CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero

Posté par atempodiblog le 28 juin 2017

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero
I giudici della Cedu hanno dato ragione all’Alta corte inglese: Charlie Gard non ha diritto di vivere. Va eliminato. Perché ci rifiutiamo di esserne custodi?
di Don Federico Picchetto – Il Sussidiario

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero dans Articoli di Giornali e News Charlie_Gard

CHARLIE GARD. Giunge ad un triste epilogo la vicenda di Charlie Gard, il piccolo neonato britannico affetto da una malattia mitocondriale molto rara dinnanzi alla quale i medici hanno pronosticato morte certa, mentre i genitori hanno vagliato qualunque via legale per poterlo tenere in vita. L’ultima carta l’hanno giocata alla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha, dapprima, deferito la decisione e poi, nella serata di ieri, accolto le conclusioni del personale medico inglese e sentenziato che Londra può portare avanti le procedure per interrompere quello che la giustizia di Sua Maestà ha definito un accanimento terapeutico foriero solo di inutile dolore.

La domanda che tocca farsi è però molto diversa da quella che ha animato tanti dibattiti di questi mesi. Non importa, infatti, sapere chi ha ragione, quanto comprendere che tipo di problema Charlie sollevi nella nostra vita. Non si tratta di un problema legale, ossia di determinare fino a che punto le leggi degli stati possano spingersi nella vita degli uomini. Infatti le leggi, in questo caso, regolano atteggiamenti, comportamenti e azioni che vengono prima della legge stessa. Non è neppure un problema di libertà della famiglia: molte famiglie compiono scelte libere ma sbagliate per i loro figli e idolatrare la libertà della famiglia di Charlie oggi, solo perché coincide con quello che si pensa, potrebbe essere deleterio domani, quando magari dovremmo decidere se una famiglia può alimentare in modo vegano un neonato privandolo dell’apporto fondamentale di alcuni nutrienti.

Tutte queste cose sono per esperti, per tecnici che non mancheranno — anche su queste stesse colonne — di fornire i loro pareri e i loro punti di vista. La storia di Charlie è al contrario un problema di realtà e la questione che pone Charlie è il fatto stesso che lui c’è, esista. Mai come in questo caso possiamo toccare con mano che cos’è che ferisce davvero la nostra vita e il nostro amor proprio: il fatto che una cosa, che le cose, ci siano. Charlie è una persona viva, presente, la cui stessa esistenza risulta intollerabile non a lui, ma a chi tutti i giorni deve incrociarne lo sguardo.

Come una moglie, un marito, un collega, un figlio, una madre o un vicino di casa, è il fatto che egli sia che ci tormenta e che ci costringe a metterci in discussione. Charlie non è quello che ci aspettavamo, non è il bambino delle pubblicità, non è l’ideale di figlio che i genitori sognano quando mettono la testa e il cuore sul proprio futuro, ma è quello che c’è, quello che esiste. Più lui permane, più la nostra impotenza come medici e come adulti permane, più lui ci pone un problema, ci pone delle domande, ci sfida. Siamo così presi dalle nostre idee, dalle nostre opinioni, che non possiamo tollerare che qualcosa persista e continui a disturbarci.

Lo vogliono togliere di mezzo. Non le leggi dei giudici inglesi, non i pareri dei medici, ma il cuore degli uomini. I genitori, in tutto questo, non chiedono altro che attendere, che aspettare, che lasciare aperta una porticina, uno spiraglio, alla speranza, alla luce, all’esistenza. Ma si creerebbe troppo imbarazzo se lui, con la sua resilienza, continuasse a vivere, a lottare, a rimanere, si creerebbero costi, rebus collaterali, nuove diatribe. Quella vita, insomma, va eliminata perché disturba. Essa mette troppo in gioco le dinamiche, le strutture e i processi del nostro tempo. E c’è da giurarci che i fedeli garanti della giustizia lo faranno, lo faranno presto, nel giro di poche ore. Senza alcuna compassione, senza alcuna pietà. Col solo desiderio di togliersi dal cuore il dubbio, l’ombra, che Charlie continua a insinuare con la sua esistenza. E se fosse vero? E se la vita non fosse solo nostra?

Non c’è tempo, bisogna agire. E come Caino di ritorno dai campi, a chi dovesse chiedere conto di quanto accaduto si potrà sempre rispondere con una punta di sdegno: “Sono forse io il custode del mio fratello?”, oppure usando parole ben più macabre e più contemporanee, ribadire che – in fondo – “si sono solo eseguiti gli ordini”.

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San Josemaría Escrivá: “…siate uomini di orazione…”

Posté par atempodiblog le 25 juin 2017

San Josemaría Escrivá de Balaguer/ Accadde Oggi
25.6.1944

San Josemaría Escrivá: “...siate uomini di orazione...” dans Beato Álvaro del Portillo San_josemaria

Si ordinano sacerdoti i primi tre fedeli dell’Opus Dei: Álvaro del Portillo, José Luis Múzquiz e José María Hernández de Garnica.

