Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”)

Posté par atempodiblog le 13 octobre 2017

Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”)
Solo grazie a Maria la fede cristiana può calarsi totalmente nella storia. Come dimostrano le apparizioni in Portogallo e, oggi, le preghiere dei polacchi
di Valerio Pece – Tempi

Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”) dans Apparizioni mariane e santuari Santo_Rosario

«Una volta che pregavo per la Polonia, udii queste parole: “Amo la Polonia in modo particolare e, se ubbidirà al Mio volere, l’innalzerò in potenza e santità. Da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo alla Mia ultima venuta”». Così scriveva santa Faustina Kowalska sul suo Diario della Divina Misericordia. Era il 1938. Nessuno può sapere se l’iniziativa partita dai laici polacchi e prontamente appoggiata dalla locale Conferenza episcopale (parliamo del milione di fedeli che sabato 7 ottobre hanno recitato il Rosario lungo il confine: una catena umana lunga 3.500 chilometri) sia proprio quella “scintilla” di cui parla suor Faustina Kowalska. È molto probabile, però, che la commovente impresa del popolo polacco servirà a chiudere definitivamente i conti con una certa teologia mariana, quella «che negli ultimi Cinquanta anni ha subìto un’amarissima epoca glaciale», per usare l’espressione del noto teologo tedesco George Söll. Il tempo, insomma, avrebbe dato ragione ai fedeli legati alla Tradizione, strappando Maria da un certo “minimalismo teologico”.

La crisi però è durata molto, forse troppo. Grave l’allarme lanciato da padre De la Potterie, biblista belga, secondo cui «è un fatto indiscutibile che la Mariologia non trovi quasi più posto nei programmi di studio teologico», perché, come ammette il teologo spagnolo Ignacio Calaguig, «venne rifiutata dai trattati dei teologi progressisti». Già nel ’79 il francescano Antonio Baslucci parlava della crisi mariologica come di «un vero iconoclastismo teologico ai danni della pietà cristiana», mentre René Laurentin, la più grande autorità mondiale in materia, più recentemente ha riferito di una mariologia «ormai ridotta a uno scheletro, a un ectoplasma». Anche il cardinal Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I, parlò di atteggiamento “schifiltoso” da parte di molti teologi, tanto che in una famosa udienza, a chi si mostrava incredulo di fronte alla potenza del Rosario, pur ripiegando sul suo proverbiale umorismo rispose con un significativo riferimento biblico: «Naam siro, grande generale, per guarire dalla lebbra disdegnava il bagno nel Giordano suggerito da Eliseo. Qualcuno fa come Naaman: “Sono un gran teologo, un cristiano maturo, che respira Bibbia a pieni polmoni, e mi si propone il Rosario?”».

Gli allarmi lanciati da molti teologi dicono che la débâcle della mariologia post-conciliare è stata deleteria, al punto che non ne ha risparmiato una certa involuzione nemmeno l’operato di figure di indubbio fascino e carisma. Dopo essersi schierato a favore di divorzio e aborto, il frate servita (e poeta) David Maria Turoldo, sulla piazza del valtellinese santuario mariano di Tirano, con un gesto eclatante, «per indicare che col Concilio tutto si rinnova – così racconta lo scrittore toscano Tito Casini – ha spezzato la corona del Rosario». Proprio quel Rosario («salterio dei poveri e compendio di tutto il vangelo» secondo le parole di Pio XII) che è la preghiera che sta maggiormente a cuore alla Madonna, se è vero che a Lourdes e a Fatima è apparsa con il Rosario in mano chiedendone la recita. Perfino gli scritti di monsignor Tonino Bello, per molti altri versi figura straordinaria, non può dirsi che abbiano aiutato la mariologia a risollevarsi dalla “svolta antropologica” rahneriana, quella che ha portato la teologia a misurare Maria non più alla perfezione di Dio, ma all’imperfezione dell’uomo. Nel suo Maria donna dei nostri giorni (San Paolo, 1993) il vescovo pugliese per anni presidente di Pax Christi scriveva di un’adolescente da immaginare «mentre nei meriggi d’estate risale dalla spiaggia, in bermuda». Di una «donna feriale» che «come tutte le mogli avrà avuto momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com’era, non sempre avrà capito i silenzi», e che nella casa di Elisabetta «pronunciò il più bel canto della teologia della liberazione». Siamo molto lontani dalla “Donna vestita di sole”, dalla Theotókos, dall’Immacolata, colei che distruggerà ogni eresia schiacciando la testa del serpente.

Sono i frutti a dire che la mariologia moderna – sulla carta più fondata biblicamente, più elevata spiritualmente e più ricca pastoralmente – abbia palesemente fallito. Un voluminoso studio del clarettiano padre Angel Pardilla indica che, tra il 1965 e il 2005, proprio gli istituti più innervati della nuova teologia mariana sono stati pressoché dimezzati: dai Servi di Maria (che hanno perduto il 61 per cento) ai Monfortiani (scesi del 51 per cento). Senza contare i Missionari Oblati di Maria (-40 per cento) e i Marianisti (-54 per cento). Nell’approfondita indagine di padre Pardilla in realtà un’eccezione esisteva: l’unico istituto di impronta mariana in continua crescita, in effetti mantenutosi fedele alla mariologia di sempre, erano i Francescani dell’Immacolata. L’ordine è stato commissariato nel 2013.

De Maria numquam satis, su Maria non si dirà mai abbastanza, tanto che «se vogliamo essere cristiani dobbiamo essere mariani» (Paolo VI). Se i polacchi fedeli a Maria sono addirittura arrivati ad essere sotto attacco, bisognerebbe riflettere non poco su quanto scriveva Henry Newman, che da teologo anglicano qual era confessò di essere stato tenuto lontano dalla Chiesa cattolica per quella che la Riforma protestante chiamava con dispregio “mariolatria”. Nel suo Ipotesi su Maria Vittorio Messori ricorda che il cardinal Newman, da buon inglese empirico, venne convertito al cattolicesimo semplicemente dall’osservazione dei fatti. «Se diamo uno sguardo all’Europa – scriveva il beato Henry Newman – vediamo che hanno smesso di adorare il suo Divin Figlio, per passare ad un banale umanesimo, non i popoli che si sono distinti per la devozione a Maria, ma proprio quelli che l’hanno rifiutata. I cattolici, ingiustamente accusati di adorare una creatura al posto del Creatore, lo adorano ancora. Mentre i loro accusatori, che avevano preteso di adorare Dio con maggior purezza e fedeltà alla scrittura, hanno cessato di adorarLo».

Con l’“evento-Fatima”, di cui oggi, venerdì 13 ottobre 2017, si ricordano solennemente i 100 anni dall’ultima apparizione, siamo spettatori di una religione totalmente calata nella storia, in cui a Covra da Iria oltre 70 mila persone hanno assistito al miracolo del sole, e dove Maria ha mostrato l’Inferno ai tre piccoli pastorelli. Chi nega l’Inferno – che, come affermava Karl Ranher, esiste solo «sulla carta ma non nella realtà» – si appella alla “dottrina della Misericordia”, in forza della quale sussisterebbe un’incompatibilità tra l’infinita bontà di Dio e la possibilità di una dannazione eterna. Paradossalmente, però, a scompaginare le carte è proprio colei che la Chiesa presenta come l’“Apostola della Divina Misericordia”, santa Faustina Kowalska, la suora polacca canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II. La sua impressionante descrizione dell’Inferno (dove sarebbe stata trasportata da un angelo), esattamente come quella di Lucia di Fatima, a un occhio appena attento, della tanto strattonata Divina Misericordia costituirebbe proprio un segno tangibile. Sarebbe, cioè, l’antidoto contro il veleno somministrato con la negazione di quel dogma di fede (l’Inferno è de fide, piaccia o no a Eugenio Scalfari, che con uno zelo degno di miglior causa su Repubblica ha affermato che il Santo Padre in persona lo avrebbe «abolito»). Il ricordare all’uomo la necessità impellente della sua conversione nonché il suo possibile destino eterno in caso di ostinato rifiuto di Dio – esattamente il cuore del messaggio di Fatima – non può, dunque, non essere considerato “misericordia”, per giunta salvifica.

Nel 1967 la stessa suor Lucia piangeva calde lacrime sul calo della devozione al Cuore Immacolato di Maria. Intrigante, sul punto, è il racconto del vescovo slovacco Paolo Hnilica, colui che si batté per inserire la condanna del comunismo nella Costituzione dogmatica Gaudium et Spes e che nel 1984, secondo la richiesta fatta dalla Vergine a Fatima, si recò sulla Piazza Rossa di Mosca per consacrare segretamente la Russia al Cuore Immacolato di Maria. Così scriveva monsignor Hnilinca: «Nel giorno del 50esimo anniversario delle apparizioni incontrai suor Lucia insieme con il Vescovo di Fatima, il quale ci invitò a visitare le tombe dei due Beati, Francesco e Giacinta. Il vescovo mi tirò la veste e disse: “Guardi Lucia!”. La guardai e vidi che piangeva amaramente. E il vescovo: “Piange perché sua cugina Giacinta sul letto di morte le disse: ‘Lucia, ricordati di quello che ha detto la Madonna: Vengo presto a prendervi, tu rimarrai più a lungo con l’unico scopo di diffondere la devozione al Cuore Immacolato di Maria’”. Il vescovo continuò: “Suor Lucia piange perché si sente fallita”».

