• Accueil
  • > Articoli di Giornali e News

Il bambino nato tre volte

Posté par atempodiblog le 13 juin 2008

Il miracolo del piccolo Finley, il bambino nato tre volte
La madre prendeva la pillola. Quando ha scoperto di essere incinta ha provato ad abortire: però il bimbo è sopravvissuto
di Luca Doninelli, da “il Giornale” del 9 giugno 2008

Il bambino nato tre volte dans Aborto vitar

La prima cosa che il mondo ha saputo, a proposito di Finley Crampton, è che ha le orecchie a sventola. Le ha prese da papà. Dalla mamma ha preso invece il colore chiaro degli occhi.

Finley non si trova qui da ieri. Ha già sei mesi, sta piuttosto bene ed è cittadino inglese. E, se il buongiorno si vede dal mattino, possiamo stare certi che di lui sentiremo parlare ancora.

Finley infatti è vivo perché né la pillola anticoncezionale né un aborto terapeutico sono riusciti a sradicarlo dal grembo nel quale aveva cominciato a esistere, 19 settimane prima di apparire davanti agli occhi stupefatti dei medici di un ospedale del Nottinghamshire, gli stessi che 11 settimane prima avevano cercato di toglierlo di mezzo.

Quella di Jodie, la mamma, è una storia dolorosa. Jodie è portatrice di una malattia genetica che le è costata la perdita del primo figlio, a solo venti minuti dalla nascita, e la grave menomazione del secondo, di un anno maggiore di Finley. Per questo aveva deciso di non avere più figli, cominciando ad assumere sistematicamente la pillola. Accortasi, con stupore, di essere nuovamente incinta, era tornata in ospedale per abortire, ci ha provato e il risultato di tutta questa vicenda è che Finley è qui. Non si tratta, come si vede, di una storia di accanimento terapeutico, ma solo di una storia dolorosa con un inaspettato lieto fine, e questo non è perciò un articolo antiabortista, nel senso che la vita va ben oltre l’antiabortismo. La vita, che tendiamo a dare per scontata, e che richiede viceversa la nostra massima attenzione.

Quello che Finley ha da insegnarci, è per tutti. Ci insegna che la vita non è un «principio», un’idea, un’astrazione, ma un fatto, una cosa. Ricordate – dice Finley – che la vita è questa cosa che i medici del Nottinghamshire si son trovati davanti, restando con un palmo di naso dopo aver fatto il possibile per eliminarla. Certo, l’aborto può essere stato eseguito male, e il dosaggio delle pillole mal calibrato. Posso spingermi a pensare che la regolarità di Jodie nell’assunzione della pillola non sia stata esemplare, e che Jodie, nel fondo del cuore, desiderasse ardentemente altri figli dopo i primi due.

Nulla toglie però che si debba fare chapeau davanti alla vita, che diventa non solo trifoglio o mosca o gallina, ma uomo: alla sua tenacia, alla sua dura volontà, alla sua irriducibilità. La vita non coincide con i nostri programmi, è quello che è. Dirle di sì è l’accettazione di quello che tutta la cultura in cui siamo immersi ci insegna a odiare, perché la cultura in cui siamo immersi ci dice che la vita ha un senso solo se è come noi vogliamo.

E in questo, scusatemi se insisto, fa poca differenza l’ideologia di riferimento. Un cattolico sa bene,se non ha perso il cervello, com’è facile anche per lui accontentarsi della sua vita cattolica «bell’e fatta», come diceva Péguy. E la cultura dominante non si esprime tanto nell’abortismo (che è solo una conseguenza), quanto piuttosto in questa mediocrità, che spesso rimane anche quando ci si trasforma in fanatici e urlanti difensori dei più sacri principi.

La vita è il contrario di questo. Soprattutto in quello che è, come si diceva, il suo esito più inimmaginabile e in qualche modo più inaccettabile: l’uomo (un bel gattino è molto più accettabile).

Scrisse Hannah Arendt: «Gli uomini, nella misura in cui sono qualcosa in più che un fascio di reazioni animali e un adempimento di funzioni, sono del tutto superflui per il regime. Questo infatti non mira a un governo dispotico sugli uomini, bensì appunto a un sistema che li renda superflui».

Perciò che Dio benedica te e le tue orecchie a sventola, Finley, e con te questa cosa imperfetta, sporca, piena di guai, ma tenace e invincibile, che è la vita. Il solo augurio umano che possiamo fare a noi stessi è di riuscire ad affrontare fatiche e dolori nello stesso modo in cui tu hai affrontato i tuoi.

Publié dans Aborto, Articoli di Giornali e News | Pas de Commentaire »

La leggenda rosa delle droghe «buone»

Posté par atempodiblog le 11 juin 2008

Lezioni per battere il tabù dello spinello
di Claudio Risé

L’Italia, con Malta, è ormai l’ultimo paese europeo in quanto lotta alla droga. Non siamo riusciti a diminuire i consumi, e neppure a rallentare i ritmi di incremento

L’Italia, con Malta, è ormai l’ultimo paese europeo in quanto lotta alla droga. Non siamo riusciti a diminuire i consumi, e neppure a rallentare i ritmi di incremento.
I rapporti dell’Onu, e dell’Osservatorio europeo sulle droghe, hanno ripetutamente deplorato i nostri risultati. Di fronte allo sterile agitarsi dei nostri politici, che unici al mondo ancora dibattono se la cannabis faccia o no male, qualche preside ha lanciato un’idea: diamo la parola in classe ai drogati cronici.
È successo a Treviso, dopo la scoperta di collette in classe per i fondi per l’acquisto di spinelli. Undici ragazzi dai 16 ai 19 anni sono stati denunciati per detenzione e spaccio di droga, trenta sono stati segnalati in prefettura come assuntori abituali, due portati direttamente in comunità.
L’operazione «Zero in condotta» ha coinvolto liceo classico, scientifico, magistrali, scuola di recupero, e università. Era nata dopo qualche controllo prima delle gite scolastiche, in cui gli agenti avevano trovato di tutto, ma soprattutto hashish. «Fumiamo tutti», hanno dichiarato tranquillamente ragazzi e ragazze. I giovani raccontano che i professori non hanno mai parlato in classe dei danni della droga. Ha detto uno dei rappresentanti degli studenti: «La droga è uno dei tabù che ci sono a scuola, come la politica. I professori e i presidi ci dicono: ”non fatelo, sennò viene il cane antidroga”, mai: non fatelo perché vi fa male».
Eppure le grandi organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Organizzazione mondiale della sanità, gli Istituti nazionali per la salute, come l’Istituto superiore di sanità in Italia o quelli di Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda (paesi quanto mai liberali), hanno da tempo documentato i danni fisici e psichici della cannabis, che, soprattutto quando assunta già prima dei 15 anni, aumenta enormemente i rischi di psicosi o schizofrenia.
Psichiatria e neuroscienze di tutto il mondo hanno accuratamente documentato tutto, da tempo. Allora perché i «prof», come li chiamano tra l’affettuoso e il derisorio gli allievi, non ne parlano? Molti perché non hanno mai letto niente di serio e aggiornato in materia; molti perché, come appunto denunciano i ragazzi, considerano «il fumo» un tabù: sociale, politico, di costume. Parlarne male è considerato «politicamente scorretto», antiquato, bigotto; tutte cose temute dai «prof» che cercano soprattutto l’alleanza e la complicità coi ragazzi. Soprattutto, però, li obbligherebbe a informarsi prima, uscendo dai sentieri battuti dei luoghi comuni. Allora ecco la proposta del preside Otello Cegolon, dirigente dell’Istituto magistrale Duca degli Abruzzi di Treviso. «I giovani non conoscono la portata reale del danno. Portiamo allora nelle classi i drogati cronici, che facciano vedere ai ragazzi cosa producono le sostanze che prendono con tanta leggerezza».
Il preside pensa ai drogati di roba pesante, che, certo, forniscono testimonianze sconvolgenti. Ma, come hanno spiegato i maggiori psichiatri italiani, a cominciare da Giovanni Battista Cassano, fin dal 2001, i normali reparti di psichiatria si sono ormai riempiti, da anni, anche di consumatori di cannabis e amfetamine che, oltre a fornire oltre l’80% dei futuri acquirenti di cocaina ed eroina, trasformano gli adolescenti, in Italia come altrove (ma peggio che altrove, perché non hanno informazioni sui rischi) in pazienti psichiatrici.
Mettiamo dunque questi nuovi folli in cattedra a raccontare la loro esperienza. Rimedieranno al vuoto informativo dei professori troppo conformisti nei confronti della leggenda rosa delle droghe «buone».