Quel giorno commenta: «Vi chiederanno: che cosa vi disse il Padre il giorno dell’ordinazione dei primi tre sacerdoti? Allora voi risponderete: “Ci disse: siate uomini di orazione, uomini di orazione, uomini di orazione”».

Tratto da: josemariaescriva.info

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Le apparizioni di Medjugorje, l’evento più significativo dei tempi moderni

Posté par atempodiblog le 24 juin 2017

Le apparizioni di Medjugorje, l’evento più significativo dei tempi moderni
Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

Le apparizioni di Medjugorje, l'evento più significativo dei tempi moderni dans Apparizioni mariane e santuari Medjugorje

Le apparizioni di Medjugorje sono l’evento più significativo dei tempi moderni, che si collocano al crocevia fra un millennio e l’altro, al centro di un drammatico combattimento escatologico fra la Donna vestita di sole e il dragone infernale. La nostra generazione ne è coinvolta e nessuno può illudersi di sfuggire alla decisione di fare una scelta di campo.

La Regina della pace è qui da così tanto tempo per contrastare la tenebra della menzogna e della morte, che ha avvolto il mondo e che prepara la sua distruzione. Dal quel 24 Giugno 1981, quando la Madonna è apparsa sulla collina con un Bambino in braccio, il mondo ha fatto un cambiamento radicale. E’ crollato il comunismo e le chiese incatenate dal dragone sono state liberate. L’Occidente al contrario sta apostatando dalla fede, nella luciferina illusione di creare un mondo senza Dio, dove l’uomo è l’assoluto padrone. La Chiesa è ovunque perseguitata e indebolita nella sua testimonianza dalla tiepidezza e dal modernismo.

La Regina della pace è instancabile nell’invitarci alla preghiera e alla conversione, per essere decisi e forti nella fede e per essere delle piccoli luci che brillano nelle tenebre del mondo. La nostra risposta deve essere generosa, fedele e perseverante. La vittoria del suo Cuore Immacolato incomincia nel cuore di ognuno di noi.

Ascoltiamo i suoi messaggi, pieni di sapienza e di santità e mettiamoli in pratica. Non lasciamoci sorprendere come gli apostoli nel Getzemani, che dormivano nell’ora dell’impero delle tenebre. Vegliamo e preghiamo. Liberiamoci dai lacci con i quali il demonio ci imprigiona. Scarichiamo dalla nostra vita le zavorre inutili, perché questo tempo è un punto di svolta. Mettiamoci a disposizione della nostra Regina, come apostoli generosi, per la grande battaglia della fede, per la salvezza delle anime, per un futuro di pace.

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AMERICA/MESSICO – “E’ necessario ricostruire il tessuto sociale, c’è troppa violenza” afferma Mons. Patiño Leal

Posté par atempodiblog le 10 juin 2017

Per comporre la società/ È importante guarire prima spiritualmente
AMERICA/MESSICO – “E’ necessario ricostruire il tessuto sociale, c’è troppa violenza” afferma Mons. Patiño Leal

AMERICA/MESSICO - “E' necessario ricostruire il tessuto sociale, c'è troppa violenza” afferma Mons. Patiño Leal dans Articoli di Giornali e News Violenza

Córdoba (Agenzia Fides) – Dato il deterioramento del tessuto sociale a causa di tanta violenza, insicurezza, disuguaglianza sociale ed economica, alcuni Vescovi messicani, come il Vescovo della diocesi di Córdoba, Veracruz, Sua Ecc. Mons. Eduardo Porfirio Patiño Leal, si sono pronunciati per un impegno a ricostruire la pace, ma anche per ricordare ai governi locali di fare il loro lavoro.

Mons. Patiño Leal ha affermato che tutti i sacerdoti svolgono un importante lavoro sociale nelle rispettive parrocchie, ma oggi cresce la necessità di trovare nuovi modi per ascoltare coloro che soffrono per tanti crimini. Bisogna dire che quello che ora si sta vivendo a livello diocesano in seguito alla violenza e all’insicurezza, non si sarebbe mai immaginato una decina di anni fa.

Il Vescovo ha fatto queste dichiarazioni commentando la recente pubblicazione del rapporto del Consiglio Nazionale per la valutazione della politica di sviluppo sociale (CONEVAL), dove si ricorda che degli 8 milioni di “veracruzanos”, il 60 per cento vive in una situazione di grande emarginazione.

“Nella zona – ha commentato il Vescovo -, da un lato ci sono i milionari e dall’altro persone che devono emigrare a causa della mancanza di posti di lavoro e di salari decenti”. Questo tessuto sociale disintegrato fa sì che i giovani diventino facile preda per i criminali e la droga, quindi è importante guarire prima spiritualmente, per comporre la società, ha esortato.

