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PAPA LUCIANI BEATO/ L’umiltà di vivere ogni momento al cospetto del Mistero

Posté par atempodiblog le 14 octobre 2021

PAPA LUCIANI BEATO/ L’umiltà di vivere ogni momento al cospetto del Mistero
La beatificazione di Giovanni Paolo I, Albino Luciani, indica alla Chiesa una strada di umiltà, saggezza e prudenza nel vivere la vede
di Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

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Quando la Chiesa riconosce le condizioni per proclamare uno dei suoi figli “beato”, essa non vuole soltanto offrire ai contemporanei un altro punto sicuro di venerazione, ma intende proporre il carattere del nuovo beato, la sua storia e la sua stessa sensibilità, quale strada sicura per giungere a Dio, per poterne fare esperienza. L’annuncio della prossima beatificazione di Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani (1912-1978) patriarca di Venezia, ha così il potere di comunicare a tutta la cristianità uno stile con cui oggi, in questo tempo così confuso e violento, vivere la fede.

Luciani trascorse tutta la sua vita nell’ombra, custodendo tanto silenzio e grande ironia. Dinnanzi alla tentazione di dire una parola su ogni grande questione del nostro tempo, Luciani ci riporta alla necessità di ascoltare e di sorridere, di cogliere la contraddizione che spesso connota i grandi protagonisti dei nostri giorni senza alcun bisogno di comunicare a chicchessia le nostre posizioni e di iscriverci ad uno dei partiti che animano la vita politica o ecclesiale dei nostri giorni.

Egli non mostra la via dell’ignavia, quanto quella della prudenza, della saggezza, del sapiente distacco dalle diatribe della quotidianità. Ma Luciani significa pure devozione fervida a Maria, Nostra Signora di Fatima, figura con la quale il patriarca di Venezia era ben consapevole che si poteva e si doveva leggere la storia. I nostri non sono giorni abbandonati, ma tempo sacro pensato, voluto e benedetto da Dio.

Infine Giovanni Paolo I implica “humilitas”, la parola che egli stesso si fece apporre come stemma in quei trentatré giorni del 1978, humilitas di chi sa di non sapere tutto, ma di essere sempre e comunque al cospetto del Mistero. Prima dei grandi giorni del papa polacco, la Chiesa seppe vivere i piccoli giorni del papa della Speranza, dell’ironia, della mitezza. E forse sono proprio queste tre cose quelle che oggi ci servono per ripartire. Alla sequela di Cristo.

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Saranno beati due missionari che difesero gli indigeni in Argentina

Posté par atempodiblog le 13 octobre 2021

Saranno beati due missionari che difesero gli indigeni in Argentina
I nuovi decreti della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzati dal Papa, riguardano quattro prossimi Beati, tra cui Giovanni Paolo I, e quattro nuovi Venerabili tra di loro la Serva di Dio Maddalena di Gesù, fondatrice delle Piccole Sorelle di Gesù, ispirata a Charles de Foucauld
di Benedetta Capelli – Vatican News

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Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare i decreti che riguardano 4 beati e 4 venerabili. E’ stato riconosciuto il miracolo attribuito all’intercessione di Papa Luciani, Pontefice per 33 giorni, si tratta della guarigione di una bambina a Buenos Aires, in Argentina, avvenuta il 23 luglio 2011.

Uccisi mentre testimoniavamo il Vangelo
Missionari, evangelizzatori, pronti a servire Gesù in ogni luogo del mondo. E’ la storia di fede di due preti, vissuti nel 1600, Pietro Ortiz de Zárate, sacerdote diocesano, e Giovanni Antonio Solinas, sacerdote professo della Compagnia di Gesù, entrambi uccisi in odio alla fede il 27 ottobre 1683 a Valle del Zenta (Argentina). Erano in quella zona insieme a 18 laici, tra di loro anche alcuni indios convertiti, e vennero colpiti dagli aborigeni appartenenti alle tribù di Tobas e Mocovíes, avevano appena celebrato la Messa. Sui loro corpi segni di violenza e di tortura. Riguardo al martirio formale ex parte persecutoris, molte tribù erano in lotta tra loro e i missionari, che portavano il messaggio di pace del Vangelo, si trovarono al centro di tali contrasti. L’odium fidei fu la motivazione prevalente dell’agire dei carnefici.

Pietro Ortiz de Zárate era nato il 29 giugno 1626 a San Salvador de Jujuy (Argentina), in una famiglia di origine basca, a 17 anni si sposò con una donna benestante ed ebbe due figli. Dopo la morte della moglie, seguì la vocazione al sacerdozio, venne ordinato nel 1657. La sua vita fu segnata da un’intensa attività apostolica tra gli indigeni, dall’impegno nella preghiera, dall’attenzione al culto divino e alla musica sacra e per l’amministrazione dei sacramenti ai poveri e ai malati.

Giovanni Antonio Solinas era nato ad Oliena, in provincia di Nuoro e nel 1663 entrò nella Compagnia di Gesù. Dopo il noviziato trascorso a Cagliari, emise la professione religiosa il 16 giugno 1665. Nei primi mesi del 1672 manifestò ai superiori la vocazione missionaria, orientata verso gli aborigeni americani. Il suo primo campo di apostolato fu nella Reducción di Itapúa (Paraguay), dove si distinse per lo zelo apostolico e la carità verso i nativi. Nel 1683 venne destinato alla missione del Chaco, insieme al Servo di Dio Pietro Ortiz de Zárate con il quale condivise la morte.

Beata una Piccola Suora dell’Annunciazione
Era colombiana suor Maria Berenice Duque Hencker, nata il 14 agosto 1898 a Salamina. La sua vita religiosa iniziò nella Congregazione delle Suore Domenicane della Presentazione e poi con il permesso dell’arcivescovo di Medellín, il 14 maggio 1943, pose le basi della Congregazione delle Suore dell’Annunciazione, diventandone superiora. Al 2004 risale il miracolo attribuito alla sua intercessione e riguardante un giovane colombiano che in gravi condizioni di salute ricevette in ospedale una medaglia di Madre Maria Berenice e un’immaginetta con la preghiera.

Sui passi di Charles de Foucauld
Riconosciute le virtù eroiche di due suore e due sacerdoti: diventano quindi venerabili. La prima è la fondatrice delle della Fraternità delle Piccole Sorelle di Gesù, Maddalena di Gesù, nata il 26 aprile 1898 a Parigi. La sua storia si intreccia con quella del Beato Charles de Foucauld, leggendo una sua biografia rimase colpita e iniziò un discernimento compromesso però dalla sua fragile salute. Su indicazione dei medici scelse di trasferirsi in un luogo più consono alle sue condizioni e scelse l’Algeria. Si distinse per l’assistenza ai poveri ma si fece strada in lei anche l’importanza della contemplazione per essere segno della tenerezza di Dio verso i poveri e gli esclusi. È nel 1947 che la Fraternità delle Piccole Sorelle di Gesù viene approvata, suor Maddalena si impegna a diffondere le piccole comunità contemplative soprattutto in Medio Oriente, l’ecumenismo diventò una delle sue priorità. Ebbe un’amicizia profonda con i futuri papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. L’espressione, cara al Beato de Foucauld – “Gesù è il Maestro dell’Impossibile” – ritornava spesso in lei soprattutto nei momenti più difficili.

L’abbandono a Gesù
Anche suor Elisabetta Martinez aveva una salute precaria ma venne incoraggiata da diversi Pontefici a continuare la sua opera caritativa, intrapresa con la fondazione della Congregazione delle Figlie di Santa Maria di Leuca. Nata il 25 marzo 1905 a Galatina, in provincia di Lecce, fondò numerose comunità in Italia, Svizzera, Belgio e Stati Uniti e, nel 1946, trasferì la sede della casa generalizia e del noviziato a Roma. La sua fede si nutriva dell’adorazione eucaristica, la speranza per lei era capacità di attendere, senza lamentarsi e senza abbattersi, confidando nei tempi del Signore per portare a termine i suoi progetti. Fu calunniata anche da alcune sue consorelle che lei perdonò accompagnandole con la preghiera.