Il Mattino di Napoli 2 giugno 2008

Publié dans Articoli di Giornali e News | Pas de Commentaire »

La prima chiesa cristiana

Posté par atempodiblog le 10 juin 2008

Scoperta la prima chiesa cristiana
di Andrea Tornielli – Il Giornale

Immagine 

L’annuncio, piuttosto roboante, è apparso ieri sul quotidiano Jordan Times: a Rihab, in Giordania, in un piccolo villaggio a quaranta chilometri dalla capitale Amman, sarebbe stata trovata la «prima chiesa al mondo». La chiesa più antica tra quelle conosciute, l’archetipo del luogo di culto cristiano. Se fosse vero, si tratterebbe di una scoperta davvero sensazionale.

A rivelare il presunto ritrovamento è stato Abdul Qader Hussan, capo del Rihab Centre of Archeological Studies, che da diversi anni dirige le ricerche nel villaggio di Rihab. Nel corso degli scavi sotto la chiesa di San Giorgio, infatti, è stata ritrovata una grotta che lo studioso giordano si è affrettato a identificare non soltanto come una chiesa, ma addirittura come «la prima chiesa al mondo», datata, a suo dire «fra il 33 e il 70 dopo Cristo». Datazione precoce, se non precocissima, dato che attorno al 33 dopo Cristo è fissata la passione, morte e resurrezione di Gesù e i pochi discepoli che allora lo seguivano non hanno certo per prima cosa realizzato «chiese».
Lo studioso giordano, comunque, non sembra essere sfiorato dal dubbio. Crediamo che questo luogo – ha spiegato Hussan al Jordan Times – abbia protetto il primi cristiani, i settanta discepoli di Gesù Cristo, che hanno lasciato Gerusalemme al momento della persecuzione e si sono rifugiati nel nord della Giordania». Un riferimento ai «Settanta discepoli amati da Dio» si trova in un mosaico della chiesa superiore, che l’archeologo ritiene sia stata costruita nel 230 dopo Cristo.

Abdul Qader Hussan ha aggiunto che gli scavi hanno portato alla luce «porcellane e oggetti di terracotta datati fra il III e il VII secolo». Scendendo di qualche gradino sotto la chiesa di San Giorgio, ha raccontato, «ci si trova davanti a un’area circolare, che crediamo sia un’abside, e diverse sedute di pietra per gli ecclesiastici». Nella sala sotterranea si è trovato un muro che separava la zona dove i primi cristiani vivevano dalla zona dell’altare dedicata al culto. È stato ritrovato anche un tunnel che si ritiene abbia permesso ai cristiani che sarebbero stati qui nascosti di «approvvigionarsi d’acqua».
Secondo l’archimandrita Nektarius, vicario vescovile dell’arcidiocesi greco-ortodossa, la scoperta «rappresenta un’importante pietra miliare per i cristiani di tutto il mondo. L’altra grotta simile si trova a Thessalonica, in Grecia».

Il ministero del Turismo della Giordania, com’era prevedibile, ha già annunciato di voler valorizzare al massimo la scoperta archeologica, promuovendola come attrazione turistica. In Giordania si trovano numerosissimi siti archeologici cristiani di eccezionale valore. Con tutta probabilità è qui – e non nella parte israeliana – che si trova il vero luogo del battesimo di Gesù descritto nel vangelo, identificato con Betania oltre il fiume Giordano. Nel villaggio di Rihab sono state scoperte negli ultimi decenni numerose chiese antiche.

 

Publié dans Andrea Tornielli, Articoli di Giornali e News | Pas de Commentaire »

Bentornati vecchi esami

Posté par atempodiblog le 8 juin 2008

Finalmente una buona notizia: a scuola tornano gli esami di riparazione. Erano stati soppressi una quindicina di anni fa da un ministro di centrodestra, Francesco D’Onofrio, che forse non si era reso conto di aver fatto una cosa molto sessantottina, una cosa che seguiva l’onda del sei politico e degli esami di gruppo. D’Onofrio aveva introdotto il sistema dei «debiti scolastici», nel senso che un’insufficienza cambiava nome e diventava appunto un debito, e fin qui non ci sarebbe niente di male: il fatto è che questi debiti lo studente finiva per non saldarli mai, se li trascinava fino alla maturità, e se proprio ne aveva molti veniva ammesso agli esami con un punteggio un po’ più basso, ma comunque ammesso.
Il sistema, oltre che diseducativo, era anche ingiusto, uno schiaffo alla meritocrazia perché poteva succedere (anzi, succedeva regolarmente) che alla fine uno studente pluri-indebitato ottenesse, grazie a una buona prova d’esame, una votazione migliore rispetto a chi aveva studiato più di lui per cinque anni e magari si era impappinato davanti alla commissione.
Per il momento scatta l’obbligo di saldare i debiti entro il 31 agosto; dall’anno prossimo, riavremo i vecchi esami. Non c’è bisogno di molte parole per spiegare perché siamo favorevoli alla restaurazione, cominciata da Fioroni e ora completata da Mariastella Gelmini. L’abolizione degli esami faceva parte di quella nefasta cultura secondo la quale bisogna far crescere i nostri eredi col sedere nel burro: la cultura del dottor Spock, del «tu» alla maestra, dei voti sostituiti da sigle incomprensibili o da commenti soft per non traumatizzare il pargolo con un quattro. Ora torna lo spettro di un’estate passata sui libri anziché in spiaggia, ed è perlomeno un primo assaggio di un paio di regole di vita che i nostri ragazzi dovranno ahiloro sperimentare chissà quante volte: 1) ciascuno è responsabile delle proprie azioni; 2) ai propri errori si deve riparare.
Saremo anche dei vecchi tromboni, ma preferiamo essere cresciuti sapendo che gli esami non finiscono mai, piuttosto che illudendoci che i debiti si possano non pagare mai.

di Michele Brambilla – Il Giornale

Publié dans Articoli di Giornali e News, Michele Brambilla | Pas de Commentaire »

Tumore

Posté par atempodiblog le 3 juin 2008

Questa è proprio carina. Il Centro Cattolico di Documentazione mi ha passato una notizia comparsa sul «Corriere della Sera» del  5 febbraio 2008 che mi era sfuggita.

La londinese Michelle Stepney, trentacinque anni e madre di un bambino di cinque, incinta di due gemelline (Alice e Harriet) si è ritrovata affetta da un tumore all’utero. Ha deciso di accettare solo una chemioterapia blanda per non danneggiare i due feti. A rischio della sua vita. Ebbene, le piccole sono nate senza capelli per via della cura ma si è scoperto il perché scalciavano tanto nella pancia della mamma: avevano spostato a calci il tumore, impedendo che facesse del male a tutte e tre. Il tumore è poi stato felicemente operato dopo il parto.

Il Cancer Research Center britannico ha premiato la coraggiosa madre col Women Courage Award, assegnato a chi fa qualcosa di veramente speciale per gli altri.

Dagli ‘Antidoti’ di Rino Cammilleri

Publié dans Articoli di Giornali e News, Rino Cammilleri | Pas de Commentaire »

Trionfo della Roma

Posté par atempodiblog le 25 mai 2008

Coppa Italia, trionfo della Roma
La Sensi: Noi Campioni d’Italia

Inter battuta 2-1 in finale all’Olimpico: i giallorossi si aggiudicano per la nona volta il trofeo. Decidono Mexes e Perrotta, gol nerazzurro di Pelè. L’ad: «Come uno scudetto». Totti alza la Coppa con la maglia speciale col numero 9: «Vittoria bellissima». Spalletti: «Dedicata al presidente e ai tifosi».

di Pasquale Salvione - Corriere dello Sport

Trionfo della Roma dans Articoli di Giornali e News romacampionejm2

ROMA, 24 maggio – La Coppa Italia l’ha alzata al cielo Francesco Totti davanti al presidente della Repubblica Napolitano. Una maglia bianca addosso con dietro il numero 9 grande (tante le volte che l’ha vinta la squadra giallorossa) e la data di oggi, 24 maggio 2008. Una maglia che indossavano anche tutti i suoi compagni per festeggiare in un Olimpico in delirio. La Roma ha avuto ragione dell’Inter prendendosi la rivincita sei giorni dopo aver dovuto arrendersi nella corsa scudetto. Un successo che Rosella Sensi, alla fine della partita paragona al tricolore e dedica a una persona speciale: «Questa coppa è per il presidente Franco Sensi, è meritata quanto lo scudetto. Una grande vittoria strameritata come tante altre che non sono arrivate. I campioni d’Italia siamo noi».

