Francesco, vai e ripara la mia casa

Posté par atempodiblog le 13 mars 2013

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Medjugorje: Jakov Colo incide un cd di lode a Maria

Posté par atempodiblog le 21 juillet 2012

Medjugorje: Jakov Colo incide un cd di lode a Maria dans Canti

Il veggente di Medjugorje Jakov Colo pubblica una collezione di canti influenzati da 17 anni di apparizioni quotidiane, e un duetto con la cantante professionista Roberta Faccani per il singolo.

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Fonte: Medjugorje Today

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Il segreto del Natale in quei canti popolari

Posté par atempodiblog le 22 décembre 2011

Il segreto del Natale in quei canti popolari
di Antonio Socci – Libero, 24 dicembre 2008

Catechesi sul Natale dans Fede, morale e teologia Presepio

Chi ha fatto l’unità d’Italia, o meglio l’unità culturale e spirituale del popolo italiano? Cavour? Vittorio Emanuele II? La televisione? No. E’ stata fatta ben prima di loro. Per esempio da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, autore della prima canzone popolare italiana che è “Tu scendi dalle stelle”. E’ una delle succose “rivelazioni” che riserva quello straordinario, esplosivo geniaccio che risponde al nome di Ambrogio Sparagna fondatore e direttore dell’Orchestra popolare italiana dell’Auditorium di Roma e grande esperto di musica popolare italiana.
Creando dei canti in dialetto napoletano, sant’Alfonso nel Settecento andava fra i poveri del Regno di Napoli col suo cristianesimo felice e profondamente umano, “insegnava ai ‘lazzari’ i fondamenti del cristianesimo e li rendeva protagonisti dei cerimoniali liturgici”. Una di queste sue canzoni legate alla liturgia del Natale che divenne “famosissima” è “Quanne nascette ninno”, in italiano “Tu scendi dalle stelle” composta nel 1754. Ebbe un tale successo che nel 1769 fu pubblicata in tutto il territorio italiano e cominciò a essere cantata dal popolo, dovunque, dalle Alpi alla Sicilia. Diventò “il primo esempio di canzone italiana”. E anche un modello che dette vita a un genere nuovo di musica popolare.
Grazie ai missionari redentoristi, ispirati a sant’Alfonso, analoghe espressioni musicali nacquero anche al Nord, nei dialetti locali. E infatti quest’anno, nel concerto di canti popolari natalizi che l’Orchestra di Sparagna eseguirà all’Auditorium di Roma dal 3 al 6 gennaio, ci sono molte “canzoni popolari” del Nord, soprattutto del Friuli.
L’anno scorso fu un successo strepitoso. Ogni serata fece il tutto esaurito. E c’era la coda all’ingresso. Si tratta di un fenomeno culturale di enorme interesse perché Sparagna non solo ha cercato in tutti gli angoli del Bel Paese le canzoni con cui il popolo italiano esprimeva, nei diversi dialetti, il suo amore al Dio bambino, non solo li ha fatti rinascere, ma addirittura ha ricostruito certi strumenti popolari antichi, per riprodurre quei suoni e quei ritmi e far rivivere la stessa anima del popolo. Infatti i concerti dell’Orchestra popolare avvengono sempre in un clima molto coinvolgente, di vera allegria, di festa popolare, anche grazie ai ritmi caldissimi di queste canzoni che mettono voglia di ballare, battere le mani, cantare. Nulla da invidiare alla musica popolare sudamericana che poi, in fondo, nasce dalla stessa radice, dalla stessa fede, dalla stessa cattolicissima e solare allegria suscitata dal Dio fatto carne, volto, abbraccio, fiato, sguardo.
Accadono cose sorprendenti attorno alla “musica sacra” di Sparagna. Nel concerto dell’anno scorso – appena uscito in Cd col titolo “La chiara stella” – si poteva vedere e sentire Simone Cristicchi che, con la sua bella voce, ma abituata a ben altri concetti, annunciava la nascita del Salvatore del mondo: “Fu dal Padre a noi mandato per divino decreto eterno/ per salvarci dall’inferno ed aprirci il cielo serrato”.
Un’interpretazione bellissima, la sua, nient’affatto scontata. Fatta non solo con arte, ma con intensità. Cantare “E’ nato il Re divino disse ognuno al proprio cuore” con quella partecipazione fa pensare. S’intuisce che Sparagna, col suo carisma trascinante, ha aiutato gli artisti a riflettere su ciò che stanno cantando. A meditarlo. A capirlo. A sentirlo.
