“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni

Posté par atempodiblog le 24 mars 2017

“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni
“Invito tutte le comunità a vivere con fede l’appuntamento del 24 e 25 marzo per riscoprire il Sacramento della Riconciliazione: ‘24 ore per il Signore’”. Lo ha detto il Papa nel corso dell’udienza generale di mercoledì scorso. “Auspico che anche quest’anno tale momento privilegiato di grazia del cammino quaresimale, ha proseguito Francesco, sia vissuto in tante chiese del mondo per sperimentare l’incontro gioioso con la misericordia del Padre, che tutti accoglie e perdona ». L’iniziativa “24 ore per il Signore”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ha per tema quest’anno: “Misericordia io voglio” e prevede l’apertura straordinaria di molte chiese, dalla sera di oggi fino a notte inoltrata, per consentire a quante più persone possibile la partecipazione all’Adorazione eucaristica e alla confessione. A Roma resteranno aperte la chiesa di Santa Maria in Trastevere e la chiesa delle Stimmate di S. Francesco. Per saperne di più Adriana Masotti ha intervistato, per Radio Vaticana, mons. José Octavio Ruiz Arenas, segretario del Dicastero vaticano per la Nuova Evangelizzazione:

Dio perdona tutto e dimentica dans Fede, morale e teologia 5eis7s

R. – Questa iniziativa è nata in occasione dell’Anno della Fede nel 2013 ed è nata come un’iniziativa locale qui, a Roma. In quel momento si invitavano alcune chiese ad aprire le porte per le confessioni durante tutta la notte. Poi negli ultimi due anni questa iniziativa è stata seguita un po’ dappertutto e abbiamo anche ricevuto diverse testimonianze dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Russia, dall’Argentina, dal Messico che dicevano che molti sacerdoti avevano preso sul serio questa iniziativa e pian piano molta gente si è avvicinata a ricevere questo Sacramento in spirito di adorazione al Signore, di riconciliazione e anche di capire che è un’opportunità per cambiare vita e accogliere questo dono che ci dà il Signore della sua misericordia e della sua tenerezza.

D.  – Questa opportunità è rivolta a tutti ma in particolare ai giovani?
R. – Sì, è una proposta per tutte le persone ma ci sono tanti giovani che hanno accolto l’invito e soprattutto ci sono molti giovani che ci hanno aiutato soprattutto qui a Roma a invitare nelle strade, nelle piazze, nelle vicinanze delle chiese che sono aperte, tanta gente che passava ad avvicinarsi al sacramento. Quindi è stata un’esperienza molto ricca che è servita anche per sviluppare questo senso missionario da parte dei giovani.

D. – Quanti sacerdoti saranno impegnati in questa iniziativa?
R. – E’ impossibile sapere perché non sappiamo in tutto il mondo quante parrocchie e quante diocesi accolgono veramente questa iniziativa ma qui a Roma, per esempio, nella chiesa di Santa Maria in Trastevere saranno presenti circa 18 sacerdoti per confessare e anche nella Chiesa delle Santissime Stimmate a Largo Argentina ci sarà un gruppo di più di 15 sacerdoti per offrire questa opportunità alla gente.

D. – Il Papa all’udienza di mercoledì ha invitato tanti ad approfittare di questa occasione per riscoprire e per sperimentare il Sacramento della Riconciliazione…
R. – Sì, certamente. Siamo adesso in un mondo nel quale purtroppo si è perso il senso del peccato e perdendo il senso del peccato si perde anche il bisogno di avvicinarsi al Sacramento della Riconciliazione. Quindi è un momento per pensare che il Sacramento della Riconciliazione non è soltanto per cancellare i peccati, ma è soprattutto aprire il cuore alla misericordia del Signore e tutti noi abbiamo bisogno della misericordia del Signore: non siamo di fronte a un giudice ma soprattutto siamo di fronte a Qualcuno che ci ama veramente. Quindi quello che dice il Papa è molto, molto vero.

D. – Il tema che orienterà la riflessione quest’anno è “Misericordia io voglio”. E’ come se ora, dopo aver sperimentato la misericordia di Dio, ad esempio durante il tempo del Giubileo, si volesse passare a vivere la misericordia noi con gli altri perché è questo che Dio vuole…
R. – Certo. Il tema di quest’anno ci ricorda che ognuno di noi deve aspirare a sentire il bisogno della misericordia divina per poi esprimere quella misericordia nella carità e nell’amore agli altri. Quest’impegno è un impegno che noi dobbiamo sentire in ogni momento della nostra vita, nel nostro lavoro, nella famiglia, nella strada. In una situazione di tanta violenza, ingiustizia e corruzione, oggi più che mai abbiamo  bisogno di ricordare che il Signore ci chiede soprattutto di offrire il nostro cuore, la nostra vita che si esprime con l’amore a Dio e agli altri.

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Papa Francesco: siamo “cattolici atei” se abbiamo il cuore duro

Posté par atempodiblog le 24 mars 2017

Papa Francesco: siamo “cattolici atei” se abbiamo il cuore duro
Ascoltare la Parola di Dio per evitare il rischio che il cuore si indurisca. E’ quanto affermato da Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che, quando ci allontaniamo da Dio e diventiamo sordi alla sua Parola, diventiamo cattolici infedeli o perfino “cattolici atei”.
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

Papa Francesco: siamo “cattolici atei” se abbiamo il cuore duro dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Quando il popolo non ascolta la voce di Dio, gli volta le spalle e alla fine si allontana da Lui. Papa Francesco ha preso spunto dalla Prima Lettura, un passo tratto dal Libro del Profeta Geremia, per sviluppare una meditazione sull’ascolto della Parola di Dio. “Quando noi non ci fermiamo per ascoltare la voce del Signore – ha sottolineato il Pontefice – finiamo per allontanarci, ci allontaniamo da Lui, voltiamo le spalle. E se non si ascolta la voce del Signore, si ascoltano altre voci”.

Se non ascoltiamo la Parola di Dio, alla fine ascoltiamo gli idoli del mondo
Alla fine, ha constatato amaramente, a forza di chiudere le orecchie, “diventiamo sordi: sordi alla Parola di Dio”.

“E tutti noi, se oggi ci fermiamo un po’ e guardiamo il nostro cuore, vedremo quante volte – quante volte! – abbiamo chiuso le orecchie e quante volte siamo diventati sordi. E quando un popolo, una comunità, ma diciamo anche una comunità cristiana, una parrocchia, una diocesi, chiude le orecchie e diventa sorda alla Parola del Signore, cerca altre voci, altri signori e va a finire con gli idoli, gli idoli che il mondo, la mondanità, la società gli offrono. Si allontana dal Dio vivo”.

Se il cuore si indurisce, diventiamo “cattolici pagani” perfino “cattolici atei”
Quando ci si allontana dal Signore, ha proseguito, il nostro cuore si indurisce. Quando “non si ascolta – ha ripreso – il cuore diviene più duro, più chiuso in se stesso ma duro e incapace di ricevere qualcosa; non solo chiusura: durezza di cuore”. Vive allora “in quel mondo, in quell’atmosfera che non gli fa bene. Lo allontana ogni giorno di più da Dio”:

“E queste due cose – non ascoltare la Parola di Dio e il cuore indurito, chiuso in se stesso – fanno perdere la fedeltà. Si perde il senso della fedeltà. Dice la prima Lettura, il Signore, lì: ‘La fedeltà è sparita’, e diventiamo cattolici infedeli, cattolici pagani o, più brutto ancora, cattolici atei, perché non abbiamo un riferimento di amore al Dio vivente. Non ascoltare e voltare le spalle – che ci fa indurire il cuore – ci porta su quella strada della infedeltà”.