Il rapporto intitolato “Considerazioni per la preparazione del Budget 2018”, mira a rafforzare il processo decisionale in materia di bilancio, ma offre soprattutto un’analisi delle priorità, delle conclusioni e delle raccomandazioni sullo sviluppo sociale del governo federale. Viene considerato un importante indicatore della realtà sociale nazionale da tutte le istituzioni messicane.
(CE) (Agenzia Fides, 10/06/2017)

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Appropriazione della vigna del Signore/ Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

Posté par atempodiblog le 10 juin 2017

Appropriazione della vigna del Signore/ “Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa”
Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

Appropriazione della vigna del Signore/ Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara dans Articoli di Giornali e News Il_Papa_addolorato_per_le_vicende_della_diocesi

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Il Santo Padre Francesco ha ricevuto ieri in udienza privata una delegazione della diocesi di Ahiara, in Nigeria, che vive da anni una dolorosa situazione (vedi Fides 8/6/2017). I membri della Delegazione erano accompagnati dal Card. J.O. Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja e Amministratore Apostolico di Ahiara, dagli Ecc.mi A.J. Obinna, Arcivescovo Metropolita di Owerri, I.A. Kaigama, Arcivescovo di Jos e Presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, da S.E. Mons. P.E. Okpaleke, Vescovo di Ahiara. Erano inoltre presenti all’incontro il Cardinale Segretario di Stato, il Prefetto e i Superiori della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Della Delegazione hanno fatto parte i Rev.di Sacerdoti C. O. Ebii, J. N. Uwalaka e U. I.Olekamma; inoltre, Suor B. O. Ezeyi e S.A.R. P. Iwu, Capo Tradizionale per conto dei religiosi e dei fedeli laici.

L’incontro, caratterizzato dal dialogo e dall’ascolto, si è concluso con una preghiera a Maria e la benedizione del Papa. Di seguito riportiamo il testo del Santo Padre Francesco.

“Saluto cordialmente la Delegazione e ringrazio per essere venuti dalla Nigeria con spirito di pellegrinaggio. Per me, è una consolazione questo incontro, perché sono molto triste per la vicenda della Chiesa in Ahiara.

La Chiesa, infatti (e mi scuso per la parola), è come in stato di vedovanza per aver impedito al Vescovo di andarvi. Tante volte mi è venuta in mente la parabola dei vignaioli assassini, di cui parla il Vangelo (cfr. Mt 21, 33-44)…che vogliono appropriarsi dell’eredità. In questa situazione la Diocesi di Ahiara è come senza sposo, ed ha perso la sua fecondità e non può dare frutto.

Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa; ciò non è permesso; forse non se ne accorge, ma la Chiesa sta soffrendo e il Popolo di Dio in essa. Il Papa non può essere indifferente.

Conosco molto bene le vicende che da anni si trascinano nella Diocesi e ringrazio per l’atteggiamento di grande pazienza del Vescovo; dico di santa pazienza da lui dimostrata. Ho ascoltato e riflettuto molto, anche sull’idea di sopprimere la Diocesi; ma poi ho pensato che la Chiesa è madre e non può lasciare tanti figli come voi. Ho un grande dolore verso questi sacerdoti che sono manipolati, forse anche dall’estero e da fuori Diocesi.

Ritengo che qui non si tratti di un caso di tribalismo, ma di appropriazione della vigna del Signore. La Chiesa è madre e chi la offende compie un peccato mortale, è grave. Perciò ho deciso di non sopprimere la Diocesi. Tuttavia, desidero dare alcune indicazioni da comunicare a tutti: anzitutto va detto che il Papa è profondamente addolorato, pertanto, chiedo che ogni sacerdote o ecclesiastico incardinato nella Diocesi di Ahiara, sia residente, sia che lavori altrove, anche all’estero, scriva una lettera a me indirizzata in cui domanda perdono; tutti, devono scrivere singolarmente e personalmente; tutti dobbiamo avere questo comune dolore.

Nella lettera
1. si deve chiaramente manifestare totale obbedienza al Papa, e
2. chi scrive deve essere disposto ad accettare il Vescovo che il Papa invia e il Vescovo nominato.
3. La lettera deve essere spedita entro 30 giorni a partire da oggi fino al 9 luglio p.v. Chi non lo farà ipso facto viene sospeso a divinis e decade dal suo ufficio.

Questo sembra molto duro, ma perché il Papa fa questo? Perché il Popolo di Dio è scandalizzato. Gesù ricorda che chi scandalizza, deve portarne le conseguenze. Forse qualcuno è stato manovrato senza una piena cognizione della ferita inferta alla comunione ecclesiale.

A voi, fratelli e sorelle, manifesto vivo ringraziamento per la vostra presenza; così pure al Cardinale Onaiyekan per la sua pazienza e al Vescovo Okpaleke, di cui ho ammirato oltre la pazienza anche l’umiltà. Grazie a tutti”.