I cattolici polacchi – e quelli italiani che su invito dell’Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani (Aiasm) il 13 ottobre pregheranno il Rosario in tutta Italia – hanno semplicemente compreso quella verità che Vittorio Messori ha così sintetizzato: «Se dimentichiamo quella radice umana che è Maria, il messaggio di Gesù si degrada in spiritualismo, moralismo, come dimostra la drammatica deriva protestante. Oggi, quando è in gioco la stessa possibilità di credere, è urgente ritrovare la presenza di una Donna che tiene al riparo dall’errore e rafforza le basi della fede». Quella Maria che oggi fa così paura, diventata improvvisamente “divisiva” anche tra gli stessi cattolici, non è il «tumore del cattolicesimo» (secondo la devastante espressione dell’osannato Karl Barth), ma nient’altro che la materna difesa e la precisa conferma della più pura e genuina cristologia. È per questo che su Maria, nemica di tutte le eresie, non si dirà mai abbastanza.

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Nostra Signora tra le Rivoluzioni: Fatima ci salva

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2017

Nostra Signora tra le Rivoluzioni: Fatima ci salva
di Riccardo Barile – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

Nostra Signora tra le Rivoluzioni: Fatima ci salva dans Apparizioni mariane e santuari Fatima

Tantissimo si può scrivere su Fatima, beninteso restando nei limiti delle apparizioni o rivelazioni «permesse come da credere piamente con fede solo umana, secondo la tradizione che veicolano, confermata da idonee testimonianze e documenti» (Congregazione dei Riti 12.5.1877). Va da sé che il sottoscritto “ci crede” e scrive per quelli che “ci credono”.

La ricorrenza quest’anno del centenario della Rivoluzione di Ottobre sollecita a cogliere il fatto che Fatima si incastona tra due rivoluzioni: del Portogallo prima e della Russia poi. Infatti all’inizio delle apparizioni il Portogallo era giunto al culmine di un processo politico che ne prevedeva la scristianizzazione; a sua volta un mese dopo l’apparizione conclusiva ebbe luogo in Russia la Rivoluzione di Ottobre con gli stessi intenti, ma con maggior incidenza internazionale. E forse la Madonna non scelse a caso le date delle apparizioni.

TRA DUE RIVOLUZIONI

In Portogallo dal 1833 il partito liberale si fece sempre più forte. Il 5 ottobre 1910 cadde la monarchia con Manuele II, nipote della regina Maria Pia di Savoia. Nello stesso anno fu emanata la legge della separazione della Chiesa dallo Stato a firma di Afonso Augusto da Costa (1871-1937), ministro della giustizia e poi tre volte primo ministro. Nel 1911 Costa dichiarò che in pochi decenni sarebbe scomparso dal paese ogni influsso religioso cristiano.

Il 24 maggio 1911 san Pio X intervenne con l’Enciclica Iamdudum in Lusitania (Già da tempo in Portogallo) denunciando un «odio implacabile verso la religione cattolica», che di fatto comportava: separazione della Chiesa dallo stato; persecuzione di vescovi ed espulsione di religiosi; eliminazione di festività religiose e dell’insegnamento cristiano nelle scuole con programmi atei; difficoltà burocratiche nell’aiutare economicamente le parrocchie e organizzazioni laiche per la gestione delle stesse; intromissioni nella educazione e nei programmi di scuola dei seminaristi; difficoltà a far circolare i documenti papali o romani; benefici per i preti che si fossero sposati e per le rispettive mogli e figli ecc. (EE 4/346-353).

Nel 1917 Afonso Augusto da Costa era di nuovo al governo, un terzo mandato che curiosamente quasi coincise con il periodo delle apparizioni: queste coprirono il lasso di tempo dal 13 maggio al 13 ottobre e nello stesso anno Costa fu primo ministro dal 25 aprile all’8 dicembre. Poi, dopo un nuovo colpo di stato, fu esiliato a Parigi dove morì.

In Russia invece la Rivoluzione di ottobre seguì di un mese l’ultima apparizione del 13 ottobre 1917, quando con l’insurrezione del 7-8 novembre (25-26 ottobre secondo il calendario giuliano vigente in Russia) i bolscevichi inaugurarono il governo rivoluzionario sotto la presidenza di Vladimir Lenin († 1924), governo che, dopo una guerra civile, si consolidò definitivamente nel 1921-1922. E cominciarono anni di ateismo civile e culturale con persecuzioni ai cristiani: sotto Lenin, sebbene nel febbraio 1922 il Patriarca Tykhon avesse invitato a consegnare gli oggetti di valore delle chiese per soccorrere la popolazione, furono messi a morte 2691 preti, 1962 monaci, 3447 monache, 2 metropoliti e 40 vescovi; sotto Josif Stalin († 1953) furono chiuse tantissime chiese di campagna e nel 1932 fu varato un piano quinquennale che prevedeva: «Con il 1° maggio 1937 la nozione stessa di Dio sarà cancellata dalla mente del popolo»; sotto Nikita Kruscev († 1971) fu instaurato un clima di controllo statale che portò alla chiusura di circa 15.000 chiese, 5 seminari, 55 monasteri.

I BAMBINI VEGGENTI E LA POLITICA

Aljustrel, paese natale di Lucia, Giacinta e Francesco, era uno sperduto villaggio dove i fermenti culturali e politici arrivavano attutiti. La presenza del governo era avvertita solo quando i giovani venivano prelevati per andare in guerra con il rischio di morirvi. Molti bambini, e all’inizio i veggenti con loro, erano analfabeti. Lucia farà difficoltà a datare certi avvenimenti dell’infanzia «perché in quel tempo io non sapevo ancora nemmeno il giorno dei mesi» (Lettera del 18.5.1941). Dalle testimonianze sembra che i veggenti non avvertissero la politica massonica e anticristiana del governo e neppure sapessero dov’era la Russia.

Di fatto i veggenti sperimentarono l’arresto e la reclusione da parte del sindaco di Vila Nova de Ourém Artur de Oliveira Santos a metà agosto 1917 e Lucia nel 1918 o 1919 fu impedita di recarsi a Cova da Iria da due militari a cavallo in quanto «il governo non vedeva di buon occhio lo svolgersi degli avvenimenti»; sempre Lucia mentre si trovava a Lisbona sospettò di essere ricercata dal governo (II Memoria): questi pochi cenni si limitano a constatare l’opposizione a Fatima, ma non raggiungono la percezione di una politica massonica anticristiana più vasta. Anche quando il 25.3.1997 – a 80 anni dalle apparizioni – Lucia firma il libro Scritti e ricordi (Ed. Vaticana 2017), la descrizione del paese d’infanzia (pp. 23-33) è cristianamente idilliaca e senza il minimo cenno alla situazione politica. Per cui, se la Madonna apparendo toccò questo tasto, si trattò veramente di una iniziativa sua e non dei veggenti.

LA MADONNA INTERVIENE

Le apparizioni della Madonna furono precedute da tre apparizioni di un angelo nel 1916. Nella seconda l’angelo chiese ai veggenti preghiera e sacrifici per uno scopo: «Attirate così la pace sulla vostra patria. Io sono il suo Angelo custode, l’angelo del Portogallo». L’angelo riprese la categoria degli “angeli delle nazioni” (Dn 10,13), insinuando ai veggenti che le sorti della loro nazione non erano solo nelle mani dei governanti di turno. Nello stesso senso il 13 luglio 1917 la Madonna promise: «In Portogallo si conserverà sempre il tesoro della fede ecc.» (IV Memoria), promessa che supponeva un pericolo reale per la fede. E furono il pellegrinaggio e la fede suscitati a Fatima che cambiarono in meglio la situazione (alcuni però leggono il “ecc.” come premessa di qualcosa che non è ancora stato manifestato).

Nella stessa apparizione del 13 luglio, quella del “segreto” (reso pubblico dalla Santa Sede: EV 19/986-989) la Madonna citò la Russia: «verrò a chiedere la consacrazione della Russia», la quale «si convertirà e (gli uomini) avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa» (EV 19/988). Era la “politica” della Madonna per la Rivoluzione di ottobre e il suo seguito! Pio XII consacrò la Russia con la Lettera apostolica Sacro vergente anno (7.7.1952: EE 6/1990-2009) e Giovanni Paolo II con un Affidamento del 1981, ripetuto nel 1982 e 1984 (EV 19/981-982). A detta di mons. Bertone, «Suor Lucia confermò personalmente che tale atto solenne e universale di consacrazione corrispondeva a quanto voleva nostra Signora» (EV 19/983), ma ad oggi non tutti sono d’accordo.

La Madonna preannunciò una seconda guerra mondiale e mostrò una processione verso una Croce con l’uccisione di un vescovo vestito di bianco e altri sacerdoti e fedeli (EV 18/989).