DECISIVI MEXES E PERROTTA – A decidere l’ennesima puntata della sfida infinita fra le due squadre sono stati Mexes (stupenda girata di destro ) e Perrotta (tocco facile dopo un bel triangolo con Vucinic), al termine di un match aperto, pieno di emozioni e in dubbio fino all’ultimo. Soprattutto perché l’Inter, che aveva subito il tremendo uno-due a cavallo fra primo e secondo tempo, ha reagito bene e, grazie alle mosse di Mancini, ha trovato in Pelè (entrato al posto di Stankovic) un trascinatore (e non solo per il gol). I nerazzurri, dopo aver accorciato le distanze, hanno sfiorato anche il clamoroso pareggio, con uno stupendo colpo di testa di Burdisso che ha centrato in pieno il palo. Ma il forcing nerazzurro non ha portato altri frutti: è finita con la Roma a festeggiare in campo. Mentre Totti e De Rossi alzavano la Coppa sotto la Curva Sud, Vucinic correva per il campo con l’automobilina del soccorso medico. E’ la serata della rivincita giallorossa.

LA GIOIA DI TOTTI - «Quest’anno abbiamo trovato una squadra un pò più forte di noi, un poco…». Francesco Totti rende omaggio all’Inter vincitrice del campionato ed insieme promette rivincite durante la festa. «Vincere la coppa in casa dà una grande soddisfazione – ha aggiunto Totti ai microfoni Rai – il nostro pubblico se lo merita. Cosa significa? La continuità della nostra competitività».

LA DEDICA DI SPALLETTI - Felice per la vittoria ovviamente anche Luciano Spalletti: «Per noi è una grande soddisfazione - ha detto ai microfoni di Roma Channel - Questa coppa la dedichiamo a Franco Sensi e a tutti i tifosi. I campioni d’Italia? Sono quelli dell’Inter, noi siamo secondi ma non perdenti, lo dicono i numeri di vittorie fatte in tutto il campionato».

LA FELICITA’ DEI PROTAGONISTI - «Ci siamo tolti una grande soddisfazione», dicono sorridendo a fine partita i match winner Philippe Mexes e Simone Perrotta. «Ho fatto il primo gol del campionato e l’ultimo della stagione – dice il difensore francese – Daremo ancora di più il prossimo anno, vogliamo vincere altri trofei». La curva sud canta ‘I campioni d’Italia siamo noi’, Perrotta è d’accordo in parte: «Virtualmente forse lo siamo, ma non sulla carta. Stasera però ci siamo tolti una bella soddisfazione. Abbiamo fatto una stagione strepitosa, meritavamo questa coppa. Questa è stata una stagione che ricorderemo per molto tempo. A momenti lo sbaglio quel gol… sono stato fortunato». Felicità anche nelle parole di Cassetti: «Abbiamo vinto contro i campioni d’Italia vuol dire che ce la possiamo giocare alla pari». Lo segue Aquilani: «Vincere questa Coppa dà una doppia soddisfazione perchè abbiamo battuto i campioni d’Italia». Chiude Vucinic: «È fantastico vincere qui speriamo di continuare a farlo».

ROMA-INTER 2-1
ROMA (4-2-3-1): Doni; Cassetti, Juan, Mexes, Tonetto; De Rossi, Pizarro; Giuly (21′ st Cicinho), Aquilani (46′ st Panucci), Perrotta (28′ st Brighi); Vucinic. A disp. Curci, Antunes, Mancini, Esposito. All. Spalletti
INTER (4-1-4-1): Toldo; Maicon, Burdisso, Chivu, Maxwell; J. Zanetti (45′ st Crespo); Balotelli, Vieira, Stankovic (1′ st Pelè), Cesar (17′ st Jimenez); Suazo. A disp. Julio Cesar, Fatic, Maniche, Solari. All. Mancini
Arbitro: Morganti di Ascoli Piceno
Marcatori: 36′ pt Mexes (R), 9′ st Perrotta (R), 15′ st Pelè (I)
Note: ammoniti Perrotta, Vieira, Vucinic, Burdisso, Pelè. Recupero 1′ pt, 6′ st. Spettatori 45 mila circa.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Sport | Pas de Commentaire »

“Dov’era Dio?”

Posté par atempodiblog le 24 mai 2008

DOVE ERA DIO?
di don Andrea Santoro

“Dov’era Dio?”. Molti se lo sono chiesti davanti alla tragedia del sud-est asiatico. È una domanda seria. Una domanda che ci facciamo quotidianamente davanti a sofferenze di ogni tipo. Una domanda spesso sommessa, segreta, non gridata ma sofferta silenziosamente nell’intimo.

Due risposte mi vengono in mente. La prima: “Non credo in Dio perché tutto va bene, ma siccome credo in Dio credo che in tutto c’è un bene nascosto che prima o poi verrà a galla”. “Non credo in Dio perché lo vedo ma siccome credo in Dio lo vedo sempre misteriosamente all’opera. Solo attendo di capirlo”. La seconda risposta: chiedere a Dio, davanti al dolore, dove si trova non è una bestemmia ma una preghiera, una legittima richiesta di un uomo piccolo davanti a un Dio troppo grande. La preghiera non è un’invocazione astratta ma la presenza concreta di tutto il nostro essere davanti a Dio, l’offerta di me a lui così come sono. Il mio urlo, il mio pianto, la mia imprecazione, il mio dubbio, il mio vuoto interiore, il mio peccato che mi umilia, l’ingiustizia che mi calpesta sono la mia preghiera. Li pongo davanti a Lui come li vivo. A Dio si può dire tutto, perché la preghiera è il mio vissuto e la fede è gettarmi addosso a Lui con tutto il mio peso. Nella Bibbia si legge: “Fino a quando Signore continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?”. DiciamoGli dunque: dove sei? PuntiamoGli pure il dito addosso in un impeto di collera e di dolore, ma poi stringiamoci addosso a Lui e facciamoci portare: questo fa la differenza.

C’è una terza risposta, la più difficile e la più complessa, quella che maggiormente piega la nostra sicurezza, spiazza le nostre logiche più razionali, spezza il nostro orgoglio, la nostra illusione di dominare il mondo, la nostra pretesa di uomini giusti. La risposta è: dietro ad ogni tragedia c’è una tragedia più profonda che coinvolge l’universo intero. Una tragedia le cui radici sono nascoste e antiche ma i cui frutti amari sono di ogni tempo e ben visibili. Questa tragedia si chiama peccato e la si può paragonare, per capirla, a un’infezione nascosta che dà come sintomi convulsioni e attacchi di febbre altissima che stremano l’organismo e lo portano ogni volta sull’orlo del collasso e della morte. Il mondo, dice la Bibbia, è in preda al dolore e alla morte perché è in preda al peccato, non il mio o il tuo ma quello “nostro”, quello che passa di padre in figlio a partire dal primo “no” orgoglioso che si è annidato in noi come una malattia ereditaria: “grazie no, Dio! Non ho bisogno di te.Se tu ci sei, fai ombra alla mia libertà, perciò se devo esistere io, devi sparire tu”.

Come l’uomo (il singolo come ogni comunità e ogni popolo) conosce gli attacchi distruttivi dell’ira, della gelosia, dell’invidia, della superbia, dell’egoismo, dello spirito di possesso, della sensualità, del culto del denaro e dell’apparenza, così la natura creata conosce attacchi ciechi e distruttivi, lo scatenarsi di forze incontrollabili che si abbattono all’improvviso, magari dopo aver covato a lungo, e seminano morte. Come non c’è sempre amicizia tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, anzi una strana inimicizia e rivalità, così non c’è sempre amicizia tra uomo e natura, anzi spesso ostilità e guerra vera e propria. L’immagine di una natura idilliaca e di un uomo “buono” all’interno di essa, è falsa. Dio non c’entra perché Dio all’inizio, come dice la Scrittura, “ha fatto bene ogni cosa”. C’entra il peccato che ha portato fuori centro l’asse dell’uomo e lo ha fatto impazzire. La creazione, casa dell’uomo, è rimasta sconvolta dal suo peccato come lo resterebbe una casa in preda a un pazzo. È stata sottomessa, senza sua volontà, alla caducità e al disordine e si è rivoltata contro l’uomo. È come impazzita essa stessa. Dio, per amore di libertà, ha lasciato spazio al peccato e alla morte che ne è il frutto e i cui segni sono evidenti tanto nell’uomo che nella natura. Ma Dio, per amore dell’uomo, non lo abbandona. Gli invia una forza illuminatrice, risanatrice e divinizzatrice e piega a suo favore le conseguenze tragiche del suo peccato. Dio cioè, che non ha voluto né il male né la morte, lascia al male, alla sofferenza e alla morte il suo corso affinché l’uomo, attraverso essi, si interroghi, si purifichi, e rientri in se stesso.