Successivamente il Card. Onaiyekan ha ringraziato il Santo Padre. Il Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Card. Fernando Filoni, ha chiesto al Santo Padre, il Quale ha accettato, che, a conclusione di questa vicenda, la Diocesi di Ahiara, con il suo Vescovo, compiano un pellegrinaggio a Roma e incontrino il Santo Padre. (Agenzia Fides 9/6/2017)

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Il Santo Padre e  la  non accettabilità della situazione in Ahiara
Pugno di ferro di Papa Bergoglio contro i preti ribelli nigeriani che, nella diocesi di Ahiara, in Nigeria, da quattro anni fanno il bello e il brutto tempo creando divisioni, sollevando liti, esacerbando animi pur di non accettare il vescovo designato legittimamente dal Vaticano. Per rimettere in riga la comunità Bergoglio ha preparato provvedimenti draconiani e inediti.

di Franca Giansoldati – Il Mattino

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Senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non esisterebbe

Posté par atempodiblog le 4 juin 2017

Senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non esisterebbe
Nel momento in cui si afferma l’unicità di Dio la natura acquista una nuova fisionomia: l’inizio della conoscenza. Come salvarsi dai soliti e inflazionati pregiudizi anti religiosi
di Luca Del Pozzo – Il Foglio

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Sulla questione del rapporto tra religione e scienza, che anche di recente ha visto un intervento sul Corriere della Sera del fisico Carlo Rovelli, sarebbe quanto mai opportuno sgomberare il campo da alcuni pregiudizi che non aiutano a inquadrare il dibattito nella giusta prospettiva. Primo fra tutti, ciò da cui discende tutto il resto, quello secondo cui le religioni, in particolare quella cattolica, sarebbero (sono?) un ostacolo allo sviluppo della scienza. L’errore di fondo di questa visione consiste nel misconoscere un fatto fondamentale: senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non sarebbe mai sorta. Partiamo da un presupposto elementare: la scienza, intesa nel senso di conoscenza (della natura, del mondo ecc.), si fonda su un principio molto semplice: si può conoscere solo ciò di cui non si ha paura. Nell’antichità ciò che rendeva impenetrabile la natura era la presenza del sacro. Le divinità naturali e cosmiche delle religioni politeiste generavano paura e timore nell’uomo, che era quindi costretto ad offrire sacrifici, a volte anche umani, per godere del favore degli dèi. Questa visione del rapporto uomo-divinità è stata superata grazie all’affermazione del monoteismo giudaico, poi ripreso dal cristianesimo, nella misura in cui esso rappresenta una sorta di desacralizzazione della natura. Nel momento in cui si afferma l’unicità di Dio, tutte quelle divinità che prima incutevano timore all’uomo ostacolandone la curiosità sono ridotte al rango di semplici creature, e la natura acquista una nuova fisionomia. Questo processo è chiaro fin dal primo capitolo del Genesi, soprattutto se lo si confronta con i racconti di creazione babilonesi, a cui si ispirarono gli scrittori biblici. Laddove per i babilonesi il Sole, la Luna e gli astri erano divinità, in Genesi 1 sono realtà create dall’unico Dio: importanti quanto si vuole per la vita dell’uomo, ma che sono e restano creature senza alcuna connotazione sacra. E questo passaggio, cioè il venir meno della paura nei confronti di forze oscure e divinità minacciose, ha coinciso con l’inizio della conoscenza. A ciò si aggiunga che nel corso dei secoli il giudaismo entrò in contatto con il mondo ellenico, più portato alla speculazione e alla ricerca, e da questo connubio nacquero le premesse teoriche che stanno alla radice della scienza moderna (oltreché dell’intera civiltà europea).

C’è poi un secondo pregiudizio, non meno tenace e altrettanto infondato del primo, che riguarda invece la natura dei testi biblici, a partire proprio da Genesi 1. Da diversi decenni gli studi biblici hanno chiarito che il racconto mitologico (nel senso di “mito” come genere letterario, non di favoletta per bambini) di Genesi 1 risponde al “perché” della vita e dell’universo, e non del “come” ciò sia avvenuto. La fede ebraica, da cui quel testo è scaturito, dice semplicemente che all’origine del creato c’è Dio in quanto causa prima. Di più non afferma, e sbaglierebbe chi volesse attribuire alla Bibbia significati che esulano dalla sua genesi e dalla sua finalità. Tra l’altro, anche l’affermazione secondo cui la creazione sarebbe avvenuta in sei giorni andrebbe come minimo contestualizzata alla luce dei più recenti studi biblici – da cui emerge un quadro ben diverso da quello che comunemente si pensa – anziché presa alla lettera come usano fare fondamentalisti di ogni schieramento. E’ ormai appurato che quel testo, risalente al periodo dell’esilio babilonese, fu scritto dalla classe sacerdotale. Più interessante è rispondere alla domanda sul perché i sacerdoti adottarono proprio lo schema sei più uno, che in gergo tecnico si chiama “settenario”. Nel racconto c’è un centro focale, un punto dove tutto converge: è il settimo giorno, quando Dio “si riposò”. Ma nel calendario ebraico il settimo giorno coincide con lo Shabbat (che significa riposo), cioè il giorno in cui i sacerdoti si recavano al Tempio per officiare il culto. Dunque il settimo giorno era il giorno per eccellenza della classe sacerdotale, che quindi poteva riacquistare agli occhi del popolo quell’autorità che era venuta meno con la disfatta dell’esilio. Non bisogna dimenticare infatti che i primi “colpevoli” dell’esilio babilonese furono ritenuti proprio i sacerdoti, a causa dei loro peccati contro Dio e contro il popolo denunciati dai profeti. Al racconto di Genesi 1 soggiace insomma un’esigenza apologetica della classe sacerdotale per riacquistare credibilità e autorevolezza. Questa la genesi storico-letteraria del testo “incriminato”, che ovviamente nulla toglie all’interpretazione teologica, di cui è legittimo e unico depositario il magistero della chiesa.