COME E PERCHÉ LA MADONNA INTERVENNE

Come mai la Madonna intervenne? Perché l’uomo è sociale e se una società, la sua cultura, il suo governo ecc. contrastano la fede, la fede di molti rischia di spegnersi. Ora, nel momento in cui le forme di governo cambiano, il rischio è di allontanare Dio e così capitò quando il popolo chiese un re e Dio disse a Samuele: «Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro» (1Sam 8,7). Certi profondi cambiamenti politici sono opportuni e talvolta necessari, ma è proprio qui che si insinua la concupiscenza umana (1Gv 2,16) come desiderio di dominio e oppressione (Mt 20,25) producendo anche sugli altri una «affermazione di sé contro gli imperativi della ragione» (CCC 377). Ed ancora è qui che si insinua l’azione del demonio.

La Madonna non sponsorizzò nessun sistema politico, ma chiese atteggiamenti contrari e correttivi verso quanto sopra. Chiese la comunione riparatrice ai primi sabati del mese e, «in modo sorprendente per persone provenienti dall’ambito culturale anglosassone e tedesco», la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato e a tutti la devozione a questo stesso Cuore, nel quale volontà di Dio «diviene il centro informante di tutta quanta l’esistenza» (Card. J. Ratzinger, Commento teologico: EV 19/1012). Chiese la penitenza e la preghiera per i peccatori.

In questo modo la società poteva cambiare assetto politico, ma conservando il riferimento a Dio. Soprattutto si evitava di assolutizzare il cambiamento e mentre esso avveniva i cuori restavano fissi dove è la vera gioia: «ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia» (Domenica XXI ordinario). Senza dimenticare di pregare e sacrificarsi, perché «molte anime vanno all’inferno perché non hanno nessuno che si sacrifichi e preghi per loro» (IV Memoria).

FATIMA UN MESSAGGIO DI SVENTURA?

Anche se le rivoluzioni produssero sventure, c’è in Fatima una positività.

La positività stessa che la Madonna interviene nella nostra storia anche politica, certo non di suo ma per iniziativa divina e per ricondurre al Padre per Cristo nello Spirito.

La positività della apparizione finale (13 ottobre 1917), quando san Giuseppe e Gesù Bambino e poi adulto – nostro Signore – «parevano benedire il mondo» (IV Memoria).

La positività del “segreto” (13 luglio 1917), che, dopo la visione delle sofferenze e dei martiri sotto un grande Croce, così termina: «sotto i due bracci della Croce c’erano due angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio» (EV 19/989). L’allora card. Ratzinger, nel già citato Commento teologico, ne traeva la conclusione che «nessuna sofferenza è vana, e proprio una Chiesa sofferente, una Chiesa dei martiri, diviene segno indicatore per la ricerca di Dio da parte dell’uomo (…): dalla sofferenza dei testimoni deriva una forza di purificazione e di rinnovamento, perché essa è attualizzazione della stessa sofferenza di Cristo e trasmette nel presente la sua efficacia salvifica» (EV 19/1019).

Tutto questo all’interno delle rivoluzioni, ma vissute con il messaggio di Fatima.

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Schönborn: “Amoris laetitia è in linea con il Catechismo di Wojtyla”

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2017

Schönborn: “Amoris laetitia è in linea con il Catechismo di Wojtyla”
Il cardinale arcivescovo di Vienna è stato segretario di redazione del testo approvato da Giovanni Paolo II esattamente 25 anni fa
di Jacopo Scaramuzzi – Vatican Insder

Schönborn: “Amoris laetitia è in linea con il Catechismo di Wojtyla” dans Cardinale Christoph Schönborn Cardinale_Christoph_Sch_nborn

Con la sua esortazione apostolica sulla famiglia Amoris laetitia «Papa Francesco è totalmente in linea con il Catechismo». Lo afferma il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e figura-chiave dei due Sinodi sulla famiglia (2014-2015), in un passaggio di una intervista a Kathpress in occasione dei 25 anni della approvazione del Catechismo della Chiesa cattolica da parte di Giovanni Paolo II (11 ottobre 1992), testo del quale il porporato è stato «segretario di redazione».

Schönborn, che il Papa ha più volte citato come riferimento teologico sullaAmoris laetitia e che nei mesi scorsi è già intervenuto a commento dei dubbi («dubia», in latino) indirizzati da quattro cardinali alla esortazione apostolica del Papa sulla famiglia , risponde ad una domanda relativa al fatto che gli ultimi 25 anni hanno portato sviluppi, ad esempio tramite i due sinodi sulla famiglia, la riscoperta del «Dio misericordioso» e, appunto, la Amoris laetitia.

«Vale la pena notare – afferma Schönborn– che la terza parte del Catechismo, che tratta della morale, fornisce esattamente i presupposti che Papa Francesco fa valere nella Amoris laetitia: egli cita a più riprese il Catechismo, la sezione del Catechismo sulla morale, dove accanto alla chiara formulazione delle norme viene anche rivolto lo sguardo alla vita della persona, alla natura condizionata del comportamento umano, alla libertà della persona, alla responsabilità della persona, alle condizioni di vita e alla situazione concreta nella quale ha luogo l’azione morale della persona. È stato un grande passo, direi quasi una svolta, il fatto che il Catechismo qui abbia dedicato una più forte attenzione al soggetto che concretamente agisce, alla persona in azione, e non solo alla oggettività delle norme».

«Penso che il dibattito sulla Amoris laetitia sarebbe molto più pacifico se i critici studiassero approfonditamente la morale fondamentale del Catechismo, che è totalmente orientata a Tommaso d’Aquino: vale a dire che ogni azione morale accade in una storia, nella storia di una persona concreta, con le specificità, le possibilità, le premesse, le circostanze di vita, i limiti e le possibilità della propria libertà. Guardare da vicino ad essa e renderla visibile e percepibile quale spazio vitale concreto in cui si deve realizzare l’ideale concreto del matrimonio cristiano: questo, io credo, è l’importante contributo della Amoris laetitia, che si fonda totalmente sulla prima sezione della terza parte del Catechismo che tratta delle condizioni dell’agire umano. Suggerisco vivamente – conclude l’arcivescovo di Vienna – di leggere questa parte del Catechismo come introduzione della Amoris laetitia. In tal modo si comprenderà velocemente che Papa Francesco è totalmente in linea con il Catechismo».

Nell’intervista a Kathpress Schönborn si rammarica tra l’altro del fatto che nel mondo germanofono persistano antichi pregiudizi attorno al Catechismo. È un testo, afferma, che «spesso – grazie a Dio non dovunque – viene guardato un po’ dall’alto in basso. Con un po’ di ironia e con un antico e ripetuto pregiudizio secondo il quale è preconciliare. Ma l’idea stessa del catechismo non è un’idea preconciliare. Siamo nell’anno di Lutero. Il grande successo di Lutero è stato decisamente il “Piccolo Catechismo” e anche il “Grande Catechismo”. L’idea geniale di Lutero è stata di riassumere la fede in brevi dichiarazioni e poi presentarla in un catechismo più grande per coloro che dovevano trasmettere la fede in modo più elaborato. Ma perché nel mondo tedesco il catechismo non sia più ricevuto, per me appartiene ai “Mysteria”, i segreti che non posso spiegare, ma che mi dispiacciono».

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Commemorazione del 25° del Catechismo della Chiesa Cattolica

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Commemorazione del 25° del Catechismo della Chiesa Cattolica
Tratto da: Radio Vaticana

Commemorazione del 25° del Catechismo della Chiesa Cattolica dans Articoli di Giornali e News Catechismo_della_Chiesa_Cattolica

Ricorre oggi il 25° anniversario della firma della Costituzione apostolica Fidei Depositum da parte di San Giovanni Paolo II, testo che accompagnava l’uscita del Catechismo della Chiesa Cattolica (Ccc). Per questo motivo si svolgerà una solenne commemorazione con la presenza di Papa Francesco nell’Aula Nuova del Sinodo. L’inizio della commemorazione è previsto per le ore 16:00.

Il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che ha la competenza del Catechismo della Chiesa Cattolica, ha organizzato per l’occasione un incontro con la partecipazione di cardinali, vescovi, ambasciatori, teologi, rettori e professori, esperti di catechesi, catechisti e catechiste, parroci, sacerdoti, religiosi e seminaristi, così da garantire una rappresentanza eterogenea del panorama verso cui il Ccc si rivolge e dal quale allo stesso tempo trae la sua linfa vitale.

Sarà mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, a offrire la riflessione introduttiva a questa giornata. A seguire sono previsti gli interventi di mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino; del card. Christoph Schönborn, che all’epoca era il Segretario della Commissione di vescovi e cardinali incaricati della redazione del Ccc, e della Prof.ssa Katharina Karl, docente di teologia pastorale e educazione religiosa presso l’Università Filosofica-Teologica di Münster. Alle 18:15 ci sarà l’intervento del Santo Padre.

Parallelamente al contributo dei relatori, nell’atrio dell’Aula Paolo VI, è stata allestita una mostra dei volumi del Catechismo e del suo compendio nelle diverse lingue in cui sono stati tradotti e diffusi nel mondo: latino, gaelico, farsi, swahili, giapponese e coreano sono solo alcune delle quasi 50 traduzioni raccolte, senza contare le sue trasposizioni in braille, in video e in diversi supporti digitali.