Arrestato perché mise in salvo le Ostie consacrate
Diego Hernández González, era un sacerdote diocesano nato il 3 gennaio 1915 a Javalí Nuevo, in Spagna, vivendo nel periodo della guerra civile e in piena persecuzione religiosa. Venne arrestato da seminarista perché aveva messo in salvo le Ostie consacrate durante l’incendio doloso della chiesa parrocchiale, fu sottoposto ai lavori forzati presso un campo di lavoro a Orihuela e poi in Andalusia. Il 9 giugno 1940 venne ordinato sacerdote a Barcellona, diventò direttore della Casa sacerdotale di Alicante. La virtù della carità verso Dio plasmò tutta la sua vita in totale disponibilità verso gli altri, in particolare verso gli ammalati, i bambini e i giovani. Per questi creò anche un cinema nella parrocchia. Fondò una scuola per ragazze che avevano bisogno di imparare a leggere e a scrivere.

Un confessore misericordioso
Attratto dalla spiritualità francescana, Giuseppe Spoletini nato il 16 agosto 1870 a Civitella, oggi Bellegra, fu ordinato sacerdote il 22 settembre 1894 a Palestrina. Nei primi anni di ministero, si dedicò in modo instancabile al sacramento della Riconciliazione nella chiesa romana di San Francesco a Ripa dove tornò nel 1944. Uomo di pietà e di preghiera esortava a vivere una vita buona, operosa e piena di carità. Soprattutto nel confessionale mostrò misericordia nell’accogliere le persone in qualsiasi momento, anche quando era stanco e spossato. Durante la Seconda Guerra Mondiale si prodigò nel dare rifugio a ricercati dai nazisti e dai fascisti.

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Messaggio del Papa per i 90 anni della statua del Cristo Redentore

Posté par atempodiblog le 13 octobre 2021

Messaggio del Papa per i 90 anni della statua del Cristo Redentore
de L’Osservatore Romano

Messaggio del Papa per i 90 anni della statua del Cristo Redentore dans Articoli di Giornali e News Cristo-Redentore-Brasile

«Sua Santità condivide i sentimenti di gioia e si unisce al ringraziamento che il popolo di Rio de Janeiro innalza a Cristo Redentore, in occasione del 90° anniversario dell’inaugurazione della sua statua sulla sommità del Corcovado. Questa immagine, con le braccia aperte in un incessante appello alla riconciliazione, rappresenta l’invito alla fratellanza che Nostro Signore lancia alla città e a tutto il Paese per formare una comunità dove nessuno si senta solo, non voluto, rifiutato, ignorato o dimenticato e dove tutti s’impegnino a lottare per un mondo più giusto, più solidale e più felice». Inizia così il messaggio di Papa Francesco per la città di Rio de Janeiro, in Brasile, nel novantesimo anniversario dell’inaugurazione della statua di Cristo Redentore. L’auspicio è contenuto in un messaggio a firma del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato.

Nel testo il Papa «ricorda che, indipendentemente dal livello di istruzione o di ricchezza, tutte le persone possono contribuire alla costruzione della fratellanza umana: nessuno deve rimanere “a braccia conserte”, ma piuttosto aprire le braccia a tutti, come fa il Redentore. Per raggiungere questo obiettivo è fondamentale un dialogo costruttivo, perché “tra l’indifferenza egoistica e la protesta violenta, c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Dialogo tra generazioni, dialogo tra le persone, perché tutti siamo persone” (Fratelli tutti, 199)».

A questo scopo il Papa «auspica che in questo giorno si rinnovi l’impegno ad accogliersi vicendevolmente, certo che è soprattutto Cristo ad accogliere tutti: Egli abita la città e invita ad avvicinarsi a Lui perché, standogli vicino, saremo vicini gli uni agli altri». Il messaggio si conclude con l’assicurazione della benedizione apostolica per quanti hanno celebrato la ricorrenza partecipando alla Messa del 12 ottobre .

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Carlo Acutis e Aparecida, più di una data liturgica in comune

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2021

Carlo Acutis e Aparecida, più di una data liturgica in comune
Come Nostra Signora Aparecida, Carlo Acutis ha un forte legame con il Brasile, ed è curioso che non abbia mai visitato il Paese

di José Miguel Carrera – Aleteia

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Il giovane Carlo Acutis, beatificato nel 2020, viene celebrato dalla Chiesa il 12 ottobre, giorno della festa di Nostra Signora Aparecida. È stata in questa data, nel 2006, che l’adolescente è partito per la Casa del Padre ad appena 15 anni.
Non è solo la data liturgica che lui e la padrona del Brasile hanno in comune: entrambi hanno conquistato il cuore dei devoti brasiliani.

Pur senza aver mai visitato il Brasile, Acutis ha un fortissimo legame con il Paese. Uno dei miracoli riconosciuti dal Vaticano nel processo di beatificazione del giovane italiano è infatti avvenuto in Brasile.

Il miracolo di Carlo Acutis in Brasile
Il Vaticano ha riconosciuto il miracolo avvenuto per intercessione di Carlo Acutis in cui un bambino brasiliano dello Stato del Mato Grosso do Sul è guarito da una rara malattia nota come anomalia congenita del pancreas.

Il 12 ottobre 2010, in una cappella dedicata a Nostra Signora Aparecida, il piccolo ha ricevuto la benedizione sacerdotale con la reliquia di Carlo Acutis. Dopo la benedizione, la famiglia riferisce che è guarito. Non è stata sicuramente una mera coincidenza…

Devozione alla Madonna
Un altro forte legame tra Carlo Acutis e Aparecida: nella stanza di Carlo c’è un’immagine di Nostra Signora Aparecida, che la madre ha ricevuto da un sacerdote brasiliano. Il beato nutriva una forte devozione per Maria, e una volta ha affermato “La Vergine Maria è stata l’unica donna della mia vita”.

Oltre a questo, il giovane recitava il Rosario e riceveva l’Eucaristia tutti i giorni. È arrivato a dire: “Ricordate di recitare il Rosario tutti i giorni”, “Il Rosario è la scala più breve per arrivare al cielo”, “Dopo la Santa Eucaristia, il Santo Rosario è l’arma più potente per combattere il demonio”.

Non va dimenticato che vicino ai 15 anni (non si conosce l’età esatta) Maria di Nazaret ha accettato di essere la madre del Verbo di Dio incarnato. Anche il giovane Carlo Acutis a 15 anni è partito per le braccia di Gesù e Maria. Ora la Madonna, che Carlo ha tanto amato e ammirato, sta sicuramente aiutando il giovane per intercedere per il Brasile e per il mondo intero.

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12 ottobre/ Memoria liturgica del Beato Carlo Acutis, le celebrazioni ad Assisi

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2021

Memoria liturgica del Beato Carlo Acutis, le celebrazioni ad Assisi
Martedì 12 ottobre ricorre la Memoria liturgica del Beato Carlo Acutis. Ecco il programma della festa del giovane ad Assisi
di Veronica Giacometti – ACI Stampa

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Martedì 12 ottobre ricorre la Memoria liturgica del Beato Carlo Acutis. Sono tante le iniziative e le celebrazioni che si terranno nella Chiesa di Santa Maria Maggiore-Santuario della Spogliazione ad Assisi, dove si trova la tomba del giovane beatificato un anno fa.

La diocesi di Assisi fa sapere che lunedì 11 ottobre mattina alle ore 11 ci sarà la santa messa, nel pomeriggio alle ore 17,30 il santo rosario e a seguire alle ore 18 la celebrazione eucaristica presieduta dal vicario generale don Jean Claude Kossi Anani Djidonou Hazoumé. In serata alle ore 20,30 si terrà la veglia di preghiera dei giovani della cattedrale di San Rufino.