Per concludere. Quando si discute su questa come su altre questioni che hanno a che fare con i testi biblici, bisognerebbe tenere presente che religione e scienza hanno statuti differenti che vanno rispettati. La religione dà una risposta alle domande ultime, al “perché” delle cose (e nel caso specifico di quella cattolica essa si fonda sulla Rivelazione di Dio – ciò che la distingue da tutto il resto e la connota più come fede che come religione – non è per nulla un fatto soggettivo né tantomeno intimistico-psicologico come vorrebbe la vulgata laicista e certa teologia catto-protestante); la scienza, invece, cerca di scoprire “come” avvengono i fenomeni. Tra le due prospettive non c’è opposizione, ma distinzione senza che ciò precluda la possibilità di essere allo stesso tempo scienziati e credenti. E forse non è un caso se tutti i più grandi scienziati della storia erano credenti e la maggior parte di essi cattolici. E’ tipico di una certa visione positivistica, purtroppo ancora oggi imperante, rappresentare la scienza come la luce contrapposta alle tenebre della fede.

Un pregiudizio bello e buono, propinato ad arte e consolidatosi nel corso dei secoli fino a diventare luogo comune. E come tutti i luoghi comuni, anche questo sul rapporto tra fede e scienza fatica a morire.

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Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia

Posté par atempodiblog le 2 juin 2017

Don Giustino [Russolillo] riteneva necessari per i Vocazionisti tre oggetti, l’orologio per la santificazione del tempo, la penna per scrivere le divine ispirazioni del momento, e la valigia per ricordarci che dobbiamo sempre essere pronti a partire dove l’obbedienza ci chiama.

Tratto da: Libro dell’anima (parte I). Ed. Vocazioniste

Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia dans Commenti al Vangelo Prete_con_valigia

Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia
Il vero pastore sa congedarsi bene dalla sua Chiesa, perché sa di non essere il centro della storia, ma un uomo libero, che ha servito senza compromessi e senza appropriarsi del gregge: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Un pastore deve essere pronto a congedarsi bene, non a metà
Al centro dell’omelia è la prima Lettura tratta dagli atti degli Apostoli, che si può intitolare – sottolinea Francesco – “Il congedo di un vescovo”. Paolo si congeda dalla Chiesa di Efeso, che lui aveva fondato. “Adesso deve andarsene”:

“Tutti i pastori dobbiamo congedarci. Arriva un momento dove il Signore ci dice: vai da un’altra parte, vai di là, va di qua, vieni da me. E uno dei passi che deve fare un pastore è anche prepararsi per congedarsi bene, non congedarsi a metà. Il pastore che non impara a congedarsi è perché ha qualche legame non buono col gregge, un legame che non è purificato per la Croce di Gesù”.

Pastori senza compromessi
Paolo, dunque, chiama tutti i presbiteri di Efeso e in una sorta di “consiglio presbiteriale” si congeda. Il Papa sottolinea “tre atteggiamenti” dell’apostolo. Innanzitutto afferma di non essersi mai tirato indietro: “Non è un atto di vanità”, “perché lui dice che è il peggiore dei peccatori, lo sa e lo dice”, ma semplicemente “racconta la storia”. E “una delle cose che darà tanta pace al pastore quando si congeda – spiega il Papa – è ricordarsi che mai è stato un pastore di compromessi”, sa “che non ha guidato la Chiesa con i compromessi. Non si è tirato indietro”. “E ci vuole coraggio per questo”.

Pastori che non si appropriano del gregge
Secondo punto. Paolo dice che si reca a Gerusalemme “costretto dallo Spirito”, senza sapere ciò che là gli accadrà”. Obbedisce allo Spirito. “Il pastore sa che è in cammino”:

“Mentre guidava la Chiesa era con l’atteggiamento di non fare compromessi; adesso lo Spirito gli chiede di mettersi in cammino, senza sapere cosa accadrà. E continua perché lui non ha cosa propria, non ha fatto del suo gregge un’appropriazione indebita. Ha servito.

‘Adesso Dio vuole che io me ne vada? Me ne vado senza sapere cosa mi accadrà. So soltanto – lo Spirito gli aveva fatto sapere quello – che lo Spirito santo di città in città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni’. Quello lo sapeva. Non vado in pensione. Vado altrove a servire altre Chiese. Sempre il cuore aperto alla voce di Dio: lascio questo, vedrò cosa il Signore mi chiede. E quel pastore senza compromessi è adesso un pastore in cammino”.