In questa stessa occasione, inoltre, verrà presentato il nuovo Commento Teologico al Catechismo della Chiesa Cattolica, delle Edizioni San Paolo, nella sua edizione che accorpa in un unico volume il Commento e il Catechismo. Il Commento Teologico con la prefazione di Papa Francesco è uno strumento redatto con l’aiuto di quaranta autori internazionali che si sono cimentati nel commento di ogni articolo del Catechismo per permettere una fruizione più ampia dei contenuti della fede.

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Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

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“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

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Abusi sui minori. Joanna Schields: vi spiego perché i vostri figli hanno paura di parlare di web

Posté par atempodiblog le 10 octobre 2017

Abusi sui minori. Joanna Schields: vi spiego perché i vostri figli hanno paura di parlare di web
Gap crescente tra adulti e ragazzi. Da una parte, genitori e insegnanti ignorano i misteri immensi della Rete, dall’altra i ragazzi ne fanno un uso costante ma di quello che lì dentro vivono e sperimentano non ne parlano con nessuno. Perché si vergognano o temono di non essere capiti. Intervista alla boronessa Jaonna Schields, ministro del governo Uk per la sicurezza su Internet e fondatrice della Rete, “WEprotect”
di M. Chiara Biagioni – Agenzia SIR

Abusi sui minori. Joanna Schields: vi spiego perché i vostri figli hanno paura di parlare di web dans Articoli di Giornali e News Rischio_WEB

Il vero problema è che il mondo degli adulti non è sufficientemente consapevole di quanto tempo i ragazzi passano navigando nel mondo digitale, di cosa fanno una volta varcata la soglia del digital world e soprattutto quali contenuti, immagini, proposte trovano. Un gap di conoscenze, esperienze e utilizzo dei mezzi che si sta sviluppando nel momento sbagliato perché mai come adesso i ragazzi hanno bisogno dell’aiuto e del supporto degli adulti. La baronessa Joanna Schields ha dedicato la sua vita ad esplorare questo mondo e a prendersene cura sia come ministro del governo britannico per la sicurezza su Internet sia fondando nel 2014 WePROTECT che nel tempo è diventata una delle maggiori piattaforme di azione per combattere ogni forma di abuso e sfruttamento on line. È stata co-promotrice insieme al Centre for Child Protection della Pontificia Università Gregoriana del primo congresso globale su “La protezione dei minori nel mondo digitale” che, dal 3 al 6 ottobre, ha riunito a Roma i maggiori esperti del settore, medici, psicologi, studiosi delle nuove tecnologie ma anche rappresentanti di governo e di religioni.

Cosa vi preoccupa di più?
La cosa importante che è emersa da questo congresso è l’impatto che il mondo digitale ha sulla vita e la crescita dei bambini. Prendiamo però la pornografia e la pornografia estrema. Abbiamo visto come l’esposizione sul web ad immagini estreme abbiano un impatto grave sull’idea che i giovani si stanno costruendo della sessualità. Alcuni esperti ci hanno mostrato come il cervello dei teenager non è ancora del tutto sviluppato, si sta evolvendo verso il pensiero complesso, sono ancora nella fase di crescita, forse la più importante e decisiva per il loro futuro. Esporli ad immagini di violenza estrema, alla pornografia come pure a idee radicali, sebbene le reazioni possono essere diverse, significa comunque stimolarli a realtà che avranno un impatto definitivo dal punto di vista sia emozionale sia fisiologico.

Il mondo degli adulti ne è consapevole?
Ogni nuova innovazione porta con sé novità, evoluzioni e conseguenze sulla vita delle persone che solo con il tempo verranno studiati e analizzati. È certo che i bambini presentano oggi una capacità di interagire con i nuovi mezzi tecnologici che è molto più sviluppata rispetto sia ai loro genitori sia ai loro insegnanti. E questo gap tra il mondo degli adulti e il mondo dei nostri ragazzi si sta evolvendo proprio nel momento meno opportuno. Perché è proprio adesso che i nostri bambini hanno bisogno del nostro supporto e la maggior parte di noi non ha né la conoscenza né la preparazione né i mezzi necessari per supportarli.

Noi non abbiamo nemmeno l’idea a cosa i ragazzi possono essere esposti una volta varcata la soglia del web e a causa di questa ignoranza, loro hanno paura di parlarne con i genitori. Hanno paura di parlarne anche con gli insegnanti, perché si vergognano, magari non vogliono essere giudicati, sanno che quello che hanno visto o fatto è sbagliato e per questo non si confidano con nessuno.

Soluzioni?
Faccio parte del governo britannico come ministro per la Sicurezza in Internet. La gente spesso ci chiede: che cosa intendente fare? Le nuove tecnologie informatiche aprono ad un mondo che non conosce frontiere tra i Paesi. Questo fa sì che nessun governo può pensare di legiferare e, quindi, controllare ciò che succede nel cyber spazio.

Abbiamo pertanto bisogno di un approccio coordinato per un’azione globale di protezione dei minori sul web, che prenda dentro governi, compagnie, organizzazioni non governative, società civile. Ed è proprio quello che questo congresso ha cercato di fare, mettere insieme tutti i soggetti coinvolti, far emergere le sfide, cercare soluzioni.

Lei ha partecipato al congresso anche come rappresentante del governo britannico. Che impressione le fa collaborare e partecipare ad una iniziativa che è stata promossa e ospitata dalla Chiesa cattolica?
Penso che sia una cosa meravigliosa. La Chiesa sta cercando di dire: “Abbiamo anche noi un ruolo da svolgere e vogliamo essere parte di questo progetto, vogliamo essere parte della soluzione”.

La Chiesa, come lei sa benissimo, ha conosciuto purtroppo al suo interno fatti gravissimi di abusi sessuali. 
Sì, certo. Credo però che il fatto di essersi impegnata su questo fronte, il fatto di sentirsi così fortemente coinvolta sia parte del suo processo di guarigione. È importante che oggi la Chiesa senta e viva questo lavoro di protezione e sicurezza dei minori, come un impegno e una responsabilità per il futuro. È segno di una Chiesa non ripiegata sul suo passato, ma aperta a costruire un futuro nuovo.

E cosa pensa del ruolo di papa Francesco. 
Il Papa è molto impegnato nel mondo digitale. Ne fa anche un suo intelligente, per esempio utilizzando twitter per diffondere il suo messaggio ma è anche consapevole di ciò di cui hanno bisogno i bambini nel mondo digitale. Ha parlato spesso delle nuove tecnologie, sottolineandone sempre le potenzialità e chiedendo che siano sempre più inclusive perché alle opportunità che offrono, possono accedere tutti.

Ma se, da una parte, le nuove tecnologie aprono possibilità straordinarie; dall’altra, devono garantire protezione per tutti. Ed è per questo che siamo qui. Mettere insieme questi due aspetti, promozione delle nuove tecnologie e protezione dei giovani perché al centro della rivoluzione digitale ci siano benessere e sicurezza.

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L’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev mette in guardia l’Occidente

Posté par atempodiblog le 28 septembre 2017

“Prima del 1917 nessuno aveva mai pensato che sarebbe avvenuto il collasso di un impero cristiano secolare…”
L’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev mette in guardia l’Occidente
di Elizabeth Scalia/Aleteia USA – Aleteia
Tratto da: 
Radio Maria

L’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev mette in guardia l’Occidente dans Articoli di Giornali e News Hilarion
Il metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per i Rapporti Esterni della Chiesa ortodossa russa, parla all’incontro delle due camere del Parlamento russo. Ramil Sitdikov/Sputnik

Partecipando a Londra a una conferenza sul tema “Il Futuro Cristiano dell’Europa”, il metropolita Hilarion Alfeyev, alla guida del Dipartimento per i Rapporti Esterni della Chiesa ortodossa russa, Patriarcato di Mosca, ha parlato il 22 settembre presso l’ambasciata russa in Gran Bretagna, lanciando una sorta di avvertimento alle Chiese in Occidente.

Aprendo il suo intervento con il riconoscimento della persecuzione cristiana nel mondo e avvalendosi dei risultati di sondaggi recenti PEW e di altri studi, Hilarion ha dipinto un quadro difficile ma aggiornato e accurato di cosa stia affrontando attualmente il cristianesimo per via delle migrazioni e della secolarizzazione dell’Occidente, e ha anche delineato il futuro del cristianesimo se non si metterà in atto un profondo sforzo di evangelizzazione.

L’arcivescovo ha riflettuto sull’impatto che le migrazioni stanno avendo sull’Europa: “Secondo i dati dell’agenzia dell’Unione Europea Frontex, solo nel 2015 sono entrati nell’UE più di 1,8 milioni di migranti. Il numero di migranti in Europa è aumentato dai 49,3 milioni del 2000 ai 76,1 del 2015”.

“L’altro motivo per la trasformazione della mappa religiosa dell’Europa”, ha affermato Hilarion, “è la secolarizzazione della società europea. I dati di un sondaggio d’opinione britannico indicano che più della metà degli abitanti del Paese – per la prima volta nella storia – non è affiliata ad alcuna religione particolare”.

