Figli di Dio non si nasce. Si diventa

Posté par atempodiblog le 9 décembre 2011

Figli di Dio non si nasce. Si diventa
L’articolo che qui ripubblichiamo può essere riassunto nelle due prime risposte del Catechismo maggiore di san Pio X: «Siete voi cristiano? Sì, io sono cristiano per grazia di Dio. Perché dite voi: per grazia di Dio? Io dico: per grazia di Dio, perché l’essere cristiano è un dono tutto gratuito di Dio, che noi non abbiamo potuto meritare
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Tratto da: 30Giorni

Figli di Dio non si nasce. Si diventa dans Commenti al Vangelo Cappella-Brancacci-Battesimo-dei-neofiti
Masaccio Il battesimo dei neofiti, nella Cappella Brancacci della chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze

La Chiesa ha da poco celebrato col santo Natale la nascita nel tempo dell’unigenito eterno Figlio di Dio. Secondo una teologia sempre più diffusa, con l’incarnazione del Figlio deriverebbe in maniera automatica l’attribuzione immediata a ogni uomo della figliolanza divina. Nel senso che ogni uomo, che lo sappia o no, che lo accetti o no, vive già radicalmente in Cristo. Secondo tale teologia, Cristo, prima ancora di essere il capo della Chiesa, è il capo di tutto il creato. Ogni uomo gli appartiene prima ancora di essere raggiunto e trasformato dal suo Spirito.

Questa concezione pretende trovare un avallo nell’affermazione di san Tommaso d’Aquino secondo cui «considerando la generalità degli uomini, per tutto il tempo del mondo, Cristo è il capo di tutti gli uomini, ma secondo gradi diversi» (Summa theologica III, 8, 3) ripresa dalla costituzione pastorale Gaudium et spes dell’ultimo Concilio: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (22). Ma se si togliessero dalla frase della Summa theologica e dalla frase della Gaudium et spes gli incisi «secondo gradi diversi» e «in certo modo» non si rispetterebbero tutti i dati della fede cattolica. E infatti lo stesso Concilio, nella costituzione dogmatica Lumen gentium (13), seguendo fedelmente la Tradizione, distingue chiaramente tra la chiamata di tutti gli uomini alla salvezza e l’appartenenza in atto dei credenti alla comunione di Gesù Cristo. Secondo il metodo proprio di tutta la rivelazione biblica.
Se, con l’incarnazione del Verbo, la figliolanza divina fosse attribuita immediatamente a ogni uomo, il mistero della scelta o elezione e quindi la fede, il battesimo e la Chiesa non avrebbero più alcun ruolo costitutivo per la salvezza: la missione della Chiesa nel mondo sarebbe solo quella di far prendere coscienza a tutti gli uomini di questa salvezza già presente nella profondità di ognuno. Insomma, ogni uomo, in virtù dell’incarnazione del Verbo, acquisirebbe automaticamente, anche se inconsapevolmente, “l’esistenza in Cristo” ricevendo così, in virtù della sua trascendenza come persona umana, gli effetti salvifici della redenzione operata da Gesù Cristo. Sarebbe un “cristiano anonimo”.
Già Erik Peterson, il famoso esegeta tedesco convertitosi alla Chiesa cattolica dal luteranesimo, nel suo saggio del 1933 Die Kirche aus Juden und Heiden (La Chiesa composta da Giudei e da Gentili), commentando i capitoli 9-11 della lettera di san Paolo ai Romani, spiegava che non può esserci un cristianesimo ridotto all’ordine meramente naturale, in cui gli effetti della redenzione operata da Gesù Cristo verrebbero trasmessi geneticamente, per via ereditaria, a ogni uomo, per il solo criterio di condividere con il Verbo incarnato la natura umana. La figliolanza divina non è l’esito automatico garantito dall’appartenenza al genere umano. La figliolanza divina è sempre un dono gratuito della grazia, non può prescindere dalla grazia donata gratuitamente nel battesimo e riconosciuta e accolta nella fede. Un brano di san Leone Magno, letto nella liturgia dell’Avvento, chiarisce con precisione il rapporto tra l’incarnazione e il battesimo: «Se colui, che è il solo libero dal peccato, non avesse unito a sé la nostra natura umana, tutta quanta la natura umana sarebbe rimasta prigioniera sotto il giogo del diavolo. Noi non avremmo potuto aver parte alla vittoria gloriosa di lui se la vittoria fosse stata riportata fuori della nostra natura. A causa di questa mirabile partecipazione alla nostra natura rifulse per noi il sacramento della rigenerazione, perché, in virtù dello stesso Spirito per opera del quale fu generato e nacque Cristo, anche noi, che siamo nati dalla concupiscenza della carne, nascessimo di nuovo di nascita spirituale». E sant’Agostino nel De civitate Dei scrive: «La natura corrotta dal peccato genera perciò i cittadini della città terrena, mentre la grazia che libera la natura dal peccato genera i cittadini della città celeste. Perciò i primi sono chiamati vasi d’ira; gli altri sono chiamati vasi di misericordia. Se ne ha un simbolo anche nei due figli di Abramo. L’uno, Ismaele, nacque secondo la carne dalla schiava Agar, l’altro, Isacco, nacque secondo la promessa da Sara, che era libera. Entrambi sono stirpe di Abramo, ma un rapporto puramente naturale ha fatto nascere il primo, invece la promessa che è segno della grazia ha donato il secondo. Nel primo caso si rivela un comportamento umano, nel secondo caso si rivela la grazia di Dio».
Basta tornare al Nuovo Testamento e al modo in cui san Giovanni, il discepolo prediletto, descrive la figliolanza divina, per mostrare come tale figliolanza non è un immediato possesso naturale ma sempre un dono gratuito che il Signore elargisce a chi sceglie, e che si accoglie nella fede («Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi», Gv 15, 16).
Sono soprattutto tre i testi di Giovanni che trattano della figliolanza divina promessa da Gesù e sperimentata dal cristiano: un versetto del Prologo (Gv 1, 12) che parla del nostro potere di diventare figli di Dio; la prima parte del dialogo con Nicodemo (Gv 3, 1-8), che descrive tutto ciò che compie lo Spirito Santo in noi per realizzare la nostra generazione e la nostra nascita come figli di Dio; infine due passi della prima lettera (1Gv 3, 6-9; 1Gv 5, 18-19) dove vengono descritti gli effetti spirituali e morali nella vita concreta del cristiano, quando egli vive la sua divina figliolanza e diventa così “impeccabile”. Per l’argomento che stiamo trattando, sono significativi soprattutto i primi due passi sopra citati.
Nel Prologo (Gv 1, 12-14), Giovanni scrive: «A quanti lo accolsero, diede il potere di divenire figli di Dio, a coloro [cioè] che credono nel suo nome: [il nome di colui che] da Dio è stato generato. Sì, la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, la gloria dell’unigenito venuto da presso il Padre pieno della grazia della verità».
È importante notare in questo brano del Prologo innanzitutto l’uso del verbo divenire, sul quale i commentari non dicono quasi niente. Proprio questa scelta linguistica testimonia come intende Giovanni la figliolanza divina: figli di Dio si diventa, non si è ab initio solo in virtù della propria natura umana. La figliolanza divina non è un dato acquisito a priori, un possesso statico, implicito nella propria nascita naturale. Si diventa figli di Dio – come Gesù dice nel dialogo con Nicodemo – quando si è «generati dall’alto», cioè quando si è «generati dall’acqua e dallo Spirito». E ciò accade quando un avvenimento, il battesimo e la fede ci introducono in una nuova dinamica dell’essere, e mettono un dinamismo nuovo nella nostra esistenza. Questo tesoro fa di tutta la vita un cammino, un progredire, sempre preceduti e accompagnati da quei fatti di grazia operati dal Signore che tornano a sorprendere il cuore nutrendo così la fede. Insomma la figliolanza divina non è un marchio metafisico impresso nel destino di ognuno, lo sappia o non lo sappia, lo voglia o non lo voglia. È piuttosto un dono che si riconosce e si accoglie nella fede. Che interpella la nostra libertà, tanto che Dio stesso, secondo l’immagine stupenda di san Bernardo, ha atteso con trepidazione il sì di Maria.
L’altro termine chiave del brano del Prologo è la parola potere, che indica anch’essa non un possesso, ma un dinamismo. Non si diventa figli di Dio in maniera automatica, per legge di natura, ma per la fede. È la fede il potere dato per diventare figli di Dio: non una fede vaga e anonima, mero anelito religioso, comune almeno in alcune occasioni della vita a tutti gli uomini, ma la fede di chi «crede nel suo nome». Un’espressione che troviamo più volte in Giovanni: la vera fede consiste nel «credere nel nome del Figlio unigenito di Dio» (Gv 3, 18). Ne segue che la nostra figliolanza non può che essere una partecipazione alla figliolanza di colui che si è manifestato tra noi come «il Figlio unigenito venuto da presso il Padre». Questo potere di diventare figli di Dio, questa fede sorge, rimane e cresce come accadde alla fede dei primi discepoli. Proprio ciò che è accaduto ai primi discepoli resta per sempre l’esperienza paradigmatica di come si diventa figli di Dio. Perché la stessa presenza, che ha suscitato la fede nei primi che ha scelto, continua a operare nel presente, così da stupire e destare la fede anche oggi nel cuore degli uomini che il Padre gli dà (cfr. Gv 17, 2).
Il dialogo con Nicodemo costituisce il brano più lungo ed esplicito per il tema della figliolanza divina. Dei vari aspetti qui toccati, occorre sottolineare soprattutto l’insistenza sull’azione dello Spirito Santo nell’esperienza della figliolanza divina. Gesù spiega a Nicodemo: «Se uno non è stato generato dall’acqua e dallo Spirito non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5). Quindi la via d’accesso al diventare «figli nel Figlio» è possibile solo a chi viene generato dallo Spirito nella fede e nel battesimo (indicato da Gesù in questo passo col segno dell’acqua).
Anche le teorie che riducono la figliolanza divina a un automatismo, quasi fosse un marchio di dominio acquisito impresso da Dio su ogni uomo, indicano spesso lo Spirito quale artefice di questa operazione. Secondo queste teorie gli uomini sarebbero per natura titolari della figliolanza divina, a prescindere dalla fede, dal battesimo e dal proprio libero acconsentire, proprio perché lo Spirito, nella sua illimitata libertà, applica a ognuno, lo sappia o no, lo voglia o no, i frutti della redenzione.
Proprio il Vangelo di Giovanni testimonia che lo Spirito Santo non è un’entità separata e indipendente, che opera nell’intimo segreto delle coscienze con un’azione parallela all’azione di Gesù Cristo Figlio di Dio.
Tutta la missione dello Spirito Santo nella storia della salvezza può essere espressa con le parole di san Basilio, lette nella liturgia del tempo di Natale: «Come il Padre si rende visibile nel Figlio, così il Figlio si rende presente nello Spirito». E Basilio aggiunge che ciò lo si apprende da quanto Gesù ha detto alla Samaritana: «“Bisogna adorare nello Spirito e nella verità” (Gv 4, 23) chiaramente definendo se stesso “la verità”».
Basta leggere le promesse che Gesù stesso fa ai discepoli riguardo al Paraclito nel Vangelo di Giovanni. Lo Spirito «insegnerà», facendo ricordare quello che ha detto Gesù (Gv 14, 26); «renderà testimonianza» a Gesù (Gv 15, 26); «non parlerà da sé stesso, ma dirà quello che ascolta» (Gv 16, 13). Lo Spirito Santo non è dunque un’entità arbitraria: egli possiede una chiara benché misteriosa intenzionalità («Lo Spirito ispira dove vuole», Gv 3, 8), opera certe cose, che sono sempre in relazione con la missione e l’insegnamento di Gesù. Siccome lo Spirito è «lo Spirito della verità» (Gv 15, 26; Gv 16, 13), quale altra verità potrebbe farci conoscere lo Spirito se non la verità di colui che ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6)? Lo Spirito guida il cristiano verso Gesù Cristo, verso la verità intera (Gv 16, 13); lo aiuta a scoprire sempre meglio il mistero di Gesù Cristo e a rimanere nella sua memoria. C’è un brano della costituzione dogmatica Lumen gentium che può riassumere quanto abbiamo detto: «Cristo, infatti, innalzato da terra, attirò tutti a sé; risorto dai morti, inviò sui discepoli il suo Spirito vivificante e per mezzo di lui costituì il suo corpo, la Chiesa, quale universale sacramento di salvezza; assiso alla destra del Padre, opera incessantemente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e per mezzo di essa unirli più intimamente a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa nutrendoli con il suo corpo e il suo sangue» (48).
Se figli di Dio non si nasce, ma si diventa, va da sé che ciò non è mai spunto di presunzione e di condanna per gli altri. Come ha ricordato Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio «la fede che abbiamo ricevuto» è un «dono dall’Alto senza nostro merito».
L’esperienza della figliolanza è invece tutta piena solo di gratitudine, per il dono immeritato, e di speranza nei confronti di tutti. Per cui non si tratta di giudicare i miscredenti, i lontani, o addirittura quelli che possono sembrare avversari. Anche perché ognuno di loro può, quando meno se lo aspetta, incontrare il fatto cristiano. Come scriveva Charles Péguy, commentando un verso di Corneille, «Dio tocca i cuori quando meno ce lo si aspetta. È la formula stessa del morso, è la formula dell’attacco, del colpo, della penetrazione della grazia. Ma essa implica anche che colui che vi pensa, che ha l’abitudine di pensarci, che è ricoperto dallo strato dell’abitudine è anche colui che si espone di meno e per così dire dà meno possibilità alla presa».
Questa gratitudine non giudica nessuno, ma è magnanima e misericordiosa anche davanti all’errore e al peccato. Come accadde a san Francesco Saverio, il discepolo prediletto che Ignazio di Loyola aveva mandato a evangelizzare il lontano Oriente. Davanti ai peccati anche turpi dei pagani, Francesco Saverio si stupiva che senza la fede, i sacramenti e la preghiera filiale non ne facessero di più gravi. Come scrive in una lettera inviata ai suoi compagni da Cochin, nel 1552: «Io non mi meraviglio per i peccati che esistono fra bonzi e bonze, quantunque ve ne siano in grande quantità. Anzi, mi meraviglio che non ne facciano più di quelli che fanno…».