Pastori che non si ritengono il centro della storia
Il Papa spiega perché non si è appropriato del gregge. Terzo punto. Paolo dice: “Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita”: non è “il centro della storia, della storia grande o della storia piccola”, non è il centro, è “un servitore”. Francesco cita un detto popolare: “Come si vive, si muore; come si vive, ci si congeda”. E Paolo si congeda con una “libertà senza compromessi” e in cammino. “Così si congeda un pastore”:

“Con questo esempio tanto bello preghiamo per i pastori, per i nostri pastori, per i parroci, per i vescovi, per il Papa, perché la loro vita sia una vita senza compromessi, una vita in cammino, e una vita dove loro non si credano che sono al centro della storia e così imparino a congedarsi. Preghiamo per i nostri pastori”.

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Tutto il mio cammino è l’ascendere

Posté par atempodiblog le 28 mai 2017

 Tutto il mio cammino è l’ascendere dans Citazioni, frasi e pensieri Beato_Giustino_Maria_Russolillo_della_Santissima

“Per essere sempre più e meglio immagine e somiglianza di Dio, tutto il mio cammino è l’ascendere, avvicinarmi e pervenire all’unione divina: il mezzo è piacere al Signore sempre più e sempre meglio, col rassomigliarGli sempre più e meglio”.

Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje

Posté par atempodiblog le 16 mai 2017

Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje

“QUESTE MIE APPARIZIONI QUI A MEDJUGORJE SONO LE ULTIME PER L’UMANITÀ. AFFRETTATEVI A CONVERTIRVI” (Messaggio di Medjugorje del 17 aprile 1982)

Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje dans Apparizioni mariane e santuari Madonna_di_Medjugorje

Dopo le esternazioni di PAPA FRANCESCO SU MEDJUGORJE nel corso della conferenza stampa in aereo di ritorno da Fatima per il centenario delle apparizioni (13 maggio 1917 – 2017) molti mi hanno chiesto che cosa pensassi. Ecco di seguito il mio pensiero.

Anzitutto è bene ricordare – come ha fatto Francesco – che le apparizioni mariane (vere o presunte) sono una forma di rivelazione privata che nulla aggiunge alla rivelazione della fede e pertanto la Chiesa non obbliga a credervi, benché le riconosca come prezioso ausilio per approfondire la fede stessa.

Il Papa ha quindi sottolineato due realtà positive su Medjugorje. 
La prima sono i frutti spirituali, ovvero le molte CONVERSIONI sincere e autentiche che a Medjugorje sono nate, sempre più numerose negli ultimi anni.

La seconda realtà che il Papa ha sottolineato sono le APPARIZIONI della prima fase, quando i veggenti erano ragazzi, per le quali il rapporto della Commissione presieduta dal Card. Ruini dice che è bene investigare ancora. Una apertura positiva e importante sulle apparizioni stesse, dunque, ben oltre il giudizio pastoralmente positivo che già un mese fa aveva espresso mons. HOSER a Medjugorje sottolineando la fede cristocentrica che là si respira.

Poi il Papa ha espresso perplessità sulla fase delle apparizioni attuali, precisando però che si tratta di una sua OPINIONE PERSONALE.

In merito, credo sia sufficiente considerarla come tale. Sapendo che l’opinione personale del vescovo di Roma non è certamente paragonabile al futuro pronunciamento ufficiale del Papa – cui Francesco stesso ha alluso al termine del suo intervento. Quale che sia questo pronunciamento, da figlio obbediente della Chiesa ben volentieri mi atterrò ad esso.

Ma, nell’attesa, posso ancora precisare che:

1. Se la prima fase delle apparizioni è considerata positivamente, per cui si dà credito almeno ai primi 3 anni delle apparizioni (dal 24 giugno 1981 al marzo 1984, allorché iniziano i messaggi del giovedì per la parrocchia, cui fanno seguito quelli mensili del 25, a partire dal gennaio 1987), bisogna tenere presente che in questo periodo sono compresi già i dieci SEGRETI DI MEDJUGORJE, rivelati per prima a Mirjana il 25 dicembre 1982. Quando si realizzeranno, dopo esser stati svelati con 3 giorni di anticipo, e quando verrà dato il SEGNO SULLA COLLINA, anche chi dubita crederà.

2. Nella prima fase rientra anche il messaggio del 17 aprile 1982 in cui la Regina della Pace indica Medjugorje come LE SUE ULTIME APPARIZIONI. Alla luce di questo messaggio, non possono esserci apparizioni mariane nel mondo dopo Medjugorje. Ora, poiché la Chiesa ha riconosciuto nel 2001 le apparizioni della Vergine dei Dolori di KIBEHO in Ruanda, che hanno avuto luogo dal 1981 al 1989, va da sé che occorre considerare come autentiche le apparizioni di Medjugorje almeno fino al 1989. A meno di dover considerare falso il messaggio del 17 aprile 1982 e dunque dubitare della prima fase delle apparizioni. Cosa che però la Commissione e le parole di papa Francesco paiono escludere.
Se si considerano autentiche (almeno) le apparizioni fino a tutto il 1989, ne segue che si accolgono come autentici i messaggi settimanali (1984-1987) e i primi 3 anni almeno di quelli mensili del 25 alla parrocchia. Messaggi che vengono dati a scadenze precise, secondo lo stile di Maria che a Bernadette ha dato appuntamento per 15 giorni nello stesso posto e che a Fatima hai chiesto ai pastorelli di tornare il 13 del mese a mezzogiorno. 
Se sono autentiche le apparizioni fino al 1989, e se le conversioni continuano ancora oggi, perché dubitare che sia tutto vero?