Quando l’uomo chiede a Dio: “dove sei?”, Dio chiede all’uomo: “e tu dove sei? Dove sono io nella tua vita? Dove è il tuo cuore? Dove portano le tue vie?”. Proprio la morte, da nemica, può diventare amica perché appannando all’improvviso tutto può portare alla luce cose nascoste e porre domande fino allora ignorate. Il dolore, che uccide e spesso all’inizio pone contro Dio, può aprire sentieri sconosciuti e produrre frutti inimmaginati, può riportare a quel Dio da cui ci eravamo allontanati e che per questo ci appariva inesistente o estraneo o muto. Dio non veglia sulle nostre tragedie per inviarcele cinicamente, non è cieco o distratto da non accorgersene, non è impotente da non potercene salvare. Dio veglia sul nostro male perché ne nasca un bene.

Non teme il dolore dei suoi figli ma se ne serve affinché, come per un bambino condotto in sala operatoria, ne nasca una guarigione. Dio non guarda dal di fuori il nostro dolore ma ci è entrato dentro in Gesù, “uomo dei dolori”, per mostrarci come trasformarlo in una via di luce, per viverlo in noi e farcelo vivere in lui come strumento di Redenzione e come fonte di vita.

Se non vogliamo allora sprecare una tragedia o una morte, o seppellire sotto le parole eventi dolorosi privati o pubblici dobbiamo sempre daccapo chiederci: dove stiamo andando? Attorno a cosa ruota la nostra vita? Siamo davvero giusti o siamo chiamati alla conversione? Dov’è davvero Dio? Farsi solo domande sui sistemi di allarme e di prevenzione, fare solo ricerche di natura medica o scientifica, indagare solo sui danni di natura economica, significherebbe sprecare la morte di tanti e buttare al mare un patrimonio di dolore. Le prime domande sono importanti e doverose. Ma le seconde lo sono ancora di più. Le prime sono difficili, le seconde ancora di più. Le prime permettono di ricostruire, le seconde permettono di rinascere.

da “Aesse”, il mensile delle Acli nazionali, n. 1, 2005

P.S.
Pensando allo Tsunami (il maremoto dell’Oceano Indiano del dicembre 2004) Padre Livio ha affermato che “Dio era lì che bussava alla porta di ogni cuore, inondato dall’acqua, per portarli nell’Oceano dell’Infinito Amore”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Inter campione d’Italia e gli altri verdetti

Posté par atempodiblog le 19 mai 2008

Torna Ibrahimovic e l’Inter è campione d’Italia. Fiorentina in Champions
di Lara Vecchio – Il Sole 24 ORE

Inter campione d'Italia e gli altri verdetti dans Articoli di Giornali e News interlg0

Il terzo per gli almanacchi. Il secondo per i protagonisti. Il primo, vero, questo sì, per i tifosi che non si sono mai davvero accontentati né del frutto del peccato altrui, né dell’impresa monca della scorsa stagione sulla quale pesava la falsa partenza o addirittura la latitanza delle contendenti storiche. Del trionfo di ieri si è detto tutto, troppo, e a tratti, giocando d’anticipo, a sproposito; oggi è il giorno di rendere onore ai campioni d’Italia, perché i detrattori, o i « gufi » (come li hanno definiti i neo scudettati) non hanno più nulla a cui aggrapparsi. E col senno di poi, aver rischiato di perderlo rocambolescamente non è una colpa, ma solo l’ingrediente segreto per rendere più gustoso il boccone. Il 16° scudetto dell’Inter è quello che straccia via, una volta per tutte, senza se e senza ma, l’etichetta dell’eterna incompiuta. È quello catartico che scrolla di dosso la frustrazione. È quello che i protagonisti si godranno solo dopo aver realizzato appieno. Ieri sera, paradossalmente, sono mancati i tempi tecnici. Come se non bastasse giocarsi tutto all’ultima giornata, a fine primo tempo il tricolore stava chiuso nella cassaforte del Massimino, a Catania, mentre Mancini e compagnia, al Tardini di Parma, rientravano in campo per la ripresa ostentando sicurezza, ma traditi dallo sguardo smarrito dell’ animale braccato. Certo, dopo aver respirato l’odore pungente della paura, quello della festa è così inebriante che arriva al cervello, ti toglie il respiro, annebbia immagini, riflessioni e pensieri. Per recuperare la visione d’insieme c’è tempo. Per ora bastano i flash. Il primo abbaglia e stordisce: arriva da Catania e, come nei film, in un istante, ti passa davanti una vita. Perché per la prima in volta in stagione, dopo 8′ dell’ultimo atto, l’Inter si trova a rincorrere senza averne attitudine e abitudine. Il gol di Vucinic, che illumina la faccia giallorossa della luna e prende a picconate il fortino della scaramanzia costruito ad hoc dal popolo romanista e dagli uomini di Spalletti, disegna rughe profonde sui volti nerazzurri e annichilisce i tifosi interisti infiltrati al Tardini, quelli che attendono fuori, quelli radunati sotto
la Madonnina. Il secondo, nell’intervallo, è un segreto che per sempre sarà custodito dai muri del Tardini. Le parole di Mancini, quelle di Moratti , o solo uno sguardo, chissà. Fatto sta che nel diluvio di Parma, i flash successivi sciolgono il ghiaccio e scaldano il cuore. È il 6′ della ripresa e, quando Ibrahimovic si alza dalla panchina, la Roma è campione d’Italia. Lo svedese, in undici minuti, spinge l’altalena dell’Inter così forte da rispedirla in paradiso. E rotto il digiuno con uno splendido gol (controllo, dribblig e gran destro), si assicura i titoli a nove colonne marchiando a fuoco lo scudetto con un sinistro al volo. Gli ultimi, sono quelli dei fotografi, che immortalano l’urlo liberatorio di Roberto Mancini fradicio come un pulcino, il mucchio nerazzurro in mezzo al campo e le lacrime gialloblù di un Parma che lascia la serie A dopo 18 anni. Speculari le immagini che giungono dalla Sicilia, dove si spengono i sorrisi di una Roma tenace e straordinaria, vinta dalla spossatezza di un’estenuante rincorsa, raggiunta dal gol salvezza del Catania che, a catena, condanna alla serie B l’Empoli, pur vittorioso sul già retrocesso Livorno. Mai, negli ultimi anni, un’ultima giornata era stata così decisiva e così gravida di verdetti:in testa, in coda, in mezzo. Milan e Fiorentina non sono state da meno. Nella lotta per la Champions League è successa un po’ la stessa cosa. Fiorentina avanti per tutto il campionato, raggiunta e superata da uno sprint milanista a un passo dal traguardo, aggredita al primo cedimento mentre tentava invano di smaltire la delusione dell’eliminazione in Coppa Uefa, capace però di piazzare la zampata finale per riprendersi meritatamente un posto tenuto in caldo per quasi tutta la stagione. La splendida rovesciata di Osvaldo, che vale la vittoria sul Toro, vanifica il 4-1 del Milan sull’Udinese. Giornata nera per il Milan e i suoi tifosi, costretti a beccare le briciole tenendo stretta la qualificazione in Coppa Uefa, ma soprattutto a sfollare alla svelta San Siro per cedere il palcoscenico alla festa dei cugini. Davvero pochi, ieri, i campi neutrali. Una scampagnata tra Cagliari e Reggina, già in vacanza: finisce 2-2, come Siena-Palermo, altra sfilata di fine stagione.
La Lazio all’Olimpico vince sul Napoli ma i risultati più interessanti sono, per ovvie ragioni, quelli che appaiono sul tabellone. Riflettori puntati invece su Atalanta-Genoa, con uno spettatore più interessato di altri: Alessandro Del Piero. In vetta alla classifica cannonieri con 21 gol, dopo la doppietta nella gara di sabato con la Sampdoria, Pinturicchio attendeva la consacrazione via telecomando. Il digiuno di Marco Borriello, che si ferma a quota 19, toglie l’ultimo alibi a Donadoni che, di fronte al capocannoniere del campionato, si trova con le spalle al muro.