Il 12 ottobre, giorno della Memoria liturgica di Carlo, alle ore 11 la santa messa sarà presieduta dal vicario provinciale della Provincia dei Frati minori, fra Marco Gaballo. Nel pomeriggio al santo rosario delle ore 17,30 seguirà (ore 18) la santa messa presieduta dal vescovo diocesano monsignor Domenico Sorrentino.

Tutti gli appuntamenti saranno trasmessi in diretta su Maria Vision (canale 602 Umbria), sulla pagina Facebook Diocesi Assisi-Nocera-Gualdo e sul sito della Diocesi www.diocesiassisi.it.

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Maria Lorenza Longo, nata nella seconda metà del ’400, oggi beata a Napoli

Posté par atempodiblog le 9 octobre 2021

Maria Lorenza Longo, nata nella seconda metà del ’400, oggi beata a Napoli
Si potrebbe dire che nella sua esistenza ha vissuto tutte le vocazioni, sempre seguendo il soffio dello Spirito Santo. Stamattina, nel Duomo di Napoli, la Messa di beatificazione di questa nobil donna che aveva fatto dell’affidarsi a Dio la sua vita. Nell’omelia, il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, di Maria Lorenza Longo ha messo in luce l’armonia tra contemplazione e azione a servizio degli ultimi
di Adriana Masotti – Vatican News

Maria Lorenza Longo, nata nella seconda metà del '400, oggi beata a Napoli dans Articoli di Giornali e News Nel-Duomo-di-Napoli-la-beatificazione-di-Maria-Lorenza-Longo

Di Maria Lorenza Longo non si sa con precisione l’anno di nascita, probabilmente il 1463. Di origine catalana, apparteneva ad una famiglia nobile di Lérida. Si sposò giovanissima, forse sedicenne, con Juan Llonc, reggente del Consiglio di Aragona. Una bevanda avvelenata le paralizzò le gambe ma, dopo essere rimasta vedova, durante un pellegrinaggio al santuario di Loreto ottenne la grazia della guarigione. Tornata a Napoli, decise di dedicarsi interamente alle opere di carità, fondando nel 1519 l’Ospedale dei cosiddetti “incurabili”, cioè gli ammalati di sifilide. Più tardi Maria Lorenza volle occuparsi anche delle prostitute, dando vita ad una comunità di “convertite” e aprendo un monastero. Insieme ad alcune donne che si erano unite a lei, decise di dare inizio ad una nuova istituzione claustrale di francescane a carattere contemplativo. Il 19 febbraio 1535 ottenne dal Papa Paolo III l’autorizzazione a costruire per loro un monastero “sotto la regola di Santa Chiara”. Anche la data della sua morte è incerta, ma pare sia avvenuta nell’ottobre del 1539.

Semeraro: una donna “portatrice di Cristo”
La parola del Signore va letta, ascoltata, lodata, ma poi va anche osservata. E’ quanto sottolinea il cardinale Marcello Semeraro nell’omelia alla Messa di beatificazione di Maria Lorenza Longo che, dice il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, la “forza generativa della Parola ascoltata e vissuta” l’ha vissuta in sé. Nel Duomo di Napoli sono presenti le Clarisse Cappuccine del monastero detto “delle Trentatré”, Ordine da lei fondato, e consorelle di altre comunità. Il porporato la definisce “una donna per tutte le vocazioni“:

Ella, infatti, fu sposa, madre, laica consacrata dedita alla carità, monaca contemplativa e in tutti questi “stati” della sua vita fu sempre in ascolto della voce di Dio, che la chiamava ad essere “portatrice di Cristo”.

In ascolto della voce dello Spirito
Costante il suo impegno per comprendere in che modo avrebbe potuto realizzare il progetto di Dio nella propria vita. Maria Lorenza Longo “fu sposa fedele e madre premurosa”, prosegue il cardinale Semeraro, che racconta di quando, partito il marito per Napoli, quale membro del Consiglio Collaterale del Viceregno al seguito di re Ferdinando il Cattolico, Maria Lorenza lo seguì pur nelle sue condizioni fisiche difficili, per sostenerlo nell’adempimento dei suoi compiti. Rimasta vedova, fidandosi di Dio anche in quella circostanza, si mise “al servizio della carità”. Fondò “l’Ospedale degli Incurabili” non solo per assistere “gli ultimi fra gli ultimi” ma anche per accompagnare le persone emarginate all’incontro con Cristo.

La fondazione delle Clarisse Cappuccine
Il prefetto descrive poi un’altra tappa fondamentale nell’esistenza di Maria Lorenza Longo:

Compì, poi, la scelta della vita contemplativa per sé e altre sorelle: “le Trentatré”, che si fecero seguaci del Poverello di Assisi e di Chiara, la sua “pianticella”. La fecondità di questa scelta è constatabile ancora oggi: le Clarisse Cappuccine oggi sono più di 2.000 in oltre 150 monasteri.

L’ultima impresa da lei compiuta fu il forte sostegno offerto per la fondazione del “Monastero delle Convertite” avviando così “il risanamento di una grande piaga sociale”.

L’umiltà e la fede unita alle opere
Della nuova beata, il cardinale Semeraro sottolinea “l’armonica composizione nella sua vita di contemplazione e di azione”, “l’intima corrispondenza tra fede e vita” e l’umiltà che l’ha condotta a “lasciare sempre a Dio l’ultima parola”. E conclude:

La nostra Beata, con le sue scelte di vita, ha imitato sia Marta, sia Maria e al termine della vita, sul letto di morte disse: “Sorelle a voi pare che io abbia fatto gran cose di buone opere; ma io in niente di me stessa confido, ma tutta nel Signore”. Mostrando, poi, la punta del dito mignolo, disse: “Tantillo di fé mi ha salvata”!

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Questa può essere l’ultima generazione di persone con la sindrome di Down

Posté par atempodiblog le 7 octobre 2021

Questa può essere l’ultima generazione di persone con la sindrome di Down
E non è una buona notizia. Discriminati e abortiti, i bambini affetti da Trisomia 21 sono sempre di meno. La medicina dà loro una vita “normale”, la società preferisce scartarli
di Piero Vietti  Tempi

Questa può essere l’ultima generazione di persone con la sindrome di Down dans Aborto Il-talento-non-fa-differenz
Una delle foto esposte nell’esposizione “Il talento non fa differenze. Mostra fotografica su bambini di talento ed ex bambini divenuti artisti”, nel 2011 a Siena (foto Ansa)

Quando Arthur è nato, e i suoi genitori hanno scoperto che soffriva della sindrome di Down, sua mamma Rebecca ha pensato «che non sarei mai più andata in vacanza e che non avrei mai più avuto una vita. Ma Arthur è fantastico, divertente, brillante ed è una gioia assoluta».

I test nipt spingono ad abortire
Rebecca è Rebecca Hulbert, attrice inglese che in un’intervista al quotidiano britannico Telegraph ha raccontato la storia di suo figlio: «Non sapevo che avesse la sindrome di Down finché non è nato. Mi spaventa pensare a cosa avrei fatto se l’avessi scoperto quando ero incinta. Non avevo mai incontrato nessuno con quella condizione, avevo solo immagini stereotipate di cosa fosse». Da luglio di quest’anno tutte le donne incinte inglesi posso effettuare gratuitamente i test non invasivi nipt (già introdotti nel sistema sanitario qualche anno fa), che da una semplice analisi del sangue riesce a individuare se il feto ha quella copia in più del cromosoma 21 che causa la sindrome di Down.