3. Infine, desidero precisare che CREDO ALLA PRESENZA DI MARIA A MEDJUGORJE e sono grato a Dio per aver incontrato quella oasi di pace che mi ha fatto vivere una fede più profonda e sperimentare l’amore di Gesù e Maria. 
E sono onorato, nel mio piccolo, di poter servire la Regina della Pace con libri, catechesi, apostolato e testimonianza di vita.

Amen, alleluja.

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Maria, Madre di Misericordia

Posté par atempodiblog le 14 mai 2017

Maria, Madre di Misericordia
di Padre Livio Fanzaga – Maria, dolce Madre. Ed. SugarCo

Maria, Madre di Misericordia dans Citazioni, frasi e pensieri IMG_0779

Maria è la donna più conosciuta e più amata nella storia dell’umanità. Il suo nome da due millenni corre ininterrottamente sulla bocca degli uomini. La sua immagine emana pace e sicurezza.

A Lei si rivolgono gli uomini di ogni stirpe e di ogni religione. I bambini le mandano baci, gli adulti la invocano, i morenti la chiamano con l’ultimo sguardo.

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Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»

Posté par atempodiblog le 13 mai 2017

Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»
I due pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco, sono santi. Papa Francesco, nella Messa per la loro canonizzazione, ricorda che, come i tre veggenti, anche noi dobbiamo essere segno – per chi è abbandonato, povero, malato, emarginato – dell’amore di Dio e della sua misericordia. «Contro l’indifferenza che ci raggela il cuore».  E Bergoglio ha ricordato ancora una volta che la Chiesa dev’essere missionaria, «ricca di cuore e povera di mezzi».
di Annachiara Valle  Famiglia Cristiana

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Malati, disoccupati, migranti, anziani. Papa Francesco canonizza Francesco e Giacinta ricordando, alla folla che ha vegliato tutta la notte in preghiera, il senso del messaggio della Madonna apparsa a Fatima 100 anni fa: quello di una Madre in pena per l’umanità. Una Madre che vuole ricoprire e proteggere tutti con il suo manto. Che vuole essere «come un’ancora» che sostiene la nostra speranza.

Pellegrino di pace, Francesco ricorda Giacinta e Francesco, che oggi canonizza e le parole di suor Lucia, la terza dei tre pastorelli, morta nel 2005 e della quale, nel 2008, si è aperto il processo di beatificazione. Ricorda la visione in cui Maria dice a Giacinta: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». E proprio pensando a queste parole Bergoglio invita tutti a pregare con lui e affida a Maria «i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati».

A margine della messa papa Francesco aveva incontrato una famiglia palestinese già conosciuta in Italia, lo scorso anno, al Cara di Castelnuovo di Porto. Una famiglia profuga dal dopoguerra, passata per l’Iraq, la Siria, la Libia, Lampedusa e – grazie al progetto di ricollocazione europea – accolta oggi in Portogallo. Una famiglia musulmana devotissima alla Madonna. Pensa a loro Francesco, ai militari malati che ha incontrato nella base di Monte Real, appena sceso dall’aereo, agli altri malati che ha incontrato a Fatima prima e dopo la messa, ai bambini. E chiede a ciascuno di abbandonarsi nelle braccia di Maria e di essere, a nostra volta, speranza per gli altri.  «Carissimi fratelli», dice ancora nell’omelia, «preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio. Egli infatti ci ha creati come una speranza per gli altri, una speranza reale e realizzabile secondo lo stato di vita di ciascuno. Nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato, il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita».

Anche il cardinale Piero Parolin, nella messa celebrata durante la veglia della notte, aveva sottolineato quanto sia indispensabile questa generosità, l’essere disposti a pagare un prezzo per arrestare il male e costruire la pace. Come quando si riceve una banconota falsa, aveva detto come esempio il segretario di Stato, e si è vittime innocenti del male. E quel male lo si arresta soltanto «caricandosi in qualche modo di quella banconota». La «reazione spontanea, e persino ritenuta logica, sarebbe di passarla a qualcun altro. In questo si vede come siamo tutti inclini a cadere in una logica perversa che ci domina e spinge a propagare il male. Se mi comporto secondo questa logica, la mia situazione cambia: io ero vittima innocente quando ho ricevuto la banconota contraffatta; il male degli altri è caduto su di me. Nel momento, però, in cui coscientemente passo la banconota falsa a un altro, io non sono più innocente: sono stato vinto dalla forza e dalla seduzione del male, provocando una nuova vittima; mi sono fatto trasmettitore del male, sono diventato responsabile e colpevole. L’alternativa è quella di fermare l’avanzata del male; ma ciò è possibile solo pagando un prezzo, restando cioè io con la banconota falsa e liberando così l’altro dall’avanzata del male».

