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L’ultima utopia

Posté par atempodiblog le 15 mars 2008

La vita, si sa, è fatta di esami. Ma sino a poco fa, nei primi anni della nostra esistenza, eravamo anzitutto accolti, amati, serviti, ammirati. Ogni vita un dono, un miracolo, di cui prendersi cura.

Ma basta con le favole, con la poesia. Da un po’ di tempo ci viene promessa la luna: la tecnica riuscirà a produrre creature perfette, selezionate, filtrate, e ogni mela ammaccata verrà gettata via, lontano dagli occhi e lontano dal cuore, come è giusto che sia. Due secoli fa l’illuminista Condorcet, prima di finire suicida, perché condannato alla ghigliottina, prometteva ai posteri che il futuro avrebbe portato un mondo meraviglioso. Niente infortuni sul lavoro, niente malattie, uomini più intelligenti e più buoni, niente guerre…. Dopo Condorcet altri prometteranno allo stesso modo il paradiso sulla terra, ma ogni malattia sconfitta lascerà sempre il posto ad un altro male, ogni dolore ad un altro dolore. Saranno politici, letterati, filosofi, a proporsi come i nuovi Mosè, a voler traghettare l’umanità verso nuovi cieli terrestri: sempre con gravissimi danni e sonore delusioni. Eppure, ancora quarant’anni fa precisi, nel celebre 1968, Adriano Buzzati Traverso, scriveva: “Tra poco l’uomo riuscirà a modificare se stesso; fra poco potremo far nascere i nostri figli del sesso desiderato; fra poco potremo garantirci contro il rischio che possa nascere un bambino deficiente; fra poco potremo verosimilmente prevedere, e almeno in parte predeterminare, le caratteristiche fisiche e psichiche del nascituro…”.
Gli fa eco, oggi, Gregory Stock, allorché propone di “riprogettare gli esseri umani”, per raggiungere ogni traguardo possibile. Divenire più che umani, “trasumani”, è il sogno di molti, è il superuomo nella versione tecnologica. Fallita l’antica versione, quella politica ed etica, fallite l’ideologie materialiste, rimane l’ultima utopia: la medicina dei desideri. La medicina, cioè, che non si prende più a carico l’uomo, con la sua malattia, la sua fragilità, il suo limite, ma che accantona i malati, li sopprime, li scarta, in nome di quello che vuole andare a creare, l’uomo nuovo, l’uomo senza peccato originale, l’uomo che non patisce e non muore, e, forse, l’uomo che non è più capace di sentimenti e di amore. Per questo l’ultima utopia non ha nulla di nuovo, funziona esattamente come le altre: elimina ciò che dimostra la sua imperfezione e chiede aiuto, lo travolge con le sue promesse, lo dimentica con le sue illusioni. Elimina l’individuo che c’è, in nome dell’Umanità futura; sacrifica il singolo alla collettività; la concretezza di ogni uomo, al sogno prometeico. Così la vita diventa, come si diceva, subito un esame: test genetici, diagnosi pre-impianto, diagnosi pre natali, con tutti i rischi di falsi negativi e falsi positivi annessi e connessi. Con tutto il carico di speranze deluse, di inganni, di fantasmi che vivono sempre dentro ai sogni impossibili. In realtà, il figlio perfetto nessuno ce lo saprà dare, mai; e se anche nascesse, sarebbe a rischio, ogni minuto, ogni secondo, di sopraggiunte imperfezioni, sciagure, dolori, che la vita ci sa riservare, dietro ad ogni angolo e ad ogni curva. Perché siamo limitati, e nel limite viviamo la nostra essenza di mendicanti, dell’amore di dio e degli uomini.
E’ molto più facile che all’illusione del controllo, controllo sulla vita, sul Dna, sull’uomo, si sostituisca, come è già accaduto e accade spesso, nei più importanti laboratori, il mondo fuori controllo. Lo ha scritto molto bene, tra gli altri, J. Testart, il padre della prima bambina in provetta francese, nel suo la vita in vendita, riflettendo sui rischi, fisici e sociali, delle tecniche artificiali: “possiamo ragionevolmente chiederci se la procreazione medicalmente assistita non contribuirà a diffondere la sterilità degli individui umani. E anche a diffondere l’idea che la sessualità debba essere sterile”. Mentre ce lo chiediamo, sappiamo con certezza che l’idea dell’uomo perfetto contribuirà a distruggere l’amore per l’uomo imperfetto, quello che effettivamente esiste.

di Francesco Agnoli

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Festa inventata

Posté par atempodiblog le 15 mars 2008

Una « festa » inventata
di Vittorio Messori
[Da "Pensare la storia", San Paolo, Milano 1992] – © Edizioni San Paolo

Festa inventata dans Articoli di Giornali e News mimoseh

C’erano una volta delle operaie tutte lavoro, fede socialista e sindacato; e c’era un padrone cattivo. Un giorno, le lavoratrici si misero in sciopero e si asserragliarono nella fabbrica. Qualcuno (il padrone stesso, a quanto si dice) appiccò il fuoco e 129 donne trovarono atroce morte. Era l’8 marzo 1908, a New York. Due anni dopo, la leggendaria femminista tedesca Clara Zetkin propose, al Congresso socialista di Copenaghen, che l’8 marzo, in ricordo di quelle martiri sociali, fosse proclamato « giornata internazionale della donna ».

Storia molto commovente, letta tante volte in libri e in giornali, fatta argomento di comizi, di opuscoli di propaganda, di parole d’ordine per le sfilate e le manifestazioni: prima del femminismo e poi di tutti. Si, storia commovente. Con un solo difetto; che è falsa. Eh già, nessun epico sciopero femminile, nessun incendio si sono verificati un 8 marzo del 1908, a New York. Qui, nel 1911 (quando già la « Giornata della donna » era stata istituita), se proprio si vogliono spulciar giornali, bruciò, per cause accidentali, una fabbrica, ci furono dei morti, ma erano di entrambi i sessi. Il sindacalismo e gli scioperi non c’entravano. E neanche il mese di marzo.

Piuttosto imbarazzante scoprire di recente (e da parte di insospettabili quanto deluse femministe) che il mitico 8 marzo si basa su un falso che, a quanto pare, fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, inventando persino il numero preciso di donne morte: 129… Ma è anche straordinario constatare quanto sia plagiabile proprio quella cultura che più si dice « critica », che guarda con compatimento (per esempio) chi prenda ancora sul serio quelle « antiche leggendo orientali » che sarebbero il Natale, la Pasqua, le altre ricorrenze cristiane.

E, dunque, a qualcuno che facesse dell’ironia sulle vostre, di feste e pratiche religiose (messa, processioni, pellegrinaggi), provate a ricordargli quanti 8 marzo ha preso sul serio, senza mai curarsi di andare a controllare che ci fosse dietro.

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La speranza

Posté par atempodiblog le 6 février 2008

La virtù teologale che ci solleva dalla paura del futuro

La speranza è l’attesa, insita in ogni uomo, di una felicità che ci riserva il futuro. Se questa speranza si estingue, viene meno anche la vita.

Una delle più preoccupanti caratteristiche dei tempi in cui viviamo è proprio la mancanza di speranza, anche tra i giovani, che ne dovrebbero esserne i naturali portatori. La tristezza e l’angoscia in cui vive immerso l’uomo contemporaneo nasce dalla profonda e tragica incertezza che ci riserva il futuro.

Il declino demografico dell’Occidente deriva principalmente da questa assenza di speranza che può portare alla disperazione e al crollo finale. Il suicidio è l’atto finale di un uomo o di una società che ha perso ogni speranza.

Per il cristiano la speranza sorge, in maniera soprannaturale, con il battesimo, ed è strettamente legata alla fede. La speranza è, con la fede e con la carità, una delle tre grandi virtù teologali. Dio stesso ne è l’oggetto primario. Egli la infonde nella nostra volontà per darci la certezza di ottenere la vita eterna e i mezzi soprannaturali per raggiungerla. Il paradiso è il luogo in cui la speranza dell’uomo ha il suo pieno appagamento.

L’inferno è il luogo da cui è bandita ogni speranza. Nella visione moderna della storia, l’uomo non ha come fine la vita eterna. La fede nel progresso si sostituisce alla fede nella Provvidenza divina e la storia viene ad assumere il ruolo di “redentrice” dell’umanità, all’interno di una visione in cui il “paradiso terrestre” si sostituisce a quello celeste. La storia si trasforma in un percorso caratterizzato da un continuo e illimitato miglioramento verso un futuro ritenuto inevitabilmente migliore del passato e del presente.

L’idea del progresso come legge necessaria della storia, definita in termini di modernità, è assunta come valore.

Nella nuova Enciclica Spe Salvi (Nella speranza siamo stati salvati), firmata il 30 novembre 2007, Benedetto XVI affronta il tema della speranza, richiamandosi alla concezione tradizionale della Chiesa, ma con uno stile nuovo e originale.

La speranza, strettamente intrecciata alla fede, spiega il Papa, è «elemento distintivo dei cristiani»: questi «hanno un futuro, sanno che la loro vita non finisce nel vuoto». Il messaggio cristiano non è soltanto «informativo», bensì «performativo», cioè il Vangelo non è solo una «comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro è stata spalancata. Chi ha la speranza vive diversamente, gli è stata donata una vita nuova».

Il cuore dell’enciclica sta nei paragrafi 15-23, in cui Benedetto XVI ripropone una forte teologia della storia a un mondo cattolico disorientato, per aver troppo spesso ceduto alle lusinghe del progressismo.

Il Papa descrive la genesi e lo sviluppo della nuova “fede del progresso”, a partire da Francesco Bacone, nel XVII secolo. «Due tappe essenziali della concretizzazione politica di questa speranza» sono quindi la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione comunista che sostituiscono «la verità dell’aldilà», con «la verità dell’aldiquà».

Con Marx «il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica – da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società e ci indicacosì la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose».

Queste ideologie hanno esercitato un influsso sugli stessi cristiani. Per il Papa è quindi necessaria «un’autocritica dell’età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza», ma «bisogna che nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici».

Il pensiero corre a quei cattolici che, a partire dagli anni ’60 – la “nuova era” che sembrava dischiusa dal “Papa buono” Giovanni XXIII e dal Presidente americano Kennedy – credettero fermamente nell’irreversibilità della storia, nello “spirito dei tempi”, nell’abbraccio tra la Chiesa e il mondo moderno, proprio nel momento in cui il colosso di argilla della modernità iniziava a sgretolarsi.

Il progresso «offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male – possibilità che prima non esistevano». «Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore – recita l’Enciclica – allora esso non è un progresso ma una minaccia per l’uomo e per il mondo».

Contro i condizionamenti delle ideologie moderne, Benedetto XVI ribadisce che l’unica vera grande speranza «può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere». «Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (Ef. 2,1)». Perdere Dio vuol dire perdere tutto, e finire col perdere se stessi.

Il Santo Padre riafferma infine il Giudizio Finale di Dio che chiamerà «in causa le responsabilità» di ciascun uomo. La Spe Salvi ribadisce l’esistenza del Purgatorio e dell’Inferno e lega il motivo della speranza cristiana proprio alla giustizia divina. «È impossibile infatti che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola» afferma uno dei passaggi più forti della lettera. «La grazia non esclude la giustizia (…) I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato».

L’enciclica del Papa finisce con una preghiera molto bella alla Madonna, “stella della speranza”: «per suo mezzo, attraverso il suo “sì” – scrive il Papa – la speranza dei millenni doveva diventare realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia».

Dopo aver letto e meditato l’enciclica Salvi in Spe, ci si può porre questa domanda: demistificando le ideologie progressiste ed evoluzioniste, il Papa ci invita a pensare che l’umanità sofferente sia entrata nei tempi ultimo dell’Anticristo e che solo le persecuzioni e il martirio aspettino i cristiani prima della “Parusia”, il ritorno finale di Gesù Cristo sulla terra?