Ora c’è un dato che rende questo servizio pagato dello stato una notizia preoccupante, e che fa dire a Rebecca Hulbert di «avere la nausea vedendo che stiamo percorrendo la strada dell’eliminazione delle persone»: nei paesi in cui questo tipo di screening viene offerto, quasi tutte le donne abortiscono il nascituro che risulta affetto da trisomia 21. Spaventati dalle disabilità che il figlio avrà in vita, sempre più genitori preferiscono togliersi una fatica che temono di non potere affrontare. Il risultato è che «la popolazione globale con sindrome di Down sta precipitando», scrive il Telegraph, ed è destinata a scomparire.

Le nascite «immorali»
I numeri ci dicono che questa è probabilmente l’ultima generazione di persone con la sindrome di Down. Vittoria per la scienza e la salute dell’umanità? Non esattamente. C’è innanzitutto un piano umano di cui tenere conto, a prescindere dall’accettazione morale dell’aborto in quanto tale. «Invece di sostenere i nostri simili con la sindrome di Down e i loro genitori, incondizionatamente, invitiamo questi ultimi a porre fine alle loro vite», dice al Telegraph la dottoressa Helen Watts dell’Anscombe Bioethics Centre. «L’assenza dalla nostra comunità di persone con sindrome di Down lascia chi di loro riesce a nascere con la sensazione di non essere graditi e accolti dalla società».

Eppure illustri studiosi hanno spiegato che è giusto così: il biologo e scienziato di Oxford Richard Dawkins, che anni fa disse che «un feto è meno umano di un maiale adulto», ha ribadito che la possibilità tecnica di effettuare lo screening prenatale ha di fatto reso «immorale» mettere al mondo un bambino con quella sindrome. Il filosofo e professore di Bioteica a Princeton Peter Singer ha detto che in fin dei conti la perdita di bimbi con sindrome di Down è un danno «riequilibrato dalla nascita di altri bambini» che quegli stessi genitori che hanno deciso di abortire avranno, quindi accettabile. Il dramma è che il pensiero di Dawkins e Singer non è così lontano da quello di tanti.

I passi avanti della medicina
Bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato del termine “accettabile”: la legge che ha depenalizzato l’aborto in Inghilterra nel 1967 permette di abortire legalmente fino all’ultimo giorno di gravidanza un figlio con gravi disabilità (per qualcuno l’aborto è più aborto che per gli altri, scrivevamo). A poco servono le proteste di attivisti e associazioni che difendono i diritti di queste persone, le quali ricordano come ormai molti dei tratti legati alla disabilità di chi è affetto da questa sindrome possono essere curati, e che essendo immuni a diversi tipi di cancro il loro patrimonio genetico può offrire informazioni importanti alla ricerca: in Danimarca ormai il 95 per cento degli screening positivi portano a un aborto, in Islanda il 100 per cento dal 2017, e in tutta Europa in pochi anni è nato il 54 per cento in meno di bambini down.

Spiega ancora il Telegraph che adesso la battaglia è impostata sul creare consapevolezza nei genitori che «grazie alla medicina moderna, i loro figli possono frequentare le scuole tradizionali, vivere in modo indipendente e godere di un’aspettativa di vita simile al resto di noi. Cinquant’anni fa la sindrome di Down era considerata una grave disabilità. La maggior parte dei bambini colpiti è stata sottratta ai genitori, non istruita e cresciuta in istituti, dove è morta prima dell’età adulta. Ora la maggior parte delle complicazioni associate alla sindrome, comprese le difficoltà di apprendimento, possono essere trattate in tutto o in parte».

I down possono essere discriminati
Tempi vi ha raccontato della ventiseienne Heidi Crowter, ragazza con la sindrome di Down che ha provato a cambiare la legge sul’aborto tardivo in Inghilterra, e della sua campagna Don’t Screen Us Out respinta lo scorso 23 settembre dall’alta corte (per Heidi la legge è «offensiva e non rispetta la mia vita», ma oggi sono altre offese che vengono tutelate). Crowter sosteneva che ai genitori di bambini con diagnosi di disabilità non vengono fornite le informazioni e l’aiuto di cui hanno bisogno per scegliere di accettare e crescere il loro bambino disabile.

Il fatto è che, con buona pace delle teorie di Dawkins e Singer, le persone con sindrome di Down non sono mai state bene come adesso, la scienza e lo studio della malattia permettono una vita “normale” e felice e in moltissimi casi. Il Telegraph ha intervistato anche Máire Lea-Wilson, di cui Tempi aveva scritto qui, mamma trentatreenne di Aidan che dopo avere effettuato lo screening ha subito pressioni dai medici fino all’ultimo gioro di gravidanza perché abortisse. Da bambina però Máire aveva una compagna di scuola affetta dalla sindrome di Down, e la ricorda felice e non problematica. Tanto è bastato per scegliere di non uccidere suo figlio.

Più ricerca, meno aborti
Ma se in Inghilterra (e in generale in Europa) la situazione è questa, in America le cose vanno un po’ meglio: grazie alle limitazioni dei finanziamenti alla disponibilità di test e a un’opposizione combattiva all’aborto le nascite di bambini con sindrome di Down sono diminuite solo di un terzo. Frank Stephens, attivista della Global Down Syndrome Foundation, dice da anni che i fondi federali dovrebbero essere utilizzati per migliorare la vita delle persone colpite, piuttosto che eliminare i bambini con quella condizione.

«Siamo il canarino nella miniera di carbone eugenetica», aveva detto al Congresso nel 2017, «stiamo aiutando a sconfiggere il cancro e l’Alzheimer, e rendiamo il mondo un posto più felice». Le argomentazioni pro life contro l’aborto non reggono più a livello di dibattito pubblico, lo sappiamo, ecco perché Stephens ha ribaltato il tavolo buttandola sulla ricerca: le informazioni contenute nel patrimonio genetico delle persone con sindrome di Down sono utili alla ricerca scientifica per curare le malattie che affliggono tutti, loro compresi. Non trattandole da cavie, ma da «individui che hanno diritto alla salute e alla felicità», dice al Telegraph Brian Skotko, genetista della Harvard Medical School.

Fallito l’assalto al comma della legge che in Inghilterra permette l’aborto tardivo nel caso di malformazioni, il fronte si sta riorganizzando con una proposta di legge per «definire una strategia nazionale per identificare e soddisfare i bisogni di tutti gli adulti e i bambini che vivono con quella condizione». «Mi sento molto triste e preoccupata», ha detto Rebecca Hulbert al Telegraph, «stiamo cercando di creare una razza superiore di bambini tutti uguali tra loro e capaci di andare a Oxford, o vogliamo anche persone che sappiano capire come ti senti e ti abbraccino? Abbiamo bisogno di più Arthur, Aidan e Heidi in questo mondo».

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Il dolore del Papa per il Rapporto sugli abusi nella Chiesa di Francia

Posté par atempodiblog le 6 octobre 2021

Il dolore del Papa per il Rapporto sugli abusi nella Chiesa di Francia
Dispiacere per le ferite subite, ma anche gratitudine per il coraggio della denuncia. E’ quanto esprime Francesco alla luce dei dati raccolti in due anni e mezzo di indagine e presentati oggi a Parigi, dalla Commissione indipendente sugli abusi sessuali su minori nella Chiesa francese: 216.000 vittime di preti e religiosi cattolici dal 1950. Alla conferenza stampa anche il nunzio apostolico, monsignor Celestino Migliore
di Cyprien Viet e Gabriella Ceraso – Vatican News

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Le vittime e la Chiesa di Francia sono oggi nel cuore del Papa, colmo di dispiacere per una “terribile realtà”. Al termine della presentazione a Parigi del Rapporto, frutto di oltre due anni di lavoro, il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni comunica che Francesco, che proprio nei giorni scorsi ha incontrato i vescovi d’Oltralpe in visita ad limina, ne è stato informato.

“Il suo pensiero va anzitutto alle vittime, con grande dispiacere, per le loro ferite, e gratitudine, per il loro coraggio nel denunciare, e alla Chiesa di Francia, perché, nella consapevolezza di questa terribile realtà , unita alla sofferenza del Signore per i suoi figli più vulnerabili, possa intraprendere una via di redenzione”.

