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Attacco a Padre Pio

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2007

Nuovo attacco a Padre Pio: “Stimmate false”
di Andrea Tornielli –
Il Giornale 23/10/2007

Attacco a Padre Pio dans Andrea Tornielli san-padre-pio-da-pietrelcina

C’è un ultimo segreto sulle stimmate di Padre Pio da Pietrelcina, il santo del Gargano venerato da milioni di persone in tutto il mondo. Un segreto legato a quattro grammi di acido fenico, che il giovane frate richiese a una farmacista nel 1919. Si tratta di una vecchissima testimonianza, ben conosciuta e analizzata a fondo da quanti hanno lavorato al processo di beatificazione, rimasta però inedita negli archivi del Sant’Uffizio.
Aiuta a chiarire le accuse lanciate nei primi anni Venti contro Padre Pio da padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, il quale, pur senza esaminare le piaghe che si erano da poco prodotte sulle mani e sui piedi del frate stimmatizzato (perché quest’ultimo si rifiutò di mostrargliele in mancanza di un ordine scritto del Vaticano), concluse che le ferite non erano soprannaturali ma frutto di autolesionismo e isteria. Accuse che sono state ampiamente smentite da diverse successive analisi ed esperimenti.
Ma ora sta per uscire un saggio dello storico Sergio Luzzatto che riaprirà la polemica. Il titolo è: L’altro Cristo. Padre Pio e l’Italia del Novecento. L’autore ha consultato le «carte segrete» degli archivi vaticani.
E da lì ha preso la storia dell’acido fenico e della farmacista.
Il documento è stampato in un fascicolo del Sant’Uffizio del marzo 1921. A riprova dei dubbi sollevati da Gemelli, l’allora Suprema Congregazione dottrinale presenta la deposizione giurata della ventottenne Maria De Vito: «Io sono stata un’ammiratrice di P. Pio e l’ho conosciuto di presenza la prima volta il 31 luglio 1919. Dopo essere ritornata sono rimasta a San Giovanni Rotondo un mese. Durante il mese in cui ho avuto occasione di avvicinarlo più volte al giorno, ne ho riportata sempre ottima impressione.
La vigilia della mia partenza per Foggia, il P. Pio mi chiamò in disparte e con tutta segretezza, imponendo il segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli, mi consegnò personalmente una boccettina vuota, richiedendomi che gliela facessi pervenire a mezzo dello « chauffeur » che presta servizio nell’autocarro per trasporto passeggeri da Foggia a San Giovanni Rotondo con dentro quattro grammi di acido fenico puro, spiegandomi che l’acido serviva per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi. Insieme mi venivano richiesti altri oggetti come pastiglie Valda, nasalina, etc. che io mandai».
Il documento del Sant’Uffizio continua informando che dopo circa un mese la giovane ricevette una lettera nella quale «le faceva richiesta di quattro grammi di veratrina. Non avendola trovata nella farmacia di sua proprietà, la richiese da un suo cugino con lettera che sta pure agli atti. Questo, impressionatissimo, la rifiutò», perché sospettava che Padre Pio potesse usarla per procurarsi le lesioni alle mani di cui già si cominciava a parlare.
È noto che queste testimonianze arrivarono in Vaticano perché presentate dall’arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi, nemico giurato di Padre Pio e artefice della «prima persecuzione» contro il frate, del quale diceva: «Si procura le stimmate con l’acido nitrico e poi le profuma con l’acqua di colonia».
Ecco dunque su quali (labili) basi faceva queste affermazioni. Che peso dare, allora, a questa testimonianza? Non esiste alcuna prova che quei quattro grammi di acido fenico – sostanza con proprietà antisettiche, usato solitamente come disinfettante – siano stati adoperati dal futuro santo per provocarsi le ferite.
E dalle migliaia di pagine del processo canonico emerge un’altra verità. Le stimmate di Padre Pio furono esaminate attentamente dal professor Festa, che il 28 ottobre 1919 scrisse una dettagliatissima relazione accertando che esse «non sono il prodotto di un traumatismo di origine esterna, e che neppure sono dovute all’applicazione di sostanze chimiche potentemente irritanti». Anche il dottor Bignami fece un esperimento sulle mani di Padre Pio, sigillando le sue piaghe per due settimane, con tanto di firme di controllo.
Alla riapertura delle bende, sanguinavano come il primo giorno e non si erano né rimarginate né infettate.
La prova dell’inconsistenza dell’accusa sta proprio in questo: se il frate si fosse procurato con l’acido le piaghe, queste si sarebbero chiuse oppure sarebbero andate in suppurazione. Per cinquant’anni, invece, sono rimaste inspiegabilmente aperte e sanguinanti.