Come ha fatto Gesù, dice, nella messa di oggi, il Papa, che ha portato la croce prima di noi, caricandosi del male del mondo. Il Signore, ha concluso papa Francesco, «sempre ci precede. Quando passiamo attraverso una croce, Egli vi è già passato prima. Così non saliamo alla croce per trovare Gesù; ma è stato Lui che si è umiliato ed è sceso fino alla croce per trovare noi e, in noi, vincere le tenebre del male e riportarci verso la Luce. Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore».

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Non siamo migliori di nessuno

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

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La magnanimità porta a rinunciare alla vittoria in una singola battaglia per poter vincere la guerra delle relazioni. E’ qualcuno che capisce che è molto più importante che non perdere una casa, è non perdere un fratello.

L’iroso parte dal vittimismo, vede la giustizia come un assoluto e si autorizza ad essere feroce nel punire. E’ un circolo devastante.

Per combattere con l’ira dobbiamo rifiutare i pensieri vittimisti, ricordare i nostri peccati, i nostri errori, ricordare che non siamo migliori di nessuno. 

di don Fabio Rosini

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Il cardinale Schuster: «Il diavolo ha paura della nostra santità»

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

Il cardinale Schuster: «Il diavolo ha paura della nostra santità»
di Susanna Manzin – Comunità Ambrosiana

Il cardinale Schuster: «Il diavolo ha paura della nostra santità» dans Fede, morale e teologia Cardinale_Schuster

Nelle ultime parole del beato cardinale ai seminaristi, il suo invito alla santità. Che riecheggia quanto scrive don Chautard ne “L’anima di ogni apostolato”. Vuoi che le tue opere abbiano frutto? Diventa santo. Solo così il demonio indietreggerà.

Mettendo ordine tra le carte e i fascicoli accumulati negli anni, mi capita tra le mani un foglio, distribuito ai ragazzi dell’oratorio di Sant’Ambrogio. Il foglio contiene, oltre agli appuntamenti della Settimana Santa, una frase del beato card. Schuster, Arcivescovo di Milano. Era il 14 agosto 1954, e ai Seminaristi che gli chiedevano un saluto disse così:

«Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. Ha paura, invece, della nostra santità».

Si spense 16 giorni dopo, il 30 agosto 1954. L’impressionante corteo che accompagnò la salma del cardinale Schuster da Venegono a Milano avrebbe confermato che “quando passa un Santo, tutti accorrono al suo passaggio”.

«Il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi». Per carità, è bello vedere i ragazzi che giocano a calcio in oratorio, luoghi di aggregazione sani, grazie ai quali tanti giovani sono strappati alla solitudine o a cattive compagnie (reali o virtuali). Se il parroco proietta buoni film, come Cristiada, possiamo parlare di un utilizzo del cinema per la Nuova Evangelizzazione.

Ma certamente non basta. Soprattutto non basta per fare indietreggiare il demonio. Certamente il beato card. Schuster aveva letto un classico della spiritualità cristiana, “L’anima di ogni apostolato” di Don Chautard (ed. Di Giovanni – per info www.libreriasangiorgio.it), un testo molto utilizzato anche nella formazione in Alleanza Cattolica. Don Chautard riporta le parole del can. Timon-David, direttore tra la prima e la seconda metà dell’800 dell’Oeuvre de la Jeunesse:

«Banda, teatro, proiezioni, cinema ecc., io non disprezzo tutto questo. Anzi, in principio credevo anch’io che fossero indispensabili; invece sono solamente stampelle che si usano in mancanza di meglio.

Ora, più vado avanti, più il fine ed i mezzi diventano soprannaturali, poiché vedo sempre più che le opere fondate sull’elemento umano sono destinate a perire e che soltanto l’opera che ha lo scopo di portare a Dio gli uomini mediante la vita interiore, è benedetta dalla Provvidenza».

Ogni mezzo che usiamo per l’evangelizzazione ha bisogno di essere sorretto dalla vita interiore. Sia Dom Chautard che il beato Schuster avevano colto l’essenziale: «vuoi che le tue opere abbiano frutto? Diventa santo. Solo così il demonio indietreggerà».

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Ecco perché maggio è il mese di Maria

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

La storia. Ecco perché maggio è il mese di Maria
Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, l’origine e le forme di una devozione popolare molto sentita.
Riccardo Maccioni – Avvenire

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Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Il re saggio e la nascita del Rosario
In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

L’indicazione del gesuita Dionisi
L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI
Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria».

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Ritirati nel Cuore di Gesù

Posté par atempodiblog le 11 mai 2017

Ritirati nel Cuore di Gesù dans Citazioni, frasi e pensieri Riposare_in_Ges

“Statevene ritirati nel Cuore purissimo di Gesù e troverete conforto”.

San Paolo della Croce

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