Ancora le vittime sono al centro della preghiera del Papa. Francesco – fa sapere Matteo Bruni – nella preghiera affida al Signore il “popolo di Dio in Francia” particolarmente le vittime, “perché doni loro conforto e consolazione e con la giustizia possa giungere il miracolo della guarigione”.

Le parole e la preghiera arrivano dunque al termine di una mattinata delicata e difficile. Come preannunciato alla stampa, il Rapporto nella sua integrità  è ampio e dettagliato. E’ stato un lavoro faticoso e intenso quello dei 21 membri della Commissione indipendente incaricata dai vescovi e dai religiosi di Francia. Aprendo la conferenza stampa il presidente, Jean-Marc Sauvé, ha citato la lettera di una vittima, per dire proprio che quanto emerso in circa due anni e mezzo può essere talvolta “destabilizzante e scoraggiante” ma dà la speranza “di un nuovo inizio”, di “un altro rapporto” con questa storia di dolore. Un “clima umano” ha sottolineato un membro della Commissione, ha caratterizzato l’ascolto delle vittime – aspetto centrale nella stesura del Rapporto -  ricordando in particolare le “lacrime di un settantenne” e la “rabbia di una donna”. Ascolto dunque prima che indagine di esperti.

A nome degli abusati ha parlato François Devaux, vittima di padre Preynat nella diocesi di Lione e co-fondatore dell’associazione La Parole Libérée. Un discorso il suo, pieno di sofferenza e di rabbia, ma anche di gratitudine per il lavoro della Commissione definito un “sacrificio per il bene comune”. “È dall’inferno che voi, membri della Commissione, siete tornati” – ha detto – chiedendo alla Chiesa profonde riforme, esprimendo il suo senso di tradimento per i silenzi e le “disfunzioni sistemiche” che ha affrontato nella sua lotta dolorosa.

I numeri raccapriccianti
Il Rapporto basato su testimonianze, ricerche e dati d’archivio è molto dettagliato – come ha spiegato il presidente Sauvè – ma non ha la pretesa di essere esaustivo. Come già preannunciato alla stampa nei giorni scorsi, la Commissione ha stimato in 2.900 a 3.200, i preti e i religiosi coinvolti in crimini di pedofilia in Francia tra il 1950 e il 2020. Ma la valutazione è parziale. Un sondaggio nazionale conta che un totale di 216.000 persone in Francia oggi (con un margine di errore di 50.000) sono state abusate da preti e religiosi cattolici. Se si includono le aggressioni commesse da laici (soprattutto nelle scuole), questa stima sale a 330.000 persone.

Jean-Marc Sauvé ha spiegato che nell’insieme della società francese, cinque milioni e mezzo di persone (il 14,5% delle donne e il 6,4% degli uomini) hanno subito una violenza sessuale prima dei 18 anni. Le famiglie e gli amici sono ancora i principali contesti, ma la prevalenza di aggressioni nella Chiesa cattolica rimane alta, anche in tempi recenti, e l’80% di questi abusi riguarda i ragazzi.

L’appello per “un’azione vigorosa”
Denunciando la mentalità corporativista della Chiesa cattolica, che ha cercato a lungo di coprire questi casi (in particolare facendo del silenzio delle vittime una condizione per il risarcimento), Jean-Marc Sauvé ha chiesto dunque “un’azione vigorosa”, compreso il riconoscimento degli atti passati, e misure preventive nella formazione e nel discernimento vocazionale. Nel rapporto anche 45 raccomandazioni specifiche, tra cui un rafforzamento dei meccanismi di controllo interno, una migliore definizione del ruolo del vescovo per evitare che sia giudice e parte in causa, e un migliore coinvolgimento dei laici nel governo della Chiesa.

Invocando un “lavoro di verità, perdono e riconciliazione”, il presidente Sauvé ha sottolineato anche che la Chiesa cattolica è “una componente essenziale della società” e che deve lavorare per “ristabilire un’alleanza che è stata danneggiata”. “La nostra speranza non può essere e non sarà distrutta. La Chiesa può e deve fare tutto per ripristinare ciò che è stato danneggiato e ricostruire ciò che è stato rotto”, ha concluso, mettendo in evidenza il coraggio delle vittime.

La reazione della Chiesa
Dolore e vegogna nella reazione della Chiesa: in conferenza stampa erano presenti i vescovi e i religiosi che hanno commissionato il Rapporto. Nel suo discorso, monsignor Éric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims e Presidente della Conferenza Episcopale( CEF), ha riconosciuto la portata “spaventosa” della violenza nella Chiesa. La voce delle vittime “ci sconvolge, ci travolge”, ha riconosciuto, lodando in particolare la franchezza e le “parole vere” di François Devaux. Il presidente della CEF ha promesso che i vescovi si prenderanno il tempo necessario per studiare il rapporto e trarne le conseguenze, in particolare durante la loro assemblea plenaria di novembre.

Da parte sua, la presidente della Conferenza delle religiose di Francia( CORREF), suor Véronique Margron, ha espresso il suo “infinito dolore” e la sua “vergogna assoluta” di fronte ai “crimini contro l’umanità del soggetto intimo, credente e amoroso”. Le 45 raccomandazioni sono un “segno di esigente fiducia nella Chiesa”, che dovrà lavorare con le altre istituzioni.

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Ottobre in Santuario: gli appuntamenti del mese mariano a Pompei

Posté par atempodiblog le 1 octobre 2021

Ottobre in Santuario: gli appuntamenti del mese mariano a Pompei
di Redazione Made in Pompei

Ottobre in Santuario: gli appuntamenti del mese mariano a Pompei dans Apparizioni mariane e santuari Ottobre-in-Santuario-gli-appuntamenti-del-mese-mariano-a-Pompei

Anche quest’anno, il Santuario della Madonna del Rosario si prepara ad accogliere migliaia di fedeli per il mese di ottobre, tradizionalmente dedicato al santo Rosario e alla devozione alla Vergine Maria.

Dal 1° giorno del mese torna il “Buongiorno a Maria”, la preghiera con cui i fedeli chiedono la protezione e l’intercessione della Madonna del Rosario di Pompei. A guidarne la recita, il 1° e il 31 ottobre 2021, sarà l’arcivescovo di Pompei, Tommaso Caputo.

L’appuntamento è dal lunedì al sabato alle ore 6.30, in Basilica, fino ad esaurimento posti. Il sabato, la partecipazione al “Buongiorno a Maria” va prenotata per tempo all’Ufficio Rettorato, chiamando i numeri 0818507000 o 0818577379. Per recitare al meglio la preghiera, il Santuario ha realizzato un nuovo sussidio, disponibile nella propria libreria o tramite prenotazione telefonica ai numeri 0818577495 e 0818577321.

Sempre il 1° ottobre 2021, antivigilia della Supplica, si svolgerà, alle ore 18, la tradizionale Discesa del Quadro con la recita del santo Rosario e la benedizione delle corone. Alle 19, la santa Messa presieduta dall’Arcivescovo Caputo. Il giorno successivo, vigilia della Supplica, al termine della celebrazione eucaristica delle 19, avrà inizio la veglia in attesa della Supplica, che si concluderà con la messa delle 24, presieduta dal Prelato.

Domenica 3 ottobre 2021 sarà recitata la Supplica. Il rito solenne, che avrà inizio alle 10.40 con la santa Messa, sarà presieduto dall’Arcivescovo di Napoli, mons. Domenico Battaglia. Al termine della celebrazione, alle ore 12 in punto, come da tradizione, sarà proclamata, dunque, la preghiera nata dal cuore del Beato Bartolo Longo nel 1883.

Seguiranno l’evento, in diretta televisiva, l’emittente campana Canale 21, da sempre presente agli appuntamenti più importanti del Santuario di Pompei, e l’emittente della Cei, Tv2000 (28 DTT, 157 sky, 18 tivùsat).