“Questa infedeltà, come si riempie?”, si è dunque chiesto il Papa. “Si riempie in un modo di confusione, non si sa dove è Dio, dove non è, si confonde Dio con il diavolo”. Francesco ha fatto così riferimento al Vangelo odierno ed ha annotato che “a Gesù, che fa dei miracoli, che fa tante cose per la salvezza e la gente è contenta, è felice, gli dicono: ‘E questo lo fa perché è un figlio del diavolo. Fa il potere di Belzebù’”.

Domandiamoci se ascoltiamo davvero la Parola di Dio o induriamo il cuore
“Questa – ha detto il Papa – è la bestemmia. La bestemmia è la parola finale di questo percorso che incomincia con il non ascoltare, che indurisce il cuore”, che “porta alla confusione, ti fa dimenticare la fedeltà e, alla fine, bestemmi”. Guai, ha soggiunto, a quel popolo che dimentica lo stupore del primo incontro con Gesù:

“Ognuno di noi oggi può chiedersi: ‘Mi fermo per ascoltare la Parola di Dio, prendo la Bibbia in mano, e mi sta parlando a me? Il mio cuore si è indurito? Mi sono allontanato dal Signore? Ho perso la fedeltà al Signore e vivo con gli idoli che mi offre la mondanità di ogni giorno? Ho perso la gioia dello stupore del primo incontro con Gesù?’. Oggi è una giornata per ascoltare. ‘Ascoltate, oggi, la voce del Signore’, abbiamo pregato. ‘Non indurite il vostro cuore’. Chiediamo questa grazia: la grazia di ascoltare perché il nostro cuore non si indurisca”.

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Iosep Av

Posté par atempodiblog le 19 mars 2017

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Dov’è lo sposo di Maria [nel Paradiso dantesco], essendo ella Vergine e Madre, ma anche sposa e consacrata? Di San Giuseppe si dice che sia l’uomo del silenzio, perché i Vangeli che parlano di lui (Matteo e Luca) non ne riportano espressioni verbali.

Iosep Av dans Fede, morale e teologia Iosep_Av

Dante conosce benissimo la meditazione su San Giuseppe, dunque con le iniziali dei versi successivi (19, 22, 25, 28, 31, 34, 37) formal’acrostico IOSEP AV, il saluto a Giuseppe come lo pronunciavano i medievali. È la presenza nascosta di Giuseppe accanto a Maria.

Tratto da: 2 learning advanced

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Papa Francesco: Gesù ama i confessori che fanno largo uso della misericordia

Posté par atempodiblog le 18 mars 2017

Papa Francesco: Gesù ama i confessori che fanno largo uso della misericordia
I buoni confessori non hanno orari, confessano ogni volta che i fedeli lo chiedono, e sono veri amici di Gesù, che si compiace se fanno largo uso della misericordia: è quanto ha detto il Papa ai partecipanti al corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica sulla Confessione.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Perché alcuni peccati li assolve solo il Papa? dans Fede, morale e teologia 90204g

Quello della Penitenzieria – dice subito il Papa – “è il tipo di Tribunale che mi piace” perché è un “tribunale della misericordia”. Quindi indica tre punti per essere buoni confessori. Innanzitutto bisogna essere veri amici di Gesù, che significa essere immersi nella preghiera. Questo “eviterà quelle asprezze e incomprensioni che, talvolta, si potrebbero generare anche nell’incontro sacramentale”. Gesù – spiega Papa Francesco – “si compiacerà certamente se faremo largo uso della sua misericordia”:

“Un confessore che prega sa bene di essere lui stesso il primo peccatore e il primo perdonato. Non si può perdonare nel Sacramento senza la consapevolezza di essere perdonato prima. E dunque la preghiera è la prima garanzia per evitare ogni atteggiamento di durezza, che inutilmente giudica il peccatore e non il peccato.

Nella preghiera è necessario implorare il dono di un cuore ferito, capace di comprendere le ferite altrui e di sanarle con l’olio della misericordia, quello che il buon samaritano versò sulle piaghe di quel malcapitato, per il quale nessuno aveva avuto pietà (cfr Lc 10,34)”.

Secondo punto. Il buon confessore è un uomo dello Spirito, un uomo deldiscernimento. “Quanto male viene alla Chiesa – esclama il Papa – dalla mancanza di discernimento!”. “Lo Spirito – osserva – permette di immedesimarci” con quanti “si avvicinano al confessionale e di accompagnarli con prudente e maturo discernimento e con vera compassione delle loro sofferenze, causate dalla povertà del peccato”.

“Il confessore – precisa – non fa la propria volontà e non insegna una dottrina propria. Egli è chiamato a fare sempre e solo la volontà di Dio, in piena comunione con la Chiesa, della quale è ministro, cioè servo”:

“Il discernimento permette di distinguere sempre, per non confondere, e per non fare mai ‘di tutta l’erba un fascio’. Il discernimento educa lo sguardo e il cuore, permettendo quella delicatezza d’animo tanto necessaria di fronte a chi ci apre il sacrario della propria coscienza per riceverne luce, pace e misericordia”.

Il Papa ricorda che chi si avvicina al confessionale “può provenire dalle più disparate situazioni”, potrebbe avere anche “veri e propri disturbi spirituali” e in questi casi non bisogna “esitare a fare riferimento a coloro che, nella diocesi, sono incaricati di questo delicato e necessario ministero, vale a dire gli esorcisti. Ma questi devono essere scelti con molta cura e molta prudenza ».Tuttavia, sottolinea, tali disturbi “possono anche essere in larga parte psichici, e ciò deve essere verificato attraverso una sana collaborazione con le scienze umane”.

Terzo punto, il confessionale è anche un luogo di evangelizzazione e di formazione, perché fa incontrare il vero volto di Dio, che è quello della misericordia. “Nel pur breve dialogo che intesse con il penitente, il confessore è chiamato a discernere che cosa sia più utile e che cosa sia addirittura necessario al cammino spirituale di quel fratello o di quella sorella” e “talvolta si renderà necessario ri-annunciare le più elementari verità di fede”. “Si tratta di un’opera di pronto e intelligente discernimento, che può fare molto bene ai fedeli”:

« Il confessore, infatti, è chiamato quotidianamente e recarsi nelle ‘periferie del male e del peccato’ … questa è una brutta periferia!  … e la sua opera rappresenta un’autentica priorità pastorale, eh? Confessare è priorità pastorale. Per favore, che non ci siano quei cartelli: ‘Si confessa soltanto lunedì, mercoledì da tale ora a tale ora’. Si confessa ogni volta che te lo chiedono. E se tu stai lì pregando, stai con il confessionale aperto, che è il cuore di Dio aperto ».

Infine, il Papa ricorda un antico racconto popolare che parla di Pietro, a guardia della porta del Paradiso per vagliare l’ingresso delle anime dei defunti. E la Madonna, quando vede un ladro, “gli fa segnale di nascondersi”. Poi, di notte, lo chiama e lo fa entrare dalla finestra:

“E’ un racconto popolare; ma è tanto bello perdonare con la mamma accanto; perdonare con la Madre. Perché questa donna, quest’uomo che viene al confessionale, ha una madre in cielo che gli aprirà le porte o lo aiuterà al momento di entrare in Cielo. Sempre la Madonna, perché la Madonna anche ci aiuta a noi nell’esercizio della misericordia”.