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Fiction su San Francesco e Santa Chiara

Posté par atempodiblog le 10 octobre 2007

Per la Rai Saladino è buono e la Chiesa ha la faccia feroce

Di Mario Palmaro

Il Giornale
10/10/2007

Dopo aver visto in tv Chiara e Francesco, ne siamo più che mai convinti: proponiamo una moratoria di almeno dieci anni per le fiction dedicate ai santi. Anche Francesco d’Assisi è caduto vittima di questa alchimia mediatica, che trasforma il sale del Vangelo in zucchero ecumenico, il fuoco della vocazione in brodino caldo filantropico. Lo sceneggiato della Lux Vide era cominciato benino con un’onesta rievocazione della vita del Poverello di Assisi. Fintantoché agli sceneggiatori non è saltato in mente di dedicare un terzo del tempo a loro disposizione alle Crociate. E qui è accaduto il fattaccio. Francesco va in Egitto per parlare con il Sultano, e chi trova a dar scandalo? Un cardinale guerrafondaio, armato fino ai denti, che pare appena uscito dalla marcia su Roma. Tutto vestito di nero, mascella volitiva, sguardo magnetico da «querciolo di Romagna», al prelato manca solo il balcone di Palazzo Venezia. Naturalmente spiega a Francesco che a lui la pace non interessa nulla, vuole vincere punto e basta. Come dire, è sempre «l’ora delle decisioni irrevocabili». E Francesco, invece di fare il bravo balilla, obietta che i Saraceni «credono nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe».
Ora, nessun uomo del Medioevo avrebbe mai potuto proferire un concetto del genere, perché un cristiano del Duecento non avrebbe mai detto che «i musulmani credono nel nostro stesso Dio»: e, a rigor di logica, non dovrebbe dirlo neanche oggi. In ogni caso, quando il vero Francesco andò dal Sultano, nel 1219, gli disse parole ben diverse: «I cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete».
Nella fiction della Rai, invece, quando il Sultano rimprovera il Poverello perché i cristiani hanno mosso guerra, lui non sa far di meglio che chiedergli scusa. Di più: si mette a trattare una spartizione della Terra Santa, neanche fosse il precursore della Comunità di Sant’Egidio. Risultato: lo spettatore meno avvertito ne ricava che cristiani e musulmani avrebbero potuto vivere tranquillamente in pace, nel pieno rispetto della convenzione di Ginevra, se non fosse stato per quei cattivoni dei crociati.
In queste fiction dei giorni nostri, i protagonisti sono letteralmente sradicati dalla mentalità del loro tempo e ragionano come un uomo del Terzo millennio, imbevuto di politically correct. Nella fiction della Lux Vide, accanto ai «buoni» Francesco e Chiara si muovono schiere di vescovi e cardinali cattivissimi. In questo modo, la santità diventa davvero un miracolo inspiegabile, perché non si riesce a capire come una specie di associazione a delinquere quale appare la Chiesa del passato riesca poi a produrre figure di eccelsa moralità come un Francesco o una Chiara d’Assisi.
È la fiction, bellezza. Questi lavori, anche quando sono prodotti da cattolici come i fratelli Bernabei della Lux, non hanno nessuna intenzione di descrivere chi veramente fu un certo santo del passato. Preferiscono confezionare un fantoccio imbottito dei buoni sentimenti, della mentalità e dei luoghi comuni del tempo presente. Ma così facendo, non si fa un buon servizio ai credenti. Né tanto meno ai laici che vorrebbero sinceramente capire più da vicino che cos’è un santo: anche loro, l’altra sera, avrebbero probabilmente voluto incontrare Chiara d’Assisi. Ma quelli veri erano altrove.