È proprio la virtù della speranza a soccorrerci e a offrire una risposta a questo inquietante interrogativo. I cristiani non devono chiudere gli occhi sul dramma del nostro tempo, ma hanno il diritto e il dovere di sperare non solo la salvezza soprannaturale, ma anche la rinascita di quell’ordine e di quella pace che il Redentore è venuto a portare sulla terra, prima del Regno dell’Anticristo. «Allora finalmente – esclama Pio XI nella sua enciclica Quas Primas, citando Leone XIII – si potranno risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterà la sua forza originaria, allora finalmente ritorneranno i beni preziosi della pace, e cadranno dalle mani le spade e le armi, quando tutti accoglieranno volenterosi il regno di Cristo e gli ubbidiranno, quando ogni lingua confesserà che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre».

La Madonna a Fatima, nel 1917, annunziando il trionfo sociale del suo Cuore Immacolato apre i nostri cuori a questa immensa speranza che illumina il nuovo secolo.

Roberto de Mattei – Radici Cristiane, gennaio 2008

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Chiesa in campo per il dialogo

Posté par atempodiblog le 8 janvier 2008

Nel suo dolente messaggio, in cui non ha esitato ad u­sare parole dure per defi­nire l’attuale situazione in cui ver­sano Napoli e la Campania, il car­dinale arcivescovo Crescenzio Se­pe aveva chiesto ai parroci di te­nere in chiesa veglie di preghiera per condividere con le proprie co­munità la riflessione su questo ter­ribile ed umiliante momento ed anche la speranza di poterlo su­perare invitando a coinvolgere i più giovani soprattutto nella pro­mozione della raccolta differen­ziata e nella richie­sta alle istituzioni di avviare il giusto ci­clo dei rifiuti. E il ve­scovo di Pozzuoli, Gennaro Pascarella, sotto la cui cura ca­de il quartiere di Pianura, sabato ha inviato una lettera in cui tra l’altro chiede precise ga­ranzie alle autorità che hanno deciso la riapertura della di­scarica di Pianura e condanna le forme violente di pro­testa. «È intollerabile – dice mon­signor Pascarella. – che a tutt’oggi non si riescano a intravedere vie d’uscita da una situazione che al­tre Regioni hanno già brillante­mente risolto». La delusione più grande espressa dagli abitanti di Pianura come dei vicini paesi è che non siano stati contattati, che la decisione sulla discarica sia scesa dall’alto. «È indispensabile – con­corda il vescovo di Pozzuoli – che in frangenti così delicati, che coin­volgono un così gran numero di persone e sotto tanti aspetti, non ultimo quella della salute o della vivibilità, la voce degli abitanti del territorio venga ascoltata. Cercan­do d rispondere alle richieste di si­curezze e di controllo su quello che realmente verrà sversato nella di­scarica, in modo da impedire ogni forma di possibili infiltrazioni ma­lavitose e camorristiche». Come guida della comunità ecclesiale flegrea il vescovo ha condannato «la violenza da ogni parte», ma an­che fatto un appello ben preciso. «Ho chiesto di non alimentare la tensione – afferma . – E ho rivolto un monito ai cittadini a contribui­re alla soluzione di questa lunga crisi attraverso la raccolta diffe­renziata».

La lettera di monsignor Pascarella domenica è stata letta durante le Messe celebrate nelle chiese della diocesi flegrea. Appelli al dialogo e alla responsabilità anche da don Giuseppe Cipolletta che domeni­ca ha celebrato su un altare im­provvisato davanti alla discarica della discordia. Il giovane parroco della chiesa di Sant’Antonio ave­va di fronte le facce della sua gente di Contrada Pisani, an­nichilite e stanche. La loro rabbia per il sogno infranto di ve­dere il quartiere ri­nascere è passata at­traverso le parole del sacerdote: «Vogliono prendere la spazza­tura di tutta Napoli e portarla a Pia­nura – ha detto. – È normale che la gente si ribelli. Questa è dittatura, invece ci vorrebbe il dialogo. Con l’arroganza non si risolvono i pro­blemi. Alle istituzioni bisogna chiedere: finora che cosa avete fat­to? ». E ha invitato la gente a pro­testare, ma senza violenza: «I miei parrocchiani sono persone perbe­ne: la gente va ascoltata non ba­stonata ». Dalle chiese si è dunque levata la voce che richiama le co­scienze alla responsabilità, a rico­noscere gli errori e a porvi rime­dio. «Il cristiano sente la respon­sabilità di tuteleare il Creato – sot­tolinea don Tonino Palmese, re­sponsabile dell’Ufficio per la sal­vargua del Creato della Diocesi di Napoli. – L’invito dell’arcivescovo alla preghiera significa superare i conflitti per riconciliarsi anche con chi è colpevole dello stato in cui vive Napoli».

di Valeria Chianese

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La conversione di Giuliano Ferrara

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2007

Il digiuno di Ferrara
di Antonio Socci – Libero

La conversione di Giuliano Ferrara dans Antonio Socci giulianoferrara

La “conversione” di Giuliano Ferrara – che poi, almeno per ora, non risulta essersi convertito – sta suscitando più allarme di quella di Tony Blair o di quella – pur clamorosa – dell’erede di Bertrand Russel, Antony Flew o di quella – su cui i giornali benpensanti sorvolano – di Roberto Benigni. Perché Giuliano si sta divertendo, in questi giorni, a terremotare con baldanzosa pietà la morta gora dell’avvizzita cultura laica. Li strapazza sulla loro macroscopica e tragica contraddizione: l’aborto. Dove è affondato l’umanesimo. Una cultura nata sull’esaltazione dell’uomo e dei diritti umani, che ultimamente ha ottenuto la moratoria dell’Onu sulle esecuzioni capitali, come può cacciarsi – argomenta il Nostro – nell’abisso dell’aborto di massa, teorizzato e legalizzato, uno strazio di vite innocenti (un miliardo negli ultimi 30 anni) che non ha eguali nella storia? Come si può gridare che nessuno tocchi Caino, legalizzando invece l’eliminazione di tanti Abele? E come si può continuare a ignorare e tacere?

Il digiuno natalizio di Ferrara – che chiede provocatoriamente una moratoria sull’aborto – è un masso sulla palude dell’ipocrisia postkantiana. Mentre la regnante polizia del pensiero vieta perfino la parola aborto (si inventa l’eufemismo ivg, interruzione volontaria della gravidanza). E chi osa discuterne viene “linciato”. A meno che non sia uno come Giuliano Ferrara.
Il “caso Ferrara” è una delle più straordinarie vicende spirituali (quindi politiche e culturali) dell’ultimo mezzo secolo in Italia. Tutti – perfino i suoi nemici – s’inchinano alla guizzante intelligenza dell’uomo. Chi ha la fortuna frequentarlo conosce anche, di Giuliano, le immense doti umane. E’ come un cavaliere medievale. Un animo nobile, generoso e intimamente umile. Che uno così sia anche un grande intellettuale è quasi incredibile. Ma Ferrara, gigante in un teatro di nani, è un caso a sé per molti altri motivi. Solo lui potrebbe tranquillamente – da domattina – fare il direttore del Corriere della sera o tenere un popolare show televisivo o fare il ministro o scrivere un saggio filosofico. Lo puoi sorprendere a parlare in russo o tedesco come in inglese o francese con intellettuali di tutto il mondo, ma anche a strologare romanescamente con un oste di Trastevere.
Del resto fa un giornale d’élite che è letto e apprezzato contemporaneamente sia dal Papa che da Pannella. Pur avendo un fortissimo profilo anticonformista, Giuliano è stimato sia da Veltroni e D’Alema che da Berlusconi. Il suo salotto televisivo è ormai il club più esclusivo in cui qualunque vip della politica o del mondo intellettuale smania di essere invitato. Compreso Scalfari che di recente lì è apparso un po’ statico e che – anche nell’editoriale di ieri sulla Repubblica – sembra in forte apprensione per la “conversione” di Giuliano. Mentre il suo successore Ezio Mauro afferma che Il Foglio è l’unico giornale che fa veramente cultura (insieme, ovviamente, alla Repubblica, dice lui…).

Certo, Giuliano è anche una grande calamita di odio. Fu per anni “Giuliano l’Apostata” per la Sinistra che lo sputazzava come “traditore”. Oggi viene preso di mira da qualche comico schierato, ma viene anche criticato, con un saggio filosofico, dalla rivista dei lefebvriani, “Sì, sì, no, no” a base di citazioni del “suo” Leo Strauss. Però viene invitato dal cardinal Ruini a “insegnare” addirittura nella Basilica lateranense, la cattedrale del Papa, sul “Gesù di Nazaret” di Ratzinger e viene attaccato dai chierici senza truppe del cattoprogressismo nostrano che scrivono sui giornali non avendo il popolo nelle loro chiese. Infine viene difeso e abbracciato nientemeno da Benedetto XVI nel discorso ai cattolici italiani tenuto al convegno ecclesiale di Verona.
Io stesso ho avuto occasione di parlare a Ratzinger di lui (era l’ottobre 2004, sei mesi prima della sua elezione al pontificato) e ho visto la stima e l’affetto che nutre per Giulianone. Così come conosco l’ammirazione e la venerazione di Giuliano per questo mite teologo tedesco che è il nostro grande papa. Non mi pare ci sia un caso analogo a quello di Ferrara nella storia della cultura italiana, almeno dal 1945.

Giuliano è un generoso con una percezione leopardiana della fragilità della vita, uno che avverte l’infinita vanità del tutto e la noia delle banalità consuete, uno che non fa calcoli e che abbraccia impetuosamente la verità intuita e sperimentata. Se uno così un giorno, camminando sul Lungotevere Raffello Sanzio o sulla strada che va da Cafarnao a Betsaida, incontra Gesù di Nazaret, con i suoi amici, è molto probabile che resti incuriosito da quel giovane rabbi galileo. Ed è sicuro che si fermerà a parlare con lui. Nel Vangelo si riferiscono diversi incontri del genere. Gesù risponderebbe alle sue domande fissandolo negli occhi e nell’anima in quel suo modo unico che nessuno più riusciva e riesce a dimenticare (Pietro per tutta la vita porta impresso nel cuore lo sguardo indimenticabile e sconvolgente di Gesù che fece vacillare perfino il cinico Pilato).
C’è un momento in cui il fascino umano per Gesù di Nazaret diventa domanda: chi è mai uno così? Compie cose stupende, per negarlo bisognerebbe non credere ai propri occhi e alla propria testa. Ma essere accecati dal pregiudizio non è razionale. E se davvero Dio si fosse fatto uomo? Sembra pazzesco, ma il saggio Eraclito dall’antica Grecia invitava alla lealtà: “Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi”. E chi poteva aspettarsi questo: trovare Dio incarnato in un volto di uomo. Anzi, di più: essere da Lui trovati.
Del resto la nostra umanità ha fame di Lui. Dalla notte dei tempi lo ha atteso, bramato, cercato. Tutta l’umanità si dibatte nella fame, non solo fame di pane, ma di amore, di bellezza, di significato, di giustizia, di verità, di vita, di felicità. E Gesù nasce in quella Betlemme che significa “Casa del pane”. Gesù stesso infatti è il pane di cui tutti, lo si sappia o no, siamo smaniosamente affamati. Così la proposta di digiuno natalizio di Ferrara mi ricorda il Pane di Betlemme.