Questa tendenza non si estende alla Russia, dove è in ripresa un’identificazione con la fede, anche se “molti si definiscono ‘in qualche grado religiosi’ o ‘non troppo religiosi’. Ad ogni modo, il numero di persone che si dicono ‘molto religiose’ sta aumentando decisamente”.

Questa buona notizia è bilanciata dal rapido declino della pratica religiosa in Europa e in America del Nord, e Hilarion ha suggerito che la storia può offrire un grande insegnamento:

Vorrei ricordare a tutti voi che in Russia prima del 1917 nessuno aveva mai pensato che si sarebbe verificato il collasso di un impero cristiano secolare e che questo sarebbe stato sostituito da un regime totalitario ateo. E anche quando questo è accaduto, pochi credevano che fosse una cosa seria e che sarebbe durata a lungo.

Il declino attuale del cristianesimo nel mondo occidentale potrebbe essere paragonato alla situazione in vigore nell’impero russo prima del 1917.

La rivoluzione e i drammatici eventi che l’hanno seguita hanno avuto profonde radici spirituali, nonché sociali e politiche. Per molti anni l’aristocrazia e l’intellighenzia hanno abbandonato la fede, venendo poi seguiti dalle persone comuni.

Sua Santità il patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia lo ha detto nel gennaio scorso: “La rottura fondamentale nello stile di vita tradizionale – e parlo… dell’autocoscienza spirituale e culturale del popolo – è stata possibile solo perché qualcosa di molto importante era scomparso dalla vita delle persone, in primo luogo quelle che appartenevano all’élite. Malgrado la prosperità esteriore e i progressi culturali e scientifici, è stato lasciato sempre meno spazio nella vita delle persone per una sincera fede in Dio e una comprensione dell’importanza eccezionale dei valori che appartengono a una tradizione spirituale e morale.

Hilarion è sembrato riservare una condanna speciale alla resistenza alla religione dimostrata dall’Unione Europea:

E quando mezzo secolo dopo la creazione dell’Unione Europea si stava scrivendo al sua costituzione, sarebbe stato naturale per le Chiese cristiane aspettarsi che il ruolo del cristianesimo fosse uno dei valori europei da includere in questo documento, senza ledere la natura secolare delle autorità di un’Europa unificata.

Ma come sappiamo non è accaduto.

L’Unione Europea, quando è stata scritta la sua costituzione, ha rifiutato di menzionare la sua eredità cristiana anche nel preambolo del documento.

Credo fermamente che un’Europa che ha rinunciato a Cristo non sarà in grado di preservare la sua identità spirituale e culturale.

Il testo integrale del discorso dell’arcivescovo può essere letto qui.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2017

Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”
Francesco a S. Marta: «Non stia solo col gruppetto del partito». I cristiani sono chiamati ad accompagnare i governanti con la preghiera, non farlo è peccato
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

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Bisogna pregare per chi governa. Anche se sbaglia. Non farlo è peccato. Allo stesso tempo, i governanti non devono tralasciare la preghiera, altrimenti restano solo col «gruppetto» del loro partito. Chi è ateo o agnostico, «si confronti». È l’appello di papa Francesco rivolto questa mattina nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, riportata da Radio Vaticana.

La riflessione del Pontefice si basa sulla Prima Lettura e sul Vangelo odierni. Oggi si legge rispettivamente che san Paolo consiglia a Timoteo di recitare preghiere per i governanti, e di un governante che prega: è il centurione che ha un servo malato.

Osserva il Vescovo di Roma: «Quest’uomo sentì il bisogno della preghiera», non soltanto perché «amava» ma anche perché «aveva la coscienza di non essere il padrone di tutto, non essere l’ultima istanza». È consapevole che su di lui c’è un altro che comanda; ha dei subalterni, i soldati, ma egli stesso è un subalterno. E lo sa bene. Perciò, prega.

Se il governante non prega, «si chiude nella propria autoreferenzialità o in quella del suo partito, in quel circolo dal quale non può uscire; è un uomo chiuso in se stesso. Ma quando vede i veri problemi, ha questa coscienza di subalternità, che c’è un altro che ha più potere di lui». Ma «chi ha più potere di un governante? Il popolo, che gli ha dato il potere, e Dio, dal quale viene il potere tramite il popolo. Quando un governante ha questa coscienza di subalternità, prega».

Papa Bergoglio evidenzia, quindi, l’importanza della preghiera del governante, «perché è la preghiera per il bene comune del popolo che gli è stato affidato».

Francesco cita il colloquio avuto proprio con un governante che tutti i giorni trascorreva due ore in silenzio davanti a Dio, sebbene fosse indaffarato.

Ovviamente, un amministratore deve domandare al Signore la saggezza e la grazia di poter governare bene.

Ribadisce il Papa: è «tanto importante che i governanti preghino» e chiedano a Dio di non togliere loro «la coscienza di subalternità» dal Signore e dal popolo: «Che la mia forza si trovi lì e non nel piccolo gruppetto o in me stesso».

E a chi è agnostico o ateo, Francesco dice: «Se non puoi pregare, confrontati, con la tua coscienza», con «i saggi del tuo popolo»; l’importante è «non rimanere da solo con il piccolo gruppetto del tuo partito», perché «questo è autoreferenziale».

Francesco ricorda che quando un politico compie qualche azione o scelta che non piace, viene criticato; al contrario, è lodato; in ogni caso – dice il Pontefice – è lasciato solo con il suo partito, con il Parlamento. Nota il Papa: «“No, io l’ho votato – l’ho votato dal mio” – “Io non l’ho votato, faccia il suo”. No, noi non possiamo lasciare i governanti da soli: dobbiamo accompagnarli con la preghiera. I cristiani devono pregare per i governanti. “Ma, Padre, come vado a pregare per questo, che fa tante cose brutte?” – “Ha più bisogno ancora. Prega, fa penitenza per il governante”. La preghiera d’intercessione – è tanto bello questo che dice Paolo – è per tutti i re, per tutti quelli che stanno al potere. Perché? “Perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”». Infatti, quando «il governante è libero e può governare in pace – assicura – tutto il popolo approfitta [beneficia] di questo».

Francesco termina esortando a un esame di coscienza: «Io vi chiedo un favore: ognuno di voi prenda oggi cinque minuti, non di più. Se è governante, si domandi: “Io prego a quello che mi ha dato il potere tramite il popolo?”. Se non è governante, “io prego per i governanti? Sì, per questo e per quello sì, perché mi piace; per quelli, no”. E hanno più bisogno quelli di questo! “Prego per tutti i governanti?”. E se voi trovate, quando fate l’esame di coscienza per confessarvi, che non avete pregato per i governanti, portate questo in confessione. Perché non pregare per i governanti è un peccato».

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Belgio, eutanasia negli ospedali cattolici. «Chiesa conquistata dal secolarismo»

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2017

Belgio, eutanasia negli ospedali cattolici. «Chiesa conquistata dal secolarismo»
Intervista a fratel René Stockman, superiore generale della congregazione che in Belgio gestisce gli ospedali che hanno aperto all’eutanasia
di Leone Grotti – Tempi

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«Il secolarismo ha conquistato la Chiesa. Non ho più dubbi su questo». Anche se si trova in Africa per visitare le missioni dei Fratelli della Carità in Congo, il superiore generale della Congregazione, fratel René Stockman, dichiara a tempi.it di essere stato informato e di avere accolto con dolore («ma non sono sorpreso») la notizia che i Fratelli della Carità belgi non hanno intenzione di obbedire neanche al Papa. Dunque, andranno avanti a praticare l’eutanasia ai malati psichiatrici che la richiedono negli ospedali cattolici che gestiscono.

IL CASO. Il caso è scoppiato ad aprile, quando i Fratelli della carità belgi hanno pubblicato un documento aprendo per la prima volta all’iniezione letale da parte dell’ente cattolico nei suoi 15 ospedali. Fratel Stockman reagì «disapprovando completamente» l’iniziativa e definendola «incompatibile con la visione della Congregazione». Prima di tutto, spiega a tempi.it, «ho tentato più volte di dialogare con loro, ma hanno rifiutato, dicendomi di essere disposti a parlare solo del modo in cui avrebbero sviluppato l’eutanasia. Per me, invece, poteva esserci dialogo solo sull’essenza del problema e non sull’applicazione dell’eutanasia».

L’OPPOSIZIONE DEL VATICANO. Il superiore generale è stato costretto a rivolgersi al Vaticano «per sviluppare una strategia chiara». Dopo aver parlato con la congregazione degli Istituti di vita consacrata, la segreteria di Stato vaticana e la congregazione per la Dottrina della fede, da Roma è partita in accordo con papa Francesco la richiesta ufficiale ai Fratelli della carità belgi di fare un passo indietro e aderire per iscritto al magistero della Chiesa sull’intangibilità della vita umana. Il 12 settembre è arrivata la risposta dal Belgio: nessuna retromarcia, continueremo a sostenere l’eutanasia.