Martedì 5 ottobre 2021 ricorre la Festa del Beato Bartolo Longo. Alle ore 10, sarà celebrata la santa Messa con le scuole, presieduta da mons. Gioacchino Cozzolino, responsabile della Pastorale Scolastica. Poi, alle 11.30, sarà offerto il tradizionale omaggio floreale al monumento del Beato in piazza Bartolo Longo, alla presenza dell’arcivescovo Caputo che in serata, alle ore 20, sul sagrato della Basilica, presiederà la celebrazione eucaristica che chiuderà i festeggiamenti.

Giovedì 7 ottobre 2021, ancora, Pompei sarà la quinta tappa del “pellegrinaggio spirituale” promosso da Radio Maria. Dopo Nazareth, Fatima, Medjugorje e il Monte Carmelo, l’iniziativa approderà nella città mariana, proprio nel giorno della festa della Madonna del Rosario.

Seguiranno, poi, le tappe di Kibeho e Guadalupe. In comunione con i fedeli di tutto il mondo, guidati dall’arcivescovo Caputo e uniti in preghiera attraverso le frequenze di Radio Maria, alle ore 16 i devoti della Madonna reciteranno il santo Rosario dal Santuario di Pompei, seguito, alle 17, dalla santa Messa presieduta dal Rettore, mons. Pasquale Mocerino.

Confermata anche la presenza dell’emittente Cei, Tv2000, che trasmetterà in diretta dal Santuario, per l’intero mese di ottobre, il “Buongiorno a Maria” delle 6.30, e ben tre appuntamenti quotidiani con la santa Messa, alle ore 7, alle 8.30 e alle 19.

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Incendio di Milano: in una casa distrutta, si salva solo il crocifisso

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2021

Incendio di Milano: in una casa distrutta, si salva solo il crocifisso
Lo ha raccontato il professor Lorenzo Spaggiari, non credente, direttore della chirurgia toracica dell’Istituto europeo dei tumori e docente all’università di Milano
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Incendio di Milano: in una casa distrutta, si salva solo il crocifisso dans Articoli di Giornali e News Crocifisso

Crocifisso clamorosamente in salvo durante l’incendio di Milano. Una persona che abitava nello stabile distrutto dalle fiamme, racconta un piccolo “miracolo” che sarebbe avvenuto all’interno della sua abitazione, nei tragici momento del rogo.

«Se fossi credente mi sentirei davanti a un miracolo. Da trent’anni però opero chi è colpito dal cancro: i contorni della mia idea di fede si sono progressivamente offuscati. Così non posso che definire incredibile quello ho visto», dice a La Repubblica (3 settembre), il professor Lorenzo Spaggiari, 60 anni, emiliano, direttore della chirurgia toracica dell’Istituto europeo dei tumori e docente all’università di Milano, abitava con la famiglia l’ultimo piano della Torre dei Moro.

“Soltanto una cosa è salva…”
Il professore racconta così il momento in cui si è reso conto che durante l’incendio al grattacielo di Milano, l’unico oggetto che ne è uscito indenne, è stato il crocifisso.

«Il soffitto è crollato e abbiamo perso tutto – afferma Spaggiari -. Bruciata e sciolta dal calore anche la cassaforte inserita nel muro. Soltanto una cosa non solo è salva, ma intatta: un crocifisso. Lo conservavo in una bustina di plastica: come nuova anche quella. Incredibile: mia moglie si è messa quella croce al collo e non vuole toglierla più».

“Non è un episodio avvenuto da solo”
Ecco uno stralcio dell’intervista.

Perché è tanto colpito da questo episodio?
“Siamo proprietari del diciottesimo piano. In duecento metri quadri non è recuperabile uno spillo e ho visto la mia casa bruciare in diretta tivù. L’unico oggetto ad essere riemerso dalle macerie, in perfetto stato dentro una cassaforte liquefatta, è quella piccola croce d’oro. Inutile negarlo, la mia famiglia è scossa”.

Non può essere un caso?
“Se lo è, è un caso che turba. Anche perché non si è verificato da solo”.

Cosa intende dire?
“Domenica mia moglie voleva restare a casa. L’ho infine convinta ad andare qualche ora al mare in Liguria con i bambini. Non avevo mai insistito prima. Se non fossimo usciti, trovandoci al di sopra delle fiamme scoppiate più in basso, saremmo stati in trappola. Spesso nel fine settimana stavamo a giocare e a riposare nel soppalco al diciannovesimo piano. La coincidenza, grazie a cui siamo vivi, ci ha turbato: ritrovare poi tra i detriti solo una croce, sparata fuori dal muro, lascia increduli” (Milano, 3 settembre).

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Settimana liturgica nazionale: Mons. Maniago, “Nelle celebrazioni tutti si sentano a casa”

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2021

Non sentirsi fuori posto, ma a casa propria
Settimana liturgica nazionale: Mons. Maniago, “Nelle celebrazioni tutti si sentano a casa”

Dopo il Covid, “non possiamo riprendere il cammino come prima; dobbiamo essere coraggiosi nell’affrontare in modo nuovo quello che per noi rimane essenziale, non tanto dando sfogo a chissà quale creatività, quanto piuttosto valorizzando la bellezza e la dignità delle assemblee e cercando vie nuove per proporre quello che in fondo è la consegna del Signore: ‘Fate questo in memoria di me’”, dice al Sir il presidente del Cal
di Gigliola Alfaro – Toscana Oggi

Settimana liturgica nazionale: Mons. Maniago, “Nelle celebrazioni tutti si sentano a casa” dans Articoli di Giornali e News Settimana-liturgica-nazionale-Mons-Maniago-Nelle-celebrazioni-tutti-si-sentano-a-casa

La 72ª Settimana liturgica nazionale (Sln) sarà ospitata, nel 2022, dalla arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno. È stato annunciato al termine della 71ª edizione, dal titolo “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome. Comunità, liturgie e territori”, che si è svolta nella cattedrale di Cremona dal 23 al 26 agosto. Abbiamo chiesto di tracciare un bilancio dell’incontro a mons. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta e presidente del Centro di azione liturgica (Cal).

Eccellenza, com’è andata la 71ª Settimana liturgica nazionale, dopo lo stop imposto l’anno scorso dalla pandemia?
È stata una bella esperienza. Si partiva con una titubanza per il contesto ancora condizionato dalla pandemia, quindi non poteva essere una Sln secondo il vecchio modello ormai consolidato negli anni, ma doveva essere qualcosa di nuovo. Erano due i fronti che ci preoccupavano: uno organizzativo, l’latro contenutistico. Per il primo aspetto abbiamo avuto riscontri positivi perché, oltre a una presenza fisica di “settimanalisti” nella cattedrale a Cremona, attraverso le vie telematiche abbiamo superato i duemila contatti. È stato, infatti, un evento costruito anche per chi stava a casa e questa scommessa è stata vinta. Ed è stato bello sapere di comunità o persone, che non avrebbero mai potuto essere presenti a una Sln, come monasteri di clausura oppure o una residenza di sacerdoti anziani, che hanno potuto seguire la Settimana in streaming. Tutto questo ci fa dire che anche le prossime Sln – speriamo in un clima fuori dalla pandemia – dovranno tener conto di questo aspetto, con un uso più attento ai mezzi di comunicazione per ampliare la platea dei partecipanti. Rispetto ai contenuti, anche quest’anno gli interventi sono stati di valore. Il tema era molto significativo: paradossalmente scelto prima della pandemia, è diventato molto più importante adesso, perché ha toccato quel “convenire” così fortemente penalizzato durante la fase acuta della pandemia. Peraltro abbiamo celebrato la Settimana in una diocesi che è stata nell’epicentro dell’emergenza durante la prima ondata.