C’è un certo stupore anche fra i cattolici per il “caso Ferrara”. Era così pure nei primi secoli cristiani quando a Roma dei famosi intellettuali, come Vittorino, annunciavano di aver chiesto il battesimo. Giuliano viene dall’aristocrazia intellettuale romana, quella borghesia laico-liberale e antifascista che poi ha dato al Pci togliattiano una straordinaria classe dirigente. Giuliano era il figlio più promettente di questa aristocrazia senatoria. I cattolici – abituati a decenni di complessi di inferiorità e subalternità – se lo ritrovano oggi come valoroso apologeta della Chiesa e il popolo semplice ne è grato a Dio e gli vuole bene, mentre qualche chierico si affanna a rincorrerlo per potersi addossare il merito di averlo convertito lui (vanitas vanitatum…).
Non sapendo cogliere lo spettacolo della Grazia che tocca e illumina un’anima. Anche per Agostino d’Ippona – intellettuale di rango a Roma e a Milano – fu un’attrazione fatale. Un giorno scrisse: “Tardi ti ho amato, o Bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo ed io nella mia deformità mi gettavo sulle cose ben fatte che tu avevi creato. Tu eri con me ed io non ero con te. Quelle bellezze esteriori mi tenevano lontano da te e tuttavia se esse non fossero state in te non sarebbero affatto esistite. Tu mi hai chiamato e hai squarciato la mia sordità; tu hai brillato su di me e hai dissipato la mia cecità; tu hai emanato la tua fragranza e io ho sentito il tuo profumo e ora ti bramo; ho gustato e ora ho fame e sete; tu mi hai toccato e io bramo la tua pace”.

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Fiaba, porta del Paradiso

Posté par atempodiblog le 21 décembre 2007

Genere letterario per bambini o residuo dell’epoca in cui l’umanità non era ancora passata all’età adulta. Ma a trattenerci dal liquidare così i favolosi racconti che hanno allietato la nostra infanzia è il Vangelo, ammonendoci che, senza l’innocenza fanciullesca non si potrà entrare nel Regno dei Cieli.

di Giudo Giorgini
Radici Cristiane,
a. III, n°21, gennaio 2007,pp.90-93

L’autentica fiaba non è in realtà cosa riservata a bambini o a popoli immaturi. Dal punto di vista del contenuto, essa è un’espressione della saggezza popolare; dal punto di vista della forma è un veicolo di memoria sociale che trasmette tradizioni da una generazione all’altra; dal punto di vista pedagogico è un modo per formare la personalità mediante l’esercizio della immaginanzione, l’attenzione all’invisibile, l’apertura al meraviglioso e l’aspirazione al sublime.
Secondo la pregnante analisi inaugurata nel XIX secolo da Andrew Lang e poi sviluppata da Jhon R. Tolkien nel suo saggio Sulle fiabe (1939) e da Cristiana Campo nel suo saggio su Fiaba e mistero (1963), I racconti fiabeschi svolgono una triplice funzione: ristorano, liberano e consolano l’animo di chi le ascolta, sia egli bambino o adulto.

La fiaba “ristora”

La fiaba innanzitutto ristora l’animo, perché racconta vicende immaginarie ma non irrazionali, che inducono ad abbeverarsi alla fonte della saggezza, a ricuperare la memoria delle origini, a tornare alle radici, a restaurare un modello tradizionale di uomo e società.
La letteratura fiabesca riporta alla luce aspetti e significati della vita che ordinariamente non vengono colti, in quanto sono stati coperti dal velo dell’ordinarietà e della prosaicità. Essa rievoca e ricupera significati e valori originari, dunque perenni e decisivi, illuminando le cose da una prospettiva superiore e scandagliandole nella loro profondità: il mondo spirituale e morale diventa qui più visibile e reale di quello fisico.
La fiaba suggerisce la soluzione dei misteri della realtà e degli enigmi della vita. Essa apre l’occhio e l’orecchio interiore dell’uomo usando il linguaggio dei simboli, che permettono di spiegare il mondo visibile con quello invisibile. Essa, quindi, aiuta a discernere la melodia celeste nel caotico rumore terreno, a trovare il filo d’oro nella confusa trama della storia, a cogliere lo straordinario sotto l’ordinario, la realtà sotto l’apparenza, l’ordine sotto il caos, il significato sotto l’incomprensibile, l’eterno sotto il passeggero, l’assoluto sotto il relativo, il sacro sotto il profano, il soprannaturale sotto il naturale.
In questo modo la fiaba introduce il bambino alla contemplazione, lo allena “all’esercizio della trascendenza”, che consiste nel cogliere il senso misterioso delle cose sotto le loro apparenze banali o ingannatrici. La fiaba alimenta il senso del meraviglioso e lo educa ad esso: un senso, come diceva già Platone, che è alle radici del conoscere e dell’agire, del formarsi e del maturare.
Insomma, la fiaba riscopre e ricorda il significato e il progetto originario della creazione, svelandone le vie nascoste e gli aspetti potenziali o dimenticati a causa del degrado sopravvenuto al peccato originale; in questo modo, essa mantiene viva la memoria e la nostalgia per l’Eden perduto e insegna la via per riconquistarlo.

La fiaba “libera”.

Proprio in quanto abitua l’uomo a cogliere una realtà invisibile, sostanziale ed eterna, la fiaba lo libera dal dominio di ciò che è apparente, contingente, effimero; lo libera dalla tirannia del misurabile e del calcolabile, dall’opprimente meccanismo delle circostanze, dall’asfissiante predominio dei pregiudizi e delle convenzioni.
Questa liberazione avviene quando l’uomo accetta il proprio destino e compie la propria missione. Ecco perché la fiaba esorta a lanciarsi nell’avventura della vita, puntando a raggiungere una destinazione lontana e a realizzare imprese difficili.
Essa descrive spesso un viaggio compiuto alla ricerca di un tesoro: è una metafora della vita, che consiste appunto in un pellegrinaggio dalla terra al Cielo, alla ricerca della Patria definitiva da raggiungere. La fiaba ammonisce che l’uomo è un essere decaduto, in quanto è stato punito per aver peccato, violando un comando misterioso e apparentemente incomprensibile (il peccato originale); ma poi essa esorta a ricuperare la nobiltà perduta, riscattandosi con la lotta e il sacrificio.
Difatti l’eroe della fiaba deve vincere tentazioni, superare ostacoli ed evitare pericoli d’ogni sorta; deve affrontare prove ardue, luoghi tenebrosi, nemici spaventosi. Ma li affronta con animo candidamente temerario, evangelicamente “semplice come colomba ma astuto come serpente”: colomba per accogliere gli aiuti celesti ma serpente per sfuggire alle insidie terrene.
Votato a realizzare l’impossibile, l’eroe può farlo solo appoggiandosi ad un punto archimedico posto fuori dal mondo, rovesciando I luoghi comuni, rinunciando alle certezze e sicurezze terrene per puntare a quelle ultraterrene.
Nella fiaba, infatti, si vive di paradossi: partire per restare, rinunciare per ottenere, perdersi per ritrovarsi, dimenticare per ricordare, servire per comandare, impoverirsi, imbruttirsi, impoverirsi per ottenere forza, bellezza e ricchezza. Ma sono proprio questi paradossi che permettono di raggiungere lo scopo: gli ostacoli diventano ponti, le perdite conquiste, le maledizioni benedizioni, le sconfitte vittorie.
L’eroe fiabesco può esercitare poteri perduti che appartenevano alla condizione originaria d’innocenza, ossia nel Paradiso terrestre, o che acquisterà nella sua finale condizione gloriosa, ossia nel Paradiso celeste: i poteri di volare, passare atraverso i corpi, trasmutarli, renderli invisibili, leggere nel pensiero, parlare con gli animali.


La fiaba “consola”

Proprio in quanto lo libera dalla tirannia del contingente per aprirlo all’Assoluto, la fiaba consola l’uomo, ossia gli fornisce quegli aiuti che gli permettono di compiere la propria missione.
Nei racconti fiabeschi, il successo arride a chi, pur essendo apparentemente senza speranza, si affida all’isperabile, come esige San Paolo Apostolo. E l’isperabile accade davvero, sempre! Il viaggio dell’eroe viene orientato da incontri imprevisti e decisivi che segnano le tappe della missione da compiere. Nei momenti più critici gli arrivano aiuti risolutori che rovesciano il fallimento in successo; ma sempre all’ultimo istante, quando tutto sembra perduto, per mettere alla prova la fiducia e per sottolinearte che la vittoria è un dono gratuito . E non accade appunto questo, lungo l’intera storia della Chiesa?
Partito con la missione di cercare o salvare qualcosa di apparentemente insignificante, alla fine l’eroe si accorgerà di aver trovato o salvato un inestimabile tesoro; oppure, partito con l’obbligo di rinunciare a un apparente tesoro, alla fine si accorgerà che questo sacrificio gli ha permesso di trovare un immenso bene: come accade anche nella vita terrena rispetto a quella eterna.
Alla fine l’eroe troverà e riotterrà tutto ciò a cui aveva rinunciato, ed enormemente accresciuto, come premio per la sua costanza. “chi avrà rinunciato alla propria vita, la troverà, mentre chi l’avrà conservata la perderà”.
La fiaba classica con conclude con il lieto fine (“e vissero per sempre felici e contenti): esso indica il premio paradisiaco, il raggiungimento dell’eternità beata, insomma la consolazione definitiva, quella che non verrà mai tolta.

La fiaba “ammonisce”

La fiaba non spinge a fuggire dalla realtà, ma anzi richiama alla serietà della vita, che è missione da compiere a costo di un destino eterno e che esige scelta, lotta, rischio, sacrificio. La fiaba ammonisce che “tutte le nostre azioni ci seguono” (Paul Bourget), per cui i meriti verranno ricompensati, le colpe verranno punite, ma potranno anche essere perdonate se verranno espiate col pentimento e col dolore.
Non disprezziamo, dunque, le fiabe tradizionali: profondo è il loro valore morale e pedagogico. Il fatto che esse oggi stiano suscitando un rinnovato interesse, per quanto si tratti di un fenomeno ambiguo, rivela comunque che il senso del soprannaturale, l’apertura al meraviglioso e l’aspirazione alò sublime sopravvivono nella coscienza delle masse. E questo è un segno di speranza, anzi un sintomo d’imminente guarigione.

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Le domeniche d’oro… per chi?

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2007

Le domeniche d’oro… per chi?