«SECOLARISMO CONQUISTA LA CHIESA». «È ovvio che quando scrivono che “l’eutanasia è coerente con la dottrina della Chiesa cattolica” si sbagliano completamente», continua fratel Stockman. «Sono completamente influenzati dalla mentalità del secolarismo. Non è possibile in alcun modo associare la parola “compassione” a “eutanasia”. Purtroppo, non ho più dubbi che il secolarismo abbia cominciato a conquistare anche la Chiesa». Anche i vescovi belgi si sono opposti alla ribellione dei Fratelli della carità locali, ma il punto è un altro per il superiore generale: «Chi è la Chiesa cattolica? I vescovi hanno diramato un comunicato, è vero, ma molte persone nella Chiesa locale camminano nella direzione di una tolleranza sempre più grande nei confronti dell’eutanasia. Purtroppo sono influenzati dall’ideologia della libertà assoluta, dell’autonomia e dell’autodeterminazione».

«BISOGNA ANDARE CONTROCORRENTE». Il punto più grave per fratel Stockman è che «da adesso anche nei nostri istituti sarà possibile essere uccisi con l’eutanasia e questa va completamente contro il nostro carisma. Ovviamente, dovremo prendere le misure necessarie e se non vogliono cambiare posizione non potranno più godere dello status di istituti cattolici, né potranno essere parte della nostra congregazione». In Belgio l’eutanasia è legale dal 2002 e negli anni è stata estesa a dismisura, tanto che oggi può essere richiesta anche dai bambini e da malati psichiatrici non terminali. La pressione della società e della politica su quelle poche istituzioni che ancora si oppongono è enorme, ma per il superiore generale dei Fratelli della carità «la missione di un istituto cattolico è proprio quella di andare controcorrente rispetto alle tendenze della società ed essere davvero luce in un mondo di oscurità. Questo è il suo compito».

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E il mondo con Lei si rinnova

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2017

E il mondo con Lei si rinnova
La natività di Maria nella tradizione bizantina
di S.E. Mons. Manuel Nin – L’Osservatore Romano

E il mondo con Lei si rinnova dans Fede, morale e teologia Nativit_della_Beata_Vergine_Maria

La festa della natività della Madre di Dio, l’8 settembre, è celebrata nelle Chiese d’oriente e d’occidente, e parecchi testi bizantini per questa festa sono entrati nell’ufficiatura romana. Inoltre, l’inizio dell’anno liturgico bizantino, l’1 settembre, situa la natività di Maria come la prima delle grandi feste, allo stesso modo che il 15 agosto, la sua dormizione, è l’ultima grande festa, e in qualche modo la conclusione, dell’anno liturgico. La celebrazione, preceduta il 7 da una pre-festa, prosegue fino alla vigilia dell’Esaltazione della croce il 13 settembre. E già dalla vigilia la liturgia sottolinea la gioia per la nascita di colei che diventa la madre del Verbo incarnato.

I titoli dati a Maria quasi sempre vengono messi in parallelo con quelli cristologici: «Con la tua natività, o immacolata, sono sorti sul mondo i raggi spirituali della gioia universale, che a tutti preannunciano il sole della gloria, Cristo Dio. La Vergine ricettacolo di Dio, la Madre di Dio pura, il vanto dei profeti, la figlia di Davide, nasce oggi da Gioacchino e da Anna la casta, e rovescia col suo parto la maledizione di Adamo che ci colpiva. Tu sei stata madre del creatore di tutti».

Un tropario della vigilia riunisce dodici titoli dati a Maria presi da testi veterotestamentari interpretati in chiave cristologica e quindi anche mariologica: l’immagine dei monti dai salmi, la mensa e il candelabro dal libro dell’Esodo, il trono dalle profezie di Isaia e di Daniele, il roveto ardente ancora dal libro dell’Esodo: «Gioisci, ricapitolazione dei mortali; gioisci, tempio del Signore; gioisci, monte santo; gioisci, mensa divina; gioisci, candelabro tutto luminoso; gioisci, vanto dei veri credenti, o venerabile; gioisci, Maria, madre del Cristo Dio; gioisci, tutta immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, dimora; gioisci, roveto incombusto; gioisci, speranza di tutti».

Nel vespro per due volte si mette in evidenza il mistero e la teologia della festa. Per confermare la professione di fede nella vera incarnazione del Verbo eterno di Dio, l’autore di questo testo, Sergio patriarca di Costantinopoli nel VII secolo, presenta in parallelo il cielo e la terra, la dimora di Dio e quella dell’uomo, la terra che diventa per l’incarnazione del Verbo di Dio nel grembo di Maria dimora del Dio vivo: «Oggi Dio, che riposa sui troni spirituali, si è apprestato sulla terra un trono santo; colui che ha consolidati i cieli con sapienza nel suo amore per gli uomini si è preparato un cielo vivente: perché da sterile radice ha fatto germogliare per noi, come pianta portatrice di vita, la madre sua. O Dio dei prodigi, speranza dei disperati, Signore, gloria a te».

Un altro testo, dello stesso Sergio, propone anche una lettura ecclesiologica. Maria è il luogo dove si congiungono le due nature nel Verbo di Dio incarnato e la Chiesa diventa luogo della bellezza: «Venite, fedeli tutti, corriamo verso la Vergine, perché ecco, nasce colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata a essere madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aronne che spunta dalla radice di Iesse, l’annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rinnova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio decoro. Il tempio santo, il ricettacolo della divinità, lo strumento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo l’immacolata nascita della Vergine».

L’anno liturgico bizantino si svolge tra le due grandi feste della Madre di Dio: la sua nascita e la sua dormizione. La vita di Maria percorre il mistero di Cristo, come quella della Chiesa che lo annuncia e lo celebra: «Oggi le porte sterili si aprono e ne esce la divina porta verginale. Oggi la grazia comincia a dare i suoi frutti, manifestando al mondo la Madre di Dio, per la quale le cose terrestri si uniscono a quelle celesti, a salvezza delle anime nostre. Oggi è il preludio della gioia universale. Oggi cominciano a spirare le aure che preannunciano la salvezza. La sterilità della nostra natura è finita, perché la sterile diventa madre di colei che resta vergine dopo aver partorito il creatore, di colei dalla quale colui che è Dio per natura assume ciò che gli è estraneo, e con la carne per gli sviati opera la salvezza».

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“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2017

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”
Un milione di persone alla messa nel Parco Simón Bolívar di Bogotà: Francesco cita quanti si sono impegnati per favorire il processo di pace, che hanno «preso il largo» come Pietro. A fine celebrazione, incontro con cardinali e vescovi del Venezuela
di Andrea Tornielli – La Stampa

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita” dans Andrea Tornielli Santo_Padre_Francesco_in_Colombia

Una pioggia battente ha irrigato in modo abbondante il Parco Simón Bolívar dove Papa Francesco celebra la sua prima messa colombiana, nello stesso luogo dove la celebrò 31 anni fa san Giovanni Paolo II e dove lo hanno atteso 1 milione di fedeli. È la messa votiva per la pace e la giustizia, che corona la prima densa giornata interamente trascorsa a Bogotà. Una giornata che ha avuto proprio la pace e la riconciliazione al centro. Come già accaduto ieri e come si è ripetuto stamane, tantissime persone sono scese in strada per salutare Francesco al suo passaggio: l’accoglienza è stata calorosa e straordinaria.

Dopo aver percorso i vari settori a bordo della papamobile, Bergoglio nei pressi della sacrestia è stato accolto da un gruppo di disabili. Quindi ha avuto inizio la liturgia. Nell’omelia il Papa ha commentato il brano evangelico dove si racconta di Gesù che predica sul Mar di Galilea. «Tutti vengono ad ascoltarlo; la parola di Gesù – dice Francesco – ha qualcosa di speciale che non lascia indifferente nessuno; ha il potere di convertire i cuori, di cambiare piani e progetti. È una parola confermata dall’azione, non sono conclusioni scritte a tavolino, espressioni fredde e staccate dal dolore della gente, e perciò è una Parola che serve sia per la sicurezza della riva sia per la fragilità del mare».

Bergoglio suggerisce quindi una similitudine: «Questa amata città, Bogotá, e questo bellissimo Paese, la Colombia, presentano molti degli scenari umani descritti nel Vangelo. Qui si trovano moltitudini che anelano a una parola di vita, che illumini con la sua luce tutti gli sforzi e mostri il senso e la bellezza dell’esistenza umana». Ma ci sono anche le tenebre, avverte Francesco. «Anche qui, come in altre parti del mondo, ci sono fitte tenebre che minacciano e distruggono la vita: le tenebre dell’ingiustizia e dell’inequità sociale; le tenebre corruttrici degli interessi personali o di gruppo, che consumano in modo egoista e sfrenato ciò che è destinato al benessere di tutti; le tenebre del mancato rispetto per la vita umana che miete quotidianamente l’esistenza di tanti innocenti, il cui sangue grida al cielo; le tenebre della sete di vendetta e di odio che macchia di sangue umano le mani di coloro che si fanno giustizia da soli; le tenebre di coloro che si rendono insensibili di fronte al dolore di tante vittime».