Tutti i verdetti:
85 Inter, campione d’Italia con accesso diretto in Champions League
82 Roma, in Champions League accesso diretto 72 Juventus, 66 Fiorentina, in Champions League (preliminari);
64 Milan, 60 Sampdoria, 57 Udinese, in Coppa Uefa;
50 Napoli; 48 Genoa, Atalanta; 47 Palermo; 46 Lazio; 44 Siena; 42 Cagliari; 40 Torino Reggina; 37 Catania
36 Empoli, 34 Parma, 30 Livorno (serie B)

Publié dans Articoli di Giornali e News, Sport | Pas de Commentaire »

Gianni Morandi: “Alla musica preferisco Radio Maria”

Posté par atempodiblog le 16 mai 2008

Gianni Morandi, l’eterno ragazzo della canzone italiana, ora vive una Fede adulta: “Ho ritrovato Dio e alla musica preferisco Radio Maria”
di Bruno Volpe

CITTA’ DEL VATICANOL’eterno bravo ragazzo di Monghidoro va a Messa regolarmente, vive la sua fede con intensità e alla musica preferisce i programmi di Radio Maria e le prediche di Padre Livio Fanzaga. Gianni Morandi (nella foto), uno dei cantanti italiani più conosciuti e apprezzati nel mondo, si ‘confessa’ e per la prima volta accetta di parlare, in esclusiva con ‘Petrus’, del suo essere cattolico.

Morandi, cosa rappresenta per Lei la Fede?
“Quanto di più intimo possa esistere. E nel mio caso, anche una piacevole riscoperta. Veda, mio padre era ateo, mia madre profondamente credente. Sino all’età di quarant’anni sono cresciuto come se Dio non esistesse, poi tutto è cambiato…”.

Ci spieghi come…
“Mi ha molto aiutato il Parroco di Monghidoro, il mio paese natale. E’ anche grazie a lui che ho incontrato Dio e mi sono avvicinato al creato. Diciamo che mi sono reso conto che sino a quel momento avevo vissuto una vita di successi artistici, di danaro, ma anche intimamente ed estremamente vuota. Ho avvertito un terribile senso di sazietà interiore, di frivolezza, ed ho deciso di voltare pagina. E’ così che mi sono intimamente convinto che solo in Cristo esiste vera concretezza,vera gioia e serenità”.

Qual e’ la  Sua concezione di cristianesimo?
“La preghiera è importante, decisiva. Ma anche il mettere in pratica il comandamento dell’Amore. ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’. Se tutti noi lo facessimo davvero, saremmo più liberi e felici. Il cristianesimo è la religione del sì e della gioia”.

Nella società moderna si parla sempre meno di Dio…
“Purtroppo è vero. Si straparla eccessivamente di cose fatue e viene messo da parte il Trascendente. Credo seriamente che si debba recuperare la cultura del silenzio – il dolce suono del silenzio – e saper ascoltare se stessi, gli altri e ciò che ha da dirci il Signore”.

Morandi, il Suo è un richiamo a riscoprire l’interiorità…
“Esatto. Abbiamo bisogno di guardarci dentro e meditare. Oggi viviamo freneticamente, tra suoni, rumori, luci, ricerca della ricchezza e del potere. Ma quando mai ascoltiamo il silenzio e ammiriamo la bellezza del creato che solo Dio ci sa donare?”.

Sia sincero: la morte Le fa paura?
“Confesso la mia debolezza: sì. Diciamo che non mi sento ancora pronto”.

Quale canzone dedicherebbe a Benedetto XVI?
“Non una del mio repertorio ma ‘Che cosa resterà di me’ di Franco Battiato. E’ bellissima e intensa. Quando la ascolto, mi chiedo sempre: sarò capace di lasciare qualcosa di tangibile e di bello agli altri?”.

Cosa Le piace ascoltare di più alla Radio?
“I programmi e le catechesi di Padre Livio Fanzaga trasmessi da ‘Radio Maria’. In particolar modo quando viaggio in autostrada, non cambio frequenza neanche per un istante”.

Publié dans Articoli di Giornali e News | Pas de Commentaire »

“Siamo fatti per il Cielo”

Posté par atempodiblog le 16 mai 2008

AVE MARIA a cura di mons. Luciano Alimandi – “Siamo fatti per il Cielo”

“Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14, 2-3). In questo passaggio del Vangelo di Giovanni, il Signore Gesù, dopo aver esortato i suoi a non lasciarsi turbare, ma ad avere fede in Dio ed in Lui (cfr. Gv 14, 1), parla del Paradiso come di una “Casa”! È bello e consolante sapere che proprio Lui verrà a prenderci e a portarci Lassù, quando il nostro posto sarà preparato, come promette agli Apostoli, a tutti coloro che crederanno nel Suo Nome.

Occorre dire, purtroppo, che non si pensa spesso al Cielo, alla Casa del Padre che ci aspetta, alla Dimora sicura e stupenda, dove si abiterà per sempre, insieme agli Angeli ed ai Santi. Il pensiero e il desiderio del Cielo, in effetti, richiede una fede “certa” da parte del discepolo; una fede “certa” nelle promesse di Gesù, che non lascia spazio a tentennamenti ed esitazioni, ma che dona al credente uno sguardo realmente soprannaturale.

Uno sguardo è soprannaturale quando non si ferma su ciò che è visibile, ma si spinge al di là della realtà terrena, per penetrare nell’invisibile realtà dell’Aldilà, della quale parla il Signore. L’allora Cardinale Joseph Ratzinger, nella sua indimenticabile omelia per le esequie di Giovanni Paolo II, offrì, al mondo intero, l’esempio di un tale sguardo che raggiunge il Paradiso: “per tutti noi rimane indimenticabile come in questa ultima domenica di Pasqua della sua vita, il Santo Padre, segnato dalla sofferenza, si è affacciato ancora una volta alla finestra del Palazzo Apostolico ed un’ultima volta ha dato la benedizione ‘Urbi et orbi’. Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice. Sì, ci benedica, Santo Padre. Noi affidiamo la tua cara anima alla Madre di Dio, tua Madre, che ti ha guidato ogni giorno e ti guiderà adesso alla gloria eterna del Suo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Amen” (8 aprile 2005). La fede “certa” dei discepoli del Signore è quella che permette di affermare con assoluta convinzione: ci attende una dimora eterna!

Sì, la Casa del Padre, il Cielo dei beati, è invisibile ad uno sguardo naturale, ma non agli occhi dello spirito illuminati dalla Parola di Dio.

Una fede debole, “incerta”, non riesce a scorgere il Cielo al di là degli orizzonti terreni, perché resta prigioniera dell’immanente, di se stessa, nell’incapacità di aprirsi al trascendente, a Dio. Una fede “incerta”, non riesce a raggiungere il Cielo perché subito ricade quaggiù, vinta dalla “forza di gravità” della realtà terrena. Si sforza di innalzarsi al di sopra di tale realtà, ma non giunge a rinnegare la logica mondana. Dentro questa logica terrena, il tempo e lo spazio sono le uniche coordinate ad imporsi, mentre, nella logica ultraterrena, la ragione si apre alla fede, l’infinito e l’eternità divengono le “coordinate celesti” che indicano all’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, la sua destinazione finale: il Cielo!
Solo nell’uomo che si fa piccolo davanti a Dio e riconosce che non può bastare a se stesso, la fede trova spazio e libera dalla prigione dell’immanenza. L’uomo che crede veramente, secondo San Paolo, diventa un “uomo celeste”, che orienta la propria vita verso l’eternità e riconosce in Cristo la misura di tutta la realtà: inclusi comportamenti e scelte.

Alla scuola di Maria Santissima, impariamo giorno per giorno a diventare sempre più testimoni della resurrezione, animati cioè da una fede pasquale che ci fa scorgere, sia pur da una certa distanza, la Casa del Padre e in essa la nostra dimora. Così, insieme a San Paolo, possiamo anche noi ripetere: “sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito. Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione” (2 Cor 5, 1-7).

Tratto da: Agenzia Fides

Publié dans Articoli di Giornali e News | Pas de Commentaire »

Il «nemico numero uno»

Posté par atempodiblog le 16 mai 2008

Il demonio è il grande nemico dell’uomo. E’ il «nemico numero uno» dice il Papa Paolo VI.  

Satana appare agli inizi del genere umano, e si presenta “fin da principio omicida, mentitore e padre della menzogna” (Gv 8,44-45). Riesce a far cadere i nostri progenitori Adamo ed Eva, e diventa “il principe di questo mondo” (2 Cor 4,4), «l’accusatore dei nostri fratelli” (ap 12,10).