Le domeniche d'oro... per chi? dans Articoli di Giornali e News No-alla-spesa-la-domenica

Sono iniziate le domeniche di dicembre, premetto che lavoro in un centro commerciale come dipendente part time al top center. Il mio contratto mi consente di poter decidere se dare disponibilità lavorativa le domeniche. Ho potuto osservare come la domenica viene sempre meno dedicata alla famiglia, ad una piccola passeggiata, alla messa (so che va di moda la laicità…) o a qualcosa di diverso che rinchiudersi all’interno di negozi e centri commerciali. La cosa divertente è quando i clienti chiedono durante la settimana “siete aperti domenica”? Se attendiamo per qualche secondo la risposta, si vede una faccia sempre più preoccupata. Una delle preoccupazioni maggiori è quella del pane fresco; della serie “come facciamo senza il pane fresco?”, surgelatelo!. Quasi divertente la persona che di domenica entra in negozio e critica l’apertura, giustificandosi dicendo che è aperto. Esempi ne potrei fare moltissimi ma, andiamo oltre. La prima domenica ho visto un pienone non indifferente: ricordo qualche anno fa che le prime due domeniche si faceva poco fatturato, adesso invece siamo stati indottrinati molto bene nell’approfittare di queste domeniche d’avvento. Questo atteggiamento dell’uomo disumanizzato, dell’uomo che vive nell’indifferenza, è distruttivo per l’uomo moderno. L’uomo completamente assorbito nel vendere e consumare, diventa egli stesso una cosa, e quando l’uomo diventa una cosa è morto, anche se fisiologicamente è ancor vivo.
E’ un uomo spiritualmente morto, considera la propria vita un capitale da investire, questo tipo di uomo moderno sono riusciti a produrlo: è l’automa, l’uomo alienato. Alienato perché le sue azioni e le sue proprie energie gli sono diventate estranee, sono al di sopra e contro di lui, e lo guidano invece che essere guidate. Altrettanto alienati sono i nostri consumi, perché regolati dagli slogan più che dai nostri bisogni reali, dal nostro palato, dai nostri occhi od orecchi. E si finisce che nella società l’attrazione per i gadget tecnologici è più forte di quella per gli esseri viventi e per i processi della vita. Alla fine si diventa indifferenti alla vita. E’ facile veder entrare gente annoiata, senza gioia, che quando ha comprato qualcosa diventa per un attimo felice, sembra quasi che l’acquisto di beni riesca ad anestetizzare la noia della vita; passato l’acquisto passata la gioia. Mi fa riflettere il pensiero dominante: tutti, in teoria, contro le aperture domenicali, per la dignità della persona, contro le ingiustizie, contro le guerre… Della serie: sistemi comportamentali in cui si aspetta sempre che sia l’altro a cambiare, invece non riusciamo nemmeno ad astenerci a uscire la domenica per fare acquisti, come si può pretendere di insegnare agli altri il rispetto. Non si parte dai grandi comportamenti ma dalle piccole cose. Cerco di spiegarmi; da quando l’uomo ha tolto Dio e messo al centro il consumo, abbiamo pure cambiato il nostro sistema di valori. Il progresso tecnologico minaccia di diventare la sorgente dei valori, spazzando via le norme che “comandano” di compiere quel che è vero, bello e utile allo sviluppo dell’animo umano, poiché l’uomo non cerca più la gioia ma l’eccitazione, non ama più la vita ma il mondo meccanizzato dei gadget, non si sforza di crescere ma di star bene, all’essere preferisce l’avere.
Tutto questo è desolante e se pensate che sto esagerando provate a fermarvi qualche minuto davanti alle innumerevoli casse dei centri commerciali e negozi durante queste feste: tutti ansiosi, agitati, nervosi, gente che litiga per un parcheggio, per passare davanti alla fila per pagare, che chiede di aprire altre casse perché ha fretta, persone che chiedono dove sta lo zucchero… risposta: avanti a destra…. il 30/40% non utilizza più scusi, per favore, grazie ecc. si dà tutto per scontato; forse il cliente pensa che siamo pagati per rispondere, sì è vero, ma chiedere per favore è tutta un’altra cosa… anche noi commessi pecchiamo molte volte quando siamo lì da 8 ore a dire buon giorno grazie ecc Può succedere che non abbiamo la carica giusta: per questo cari clienti fateci un bel sorriso anche dopo 10 ore il sorriso ve lo ricambieremo volentieri, non costa nulla darlo ed è bello riceverlo. Chiudo con una piccola provocazione: se non sapete dove andare domenica siamo aperti… Buon Natale a tutti.

di Sandro Bordignon

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A PROPOSITO DI FAME… tre fronti

Posté par atempodiblog le 27 novembre 2007

La Medaglia miracolosa, padre Pio e la Colletta del Banco alimentare…

A PROPOSITO DI FAME… tre fronti  dans Antonio Socci antoniosocci

FAME DI MISERICORDIA
Il 27 novembre è la festa della Medaglia Miracolosa. La Madonna, apparendo a Rue du Bac, si mostrò con dei bellissimi anelli alle mani. Alcuni splendenti, altri no. E spiegò che quelli che non risplendevano simboleggiavano le grazie che lei era pronta a dare e che non le venivano chieste… Ricordo che martedì 27 novembre, all’ora dell’apparizione, si può recitare la Supplica per le nostre personali necessità e per le intenzioni del Papa… Il testo e tutte le informazioni sono riportate in questo sito (andate nell’Archivio delle Newsletter, alla pagina 3, alla news intitolata: “Ecco l’oceano di grazie pronte per noi, ma che noi non chiediamo”).

FAME DI VERITA’
Presentando in giro e in televisione il mio libro “Il segreto di padre Pio” mi sono reso conto che le recenti polemiche giornalistiche contro padre Pio hanno lasciato una ferita drammatica e profonda nel popolo buono e semplice che ama il santo di Pietrelcina, che è un popolo assai vasto. D’altra parte è in corso a vasto raggio una battaglia per sradicare dal cuore della nostra gente la fede cristiana. Penso che dobbiamo farci in quattro per impedirlo. Chiederei a ciascuno, nel suo piccolo, di fare il possibile. Pregando, ma anche sapendo dare ragione della nostra fede e della nostra speranza. E anche difendendo i nostri santi (quindi anche informandosi e facendo diventare cultura la fede cristiana)

FAME DI PANE
Da “Libero” 24 novembre 2007

Se oggi si presentassero 100 mila persone (ma davvero centomila, contate!) alla selezione per il Grande Fratello o a fare qualche “girotondo” (centomila persone non organizzate da partiti o sindacati), su giornali e tv avremmo un diluvio di dichiarazioni, di riflessioni, editoriali, servizi giornalistici. Gli esperti decreterebbero l’emergere di un mondo sommerso o il riemergere della “società civile”.

Ma non accadrà così per più di 100 mila persone che oggi – anziché mettersi in fila per apparire in tv o scendere in piazza per manifestare – si mobiliteranno per il “Banco alimentare”. E’ gente comune, giovani studenti, padri e madri, nonni e nipoti. Andrò anch’io – e porterò mio figlio – fra quelle 100 mila persone che non gridano, non si esibiscono e non fanno chiacchiere, ma volontariamente e silenziosamente regaleranno questo sabato agli affamati. Li troverete davanti a 6.800 supermercati d’Italia per la Giornata del Banco Alimentare.

Attenzione: parlo degli affamati che sono fra noi, che non sono pochi. Questa “giornata” in cui andando al supermercato facciamo la spesa anche per qualche indigente sta entrando nelle nostre migliori abitudini. Ed è molto bello, viene fuori il cuore grande della nostra gente. Anno scorso gli italiani hanno donato cibo per un valore superiore a 26 milioni di euro. E con le 8.422 tonnellate di alimenti raccolti sono stati aiutate 1 milione e 385 mila persone che fanno fatica a mettere insieme il pranzo e la cena.

Non c’è da stupirsi purtroppo di questi numeri. I dati Istat parlano di un 13 per cento della popolazione italiana che vive in povertà. Uno scandalo. Certo poi dovremmo distinguere fra povertà relativa e povertà assoluta, ma lasciamo la materia agli esperti: quando scopriamo che la metà delle famiglie italiane (ripeto: la metà) vive con meno di 1.800 euro al mese ci vuole poco a capire che – se ci sono 2-3 figli e si vive in una grande città – alla fine del mese non si arriva.

Alle mense della Caritas e delle altre opere di solidarietà (sono 8.100 quelle convenzionate con il Banco alimentare) da anni riferiscono che a presentarsi lì sono sempre più spesso italiani normali: non solo, dunque, mendicanti, extracomunitari o marginali, ma anche pensionati, famiglie monoreddito, cittadini comuni che pagano salatamente, sulla loro pelle, soprattutto il “geniale” avvento dell’euro nelle modalità disastrose volute dalla tecnocrazia europea (il cui “campione”, da Bruxelles, abbiamo portato a Palazzo Chigi).

Naturalmente non è solo colpa dell’euro. Né è solo un fenomeno italiano. Povertà e marginalità persistono pure nei Paesi più avanzati. Si calcola che siano circa 9 milioni e 300 mila le persone che soffrono la fame nei Paesi industrializzati. Tanti. Eppure pochissimi a confronto della cifra planetaria degli affamati: 854 milioni di esseri umani. Che nell’anno 2007, sul pianeta Terra che produce abbastanza per tutti, un essere umano su otto muoia di fame, è uno scandalo che dovrebbe toglierci il sonno e far nascere mille iniziative di aiuto.

Invece produce conferenze, simposi e discorsi. Come la 34° Sessione della Conferenza generale delle Nazioni Unite per l’alimentazione (Fao) che si tiene proprio in questi giorni. Che ancora una volta si troverà a constatare la propria impotenza. Denuncerà l’insensibilità degli Stati che venti anni fa firmarono l’impegno a sradicare la fame, i quali però obiettano che l’immenso fiume dei nostri aiuti – consegnato ai governi – finisce spesso ad ingrassare despoti anziché aiutare lo sviluppo. Contrariamente alle teorie neomalthusiane la fame non dipende affatto dalla crescita della popolazione mondiale (ormai sotto controllo, diversamente da quanto si ostina a credere Giovanni Sartori). Sul pianeta abbiamo cibo sufficiente per tutti. Basti dire che dal 1960 al 1997 la produzione mondiale di cibo è tanto aumentata che, pur essendo quasi raddoppiata la popolazione, ogni essere umano oggi ha a disposizione il 24 per cento di cibo in più di quanto aveva nel 1960 (con una diminuzione del 40 per cento dei prezzi dei prodotti agricoli).

Il problema è che la produzione di cibo aumenta nei Paesi evoluti e non in quelli sottosviluppati. E non per colpa dei Paesi occidentali, che poi sono i soli che aiutano i popoli disperati (i regimi comunisti hanno sempre esportato solo fame, dittature e guerre, mai cibo). Secondo un economista se il sistema occidentale dovesse collassare, l’intero continente africano scomparirebbe per fame visto che ben il 30 per cento del cibo che lì si consuma è importato.

L’Occidente ha le sue colpe, ma il sistema occidentale produce cibo in abbondanza. Solo certi noglobal credono che la ricchezza sia una quantità data che bisogna solo spartirsi equamente, come un frutto che cresce spontaneamente sulle piante. La ricchezza è invece un insieme di beni che prima bisogna produrre. Ma perché ciò avvenga ci vogliono tre premesse che padre Piero Gheddo, il simbolo dei missionari italiani, ha così sintetizzato: l’istruzione, la democrazia e la tecnologia. L’esempio che padre Gheddo indica è l’India che un tempo era il Paese simbolo della fame (nella carestia del 1966 morirono 6-7 milioni di persone) e oggi è addirittura un Paese esportatore di riso e grano.

Invece l’Africa sprofonda. Lì gli aiuti senza sviluppo sono un fallimento. Però la rete missionaria di solidarietà della Chiesa, che ha progetti mirati e dà la certezza della destinazione, rappresenta un aiuto allo sviluppo davvero efficace. Anche perché le missioni e le opere cattoliche portano istruzione e modernizzazione (seminando il germe dei diritti della persona, da cui nasce anche la democrazia), ingredienti insostituibili dello sviluppo.

Pure il Banco alimentare, che si rivolge all’Italia, è efficace proprio perché è fondato su una ramificata presenza di opere sociali. Ciò che gli economisti chiamano “sussidiarietà”: la società sa fare, anche nella solidarietà, meglio dello Stato. Bisognerebbe che lo Stato lo riconoscesse (come in teoria fa il Trattato di Maastricht), in tutti i campi (anche educativo) e facesse derivare da questo un’adeguata politica fiscale. Ma il governo attuale, per dire, fa il contrario: spenna sempre più accanitamente i contribuenti e sperpera il patrimonio senza neanche saper garantire solidarietà e sicurezza sociale (ce n’ è sempre meno). Poi magari critica pure la Chiesa per le sue “ingerenze”, senza accorgersi che è grazie all’ “ingerenza” della Chiesa che tanti bisogni e sofferenze vengono alleviate.