di Padre Ignace de la Potterie

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Il paradosso dell’Incarnazione

Posté par atempodiblog le 11 novembre 2011

Il paradosso dell'Incarnazione dans Commenti al Vangelo Annunciazione

[...] Come ha detto J. Guitton, se il Figlio li Dio si è incarnato «in un solo tempo, in un solo punto, Cristo ha dato a quel tempo, a quel luogo, a quel punto, un valore infinito» (L’absurde et le mystère, p. 43). Se l’incarnazione è la ierofania suprema, la vita di Gesù non è più appena un evento storico particolare, transitorio; acquista invece un significato universale e permanente per tutti gli uomini di tutti i tempi.
Così viene superata l’obiezione razionalistica di Lessing, al tempo dell’Illuminismo, e che alcuni ancor oggi condividono; Lessing diceva: «Delle verità storiche, a carattere contingente, non potranno mai diventare le prove di verità razionali, a carattere necessario». Non potranno mai, diceva Lessing.
Questo non è più vero, giacché in un momento della storia, nella vita contingente di Gesù si è manifestato l’Assoluto, la trascendenza di Dio.
E’ falsa dunque anche un’altra affermazione di Lessing secondo cui tra il momento storico di Gesù e noi, il tempo e lo spazio hanno spalancato un abisso invalicabile: non è così, perché il Gesù reale non è solo quello del passato, l’uomo di Nazareth; per comprendere il vero Gesù quello dei Vangeli, dobbiamo, come diceva san Gregorio Magno, «alzarci dalla storia al mistero» (In Ezech. 1,6-3), perché la sacra scrittura, «quando racconta una storia, manifesta un mistero» (Mor., XX,1,1); dobbiamo quindi alzarci dalla storia di Gesù al mistero di Cristo: egli sovrasta il tempo e lo spazio; il Gesù della storia, certo, è lontano da noi; non così il Cristo, nella pienezza del suo mistero: egli è al di sopra dei limiti della storia; egli è vicino a noi, rimane presente a ciascuno di noi; con Soren Kierkegaard il filosofo dell’esistenzialismo, possiamo e dobbiamo dire che noi, cristiani, siamo veramente contemporanei di Cristo; lo scriveva [...] anche Mons. Giussani: «Che Cristo sia veramente presente nella nostra esistenza, questo è proprio la sostanza, il contenuto impressionante, l’eccezionalità del Cristianesimo».
E perciò ci rivolgeva l’invito a fare «l’esperienza del Mistero presente. Mistero, cioè il cuore ultimo delle cose; Presente, diventato Uomo» [...].

di Padre Ignace  de la Potterie
Tratto da: Tracce

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Vangeli: al centro la storia

Posté par atempodiblog le 9 novembre 2011

I Vangeli sono testimonianze fondate storicamente. Luca si rifà apertamente alla storiografia scientifica greca. Ma tutto il Nuovo Testamento ha valenza storica. Lo prova l’utilizzo che fa del concetto di martirio.
di Marta Sordi

Vangeli: al centro la storia dans Articoli di Giornali e News Marta-Sordi

La storia deriva, come concetto e come metodo, dall’esperienza e dalla civiltà dei Greci: historia significa, in greco, l’indagine tesa all’accertamento del fatto e la storia è, per i Greci, storia di fatti (tà pragmata).
Erodoto distingue le notizie che conosce per esperienza diretta (autopsia) da quelle che conosce per il racconto di testimoni o per sentito dire; Tucidide va oltre ed insiste sulla critica (akribeia) a cui ogni testimonianza va sottoposta, perché « gli stessi fatti sono narrati in modo diverso da testimoni diversi » e lo storico deve prendere coscienza della deformazione che avviene per « eunoia » o per « mneme », per la tendenziosità del testimone o per la sua memoria.
Già la terminologia usata dai Greci rivela lo stretto collegamento che la ricerca storica ha con l’indagine processuale: « histor » è in Omero l’arbitro scelto fra due contendenti per ascoltare e valutare le versioni dell’uno e dell’altro e per accertare il fatto; « martys », « martyrion », « martyria » e i verbi corrispondenti indicano il testimone, la prova, la testimonianza e sono largamente usati dagli oratori attici e dagli storici: perché la storia è una narrazione fondata su testimonianze e prove, una narrazione che deve dare ragione di ciò che narra, a differenza della favola, dell’epica, del romanzo, che come la storia narrano, ma ciò che non è mai avvenuto o che può avvenire, non ciò che è avvenuto: la storia narra il probabile, ciò di cui si possono fornire le prove, e che può essere anche inverosimile, non il possibile o il verosimile.
Questa distinzione era già chiara ad Aristotele e a Polibio e spiega il ricorso frequente negli storici (da Erodoto a Tucidide, a Senofonte, a Polibio, a Diodoro, a Dione Cassio), al concetto di « martyrion » come prova: in II, 22, 2 Erodoto dichiara incredibile che il Nilo nasca dallo scioglimento delle nevi e ritiene « proton kai meghiston martyrion », prova fondamentale della sua affermazione, i venti caldi che soffiano dalle zone da cui il Nilo deriva; Tucidide (I, 8,1) afferma che la prova (« martyrion ») che gli isolani dell’Egeo erano pirati Cari e Fenici è fornita dalle armi trovate nelle sepolture di Delo al tempo della purificazione dell’isola; Senofonte (Hell. I, 7, 4) ricorda che Teramene, durante il processo delle Arginuse, citò una lettera degli strateghi a conferma (« martyrion ») della sua versione dei fatti. Caratteristiche sono le forme polibiane (« martyrion… pisteos charin » II, 38, 11; « martyrion pros pistin » XXI, 11, 4; « martyrion pros aletheian » I, 20, 1 3), in cui dall’accertamento di un fatto si passa alla credibilità (« pistis » in greco indica fede) di chi afferma e di ciò che è stato affermato e all’idea di verità (« aletheia »). Il significato fondamentale di testimone, testimonianza, prova di fatti storicamente accertati e della verità dei termini « martys, martyria, martyrion » e dei verbi corrispondenti, si ritrova nel largo uso che il Nuovo Testamento fa di essi e nella traduzione che la vulgata ne dà in latino: « testis, testimonium, testificor ».
Se in Luca (24, 28) e negli Atti degli Apostoli (5, 32) « martys » è usato chiaramente per ribadire i fondamenti storici del messaggio evangelico, nell’Apocalisse giovannea (1, 5 e 3, 14) Cristo stesso è detto « testimone fedele » (« ho martys ho pistos ») e viene confermato il significato del verbo « martyreo » in Giovanni (18, 27) in cui Gesù afferma davanti a Pilato di essere venuto « ut testimonium perhibeam veritati » (« hina martyreso te aletheia »), per rendere testimonianza alla verità. In ambedue i passi « martys » e « martyreo » hanno il significato noto nel greco classico, ma si fa strada l’idea di una testimonianza data anche con l’offerta della vita. E questo il significato che il termine « martys » ha nell’Apocalisse (2, 13), in cui Antipa, ucciso per la fede a Pergamo, è detto « ho martys mou pistos », il mio testimone fedele: qui il testimone, che paga la sua testimonianza con l’offerta della vita, non è più testimone soltanto dei fatti e della verità, ma di una Persona, Cristo.
L’evoluzione definitiva del concetto, per cui « martys » assume il significato ecclesiale di Martire, « martyr » in latino (con un prestito dal greco), avverrà più tardi, dopo la metà del II secolo, quando la Chiesa sarà costretta a chiarire, contro le deviazioni dell’eresia montanista, il concetto di « martire secondo il vangelo »: qui vale però la pena di riprendere il passo già citato di Luca 24, 48, in cui Gesù stesso, al momento di lasciare gli Apostoli dopo la resurrezione, li esorta ad essere testimoni di ciò che hanno visto: « hymeis martyres touton ». Nei passi corrispondenti, gli altri sinottici, Marco (16, 15) dice « annunciate il vangelo » (« keryxate tò euanghelion ») e Matteo (28,19) « insegnate a tutti i popoli » (« matheteusate panta tà ethne »): è evidente che non c’è nessun contrasto fra il kerygma e la testimonianza della storia e che il greco Luca ha tradotto spontaneamente e naturalmente l’impegno dell’annuncio con l’impegno alla testimonianza dei fatti storicamente accertati. Si capisce così il prologo del suo Vangelo, che comincia con una dichiarazione metodologica che, nelle parole e nei concetti, si rifà apertamente alla storiografia scientifica greca, di cui Tucidide era stato maestro: « Poiché molti hanno preso l’iniziativa di raccontare gli avvenimenti (« pragmata »), che si sono compiuti fra noi, come li hanno tramandati coloro che sono stati fin dall’inizio testimoni oculari (« hoi ap’arches autoptai ») e servi della Parola, ho deciso anch’io, egregio Teofilo, dopo aver vagliato tutto fin dall’inizio con senso critico (« akribes ») di scriverteli ordinatamente, affinché tu conosca la sicurezza (« asphaleia ») di ciò che ti è stato insegnato a viva voce ».
C’è la raccolta delle testimonianze di chi ebbe esperienza diretta dei fatti, il richiamo all’ « autopsia », caro agli storici greci; c’è l’analisi critica di questi racconti (l’ « akribeia » fondamentale per Tucidide); c’è la certezza, la sicurezza, che nasce dalla narrazione di ciò di cui si sono date le prove.
Il « kerygma », l’annuncio, diventa così una narrazione storica, che si rivolge alla razionalità degli ascoltatori, dando ragione di ciò che narra.

Fonte: Il Timone
Tratto da: Storia Libera

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La Madonna è sempre Vergine: ha concepito e generato verginalmente

Posté par atempodiblog le 8 novembre 2011

La verginità di Maria: un teologumeno?
Padre Ignace de la Potterie – 30 Giorni (tratto dal n. 09 – 2009)

01
L’Annunciazione, Beato Angelico, Museo del Prado, Madrid (sulla sinistra è rappresentata la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre)

Nel 392 a Capua si tenne un Concilio a cui assistette anche sant’Ambrogio. Era stato indetto per condannare solennemente un vescovo che negava la perpetua verginità di Maria. Oggi, milleseicento anni dopo, lo stesso dubbio si insinua subdolamente all’interno del corpo ecclesiastico. Senza che il popolo cattolico, e spesso nemmeno le sue guide teologiche, si rendano conto di quanto accade.

In realtà questa concezione eretica ha ripreso fiato già centocinquant’anni fa, come conseguenza della celebre contrapposizione tra il Gesù storico e il Cristo della fede. Ma finora era rimasta circoscritta agli ambienti protestanti. Protestanti erano infatti i teologi della famosa Scuola di Tubinga, che per primi la formularono. E nell’archivio di Tubinga esiste un documento che mostra quale fosse il loro obiettivo, del resto più volte dichiarato nei lavori ufficiali: se si riesce a stroncare ogni legame tra quanto hanno vissuto i primi discepoli di Gesù e il racconto posteriore che ne è giunto fino a noi – vi si legge – la strada è libera per ridurre il Vangelo a un “mitologumeno”.
Questa concezione del Vangelo come mito è stata ripresa in questo secolo, sempre in ambiente protestante, dalla scuola detta della Formgeschichte, i cui due fondatori sono Rudolf Bultmann e Martin Dibelius. Ed è stato proprio Dibelius che, in un testo del 1932, ha usato per la prima volta il termine “teologumeno”. Si trattava di un articolo sul concepimento verginale di Maria, nel quale Dibelius spiegava che “teologumeno” è una teoria teologica che non ha nulla a che fare con gli avvenimenti storici. I Vangeli, secondo la Formgeschichte non sono libri storici, ma raccontano avvenimenti che, sotto l’influsso della storia delle religioni, sono stati mitizzati.
Questa tesi, purtroppo, è ancora straordinariamente attuale. Solo una cosa è cambiata dai tempi della Scuola di Tubinga e della Formgeschichte: sorprendentemente, quelli che oggi parlano del concepimento verginale di Maria e della risurrezione come “teologumeno” sono spesso autori cattolici!
Il fenomeno è iniziato subito dopo la fine del Concilio Vaticano II col celebre Catechismo olandese del 1966. Lì non si usa, è vero, la parola “teologumeno”, però vi si legge che il racconto dei Vangeli sul concepimento verginale significa soltanto che Cristo è il dono di Dio all’umanità: egli è «interamente “concepito dallo Spirito Santo”». Ma allora, non è più “nato da Maria Vergine”? Questa tesi venne poi ripresa da Edward Schillebeeckx, da Raymond Brown e da molti altri autori fino a oggi. Parecchi sostengono che la nascita di Gesù, avvenuta all’interno di un matrimonio normale, è poi stata mitizzata. Gesù è teologicamente Figlio di Dio, ma fisicamente è figlio di Giuseppe. In casa cattolica non è solo il teologo alla moda Eugen Drewermann a sostenere che i racconti di Luca e Matteo sul concepimento di Maria risalgono a miti orientali, in particolare egiziani. Il teologo spagnolo Xabier Pikaza dice: «Il “teologumeno” è un dato primordiale esclusivamente teologico. Le leggi naturali seguirono il loro corso, Giuseppe mantenne relazioni maritali con Maria, ma attraverso questo contatto interumano [!] si attualizzava la mano potente di Dio in modo tale che l’apparizione del bimbo fu in fondo l’attuazione definitiva dello spirito divino, la genesi primordiale del figlio di Dio». Cosa significa un linguaggio così equivoco?
Molti teologi cattolici sono d’accordo con Drewermann e Pikaza. Non vogliono accettare la storicità del racconto dei Vangeli. Eppure nessuno di loro ha poi la reale capacità di spingere fino in fondo la riflessione critica, chiedendosi da dove provenga questo “mito” e cosa possa essere stato storicamente questo “teologumeno”. Perché val la pena notare che non c’è assolutamente nessun esempio tra i miti pagani di una donna che concepisca verginalmente. E come mai una povera ragazza ebrea, in un matrimonio normale, avrebbe potuto avere la pretesa, lei sola in tutta la storia dell’umanità, di aver concepito il Figlio di Dio? Questo può avere senso solo se era un evento reale.