Con il peccato originale, quindi, “tutto il mondo è stato posto sotto il maligno” (1 Gv 5,19) e i demoni sono “i dominatori di questo mondo tenebroso” (Ef 6,12).

Come appaiono tenebrosi i primi eventi dell’umanità novella, a causa di questo infernale assassino, che ha “l’impero delle tenebre” (Lc 22,53)!

San Pio da Pietrelcina, in una lettera al suo Padre spirituale ha accennato alla figura mostruosa di satana, visto in una visione come un essere orrendo e gigantesco, alto come una montagna nera…

San Pietro ce lo presenta con l’immagine di un leone ruggente sempre pronto a sbranarci (1 Pt 5,8-9). Come lo tortura l’invidia, perché noi possiamo salvarci! Egli ci vuole tutti con sé all’Inferno.

Anche una scena stupenda, però, ci appare agli inizi dell’umanità soggiogata da satana e oppressa dal peccato. Una Donna sublime, con il suo figlio, “schiaccia la testa” (Gn 3,15) al serpente tentatore. L?Immacolata, vincitrice di satana, splende nelle tenebre del peccato, con il suo divin figlio. L’Immacolata è la disfatta di satana.

La pagina del Genesi in cui Dio stesso presenta l’Immacolata è simile a un’aurora che si alza meravigliosa sulla notte dell’umanità peccatrice. L’autore ispirato del Cantico dei cantici così esclama, rapito: “Chi è costei che s’avanza come l’aurora, bella come la luna, eletta come il sole, tremenda come esercito schierato?” (Ct 6,9).

Questa è l’Immacolata, la Guerriera invincibile, la Signora delle Vittorie, il terrore dei demoni.

Ci basti qui ricordare un particolare narrato da santa Bernardetta Soubirous dell’Immacolata a Lourdes. La piccola veggente vide da un lato della grotta una torma di demoni scalmanati che le urlavano grida infernali. Spaventata, santa Bernardetta alzò subito gli occhi all’Immacolata. E bastò che l’Immacolata volgesse un solo sguardo severo verso i demoni, perché questi si dessero a precipitosa fuga.

Così il demonio, di fronte all’Immacolata, dimostra di essere davvero ciò che significa il suo nome Beelzebul: un “dio delle mosche”!

La tattica del demonio è quella di allettare i sensi e l’immaginazione dell’uomo per far prevaricare lo spirito. Si presenta come un consigliere e un servitore in guanti gialli, con offerte di beni e piaceri seducenti da guadagnare. Così fece con Eva (Gn 3, 1-7). Così tentò anche con Gesù nel deserto (Mt 4,1) e con tanti santi di ogni tempo: san Benedetto, san Francesco d’Assisi, santa Teresa d’Avila, il santo curato d’Ars, san Giovanni Bosco e san Pio da Pietrelcina.

Abilissimo e scaltro com’è, egli sa servirsi di tutto per rovinarci: gli basta un’occhiata immodesta di David che guarda Betsabea (2 Sam 11,2-26) una golosità di Esaù che vuole un piatto di lenticchie (Gn 25,29-34), un attaccamento al denaro di Anania e Saffica che nascondono dei soldi (At 5,1-10).

Egli tenta persino di proporre cose apparentemente utili per le anime. Si sa che il Santo Curato d’Ars predicava in maniera semplicissima, feconda di grazie per le anime. Ebbene il demonio andò da lui tutto premuroso e lo esortò a predicare in maniera dotta e difficile, assicurandogli la fama di grande predicatore.
Il santo avvertì l’inganno e respinse l’insidia e continuò con la sua predicazione facile ed efficace. Dovette pagarla però, con molti dispetti furiosi che il demonio gli fece di giorno e di notte.

Quattro stupidi…

Il capolavoro dell’arte di satana è arrivare a convincere gli uomini che egli non esiste. A questo punto, è chiaro, il demonio può trattare gli uomini da veri burattini.

Una volta san Pio da Pietrelcina ascoltò una predica in cui l’oratore non faceva che chiedersi se veramente il demonio non esiste, come dicono alcuni. Soltanto alla fine, l’oratore concluse affermando l’esistenza del demonio.

Dopo la predica, san Pio ammonì il predicatore dicendogli che quando si parla del demonio bisogna parlare subito della sua esistenza e della sua azione nefasta nel mondo; soltanto alla fine si può aggiungere: “Ci sono poi quattro stupidi che osano negare l’esistenza del demonio…”.

Questi “quattro stupidi” oggi sono diventati molti, persino nella Chiesa. Tanto è vero che il papa Paolo VI è dovuto intervenire espressamente con un discorso (il 15-11-1972) per ribadire la verità di fede sull’esitenza di Satana come persona e per costatare amaramente come il “fumo di Satana” stia affumicando la Chiesa. Come insegna il catechismo, il diavolo è “una persona: Satana, il Maligno, l’angelo che si oppone a Dio. Il “diavolo” è colui che “vuole ostacolare” il Disegno di Dio e la sua “opera di salvezza” compiuta in Cristo” (n. 2851).

Un’altra volta, san Pio da Pietrelcina disse a una figlia spirituale: “Se si potesse vedere con gli occhi del corpo quanti demoni hanno invaso la terra, non si vedrebbe più il sole!”. Contro questi “impuri apostati”, come li chiamava lo stesso san Pio, quale non deve essere la nostra difesa?

“Vigilate e pregate”

Gesù ci ha messo in guardia contro le insidie del diavolo. Egli ci ha insegnato le parole del Padre nostro: «…non ci indurre in tentazione» (Lc 11,4). Egli ci ha raccomandato con cura: «Vigilate e pregate per non cadere nella tentazione» (Mc 14,38).

La vigilanza e la preghiera sono le due grandi forze dell’uomo contro il demonio. Facciamo nostra questa raccomandazione paterna di san Pio da Pietrelcina: «Figlio mio, il nemico non dorme; all’erta con la vigilanza e la preghiera. Con la prima lo avvistiamo, con la seconda abbiamo l’arma per difenderci».
La vigilanza ci fa avvistare le occasioni pericolose (una lettura, uno spettacolo, una persona, un luogo, una voglia…); la preghiera ci dà la forza di evitare i pericoli, di fuggire le occasioni, come raccomandava san Filippo Neri.

Anche sant’Agostino insegna che il demonio è solo un cane legato, e può mordere solo chi si avvicina a lui. Alla larga, quindi! Se il demonio si fa insolente, ascoltiamo la parola di san Giovanni Bosco che diceva ai suoi giovani: «Rompete le corna al demonio con la Confessione e la Comunione».

San Massimiliano M. Kolbe ha scritto che oggi «il serpente alza la testa in tutto il mondo, ma l’Immacolata gliela schiaccia in vittorie strepitose».
Per battere il demonio nel modo più umiliante bisogna ricorrere all’Immacolata. Il demonio ha letteralmente terrore di Colei, che, da sola, «è terribile come un esercito schierato» (Ct 6,9).

Quando santa Veronica Giuliani veniva assalita fisicamente dal demonio, non appena riusciva ad invocare la Madonna, il demonio, fuggiva precipitosamente urlando: «Non invocare la mia nemica».

La preghiera mariana più forte contro il demonio è il Rosario. Una volta gli fu chiesto durante un esorcismo, quale preghiera egli temesse di più. Rispose: «Il Rosario è il mio flagello!».
Se i cristiani portassero addosso e usassero spesso questo «flagello dei demoni», quante rovine, sventure e peccati in meno sulla terra!

Tratto da “Maggio, mese di Maria” – P. Stefano Maria Manelli – Casa Mariana Editrice – Roma 2003, p. 63.

Publié dans Anticristo, Articoli di Giornali e News, Padre Stefano Manelli, San Filippo Neri, San Giovanni Bosco, San Massimiliano Maria Kolbe | Pas de Commentaire »

Senza cattolici ma è un male?