Cosa possiamo imparare dal digiuno liturgico vissuto l’anno scorso durante il lockdown?
Il digiuno è servito ai fedeli per capire quanto sia importante e necessario celebrare sia per accogliere la grazia di Dio, sia per viverla insieme come Chiesa. L’assemblea liturgica è manifestazione della Chiesa, è un’esperienza di popolo che si raduna intorno al Signore, alla Sua Parola e a quel Pane eucaristico che è vita nuova per tutti. L’esserne privati ci ha aiutato a capire di più quanto sono essenziali il celebrare in generale e l’Eucaristia domenicale in particolare. Dell’esperienza con cui si è cercato di attenuare quel digiuno, perché eravamo in una situazione emergenziale, va fatto un bel discernimento. Nessuno mette in dubbio la buona volontà di fondo, però alcune esperienze sono state eccessive, di cattivo gusto, una creatività che per certi aspetti ha fuorviato dall’importanza e dalla bellezza del celebrare. Invece, la valorizzazione della preghiera in famiglia, che integra l’esperienza liturgica, è un aspetto importante che è stato non solo recuperato, ma forse sperimentato in un modo significativo per la prima volta.

Dopo il lockdown non tutti i fedeli sono tornati in chiesa. Che fare adesso?
Questo interrogativo è stato al cuore della Sln. Il tornare a celebrare alla presenza del popolo ha messo in evidenza una situazione variegata e complessa che la Chiesa già viveva prima del lockdown, cioè di persone che sono ben consapevoli dell’importanza del celebrare e lo vivono come una dimensione essenziale della loro vita cristiana, altri che su questo sono un po’ più superficiali, altri che sono frequentatori occasionali, altri che devono ancora comprendere l’importanza della liturgia o che magari si sentono per certi aspetti restii a momenti istituzionali e rituali perché non hanno avuto la corretta formazione per comprenderne il valore. I primi a ritornare sono stati quelli che hanno vissuto il digiuno come un’assenza di qualcosa d’importante. Molti non sono tornati non perché avessero problemi con una dimensione liturgica ma avevano paura del Covid o perché essendo persone molto fragili avevano ricevuto l’invito a essere prudenti. Ci sono poi persone – e di questo noi siamo preoccupati – che debbono recuperare l’autentico spirito del celebrare, che non è formalità, mero ritualismo, esteriorità, piuttosto il cuore dell’esperienza cristiana. Nella Sln a questa domanda si è cercato di dare qualche risposta, intanto, chiedendo di valorizzare la bellezza e la semplicità della liturgia.

La pandemia ci ha molto scosso e provato, ma anche invitato a ritornare a quello che è essenziale.
Anche nel nostro celebrare c’è un essenziale che deve essere curato, che non ammette distrazioni da parte di chi presiede e di tutta la comunità che deve vivere, partecipare, animare una liturgia. Quindi una cura a celebrare con quell’ordine che manifesta una semplicità e una dignità che permette a tutti di vivere un’esperienza importante.

In questa ripartenza, dobbiamo fare in modo che nelle celebrazioni tutti si possano sentire a casa, non tanto per un ambiente superficialmente familiare: nella liturgia ci deve essere la consapevolezza di quello che si sta pregando perché appartiene a tutti. Ciò permette di non farci sentire fuori posto, ma di essere a casa nostra. Inoltre, l’accoglienza in chiesa, dovuta in questo momento per motivi sanitari, ci insegna che, anche dopo il Covid, sarà importante trovare sulla porta qualcuno che accoglie, saluta, aiuta le persone più fragili a trovare posto, regala un sorriso. Sono apparentemente piccole cose, ma sono quelle che rendono una celebrazione non una funzione a cui passivamente assistere, quanto un’azione familiare a cui partecipare.

Allo sbilanciamento generazionale delle assemblee come si può rispondere?
Nella ripartenza nelle celebrazioni i giovani sembrano i grandi assenti, se non altro quantitativamente, ma mancano anche delle fasce di adulti. La parte più consistente, invece, è costituita da “diversamente giovani”. Questo deve preoccuparci e nella Sln se n’è parlato, tanto che i giovani sono stati oggetto di una piccola tavola rotonda. La risposta è stata: non dobbiamo rincorrere i giovani diluendo lo specifico dell’esperienza cristiana in forme giovanilistiche che alla fine non soddisfano nessuno. I giovani hanno bisogno di autenticità, quindi le nostre comunità, se vogliono aprirsi e accogliere i giovani, devono cercare di vivere il Vangelo senza compromessi, senza sconti. I giovani su questo, giustamente, sono molto esigenti. Inoltre, è necessario che la vita delle nostre comunità non sia attenta ai giovani, ma sia una vita anche “con” i giovani, per farli sentire parte integrante. Il loro posto non è una gentile concessione ma è un posto importante di cui c’è bisogno. Gli anziani, gli adulti, i bambini hanno bisogno della presenza dei giovani.

Nel suo messaggio alla Sln, il Papa ha suggerito di individuare linee di pastorale liturgica per evitare la marginalità della domenica, dell’assemblea eucaristica, dei ministeri…
Il Papa saggiamente ha chiesto degli orientamenti, non ricette, perché queste non solo non ci sono ma sarebbe presuntuoso cercarle o peggio proporle. Lo spirito che ha animato la Settimana è stato in linea con il messaggio del Papa che ha usato parole molto chiare per dire il pericolo che c’è: la marginalità di quanto invece deve stare al centro. Ma questa consapevolezza, durante la Sln, non è diventata – in questo ci sentiamo di aver interpretato bene il Papa – lamentazione sterile, un ripiego nostalgico del passato, ma si è  cercato con umiltà di individuare alcune prospettive. Non possiamo riprendere il cammino come prima; dobbiamo essere coraggiosi nell’affrontare in modo nuovo quello che per noi rimane essenziale, non tanto dando sfogo a chissà quale creatività, quanto piuttosto valorizzando e cercando vie nuove per proporre quello che in fondo è la consegna del Signore. Infatti, il convenire domenicale, il ritrovarsi intorno alla Parola e al Pane di vita è quello che ha chiesto il Signore: “Fate questo in memoria di me”. La Chiesa non può che rimanere fedele su questo. Perciò, la Sln non finisce ma la riflessione, con gli stimoli interessanti e forti che sono stati dati a Cremona, dovrà continuare.

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La tavola e quella giusta distanza tra di noi

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2021

La tavola e quella giusta distanza tra di noi
Tratto da: Pane e focolare

La tavola e quella giusta distanza tra di noi dans Articoli di Giornali e News tavola-rotonda

Per ben tre volte, nella stessa giornata, leggo in tre contesti diversi il concetto della giusta distanza. Non può essere un caso, è chiaramente un segnale che mi viene lanciato e non posso ignorarlo. In effetti di fronte alle cose che guardiamo possiamo essere troppo lontani, così da non vedere praticamente nulla, oppure troppo vicini, con la conseguenza di concentrarci su qualche dettaglio ma con il rischio di perdere la visione d’insieme. Questo accade non solo di fronte ad un quadro o ad un avvenimento, ma anche tra le persone. C’è chi soffre per la nostra lontananza, non solo fisica ma anche affettiva, per la mancanza di empatia e di vero interesse per la sua vita. E ci sono persone che al contrario sono infastidite se stiamo loro troppo addosso, se entriamo a piedi uniti nelle loro giornate con un’invadenza poco rispettosa.