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Giuseppe Moscati in tv così lontano dalla realtà

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2007

Giuseppe Moscati in tv così lontano dalla realtà dans Articoli di Giornali e News sangiuseppemoscati

D’accordo, le vite dei santi fanno audience, tant’è che proprio mentre trasmettevano lo sceneggiato in due puntate su San Giuseppe Moscati compariva l’annuncio di Chiara e Francesco, ennesima fiction sul Poverello d’Assisi (una all’anno in media). Ma se le biografie agiografiche «tirano» e se, com’è ovvio, sono rivolte a un pubblico familiare (e soprattutto cattolico) da prima serata, che c’entra una scena di sesso, insistito e senza veli, nella prima puntata del Giuseppe Moscati? I santi sono il contrario del politicamente corretto e di certo non amano che si parli di loro nascondendosi dietro il dito della didascalia «liberamente ispirato a». Questa «avvertenza per lo spettatore» dovrebbe giustificare ogni volo pindarico, ma di fatto finisce col piegare il racconto alle regole più mediocri e banali del narrare per immagini.

Così, si prende un santo, persona per definizione eccezionale, e lo si trasforma in un generico buonista da telefilm d’ambientazione sanitaria. Ciò accade perché si diffida della capacità di una vita di santo di essere di per sé spettacolare. Il vero Moscati (che, per inciso, portava gli occhiali e non assomigliava a Beppe Fiorello, bensì all’attore che fa la parte dell’amico-nemico) era uomo da comunione quotidiana, di cui nello sceneggiato non c’è traccia. In tutta la prima puntata lo si vede una sola volta in preghiera e, paradossalmente, davanti al «Cristo velato» della napoletana cappella Sansevero, una scultura massonica ed esoterica. Forse si pensa di vendere lo sceneggiato all’estero, dove nessuno conosce quella statua? Ma lo stesso può dirsi della figura di S. Giuseppe Moscati, e specialmente all’estero.

Il vero Moscati, che fu famoso per l’infallibilità delle sue diagnosi, abilità definita «miracolosa» anche dai suoi colleghi razionalisti e atei, usava consultarsi con Dio prima di pronunciarne una. Al contrario, darebbe alla fiction una profondità che potrebbe aspirare al capolavoro. Lo stesso ragionamento vale per l’espediente escogitato dai soggettisti per spiegare la scelta celibataria del Moscati: una banale delusione d’amore. Invece, nella storia vera, l’ormai illustre cattedratico e scienziato (fu tra gli anticipatori della biochimica) venne chiamato d’urgenza al capezzale di una donna di malaffare. Era uno scherzo di pessimo gusto che sapeva di poter contare sulla carità eroica del santo, il quale non badava al suo rango e nemmeno alla parcella quando c’era da assistere un malato. Quel giorno Giuseppe Moscati si infilò nella chiesa delle Sacramentine e, davanti all’immagine della Madonna del Buon Consiglio, fece voto perpetuo di castità. Ovviamente, si è pensato che la castità non sia «telegenica». E si è persa un’altra occasione per uscire dall’usuale piattezza delle trame. E dire che il cattolicissimo Moscati era un pugno nell’occhio per la classe medica del suo tempo, trasudante positivismo agnostico e scientista: conflitto che da solo bastava a riempire un film. Domanda: perché non affidano a un vero romanziere cattolico i soggetti filmici sui santi?

di Rino Cammilleri
[Da «il Giornale», 30 settembre 2007]

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Le idee spietate di un grande pensatore

Posté par atempodiblog le 11 septembre 2007

La decostruzione dell’uomo secondo René Girard

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Dove si è dissolta la religione, lì è iniziato un processo di decomposizione.Oggi ci sono tre aree in cui l’uomo è in pericolo: nucleare, terrorismo e manipolazione genetica.
Potete leggere l’articolo cliccando testo di cui sopra.