Poi, dopo la benedizione, Papa Francesco ha concluso tra le risate dei presenti: “Non dite che i ladri vanno in cielo, non dite questo!”.

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“Il Crocifisso è vivo”: il card. Comastri parla del suo nuovo libro

Posté par atempodiblog le 27 février 2017

“Il Crocifisso è vivo”: il card. Comastri parla del suo nuovo libro
“Il Crocifisso è vivo”. E’ il titolo del nuovo libro del cardinale Angelo Comastri, pubblicato in questi giorni dalle Edizioni San Paolo. Il volume introduce i lettori alla “terapia della Misericordia”, raccontando storie di conversioni e trasformazioni di uomini raggiunti dalla forza della Croce. Un libro, dunque, particolarmente utile mentre ci avviciniamo al periodo quaresimale che ci condurrà alla Pasqua del Signore. Intervistato, per Radio Vaticana, da Alessandro Gisotti, il cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, muove la sua riflessione dall’affermazione dello storico russo Aleksandr Solženicyn: “Gli uomini hanno dimenticato Dio”:

“Il Crocifisso è vivo”: il card. Comastri parla del suo nuovo libro dans Cardinale Angelo Comastri Il_Crocifisso_vivo

R. – Solženicyn ha raccontato che quando era ragazzo, quindi negli anni ’20, ’22, ricordava che nel suo villaggio discutevano: “Ma perché ci sono capitate queste disgrazie nella Russia?”. Erano gli anni in cui si stava imponendo la dittatura feroce di Stalin. E lui ricordava che gli anziani dicevano: “Abbiamo abbandonato Dio, il resto è conseguenza”. Questo vale anche oggi. Viviamo in una società in cui dominano due caratteristiche. Oggi c’è violenza e scontentezza. La violenza è un po’ dovunque. Così anche la scontentezza è un po’ dovunque. Perché questa inquietudine? Dio è la trave che sostiene il tetto del senso della vita: se Dio è entrato nella storia, la storia ha una salvezza, ha uno sbocco positivo. Noi siamo sicuri che lo sbocco finale sarà la vittoria dei buoni. Allora, sapendo che il Crocifisso è vivo, cioè che Gesù è dentro la storia, è dalla parte nostra, sapendo questo, noi dobbiamo avere una grande speranza, una grande fiducia: il mondo può cambiare, il mondo si può rinnovare e, non solo, la vittoria dei buoni è assicurata.

D. – La Quaresima è vicina. Questo libro parla di Risurrezione fin dal titolo. Come prepararsi a questo tempo forte dell’anno?
R. – Il mondo nel quale viviamo potrebbe farci paura. Ci sono tanti elementi che possono anche infondere scoraggiamento. Allora, mi vengono in mente le parole che spesso mi diceva Madre Teresa: “Non serve a niente gridare ‘E’ buio, è buio!’ ”. Finché gridiamo ‘E’ buio, è buio!’ non si accende la luce. E lei diceva: “Accendiamo la luce. Anzi, diventiamo luce noi”. Allora, all’inizio della Quaresima, io credo che tutti dobbiamo riconoscere che abbiamo dentro di noi qualche zona d’ombra, tutti abbiamo qualche spazio in cui si è accumulata polvere. Quanto è bello ripulire l’anima, renderla più splendente, mandare più luce: questa è la Quaresima, in modo che il giorno di Pasqua possa essere non solo il ricordo della Risurrezione di Gesù ma anche un momento in cui noi ci avviciniamo alla Risurrezione di Gesù. Perché questo è il senso della Quaresima: farci diventare figli risorti.

D. – Lei sottolinea che la terapia che oggi serve agli uomini del nostro tempo è la misericordia di Dio. Questo tema della misericordia è molto presente nei Papi dopo il Concilio, in particolare in Giovanni Paolo II e Francesco. Perché secondo lei?
R. – Credo che il tema della misericordia sia un po’ il cuore del Vangelo. Oggi lo stiamo sottolineando più che scoprendo perché è nel cuore del Vangelo. Prendiamo il capitolo 15 di San Luca. L’evangelista racconta che un giorno la gente mormorava contro Gesù perché lo trovava troppo buono, troppo accondiscendente verso i peccatori e Gesù risponde con tre parabole, con le quali vuol dire: “Voi non sapete chi è Dio. Dio non è come lo pensate voi. Dio è come un pastore che ha 100 pecore, ne perde una, potrebbe dire: ‘99 mi bastano’. E invece va a cercare la pecora smarrita. Questo è Dio”. E Gesù conclude: “Ebbene in cielo si fa festa per un solo – un solo! – peccatore che si converte”. Poi, Gesù continua: “Dio è come una donna che ha 10 monete e ne perde una. Ebbene chi sono queste monete preziose? E’ l’uomo, l’uomo peccatore. La moneta perduta è l’uomo peccatore. E dice Gesù: “La donna butta all’aria tutta la casa. Ed è un’immagine di Dio per dire: Dio fa di tutto per ritrovarci. Poi, la parabola del Figliol prodigo è meravigliosa: il figlio sbatte la porta, scappa di casa va a finire nel porcile, più umiliante di così non si può immaginare! Ebbene, io sono convinto che Gesù quando raccontava questa parabola a un certo punto si è fermato, nel momento in cui ha detto: “Ma il figlio si pentì e disse: ‘Tornerò da mio padre’”. Io ho sempre immaginato che Gesù si sia fermato in questo momento e abbia detto: “Immaginate l’incontro”. Forse qualcuno avrà detto: “Una bella bastonata gliel’avrà data!”. Gesù risponde: “No, così ragionato gli uomini non Dio”. Il Padre lo vide da lontano, cioè il padre lo stava aspettando. Ed è bello il movimento dei verbi: “Il padre gli corse incontro, gli cadde sul collo e lo abbracciò con l’amore di un padre”. Quindi noi possiamo perdere le caratteristiche di figli, Dio non perde mai le caratteristiche di padre.

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Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi

Posté par atempodiblog le 16 février 2017

Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi
E’ “un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti”. “Siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo” e “il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani”.
di AsiaNews

Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

La speranza cristiana “non delude”, è “sicura” perché si fonda sul fatto che Dio ci ama e ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. La speranza, allora, è “un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti”. La speranza non delude è stato l’argomento del quale papa Francesco ha parlato oggi alle settemila persone presenti nell’aula Paolo VI, in Vaticano, per l’udienza generale.

Proseguendo nel ciclo di catechesi dedicato al tema della speranza cristiana, infatti, il Papa si è soffermato sul concetto espresso da san Paolo che nella Lettera ai romani esorta a vantarci. “Fin da piccoli – ha detto Francesco – ci viene insegnato che non è una bella cosa vantarsi. Ed è giusto, perché vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi. In questo passo della Lettera ai Romani, però, l’Apostolo Paolo ci sorprende, in quanto per ben due volte ci esorta a vantarci. Vuole che facciamo i pavoni? Di cosa allora è giusto vantarsi? E come è possibile fare questo, senza offendere, senza escludere qualcuno? Nel primo caso, siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo, per mezzo della fede. Paolo vuole farci capire che, se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia! Se facciamo attenzione, infatti, ad agire – nella storia, come nella nostra vita – non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto, che crea ogni cosa come un dono d’amore, che tesse la trama del suo disegno di salvezza e che lo porta a compimento per noi, mediante il suo Figlio Gesù. A noi è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia. Se facciamo questo, siamo in pace con Dio e facciamo esperienza della libertà. E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino”.