Posté par atempodiblog le 9 mai 2008

Giuliano Ferrara, la cui intelligenza ci pare non sia messa in dubbio neppure da chi lo detesta, ha subito colto un aspetto singolare del nuovo governo Berlusconi: l’assenza di ministri cattolici. Più che di assenza, potremmo parlare di scomparsa. C’erano sempre stati, i cattolici: ovviamente con la Dc, ma anche con i precedenti governi sia di centrodestra che di centrosinistra. È singolare che questa tabula rasa sia stata operata proprio dalla coalizione che, tradizionalmente, fa il pieno di consensi nell’elettorato cattolico. Eppure, così è successo: i centristi dell’Udc non sono stati rimpiazzati con altri ex dc; Formigoni è stato convinto a restare in Lombardia anche (e non solo) per servire la causa; perfino il suo fedele Lupi – ciellino pure lui – s’è dovuto accontentare della vicepresidenza della Camera, dopo che per giorni era stato indicato come sicuro ministro della Salute. E dunque: è un tradimento dell’elettorato cattolico? È presto per dare risposte.

Tuttavia, una cosa la si può dire fin da ora. Pensare che il desiderio dei cattolici sia quello di avere al governo uomini e donne dalla sicura fedeltà personale ai valori della Chiesa, è piuttosto infantile. La sinistra, ad esempio, ha sempre molto insistito sulla non coerenza di uomini come Casini, Fini e Berlusconi che – da divorziati – parlano in difesa della famiglia tradizionale. È un argomento comprensibile, ma piuttosto demagogico. Il cattolico non vuole un governo di virtuosi: vuole un governo che tuteli i propri valori. Per il semplice motivo che i ministri non sono santi da indicare alla devozione dei fedeli, ma amministratori della cosa pubblica. Può sembrare paradossale per chi è estraneo al mondo cattolico: ma per un credente è molto meglio un politico che predica bene (in Parlamento) e razzola male (in privato) che non il contrario. Meglio un libertino che dice di no ai Dico, insomma, che un integerrimo padre di famiglia che legifera contro la famiglia.
Vedremo se il governo de-cattolicizzato di Berlusconi riuscirà ad accontentare i cattolici che lo hanno votato. Ma una cosa è sicura: il cattolico crede che una cosa è giusta o sbagliata a prescindere da chi la fa. Quindi, sarà soddisfatto se sulla scuola, sulla famiglia e sulla vita il governo farà quel che ha sempre promesso di fare; non se i ministri o i viceministri avranno una patente da devoti.

di Michele Brambilla – Il Giornale

Publié dans Articoli di Giornali e News, Michele Brambilla | 1 Commentaire »

Un razzismo al contrario

Posté par atempodiblog le 7 mai 2008

Quello spottone gratis a un razzismo al contrario
di Davide Rondoni – Avvenire

In nome dei bambini. Certo, in nome e per conto loro. Come sempre. Anche se poi i bambini sembrano chiedere altro. Fanno un certo effetto le due pagine intere che il Corriere della Sera di ieri, giornale di industriali e banche, dedica alla presenza in Italia dei bambini che crescono all’interno di coppie omosessuali. Dal punto di vista giornalistico, a un lettore attento, sembrano quasi un autogol, una involontaria ironia. Tutta una pagina in cui, in nome dei bambini, si chiede riconoscimento legale per la volontà di coppie omossessuali di avere figli, e l’unica volta che in quella pagina si lascia parlare un bambino, lui racconta che i suoi compagni gli chiedono perché ha due mamme. E racconta che anche se lui, bene indottrinato da chi lo cresce, si mette a parlare di «diritti» (a otto anni!) spiegando che le ha sempre avute, alla fine i suoi compagni gli richiedono: perché hai due mamme?
Evidentemente ai bambini i conti non tornano. Ma qualcuno, in nome loro, sta provando a farli comunque tornare. Sarebbero «centomila» secondo il titolo che, naturalmente, li inserisce in nuove «famiglie». I dati sono altrettanto naturalmente forniti da Arcigay, e vengono dalla stima che il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha prole. Il che significa che si assommano, senza distinguere, bambini nati da matrimoni eterosessuali poi falliti e ‘traslocati’ in coppie omosessuali e bambini nati già all’interno di tali coppie da fecondazione a mezzo di donatori.
Insomma un dato un poco eterogeneo. E che serve, evidentemente, a dare forza alla richiesta, sempre a nome dei bambini, da parte degli omosessuali che in misura del 49% vuole avere un figlio. La doppia pagina è uno ‘spottone’ gratis, senza alcuna voce in contraddittorio, ad un’associazione che si occupa di queste cose, e che sta immaginando alcune battaglie legali che facciano leva sulle discrasie delle leggi presenti nei diversi Paesi Ue. L’obiettivo è fare breccia nell’ordinamento che in Italia tiene saldo il riconoscimento giuridico dei genitori naturali, salvo poi le varie possibilità di affido, di riconoscimento… Dunque, in nome dei bambini, i quali secondo il Corriere sarebbero oggi discriminati in Italia, si vorrebbe non tanto assicurare ai bambini diritti certi, quanto alcune prerogative ad alcune categorie. In nome dei bambini si mira a riconoscere una prerogativa a chi fa certe scelte ma non vuole viverne le conseguenze. Come quella, per chi decide una convivenza omosessuale, di non riuscire a procreare figli. C’è qualcosa di spinoso in questo dolce e colorito parlare di bambini: in nome loro si vuole evitare la propria responsabilità. In fondo si tratta di rendere tutto uguale, cioè evitare il principio di responsabilità. Sarebbe un grande tema, da trattare con onestà intellettuale e apertura. Come spesso mostrano anche esponenti del mondo omosessuale. E che si può trattare con grande rispetto dei fatti e delle persone. Sia omosessuali che etero. Invece il Corriere cita al lettore ignaro il fior fiore di esperti di infanzia e famiglia che si prodigano in consulenze che finiscono, anch’esse, per suonare quasi ridicole, tanto sono faziose.
Come quella di una psicologa e una sociologa che dipingono i figli cresciuti da omosessuali come bambini più tolleranti, meno conformisti, cresciuti da genitori con più alto grado di istruzione e autoconsapevolezza di quelli eterosessuali. Una specie di bambini perfetti in mezzo a coppie perfette. Dirò ai miei quattro piccoli che sono stati veramente sfortunati. O addirittura, tali consulenze si rivelano in realtà dei ‘razzismi al contrario’.
Come quando lo psicoterapeuta intervistato dopo aver definito molto meglio le condizioni ‘familiari’ vissute dai piccoli cresciuti da omosessuali denuncia il «vero pericolo» per i pargoletti: «I pregiudizi di una società, la nostra, in cui la famiglia è quella tradizionale, sposata, magari in chiesa. Su questo c’è da combattere». In nome dei bambini, naturalmente.

Publié dans Articoli di Giornali e News | Pas de Commentaire »