E infatti lo sentono nelle vene pure gli ascoltatori. Comprendendo bene la differenza che c’è fra i cori di musica natalizia della tradizione anglosassone e protestante (sempre freddini e distaccati) e la festa di popolo che invece è la musica sacra nella tradizione cattolica.
“Gran parte di questa produzione di musica sacra popolare è andata perduta. Fa eccezione” dice Sparagna “il repertorio di canti per zampogne, che rappresentano, nei casi in cui hanno conservato il tratto originario autentico, uno straordinario esempio di misticismo musicale popolare”.
Il lavoro di Sparagna sarebbe piaciuto enormemente a Pier Paolo Pasolini che sentiva come un autentico “genocidio” la sparizione della millenaria identità popolare, cristiana e contadina, delle nostre terre. Pochi sanno che una delle sue ultime poesie, pubblicata nel marzo 1975, poco prima della morte, si intitolava “Saluto e augurio”. Era scritta in dialetto friulano ed era rivolta a un immaginario giovane di destra al quale il poeta confidava: “voglio farti un discorso che sembra un testamento”. E pur dicendo “non mi faccio illusioni su di te”, gli affidava questo immenso compito: “difendi i paletti di gelso, di ontano, muori di amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi. Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie, le vasche del letame abbandonate. Difendi il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienila nel cuore. La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza santa. Difendi, conserva, prega!”. E infine: “Dentro il nostro mondo, dì di non essere borghese, ma un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, un soldato senza violenza. Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno”.
Non so cosa possano pensare di questo programma “conservatore”, oggi, destra, sinistra o centro. Forse ci sarebbe un certo consenso trasversale (immagino che pure i leghisti, nella loro versione migliore, esprimano questo stesso amore alla nostra terra e alle nostre tradizioni).
Di fatto il lavoro di Sparagna – che sta salvando un patrimonio secolare e lo rappresenta, ad ogni Natale, all’Auditorium – è stato valorizzato sia dall’amministrazione di Veltroni che oggi da quella di Alemanno. Ed è un bene. E’ una gran cosa. Del resto la sua musica sacra popolare ci fa riscoprire che esisteva un popolo italiano molto prima che fosse costruito lo Stato italiano (che – purtroppo – fu fatto nel modo peggiore, cioè contro il popolo stesso e la sua cultura). E questo popolo sa che la sua storia, la sua fede e la sua anima sono le grandi risorse che gli hanno dato grandezza e che gli hanno permesso di sempre di risollevarsi e rinascere dopo ogni sciagura. La sua fede innanzitutto. Dov’è la speranza che non delude.
Infatti ciò che le musiche dell’Orchestra popolare di Sparagna lasciano nel cuore, alla fine, è l’antica e sempre nuova commozione di un popolo per il suo Dio che diventa bambino, che si fa uno di loro, che è venuto a riempire tutte le solitudini e a caricarsi di tutti i dolori e le colpe del mondo. Perciò il popolo fa festa vera. Un ritmo vorticoso di festa ci prende quando si sente: “Voglio cantare la mamma di Dio/ Maria bellezza che in cielo ci sta/ stella, regina di grande splendore/ che porta agliu munnu la felicità”.
Lui è la felicità, la positività, il senso della vita. Lui è la Bellezza di Dio, la musica del cielo. Giorni fa Oliver Sacks ha spiegato l’enorme potere terapeutico della musica, soprattutto per le patologie che riguardano il sistema nervoso, il cervello, come l’Alzheimer o l’ictus. Particolare consolazione danno i canti di Natale. Tanto che Sacks confida che trascorrerà la festa ascoltando l’Oratorio di Natale di Bach e andando a sentire “Il Messia” di Haendel alla Carnegie Hall.
Ogni anno accade un fatto strano ed enorme. Ogni anno il mondo si ferma di fronte alla dolcezza di Dio bambino, che nasce e ci tende le braccia. E’ lui la sinfonia più bella che davvero cura l’anima e la guarisce definitivamente. Il popolo dei poveri e dei semplici – che non aveva la Carnegie Hall, ma aveva le sue fantastiche Cattedrali mediterranee – per secoli ha fatto festa al Figlio di Dio che è venuto a salvarli. E la loro musica felice – secondo gli angeli – può ben stare insieme a quella di Bach.