“Paolo però ci esorta a vantarci anche nelle tribolazioni. Questo non è facile da capire, ci risulta più difficile e può sembrare che non abbia niente a che fare con la condizione di pace appena descritta. Invece ne costituisce il presupposto più autentico, più vero. Infatti, la pace che ci offre e ci garantisce il Signore non va intesa come l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza. Se fosse così, nel caso in cui riuscissimo a stare in pace, quel momento finirebbe presto e cadremmo inevitabilmente nello sconforto. La pace che scaturisce dalla fede è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui”.

“Ecco allora perché la speranza cristiana è solida, ecco perché non delude. Mai delude. Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere. Il suo fondamento è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi. E’ facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro, sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero. E’ un buon esercizio, questo, dire a se stessi: Dio mi ama. Dio mi ama. E questa è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E il Signore ha effuso abbondantemente nei nostri cuori lo Spirito, lo Spirito Santo che è l’amore di Dio, come artefice, come garante, proprio perché possa alimentare dentro di noi la fede e mantenere viva questa speranza. E questa sicurezza: Dio mi ama. ‘Ma in questo momento brutto?’ – Dio mi ama. ‘E a me, che ho fatto questa cosa brutta e cattiva?’ – Dio mi ama. Quella sicurezza non ce la toglie nessuno. E dobbiamo ripeterlo come preghiera: Dio mi ama. Sono sicuro che Dio mi ama. Sono sicura che Dio mi ama”.

“Adesso comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci esorta a vantarci sempre di tutto questo. Io mi vanto dell’amore di Dio, perché mi ama. La speranza che ci è stata donata non ci separa dagli altri, né tanto meno ci porta a screditarli o emarginarli. Si tratta invece di un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti. E allora il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri. E non dimenticatevi: la speranza non delude. D’accordo? La speranza non delude”.

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Papa Francesco: fermare subito i piccoli risentimenti, distruggono fratellanza nel mondo

Posté par atempodiblog le 13 février 2017

Papa Francesco: fermare subito i piccoli risentimenti, distruggono fratellanza nel mondo
La distruzione delle famiglie e dei popoli inizia dalle piccole gelosie e invidie, bisogna fermare all’inizio i risentimenti che cancellano la fratellanza: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Una Messa che ha voluto offrire per padre Adolfo Nicolás, preposito generale della Compagnia di Gesù dal 2008 al 2016, che dopodomani torna in Oriente per il suo lavoro. “Che il Signore – ha detto Francesco – retribuisca tutto il bene fatto e lo accompagni nella nuova missione. Grazie, padre Nicolás”. Hanno partecipato alla celebrazione i membri del Consiglio dei Nove Cardinali, in Vaticano per la loro 18.ma riunione.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

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Fratellanza distrutta dalle piccole cose
Al centro dell’omelia del Papa, la prima Lettura, tratta dalla Genesi, che parla di Caino e Abele. Per la prima volta nella Bibbia “si dice la parola fratello”. E’ la storia “di una fratellanza che doveva crescere, essere bella e finisce distrutta”. Una storia – osserva il Papa – che comincia “con una piccola gelosia”: Caino è irritato perché il suo sacrificio non è gradito a Dio e inizia a coltivare quel sentimento dentro di sé. Potrebbe controllarlo ma non lo fa:

“E Caino preferì l’istinto, preferì cucinare dentro di sé questo sentimento, ingrandirlo, lasciarlo crescere. Questo peccato che farà dopo, che è accovacciato dietro il sentimento. E cresce. Cresce. Così crescono le inimicizie fra di noi: cominciano con una piccola cosa, una gelosia, un’invidia e poi questo cresce e noi vediamo la vita soltanto da quel punto e quella pagliuzza diventa per noi una trave, ma la trave l’abbiamo noi, ma è là. E la nostra vita gira intorno a quello e quello distrugge il legame di fratellanza, distrugge la fraternità”.

Il risentimento non è cristiano
Pian piano si diventa “ossessionati, perseguitati” da quel male, che cresce sempre di più:

“E così cresce, cresce l’inimicizia e finisce male. Sempre. Io mi distacco da mio fratello, questo non è mio fratello, questo è un nemico, questo dev’essere distrutto, cacciato via … e così si distrugge la gente, così le inimicizie distruggono famiglie, popoli, tutto! Quel rodersi il fegato, sempre ossessionato con quello. Questo è accaduto a Caino, e alla fine ha fatto fuori il fratello. No: non c’è fratello. Sono io soltanto. Non c’è fratellanza. Sono io soltanto. Questo che è successo all’inizio, accade a tutti noi, la possibilità; ma questo processo dev’essere fermato subito, all’inizio, alla prima amarezza, fermare. L’amarezza non è cristiana. Il dolore sì, l’amarezza no. Il risentimento non è cristiano. Il dolore sì, il risentimento no. Quante inimicizie, quante spaccature”.

Il sangue di tanta gente nel mondo grida a Dio dal suolo
Alla Messa a Santa Marta ci sono alcuni nuovi parroci, e il Papa dice: “Anche nei nostri presbiteri, nei nostri collegi episcopali: quante spaccature incominciano così! Ma perché a questo hanno dato quella sede e non a me? E perché questo? E … piccole cosine … spaccature … Si distrugge la fratellanza”. E Dio domanda: “Dov’è Abele, tuo fratello?”.  La risposta di Caino “è ironica”: “Non so: sono forse io il custode di mio fratello?”. “Sì, tu sei il custode di tuo fratello”. E il Signore dice: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”. Ognuno di noi – afferma il Papa, e anche lui si mette nella lista – può dire di non aver mai ucciso nessuno:  ma “se tu hai un sentimento cattivo verso tuo fratello, lo hai ucciso; se tu insulti tuo fratello, lo hai ucciso nel tuo cuore. L’uccisione è un processo che incomincia dal piccolo”.  Così, sappiamo “dove sono quelli che sono bombardati” o “che sono cacciati” ma “questi non sono fratelli”:

“E quanti potenti della Terra possono dire questo … ‘A me interessa questo territorio, a me interessa questo pezzo di terra, questo altro … se la bomba cade e uccide 200 bambini, ma, non è colpa mia: è colpa della bomba. A me interessa il territorio …’. E tutto incomincia da quel sentimento che ti porta a staccarti, a dire a l’altro: ‘Questo è fulano [tizio], questo è così, ma non è fratello …’, e finisce nella guerra che uccide. Ma tu hai ucciso all’inizio. Questo è il processo del sangue, e il sangue oggi di tanta gente nel mondo grida a Dio dal suolo. Ma è tutto collegato, eh? Quel sangue là ha un rapporto – forse un piccolo goccetto di sangue – che con la mia invidia, la mia gelosia ho fatto io uscire, quando ho distrutto una fratellanza”.

Una lingua che distrugge il prossimo
Il Signore – è la preghiera conclusiva del Papa – oggi ci aiuti a ripetere questa sua domanda: « Dov’è tuo fratello? », ci aiuti a pensare a quelli che “distruggiamo con la lingua” e “a tutti quelli che nel mondo sono trattati come cose e non come fratelli, perché è più importante un pezzo di terra che il legame della fratellanza”.