La stessa Giornata del Banco alimentare è sostenuta perlopiù dal volontariato cattolico. Ed è nata dal cuore e dalla mente di un grande maestro di cristianesimo come don Luigi Giussani, quando, nel 1989, incontrò il fondatore della Star, Danilo Fossati e si sentì spiegare da lui quanti alimenti andavano sprecati fra rese e sovraproduzione. A chi ha avuto la fortuna di conoscere don Gius – nato e cresciuto nella Brianza povera, umile e cristiana d’inizio secolo – sembra di vedere la sua reazione immediata, con quel suo impeto di carità e quella costruttività tutta lombarda.

Questa carità cristiana sa che c’è pure un’altra fame, ancor più insaziabile e che ci riguarda tutti. La fame di senso della vita, di bellezza e di amore. Infatti la “Giornata” di quest’anno propone un pensiero bellissimo preso da un capolavoro del cinema russo e cristiano, quell’ “Andrej Rublev” che Tarkowskij dedicò al grande pittore di icone trecentesco. Dice così: “Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco, non ce la fai più. E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato ad un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice”.

Antonio Socci

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Nessuno come Lui

Posté par atempodiblog le 20 novembre 2007

Nessuno come Lui dans Articoli di Giornali e News plivio

Tra i fondatori delle varie religioni, Gesù è unico. Nessuno si è proclamato Dio come ha fatto Lui, dimostrando di esserlo. Una ragione fondamentale per la veridicità e la credibilità del cristianesimo.
Un confronto fra il cristianesimo e le altre religioni prima ancora che sui contenuti dottrinali e morali, che pure sono importanti, deve riguardare la persona dei loro fondatori.
È lo stesso Gesù che ha impostato in questo modo il problema quando ha rivolto agli apostoli quell’interrogativo inquietante che nel corso dei secoli non cessa di bussare al cuore di ogni generazione: « La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? » (Mt 16,13). Paragonare Gesù Cristo a Mosé, a Buddha, a Confucio, a Maometto e così via è molto istruttivo perché, senza venire meno al rispetto per ogni esperienza spirituale, si può cogliere l’indiscutibile originalità e unicità del cristianesimo in rapporto a tutte le altre religioni.
A questo riguardo occorre innanzi tutto che gli stessi cristiani siano consapevoli del centro irradiante della loro fede, perché solo in questo modo potranno premunirsi da quella forma di relativismo che consiste nella tendenza a mettere tutte le religioni sul medesimo piano.
Da questa mentalità nasce il sincretismo religioso e quella religione fai-da-te che sceglie dal supermarket della spiritualità ciò che più appaga i propri gusti.
Per essere cristiani, infatti, non basta credere in Dio, come comunemente molti ritengono. Non sono cristiano perché penso che « Qualcuno » lassù ci deve pur essere. Quasi tutte le religioni infatti fanno riferimento a un Essere supremo e non dobbiamo dimenticare che quella cristiana è stata fortemente contrastata da un monoteismo intransigente come quello ebraico.
Che cosa dunque contrassegna il cristianesimo e ne fa di esso una religione radicalmente diversa da tutte le altre? lo sono cristiano non perché credo in Dio, ma perché credo che Dio si è fatto uomo.
La fede cristiana non è la credenza nell’esistenza di Dio (la quale indubbiamente è importante, ma viene data per presupposta) ma è la fede nell’evento dell’incarnazione. Tutto ciò è professato nel « Credo » che viene recitato ogni domenica: «Et incarnatus est de Maria Virgine et homo factus est» «Si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo»).
Il mistero di Dio Santissima Trinità e dell’Incarnazione del Verbo sono il cuore della professione di fede cristiana, ma molti se ne rendono conto e non vedono l’originalità assoluta del cristianesimo e la sua irriducibilità rispetto alle altre concezioni religiose.
I cristiani sono coloro che credono che Gesù è il Figlio di Dio che si è fatto uomo.
Guardando a Gesù di Nazareth, così come lo guardavano Pietro e gli altri apostoli, essi affermano senza esitazioni: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente» (Mt 16,16).
La diversità rispetto agli altri fondatori religiosi, in particolare Buddha e Maometto, che stanno all’origine di due religioni mondiali che competono col cristianesimo nella ‘conquista dei cuori’, risulta evidente.
Per il buddisti il Buddha è soltanto un uomo come tutti noi, che, cercando la salvezza ed essendo pervenuto alla illuminazione, può farci da maestro con la sua dottrina. Per i mussulmani Maometto è il profeta di Allah, ma così partecipe della condizione umana comune da aver passato buona parte della sua vita nell’esercizio del potere politico, economico e militare.
Nessun buddista di stretta osservanza vi dirà che il Buddha è Dio. Un mussulmano poi e un ebreo di stretta osservanza vi confermeranno che affermare che un uomo è Dio è una bestemmia.
In questa prospettiva bisogna dunque riconoscere che il cristianesimo, in quanto centrato sul mistero dell’incarnazione, è una religione unica e assolutamente controcorrente rispetto al modo comune di pensare degli uomini.
Credere che un uomo, e lui solo, è Dio e che come tale è l’unico Salvatore del genere umano, è il Signore della storia e il Giudice del mondo, risulta assolutamente « scandaloso » per l’umana sapienza.
San Paolo ha parlato dello scandalo della croce, ma è lui stesso a direi che questo scandalo è incominciato con l’incarnazione (Fil 2,7). Credere che un uomo è il Figlio di Dio «nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre» è scandaloso non solo per gli Ebrei contemporanei di Gesù, ma anche per gli uomini del nostro tempo, i quali sono disposti anche a ritenere che Gesù è uno dei più grandi uomini che siano mai esistiti, ma ritengono assurda la fede cristiana nella sua divinità.
Certi riconoscimenti della grandezza umana di Gesù (riformatore religioso, rivoluzionario, filantropo, saggio, ecc…) non devono trarre in inganno. Vengono concessi, purché non si dica che lui è Dio.
Eppure Gesù nei tre anni della sua vita pubblica ha esplicitamente manifestato il mistero della sua persona divina. Possiamo dire che questo è stato il tema fondamentale della sua stessa predicazione. Il Vangelo di Gesù Cristo riguarda soprattutto la sua uguaglianza col Padre, del quale è Il Figlio e dal quale è stato inviato per la salvezza del mondo. Certamente la rivelazione di Gesù riguardo se stesso è stata graduale, coinvolgendo prima gli apostoli e poi le folle, ma non vi è dubbio che le parole e i gesti da lui compiuti sono stati afferrati nel loro profondo significato ed è per questo che è stato condannato a morte dal Sinedrio dopo che, per il medesimo motivo, hanno cercato in più occasioni di lapidario.
Gesù in nome proprio perdona i peccati, modifica la legge di Mosé con il suo autorevole « Ma io vi dico», e compie miracoli impressionanti per l’onnipotenza che esprimono.
Anche i profeti prima e gli apostoli dopo compiranno miracoli, ma non facendo appello alla propria autorità personale come fa Gesù.
Oltre ai gesti, anche le parole di Gesù sono esplicite e colpiscono nel segno penetrando come spada tagliente nei cuori, per cui alcuni credono e altri gridano allo scandalo. Al riguardo è illuminante questo dialogo riportato dall’evangelista Giovanni: avendo Gesù affermato: «lo e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30), i Giudei portano delle pietre per lapidarlo. Allora Gesù domanda loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse volente lapidarmi? Gli risposero i Giudei: Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33).
Ancora più importante, per il contesto in cui è avvenuta, è la testimonianza di Gesù davanti al Sinedrio, dove appare con chiarezza che è stato condannato a morte per essersi fatto uguale a Dio. Il sommo sacerdote gli domanda: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto», gli rispose Gesù, ma poi aggiunge parole, ben comprensibili ai presenti, con le quali si attribuisce l’autorità divina di giudicare il mondo:
«Anzi, io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla  destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo» (Mt 26,63-64).
Che un uomo con le parole e con i gesti che compie si attribuisca un’autorità divina non è certo cosa di poco conto. Basti a questo riguardo riflettere sul fatto che in tutte le Sacre Scritture, dall’Antico al Nuovo  Testamento, quello di Gesù Cristo è un caso unico.
Persino il Battista, il più grande degli uomini, come Gesù stesso ha dichiarato, è al paragone soltanto una voce che grida nel deserto (Lc 3,3).
Gli uomini che hanno ascoltato la testimonianza di Gesù, e in particolare gli apostoli che hanno condiviso con lui tre anni di vita, si sono trovati di fronte a qualcosa di assolutamente inaudito e al di là di ogni attesa e immaginazione. Eppure non potevano mancare i segni di credibilità che rendessero la scelta della fede un «rationabile obsequium», e perciò sopra la ragione, ma non contro la ragione. Quali erano questi segni di credibilità?
Al riguardo non si finirebbe mai di parlare, perché la persona di Gesù è un abisso inafferrabile di luce. Però potremmo sinteticamente affermare che la testimonianza di Gesù su se stesso era credibile per l’eccelsa santità, di fronte alla quale quella degli uomini più santi è come un lucignolo fumigante davanti al sole; per la sublime sapienza, per cui anche i non credenti, che abbiano la mente sgombra di pregiudizi, non hanno difficoltà a ritenere gli insegnamenti di Gesù contenuti nel Vangelo i più elevati che mai siano usciti da una bocca e un cuore d’uomo; per la potenza di miracolo che si esercita in nome proprio non solo sulle malattie e la morte degli uomini, ma anche sul regno della natura e soprattutto sull’impero delle tenebre che trema e indietreggia quando Gesù lo comanda.
Questi motivi di credibilità che hanno aiutato non pochi, pur nel rigido contesto del monoteismo ebraico, a credere alla testimonianza di Gesù, hanno poi avuto il sigillo della sua gloriosa resurrezione, con la quale Gesù ha dato la prova inoppugnabile di essere «Dio e Signore», come confessa l’apostolo Tommaso (Gv 20,28).
A mio parere si dovrebbe insistere di più in chiave apologetica, sull’eccelsa santità di Gesù e cercare di comprenderla, per quanto è possibile, nella sua profondità abissale.
Comunemente si afferma con san Paolo che Gesù era un uomo in tutto simile a noi «eccetto il peccato». Questa espressione però non va intesa soltanto come se la santa umanità del Salvatore sia esente dalla ferita originale e dai peccati personali, per cui in lui non c’è quell’impulso al male che invece c’è in noi e che si esprime nella triplice concupiscenza.
In Gesù Cristo non solo non c’era il peccato, ma già nella sua vita terrena la sua umanità era una pienezza di Grazia (Gv 1,16), per cui egli poteva dire: «Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,11).
La sua santa umanità era intimamente unita alla persona divina e Gesù come uomo esprimeva in forma umana la vita e la santità di Dio.
«Anche i più piccoli tratti dei misteri della sua vita ci manifestano l’amore di Dio per noi» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 516). A questo riguardo balza subito alla luce la diversità di Gesù rispetto a tutti gli altri uomini, in particolare ai grandi leader religiosi dell’umanità.
Mentre essi cercano una via di salvezza (la cercò Buddha nella meditazione e Maometto nella sottomissione ad Allah), Gesù si presenta come uno che non cerca nessuna salvezza, ma al contrario la dona.
Gesù non cerca la verità, ma dice di essere la verità e la luce; Gesù non cerca la felicità, la gioia, la vita, ma afferma di essere colui che dà la pace, la gioia e la vita eterna; allo stesso modo Gesù non cerca una via, ma dice di essere lui quella via che porta gli uomini alla meta.
Mentre gli uomini, anche i migliori, si sforzano di uscire dalla caverna in cui sono imprigionati (è l’immagine platonica della condizione umana), Gesù è colui che entra nella caverna per liberarli.
Gesù non è un uomo che fa l’esperienza del male di vivere che tutti gli uomini fanno, ma è la medicina a questo male. Tutto questo brillava nella sua persona e quelli che l’hanno conosciuto e hanno aperto il cuore hanno compreso il mistero dell’Emmanuele, di Dio con noi.

di Padre Livio Fanzaga - Il Timone
Tratto da: Come una fonte

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« Figli padroni »

Posté par atempodiblog le 16 novembre 2007

Genitori troppo deboli, nelle famiglie dilagano i « figli padroni »

di Rassegna Stampa (del 15/11/2007)

L’allarme per un fenomeno in crescita lanciato dal rapporto sui giovani di Eurispes-Telefono Azzurro: cresce l’aggressività contro tutti. E il bullismo scopre l’on-line. In discoteca la moda dello « shottino » superalcolico. Sessualità: romanticismo addio.