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Tu scendi dalle stelle e Quanno nascette Ninno

Posté par atempodiblog le 6 décembre 2011

Tu scendi dalle stelle e Quanno nascette Ninno dans Canti Tu-scendi-dalle-stelle-e-Quanno-nascette-Ninno

Il segreto dell’apprezzamento che si è prolungato lungo l’arco di oltre due secoli per i canti natalizi alfonsiani trova probabilmente la sua ragione più profonda nella considerazione del primo biografo di sant’Alfonso, Antonio Maria Tannoia. Il quale scrisse di lui che «Alfonso predicava Cristo e non se stesso».
Ora, la sua predicazione si esprime – come è noto – non solo attraverso le missioni popolari e degli esercizi spirituali, ma anche nelle forme dei trattati di teologia morale e di spiritualità, negli scritti di polemica nei confronti delle tesi illuministiche, e non ultimi, nei canti spirituali, scritti e musicati (o comunque adattati) direttamente dal fondatore dei Redentoristi.

Un’altra forma di catechismo
Se delle opere antilluministiche lo stesso biografo (e confratello) ha commentato che valsero più di una missione popolare, ancor più si dovrà dire delle canzoni spirituali e di quelle sul mistero del Natale, in particolare. In effetti, Alfonso – che ebbe fin da giovanissimo una solida preparazione musicale – ben sapeva quanta influenza potevano avere i canti nell’alimentare lo spirito di fervore religioso, e nel comunicare, anche emotivamente, la sostanza delle verità di fede.
Durante le missioni spesso venivano intonati i motivi musicali che egli aveva composto, e che talvolta suonava egli stesso per la comunità durante i momenti di ricreazione. I testi e le musiche avevano un andamento popolare e venivano appresi con facilità, andando a sostituire – era tra le intenzioni di Alfonso – canti profani, non raramente licenziosi.
La musica, insomma, non era un esercizio di virtuosismo personale slegato dall’apostolato, ma ne costituiva una continuazione di notevole efficacia. A conferma di questa fondamentale coerenza può essere citato il fatto che da vescovo Alfonso proibì il canto “figurato” (che riecheggiava arie di opere liriche) nei monasteri, dichiarando ammesso l’uso del solo gregoriano.

Musica sacra napoletana e universale
I canti alfonsiani appartengono certamente al linguaggio della musica sacra napoletana, come si era venuta fissando nel corso del Settecento, ma l’intensità contemplativa che li caratterizza e la calda immediatezza espressiva delle immagini evocate li hanno resi veramente universali.
Il Santo non ha mai stampato la musica delle sue “canzoncine” spirituali (anche se ha scritto certamente della musica), ma in ogni caso essa era facilmente memorizzabile, e come tale veniva presto imparata dai suoi confratelli e dalle popolazioni.
Per le “canzoncine” proposte durante le missioni utilizzava ed adattava spesso melodie preesistenti. Nel caso, poi, di Tu scendi dalle stelle, la melodia è molto simile a quella suonata ancora attualmente dagli zampognari abruzzesi nelle novene dell’Immacolata e di Natale.
Uno studioso redentorista, il p. Paolo Saturno, ha scritto che tra le caratteristiche fondamentali dei canti alfonsiani vanno segnalate «l’uso costante (…) di determinate misure di tempo soprattutto il 6/8, la particolare aderenza testo-musica, la sempre emergente castigatezza di una melodia essenziale restia ad ogni soverchia fioritura melismatica e la cristallina semplicità che tutto predomina». Si tratta di elementi che traspaiono certamente in modo tutto particolare nei canti natalizi, e tra essi nei più famosi: la pastorale Quanno nascette Ninno e l’andantino Tu scendi dalle stelle.