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Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya

Posté par atempodiblog le 8 février 2017

Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya
Oggi, nella memoria di Giuseppina Bakhita, la schiava sudanese diventata santa, si celebra la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, quest’anno dedicata in particolare a bambini e adolescenti. Il Papa lo ha ricordato all’udienza generale.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya dans Fede, morale e teologia Bakhita

Papa Francesco lancia un appello forte, incoraggiando “tutti coloro che in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione”:

“Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Occorre fare ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile”.

Pregare S. Giusepppina Bakhita per tutti i migranti
Papa Francesco ha quindi parlato di Santa Giuseppina Bakhita, che da bambina fu vittima della tratta:

“Questa ragazza schiavizzata in Africa, sfruttata, umiliata non ha perso la speranza e portò avanti la fede e finì per arrivare come migrante in Europa. E lì sentì la chiamata del Signore e si fece suora.

Preghiamo Santa Giuseppina Bakhita per tutti, per tutti i migranti, i rifugiati, gli sfruttati che soffrono tanto, tanto”.

Appello per i Rohinya
Parlando “di migranti cacciati via, sfruttati”, Francesco prega “in modo speciale per i nostri fratelli e sorelle Rohinya”, “cacciati via dal Myanmar, che vanno da una parte all’altra perché non li vogliono”:

“E’ gente buona, gente pacifica … non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri. E’ da anni che soffrono: sono stati torturati, uccisi, semplicemente per portare avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana … Preghiamo per loro e vi invito a pregare per loro il nostro Padre che è nei Cieli, tutti insieme, per i nostri fratelli e sorelle Rohinya”.

Grazie al Comitato della Giornata contro la tratta
Il Papa chiede un applauso a Santa Giuseppina Bakhita e saluta il Comitato della Giornata mondiale di preghiera contro la tratta delle persone, presente in Aula Paolo VI:

“Grazie per quello che fate!”.

Nessuno resti indifferente al grido dei bambini schiavizzati
Infine, invita i giovani a imitare Giuseppina Bakhita: il suo esempio – dice – accresca in voi “l’attenzione per i vostri coetanei più svantaggiati e in difficoltà”. Ieri in un tweet, il Papa ha affermato: “Ascoltiamo il grido di tanti bambini schiavizzati. Nessuno resti indifferente al loro dolore”.

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Un cristiano non può dire: me la pagherai

Posté par atempodiblog le 8 février 2017

Udienza generale. Un cristiano non può dire: me la pagherai. Ampia sintesi di Radio Vaticana
Papa Francesco ha tenuto stamane l’udienza generale in Aula Paolo VI proseguendo la catechesi sulla speranza cristiana. “Mercoledì scorso – ha detto – abbiamo visto che san Paolo, nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, esorta a rimanere radicati nella speranza della risurrezione (cfr 5,4-11), con quella bella parola ‘saremo sempre con il Signore’. Nello stesso contesto, l’Apostolo mostra che la speranza cristiana non ha solo un respiro personale, individuale, ma comunitario, ecclesiale. Tutti noi speriamo. Tutti noi abbiamo speranza, ma anche comunitariamente”.

Un cristiano non può dire: me la pagherai dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Sostenersi nella speranza
“Per questo, lo sguardo viene subito allargato da Paolo a tutte le realtà che compongono la comunità cristiana, chiedendo loro di pregare le une per le altre e di sostenersi a vicenda. Aiutarci a vicenda. Ma non solo aiutarci nei bisogni, nei tanti bisogni della vita quotidiana, ma aiutarci nella speranza, sostenerci nella speranza.

E non è un caso che cominci proprio facendo riferimento a coloro ai quali è affidata la responsabilità e la guida pastorale. Sono i primi ad essere chiamati ad alimentare la speranza, e questo non perché siano migliori degli altri, ma in forza di un ministero divino che va ben al di là delle loro forze. Per tale motivo, hanno quanto mai bisogno del rispetto, della comprensione e del supporto benevolo di tutti quanti”.

Vicinanza a chi è scoraggiato
“L’attenzione poi viene posta sui fratelli che rischiano maggiormente di perdere la speranza, di cadere nella disperazione. Ma noi sempre abbiamo notizie di gente che cade nella disperazione e fa cose brutte, no? La ‘dis-speranza’ li porta a tante cose brutte… Il riferimento è a chi è scoraggiato, a chi è debole, a chi si sente abbattuto dal peso della vita e delle proprie colpe e non riesce più a sollevarsi. In questi casi, la vicinanza e il calore di tutta la Chiesa devono farsi ancora più intensi e amorevoli, e devono assumere la forma squisita della compassione, che non è avere pietà: la compassione è patire con l’altro, soffrire con l’altro, avvicinarmi a quello che soffre con una parola, una carezza, ma che venga dal cuore, eh? Quella è la compassione! Hanno bisogno del conforto e della consolazione. Questo è quanto mai importante: la speranza cristiana non può fare a meno della carità genuina e concreta.

Lo stesso Apostolo delle genti, nella Lettera ai Romani, afferma con il cuore in mano: «Noi, che siamo i forti – che abbiamo la fede, la speranza o non abbiamo tante difficoltà – abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (15,1). Portare, eh? Portare le debolezze altrui. Questa testimonianza poi non rimane chiusa dentro i confini della comunità cristiana: risuona in tutto il suo vigore anche al di fuori, nel contesto sociale e civile, come appello a non creare muri ma ponti, a non ricambiare il male col male, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono: il cristiano mai può dire: me la pagherai. Mai! Questo non è un gesto cristiano! L’offesa si vince con il perdono; a vivere in pace con tutti. Questa è la Chiesa! E questo è ciò che opera la speranza cristiana, quando assume i lineamenti forti e al tempo stesso teneri dell’amore. E l’amore è forte e tenero. E’ bello”.

Nessuno impara a sperare da solo
“Si comprende allora che non si impara a sperare da soli. Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un “corpo”, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. Questo allora vuol dire che, se speriamo, è perché tanti nostri fratelli e sorelle ci hanno insegnato a sperare e hanno tenuto viva la nostra speranza. E tra questi, si distinguono i piccoli, i poveri, i semplici, gli emarginati. Sì, perché non conosce la speranza chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e quello non è speranza: è sicurezza relativa; non conosce la speranza chi si chiude nel proprio appagamento, chi si sente sempre a posto… A sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite. Sono questi nostri fratelli a darci la testimonianza più bella, più forte, perché rimangono fermi nell’affidamento al Signore, sapendo che, al di là della tristezza, dell’oppressione e della ineluttabilità della morte, l’ultima parola sarà la sua, e sarà una parola di misericordia, di vita e di pace. Chi spera, spera di sentire un giorno questa parola: ‘Vieni, vieni da me, fratello; vieni, vieni da me, sorella, per tutta l’eternità’”.

Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza
“Cari amici, se — come abbiamo detto — la dimora naturale della speranza è un “corpo” solidale, nel caso della speranza cristiana questo corpo è la Chiesa, mentre il soffio vitale, l’anima di questa speranza è lo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza. Ecco allora perché l’Apostolo Paolo ci invita alla fine a invocarlo continuamente. Se non è facile credere, tanto meno lo è sperare. E’ più difficile sperare che credere, eh? E’ più difficile. Ma quando lo Spirito Santo abita nei nostri cuori, è Lui a farci capire che non dobbiamo temere, che il Signore è vicino e si prende cura di noi; ed è Lui a modellare le nostre comunità, in una perenne Pentecoste, come segni vivi di speranza per la famiglia umana. Grazie”.