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La natività, Beato Angelico, Museo di San Marco, Firenze

Oggi, però, a cadere sotto la scure dei teologi che vogliono ridurre il Vangelo a “teologumeno” non c’è solo il concepimento verginale di Maria. Anche la risurrezione corporale di Gesù viene ridotta a un semplice mito. E forse non è un caso che vengano messi in discussione proprio l’inizio e la fine della vita di Cristo, cioè i due poli su cui si posa l’incarnazione. Si tratta di dogmi fondamentali della Chiesa cattolica, ma questi esegeti moderni non vogliono tener conto della Tradizione. Fanno una rottura netta, decisa, tra la storia e la fede. E quali sono le conseguenze? Le spiega il teologo tedesco Karl Hermann Schelkle: «Se la teologia cattolica dovesse interpretare il concepimento verginale come un “teologumeno”, dovremmo cambiare molte cose nella Chiesa. Si dovrebbe riformulare il tema dell’inerranza della Bibbia, dell’infallibilità della Chiesa, si dovrebbe cambiare la coscienza dei fedeli e la stessa dottrina mariologica»
1.
Si può dare solo un giudizio negativo a questa teoria del “teologumeno”. Ma certamente è innegabile che gli evangelisti stessi credevano che il concepimento verginale fosse un fatto storico (cfr. Lc 3, 23). E sarebbero rimasti sconvolti a vedere i tentativi che oggi fanno alcuni teologi “cattolici” di naturalizzare l’incarnazione.

1
K. H. Schelkle, Theologie des Neuen Testaments
, II, Patmos Verlag, Düsseldorf 1973, p. 182.

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Gesù chiede il cuore

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2011

Gesù chiede il cuore dans Antonio Socci antoniosocci

[...] Era abituale a quel tempo l’esecrazione moralistica dei pubblici peccatori da parte soprattutto di un’élite e di movimenti spirituali molto ossessionati dal tema della purità e che ritenevano se stessi giusti, retti, onesti, pii (e abilitati a giudicare i peccati altrui). Ma a chi sbandiera la propria rettitudine, le proprie pratiche di pietà e giudica con disprezzo il peccatore, Gesù racconta una parabola scomoda. La storia di un pio fariseo che «stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore». Gesù conclude così: «Io vi dico: questi (il pubblicano, nda) tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro (il fariseo, nda), perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc. 18,10-14).
Eppure l’«uomo onesto» era veramente una persona perbene, osservante della Legge, anche sinceramente impegnato. In alcuni episodi troviamo le scandalizzate invettive di alcuni (non tutti) scribi e farisei contro Gesù reo di parlare con pubblicani e prostitute. La purezza interiore di Gesù è assoluta («se il tuo occhio ti scandalizza, toglilo» Mt. 18,9), la santità della sua vita è sotto gli occhi di tutti, è inarrivabile (solo lui può proclamare: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore») tanto che sfida tutti a rimproverargli un solo peccato (mai nelle sue preghiere al Padre c’è una richiesta di perdono). Passa tante notti immerso in preghiera, eppure questo Gesù accetta con simpatia umana l’invito a pranzo di pubblici peccatori, ha affetto per ciascuno di loro, e – con somma indignazione dei benpensanti – lascia che una povera donna di pessima fama gli baci i piedi bagnandoli con le sue lacrime di dolore.
Erano in tanti a scandalizzarsi di questa totale libertà di Gesù dalle loro regole. Eppure a questi tali, a questa gente perbene, onesta e osservante della Legge, Gesù non risponde giustificandosi o arrampicandosi sui vetri, ma con un colpo da ko: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio» (Mt. 21,31). Doveva essere per loro come un pugno nello stomaco. E quando, secondo la Legge, pretendono di lapidare l’adultera e di avere il suo consenso, dice loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv. 8,7).
Silenzio generale, imbarazzo e poi, uno a uno, se ne vanno. Un giorno fissando negli occhi questa gente perbene (che giudicava gli altri e li disprezzava come peccatori) scandisce queste parole: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. [...] Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?» (Mt. 23,27-28 e 33).
Si resta sinceramente sconcertati davanti a queste parole di fuoco che Gesù pronuncia contro delle persone perbene, mentre è dolce con i peccatori che, in fin dei conti, sono davvero gente discutibile (anche noi, oggi, detestiamo i disonesti, i profittatori, gli opportunisti e certi sfrenati gaudenti e normalmente vediamo tutti questi vizi negli «altri»: ognuno di noi istintivamente si mette nel novero delle persone che fanno il proprio dovere, le persone perbene). Non è che Gesù invitasse a essere peccatori, ma a essere umili e a non giudicare gli altri, a non vantare la propria rettitudine. Perché questo rende superbi, fa presumere di se stessi e delle proprie capacità. Gesù invece è drastico: «Senza di me non potete far nulla». Nulla. Non dice «potete fare ben poco». Dice «non potete fare nulla». E’ un’espressione pesantissima, sconcertante. Chi è mai costui che avanza una simile «pretesa»?
In effetti dai Vangeli risulta che sono più pronti ad accoglierlo i «peccatori» (talvolta criminali) che i «giusti». Anche quando Gesù è in croce, viene dileggiato dai notabili, osservanti della Legge, e viene implorato dal «ladrone», che certo non era uno stinco di santo. Gesù arriva al suo cuore attraverso le ferite della sua vita, ed è il cuore di uno che sta morendo come criminale, non il cuore di uno corazzato con la sua superba moralità.
Gesù chiede di essere amato da tutti così come ciascuno è. Sembra dire a peccatori, incoerenti, poveracci: «Né i limiti e i peccati vostri, né quelli altrui possono comunque impedirvi di volermi bene e rimanere con me. Io farò il resto. Vi cambierò io».
Questo atteggiamento di Gesù è particolarmente evidente nel caso di Pietro, il più emblematico. Dopo tutto quello che aveva ricevuto e visto, nel momento dell’arresto di Gesù e dell’interrogatorio lo rinnegò ben tre volte per paura. Con le labbra, non con il cuore, dice sant’Ambrogio, cioè lo rinnegò per vergognosa viltà e ne pianse amaramente, ma continuava a volergli bene. Neanche lui sapeva spiegarsi questa cosa, ma gli voleva bene. Questo gli era chiaro. Di certo voleva sprofondare mentre lo diceva a se stesso, sentendosi ormai indegno dell’amicizia di Gesù, ma era innegabile quanto fosse attaccato al suo Maestro. Lo cercava sempre con gli occhi. E lo sguardo di Gesù, mentre cantò il gallo, fu il suo ultimo incontro con lui prima dell’esecuzione capitale sulla croce.
Poi accade l’inaudita, imprevedibile resurrezione di Gesù e una serie di eventi convulsi. Gesù appare più volte, vivo, fra i suoi. Una di queste volte, il Maestro, era sulla riva del lago di Tiberiade – con la tenerezza che lo caratterizzava – aveva preparato del pesce per i suoi amici stanchi che con la barca tornavano dalla pesca. A un certo punto di quello stupefacente pasto insieme, Gesù fissa Pietro, che si sarà sentito morire. Ma, diversamente da quanto temeva, Gesù non gli chiede affatto conto del tradimento, non si mette a rimproverarlo per la sua viltà, non gli dice «non peccare, non tradire, non essere incoerente». Ma gli dice: «Simone, tu mi ami?». E addirittura glielo ripete tre volte e per tre volte gli consegna il suo piccolo gregge di amici e lo chiama alla sua grande missione.
Così Gesù fa capire la sola cosa che chiede: il cuore, che si voglia bene a lui. Al resto penserà lui. Trasformerà lui quel focoso e rozzo pescatore, quel codardo nel momento del pericolo, nel pilastro della sua Chiesa, in un padre forte e buono, disposto un giorno a dare anche lui, con eccezionale eroismo, la sua vita su una croce. Gesù si compiace di gente così: l’amico che lo ha rinnegato, la Maddalena, Zaccheo, la Samaritana, il ladrone del Golgota. Li ama così come sono e li perdona. Così li trasforma. Li cambia lui stesso.

Antonio Socci – Indagine su Gesù

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La parabola degli operai nella vigna

Posté par atempodiblog le 17 septembre 2011

La parabola degli operai nella vigna dans Commenti al Vangelo mariavaltorta

La vita è quella che si ottiene credendo e seguendo la Via, la Verità, la Vita, e operando secondo la sua parola. Anche se fosse il credere e seguire per poco tempo, e operare per poco tempo, presto troncato dalla morte del corpo, anche fosse per un solo giorno, una sola ora, Io te lo dico in verità che quella creatura non conoscerà più morte. Perché il Padre mio e di tutti gli uomini non calcolerà il tempo trascorso nella mia Legge e Fede, ma la volontà dell’uomo di vivere sino alla morte in quella Legge e Fede. Io prometto la vita eterna a chi crede in Me e opera secondo ciò che dico, amando il Salvatore, propagando questo amore, praticando nel tempo che gli è concesso i miei insegnamenti. Gli operai della mia vigna sono tutti quelli che vengono e dicono: “Signore, accoglimi fra i tuoi operai”, e in quella volontà restano finché il Padre mio non giudica terminata la loro giornata. In verità, in verità vi dico che vi saranno operai che avranno lavorato un’ora sola, la loro ultima ora, e che avranno premio più pronto di quelli che avranno lavorato sin dalla prima ora, ma sempre con tiepidezza, spinti al lavoro unicamente dall’idea di non meritare l’inferno, ossia dalla paura del castigo. Non è questo il modo di lavorare che il Padre mio premia con una gloria immediata. Anzi, a questi calcolatori egoisti, che hanno premura di fare il bene e quel tanto di bene che è sufficiente per non darsi eterna pena, il Giudice eterno darà lunga espiazione. Dovranno imparare a loro spese, con una lunga espiazione, a darsi uno spirito alacre in amore, e in amore vero, tutto volto alla gloria di Dio. E ancora vi dico che in futuro molti saranno, specie fra i gentili, coloro che saranno gli operai di un’ora e anche di men di ora, che diverranno gloriosi nel mio Regno perché in quell’unica ora di rispondenza alla Grazia, che li avrà invitati ad entrare nella vigna di Dio, avranno raggiunto la perfezione eroica della carità. Sta’ dunque di buon animo, donna. Tuo marito non è morto, ma vive. Non è perduto per te, ma unicamente separato per qualche tempo da te. Ora tu, come una sposa non ancor entrata nella casa dello sposo, devi prepararti alle vere nozze immortali con colui che piangi. Oh! felici nozze di due spiriti che si sono santificati e che si ricongiungono in eterno là dove non è più separazione, né tema di disamore, né pena; là dove gli spiriti giubileranno nell’amore di Dio e reciproco! La morte per i giusti è vera vita, perché nulla può più minacciare la vitalità dello spirito, ossia la sua permanenza nella Giustizia.

Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

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La parabola dei diecimila talenti

Posté par atempodiblog le 11 septembre 2011

La parabola dei diecimila talenti dans Commenti al Vangelo gesdidondolindo

La misericordia usata verso i peccatori attrae la misericordia di Dio verso la Chiesa e i suoi membri, avendo tutti dei debiti più o meno gravi, innanzi al cospetto divino. Per confermare questa verità, Gesù raccontò la bella parabola del debitore dei diecimila talenti e di quello di cento denari. Diecimila talenti, se computati col talento antico d’argento, usato in Palestina ai tempi di Gesù, equivalevano a circa 55 milioni, se computati col talento ebraico, equivalevano al doppio.
Il servo infedele, dunque, era debitore di una somma enorme, impagabile nonostante ogni suo sforzo. Simbolo bello questo del peccato diretto contro Dio che non può soddisfarsi senza una misericordia infinita. Cento denari equivalevano a circa 86 lire, e stabiliscono nella parabola la proporzione dell’offesa fatta a noi in confronto di quella fatta a Dio.
Se il Signore è tanto misericordioso con noi da perdonarci con un semplice atto di supplicante penitenza, anche noi dobbiamo essere misericordiosi verso chi è debitore verso la società, verso la Chiesa, o verso di noi di offese, o di danni.
Gesù condanna assolutamente la spietatezza verso i poveri peccatori, anche se questa spietatezza sembrasse giustificata dalla necessità di conservare l’ordine. La spietatezza non produce alcun bene: soffoca, opprime, toglie la libertà di rinsavire, inasprisce, ottenebra.
Bisogna dunque compatire e perdonare, poiché questo è l’esempio che ci dà Dio, e questo è il retaggio che Gesù Cristo ha lasciato alla sua Chiesa, perdonando sulla croce anche ai suoi crocifissori. Dobbiamo avere, sì, orrore del peccato; riproviamolo, condanniamolo, ma abbiamo misericordia per il peccatore, pensando che anche Dio ci ha usato tante misericordie, molto maggiori di ogni nostra valutazione. Certe forme di zelo spietato non piacciono a Dio, e praticamente non giovano a nulla, poiché la durezza inasprisce e incancrenisce le piaghe. Se invece di essere spietati si pregasse per i poveri traviati, quanti frutti di penitenza si raccoglierebbero nella Chiesa!

Don Dolindo Ruotolo

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Guadagnare un fratello

Posté par atempodiblog le 3 septembre 2011

Guadagnare un fratello dans Commenti al Vangelo Don-Fabio-Rosini

All’interno del discorso cosiddetto ecclesiale, ecclesiastico, comunitario, dove Gesù affronta il problema della relazione interna nella comunità. Ed è questo un brano celeberrimo… se il fratello commette una colpa contro di te, va e ammoniscilo fra te e lui solo, se ti ascolterà avrai guadagnato il fratello, se non ti ascolterà prendi ancora una o due persone, e se non ti ascolta ancore dillo alla comunità e se non ascolta neanche la comunità  sia per te un pagano o un pubblicano.

La nostra interpretazione classica è questa: c’è qualcuno che ha fatto qualcosa di sbagliato contro di te… molto spesso la gente ti rimprovera delle cose che non hai fatto contro di loro, ma, insomma, perché ha bisogno di rimproverare qualcuno; quello è  un rimprovero così… ‘sfuso’, a disposizione della gente che normalmente ha tanta gioia nel praticare. No, qui si tratta di una relazione interpersonale, nella relazione interpersonale c’è stato un errore grave, una colpa, qui non parliamo di una sbadataggine, qui parliamo di qualcosa di grave, di qualcosa che ha sostanza. Ecco, va e ammoniscilo tra te e lui solo. E quindi, prima cosa, di parlargli di persona. Non ti ascolta… prendere qualcuno con cui parlargli. Non ti ascolta… rendere la cosa  più forte con la comunità cristiana, di fronte a tutti. Non ti ascolta? A quel punto, allora, bisogna escluderlo, sia per te come un pagano o un pubblicano.

Bene, dobbiamo dire due cose: la prima è che normalmente la prassi è la prassi contraria, cioè nella prassi anche ecclesiale dobbiamo lamentare che il processo è inverso, se qualcuno ha qualcosa contro di te prima lo dice a tutti, poi lo dice a qualcuno che ti conosce e poi tu lo vieni a sapere per interposta persona. Questa è la prassi antievangelica di molte comunità di vario genere, ecco.  Questa è una logica che andrebbe rimarcata perché questo fatto anche se forse non è  pertinente in questo mio commento, ma va da sé che purtroppo questa è la grave strategia comune con cui andiamo avanti. Ma più importante e più autorevole, diciamo così, come commento: la logica è un po’ diversa sotto il punto di vista proprio del testo a riguardo del fatto che, innanzitutto, noi dobbiamo prendere un termine che qui non  possiamo sottovalutare: “guadagnare un fratello”.

“Guadagnare un fratello”, il fratello era perso. Guadagnarlo. Ha commesso una colpa, il problema non è che mi sia fatta giustizia, ma che ho perso un fratello. Se questo fratello si è comportato così male con me, non mi pensa più fratello, parlare fra te e lui, non  perché così ti sarà fatta giustizia, ce l’abbiamo fatta! …No! Perché tu guadagni un fratello, questo è il valore fondamentale. Un fratello! Chi può permettersi di perdere un fratello? La strategia infatti che  dovremmo capire di questo testo  richiede che noi rispondiamo a questa domanda: ma c’è qualcuno degli ascoltatori che si può permettere di perdere un fratello? O io stesso che parlo mi posso permettere di perdere un fratello?  Può essere la mia vita la stessa avendo perso un fratello?  Carne della mia carne o fratello perché legato a me dalla fede, io posso farne senza? Abbiamo questa abbondanza, veramente ce lo possiamo permettere senza danno? E’ una cosa che faremo senza  micronizzarci? Possiamo chiudere i rapporti così facilmente? Forse non ce lo possiamo permettere. Forse non possiamo permetterci di presentarci davanti al Signore senza i nostri fratelli. Il Signore Gesù  che per guadagnare i suoi fratelli ha dato la vita ci insegnerà la tecnica  per guadagnare un fratello.

Questo è il punto perché quando una persona ti si avvicina per criticarti o per dirti qualche cosa che a suo avviso hai sbagliato si capisce subito se si avvicina perché vuole guadagnarti come fratello o perché semplicemente ha un animo acidulo nei tuoi confronti. Se una critica è fatta perché mi vuoi bene lo percepisco subito. Stiamo parlando al fratello che critica, noi siamo tutti il fratello che critica, non dobbiamo pensare al fratello che è criticato come l’oggetto della predicazione di questo Vangelo. Dobbiamo gestire il nostro rapporto con gli errori altrui. Qui non c’è da rivendicare come gli altri ci trattano, ma avvicinarci agli altri che forse ci hanno trattato male e forse hanno sbagliato con noi… di guadagnarli, per ritrovare fraternità. Allora parla con lui, aprirgli il cuore… per guadagnarlo. Non ti ascolta prendi delle altre persone perché altre persone gli dicano “ma guarda che ti vuole guadagnare come fratello”  e dillo di fronte alla comunità, se ancora davanti a poche persone non lo guadagni, lo voglio dire davanti a tutti che ti voglio guadagnare come fratello che non posso vivere senza trovar pace con te. Senza dirti “ma non può essere questo che hai fatto tra me e te, non può passare” perché io e te siamo fratelli e la cosa più interessante e se non ascolta nemmeno in quel caso, se non lo guadagno  neanche così come lo guadagni? Sia per te come il pagano e il pubblicano.

Ecco se vogliamo trarre da questo testo la sana e opportuna pratica grave che la Chiesa usa solamente in casi estremi  della scomunica dell’esclusione dalla comunità cristiana, noi possiamo trarre questa pratica della Chiesa dai testi paolini, è san Paolo che parla di queste cose come cose terapeutiche atte a recuperare un fratello magari attraverso una strategia brusca, dura, perché bisogna svegliare il fratello che non si rende conto di quello che sta facendo; ma da questo testo questa pratica non  si lascia compiutamente trovare perché la categoria del pagano e del pubblicano nel Vangelo di Matteo non sono gli esclusi, ma coloro da amare.

Il pagano o il pubblicano è colui che deve essere amato. Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano dice lo stesso Vangelo di Matteo al capitolo sesto, settimo, quinto… nei termini in cui viene portata avanti la proclamazione del Regno dei Cieli, il Discorso della Montagna… Ovverosia, tu cerchi di guadagnarlo e cerchi di parlare con lui, cerchi di portare qualcuno che ti aiuti , cerchi di dirlo pubblicamente che tu non hai niente contro di lui e che lo vuoi guadagnare e che lo vuoi recuperare… Non accetta? A quel punto lo ami così com’è. Lo ami pagano, pubblicano… Dai la vita per lui perché con alcune persone, per esempio, bisogna parlare di Cristo e con qualcun altro bisogna esserLo… Gesù Cristo.  Con alcune persone bisognerà collaborare e ad altre bisognerà dare amore gratuito. Collaborare finché si può, ma quando non si può collaborare accogliere… amare per come sono le persone. Come potremmo pensare che subito un torto da qualcuno Cristo ci autorizzi ad escluderlo dalla comunità cristiana perché costui non si è pentito… Lui che per noi è morto in croce.

Come possiamo pensare che sia diversa questa parola? Come possiamo pensare che questa parola autorizzi l’esclusione? Altro è la prassi sacramentale dovuta e opportuna di riconoscere quando una persona può essere ammessa ai sacramenti e quando no. Lo stato di incoerenza sacramentale di alcune persone che purtroppo hanno una condizione che vanno curate, accolte e appunto amate per come sono… ma è un altro discorso la relazione fraterna, il guadagnare il fratello… resta sempre e comunque con chiunque e noi siamo chiamati alla strategia del pagano e del pubblicano ovvero a stare così di fronte a loro… come qualcuno che va amato ormai senza condizioni, senza pretendere che l’altro capisca. A quel punto lo ami per come è.

Don Fabio Rosini (catechesi audio)

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Non siamo degli abbandonati nel mondo

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2011

Non siamo degli abbandonati nel mondo dans Antonio Socci dondolindoruotolo

[…] C’è però un episodio del Vangelo – uno solo (Mt 15,21 – 28) – in cui Gesù sembra rispondere addirittura con durezza a una dolorosa implorazione dell’uomo. Una durezza che in Gesù è del tutto insolita. Come si spiega? Che cosa nasconde? E come finisce quell’episodio? E’ una pagina che in genere viene fraintesa. Invece è estremamente significativa. Sentiamo:

Partito di là, Gesù si diresse verso le perti di Tiro e Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro».
Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».
Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!».
Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini».
«È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Come si giustifica questo atteggiamento di Gesù, inizialmente così duro? Lo spiega padre Dolindo Ruotolo nel suo volume di commento ai Vangeli. Egli mostra che l’episodio accade dopo uno scontro con scribi e farisei, in cui gli apostoli rischiavano di essere irretiti dai ragionamenti di costoro. Gesù allora parte e va in una regione abitata da pagani. Andò da quelle parti, scrive don Dolindo, “per indicare quello che sarebbe avvenuto in futuro e, conoscendo tutto, vi andò per mostrare con un esempio pratico agli apostoli, disorientati dalla propaganda farisaica, che cosa significasse avere fede. E’ evidente dal contesto” spiega don Dolindo “che Egli stesso attrasse a sé la povera Cananea, che andò a supplicarlo per la figlia indemoniata, anzi può dirsi che sia andato esclusivamente per lei in quelle contrade, non avendovi operato altro”.
La povera donna aveva sentito parlare dei grandi prodigi di quell’uomo ed era andata ad implorarlo per la figlia. Umilmente si gettò ai suoi piedi, lo invocò come “Figlio di David”. Com’è possibile che Gesù, il cui cuore sempre si strugge di compassione, mostri in questo caso, tanta gelida indifferenza?
La donna continuò a implorare fino a far impietosire gli apostoli che, amareggiati, intervennero presso Gesù perché la esaudisse. Ma Gesù rispose loro che era stato inviato solo alle pecore perdute della casa di Israele.
“Con queste parole” spiega Dolindo Ruotolo “non intese dire di non voler esaudire la preghiera di quella donna, ma volle mostrare agli apostoli, in una durezza che li addolorava, quanto era contraria alla carità la durezza di chi s’irrigidiva in una legge esteriore senza tener conto del suo spirito. Dal suo cuore però partivano raggi di carità invisibili che colpirono la donna, la fecero più ardita”.
Deliberatamente “volle far sentire agli apostoli, in un contrasto con una madre supplicante, quanto fosse ingiusto il disprezzo” che scribi e farisei avevano dei pagani. “Essi vedendo quel disprezzo in confronto con Lui, carità per essenza, ne distinguevano di più l’orrore… La lezione era tutta rivolta agli apostoli titubanti: essi dovevano riconoscere che non avevano quella fede profonda che sa resistere alle prove; dovettero capire quanto superiore agli scribi e ai farisei era quell’umile donna, che aveva nel cuore un tesoro di fede nel Messia…”. Il Vangelo ci informa poi che dopo questo episodio, tornato in Galilea, Gesù compì molti miracoli, guarendo ciechi, storpi, muti, consolando i loro cuori e rafforzando così la fede degli apostoli.
A questo punto padre Dolindo ricava da quell’evento un insegnamento per noi. Una stupenda intuizione che ho sentito proprio adatta a me:
“Quante volte, pregando, ci sembra che Gesù Cristo, la Madonna e i santi non ci ascoltino, e l’anima si disorienta a volte fino a sentirsi venir meno la fede! Quante volte, in questi momenti di tenebre, satana ci suggerisce che è vano pregare e ci getta in una cupa disperazione che è forse il tormento maggiore della vita! Eppure in quei momenti di oscurità , proprio allora, dobbiamo intensificare la preghiera, perché la fede esca ingigantita dalla prova ed ottenga grazie maggiori di quelle che ha richieste. Si può dire con assoluta certezza che nessuna preghiera è vana, e che quando non ci vediamo esauditi ci si prepara una consolazione più grande, temporale ed eterna. Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti, siamo figli del Padre celeste, ed Egli ci riserba il suo pane, cioè la ricchezza delle sue misericordie”.