Il semplice e profondo messaggio di Tu scendi dalle stelle
Quest’ultima, composta nel 1755, sembra evocare proprio le scene del presepe, e di quello napoletano in specie. La suggestione delle immagini – che pare richiamare l’intensità del teatro sacro – fa tutt’uno con l’essenzialità delle parole e con la vibrazione affettiva della melodia.
Il tutto è caratterizzato da una capacità evocativa che si fa sentire in modo inconfondibile nel famosissimo poemetto pastorale in dialetto napoletano (composto agli inizi dell’attività sacerdotale di Alfonso).
Questi canti natalizi propongono nella loro essenzialità la contemplazione del mistero dell’Incarnazione. Ma non in modo freddamente dottrinale né in forma di vuoto sentimentalismo. Il Natale è il mistero della potenza di Dio che assume tutta la debolezza della condizione umana, fino alla indigenza del Bambinello deposto sul fieno ed esposto al freddo. L’unico Dio creatore dell’universo vagisce nella mangiatoia: mentre non cessa per un istante di essere il Signore onnipotente viene incontro agli uomini e li chiama ad accoglierlo.
In queste melodie tradizionali nulla è banale, niente è casuale. La profondità della teologia si coniuga con la semplicità dei versi, e con l’orecchiabilità della musica. Ciascuno diviene partecipe dell’evento più importante della storia dell’umanità. Ciascuno è fatto compartecipe del rilievo cosmico ed escatologico del Natale. Ciascuno è chiamato a gioire con l’universo intero e con la storia intera, giacché attraverso l’Incarnazione, la grazia renderà possibile nel suo epilogo finale – secondo la profezia – l’amicizia della pecora e del leone, “e co lo lupo ‘n pace o pecoriello”.
Chi ascolta i canti natalizi alfonsiani è posto davanti alla grotta di Betlemme con l’intelligenza e con l’affetto, ove la mente e il cuore vibrano in umanissima sintonia. Soprattutto è sollecitato a pensare che il mistero del Dio-Bambino, “Ninno bello” – che non può non essere amato – si compie per lui. Non per una umanità indistinta né per un uomo astratto. Ma per ognuno, concretamente. Per il quale il Bambinello vagisce, e per il quale il Verbo incarnato sta compiendo la redenzione, attraverso ogni suo respiro ed ogni sua sofferenza.
Insomma, “Tu scendi dalle stelle” e “Quanno nascette Ninno” presentano l’amore di Dio che è alla radice del Natale, come un intensissimo richiamo ad amare l’unico vero Dio. Ove ciò che sollecita l’amore è proprio l’amore. Anzi, ove ciascuno è chiamato con l’efficacia della tenerezza ad interloquire familiarmente (Alfonso insisteva sulla necessità di predicare con linguaggio “alla familiare”) con il Salvatore.

di Giovanni Turco – Radici Cristiane

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Jesu, dulcis memoria

Posté par atempodiblog le 16 août 2011

Jesu, dulcis memoria dans Canti ges

Gesù, dolce memoria,
che dai la vera gioia al cuore,
più del miele e di ogni cosa
la sua presenza è dolce.

Nulla si canta di più soave,
nulla si ascolta di più giocondo,
nulla si pensa di più dolce
che Gesù, Figlio di Dio.

Gesù, speranza ai penitenti,
quanto pio sei a chi ti prega,
quanto buono sei a chi ti cerca,
ma che cosa sei per chi ti trova?

Né la lingua basta a dire,
né lo scritto può esprimere,
solo chi lo prova, può credere
che cosa sia amare Gesù.

Sii, Gesù, la nostra gioia,
Tu che sarai il nostro premio,
sia in Te la nostra gloria
per i secoli eterni.
Amen.

San Bernardo di Chiaravalle

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Oggi è nato

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2010

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Oggi è nato di Daniele Ricci

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Con te Maria

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2010

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Il testo si trova nelle ‘Pagine’ (di lato) alla voce Canti. Con te Maria dans Canti canta

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Occhi di cielo

Posté par atempodiblog le 9 décembre 2010

Occhi di cielo dans Canti reginadellapace

Se guardo il fondo dei tuoi occhi teneri
mi si cancella il mondo con tutto il suo inferno.
Mi si cancella il mondo e scopro il cielo,
quando mi tuffo nei tuoi occhi teneri.