Parole che fotografano le piaghe purtroppo presenti nel Paese. «Tutte queste tenebre, Gesù le disperde e le distrugge con il suo comando sulla barca di Pietro: “Prendi il largo”». «Noi possiamo – continua Francesco – invischiarci in discussioni interminabili, fare la conta dei tentativi falliti ed elencare gli sforzi finiti nel nulla; come Pietro, sappiamo cosa significa l’esperienza di lavorare senza nessun risultato». Il Papa ricorda che anche la Colombia ha conosciuto questa realtà, quando per un periodo di sei anni ebbe 16 presidenti e «pagò caro le sue divisioni» e «anche la Chiesa in Colombia ha fatto esperienza di impegni pastorali vani e infruttuosi…, però come Pietro, siamo anche capaci di confidare nel Maestro, la cui parola suscita fecondità».

Il comando di gettare le reti, spiega ancora il Papa, «non è rivolto soltanto a Simon Pietro; a lui è toccato di prendere il largo, come quelli che nella vostra Patria hanno per primi riconosciuto quello che più urge, quelli che hanno preso iniziative di pace, di vita. Gettare le reti comporta responsabilità. A Bogotá e in Colombia si trova in cammino un’immensa comunità, che è chiamata a diventare una rete robusta che raccolga tutti nell’unità, lavorando per la difesa e la cura della vita umana, particolarmente quando è più fragile e vulnerabile: nel seno materno, nell’infanzia, nella vecchiaia, nelle condizioni di disabilità e nelle situazioni di emarginazione sociale. Anche le moltitudini che vivono a Bogotà e in Colombia possono diventare vere comunità vive, giuste e fraterne se ascoltano e accolgono la Parola di Dio».

«C’è bisogno – conclude Francesco – di chiamarci gli uni gli altri, di mandarci dei segni, come i pescatori, di tornare a considerarci fratelli, compagni di strada, soci di questa impresa comune che è la patria». Al termine della messa il Papa ha salutato i cardinali e alcuni vescovi del Venezuela, intrattenendosi con loro a parlare della situazione del Paese. Prima della fine del viaggio molti si attendono qualche parola di Francesco sulla grave situazione venezuelana.

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La preghiera è la chiave segreta dell’incontro con Dio

Posté par atempodiblog le 7 septembre 2017

Non parlate, ma pregate
La preghiera è a chiave segreta dell’incontro con Dio
Tratto da: Radio Maria Fb

Messaggio di Medjugorje del 25/08/2017
“Cari figli!
Oggi vi invito ad essere uomini di preghiera. Pregate fino a quando la preghiera diventi per voi gioia e incontro con l’Altissimo. Lui trasformerà il vostro cuore e voi diventerete uomini d’amore e di pace.
Figlioli, non dimenticate che Satana è forte e vuole distogliervi dalla preghiera. Voi, non dimenticate che la preghiera è la chiave segreta dell’incontro con Dio. Per questo sono con voi, per guidarvi. Non desistete dalla preghiera.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

La preghiera è la chiave segreta dell’incontro con Dio dans Apparizioni mariane e santuari Padre_Livio_e_Marija

Testo della telefonata tra la veggente Marija e P. Livio (25/08/2017)

P. Livio: Questo messaggio è un grande appello alla preghiera.
Marija: Sì, praticamente tutto il messaggio è un invito alla preghiera, perché, come ha detto la Madonna, la preghiera è la chiave segreta dell’incontro con Dio. Vediamo che in tutti questi anni la Madonna ci sta chiamando a questo; fin dall’inizio ha cominciato a pregare con noi e ci invita a pregare.

P. Livio: C’è proprio un cammino nella preghiera: arrivare a far sì che la preghiera diventi per noi gioia, come dice la Madonna, questo è il punto di arrivo, fatto di molta perseveranza quotidiana.
Marija: La Madonna dice: “Vi invito ad essere uomini di preghiera”. Diceva già all’inizio: “Non parlate, ma pregate. Con la vostra vita date l’esempio. Io penso che la Madonna stia ritornando a questo: non parlare, ma pregare; così la preghiera diventa gioia e il nostro cuore diventa amore e pace. E di questo diventeremo testimoni.

P. Livio: La Madonna ci chiede di pregare col cuore…
Marija: Dall’inizio ha detto: “Ogni preghiera che fate col cuore è buona e piace a Dio”. Non ha indicato una preghiera in particolare, ma chiede sempre di pregare col cuore. Ci ha detto che essa è la chiave segreta dell’incontro con Dio e per questo ci sta ripetendo: “Pregate! Pregate! Pregate! Pregate finché la vostra vita diventi preghiera”.

La Madonna ripete ancora: “Pregate fino a quando la preghiera diventi per voi gioia”. All’inizio ci vuole uno sforzo perché non siamo abituati, ma poi, quando cominciamo ad avere l’esperienza di Dio, diventa tutto più facile: davvero la preghiera è la chiave segreta. Quando raggiungiamo questo incontro con Dio, diventiamo uomini di amore e di pace, testimoni appassionati che parlano di Dio alle persone.

P. Livio: La Madonna ha detto che la preghiera più importante è la S. Messa.
Marija: Sicuramente! Il culmine del nostro incontro con Dio avviene nella S. Messa, nell’Eucaristia. Ricordo la catechesi di un sacerdote: diceva che non siamo coscienti che il Signore è con noi quando ad esempio, durante la S. Messa, il sacerdote dice: “Il Signore sia con voi”. E noi rispondiamo automaticamente: “E con il tuo spirito”. Dovremmo gridare di gioia! Così avviene nella preghiera: se siamo coscienti che essa è la chiave per incontrare Dio, a quel punto il pregare diventa una gioia.

P. Livio: Santa Teresa d’Ávila pregando il Padre nostro, quando pronunciava la parola “Padre”, non riusciva più ad andare avanti. Sentire le parole col cuore. Ad esempio quando diciamo: Signore ti amo”, in quel momento il mio cuore deve traboccare di amore. Se le parole non hanno eco nel cuore, rimangono parole vuote.
Marija: Sì, però io dico che, anche se sono parole vuote, è bene ripeterle, perché prima o poi entrano nel cuore. Come la preghiera del pellegrino russo: “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”. Ripetendola diventa vita. La Madonna dice: “Pregate per coloro che non hanno incontrato Dio”.  Se noi l’abbiamo incontrato con la nostra vita, la nostra testimonianza, il nostro esempio, possiamo aiutare altri ad incontrare Dio.

P. Livio: La Madonna dice di affidarle nella preghiera tutti i nostri problemi, le nostre croci, tutte le difficoltà. Cosa vuol dire affidare alla Madonna tutte queste cose che ci opprimono specie al mattino?
Marija: La Madonna anche in questo messaggio ha detto: “Per questo sono con voi, per guidarvi”. Lei ci sta guidando, istruendo. Ci dice: “Non siete soli, non siete abbandonati, Dio è con voi… Dio mi ha mandato… mi ha permesso di essere con voi!”. Ci dice anche: “Non desistete dalla preghiera, perché è la chiave per entrare nel cuore di Gesù”.

P. Livio: Dobbiamo avere dei momenti precisi di preghiera: al mattino, alla sera, il S. Rosario in famiglia, la Messa almeno alla domenica, perchè poi sarà più facile che la preghiera personale nasca spontaneamente durante il corso della giornata.
Marija:
E’ vero. La Madonna prima con noi ha cominciato con 7 Pater, 7 Ave, 7 Gloria e il Credo. Poi pian piano ha aggiunto un Rosario, poi il Rosario completo come preghiera biblica, dove contempliamo la vita di Gesù. Ha inoltre raccomandato di leggere ogni giorno un brano della Sacra Scrittura. Poi ha detto di leggere la vita dei santi per imitarli. Ci ha chiamato a quella che Lei chiama Scuola di preghiera e Via della santità. La Madonna desidera che attraverso la preghiera incontriamo Dio e Lei stessa. Poi ha detto: “Con la preghiera e col digiuno anche le guerre si possono fermare. Non solo le guerre nel mondo, ma anche le guerre nei cuori.

Da noi c’era il comunismo, oggi ci sono anche il materialismo e il modernismo… tanti attacchi con cui satana vuole distruggere la famiglia, la patria… vuole distruggere Dio, togliere Dio dalla società, dai cuori, dai giovani, dalle famiglie, dalle scuole, dalle parrocchie, ovunque. Mentre la Madonna ha detto: “Senza Dio non avete né futuro, né vita eterna”.

P. Livio: Io ho letto tanti libri di spiritualità, di mistici, di santi, ma per me i messaggi di Medjugorje sono il più grande poema mai scritto sulla preghiera. Mai ho trovato altrove una tale profondità. Veramente la Madonna è una maestra di preghiera come nessun altro al mondo lo è mai stato, a parte suo Figlio Gesù. Non dimentichiamo che c’è in atto una grande apostasia nel mondo, specialmente in occidente, non solo tra i semplici cristiani, ma anche in migliaia di sacerdoti – per questo la Madonna pensa che la Chiesa si possa rinnovare soltanto a partire dalla preghiera. Ho capito bene anche che, nonostante le mie responsabilità la cosa più importante che devo fare durante la giornata è l’incontro con Dio nella preghiera. Se non si capisce questo, non riusciamo a mettere in pratica il piano della Madonna.
Marija: Sono d’accordo con te. La Madonna sta bussando al cuore di ciascuno di noi, anche dei lontani o di coloro che sono andati in crisi (incontro persino sacerdoti e suore in crisi perché troppo attaccati alle azioni e alle cose materiali a scapito della preghiera).