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La morte non è uno show

Posté par atempodiblog le 10 septembre 2007

La morte non è uno show
Se lo ricordi pure la Chiesa
di Antonio Socci – Libero

La morte non è uno show dans Antonio Socci antoniosocci

Da giorni i quotidiani e le tv sono pieni di articoli e servizi sulla morte di Luciano Pavarotti e su quella di Gigi Sabani. Tutti a discettare di tutto, ma nessuno parla del « fatto »: la morte, questa ‘usanza’ come diceva ironicamente Borges « che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare ». Se ne evita pure il pensiero. Perché guardare in faccia la morte impone di interrogarsi sul senso della vita e sul destino, cioè su Dio.
Mentre tutto il nostro mondo è stato costruito sulla dimenticanza e sulla distrazione. È stato congegnato precisamente per censurare e dimenticare quella domanda e Dio; cioè, alla fine, per dimenticare noi stessi: «Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace una speranza ineffabile» (Rilke). Viviamo tutti come se non dovessimo mai morire, come se la spiacevole incombenza riguardasse solo gli altri. Come se non sapessimo che da un momento all’altro noi, proprio noi, potremmo essere chiamati a render conto della nostra esistenza davanti al trono dell’Altissimo che ce l’ha donata, che è l’unico Padrone e Signore della vita. Lo storico francese Pierre Chaunu tempo fa scrisse: «Ci è capitata una curiosa avventura: avevamo dimenticato che si deve morire. È ciò che gli storici concluderanno dopo aver esaminato l’insieme delle fonti scritte della nostra epoca. Un’indagine sui circa centomila libri di saggistica usciti negli ultimi vent’anni mostrerà che solo duecento (una percentuale, dunque, dello 0,2 per cento) affrontavano il problema della morte. Libri di medicina compresi».