di Antonio Socci – Caterina. Diario di un padre nella tempesta  Ed. Rizzoli

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La donna adultera e l’ipocrisia dei suoi accusatori

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2011

La donna adultera e l’ipocrisia dei suoi accusatori.
Vari insegnamenti.
Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

La donna adultera e l’ipocrisia dei suoi accusatori dans Commenti al Vangelo thepassion

[20 marzo 1944]
Vedo l’interno del recinto del Tempio, ossia uno dei tanti cortili contornati da porticati. E vedo anche Gesù, il quale, molto ammantellato nel suo manto che lo fascia sopra la veste, non bianca ma rosso cupo (sembra una stoffa di lana pesante), parla a della folla che lo circonda. Direi che è una giornata invernale, perché vedo che tutti sono molto ammantellati, e che faccia piuttosto freddo, perché invece di star fermi tutti camminano alla svelta come per scaldarsi. Vi è del vento che smuove i mantelli e solleva la polvere dei cortili. Il gruppo che si stringe intorno a Gesù, l’unico che stia fermo mentre tutti gli altri, intorno a questo o a quel maestro, vanno avanti e indietro, si fende per lasciar passare un drappello di scribi e farisei gesticolanti e più che mai velenosi. Sprizzano veleno dallo sguardo, dal colore del volto, dalla bocca.
Che vipere! Più che condurre, trascinano una donna sui trent’anni, scapigliata, disordinata nelle vesti come chi è stata malmenata, e piangente. La buttano ai piedi di Gesù come fosse un mucchio di cenci o una spoglia morta. E lei resta là, rannicchiata su se stessa, col volto appoggiato alle due braccia, nascosto da esse che le fanno cuscino fra il volto e il suolo. «Maestro, costei è stata colta in flagrante adulterio. Suo marito l’amava, nulla le faceva mancare. Ella era regina nella sua casa. E lei lo ha tradito perché è una peccatrice, una viziosa, un’ingrata, una profanatrice. Adultera è, e come tale va lapidata. Mosè l’ha detto. Nella sua legge lo comanda che queste tali siano lapidate come bestie immonde. E immonde sono. Perché tradiscono la fede e l’uomo che le ama e le cura, perché come terra mai sazia sempre sono affamate di lussuria. Peggio delle meretrici sono, perché senza morso di bisogno danno se stesse per dare cibo alla loro impudicizia. Corrotte sono. Contaminatrici sono. A morte devono esser condannate. Mosè l’ha detto. E Tu, Maestro, che ne dici?».

Gesù, che aveva interrotto di parlare all’arrivo tumultuoso dei farisei e che aveva guardato la muta astiosa con sguardo penetrante e poi aveva chinato lo sguardo sulla donna avvilita, gettata ai suoi piedi, tace. Si è curvato, restando seduto, e con un dito scrive sulle pietre del portico, che la polvere sollevata dal vento copre di terriccio. Quelli parlano e Lui scrive.
«Maestro? Parliamo a Te. Ascoltaci. Rispondici. Non hai capito? Questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Nella sua casa. Nel letto dell’uomo suo. Ella lo ha sporcato con la sua libidine».
Gesù scrive.
«Ma è stolto quest’uomo! Non vedete che non capisce nulla e traccia dei segni sulla polvere come un povero folle?».
«Maestro, per il tuo buon nome, parla. La tua sapienza risponda al nostro interrogare. Ti ripetiamo: questa donna non mancava di nulla. Aveva vesti, cibo, amore. E ha tradito».
Gesù scrive.
«Ha mentito all’uomo che aveva fiducia in lei. Con bocca mendace l’ha salutato e col sorriso l’ha accompagnato alla porta, e poi ha aperto la porta segreta e ha ammesso il suo amante.
E mentre il suo uomo era assente per lavorare per lei, essa, come una bestia immonda, s’è avvoltolata nella sua lussuria».
«Maestro, è una profanatrice della Legge oltre che del talamo. Una ribelle, una sacrilega, una bestemmiatrice».
Gesù scrive. Scrive e cancella lo scritto col piede calzato dal sandalo e scrive più là, girandosi piano su Se stesso per trovare altro spazio. Sembra un bambino che giuochi. Ma quello che scrive non è parola di giuoco. Ha scritto successivamente: «Usuraio», «Falso», «Figlio irriverente», «Fornicatore», «Assassino», «Profanatore della Legge», «Ladro», «Libidinoso», «Usurpatore», «Marito e padre indegno», «Bestemmiatore», «Ribelle a Dio», «Adultero». Scritto e riscritto mentre sempre nuovi accusatori parlano.
«Ma insomma, Maestro! Il tuo giudizio. La donna va giudicata. Non può col suo peso contaminare la terra. Il suo fiato è veleno che turba i cuori».

Gesù si alza. Misericordia! Che viso! È un balenare di lampi che si avventano sugli accusatori. Sembra ancor più alto, tanto tiene la testa eretta. Sembra un re sul suo trono, tanto è severo e solenne. Il manto gli è caduto da una spalla e fa un lieve strascico dietro a Lui.
Ma Egli non se ne cura. Con volto chiuso e senza la più lontana traccia di sorriso sulla bocca e negli occhi, pianta questi occhi in volto alla folla, che arretra come davanti a due lame ben pontute. Fissa uno per uno. Con una intensità di indagine che fa paura. I fissati cercano di arretrare nella folla e di nascondersi in essa. Il cerchio così si allarga e sgretola come minato da una forza occulta. Infine parla. «Chi di voi è senza peccato scagli sulla donna la prima pietra». E la voce è un tuono accompagnato da un ancor più vivo lampeggiare di sguardi. Gesù ha conserto le braccia sul petto e sta così, ritto come un giudice, in attesa. Il suo sguardo non dà pace. Fruga, penetra, accusa. Prima uno, poi due, poi cinque, poi a gruppi, i presenti si allontanano a capo basso. Non solo gli scribi e i farisei, ma anche quelli che erano prima intorno a Gesù ed altri che si erano accostati per sentire il giudizio e la condanna e che, tanto quelli che questi, si erano uniti per insolentire la colpevole e chiedere la lapidazione.
Gesù resta solo con Pietro e Giovanni. Non vedo gli altri apostoli. Gesù si è rimesso a scrivere, mentre la fuga degli accusatori avviene, e ora scrive: «Farisei», «Vipere», «Sepolcri di marciume», «Menzogneri», «Traditori», «Nemici di Dio», «Insultatori del suo Verbo»… Quando tutto il cortile si è svuotato e un gran silenzio si è fatto, non rimanendo che il fruscio del vento e quello di una fontanella in un angolo, Gesù alza il capo e guarda. Ora il volto si è placato. È mesto, ma non più irato. Dà un’occhiata a Pietro, che si è lievemente allontanato appoggiandosi ad una colonna, ed una a Giovanni che, quasi dietro a Gesù, lo guarda col suo sguardo innamorato. Gesù ha un’ombra di sorriso guardando Pietro e un più vivo sorriso guardando Giovanni. Due sorrisi diversi. Poi guarda la donna, ancora prostrata e piangente ai suoi piedi. L’osserva. Si alza, si riaggiusta il manto come fosse in procinto di mettersi in cammino. Fa un cenno ai due apostoli di avviarsi verso l’uscita. Quando resta solo, chiama la donna. «Donna, ascoltami. Guardami». Ripete il comando, perché essa non osa alzare il viso. «Donna, siamo soli. Guardami».
La disgraziata alza un viso su cui pianto e polvere fanno una maschera di avvilimento.
«Dove sono, o donna, quelli che ti accusavano?». Gesù parla piano. Con serietà pietosa. Tiene il volto e il corpo lievemente piegati verso terra, verso quella miseria, e gli occhi sono pieni di una espressione indulgente e risanatrice. «Nessuno ti ha condannata?».
La donna, fra un singulto e l’altro, risponde: «Nessuno, Maestro».
«E neppure Io ti condannerò. Va’. E non peccare più. Va’ alla tua casa. E sappi farti perdonare. Da Dio e dall’offeso. Non abusare della benignità del Signore. Va’».
E la aiuta a rialzarsi prendendola per una mano. Ma non la benedice e non le dà la pace. La guarda avviarsi, a capo chino e lievemente barcollante sotto la sua vergogna, e poi, quando è scomparsa, si avvia a sua volta coi due discepoli.

Dice Gesù: «Quello che mi feriva era la mancanza di carità e di sincerità negli accusatori. Non che mentissero nell’accusa. La donna era realmente colpevole. Ma erano insinceri facendosi scandalo di cosa da loro commessa le mille volte e che unicamente una maggior astuzia e una maggior fortuna avevano permesso rimanesse occulta. La donna, al suo primo peccato, era stata meno astuta e meno fortunata. Ma nessuno dei suoi accusatori ed accusatrici – perché anche le donne, se non alzavano la loro parola, la accusavano in fondo al cuore – erano scevri di colpa. Adultero è chi trascende all’atto e chi appetisce all’atto e lo desidera con tutte le sue forze. La lussuria è tanto in chi pecca che in chi desidera peccare.

Ricordati, Maria, la prima parola del tuo Maestro, quando ti ho chiamata dall’orlo del precipizio dove eri: “Il male non basta non farlo. Bisogna anche non desiderare di farlo”.

Chi accarezza pensieri di senso, e suscita con letture e spettacoli cercati appositamente e con abitudini malsane sensazioni di senso, è ugualmente impuro come chi commette la colpa materialmente. Oso dire: è maggiormente colpevole. Perché va col pensiero contro natura, oltre che contro morale. Non parlo poi di chi trascende a veri atti contro natura. L’unica attenuante di costui è in una malattia organica o psichica. Chi non ha tale scusante è di dieci gradi inferiore alla bestia più lurida. Per condannare con giustizia occorrerebbe essere immuni da colpa. Vi rimando a dettati passati, quando parlo delle condizioni essenziali per esser giudice. A Me non erano ignoti i cuori di quei farisei e di quegli scribi, non quelli di coloro che si erano uniti ad essi nell’inveire contro la colpevole. Peccatori contro Dio e contro il prossimo, erano in loro colpe contro il culto, colpe contro i genitori, colpe contro il prossimo, colpe, soprattutto numerose, contro le mogli loro. Se per un miracolo avessi ordinato al loro sangue di scrivere sulla loro fronte il loro peccato, fra le molte accuse avrebbe imperato quella di “adulteri” di fatto o di desiderio. Io ho detto: “È quello che viene dal cuore che contamina l’uomo”. E, tolto il mio cuore, non vi era alcuno fra i giudici che avesse il cuore incontaminato. Senza sincerità e senza carità.
Neppure l’esser simili a lei nella fame concupiscente li induceva a carità. Io ero che avevo carità per l’avvilita. Io, l’Unico che ne avrei dovuto aver schifo. Ma ricordatevi però questo: che quanto più uno è buono e più è pietoso verso i colpevoli. Non indulge alla colpa per se stessa. Questo no. Ma compatisce i deboli che alla colpa non hanno saputo resistere. L’uomo! Oh! più che canna fragile e vilucchio sottile è facile ad esser piegato dalla tentazione e portato ad avvinghiarsi là dove spera trovare un conforto. Perché molte volte la colpa avviene, specie nel sesso più debole, per questa ricerca di conforto. Perciò Io dico che chi manca di affetto per la sua donna, ed anche per la figlia sua propria, è per novanta parti su cento responsabile della colpa della sua donna o della sua creatura e ne risponderà per esse. Tanto l’affetto stolto, che è soltanto stupido schiavismo di un uomo ad una donna o di un genitore ad una figlia, quanto una trascuratezza d’affetti, o peggio una colpa di propria libidine che porta un marito ad altri amori e dei genitori ad altre cure che non siano i figli, sono fornite ad adulterio e prostituzione e, come tali, sono da Me condannati.
Siete esseri dotati di ragione e guidati da una legge divina e da una legge morale. Avvilirsi perciò ad una condotta da selvaggi o da bruti dovrebbe fare orrore alla vostra grande superbia. Ma la superbia, che in questo caso sarebbe anche utile, voi l’avete per ben altre cose. Ho guardato Pietro e Giovanni in diversa maniera, perché al primo, uomo, ho voluto dire: “Pietro, non mancare tu pure di carità e di sincerità”, e dirgli pure, come a futuro mio Pontefice: “Ricorda quest’ora e giudica come il tuo Maestro, in avvenire”; mentre al secondo, giovane dall’anima di bambino, ho voluto dire: “Tu puoi giudicare e non giudichi perché hai il mio stesso cuore. Grazie, amato, d’esser tanto mio da essere un secondo Me”.
Ho allontanato i due prima di chiamare la donna per non aumentare la sua mortificazione con la presenza di due testimoni. Imparate, o uomini senza pietà. Per quanto uno sia colpevole, va sempre trattato con rispetto e carità. Non gioire del suo annichilimento, non accanircisi contro neppure con sguardi curiosi. Pietà, pietà per chi cade! Alla colpevole indico la via da seguirsi per redimersi. Tornare alla sua casa, umilmente chiedere perdono e ottenerlo con una vita retta. Non cedere più alla carne. Non abusare della bontà divina e della bontà umana per non scontare più duramente di ora la duplice o molteplice colpa.
Dio perdona, e perdona perché è la Bontà. Ma l’uomo, per quanto Io abbia detto: “Perdona al fratello tuo settanta volte sette”, non sa perdonare due volte. Non le do pace e benedizione perché non era in lei quella completa recisione dal suo peccato che è richiesta per esser perdonati. Nella sua carne, e purtroppo nel suo cuore, non era la nausea per il peccato. Maria di Magdala, sentito il sapore del mio Verbo, aveva avuto disgusto per il peccato ed era venuta a Me con la volontà totale di essere un’altra. In costei era ancora un ondeggiamento fra le voci della carne e dello spirito. Né ella, nel turbamento dell’ora, aveva ancora potuto mettere la scure contro il ceppo della carne e reciderla per andare mutilata del suo peso bramoso al Regno di Dio. Mutilata di ciò che era rovina, ma accresciuta di ciò che è salvezza.
Vuoi sapere se si è poi salvata? Non a tutti fui Salvatore. Per tutti lo volli essere, ma non lo fui perché non tutti ebbero la volontà d’esser salvati. E questo è stato uno dei più penetranti strali della mia agonia del Getsemani.