La Madonna vuole riportarci alla preghiera, alla parte spirituale, perché noi facciamo tante azioni, ma poca preghiera. Per questo lei insiste così tanto. Io credo che la preghiera possa cambiare il mondo, credo profondamente nella sua forza: “Con la preghiera e col digiuno anche le guerre si possono allontanare”.

Marija ha quindi pregato il Magnificat e il Gloria.
Padre Livio ha concluso con la benedizione.

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Cosa vuol dire: ti perdono

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2017

Cosa vuol dire: ti perdono

Cosa vuol dire: ti perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Tolkien_e_Lewis
2 settembre, anniversario della nascita in Cielo di J.R.R. Tolkien

Dio ti benedica per la tua bontà. E [...] sii così generoso da regalarmi i dolori che ti ho causato, cosicché io possa condividere tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Non so se riesco a spiegarmi. Ma io credo che sia nel nostro potere, come cristiani, di fare effettivamente questi doni. L’esempio più semplice: se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato [...].

Sarebbe splendido, chiamati a giudizio, per rispondere a innumerevoli accuse di aver fatto del male al proprio fratello, scoprire inaspettatamente che molte male azioni non sono state compiute! E che invece si ha avuto una parte nel bene scaturito dal male. E non meno splendido sarebbe per chi ha dato. Un’eterna interazione di sollievo e gratitudine [...].

Che cosa accade quando il colpevole è genuinamente pentito, ma chi ha sofferto a causa sua è così profondamente risentito da non concedere il perdono? È un pensiero tanto terribile, da dissuadere chiunque dal correre il rischio di causare inutilmente il male.

da una lettera di J.R.R.Tolkien a C.S.Lewis dal quale si attendeva il perdono di un torto, da J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, lettera 113, pp. 146-147
Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

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Educatori di giorno, ubriachi di notte

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2017

Educatori di giorno, ubriachi di notte
La riflessione e la provocazione sui temi della formazione e del rapporto nel campo della formazione.

Il grave problema dell’abbuffata alcolica è purtroppo significativamente presente anche tra i ragazzi e le ragazze che frequentano, a vario titolo, le comunità cristiane e interessa anche coloro cui si affidano compiti educativi o di animazione.
di Marco Brusati – La voce e il tempo. Arcidiocesi di Torino Editrice Prelum S.r.l. (31/08/2017)

Educatori di giorno, ubriachi di notte dans Articoli di Giornali e News La_voce_e_il_tempo_riflesisone_su_educatori

L’83% dei ragazzi e delle ragazze fa regolarmente abbuffate alcoliche, chiamate scientificamente “Heavy Episodic Drinking” (HED), letteralmente “pesanti bevute episodiche”. Il dato emerge da una ricerca dell’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria di Bologna. Il fenomeno viene chiamato anche “Binge Drinkink”, ovvero bevuta da baldoria, proprio per evidenziare che “l’abuso di alcol si concentra nei fine settimana e nei contesti di svago (discoteche, feste, pub e simili)”, secondo gli psicologi che hanno curato la ricerca. I ragazzi e le ragazze tendono ad autogiustificare il proprio atteggiamento, considerandolo di poco conto, mentre ci viene spiegato che “lo stato di alterazione portato da un’abbuffata alcolica può causare una difficoltà nel gestire gli impulsi e le relazioni affettive, familiari e sessuali. Ansia e tendenza alla depressione e all’aggressività sono alcuni possibili sintomi: diviene difficile governare la rabbia”.

Un altro studio, riportato su Frontiers of Psychology, ha evidenziato che le abbuffate alcoliche riducono le aree del cervello che svolgono un ruolo chiave nella memoria, nell’attenzione, nel linguaggio, nella consapevolezza e nella coscienza. Sulla rivista Psiconline, infine, lo psicoterapeuta Enrico Magni sostiene che la sfida all’ultimo bicchiere serve “per provare sul proprio corpo la capacità di soddisfare le sollecitazioni, vincere paure” sentendosi più sicuri di sé; tuttavia, va vista come “una via di fuga per chi fatica ad accettarsi, riconoscere i propri limiti, adeguarsi alla realtà, costruire relazioni, progettare il futuro”.

Il grave problema dell’abbuffata alcolica, in un sondaggio eseguito da Hope su un campione rappresentativo di parrocchie italiane, è purtroppo significativamente presente anche tra i ragazzi e le ragazze che frequentano, a vario titolo, le comunità cristiane e interessa anche coloro cui si affidano compiti educativi o di animazione.

Le vacanze sono ormai alla frutta. Lo si capisce dall’improvvisa rianimazione dei gruppi Whatsapp parrocchiali, che, dopo un coma bimestrale, iniziano a far girare informazioni sul nuovo anno pastorale per catechisti, animatori o volontari. Così ragazzi e ragazze rientrano nel recinto parrocchiale: se ne erano perse le tracce al termine degli oratori estivi, grosso modo a metà luglio, quando erano loro gli educatori dei bambini, quando erano loro a scandire i tempi delle giornate comunitarie. Ritornano, a volte, e questo è un bene, anzi, è il primo bene.

Ma abbiamo il coraggio di chiedere come hanno riempito i mesi dedicati all’otium? Si sono sentiti in obbligo di rispettare l’undicesimo comandamento, ovvero “ricordati di divertirti alle feste”? E come? Va chiesto e va capito, con delicata passione educativa, non per condannare, escludere o emarginare, non per curiosare nella loro vita, ma per partire dal loro vissuto concreto e riformulare una proposta liberante dalla schiavitù della cultura dello sballo, che ha bisogno di morti e feriti per affermarsi, come evidenziano le risse mortali nei luoghi del divertimento e i tanti, troppi ricoveri per coma etilico. Va chiesto e va capito, per non eludere il compito primario di una comunità cristiana che è quello di dare senso alla vita che non si esaurisce nell’attimo presente ma va oltre, oltre tutto, addirittura oltre la morte. E per il rispetto che dobbiamo ai ragazzi e alle ragazze, alla loro dignità e alla loro capacità di fare cose grandi, non possiamo illuderli di poter essere educatori di giorno e ubriachi di notte.

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Curato d’Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo

Posté par atempodiblog le 5 août 2017

Curato d’Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo
di Elvira Ragosta – Radio Vaticana

Curato d'Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo dans Fede, morale e teologia Curato_d_Ars

“Il Curato d’Ars nella sua vita sacerdotale non trascurò mai la propria vita spirituale di buon cristiano; egli sapeva bene che, per essere un buon pastore, era anzitutto necessario vivere e camminare nella grazia santificante”. Così, il card. Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, nell’omelia per la Messa presieduta in occasione della memoria liturgica di San Giovanni Maria Vianney.

Nella parrocchia del villaggio francese dove, a partire dal 1818 e per oltre quarant’anni, il curato D’Ars ha svolto la sua opera pastorale e dove riposano le sue spoglie, il card. Filoni, ricorda la figura del Santo: “In questo luogo, come cristiano e sacerdote, egli si è santificato nella preghiera, nella penitenza e nell’umiltà; qui, ancora, uomini e donne alla ricerca di Dio cercavano e cercano pace e conforto interiore, ben sapendo che egli non ha esaurito, anzi continua la sua missione spirituale; qui innumerevoli sacerdoti vengono a trovare ispirazione per la propria vita sacerdotale”.

Di origini contadine e proveniente da una famiglia povera e numerosa, Giovanni Maria Vianney nasce nel 1786 a Dardilly, vicino a Lione. Il card. Filoni ricorda “la sua infanzia difficile al tempo della Rivoluzione, le sue difficoltà negli studi e la sua pietà semplice e profonda alla scuola prima di sua madre e poi di don Balley, che come padre spirituale lo incoraggiò e accompagnò nei primi anni di vita pastorale”.

L’umiltà, la povertà, l’obbedienza e la castità sono le quattro solide colonne, aggiunge il prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, su cui il Curato d’Ars si era costruito una «casa»: “Queste virtù furono costanti compagne di vita; con esse dialogava e da esse fu aiutato nel suo itinerario umano lungo 73 anni, mai venendo meno alla loro amicizia e alla loro compagnia”.

Inoltre, ricorda il card. Filoni, “l’amicizia con Gesù, mite e umile di cuore, fu la dimensione costante di tutta la sua vita; dall’insegnamento di Cristo trasse lezioni e ispirazione di vita durante i suoi quarant’anni di ministero sacerdotale come Curato di questo villaggio; la preghiera, poi, era semplice e profonda, come totale fu il filiale amore a Maria”.

L’opera pastorale di San Giovanni Maria Vianney è diventata modello di santità sacerdotale. A canonizzarlo nel 1925 è Papa Pio XI, che quattro anni dopo lo definirà “patrono dei parroci”.

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