Un nemico da evitare
Tuttavia la morte, che se ne frega dei libri di saggistica, testardamente continua a farci visita con una certa frequenza. Quando irrompe fastidiosamente nelle nostre giornate parrebbe inevitabile parlarne, ma abbiamo studiato una serie di procedure e riti per evitare di guardarla in faccia. In genere si dribbla l’inquietante domanda, straparlando del deceduto. Se si tratta di un personaggio famoso è tutto sopra le righe, tracima in chiacchiericcio, in retorica o in pettegolezzo. Nessuno prega. E nessuno accenna una riflessione. Eppure è chiaro che cosa fragile ed effimera sia la vita: sic transit gloria mundi … Anche per Pavarotti è stato così. Celebrazioni, fiumi di inchiostro, ore di televisione, dichiarazioni, discussioni, canonizzazioni. Ci si è messo pure il vescovo di Modena, che ha trasformato l’antica Cattedrale in camera ardente, come si fa per i papi o per i santi. E Romano Prodi è andato a fare l’orazione funebre. Tutti parlano. Nessuno sui giornali accenna una riflessione sul mistero della vita. Nessuno fa silenzio. Nessuno prega. Padre Remo Sartori, che ha dato l’estrema unzione a Pavarotti, ha raccontato ieri che negli ultimi mesi il maestro lo cercò: «Mi contattò a Pasqua. Sapeva di essere malato, e sentiva la necessità di un conforto spirituale». Così si è avvicinato di più a Dio: «In lui c’era una fede di fondo sulla quale non nutriva dubbi». Quando sorella morte si fa annunciare dalla malattia e dalla sofferenza all’inizio ci sentiamo ingiustamente bersagliati dalla sorte, ma alla fine per tanti si rivela una grazia, un tempo di misericordia. Don Giussani diceva: «Dio chiede una più particolare partecipazione alla Croce per la redenzione del male del mondo. Dio desidera la purificazione dei nostri peccati. E il digiuno e la disciplina che non pratichiamo volontariamente, il Signore misericordioso ce li fa vivere attraverso questi dolori e queste privazioni. Ma lo scopo più grande di tali avvenimenti è di richiamarci, soprattutto nei momenti di lotta vertiginosa, che Lui solo è il Vero, Lui solo è la speranza». A me è capitato, solo pochi mesi fa, di vivere la malattia e la morte di mio padre pregando proprio con la voce di Pavarotti (che è stato un dono di Dio per tutti). Mio padre era in ospedale, ormai in rianimazione. Stava morendo. E per qualche giorno, andando a trovarlo, ascoltavo in auto una struggente canzone di Eric Clapton che questo artista cantò proprio con Pavarotti al « Pavarotti and friends for war child ». Era una preghiera alla Madonna. Accenno (traducendole) le parole di « Holy Mother », ma l’emozione dei suoni di Clapton e della voce di Pavarotti è indescrivibile. Le prime strofe cantate dalla voce malinconica di Clapton dicevano: «Madre Santa, dove sei?/ Stanotte sono a pezzi./ Ho visto le stelle cadere dal cielo./ Madre Santa, non posso trattenermi dal piangere/ Oh, stavolta ho bisogno del tuo aiuto./ Fai che finisca questa notte di solitudine./ Dimmi per favore per quale via andare/ per ritrovare me stesso di nuovo./ Madre Santa, ascolta la mia preghiera./ In qualche modo so che ci sei sempre./ Manda un po’ di pace al mio cuore/ toglimi questa angoscia». Poi Clapton ripeteva «I can’t wait», non posso più aspettare a lungo, non farti attendere ancora. Qui entrava la voce travolgente di Pavarotti: «Madre Santa ascolta il mio pianto/ io ho imprecato il tuo nome migliaia di volte/ ho sentito la rabbia attraversarmi l’anima/ ma ora ho bisogno della tua mano da poter afferrare./ Oh sento che la fine sta arrivando/ le mie gambe non correranno più a lungo./ Tu sai che in questa notte io preferirei essere tra le tue braccia». E il finale, dolcissimo: «Quando le mie mani non suoneranno più/ la mia voce ci sarà ancora, ma io svanirò./ Madre Santa, allora io sarò/ disteso, in salvo tra le tue braccia». Alla fine questo solo conta: di poter essere perdonati e abbracciati. Per questo la cosa più importante, secondo me, è morire in pace con Dio. Il resto è nulla. Siamo tutti ombre che passano in pochi istanti sul teatro del mondo. Come l’erba dei campi è la nostra vita: in un giorno dissecca. L’unica chiave per entrare nella vita vera, quella che dura per sempre, è affidarsi alla misericordia di Dio. E la Chiesa è la grande fontana della Misericordia. Tutti lo avvertiamo, per questo tanti (anche personalità note come laiche) alla fine si riavvicinano ai sacramenti.

Misericordia per tutti
La cosa più confortante per tutti noi è ascoltare quello che un giorno Gesù disse alla mistica polacca santa Faustina Kowalska (recentemente canonizzata). La citazione è lunga (mi scuserete), ma vale la pena: «Desidero che i miei Sacerdoti annunzino questa mia grande misericordia per le anime peccatrici. Il peccatore non tema di avvicinarsi a Me. Anche se l’anima fosse come un cadavere in piena putrefazione, se umanamente non ci fosse più rimedio, non è così davanti a Dio. Le fiamme della misericordia mi consumano, desidero effonderla sulle anime degli uomini. Io sono tutto amore e misericordia. Un’anima che ha fiducia in Me è felice, perché Io stesso mi prendo cura di lei. Nessun peccatore, fosse pure un abisso di abiezione, mai esaurirà la mia misericordia, poiché più vi si attinge più aumenta. Figlia mia, non cessare di annunziare la mia misericordia, facendo questo darai refrigerio al mio Cuore consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella mia bontà! Per punire ho tutta l’eternità, adesso invece prolungo il tempo della misericordia per loro. Anche se i suoi peccati fossero neri come la notte, rivolgendosi alla mia misericordia, il peccatore mi glorifica e onora la mia Passione. Nell’ora della sua morte Io lo difenderò come la stessa mia gloria. Quando un’anima esalta la mia bontà, Satana trema davanti ad essa e fugge fin nel profondo dell’inferno. Il mio cuore soffre perché anche le anime consacrate ignorano la mia Misericordia e mi trattano con diffidenza. Quanto mi feriscono! Se non credete alle Mie parole, credete almeno alle Mie piaghe!».