Roma – Nelle case italiane spadroneggiano i figli, anzi, i « figli-padoroni ». Sono bambini ed adolescenti che hanno genitori timorosi che eccedono in permissivismo e ne approfittano. Il fenomeno dilagante si chiama «pedofobia». Bambini e giovani sono così fuori controllo, diventano aggressivi, con gli amici, i professori e gli stessi genitori. È la principale novità nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza del Rapporto annuale. Un mondo dove sia i piccoli sia i giovani si confermano amanti delle tecnologie; oltre a guardare la tv e usare il telefonino (a cui non rinuncerebbero mai) sono anche utenti di Youtube e dell’mp3. Vivono spesso con stress ed ansia non solo gli abusi ma anche le notizie su incidenti d’auto, terremoti, guerre. In generale, sanno di poter contare sulla mamma e il papà. Sulla prepotenza dei figli fra le mura domestiche, l’analisi dei ricercatori è un atto d’accusa verso i genitori: troppo impegnati, rientrano a casa stanchi, eccedono nell’essere accomodanti fino a rasentare l’indifferenza.

Genitori troppo permissivi A fronte di un figlio-padrone c’è un genitore permissivo, incapace di stabilire regole e di farle rispettare, spaventato dalle reazioni aggressive dei figli. Sono genitori impotenti del bambino che non vuole mangiare, dormire, abbandonare un videogame. «È un vero e proprio capovolgimento dei ruoli, contraddistinto dal timore dei genitori di subire attacchi verbali o fisici da parte dei figli. Anzichè rimproverare i figli e correggerne i comportamenti, un crescente numero di adulti preferisce soddisfare le loro richieste con la convinzione che in fondo si tratta di piccoli capricci cui non conviene opporsi». In tema di abusi, il rapporto riferisce i dati del servizio Emergenza Infanzia 114 di Telefono Azzurro (gennaio 2006-agosto 2007): i maltrattamenti sessuali corrispondono al 4,2% delle chiamate, quelli fisici al 5,1%, quelli psicologici al 7,6%. La violenza domestica, con il 9%, è una delle principali cause di richiesta di aiuto. Altri dati del rapporto. Il 4% dei bambini è obeso e il 24% è in soprappeso. Circa un quarto della giornata di un bambino è dedicata al tempo libero. Per i bambini e gli adolescenti gli amici restano un punto di riferimento importante tanto da vedersi anche tutti i giorni nel 63,6% dei casi. I bambini italiani sono frequentatori di feste di compleanno: 11 l’anno contro la media europea di 7.

Il bullismo ora è on-line Il bullismo sposa la rete. È la nuova forma di prevaricazione e di prepotenza fra i più giovani basata sull’uso di Internet o del telefonino. La deriva del cyber-bullying – come la definisce il rapporto sull’ infanzia e l’adolescenza di Eurispes-Telefono Azzurro – prende forma nell’invio di sms ed e-mail oppure nella creazione di nuovi siti o anche nella diffusione di foto o di filmati compromettenti sulla rete. Il tutto, rigorosamente coperto dall’anonimato, per minacciare o calunniare la vittima malcapitata. Proprio la caratteristica impersonale e la forza mediatica di messaggi scritti, di foto o di filmati rende particolarmente gravose le conseguenze di questi episodi per la vittima. A livello mondiale si stimano che circa 200 milioni di bambini e giovani sono abusati dai loro compagni. Secondo alcuni studi, l’85% degli episodi di bullismo si svolge in presenza di osservatori che però intervengono solo nell’11% dei casi.

In disco lo « shottino » superalcolico Si chiama « shottino » (lo « sparo ») ed è la tendenza che sta dilagando fra i giovani. Si tratta di un superalcolico puro, assunto per stordirsi immediatamente. Si beve prima di entrare nelle discoteche ed arrivare così già ubriachi, dopo un giro nei bar, sulla pista da ballo. L’assunzione di questo mix di alcolici, specie nelle lunghe serate in discoteca, è pericoloso perchè dà energia ed euforia. In Italia, si sta inoltre diffondendo la consuetudine (proveniente dalla Spagna), chiamata « botellon »; ossia ritrovarsi in piazza con una bottiglia di vino o di altri alcolici e formare un gruppo che condivide, oltre alle bevute, anche giochi, musica improvvisata e chiacchiere. Gli appuntamenti si diffondono con il passaparola, spesso su Internet.

La sbornia del week end E’ un fenomeno rilevante: la quota di chi si ubriaca fra i giovani 11-24 anni che va in discoteca raggiunge il 9,2% contro l’1,9% di chi non ci va. Il rapporto ricorda che nel nostro paese, il 12% (contro la media Ue del 27%) dei ragazzi 15-24 anni beve alcolici regolarmente. I giovani italiani bevono meno ma cominciano prima: in media a 12,2 anni contro i 14,6 della Ue. Le conseguenze di un eccesso di bere si ritrovano sulla strada. Sono 2.500 i giovani che ogni anno perdono la vita per incidenti stradali causati dall’alcol.

Sesso: addio romantiscismo Più sesso occasionale e meno romanticismo. È così che gli adolescenti vivono la sessualità secondo il rapporto Eurispes-Telefono Azzurro presentato oggi a Roma in cui fra l’altro si sottolinea che le relazioni sessuali si intrecciano e si svolgono, a volte in modo esclusivo, anche via sms in una sorta di immaginario erotico virtuale. Nel 2002, il 17,4% non aveva mai avuto un rapporto occasionale, nel 2007 questa percentuale è scesa al 7,7%. Un ragazzo su tre tuttavia non risponde alle domande. Inoltre, se nel 2002 il 54% dei ragazzi non aveva mai fatto sesso occasionale a rischio, nel 2005 si è passati al 47,7%. Anche se il 40,1% del campione riferisce poi di non aver mai avuto un rapporto occasionale senza protezione ma non va trascurata il 13,4% a cui è capitato qualche volta di non farne uso e il 2,7% che non lo utilizza abitualmente; l’1,8% invece non prende mai precauzioni. Gli adolescenti si mostrano poco sognatori rispetto all’ amore. A fronte del 49,1% che vede la sessualità come l’ espressione dell’amore , il 14,8% lo considera un’esigenza naturale e l’11,3% un’attrazione fra due persone. In generale, il 32,7% dei giovani ha un approccio pragmatico con il sesso. Sono le ragazze, più dei ragazzi, ad essere ancorate alla visione romantica del sesso: il 63,2% contro il 22,6% dei maschi.

Il costo dei figli? Più alto al Nord Una coppia con un figlio spende in media 2.887 euro al mese. Se nasce un altro bambino la spesa aumenta di circa 207 euro arrivando a 3.094 euro. Rispetto a nord e sud del paese esistono differenze sostanziali. Una famiglia con un figlio sostiene una spesa media mensile pari a 3.211,14 euro al nord, a 3.00,56 al centro, a 2.206,02 al sud. La differenza è quindi di oltre mille euro. In generale i settori maggiormente sensibili agli aumenti sono quello alimentare (65,47 euro), l’abbigliamento e le calzature (43,64), i trasporti (30,31), l’istruzione e il tempo libero (circa 20). Decresce invece la spesa per l’abitazione (-22,96). La situazione cambia se il nucleo familiare arriva ad avere tre o più figli. In questo caso, l’aumento complessivo di spesa familiare media mensile, rispetto ad una coppia senza figli, è pari a 311,33 euro ed è fortemente influenzato dalla spesa alimentare.

L’esercito dei lavoratori-minorenni In Italia ci sono 400 mila lavoratori minorenni, stimanoEurispes e Telefono Azzurro, un fenomeno che coinvolge sia italiani sia stranieri e che interessa l’interno territorio nazionale. Il lavoro minorile (nel mondo si stimano 218 milioni piccoli lavoratori) si ritrova in contesti di disagio e di povertà; a volte è considerato un’alternativa alla strada. I minori sono spesso inseriti in contesti di imprenditoria familiare dove non esistono condizioni di povertà. Si registra poi quella che il rapporto definisce una «fascia grigia», ossia bambini coinvolti in attività lavorative, non veri e propri sfruttamenti, che permettono la compresenza di scuola e lavoro. Infine, non mancano situazioni di vera e propria tratta e sfruttamento gestito da realtà criminose italiane e straniere tale da configurarsi come una nuova forma di schiavitù.

Il Giornale – articolo di Redazione – giovedì 15 novembre 2007

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Tifoso ucciso. E la Chiesa?

Posté par atempodiblog le 15 novembre 2007

TIFOSO UCCISO. E LA CHIESA?
fonte: iltimone.org

Da domenica scorsa, dall’uccisione di Gabriele Sandri nella stazione di servizio di Badia al Pino in poi, abbiamo assistito a una serie di eventi che ci hanno lasciati sgomenti. Su tante cose meriterebbe riflettere: su questo Paese – e non solo il calcio – ormai ostaggio di una minoranza violenta e cieca oltre che impunita; su uno Stato che assiste inerme a un atto di guerra (come giudicare altrimenti l’assalto a una caserma) e ad atti che abbiamo visto soltanto in tentativi di golpe; sui costi esorbitanti di distruzioni che ancora una volta saranno ripagati con le tasse di cittadini che, in cambio, non possono neanche più godere del diritto di assistere a una partita di calcio. Su tante altre cose si potrebbe riflettere, ma quello che vorremmo oggi porre all’attenzione – visto che nessuno se ne è accorto – è la profanazione persino della Chiesa, con la complicità degli stessi cattolici che sembrano aver smarrito qualsiasi criterio di giudizio.

E’ difficile infatti sottrarsi alla sensazione di disgusto nel rivedere le immagini dei funerali e dei commenti tv ad esse legate. La chiesa era chiaramente percepita come il prolungamento della curva: zona vietata agli agenti di polizia e cori da stadio all’esterno. Ma anche all’interno della chiesa la situazione non sembrava migliore. La liturgia si è aperta sulle note di una canzone di Gianna Nannini – “Meravigliosa creatura” –, la preferita dal ragazzo ucciso: si capisce la buona intenzione dell’omaggio a un ragazzo scomparso in circostanze tragiche, ma la chiesa non è un semplice luogo di ritrovo in cui far scorrere immagini nostalgiche, è il luogo dove siamo richiamati alla domanda sul senso della nostra vita, è il luogo dell’incontro con la misericordia di Cristo. Anche i canti liturgici servono a questo: non a ripiegarsi su se stessi e sul proprio dolore, ma ad aprirsi all’unico che ci può salvare dal male. Quello che si è visto è né più né meno il riproporsi di antiche usanze pagane, quando i morti venivano sepolti con i loro oggetti perché sarebbero serviti loro nell’altra vita.Non entriamo nel merito dell’omelia, perché siamo certi che – come solito – i giornalisti hanno scelto solo brevi passaggi più facilmente “vendibili” all’opinione pubblica. Eppure quel chiedere giustizia umana – più che legittimo – forse andava spiegato esplicitamente visto che la folla che partecipava, in gran parte associa al termine giustizia l’idea della vendetta, come si è visto all’uscita del feretro. Sì, è vero, il parroco ha anche detto che la giustizia non deve essere vendetta, ma in fondo non sono le stesse cose che aveva già detto il presidente Napolitano? Siamo sicuri che alla voce “giustizia” noi cattolici non abbiamo nulla di originale da suggerire? Che senso ha il sacrificio in croce di Gesù se è soltanto per ripetere ciò che un laicissimo presidente della Repubblica ha già detto? E che enorme fastidio quegli applausi durante l’omelia: cinque volte, ci dicono i cronisti. L’omelia come un comizio, un discorso pubblico qualsiasi.