Il demone della violenza

Posté par atempodiblog le 6 mai 2008

Chissà da quale profondo mistero arriva la violenza che porta cinque ragazzi a massacrare un uomo di 29 anni solo perché si è rifiutato di dar loro una sigaretta. Certo non arriva dai facili schemi con cui da un paio di giorni si cerca di spiegare l’accaduto: il fascismo, il razzismo, la Verona leghista. Sono tempi in cui la politica cerca di strumentalizzare ogni cosa, e in questo non ci sono innocenti né a sinistra né a destra. Ma davvero dovrebbero esserci dei limiti per rendere improponibili certe dichiarazioni che offendono più l’intelligenza di chi le pronuncia che quella di chi le ascolta. Un ex ministro come Paolo Ferrero ha tirato in ballo perfino la recente campagna elettorale: «I linguaggi bellici e le discriminazioni possono portare voti ma seminano odio». E purtroppo anche Veltroni, che è un uomo intelligente e solitamente misurato, è caduto nella trappola: «Siamo davanti a un’aggressione di tipo neofascista che non può e non deve essere sottovalutata».
Chiunque avesse sfogliato un po’ di fretta i giornali di ieri mattina, si sarebbe così convinto che la vittima dell’aggressione di Verona è un immigrato, oppure un gay, oppure ancora uno di sinistra. Insomma un «diverso» o un «nemico», a seconda di come titolavano i giornali. Solo chi ha avuto la pazienza di entrare nelle righe degli articoli si è accorto che l’aggredito è un italiano; un italiano di Santa Maria di Negrar, provincia di Verona; un italiano che con la politica non c’entra niente, ma proprio niente. Eppure la confusione è andata avanti tutto il giorno, anche una tv eccellente nell’informazione come Sky ha lanciato un sondaggio per chiedere agli italiani se il fatto di Verona è un segnale allarmante di una nuova «ondata di intolleranza». Ma intolleranza verso chi e che cosa? Verso chi non offre sigarette?
Molto opportunamente, invece, Lucia Annunziata ha messo insieme, su La Stampa, il fattaccio di Verona con quello di Torino, dove alcuni vigili sono stati aggrediti in pieno centro, piazza Vittorio Veneto, a poche decine di metri dalla casa del sindaco Chiamparino. Se a Verona è stata una sigaretta a scatenare la violenza, a Torino è stata una multa: chi l’ha presa ha sferrato un pugno in faccia a un vigile, è stato arrestato, ma almeno duecento persone sono intervenute in sua difesa lanciando pietre e bottiglie contro gli agenti. Sono due storie diverse: ma in comune c’è un’esplosione di violenza che pare immotivata, comunque non proporzionata alla causa scatenante. Lucia Annunziata ha avuto dunque il merito di non cadere nella semplificazione retorica dell’antifascismo, e ha colto giustamente in questi episodi il segno di un’inquietudine generale.
Ma il motivo di questa inquietudine è difficilmente afferrabile. Lucia Annunziata lo attribuisce alla rottura del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini, e c’è senz’altro del vero. Però basta l’antipolitica a spiegare la violenza di Verona? Che è stata cieca e gratuita come quella di Arancia Meccanica? Che è stata violenza per la violenza, male per il male? Basta, o la risposta è nell’uomo, nella sua essenza più intima?
Per la prima volta nella storia, in Europa non ci sono guerre fra Stati da oltre sessant’anni; i conflitti sociali permangono, ma sono infinitamente meno gravi che in passato. Eppure l’aggressività riemerge ciclicamente. I primi ventenni senza guerra hanno dato vita al Sessantotto, e poi ai terribili anni Settanta, quasi a dimostrare che non c’è generazione che non abbia desiderio di menare le mani. La violenza rialza sempre la testa, hanno persino cancellato i soldatini e le pistole dai giocattoli dei bambini, i quali oggi smanettano con videogames di inaudita ferocia.
L’origine della violenza è all’interno di ciascuno di noi, nasce come reazione ad aspettative che vanno deluse. La cultura, l’educazione, a volte le convinzioni politiche e religiose ci frenano nella stragrande maggioranza delle situazioni. Ma da qualche parte il mostro riemerge, e a volte s’organizza in bande in cui l’ideologia – così come la fede calcistica per quanto riguarda gli ultrà – è solo un pretesto, una divisa. Non è un caso se spesso queste bande, come quella di Verona, attingono soprattutto ai simboli e alle idee che la storia ha sconfitto: la violenza ha bisogno, per nutrirsi e per alimentarsi, di rancori e di rabbia. Ecco perché nessuno crea una «Brigata Royal Air Force» o «Us Army», ma ci si rasa la testa e ci si mette una croce uncinata da qualche parte prima di ammazzare uno che non ti dà una sigaretta.

di Michele Brambilla – Il Giornale

Publié dans Articoli di Giornali e News, Michele Brambilla | Pas de Commentaire »

Gli sposi « gemelli »

Posté par atempodiblog le 5 mai 2008

La storia degli sposi « gemelli »
di Cristiano Gatti – Il Giornale

Chi ama davvero non vorrebbe vivere nemmeno un attimo più dell’amato. Per Ugo e Annalisa, che si sono amati davvero, soltanto una mezza giornata di distacco. Prima se n’è andato lui, intorno alle otto del mattino, quasi in avanscoperta, quasi a preparare il nuovo nido. La sera, quando già la solitudine sembrava diventarle insopportabile, lei l’ha seguito e l’ha raggiunto. Di nuovo insieme, come sempre. Stavolta davvero per sempre. Chi ama davvero vorrebbe vivere, gioire, soffrire e poi persino morire al fianco dell’amato. Che parole melense, che pensieri da Bacio Perugina: chi non ama davvero, certo ci sghignazzerà. Ecco, la storia di Ugo e Annalisa non è cosa per quest’ultimo genere di umanità, dato il misterioso e indecifrabile alone di travolgente poesia che l’accompagna dall’inizio alla fine.

È già svelata, questa fine: un funerale senza troppi orpelli nella chiesa parrocchiale di Ponteranica, il loro paese, alle porte di Bergamo. Anche il funerale come tutto il resto, riassunto nella parola di sempre: insieme. Una bara vicina all’altra, molto vicina, davanti al prete, che li riconsegna nelle mani di Dio, perché li abbia in gloria. Nei primi banchi, sostenuti dal calore di una folla d’amici, tre figlie e un nipotino, ragioni stesse del loro matrimonio davvero unico e davvero indissolubile.

Uniti finché morte non vi separi. Se l’erano giurato, sempre davanti a un prete, nel 1974. Aprile anche allora, il giorno venti. Già quella volta sembra a tutti che questo legame abbia qualcosa di particolare. Di segnato e di predestinato. I due sposi hanno la stessa età, classe 1947, ma anche natali praticamente comuni: lui il 23 luglio, lei il 25. Chi ama davvero, evidentemente, non vuole vivere un attimo più dell’amato neppure all’inizio. Anche se ancora non lo conosce. Tra Ugo e Annalisa, solo due giorni di solitudine.

Il loro destino li osserva dall’alto, lasciando che crescano ciascuno nel proprio paese, a qualche chilometro di distanza. Ugo è di Ponteranica, Annalisa di Darfo Boario, in Valcamonica. L’incontro che svela i disegni superiori è programmato per quando sono nell’età degli amori. Ugo è un suonatore di basso, fa spettacolo nei locali del Bergamasco e del Bresciano. Un giorno sale con la sua band a Boario, proprio lì dove l’attende l’appuntamento della vita. Ad accoglierlo, tra il pubblico, la ragazza carina e romantica che sarà per sempre la sua.

Da quel giorno, insieme. È la parola magica che li accompagnerà lungo i sentieri del domani. Qualche tempo dopo si presentano insieme all’altare. Quindi, insieme mettono in cantiere tutti i progetti che due metà della stessa anima possono immaginare. Ugo è spirito d’artista. Esprime la sua inguaribile creatività mandando avanti locali pubblici. Oltre alla musica, ama dipingere. I suoi quadri girano per mostre. Lei è di temperamento diverso, trova soddisfazione nelle cose di casa, ma soprattutto nelle cose di mamma. Tre figlie arrivano ad animare l’atmosfera lieta di una famiglia riuscita.

Tutti i giorni, tra le soddisfazioni e le difficoltà, Ugo e Annalisa concretamente scoprono quanto giusto e vero sia il famoso giuramento: uniti nella buona e nella cattiva sorte, insieme, sempre insieme, finché morte non vi separi…

Tre anni fa nasce Tommaso, il nipotino che sconvolge il torpore dell’età che avanza. Avviandosi al bel traguardo dei sessant’anni, Ugo e Annalisa hanno tutto quello che serve per sorridere. Con questo stato d’animo accolgono i primi tramonti di quel caldo autunno riservato ai nonni felici.

Ma sta scritto nella loro storia incredibile che tutto debbano affrontare insieme, anche la cattiva sorte. La prima ad ammalarsi di quel male spietato è Annalisa. Ugo le sta vicino, se possibile la ama più di prima. Ma evidentemente deve sembrargli ancora niente. S’era detto insieme. Sempre, per qualunque cosa. Come fosse giusto e ineluttabile, anch’egli si ammala. Dello stesso male feroce.

L’ultimo anno li vede affiancati nella stessa battaglia, contro lo stesso nemico cinico e impietoso. Come sempre, si aiutano nella sofferenza fisica e nel tormento dell’anima. Tutti e due religiosi, pregano lo stesso Dio, perché almeno conceda consolazione. Nel segreto dei propri pensieri, certamente coltivano il grande sogno di tutti gli amori sinceri e generosi: chi ama davvero non vorrebbe vivere nemmeno un attimo più dell’amato. Nessuno sente la loro voce, ma certamente nel Cielo risuona lieve la tenerezza della loro supplica: Signore, ti prego, prendimi nella stessa ora. Non lasciarmi qui un minuto di più. Insieme, ancora insieme, fino all’ultimo respiro.

Sessant’anni dopo averli avviati insieme alla vita, trentaquattro anni dopo averli messi insieme nella stessa casa, il Creatore ascolta la preghiera e insieme li richiama. Lui si avvia qualche ora prima, di mattina presto, quasi a cercare l’angolo giusto di Paradiso, dove accoglierla di nuovo come una regina. Lei lo raggiunge quand’è sera, evitando di affrontare da sola il buio della notte. Adesso stanno di nuovo insieme, in una luce bellissima. Dove non c’è morte che li separi.

Publié dans Articoli di Giornali e News | Pas de Commentaire »

1...7980818283