Va’ in pace tu, Maria di Maria, e non voler più peccare neppure nelle inezie. Sotto il manto di Maria non stanno che cose pure. Ricordalo.

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Da piccoli indizi, lo stupore della fede

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2011

Gli apostoli Pietro e Giovanni al sepolcro vuoto. Pietro vide. Giovanni vide e credette. Intervista con Jean Galot, professore emerito di Cristologia alla Pontificia Università Gregoriana
Intervista con Jean Galot di Gianni Valente – 30Giorni

Da piccoli indizi, lo stupore della fede dans Articoli di Giornali e News Ges-Risorto

Erano pescatori di Galilea, gente concreta. Altro che visioni interiori. Dopo quel che era successo sul Calvario, se ne erano tornati a casa, ben chiusi dentro «per timore dei giudei». Lui era morto davvero, e perciò realmente, per quei poveretti, era finito tutto. Ma quella domenica mattina davanti al sepolcro vuoto, qualcosa, in quella dolorosa ma realistica rassegnazione, si incrinò. Il gesuita Jean Galot, 81 anni, professore emerito di Cristologia alla Pontificia Università Gregoriana, è tornato di recente su quella scena. In un saggio pubblicato su « La Civiltà Cattolica », zeppo di riferimenti a recenti studi esegetici e a documentate ricerche sugli usi funerari dell’antico mondo ebraico, ha accompagnato Giovanni e Pietro sulla soglia del sepolcro. Cercando di discernere perché, in quel momento, Giovanni ebbe la prima, inizialissima percezione che invece avevano vinto. Il saggio di padre Galot ha un titolo pieno di suggestione: « Vedere e credere ». Perché tutto è ricominciato così. Quando i suoi, che Lo avevano visto morto, con gli stessi sensi Lo hanno visto e Lo hanno toccato risorto.

Ricordiamo i fatti. Quella mattina, Maria Maddalena tornò dicendo che la pietra del sepolcro era stata ribaltata…
Jean GALOT: E subito, a quella notizia, due discepoli, Pietro e Giovanni, corsero al sepolcro per vedere cosa era successo. Giovanni, correndo più veloce, arrivò per primo, ma non entrò. Si limitò a sbirciare dalla porta i teli che erano ancora là. Poi arrivò Pietro, entrò per primo nel sepolcro, vide ciò che c’era. Giovanni entrò dietro di lui…

Rispetto a ciò che si trovano davanti, il resoconto del Vangelo registra la differente percezione dei due: Pietro «vide», Giovanni «vide e credette»…
Jean GALOT: Pietro è colpito, quasi turbato da ciò che vede, ma rimane in una condizione di perplessità. In Giovanni, lo stupore è ancora più grande, perché in lui c’è una prima, embrionale intuizione del mistero della risurrezione.

Questa diversità di reazione cosa significa?
Jean GALOT: Non vuol dire che la fede di Pietro sia minore di quella di Giovanni. Ma indica certo una diversità di temperamento tra i due. La fede di Pietro ha, per così dire, bisogno di più tempo. A Pietro serve tempo per cogliere la realtà di ciò che vede. Quando Gesù aveva chiesto agli apostoli «Voi, chi dite che io sia?», questa domanda era stata posta dopo un lungo tempo di convivenza, durante il quale Gesù aveva fatto emergere ciò che Lui era. In quell’occasione, fu proprio Pietro a rispondere in maniera sorprendente. Aveva avuto il tempo di osservare e meditare. La sua risposta sollecita era il risultato di una convivenza prolungata nel tempo. Al sepolcro, Giovanni, pur nella scarsità degli indizi, coglie, anche se in forma iniziale, come sono andate realmente le cose. Che cioè il corpo non è stato rubato, ma Gesù è uscito vivo, nel suo corpo risorto, dai teli che lo avvolgevano. Anche un altro episodio, accaduto dopo, conferma la maggior attitudine intuitiva di Giovanni. Quando Gesù appare sulla riva del lago e invita gli apostoli a gettare le reti dalla parte destra della barca, dinanzi alla pesca miracolosa, è Giovanni che riconosce subito Gesù: «Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: « E’ il Signore! ». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la tunica, e si gettò in mare» (Gv 21,7). Anche in questo caso, Giovanni riconosce subito l’autore del miracolo, mentre Pietro sembra più concentrato sul risultato del miracolo, preoccupato dei problemi che poneva la quantità di pesci. E’ una situazione analoga a quella verificatasi nella visita al sepolcro vuoto, dove Pietro aveva concentrato il suo sguardo su ciò che testimoniava la sparizione del corpo, mentre Giovanni vi aveva colto il segno della risurrezione. Lo sguardo più penetrante di Giovanni, attraverso il sepolcro e i segni che rimanevano della presenza di Gesù, iniziava ad entrare nella fede pasquale.

Questa maggiore intelligenza degli indizi, anche di quelli più piccoli, ha a che fare con il fatto che Giovanni era il discepolo prediletto da Gesù?
Jean GALOT: La predilezione di Gesù nei suoi confronti lo aiutava ad aprire gli occhi, a far coincidere, per quanto possibile, il suo modo di vedere le cose con il modo di Cristo. Ma pur nella sua maggior immediatezza d’intuizione, Giovanni appare rispettoso dell’autorità di Pietro. Non rivendica per sé alcuna autorità, alcun primato. Arrivato per primo al sepolcro, non entra, si ferma sulla soglia e attende che Pietro entri per primo, nonostante fosse curioso di vedere cosa c’era dentro. E poi avrebbe certo desiderato di condividere l’iniziale riconoscimento di quanto era accaduto nel sepolcro con il suo amico Pietro, ma si rendeva conto che il tempo di questa condivisione, di questa corrispondenza di sguardo non era ancora giunto. E allora non urge, non impone la sua maggiore acutezza di sguardo, rispetta il tempo necessario a Pietro per giungere a riconoscere la stessa realtà.

Ma cosa c’era, lì dentro? Cosa hanno veramente visto i due?
Jean GALOT: Alcuni recenti studi esegetici hanno precisato il reale contenuto del testo, segnalando alcune imprecisioni delle traduzioni correnti che possono sviare la comprensione. Il primo errore è che molte versioni traducono con il vocabolo bende la parola greca ỏθόνια (otònia), che in realtà indicava tutti i teli funerari in cui venivano fasciati i defunti, compresa la sindone, il telo più ampio, che avvolgeva tutto il corpo. Inoltre, a sentire molte versioni correnti, i suoi apostoli avrebbero visto i teli caduti a terra, e il sudario (il fazzoletto arrotolato che veniva legato intorno al volto del defunto, per tenergli chiusa la bocca) posto «in disparte, ripiegato in un luogo diverso». Invece, secondo traduzioni recenti e accurate, basate su un’attenta analisi grammaticale dell’originale greco, tutto era rimasto al suo posto. Anche il sudario non era stato spostato, ma era rimasto giacente in mezzo ai teli. Lo si distingueva, in rilievo, sotto la sindone ormai afflosciata.

Sono dettagli così importanti?
Jean GALOT: Aiutano a intuire cosa suscitò lo stupore e l’inizio di fede in Giovanni. Se il corpo fosse stato portato via da qualcuno, i teli non sarebbero rimasti intatti nello stesso luogo, e il sudario sarebbe stato tirato fuori dai teli e messo da parte, al momento della sparizione, proprio come sembrano indicare molte traduzioni correnti. Invece il corpo di Gesù non c’era più, ma tutto il resto -i teli, il sudario- era rimasto nello stesso posto. Addirittura il sudario era rimasto avvolto nei teli, al suo posto iniziale. Giovanni forse, davanti a quella vista intuì che Gesù non lo aveva portato via qualcuno, ma che era uscito vivo dal sepolcro sottraendosi in maniera misteriosa alla sindone e al sudario che lo avvolgevano, fuori dalle leggi dello spostamento dei corpi, lasciando tutte le cose intatte. Erano i segni di un intervento soprannaturale, che aveva sottratto il corpo di Gesù alla collocazione che aveva nel sepolcro senza sconvolgere nessuno dei teli adoperati per la sepoltura. Per questo si può dire che lì, davanti ai teli giacenti iniziò a riconoscere l’evento della risurrezione.

Un evento che pure Gesù aveva più volte annunciato…
Jean GALOT: Ogni volta che aveva accennato alla sua passione, Gesù aveva aggiunto che il terzo giorno il Figlio dell’uomo sarebbe risorto. Eppure, dopo la sua crocifissione nessuno ricordava queste parole. Molti non se ne ricorderanno neppure quando lo vedranno risorto. Le avevano dimenticate tutti, tranne Maria, colei che per nove mesi aveva portato nel proprio grembo quel corpo, lo stesso corpo che avevano crocifisso. Si può dire che, durante quei tre giorni, tutta la speranza del mondo fu custodita solo da Maria. Giovanni stesso aveva udito più volte le parole di Gesù che annunciavano la risurrezione. Era stato, con Pietro e Giacomo, presente all’evento della trasfigurazione, quando Gesù si era raccomandato di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, «se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti». Loro avevano obbedito al comando, «domandandosi però cosa volesse dire risorgere dai morti» (Mc 9,9.10). Quindi Giovanni avrebbe dovuto essere preparato ad accogliere il mistero della risurrezione. Eppure quelle parole gli ritornano alla memoria solo quando vede la sindone e il sudario rimasti intatti nel sepolcro dopo che Gesù ne è uscito vivo. L’inizio della sua adesione alla fede, come viene riportato nel testo evangelico, è causato da ciò che ha visto nel sepolcro. E’ suscitato da indizi esigui, ma reali, visibili.

Come cresce, per Giovanni, questo inizio? Forse attraverso una riflessione religiosa?
Jean GALOT: In quella prima esperienza presso il sepolcro vuoto, Giovanni aveva avuto soltanto un’idea vaga e indiretta della risurrezione di Gesù Cristo. Constatando la sua assenza dal sepolcro, aveva forse intuito il modo soprannaturale in cui essa si era verificata. Ma solo le apparizioni di Gesù nei quaranta giorni che seguono, i contatti concreti col Risorto gli permettono di fondare con certezza la sua missione di testimone. In quei loro incontri Gesù si manifesta per suscitare la fede, per procurare alla fede un fondamento oggettivo più evidente. Non esita a mostrare il suo corpo con insistenza, un corpo che porta ancora i segni della crocifissione. Rafforza il vedere per far sorgere il credere. Con il moltiplicarsi degli indizi, si passa da una prima intuizione al riconoscimento di una realtà inimmaginabile, di un fatto reale che si rivela più grande e sorprendente di ogni attesa.

E questo accade a un gruppetto di ebrei impauriti e rassegnati, poco propensi a visioni mistiche, dopo che tutto era finito.
Jean GALOT: Il punto di partenza del movimento della fede, a cominciare dagli indizi del sepolcro vuoto, è sempre una realtà visibile. Questo fattore è importante, perché smentisce coloro che interpretano la fede nella risurrezione di Gesù Cristo come una mera convinzione intima. Spazza via tutte quelle tesi idealiste secondo cui i discepoli si convinsero che Gesù era risorto, proiettando in questa autosuggestione i propri sentimenti soggettivi di amore verso il loro Maestro. Invece, è perché hanno visto il Signore risorto che hanno creduto. La fede nasce dal riconoscimento di realtà visibili. Non è un’opera mentale soggettiva che si sarebbe creata il proprio oggetto. Sant’Agostino, nel « De civitate Dei », sottolinea come su questo aspetto il fatto cristiano sia esattamente l’opposto della dinamica del sentimento religioso che nasce dall’uomo, rappresentato dalla religione imperiale che divinizza i destinatari delle proprie devozioni: «Illa illum amando esse deum credidit; ista istum Deum esse credendo amavit», «Roma, siccome amava Romolo, lo credette Dio. La Chiesa, invece, siccome riconobbe che Gesù Cristo era Dio, lo amò».