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‘Ricordatemi da cantante d’opera’

Posté par atempodiblog le 6 septembre 2007

'Ricordatemi da cantante d'opera' dans Articoli di Giornali e News Pavarotti

Pavarotti è stato una delle più belle voci che mai abbiano illustrato il grande canto del nostro paese.
Era un appassionato di calcio – tifoso della Juventus – ed era stato, in gioventù, portiere (smise presto per problemi di agilità anche se ‘occupava’ bene la porta).
Luciano Pavarotti était doté d’un timbre de voix unique, immédiatement reconnaissable.

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Napoli allo sbando, dietro l’emergenza c’è il vuoto di valori

Posté par atempodiblog le 27 août 2007

Napoli allo sbando, dietro l'emergenza c'è il vuoto di valori dans Articoli di Giornali e News Cartolina-Napoli

C’era un pino marittimo in primo piano sulle vecchie cartoline di Napoli, poi dietro si vedeva la marina, il Castel dell’Ovo e le case della città sdraiate al sole. La gente scherzava, prendeva la vita, non facile anche allora, con filosofia insegnando che anche con poco si può credere nella felicità. Il pino è scomparso dalle foto, ha resistito finché ha potuto e poi è caduto. La città del sole, del canto, dell’amore è soffocata dalla nebbia fredda della delinquenza e della morte violenta che ogni giorno ci viene raccontata dai media. Arginare con la forza questa situazione sarà un rimedio temporaneo che non darà frutto per il futuro se nello stesso tempo non si troverà il modo di ripensare al nostro sistema di vivere che scommette solo sul presente, sul possedere più cose possibili, sul consumare nell’immediato costi quel che costi. Come siamo arrivati a questo noi italiani che non siamo un popolo di carattere violento, più abituati a sopportare che a prevaricare? Le risposte potrebbero essere molte, ma certamente quasi tutto quello che aveva una importanza nella vita civile di cinquant’anni fa è stato sostituito poco per volta, senza rivoluzioni di idee o di sangue, quasi senza che ce ne accorgessimo. Ci siamo lasciati prendere dall’affanno del presente e abbiamo dimenticato di disegnare un futuro per il quale metter in conto anche qualche sacrificio e dare ancora valore all’onestà, alla parola data, all’amore per sempre. Avere oggi e non pensare al domani sembra la nuova legge aperta ad ogni sopruso, ad ogni fantasia a delinquere, a non dare più nessun valore alla vita propria e quella degli altri finché uccidere diventa la conseguenza fatale di un piccolo litigio, di un furto di pochi euro. La droga ha solo una parte in tutto questo poiché anche essa è il risultato di ciò che oggi chiamiamo disagio, conseguenza diretta di una povertà di valori che sono legge della vita. Un grande esame di coscienza spetta a tutti noi, ma anche alle istituzioni, al mondo politico e alla Chiesa. Ci siamo dimenticati dei giovani, di ciò che essi hanno di più prezioso, la loro anima. Nessuno si è più occupato a dar loro quella forza di carattere necessaria a sostegno della vita di ogni giorno. I partiti politici hanno usato i giovani per i loro scopi elettorali senza insegnare loro che il metodo democratico si regge sulla dirittura morale e sul servizio del prossimo. La Chiesa ha dimenticato gli oratori, modeste ma grandi scuole di formazione e di sostegno. I giovani si sono buttati con generosità nel volontariato, quasi un grido di aiuto rivolto a tutti noi al quale abbiamo risposto offrendo regali di carta, fragili, senza il sapore della conquista. Abbiamo tolto loro la ricchezza del sacrificio, della sofferenza che richiede ogni battaglia seria e costruttiva. Allora cercano la violenza per sentirsi forti, diversi e affrontano la prigione senza lacrime né pentimento, perché questo hanno trovato sulla loro strada. È ora di ascoltare questo grido.

di Maria Romana De Gasperi – Avvenire

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