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La Chiesa beatifica il martire giapponese Ukon, samurai di Cristo

Posté par atempodiblog le 6 février 2017

La Chiesa beatifica il martire giapponese Ukon, samurai di Cristo
Domani sarà beatificato il martire giapponese Justus Takayama Ukon, signore feudale e samurai, vissuto nel XVI secolo. Sposato e padre di 5 figli, scelse la via dell’esilio piuttosto che abiurare la fede cristiana. La Messa di Beatificazione ad Osaka, in Giappone, sarà presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Radio Vaticana ripercorre la figura di Ukon con il servizio di Debora Donnini

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Un guerriero con la katana, la spada dei guerrieri giapponesi, rivolta verso il basso, sormontata da una croce. La statua di Ukon, il samurai di Cristo, rappresenta la parabola della sua vita: da daimyo, grande signore feudale, potente in battaglia, a povero ed esiliato fino alla morte. Nato nel 1552, viene battezzato a 12 anni quando suo padre abbraccia la fede cristiana attraverso la predicazione del gesuita san Francesco Saverio. Signori feudali, i Takayama arrivano a dominare la regione di Takatsuki e Ukon si impegna per la diffusione del cristianesimo con la fondazione di seminari e la formazione di missionari e catechisti: nei suoi territori su una popolazione di 30mila persone, circa 25 mila abbracciarono la fede. Il cardinale Angelo Amato:

“Aveva colto il messaggio centrale di Gesù, che è la legge della carità. Per questo era misericordioso con i suoi sudditi, aiutava i poveri, dava il sostentamento ai samurai bisognosi. Fondò la confraternita della misericordia. Visitava gli ammalati, era generoso nell’elemosina, portava assieme al padre Dario la bara dei defunti, che non avevano famiglia, e provvedeva a seppellirli. Tutto ciò provocava stupore e desiderio di imitazione”.

Le persecuzioni iniziarono nel 1587 quando lo shogun Hideyoschi ordina l’espulsione dei missionari. Ukon e suo padre rinunciano agli onori, scegliendo la povertà. Vennero poi le crocifissioni, infine nel 1614, quando lo shogun Tokugawa bandì definitivamente il cristianesimo, Ukon per non abiurare va in esilio nelle Filippine assieme a 300 cristiani. Morirà circa 40 giorni dopo il suo arrivo. Ancora il cardinale Amato:

“Educato all’onore e alla lealtà, fu un autentico guerriero di Cristo, non con le armi di cui era esperto, ma con la parola e l’esempio. La fedeltà al Signore Gesù era così fortemente radicata nel suo cuore, da confortarlo nella persecuzione, nell’esilio, nell’abbandono. La perdita della sua posizione di privilegio e la riduzione a una vita povera e di nascondimento non lo rattristarono, ma lo resero sereno e perfino gioioso perché si manteneva fedele alle promesse del Battesimo”.

Justus_Takayama_Ukon dans Fede, morale e teologia

“’Via della Spada, Via della Croce… Tante domande mi risuonavano in testa giorno e notte…”. Sono parole del film-documentario ‘Ukon il samurai – La via della spada, la via della Croce’ descrive proprio questo cammino di spoliazione. Ma come avviene il processo di conversione per Ukon? La regista del film, Lia Beltrami:

“La vita di Ukon percorre, possiamo dire, tre fasi di conversione: il Battesimo, quando era ancora piccolo, assieme al padre, il momento in cui si trova in mezzo ad un combattimento, in cui capisce che non è quella la sua via e quando si trova a scegliere tra due grandi signori feudali. La scelta di uno avrebbe provocato una persecuzione contro la Chiesa nascente, mentre la scelta dell’altro l’avrebbe portato a perdere due suoi familiari che erano stati sequestrati. Lui sceglie di non entrare nella logica del mondo, ma di rinunciare a tutto, di rinunciare allo stato di signore, di rinunciare al castello per seguire la Via della Croce”.

Ukon non abbandona la cultura giapponese, che anzi valorizzerà sempre. Ancora Lia Beltrami:

“Ukon vive pienamente e fino in fondo il suo essere giapponese e non pone mai in conflitto la nuova religione, il cristianesimo. Takayama Ukon è conosciuto in tutto il Giappone, anche non cristiano, come ‘Gran Maestro della Cerimonia del Thè’: là dentro, nella stanza spogliata di tutto, dove ci si trova di fronte al proprio interlocutore, quella è la via per annunciare il Vangelo, quella è la via della missione negli ultimi anni della sua vita”.

Affascinato dal messaggio di Gesù che dona la sua vita per amore, Ukon capì che quello era il vero sacrificio e il vero onore.

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Perché volere che un bambino handicappato viva?

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2017

Perché volere che un bambino handicappato viva?
Fonte: Amici di Lazzaro
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Perché volere che un bambino handicappato viva? dans Articoli di Giornali e News Bambini_con_disabilit

Avra’ una vita felice o infelice? Questo non dipende dalla gravità del suo handicap. Non dipende neppure dal numero di cellule del suo cervello. Dipende da chi la circonda, perché l’essenziale per essere felice – per lui, come per ciascuno di noi – è amare ed essere amato.
Il bambino non conosce tutto il dramma vissuto attorno a lui, ma lo percepisce con tutte le fibre del suo essere. Attraverso la tonalità della voce, la dolcezza o l’indifferenza dei gesti, la tranquillità o l’angoscia con cui gli si sta accanto. Egli capisce di essere accolto o rifiutato.
Anche l’handicappato più grave, se lo crediamo, è una persona. Quanti genitori – come il filosofo Emmanuel Mounier di fronte alla sua piccola Francesca, la cui intelligenza sembrava completamente spenta – hanno percepito una presenza che li chiama ad un amore, ad una speranza, ad una tenerezza più grandi.
Ma abbandonati alla loro solitudine, molti genitori sono quasi incapaci di questo amore incondizionato. Hanno bisogno di essere circondati da una rete di amici. E ciascuno di noi può diventare uno di questi amici.

Testimonianza di Anna

Quando avevo 33 anni, misi al mondo la nostra terza creatura, una bambina che avevamo scelto di chiamare Maria. Un quarto d’ora dopo la sua nascita, il pediatra venne a comunicarmi che la bambina era affetta da trisomia 21, il nome scientifico del mongolismo. Niente aveva fatto presagire questo handicap: non rientrando nella fascia di età considerata «a rischio», non avevo ritenuto utile sottopormi alle analisi diagnostiche preventive. Ad ogni modo, mio marito ed io avevamo deciso che, anche se uno dei nostri figli fosse stato colpito da un handicap, avremmo rifiutato l’aborto. Dopo la notizia, mi ha sollevato per lo meno il pensiero che, non essendo stato rilevato nulla nella fase prenatale, avevo almeno potuto trascorrere una gravidanza serena.
Sul momento, per merito sicuramente di una grazia particolare, non ho sentito il mondo crollarmi addosso. Mi ero già occupata di bambini mongoloidi, sapevo che il loro handicap può anche essere lieve, che sono bambini particolarmente affettuosi e possono integrarsi molto bene in un ambiente normale. Mio marito, invece, ne fu sconvolto. Si sentiva incapace di accogliere Maria e preferiva che ce ne separassimo in modo legale al più presto… Entrambe le nostre famiglie condivisero subito la sua reazione. E anch’io fui presa dal panico: perché un figlio così? Perché a noi? Nella mia fascia di età, c’è una probabilità su 750 che un figlio nasca trisomico, ed era successo proprio a noi… Che fare? Come avrebbero reagito i nostri due figli più grandi? E la gente intorno a noi? Cosa ci riservava il futuro?