Oggi tanti maestri spirituali, nella Chiesa, insegnano che la purezza interiore della fede non ha bisogno di indizi esteriori. Una fede che dipende dal « vedere » e dal « toccare » sarebbe, a sentir loro, rozza e grossolana.
Jean GALOT: Eppure la testimonianza degli apostoli è stata questa. La loro fede è tutta nella semplicità di una constatazione, inizia in loro quando Lo hanno visto e Lo hanno toccato risorto. Quando Pietro cerca di individuare un sostituto di Giuda nel collegio apostolico, usa un unico criterio: chi subentra a Giuda dovrà essere un testimone non della vita ma della risurrezione di Gesù. Gli apostoli sono i testimoni oculari della risurrezione di Gesù. E tutto è affidato e sospeso alla loro esperienza, visto che Gesù non ha lasciato un suo insegnamento scritto, una dottrina spirituale codificata. Insomma, all’origine della fede della Chiesa nella risurrezione c’è stato un vedere. E la fede della Chiesa non potrà mai essere separata da questo vedere iniziale, e troverà sempre il suo fondamento nell’esperienza fatta dagli apostoli e nella loro testimonianza. Come scrive sempre nel « De civitate Dei » Sant’Agostino: «Resurrexit tertia die sicut apostoli suis etiam sensibus probaverunt», «E’ risorto il terzo giorno, come gli apostoli, anche con i sensi, hanno verificato».

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Guardare per credere

Posté par atempodiblog le 2 juillet 2011

Guardare per credere
di Antonio Socci – Il Sabato

Il capitolo XX del Vangelo di Giovanni
Si chiama «pedagogia del vedere». E’ quella a cui Gesù ricorre nel capitolo 20 di Giovanni. Che leggiamo in traduzione sbagliata. Padre Ignace de la Potterie, gesuita e famoso biblista, lancia la polemica
Intervista di Antonio Socci a Padre Ignace de la Potterie

Guardare per credere dans Antonio Socci Giovanni-e-Pietro-al-Sepolcro-vuoto

Gesù Cristo è veramente risorto dai morti? E’ davvero apparso ai suoi nella sua carne gloriosa, facendo mettere a Tommaso le mani dentro le sue ferite? Sono domande esplose in questo periodo non in accademie teologiche, ma -e forse non era mai accaduto- sui giornali, come uno scottante problema d’attualità.

E’ colpa -secondo Monsignore Gianfranco Ravasi intervistato dal “Corriere della sera” – di «una pattuglia di giornalisti»: noi. Al teologo di “Famiglia cristiana” non va giù che le ricerche archeologiche confermino clamorosamente la storicità dei Vangeli. Egli denuncia il fatto che «continua in modo scomposto e frenetico l’interesse per il Gesù della storia». Un altro illustre teologo, dalle colonne di “Avvenire” polemizza così: «Si sente in giro una declamazione della “carne” di Cristo, associata a retorica “antintellettualistica” che nulla ha a che vedere con la salvezza cristiana integrale».

Per aver sottolineato la storicità e la fisicità della resurrezione e delle apparizioni di Gesù, due importanti teologi tedeschi, Walter Kasper e Karl Lehmann, ci hanno accusato di “grossolanità”. Seguono Karl Rahner per cui le apparizioni pasquali non vanno viste «come esperienza quasi grossolanamente sensibile». Campione di questo “centrismo” teologico è anche Raymond Brown, fra i più noti biblisti cattolici americani, ed editore del “Grande commentario biblico”, che ha appena ripubblicato da Queriniana “La concezione verginale e la risurrezione corporea di Gesù”.

La domanda è: la resurrezione di Gesù Cristo è o non è un fatto, «l’avvenimento unico e strepitoso che fa da perno a tutta la storia umana» (Paolo VI)? E le apparizioni sono fatti storici di cui esistono testimoni oculari o no? Padre Ignace de la Potterie, consultore dell’ex Sant’Uffizio e conosciuto come esperto del Vangelo di Giovanni, ha accettato di rispondere a queste domande. La conversazione comincia con una rivelazione curiosa. Nella Bibbia oggi in circolazione -sia quella della Cei tipica per la liturgia, sia quella di Gerusalemme- alla fine dell’episodio di san Tommaso si leggono queste parole di Gesù: «Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno» (Gv 20,29). Padre Ignace de la Potterie parla di una traduzione sbagliata. Torneremo più avanti su questo fatto. «Nel Vangelo di san Giovanni» premette il gesuita dell’Istituto biblico «il “vedere” ha un’importanza fondamentale. E specialmente tutto il capitolo 20, quello delle apparizioni del Risorto, l’evangelista insiste sul “vedere” come primo passo indispensabile per arrivare a credere. In poche righe troviamo 13 volte questo verbo. All’inizio c’è un vedere sensibile che poi conduce alla contemplazione, nella profondità del visibile, si tocca il Mistero. C’è dunque uno sviluppo del “vedere”, è Gesù stesso che insegna ai suoi a guardare, è il suo metodo pedagogico».

Ravasi, nell’intervista al “Corriere”, attacca così: «trascurando il dato trascendente per quello storico si compie un’operazione monofisita, si riduce Gesù a una sola natura, quella umana. Una ricerca solo storica, dunque, è illegittima dal punto di vista teologico».
Ignace De la Potterie: Ma con quale diritto si pretende di imputare a questi credenti quel “solo” di sapore eretico (fa pensare al «sola fide» di Lutero), accusandoli addirittura di monofisismo: ma chi ha mai detto “solo” Gesù della storia? Non “solo”, ma “anche”. Il problema è che sembra che si voglia oggi eliminare la storia. Questo sì è monofisismo!

Sant’Agostino commenta l’episodio di san Tommaso scrivendo: «Toccò l’umanità, riconobbe la divinità: toccò la carne, fissò l’occhio sul Verbo, poiché il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi».
Ignace De la Potterie: Certo. Vedere l’uomo gli fu necessario per riconoscere Dio. Nell’ultima Cena Gesù dice: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (14,9). E’ il versetto centrale del quarto Vangelo. Vedere fisicamente Gesù non bastava, ovviamente, anche i suoi nemici lo vedevano eppure lo ritenevano semplicemente un uomo di Nazareth, anzi un impostore. Ma vedere e udire fisicamente Gesù, un uomo con un volto, una carne, era indispensabile, per pervenire progressivamente a contemplare in lui, con l’occhio della fede, il Figlio di Dio, cioè a scoprire in lui il Verbo fatto carne. E’ Gesù, con le parole, i gesti, i miracoli, con tutta la sua presenza, che introduce al Mistero e conduce dal “vedere” un uomo di carne al riconoscere, in quella carne, il Verbo di Dio. Il “vedere” fisico, per tutto il Vangelo, è la via d’accesso al Mistero. Questa pedagogia del vedere diventa esplicita -è Gesù stesso che la spiega- nel capitolo 20. E pochi finora sembrano averlo capito.

Dunque cosa è possibile scoprire…
Ignace De la Potterie: Il punto di partenza è ciò che si vede con questi nostri occhi di carne: si comincia dai segni, come il sepolcro vuoto o il giardiniere, un uomo reale in cui s’imbatte Maria Maddalena, che poi riconosce in lui Gesù… E’ una progressione. Anche del verbo vedere: prima il verbo greco “bleso”, che vuol dire scorgere, notare qualcosa. Poi “theorein” che troviamo per la Maddalena e vuol dire guardare attentamente, osservare. Poi il verbo “horan”, al perfetto greco che esprime la forma perfetta del verbo vedere e che io tradurrei qui «ora vedo perfettamente, contemplo il senso profondo di ciò che vedo». Dunque dall’accorgersi di qualcosa alla contemplazione del Mistero di Dio nella realtà visibile, questa è la dinamica della prima fede cristiana, secondo i Vangeli.

E’ una “storia” raccontata attraverso gli occhi degli apostoli.
Ignace De la Potterie: Certo. L’evangelista però cerca di descrivere, nei primi testimoni della resurrezione, l’approfondimento progressivo del loro sguardo su Gesù. Il semplice “blepein” (accorgersi) dell’inizio, diventa uno sguardo attento, scrutatore (theorein), ma la pienezza della fede pasquale è espressa solo dal verbo al perfetto (heôraka ton Kyrion). «Ho visto il Signore» come annuncia la Maddalena ai discepoli.

L’evangelista ha curato tutti i particolari di questo capitolo?
Ignace De la Potterie: Il capitolo è costruito in maniera concentrica. Primo episodio: i due apostoli, Pietro e Giovanni, al sepolcro (vv. 1-10). Secondo: l’apparizione alla Maddalena (vv. 11-18). Terzo: l’apparizione ai discepoli senza Tommaso (vv. 19-25). Infine, quarto: l’apparizione in presenza di Tommaso (vv. 26-29). Il primo episodio è parallelo al quarto e il secondo al terzo. Questa struttura sottolinea che la fede in Cristo risorto si basa sulla testimonianza «di quelli che “hanno visto” il sepolcro vuoto e il Signore vivo». Sono parole di padre Mollat. Non si parla più spesso in questo modo oggi.

Si fanno oggi molti distinguo sulla fisicità del Risorto al punto da teorizzare che «se il corpo di Gesù si corruppe nella tomba e pertanto la sua vittoria sulla morte non implicò una risurrezione corporea» (Crown) cambia solo il significato teologico. Eppure prendendo alla lettera san Giovanni, Gesù torna fra i suoi con la sua carne, le sue ferite che Tommaso può toccare.
Ignace De la Potterie: Infatti la resurrezione della carne, non è un mito, non è un «theolegumenon», cioè un puro significato teologico (cfr. “30Giorni” agosto-settembre 1992, pag. 71). E’ innanzitutto un «fatto», come disse Paolo VI al Congresso sulla Resurrezione nel 1970. Però il Signore glorioso, anche nel suo corpo, non è più limitato dal tempo e dallo spazio. Dopo che è salito al Padre non ha più i limiti dell’uomo di prima pur essendo la stessa persona: è il Signore risorto. Così, nonostante le porte chiuse, entra e si mette in mezzo a loro. Gesù aveva promesso molte volte «io torno in mezzo a voi». Ecco questo prepara il nuovo modo della sua presenza nella Chiesa, Gesù Cristo ormai risorto, rimarrà misteriosamente presente fra noi. Di questa presenza futura invisibile e permanente le apparizioni del Risorto visibile ma misterioso sono allo stesso tempo l’annuncio e il segno.

Secondo Ravasi «è necessario distinguere fra l’apostolo e l’anonimo evangelista». Gran parte degli esegeti cattolici la pensano così. Anche Brown: «Gli evangelisti appartengono alla seconda generazione dei cristiani e non furono essi stessi testimoni oculari». E aggiunge che la lettera di Paolo ai Corinti è «l’unica testimonianza della risurrezione nel Nuovo Testamento scritta da uno che sostiene di aver visto Gesù risorto». Per quale motivo si dice che «è necessario fare quella distinzione»?
Ignace De la Potterie: I Vangeli che fine fanno? E il Vangelo di Giovanni? E’ tutto un mito? Quel Vangelo è innanzitutto la testimoniaza di uno che «ha visto». Si rilegga, prima di scrivere queste cose, il prologo della Prima lettera di Giovanni: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi ciò che noi abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato, del Verbo della vita (poiché la vita si è manifestata, noi abbigamo veduto e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era rivolta verso il Padre e si è manifestata a noi) quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi».

Dunque, cosa riferisce il testimone Giovanni?
Ignace De la Potterie: Limitiamoci alle apparizioni pasquali. Il primo episodio, Pietro e Giovanni al sepolcro, la tomba vuota, le bende e Giovanni che «cominciò a credere» (non «credette» come recita la traduzione normale, perché subito dopo aggiunge: «Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura»). E’ la fede iniziale del discepolo che Gesù amava. Anche per la Maddalena è molto chiara la purificazione progressiva del suo sguardo. Quando riconosce quell’uomo dice «Maestro, sei tu!» No, non è più il maestro di prima. Maria è legata alla vecchia immagine che aveva di lui. Ma poi accetta il riconoscimento della fede: è il Signore risorto. E lui stesso che glielo dice. Allora capisce: Gesù non è più come prima pur essendo sempre la stessa persona.

Poi l’apparizione ai discepoli senza Tommaso.
Ignace De la Potterie: I discepoli sono pieni di gioia «alla vista del Signore». Diranno a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore». Lo avevano riconosciuto prima che aprisse bocca, perché avevano accettato la testimonianza della Maddalena. E’ molto importante saper accettare una cosa su testimonianza. Ciò che Tommaso non fa. Lui diffida della testimonianza dei suoi amici. Gesù voleva educare il loro sguardo così: la prima tappa è il vedere fisico, i segni, quindi il vedere su testimonianza, infine vedere e contemplare con lo sguardo trasformato dallo Spirito che permette di cogliere il senso delle cose, tutta la profondità della realtà.

E’ questo che Gesù rimprovera a Tommaso, non essersi fidato?
Ignace De la Potterie: E’ molto importante l’episodio di Tommaso. Anche lui appartiene ai dodici, quindi a coloro che dovevano vedere fisicamente il Signore risorto e testimoniarlo davanti alla storia e all’umanità. Però anche a lui, inizialmente, è chiesto di credere alle testimonianze, come gli altri avevano già creduto alla testimonianza della Maddalena (e come è chiesto a noi). Non fidarsi delle testimonianze: qui sta l’errore di Tommaso.

