternità proprio di questo stesso rifiuto. E purtroppo, dispiace dirlo, spesso i veggenti delle apparizioni mariane hanno visto questo inferno pieno di anime e a suor Faustina Kowalska Gesù ha chiarito bene che occorre attingere alla sua misericordia in vita perché dalla morte in poi sarà la giustizia ad avere la meglio.
E poi, come sappiamo, ci sono il purgatorio e il paradiso. Anche il purgatorio è una necessità che discende dal fatto che per partecipare con pienezza alla vita divina occorre avere operato quella purificazione che ce ne rende capaci, avere cioè compiuto l’intero itinerario previsto dalla redenzione operata da Gesù. In purgatorio, lo sappiamo, si è già in vista di Dio e questo è moltissimo, ma sarà necessario completare quel cammino verso di lui, quella comprensione e partecipazione profonda del Mistero che in vita non si è attuato. Quella del purgatorio è una intuizione che anche altri itinerari spirituali hanno avuto, a dimostrazione della sua necessità logica una volta entrati nell’ottica della possibilità di una crescita spirituale progressiva da parte dell’uomo. La reincarnazione, in fondo, risponde proprio a questo bisogno: occorre un itinerario di purificazione attraverso varie vite per giungere alla illuminazione. Per questo i santi accettavano ogni croce, perché sapevano che il cammino compiuto su questa terra li avrebbe portati da subito, dopo la morte, più vicini a Dio e dunque a quella beatitudine che chiamiamo paradiso.
Sì, quel paradiso che è il culmine della nostra speranza e, in essa, anche della nostra gioia. Non è facile immaginarlo proprio perché noi qui su questa terra non riusciamo a fare un’esperienza in cui sullo sfondo non stiano il senso del limite, della fine, della sofferenza. Forse, a tratti, possiamo intuirlo in alcuni momenti particolarmente felici, in quegli istanti di pura contemplazione che qualche volta Dio ci regala. Ma poi, si torna inevitabilmente alla nostra realtà umana, intrisa di bene e di male.
E invece il paradiso sarà questa partecipazione piena, questa comprensione totale tra tutti noi e con Dio. Sarà la fine dei conflitti, delle contraddizioni e delle incomprensioni, l’amore vissuto in pienezza senza ostacoli e senza limiti. Non è immaginabile nulla di più bello, nulla di più desiderabile. La nostra esperienza attuale è così lontana da esso che ci vuole un po’ di coraggio per crederci davvero. Ci vuole un po’ di applicazione per entravi dentro con il pensiero e per abbandonarvisi. Ma conviene farlo, perché se ne ritorna caricati e rigenerati non solo nello spirito.
Ma non è ancora tutto perché c’è un altro aspetto della fede cristiana davvero sorprendente. Se infatti, quell’aldilà che abbiano tentato di abbozzare con qualche limitata espressione è il regime che vige fino alla fine del tempo poi, a questo, qualche altra cosa si aggiungerà. Sarà la risurrezione dei corpi, sarà la trasfigurazione del mondo intero, sarà una sorta di purificazione globale che riguarderà l’intera creazione. Ci è difficile andare oltre nel dire. Mancano le parole per definire tutto ciò che pure con certezza appartiene alla fede. Possiamo intuire qualcosa guardando a Gesù risorto. A quelle sue possibilità di dominare la materia, entrando e uscendo dal suo corpo ma anche dai muri del cenacolo. Una identità precisa, ma non sempre sulle prime immediatamente riconoscibile. Oppure guardando a Maria, che nella sue apparizioni assume fisionomie diverse, segno anch’esse di una libertà di tipo nuovo di fronte alla materia rispetto a quella che sperimentiamo in questo nostro mondo.
Ma si tratta solo di qualche frammento di luce, solo di qualche flash anticipatore. Sufficiente tuttavia per farci capire che qualcosa di misterioso avverrà affinché questa creazione – gesto di profondo amore del Padre unito al Figlio e allo Spirito, motivo della incarnazione e della redenzione – partecipi tutta, uomo compreso, alla grande festa dell’eterna e beata vita divina. 

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La morte

Posté par atempodiblog le 28 octobre 2012

La morte dans Don Dolindo Ruotolo tombadondolindo

L’anima: Sono piena di vita, e mi pare quasi di non dovere mai morire. Fantastico desidero gioie della terra, eppure certamente verrà anche per me il giorno nel quale rimarrò esanime ed immobile sul lette del mio dolore, e la scena di questo monde sarà per sempre sparita da me!… Pochi giorni di malattia prepareranno il mio ultimo giorno… forse esso mi sopraggiungerà anche improvvisamente, forse anche violentemente: io non lo so. Quello che so certamente è che passerà questa vita, e mi troverò al cospetto di Dio, dove renderò conto di tutto, anche di una parola vana od oziosa!
Quanto terribile sarà il punto della morte per me: il corpo si infiaccherà, l’affanno opprimente mi toglierà il respiro, le rimembranze della vita mi turberanno, il demonio mi assalirà con grande ira…
O Maria, Mamma mia, verrai tu vicino al letto del mio dolore; tempererai Tu la terribile angoscia di quei momenti? Oh, io ti attendo, poiché è troppo amara quell’ora per me, che non ricordo nella mia vita che ingratitudini e peccati!
Il pensiero della morte non deve essere sterile per me, ora che ho ancora tempo e posso prepararmi fin da ora. Voglio staccarmi da tutto ciò che può darmi pena nella morte, voglio rinunziare a tutte le vanità, voglio vivere cristianamente, per trovarmi allora un tesoro di meriti. Aiutami Tu, o Maria, a vivere bene, affinché io non rimanga allora oppressa dalla mia grande responsabilità.

Maria: Figlia mia, ricordati che Gesù ti ha dato un tesoro che deve servirti prorio nella morte, ed è il santo Viatico ed il Sacramento dell’Unzione degli infermi. Quando ti accorgerai che la tua vita reclina, reclama tu stessa questo Sacramento, perché è tanto facile che la falsa e crudele compassione dei tuoi familiari te ne privi. Vivi, poi, come se ogni giorno dovessi morire, e misura, con questo pensiero, i tuoi desideri e le tue vanità. La morte così ti troverà preparata, e tu, nel Cuore di Gesù e nel mio, esalerai l’ultimo respiro e sarai salva in eterno.

Giaculatoria: Dalla morte eterna liberami, o Signore.

Fioretto: Fa’ una preghiera per i moribondi.

di Don Dolindo Ruotolo
Una profonda riforma del cuore alla scuola di Maria – Casa Mariana

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