Se hai coraggio tu, l’avrò anch’io
Fortunatamente, mia madre mi indicò un’associazione cristiana che si occupa dei portatori di handicap. Telefonai subito, spiegando la situazione. Il giorno dopo una persona venne a trovarmi in clinica, e potei rivolgerle tutte le mie domande. Mi spiegò che, se anche lo sviluppo di questi bambini è più lento di quello dei bambini normali, essi possono comunque iniziare a camminare verso i due anni, tenersi puliti a due anni e mezzo e andare alla scuola materna con gli altri bambini. Sono molto socievoli, amano generalmente molto la musica – particolare molto importante in quanto mio marito è musicista – e, se anche la loro età mentale non supera gli otto anni, possono comunque seguire la scuola elementare con l’insegnante di sostegno o essere accolti in idonee strutture specializzate.

Questa persona tornò a trovarci ogni giorno. Dopo una settimana, dissi a mio marito che pensavo di avere la forza di tenere Maria. «Se tu hai questo coraggio», mi rispose, «l’avrò anch’io». Capiva che, se noi avessimo abbandonato Maria, non avrei mai più potuto essere felice come prima. Siamo dunque tornati a casa con Maria. Era una bambina molto tranquilla, che iniziò ben presto a dormire tutta la notte. Certo, le nostre famiglie furono molto sconcertate per la nostra decisione ma, fin dalla prima volta in cui andammo a trovarle, furono tutti conquistati dal simpatico visetto e dalla grazia di Maria.

Sostegni per il futuro
La nostra piccina adesso ha un anno e devo constatare che, per il momento, la vita non è più difficile di prima. Al contrario, siamo colpiti dall’attenzione e dalla delicatezza che i nostri parenti e amici hanno per lei: tutti ci chiedono sue notizie e si rallegrano per i suoi progressi.

Come vediamo l’avvenire? Senza troppa apprensione, perché ci sentiamo ben sostenuti sia a livello medico che personale. Attualmente vengono effettuate molte ricerche ed esperimenti per stimolare ed integrare i bambini trisomici: Maria beneficia, ad esempio, di sedute di fisioterapia a domicilio, che la aiutano ad irrobustire i muscoli.

Una fortuna per i nostri figli
E’ senz’altro un’esperienza paradossale scoprire che la felicità può nascere dalla prova vissuta con l’aiuto di Dio: perché noi siamo davvero felici! Maria ci porta il messaggio essenziale che, al di là di una completa riuscita intellettuale e sociale, ogni persona ha un valore in sé. I nostri figli più grandi saranno sensibilizzati da questo messaggio e questo sarà sicuramente un guadagno per il loro avvenire.

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Papa: “Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2017

Papa: “Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”
“La felicità dei poveri in spirito ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni materiali questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace: più ho più voglio”.
di AsiaNews

Papa: sono con i cristiani perseguitati di Mosul e del Medio Oriente dans Commenti al Vangelo 2v3j6zt

“Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su sé stesso, sulle sue ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui”. Nella domenica nella quale il Vangelo propone il discorso delle Beatitudini, papa Francesco ha voluto sottolineare in particolare il senso della beatitudine dei poveri in spirito, commentando anche che “se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”.

Alle 30mila persone presenti in piazza san Pietro per la recita dell’Angelus, il Papa ha infatti ricordato che “la liturgia di questa domenica ci fa meditare sulle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12a), che aprono il grande discorso detto ‘della montagna’, la ‘magna charta’ del Nuovo Testamento. Gesù manifesta la volontà di Dio di condurre gli uomini alla felicità. Questo messaggio era già presente nella predicazione dei profeti: Dio è vicino ai poveri e agli oppressi e li libera da quanti li maltrattano. Ma in questa sua predicazione Gesù segue una strada particolare: comincia con il termine «beati», cioè felici; prosegue con l’indicazione della condizione per essere tali; e conclude facendo una promessa. Il motivo della beatitudine, cioè della felicità, non sta nella condizione richiesta – per esempio «poveri in spirito», «afflitti», «affamati di giustizia», «perseguitati»… – ma nella successiva promessa, da accogliere con fede come dono di Dio. Si parte dalla condizione di disagio per aprirsi al dono di Dio e accedere al mondo nuovo, il «regno» annunciato da Gesù. Non è un meccanismo automatico questo, ma un cammino di vita al seguito del Signore, per cui la realtà di disagio e di afflizione viene vista in una prospettiva nuova e sperimentata secondo la conversione che si attua. Non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio”.

“Mi soffermo sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 4). Il povero in spirito è colui che ha assunto i sentimenti e l’atteggiamento di quei poveri che nella loro condizione non si ribellano, ma sanno essere umili, docili, disponibili alla grazia di Dio. La felicità dei poveri in spirito ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni materiali questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace: più ho più voglio. Questa è la consumazione vorace e questo uccide l’anima”. “Nei confronti di Dio è lode e riconoscimento che il mondo è benedizione e che alla sua origine sta l’amore creatore del Padre. Ma è anche apertura a Lui, è Lui il Signore, non io, è docilità alla sua signoria, che ha voluto il mondo per tutti gli uomini nella loro condizione di pochezza e di limite”.

“Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su sé stesso, sulle sue ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane. I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. Questo vorrei sottolinearlo, privilegiare la comunione al possesso. La Vergine Maria, modello e primizia dei poveri in spirito perché totalmente docile alla volontà del Signore, ci aiuti ad abbandonarci a Dio, ricco di misericordia, affinché ci ricolmi dei suoi doni, specialmente dell’abbondanza del suo perdono”.

Anche quest’anno, dopo la recita della preghiera mariana, accanto a Francesco si sono affacciati due ragazzi dell’Azione cattolica delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma. I ragazzi, a conclusione della ‘Carovana della Pace’, il cui slogan è Circondati di Pace, hanno letto un messaggio a favore della pace, dopo il quale dalla piazza sono stati lanciati dei palloncini colorati.

Il Papa ha infine ricordato che si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. “Questa malattia, pur essendo in regresso, è ancora tra le più temute e colpisce i più poveri ed emarginati. È importante lottare contro questo morbo, ma anche contro le discriminazioni che esso genera. Incoraggio quanti sono impegnati nel soccorso e nel reinserimento sociale delle persone colpite dalla lebbra, per le quali assicuriamo la nostra preghiera”.

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Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie

Posté par atempodiblog le 29 janvier 2017

Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie
di don Maurizio Patriciello – Avvenire

Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie dans Articoli di Giornali e News Santissimo_Sacramento

Ho avuto modo di conoscere e apprezzare don Giuseppe Carmelo, prete della diocesi di Napoli. Ci siamo formati nello stesso seminario, studiato nella stessa facoltà teologica. Abbiamo sognati gli stessi sogni. Dopo l’ordinazione sacerdotale le strade si dividono, ognuno va dove la Provvidenza e l’obbedienza lo invia. Con gioia e trepidazione. Coscienti dei propri limiti e dei bisogni enormi del popolo che gli viene affidato. In seminario imparammo a fidarci di Dio e delle sue sorprese. Davanti a noi si aprivano orizzonti immensi e non vedevamo l’ora di gettarci nel lavoro pastorale.