E se il parroco avesse detto qualcosa di sgradito, sarebbero stati legittimi anche i fischi, visto che la platea – data la situazione è giusto chiamarla così – ha diritto ad esprimere la sua opinione? E qui chiediamo ai nostri vescovi: visto che fedeli e parroci sembrano incapaci di capire la differenza tra la spiegazione della Parola di Dio e una qualsiasi conferenza, non sarà il caso di imporre la proibizione degli applausi durante le cerimonie liturgiche, inclusi battesimi e matrimoni? Almeno forse qualcuno si porrebbe qualche domanda e sarebbe aiutato a comprendere meglio il senso dell’evento che si sta celebrando.

Si potrebbe andare avanti, ma una cosa è importante cogliere: in questo sfacelo evidente della nostra società, in cui anche le massime istituzioni hanno alzato bandiera bianca e la gente è disorientata e avvilita, soltanto la Chiesa può indicare la strada e ricostruire un popolo. E’ deprimente lo spettacolo di cattolici – ordinati o meno – che si piegano alla cultura dominante, alla legge del più forte, magari gratificati da qualche applauso. Dobbiamo prendere coscienza del tesoro che ci è stato donato e dobbiamo fare in modo che fruttifichi, per amore di Gesù e della gente che egli ci ha messo intorno. Soltanto la ripresa di questa coscienza potrà evitare lutti peggiori a questo popolo.

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Dalla parte della polizia (anche oggi)

Posté par atempodiblog le 12 novembre 2007

DALLA PARTE DELLA POLIZIA (ANCHE OGGI)
di Michele Brambilla – lunedì 12 novembre

Con tutta la pietà per il tifoso della Lazio ucciso, e con tutto lo sconcerto per il gravissimo comportamento del poliziotto che ha sparato, non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà e non vedere quale sia, nella demenziale giornata di ieri, il fatto più inquietante per il Paese. È la colossale caccia al poliziotto che si è scatenata in tutta Italia; gli assalti ai commissariati; gli incidenti su campi di calcio che nulla avevano a che fare con quanto accaduto; le partite rinviate o sospese per l’infame ricatto dei cosiddetti «ultrà», lupi che per un giorno hanno preteso di vestire i panni dell’agnello.
Ricapitoliamo i fatti. Ieri mattina, a un autogrill nei pressi di Arezzo, la polizia è intervenuta per sedare una rissa tra automobilisti. Intervento improvvido, anzi maldestro, anzi gravemente colpevole, possiamo anche usare il termine «assassino», visto che un agente ha sparato ad altezza d’uomo contro chi se ne stava già andando. C’è scappato il morto. Solo a dramma consumato s’è saputo che i litiganti erano divisi dal tifo sportivo: juventini contro laziali. Ma per quanto ne sapessero i poliziotti, si poteva trattare anche di tutt’altro: non è stata, insomma, un’operazione di ordine pubblico contro il «tifo organizzato».
Ma anche se lo fosse stata: dalla tragedia di Arezzo gli ultrà di tutta Italia hanno preso pretesto per scatenare una sorta di guerra civile degna d’un Paese sull’orlo di un golpe. Chi sono questi soggetti che hanno costretto otto squadre a non giocare, terrorizzato chi era allo stadio con i bambini, e poi incendiato caserme, ferito poliziotti, sfasciato auto e negozi? Sono singolari personaggi usi a scannarsi fra loro per l’«amore» a una maglia, ma anche a trovarsi solidali quando c’è da abbattere tutto ciò che ai loro occhi appare come l’ordine costituito, di cui lo «sbirro» è il facile simbolo. Ma quale «ordine»: è solo il vivere civile, la pacifica convivenza, la gioia di assistere a una partita di calcio. È tutto questo che hanno in odio.
Il poliziotto che ha sparato va processato e, se risulterà colpevole, condannato e licenziato. Ma che cosa ci fa più paura? La possibilità che una singola persona possa sbagliare o anche impazzire, oppure la presenza in Italia di simili bande? Ecco perché diciamo che i delinquenti sono loro, gli ultrà che ieri hanno messo a ferro e fuoco mezza Italia.
E non solo ieri. Sono anni che viviamo sotto l’incubo di questi personaggi che il mondo del calcio non ha mai avuto il coraggio di emarginare veramente. Quanti sono? Centomila? Cinquantamila? O forse solo ventimila? Comunque troppi. È una vergogna che ogni domenica migliaia di poliziotti – «ricompensati» con quattordici euro lordi – debbano essere sottratti a ben più importanti incarichi per evitare i danni di questi dementi.
Gli ultrà? Via, sciò, fuori dai piedi. Che non entrino mai più, negli stadi. E se sarà necessario fermare il calcio, lo si fermi. Per una volta ha ragione Beppe Grillo: ci ha stufato, questo calcio così stressante, aggressivo, con le sue polemiche che rincoglioniscono.
Noi stiamo con la polizia, non c’è neanche bisogno di dirlo.

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Mafalda in conclave con il cardinale Biffi

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2007

Mafalda in conclave con il cardinale Biffi
Nell’autobiografia dell’arcivescovo di Bologna molti episodi curiosi. E non mancano le critiche a Giovanni XXIII e Wojtyla
di Andrea Tornelli
Il Giornale n. 253 del 2007-10-26

Mafalda in conclave con il cardinale Biffi dans Articoli di Giornali e News Mafalda-in-conclave-con-il-cardinale-Biffi

E il cardinale in conclave citò il fumetto di Mafalda. Esce in questi giorni in libreria l’autobiografia del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, intitolata Memorie e divagazioni di un italiano cardinale (Cantagalli, pagg. 636, euro 23,90), un volume che si legge tutto d’un fiato e rappresenta un eccezionale spaccato della vita della società italiana e della Chiesa degli ultimi settant’anni. Tanti gli aneddoti e i retroscena raccontati da questo «italiano cardinale» che non ha mai nascosto il suo pensiero dietro fumosi giri di parole o stile «ecclesialese» e ha sempre detto pane al pane e vino al vino senza temere di apparire controcorrente o politicamente scorretto.
Uno degli episodi più curiosi del libro riguarda l’ultimo conclave, dell’aprile 2005, dal quale è uscito Papa (par di capire anche grazie al contributo di Biffi) il cardinale Ratzinger. In uno degli incontri che quotidianamente i porporati tenevano prima di rinchiudersi a votare, il 15 aprile, Biffi intervenne dicendo: «Vorrei esprimere al futuro Papa (che mi sta ascoltando) tutta la mia solidarietà, la mia simpatia, la mia comprensione, e anche un po’ della mia fraterna compassione. Ma vorrei suggerirgli anche di non preoccuparsi troppo di quello che qui ha sentito e non si spaventi troppo. Il Signore Gesù non gli chiederà di risolvere tutti i problemi del mondo. Gli chiederà di volergli bene con un amore straordinario… In una “striscia” e “fumetto” che ci veniva dall’Argentina, quella di Mafalda – continua Biffi – ho trovato diversi anni fa una frase che in questi giorni mi è venuta spesso alla mente: “Ho capito – diceva quella terribile e acuta ragazzina – il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi”».
Dirette e per nulla paludate sono anche le critiche che il cardinale rivolge al Concilio Vaticano II e a Giovanni XXIII. Al primo, Biffi rimprovera il silenzio sul comunismo. «Comunismo: il Concilio non ne parla. Se si percorre con attenzione l’accurato indice sistematico, fa impressione imbattersi in questo categorico asserto. Il comunismo è stato senza dubbio il fenomeno storico più imponente, più duraturo, più straripante del secolo ventesimo; e il Concilio, che pure aveva proposto una Costituzione sulla Chiesa e il mondo contemporaneo, non ne parla. Il comunismo – continua il cardinale – a partire dal suo trionfo in Russia nel 1917, in mezzo secolo era già riuscito a provocare molte decine di milioni di morti, vittime del terrore di massa e della repressione più disumana; e il Concilio non ne parla. Il comunismo (ed era la prima volta nella storia delle insipienze umane) aveva praticamente imposto alle popolazioni assoggettate l’ateismo, come una specie di filosofia ufficiale e di paradossale “religione di stato”; e il Concilio, che pur si diffondeva sul caso degli atei, non ne parla. Negli stessi anni in cui si svolgeva l’assise ecumenica, le prigioni comuniste erano ancora luoghi di indicibili sofferenze e di umiliazioni inflitte a numerosi “testimoni della fede” (vescovi, presbiteri, laici convinti credenti in Cristo); e il Concilio non ne parla». «Altro che i supposti silenzi nei confronti delle criminose aberrazioni del nazismo – conclude – che persino alcuni cattolici (anche tra quelli attivi al Concilio) hanno poi rimproverato a Pio XII!».
Di Papa Giovanni, invece, Biffi critica alcune espressioni divenute poi il Leitmotiv del pontificato. Quella contro i «profeti di sventura». E in proposito il cardinale ricorda che in realtà a proclamare «l’imminenza di ore tranquille e rasserenate, nella Bibbia sono piuttosto i falsi profeti».
Quanto alla necessità di guardare più a ciò che unisce invece che a ciò che divide, Biffi lo definisce un principio assennato per quanto concerne i problemi della quotidianità «ma guai se ce ne lasciamo ispirare nella testimonianza evangelica di fronte al mondo» perché «in virtù di questo principio, Cristo potrebbe diventare la prima e più illustre vittima del dialogo con le religioni non cristiane».
Non manca pure un accenno al dissenso che il cardinale ebbe con Giovanni Paolo II in merito al «mea culpa» per gli errori del passato promosso in occasione del Giubileo: «A mio avviso avrebbe scandalizzato i “piccoli”». «Il Papa – continua Biffi – testualmente allora disse: “Sì, questo è vero. Bisognerà pensarci su”. Purtroppo non ci ha pensato abbastanza».
Colpiscono infine nel libro anche le cose non dette: l’autore dedica pochissime righe al cardinale Carlo Maria Martini, del quale fu ausiliare per più anni, limitandosi a dire che con la fine dell’episcopato del suo predecessore, il cardinale Colombo, era finita «un’epoca tra le più luminose e feconde della nostra vicenda ecclesiale (milanese, ndr) per il calore e la certezza della fede».