Arriviamo così al famoso versetto 29: «Beati coloro che crederanno senza aver visto». Gesù stesso sembra opporsi al bisogno dell’uomo di vedere. Sembra chiedere una fede cieca.
Ignace De la Potterie: No. Quel verbo non è al futuro, come viene interpretato. Sia nel testo greco che nella Vulgata latina il verbo è all’aoristo (tempo passato): «Tu hai creduto perché hai visto» dice Gesù a Tommaso «beati coloro che anche senza aver visto (me direttamente) hanno creduto». Anche Tommaso avrebbe già dovuto fidarsi della testimonianza degli altri, i quali avevano già creduto sulla testimonianza della Maddalena. C’è un cammino da fare per ciascuno.

Dunque il verbo al passato si riferisce agli apostoli?
Ignace De la Potterie: Sì, o piuttosto al discepolo amato. Lui «ha cominciato a credere» («Vidi et credidi», 20,8). Ha cominciato a credere con i segni.

Non è quindi la richiesta di una fede cieca…
Ignace De la Potterie: Esatto. E’ la beatitudine promessa a chi comincia a credere a partire dai segni e dà credito alla testimonianza.

E perché è stato stravolto il tempo di quel verbo?
Ignace De la Potterie: Perché si pensa subito ai credenti nella Chiesa. Tipico è il caso di Bultmann che traduce al presente: «Beati coloro che non vedono e credono». Nella traduzione delle Paoline G. Segalla commenta: «Ad una fede si deve arrivare, però senza la pretesa di Tommaso: il riferimento è ai futuri credenti». Ma quel verbo era al passato, non al futuro come lo comprendono anche Schnackenburg e la Bibbia di Gerusalemme.

Ed è passata così anche l’interpretazione di Bultmann.
Ignace De la Potterie: Indirettamente sì. Se si traduce al futuro quel verbo, allora Bultmann può interpretare la frase di Gesù «come una critica radicale dei “segni” e delle apparizioni pasquali e come una apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore» (D. Mollat). E’ esattamente il contrario. Ciò che viene rimproverato a Tommaso, non è di aver “visto” Gesù, poiché Gesù stesso ha voluto manifestarsi a lui. Il rimprovero cade sul fatto che Tommaso ha rifiutato, all’inizio, di dare credito all’annuncio dei discepoli. E ha voluto porre e definire lui stesso le condizioni della fede. Tuttavia Gesù accede al suo desiderio e si lascia toccare, ma lo invita formalmente a superare quella posizione equivoca e pericolosa in cui si era posto.

L’interpretazione di Bultmann ha fatto scuola fra i cattolici.
Ignace De la Potterie: Lo si vede soprattutto nell’imbarazzo con cui vengono trattate le apparizioni pasquali. Dice Bultmann: «Le apparizioni ai discepoli rappresentano una concessione alla loro debolezza. In fondo non sarebbero richieste». C’è qui una critica radicale al valore stesso dei racconti pasquali, a cui è dato un valore molto relativo. Questi -per Bultmann, seguito da molti teologi contemporanei- «non sono da comprendere come racconti di eventi storici, così da indurre forse il lettore ingenuo a voler fare anche lui la stessa esperienza, e neanche come sostitutivo di tale vedere perché si vuole una garanzia della resurrezione». Insomma è la pura posizione protestante: la fede cieca («sola fide»).

E cosa sono allora, per Bultmann e gli altri, questi racconti?
Ignace De la Potterie: Dice Bultmann: «Sono soltanto immagini simboliche per la comunità nella quale sta colui che è salito al Padre». E così la resurrezione fisica di Gesù che fine fa? Un puro simbolo. Ma se quel versetto finale vuol dire che tutte quelle apparizioni non servono a nulla perché allora sono state riferite dall’evangelista? Se avesse ragione Bultmann il rimprovero di Gesù andrebbe esteso a tutti gli apostoli e anche alla Maddalena, anche loro hanno creduto «perché hanno veduto».

Invece Gesù sembra voler insegnare a Tommaso a “guardare” con l’intelligenza di Giovanni al sepolcro.
Ignace De la Potterie: Esatto. Infatti c’è un parallelismo strutturale fra i due episodi e Gesù dice «Beati coloro che non hanno visto» (me) però «hanno cominciato a credere» vedendo i segni. Si tratta di Giovanni (e Pietro) quando ha trovato il sepolcro vuoto (20,8).

Dunque Gesù sottolinea l’importanza di “accorgersi” dei segni e dare credito ragionevole alle testimonianze?
Ignace De la Potterie: Questa è la sua pedagogia. Lo stesso Agostino insegna questo cammino: dal vedere fisico a contemplare il mistero. E per il Concilio di Calcedonia Gesù è vero uomo e vero Dio. Allora il vedere fisico è decisivo, perché anche le testimonianze sono fondate su un fatto storico visto.

Così all’origine della fede ci sono dei segni reali di cui «accorgersi» e delle testimonianze. Già sant’Atanasio invitava il suo interlocutore a credere alla resurrezione di Cristo «in base a ciò che accade davanti ai suoi occhi… in base a ciò che vedete».
Ignace De la Potterie: Con Atanasio tutti i Padri della Chiesa. La fede cristiana è un cammino dello sguardo e -direi- lo è anche l’esegesi. Non sono del tutto d’accordo con padre De Lubac quando, alla fine di “Esegesi medievale”, sostiene che l’approccio dei Padri è ormai una cosa del passato. Specialmente il 20° capitolo di san Giovanni mi sembra invitare all’antica e bellissima pratica cristiana della contemplazione delle scene dei Vangeli. Ignazio di Loyola, all’inizio dei tempi moderni, ha posto questa “applicatio sensuum” nei suoi esercizi spirituali: ci invita a guardare, contemplare, vedere, toccare… Sappiamo che era rimasto molto colpito da una pagina di Ludolfo di Sassonia.

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Ascoltare e seguire Gesù

Posté par atempodiblog le 15 mai 2011

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Cari fratelli e sorelle!
La liturgia della IV Domenica di Pasqua ci presenta una delle icone più belle che, sin dai primi secoli della Chiesa, hanno raffigurato il Signore Gesù: quella del Buon Pastore. Il Vangelo di san Giovanni, al capitolo decimo, ci descrive i tratti peculiari del rapporto tra Cristo Pastore e il suo gregge, un rapporto talmente stretto che nessuno potrà mai rapire le pecore dalla sua mano. Esse, infatti, sono unite a Lui da un vincolo d’amore e di reciproca conoscenza, che garantisce loro il dono incommensurabile della vita eterna. Nello stesso tempo, l’atteggiamento del gregge verso il Buon Pastore, Cristo, è presentato dall’Evangelista con due verbi specifici: ascoltare e seguire. Questi termini designano le caratteristiche fondamentali di coloro che vivono la sequela del Signore. Innanzitutto l’ascolto della sua Parola, dal quale nasce e si alimenta la fede. Solo chi è attento alla voce del Signore è in grado di valutare nella propria coscienza le giuste decisioni per agire secondo Dio. Dall’ascolto deriva, quindi, il seguire Gesù: si agisce da discepoli dopo aver ascoltato e accolto interiormente gli insegnamenti del Maestro, per viverli quotidianamente.

In questa domenica viene dunque spontaneo ricordare a Dio i Pastori della Chiesa, e coloro che si stanno formando per diventare Pastori. Vi invito pertanto a una speciale preghiera per i Vescovi – compreso il Vescovo di Roma! –, per i parroci, per tutti coloro che hanno responsabilità nella guida del gregge di Cristo, affinché siano fedeli e saggi nel compiere il loro ministero. In particolare, preghiamo per le vocazioni al sacerdozio in questa Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, affinché non manchino mai validi operai nella messe del Signore. Settant’anni or sono, il Venerabile Pio XII istituì la Pontificia Opera per le vocazioni sacerdotali. La felice intuizione del mio Predecessore si fondava sulla convinzione che le vocazioni crescono e maturano nelle Chiese particolari, facilitate da contesti familiari sani e irrobustiti da spirito di fede, di carità e di pietà. Nel messaggio inviato per questa Giornata Mondiale ho sottolineato che una vocazione si compie quando si esce “dalla propria volontà chiusa e dalla propria idea di autorealizzazione, per immergersi in un’altra volontà, quella di Dio, lasciandosi guidare da essa”. Anche in questo tempo, nel quale la voce del Signore rischia di essere sommersa in mezzo a tante altre voci, ogni comunità ecclesiale è chiamata a promuovere e curare le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Gli uomini infatti hanno sempre bisogno di Dio, anche nel nostro mondo tecnologico, e ci sarà sempre bisogno di Pastori che annunciano la sua Parola e fanno incontrare il Signore nei Sacramenti.

Cari fratelli e sorelle, rinvigoriti dalla gioia pasquale e dalla fede nel Risorto, affidiamo i nostri propositi e le nostre intenzioni alla Vergine Maria, madre di ogni vocazione, perché con la sua intercessione susciti e sostenga numerose e sante vocazioni al servizio della Chiesa e del mondo.

Cari fratelli e sorelle, la beatificazione del Papa Giovanni Paolo II ha avuto, come sapete, una risonanza mondiale. Vi sono altri testimoni esemplari di Cristo, molto meno noti, che la Chiesa addita con gioia alla venerazione dei fedeli. Oggi, a Würzburg, in Germania, è proclamato beato Georg Häfner, sacerdote diocesano, morto martire nel campo di concentramento di Dachau; e sabato 7 maggio scorso, nella diocesi Pozzuoli, è stato beatificato un altro presbitero, Giustino Maria Russolillo, fondatore della Società delle Divine Vocazioni. Ringraziamo il Signore perché non fa mancare santi sacerdoti alla sua Chiesa!

Benedetto XVI

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« Ritorna a casa tua… »

Posté par atempodiblog le 15 mai 2011

Il povero ossesso, ora guarito, era sempre seduto ai piedi di Nostro Signore… La bontà di Gesù l’aveva colpito… Avrebbe voluto restare per sempre vicino a Lui…
- Io lo capisco… Si doveva stare così bene con Nostro Signore!
- Tuttavia, Gesù disse a Pietro di togliere gli ormeggi. Gli apostoli e Gesù si diressero verso la barca. Il miracolato li seguiva. Se avesse osato, avrebbe chiesto di salire sulla barca per non lasciare Nostro Signore. Adesso fa la prova. <<Maestr0, dice, prendimi con te…>>, e guardava Gesù con gli occhi pieni di affetto…
- L’ha preso con sé?
- No, Gesù non voleva permettergli di salire nella barca. <<Ritorna a casa tua – gli disse – racconta ala tua famiglia tutto ciò che il buon Dio ha fatto per te>>.
- Pover’uomo, come doveva esser triste!…
- A lungo seguì con gli occhi la barca e nella barca Nostro Signore, poi ritornò a casa sua, dove fece molto bene.
Visono delle fanciulle che desiderano diventare suore. Il buon Dio le vuole invece nel mondo per darvi il buon esempio. Per essere Religiose bisogna essere chiamate da Nostro Signore.

PROPOSITO: Dirò a Nostro Signore: <<Fa’ di me ciò che Tu vuoi, ma se mi chiami, dammi la forza di dire un grande SI’>>.

di Henry Perroy

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Proclamare il Vangelo in situazioni diverse

Posté par atempodiblog le 15 mai 2011

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Dal Vangelo di Marco abbiamo ascoltato il racconto della guarigione dell’indemoniato di Gerasa. Gesù lo libera da una moltitudine di demoni. La gente del luogo rimane impressionata, inquieta e impaurita. Ma quell’uomo, guarito, è pieno di gratitudine e di entusiasmo; vorrebbe lasciare tutto e seguire immediatamente Gesù come discepolo itinerante, alla maniera degli apostoli e degli altri che lo accompagnavano nel suo continuo andare da una città all’altra per predicare il Vangelo. Gesù non esaudisce questo desiderio; non gli permette di lasciare la sua casa. Gli chiede però di diventare missionario nel suo ambiente: “Va nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato”. Quell’uomo obbedisce e prontamente si mette ad evangelizzare tra i suoi familiari e tra gli abitanti del suo territorio. “Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati”. Anch’egli è discepolo e collaboratore di Gesù, sebbene in un modo diverso dagli altri.

In quest’uomo, come in altri personaggi del Vangelo (ad esempio Zaccheo, Lazzaro) che credono in Gesù, ma rimangono nella loro famiglia e nel loro lavoro, possiamo vedere prefigurati i cristiani laici, mentre nel gruppo itinerante, che lascia la famiglia e il lavoro per andare con Gesù, possiamo vedere prefigurati i sacerdoti e le persone consacrate. Gli uni e gli altri in situazioni diverse, con carismi e responsabilità diverse, hanno il compito di proclamare il Vangelo con la vita e con la parola. “La missione – insegna Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Missio – riguarda tutti i cristiani (RMi 2). “Il Signore chiama sempre ad uscire da se stessi, a condividere con gli altri i beni che abbiamo, cominciando da quello più prezioso che è la fede” (RMi 49).

Tratto da: vatican.va

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