Ingenuamente pensammo di avere la chiave per risolvere i problemi. Ci pensò la vita a farci ritornare con i piedi per terra. Gesù non elimina le croci, ma le assume e chiede a noi, che liberamente abbiamo scelto di seguirlo, di fare la stessa cosa. Imparammo presto a coniugare preghiera e sete di giustizia, annuncio e denuncia, azione e contemplazione. Imparammo a distinguere il peccato che va sempre condannato dal peccatore che va sempre amato. Imparammo a non essere “imparziali” ma a stare con i più poveri. Abbiamo imparato a essere preti toccando con mano la miseria e la grandezza umana. Non è stato e ancora non è facile.

Don Giuseppe è parroco al Pallonetto di Santa Lucia, il quartiere dove pochi giorni fa sono stati arrestati diversi camorristi. Un fatto di routine a Napoli se a fare scalpore non fosse stata la scoperta di una ragazzina di otto anni impegnata a confezionare bustine di droga. Qualcuno gridò allo scandalo. Fingendo di stupirsi. Scandalosa la notizia lo era, ma non destava meraviglia. Che i bambini a Napoli vengano impiegati per simili servizi lo sappiamo e lo denunciamo da sempre. I parroci che li hanno avuti al catechismo e all’oratorio cercano in tutti i modi di strapparli a questo avvilente destino.

Don Giuseppe si dà da fare al Pallonetto, don Angelo a Forcella, don Antonio alla Sanità. Alle Salicelle c’è don Ciro, a San Pietro a Patierno don Franco, a Crispano, Comune sciolto per infiltrazioni camorristiche, don Adriano. Ringraziamo Dio per questi preti e le loro comunità che portano una sciabolata di luce dove il buio incombe. La gente vuole bene ai suoi preti. Anche chi continua a delinquere, anche quando le loro parole bruciano più della brace sulla pelle. Sanno bene che per il bene dei loro figli si farebbero ammazzare. In segreto li apprezzano, a modo loro li “proteggono”. Se solo accettassero qualche piccolo servizio impazzirebbero dalla gioia… prima di perdere per sempre la stima che hanno nei loro confronti.

Non è facile spiegare il rapporto di odio – amore – rispetto – sospetto che i camorristi hanno con i parroci dei quartieri dove “comandano”. Don Giuseppe giovedì ha chiuso la chiesa ed è andato a celebrare la Messa nei vicoli. La foto che lo ritrae con il Santissimo tra le mani nell’antico borgo di pescatori è suggestiva. Sembra che stia sussurrando al Dio nascosto: «Solo tu, Signore, puoi aiutarci. Fallo, per amore di questo popolo che hai voluto affidarmi».

Non solo preghiera, non solo Messa, non solo processione e litanie. Don Peppino ha voluto, ancora una volta, richiamare l’attenzione sul vero dramma della sua parrocchia, tanto simile al mio e a quello di decine di confratelli. Ha ricordato a chi ci governa che la mancanza di lavoro e di alternative non lascia intravedere un futuro migliore. Che la repressione non basta per migliorare il territorio.

«Dio solo sa quanto io desideri la conversione di chi ha scelto la strada dell’illegalità», dice il sacerdote pensando soprattutto ai ragazzi che fino a pochi anni fa frequentavano la parrocchia, prima che la sirena della mano nera li ammaliasse. Prima che la rassegnazione li costringesse a dire: «Questa è la nostra strada. Don Peppino, lasciaci stare, tu non puoi capire». E da quella volta hanno preso a voltare la faccia dall’altra parte quando lo vedono passare. Salvo poi mandarlo a chiamare quando vengono ingoiati dal carcere.

A questi preti delle periferie, geografiche ed esistenziali, vogliamo dire grazie. Invitarli a non demordere e assicurare loro la preghiera di tutta la Chiesa.

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Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze”

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze”
Il messaggio di Francesco per la 51esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
di Salvatore Cernuzio – Zenit

Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze” dans Articoli di Giornali e News Santo_Padre

Grano o zizzania. La mente umana, dicevano i Padri della Chiesa, è “una macina da mulino” che non si ferma mai e che “non può cessare di macinare ciò che riceve”. Tuttavia chi è “incaricato del mulino” ha la possibilità di decidere cosa macinarvi: il grano o la zizzania. Appunto. Parte da questa metafora tratta dall’antica tradizione ecclesiale, il messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra il prossimo 28 maggio sul tema «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo.

Bergoglio parla in prima persona a tutti coloro che “ogni giorno ‘macinano’ tante informazioni” per incoraggiarli ad offrire un “pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione”. Specialmente nel tempo moderno in cui “l’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare”.

Queste notizie “possono essere belle o brutte, vere o false”: “Sta a noi decidere quale materiale fornire”, rimarca Francesco. Che esorta tutti “ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia”.

In particolare, secondo il Vescovo di Roma, c’è bisogno di “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’ (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo – osserva – non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male”.

Anzi, al contrario – sottolinea il Papa -, tutti dovremmo cercare di “oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione”.

Papa Bergoglio indica pertanto un preciso stile comunicativo: “aperto e creativo”, “mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista”, ma che “cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia”.

“Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della ‘buona notizia’”, scrive il Pontefice. “La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti”.

Inoltre, “la realtà non ha un significato univoco”. Tutto dipende dallo “sguardo” con cui viene colta, dagli “occhiali” – dice il Papa – con cui scegliamo di guardarla: “cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa”. E l’occhiale adeguato per decifrare la realtà, almeno per i cristiani, “non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza”: il Vangelo.

Esso non è solo “un’informazione su Gesù”, ma è piuttosto “la buona notizia che è Gesù stesso”. Una notizia che “non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio”. In Cristo “anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita”, scrive il Papa. “Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento”.

In questa luce, “ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire”.

A costruire quel “Regno di Dio” che “è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio”. “Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente”, afferma il Papa. Che parla invece di speranza, quella “fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo” e allarga gli orizzonti. Una speranza che “è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita”, ma che “è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta”.

“Noi – sottolinea il Santo Padre – la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato ‘ristampato’ in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti ‘canali’ viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza”.

“Attraverso la forza dello Spirito Santo possiamo essere testimoni e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, fino ai confini della terra”, conclude Papa Francesco. Tale fiducia “ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona”.

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Terremoto, vescovo Spoleto-Norcia propone giorno di digiuno

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Terremoto, vescovo Spoleto-Norcia propone giorno di digiuno
Monsignor Boccardo per il 27 gennaio: «Segno di solidarietà verso chi è provato nello spirito e nel corpo»
di Umbria24

Terremoto, vescovo Spoleto-Norcia propone giorno di digiuno dans Articoli di Giornali e News terremoto_bagnasco_boccardo

Una giornata di digiuno, «proposta a tutte le donne e gli uomini di buona volontà dell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia» da tenersi venerdì 27 gennaio, «quale segno di solidarietà verso chi è provato nel corpo e nello spirito» dal susseguirsi delle scosse di terremoto, che culminerà con una preghiera alle 21 nella palestra del Sacro Cuore a Spoleto: è una delle iniziative che il vescovo di Spoleto-Norcia, monsignor Renato Boccardo, proporrà ai fedeli della sua diocesi, dove i danni del terremoto, soprattutto al patrimonio religioso, sono ingenti.

La giornata di digiuno – spiega un comunicato della diocesi – vuole essere «un grido che sale al Cielo per chiedere misericordia, tranquillità e sicurezza». Lo stesso vescovo ha inoltre programmato per domenica 29 gennaio, alle 15,30 a Norcia, una processione penitenziale intorno alle mura della città: verrà portata in processione l’effige della Madonna Addolorata, estratta dalle macerie della chiesa che la ospitava, «per chiedere difesa e protezione dalle calamità naturali»

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