Occhi di cielo, occhi di cielo,
non abbandonarmi in pieno volo.
Occhi di cielo, occhi di cielo,
tutta la mia vita per questo sogno…

Se io mi dimenticassi di ciò che è vero,
se io mi allontanassi da ciò  che è sincero,
i tuoi occhi di cielo me lo ricorderebbero,
se io mi allontanassi dal vero.

Occhi di cielo…

Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse
e una notte buia vincesse sulla mia vita,
i tuoi occhi di cielo mi illuminerebbero,
i tuoi occhi sinceri, che sono per me cammino e guida.

Occhi di cielo…

Traduzione del canto spagnolo, dedicato alla Regina del Cielo, “Ojos de cielo”.

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Sono qui a lodarTi

Posté par atempodiblog le 21 juin 2010

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La musica di Radio Maria

Posté par atempodiblog le 2 janvier 2010

La musica di Radio Maria dans Canti radiomaria

I brani usati come sigle nelle trasmissioni a Radio Maria li trovate qui:

iconarrowti7 dans Canti La musica di Radio Maria

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Come sei bella Maria

Posté par atempodiblog le 2 décembre 2008

Come sei bella Maria
Comunità Gesù Risorto

Come sei bella Maria dans Canti medjugorje
Foto tratta da: Radio Maria

Come sei bella Maria in questi giorni che sulla Terra
c’è la fame, c’è la guerra… come sei bella!

Come sei bella Maria in queste ore che nel mondo
c’è odio, non ‘è perdono, come sei bella…

Come sei bella Maria…

Bella! Come il sole sei, pura come una lacrima
che dal Cielo scende già e quest’odio dal mondo toglierà
Bella! Più del sole sei, pura come una lacrima
che dai tuoi occhi scende già e quest’odio dal mondo laverà…

Come sei bella…

Come sei bella Maria nelle preghiere di chi soffre,
di chi piange, di chi spera… come sei bella!

Come sei bella Maria in questo sole che tramonta
sulla fame sulla guerra, come sei bella…

Come sei bella Maria…

Bella! Come il sole sei, pura come una lacrima
che dal Cielo scende già e quest’odio dal mondo toglierà
Bella! Più del sole sei, pura come una lacrima
che dai tuoi occhi scende già e quest’odio dal mondo laverà…

Bella, bella, bella… Maria!

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Crown of thorns

Posté par atempodiblog le 8 novembre 2008

Cristo coronato di spine

Crown of thorns - Danielle Rose

My seed was born
One bright spring morn
In gardens grown by God.
Out of the earth
My stem gave birth
To petals red as blood.

The gentile rain
My growth sustained,
And like each seed God sows,
I dreamed one day
That I’d be named
A king’s most precious rose.

One day a soldier
Bent me over,
Tore me from my bed.
All beaten, battered,
My stem tattered,
Wanted not but dead.

In cruel hands ripped,
My beauty stripped,
‘Twas not the dream I chose,
And filled with shame,
I wept in pain,
No more a precious rose.

Then did I see
The soldiers lead
A man through palace doors.
Was this my king?
Why did they bring him in,
This man so poor?

A purple garment
Hid the torment
None but I could see.
They mocked and laughed,
Gave him a staff,
And bowed on bended knee.

They bent me round
And wove a crown
And placed me on his head.
My petals found
Crushed on the ground,
Like tears of God turned red.

With each small sin
I was pressed in.
I pierced with self-disdain.
In thought and deed
I made him bleed,
My selfishness, his pain.

« Behold! » they’d sing,
« Behold your King!
Hail, King of the Jews! »
With each reed’s blow,
Our pain did grow,
As one we are abused.

Despite the crown
He did not frown;
He smiled with love instead,
And carried me
For all to see
Upon his tender head.

Once placed with awe
In manger straw,
Anointed by John’s hands,
Transfigured on
A mountain dawn,
Now wore a mangled branch.

Once gently kissed
By Mary’s lips,
And blessed with magi’s myrrh,
Baptized by
A parting sky,
Now streamed with blood so pure.

An innocent brow
Calls to us now
To follow this example:
To let our thorns
And all that scorns
Be healed within his temple.

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