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Nuove rivelazioni su Padre Pio? No, sono le solite panzane

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2007

Nuove rivelazioni su Padre Pio? No, sono le solite panzane dans Antonio Socci antoniosocci

Se Gesù tornasse e fosse visto anche oggi mentre cammina sulle acque, certi giornali l’indomani titolerebbero: « Clamoroso. Gesù di Nazareth non sa nemmeno nuotare ». Come certi dotti che, avendo Gesù guarito un paralitico, lo accusarono di aver compiuto il miracolo di sabato, giorno festivo.
Finisce nel ridicolo il pregiudizio che nega l’evidenza. Un tempo lo usavano contro Gesù, poi contro i santi, come padre Pio.
Ho appena consegnato alla Rizzoli (e sarà in libreria il 14 novembre prossimo) il mio libro su questo grande santo e su alcune cose sconvolgenti che ha compiuto e – avendo consultato decine di volumi, compresi quelli della causa di beatificazione – ho fatto una indigestione di fango. E’ impressionante la varietà di accuse, insinuazioni e calunnie che per mezzo secolo gli sono state rovesciate addosso. Spesso da parte ecclesiastica.
Le « virtù eroiche » che la Chiesa ha infine riconosciuto a padre Pio, dichiarandolo – per volontà di Giovanni Paolo II – « beato » nel 1999 e « santo » nel 2002, si riferiscono anche all’umiltà evangelica con cui ha sopportato in silenzio tanto fango: « beati sarete voi » avvertì Gesù stesso « quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia » (Mt 5, 11).
D’altra parte alla fine i crocifissi vincono sempre. E’ una storia vecchia.
Una cosa (soprannaturale) è la Chiesa, altro sono gli uomini di Chiesa. Gli uomini di Chiesa bruciarono Giovanna d’Arco e la Chiesa l’ha fatta santa. Gli uomini di Chiesa hanno perseguitato Giuseppe da Copertino, Giuseppe Calasanzio e don Bosco; la Chiesa li ha fatti santi. Così con padre Pio. Padre Gerardo di Flumeri, vicepostulatore della causa, ha scritto: « A causa delle stigmate, padre Pio fu sospettato di essere un imbroglione, un mistificatore, un nevrotico, un ossesso. E questi sospetti provenivano non soltanto da miscredenti, dagli atei, ma addirittura da alcuni suoi confratelli, da qualche superiore e anche dalle autorità ecclesiastiche.
Padre Pio subì condanne dal Sant’Uffizio e restrizioni alla sua libertà di apostolato ».
Alla fine la verità ha trionfato. Ma, com’è noto, le antiche accuse messe in giro riemergono periodicamente dagli archivi. C’è per esempio quella, fra le più note e meschine, secondo cui il padre stesso si sarebbe procurato le stimmate con degli acidi. L’insinuazione nacque dal fatto che padre Pio – era cosa nota e ovvia – dopo la stimmatizzazione del 20 settembre 1918 usava la tintura di iodio e poi l’acido fenico sperando di tamponare il sangue che fluiva in quantità dalle ferite e per pulire le piaghe aperte.
Certi ecclesiastici in malafede ci costruirono sopra la loro accusa. Sono gli stessi che lo accusarono di profumarsi perché dalla sua persona crocifissa emanava a volte uno straordinario aroma di fiori. Anche questa insinuazione era infondata infatti questo fenomeno soprannaturale si verificava soprattutto quando il padre era lontano (faceva sentire il suo profumo ai suoi figli spirituali nei momenti di bisogno) e anche dopo la sua morte e lo attestano centinaia di testimonianze (l’ « osmogenesia » ha riguardato anche altri santi).
Ieri, sul Corriere della sera, Sergio Luzzatto ha pubblicato un biglietto con cui padre Pio chiedeva a una sua figlia spirituale di comprargli in farmacia « 200-300 grammi di acido fenico puro per sterilizzare ». E un’altra sostanza analoga. Oltretutto perché in piena epidemia di spagnola in convento si usavano per sterilizzare le siringhe per fare le iniezioni ai frati ammalati (era proprio il giovane padre Pio a farle, come infermiere d’emergenza).
E dov’è la notizia? La cosa in sé è del tutto risibile. La notizia però non sta nel fatto, quanto nell’insinuazione con cui in quell’estate 1919 fu fatta arrivare in Vaticano. Ed è quel sospetto che ieri ha fatto fare il titolo al « Corriere »: « Padre Pio, ecco il giallo delle stigmate ». Sottotitolo: « Nel 1919 fece acquistare dell’acido fenico, una sostanza adatta per procurarsi piaghe alle mani ».
Primo. In questo biglietto di Padre Pio non c’è davvero nessuna aura di segretezza cospirativa che possa alimentare i sospetti, ma al contrario un tono di serena normalità quotidiana (« Carissima Maria, Gesù ti conforti sempre e ti benedica!
Vengo a chiederti un favore. Ho bisogno di aver da 200 a 300 grammi di acido fenico puro per sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo »). Mandare un tale biglietto in giro è semmai prova di purità e di una coscienza solare.
Secondo. A quella data (estate 1919) padre Pio portava già le stigmate da un anno e dunque sarebbe comico affermare che nell’estate 1919 egli si procurò dell’acido per prodursi delle ferite nel settembre 1918. Terzo: le ferite che portava non erano « macchie o impronte, ma vere piaghe perforanti le mani e i piedi » e quella del costato « un vero squarcio che dà continuamente sangue » (cose incompatibili con bruciature da acido). Quarto. Il padre portò le stimmate per 50 anni e non poté certo procurarsi – con la segretezza del cospiratore – per mezzo secolo dosi industriali e quotidiane di acido (oltretutto per interi periodi fu segregato e sempre controllatissimo).
Ma soprattutto su quelle stimmate ci sono i referti medici di fior di studiosi, dal professor Romanelli al professor Festa, che a quel tempo le analizzarono, ripetendo le visite a distanza di anni e arrivando sempre alla conclusione che non potevano essere state prodotte né dall’artificio umano, né da uno stato psicopatologico, ma avevano un’origine non naturale. Romanelli argomenta, come scrive Fernando da Riese, che non può essere stato l’acido a provocare le ferite perché esso « non permetterebbe ai tessuti causticati di dare sangue e sangue rutilante », soprattutto di venerdì, come invece ha continuato ad accadere per decenni. Il dottor Festa ha confermato con altri studi. Inoltre l’acido avrebbe dato origine a ferite diverse da quelle dai contorni netti. Questi medici negarono anche l’origine nervosa perché mai nella letteratura scientifica si era verificata e perché se anche fosse « una volta prodotte (tali ferite) dovrebbero seguire il decorso di qualunque altra lesione, cioè guarire o suppurare ».
E invece per mezzo secolo le stimmate di padre Pio sono state un miracolo permanente: né rimarginavano, né suppuravano, dando sempre sangue fresco.
Il professor Bignami, che essendo di idee positiviste neanche ammetteva l’ipotesi soprannaturale, finì per fornire la migliore conferma: fece isolare e sigillare per giorni le piaghe con la certezza che sarebbero infine guarite o migliorate e invece si verificò l’esatto contrario.
Le stimmate, che padre Pio peraltro portò con immenso imbarazzo (sentendosene indegno), sparirono solo quando il santo lo chiese come grazia al Cielo e cioè alla vigilia della sua morte nel 1968: si chiusero improvvisamente (come erano venute) e senza lasciare traccia. Con quelle sofferenze padre Pio « pagò » milioni, letteralmente milioni, di grazie ottenute per chiunque soffrisse (si studino i dossier medici) e milioni di conversioni: comunisti, massoni, protestanti, agnostici (perfino qualche ecclesiastico) che trovavano la fede dopo essere andati a San Giovanni Rotondo magari con ostilità o pregiudizio.
Si convertivano non perché padre Pio facesse discorsi o teorie colte. No.
Solo per la sua santità, cioè per la potenza di Dio. Perché lui si prendeva letteralmente su di sé le loro sofferenze, senza averli mai visti il padre mostrava di conoscere il loro passato, leggeva nella loro anima, otteneva la guarigione di malati inguaribili, si manifestava a distanza col suo profumo e la bilocazione, prediceva eventi che sarebbero accaduti e compiva altre opere sconvolgenti. Il mistero di padre Pio è ancora da capire.

di Antonio Socci – Libero

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Attacco a Padre Pio

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2007

Nuovo attacco a Padre Pio: “Stimmate false”
di Andrea Tornielli –
Il Giornale 23/10/2007

Attacco a Padre Pio dans Andrea Tornielli san-padre-pio-da-pietrelcina

C’è un ultimo segreto sulle stimmate di Padre Pio da Pietrelcina, il santo del Gargano venerato da milioni di persone in tutto il mondo. Un segreto legato a quattro grammi di acido fenico, che il giovane frate richiese a una farmacista nel 1919. Si tratta di una vecchissima testimonianza, ben conosciuta e analizzata a fondo da quanti hanno lavorato al processo di beatificazione, rimasta però inedita negli archivi del Sant’Uffizio.
Aiuta a chiarire le accuse lanciate nei primi anni Venti contro Padre Pio da padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, il quale, pur senza esaminare le piaghe che si erano da poco prodotte sulle mani e sui piedi del frate stimmatizzato (perché quest’ultimo si rifiutò di mostrargliele in mancanza di un ordine scritto del Vaticano), concluse che le ferite non erano soprannaturali ma frutto di autolesionismo e isteria. Accuse che sono state ampiamente smentite da diverse successive analisi ed esperimenti.
Ma ora sta per uscire un saggio dello storico Sergio Luzzatto che riaprirà la polemica. Il titolo è: L’altro Cristo. Padre Pio e l’Italia del Novecento. L’autore ha consultato le «carte segrete» degli archivi vaticani.
E da lì ha preso la storia dell’acido fenico e della farmacista.
Il documento è stampato in un fascicolo del Sant’Uffizio del marzo 1921. A riprova dei dubbi sollevati da Gemelli, l’allora Suprema Congregazione dottrinale presenta la deposizione giurata della ventottenne Maria De Vito: «Io sono stata un’ammiratrice di P. Pio e l’ho conosciuto di presenza la prima volta il 31 luglio 1919. Dopo essere ritornata sono rimasta a San Giovanni Rotondo un mese. Durante il mese in cui ho avuto occasione di avvicinarlo più volte al giorno, ne ho riportata sempre ottima impressione.
La vigilia della mia partenza per Foggia, il P. Pio mi chiamò in disparte e con tutta segretezza, imponendo il segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli, mi consegnò personalmente una boccettina vuota, richiedendomi che gliela facessi pervenire a mezzo dello « chauffeur » che presta servizio nell’autocarro per trasporto passeggeri da Foggia a San Giovanni Rotondo con dentro quattro grammi di acido fenico puro, spiegandomi che l’acido serviva per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi. Insieme mi venivano richiesti altri oggetti come pastiglie Valda, nasalina, etc. che io mandai».
Il documento del Sant’Uffizio continua informando che dopo circa un mese la giovane ricevette una lettera nella quale «le faceva richiesta di quattro grammi di veratrina. Non avendola trovata nella farmacia di sua proprietà, la richiese da un suo cugino con lettera che sta pure agli atti. Questo, impressionatissimo, la rifiutò», perché sospettava che Padre Pio potesse usarla per procurarsi le lesioni alle mani di cui già si cominciava a parlare.
È noto che queste testimonianze arrivarono in Vaticano perché presentate dall’arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi, nemico giurato di Padre Pio e artefice della «prima persecuzione» contro il frate, del quale diceva: «Si procura le stimmate con l’acido nitrico e poi le profuma con l’acqua di colonia».
Ecco dunque su quali (labili) basi faceva queste affermazioni. Che peso dare, allora, a questa testimonianza? Non esiste alcuna prova che quei quattro grammi di acido fenico – sostanza con proprietà antisettiche, usato solitamente come disinfettante – siano stati adoperati dal futuro santo per provocarsi le ferite.
E dalle migliaia di pagine del processo canonico emerge un’altra verità. Le stimmate di Padre Pio furono esaminate attentamente dal professor Festa, che il 28 ottobre 1919 scrisse una dettagliatissima relazione accertando che esse «non sono il prodotto di un traumatismo di origine esterna, e che neppure sono dovute all’applicazione di sostanze chimiche potentemente irritanti». Anche il dottor Bignami fece un esperimento sulle mani di Padre Pio, sigillando le sue piaghe per due settimane, con tanto di firme di controllo.
Alla riapertura delle bende, sanguinavano come il primo giorno e non si erano né rimarginate né infettate.
La prova dell’inconsistenza dell’accusa sta proprio in questo: se il frate si fosse procurato con l’acido le piaghe, queste si sarebbero chiuse oppure sarebbero andate in suppurazione. Per cinquant’anni, invece, sono rimaste inspiegabilmente aperte e sanguinanti.

Publié dans Andrea Tornielli, Articoli di Giornali e News, Padre Pio | Pas de Commentaire »

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