Una meditazione dell’episodio del Vangelo che ha come protagonista Zaccheo mi ha sollecitato riflessioni anche sul fatto che davanti alle cose o alle persone siamo non solo troppo lontani o troppo vicini, ma potremmo essere anche troppo in basso o troppo in alto. Conosciamo la storia di Zaccheo: sa che Gesù passerà per la sua città, Gerico, ma essendo piccolo di statura teme di non vederlo, tra la folla che si accalca; allora si arrampica su un sicomoro. Esiste una distanza sbagliata quando siamo troppo piccoli davanti alle cose e queste ci passano davanti senza che ce ne accorgiamo; quella piccolezza può essere magari il simbolo di una frustrazione, di un’insicurezza, di quella spiacevole sensazione di essere sempre inadeguati e con uno spiacevole complesso di inferiorità che ci blocca nel rapporto con gli altri, che vediamo sempre sopra di noi. Zaccheo non si arrende e reagisce salendo sulla pianta, una strategia creativa ed apprezzabile per vedere il Messia ma la visione è sempre ad una distanza sbagliata: dall’alto lo vede ma non entra in nessuna vera relazione con lui. Pensiamo a quello che accade quando siamo superbi, quando guardiamo tutti dall’alto in basso, quando pensiamo di conoscere la realtà solo perché siamo persone importanti e occupiamo poltrone di prestigio. Il mondo passa sotto di noi, crediamo di sapere tutto ma non cogliamo in profondità il significato di ciò che sta accadendo.

La soluzione viene da quel genio della comunicazione che è Gesù: «Zaccheo, scendi dalla pianta, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Un autoinvito in piena regola, di quelli che a volte mettono in crisi una padrona di casa che deve in quattro e quattr’otto mettere qualcosa sul fornello, inventandosi un menu con un po’ di creatività e improvvisazione. Ma la soluzione proposta da Gesù è proprio azzeccata: seduti a tavola la distanza è perfetta, ci si guarda negli occhi, nessuno è in posizione di superiorità o di inferiorità rispetto all’altro. Si può finalmente parlare su un piano di parità, ci si può conoscere intimamente senza filtri sbagliati. Ci può essere un capotavola per l’ospite di riguardo, ma i piatti sono gli stessi, il cibo è lo stesso, la comunità intorno a quel desco può sentirsi davvero unita. E’ un genio re Artù che vuole una tavola rotonda per sé e i suoi cavalieri, per indicare la pari dignità e la fratellanza tra quei commensali.

La tavola è davvero un luogo dove realizzare quella giusta distanza che ci permette di guardare le cose come sono, di essere davvero noi stessi senza imbarazzi. Rispetto agli amici o ai familiari seduti con noi non siamo né troppo lontani né troppo invadenti, nessuno è inferiore né superiore agli altri. Come ricorda il mantra del mio blog: “Se mangi con qualcuno, passi subito ad un livello più alto di amicizia”. (E magari se l’ospite è Gesù ci scappa anche una straordinaria conversione di un peccatore incallito come Zaccheo!).

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Forte appello del Papa: per l’Afghanistan preghiera e digiuno

Posté par atempodiblog le 29 août 2021

Forte appello del Papa: per l’Afghanistan preghiera e digiuno
All’Angelus Francesco chiede ai cristiani gesti di solidarietà per i civili di quel Paese, soprattutto donne e bambini, vittime della violenza e degli attentati dei giorni scorsi. “Si continui ad assistere i bisogni e a pregare perché dialogo e solidarietà portino ad una convivenza pacifica e fraterna”
di Francesca Sabatinelli – Vatican News

Forte appello del Papa: per l'Afghanistan preghiera e digiuno dans Articoli di Giornali e News Kabul-le-operazioni-di-evaquazione-dei-civili-afghani

Francesco segue con preoccupazione l’evolvere della situazione in Afghanistan, ed esprime dolore per le vittime degli attacchi di giovedì scorso:

Partecipo alla sofferenza di quanti piangono per le persone che hanno perso la vita negli attacchi suicidi avvenuti giovedì’ scorso, e di coloro che cercano aiuto e protezione. Affido alla misericordia di Dio Onnipotente i defunti, ringrazio chi si sta adoperando per aiutare quella popolazione così provata, in particolare le donne e i bambini.

Francesco chiede al mondo di “continuare ad assistere i bisognosi e a pregare perché il dialogo e la solidarietà portino a stabilire una convivenza pacifica e fraterna e offrano la speranza per il futuro del Paese”. In un momento come questo, aggiunge, non si può rimanere indifferenti:

La storia della Chiesa ce lo insegna, come cristiani, questa situazione ci impegna per questo rivolgo un appello a tutti, a intensificare la preghiera e a praticare il digiuno, preghiera e digiuno, preghiera e penitenza, questo è il momento di farlo. Sto parlando sul serio, intensificare la preghiera e praticare il digiuno, chiedendo al Signore misericordia e perdono.

Nel Paese altissimo il rischio attacchi
L’allarme attentati in Afghanistan resta altissimo, mentre gli Stati Uniti proseguono la corsa contro il tempo per il ritiro di tutto il personale dal Paese entro il 31 agosto. La minaccia è credibile secondo Washington, che non esclude atti terroristici anche su suolo statunitense.  L’ambasciata Usa a Kabul invita i suoi connazionali a lasciare l’area attorno all’aeroporto poiché un attacco – come dichiarato da Joe Biden – è probabile nelle prossime 24/36 ore. Il raid statunitense contro l’Isis-K, nel quale sono morti due militanti, tra i quali una delle “menti”, non è stato l’ultimo, aggiunge poi il presidente americano, mentre i talebani condannano quando ritenendolo un “chiaro attacco all’Afghanistan”.

Chiuso il ponte aereo italiano e quello britannico
I miliziani, che hanno mostrato tutta la loro violenza aggredendo a bastonate i civili in coda ai bancomat per il ritiro di denaro contante, si dicono pronti a prendere presto il totale controllo dell’aeroporto, non appena militari e civili Usa saranno partiti.  Nel frattempo, però, hanno isolato tutto lo scalo, impedendo l’accesso agli afghani che sperano ancora di poter essere evacuati dal Paese, in centomila sono rimasti bloccati. Ieri è intanto rientrato l’ultimo volo del ponte mentre la scorsa notte è invece partito l’ultimo della Raf con il quale si è chiusa, dopo 20 anni, anche la missione del Regno Unito in quel Paese. La prossima settimana verrà annunciato il prossimo governo, dichiarano poi i talebani che intanto hanno tagliato quasi tutte le reti internet e di telecomunicazione nella provincia del nord-est del Panshir, una delle due zone, assieme a quella di Baghlan non controllate da loro, ma dagli uomini della resistenza.

Allarme bambini: in 300mila sono sfollati e senza aiuti
L’Unicef intanto lancia l’allarme: nel Paese ci sono 300mila bambini sfollati e che non si possono abbandonare nel momento del bisogno. Molti dei piccoli sono stati costretti a lasciare le loro case a seguito dell’arrivo dei talebani, un milione di bimbi sotto i cinque anni soffrirà di malnutrizione grave, pericolosa per la vita. Mentre oltre 4 milioni di minori, tra cui oltre 2 sono ragazzine, sono fuori dalla scuola. Un altro drammatico messaggio arriva dalla Missione di assistenza Onu in Afghanistan, la Unama, che avverte che il 2021 si configura sempre più come l’anno nero per le vittime civili nel Paese, che già nei primi sei mesi hanno raggiunto livelli record. Da maggio, da quando è iniziato il ritiro del contingente internazionale, e si è intensificata l’offensiva talebana, si è registrata un’impennata delle uccisioni e di ferimenti.

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S. Bartolomeo, la città ricordi che ha il corpo di un apostolo

Posté par atempodiblog le 24 août 2021

Don Franco Iampietro: “Sentiamo forte il desiderio di far conoscere la figura dell’Apostolo”
S. Bartolomeo, la città ricordi che ha il corpo di un apostolo
di Mariateresa De Lucia – Ottopagine

S. Bartolomeo, la città ricordi che ha il corpo di un apostolo dans Articoli di Giornali e News Basilica-di-san-Bartolomeo

Riscoprire una celebrazione religiosa, una devozione che è segno di identità e fa sentire forte il senso di comunità. Benevento festeggia oggi il suo Santo Patrono, San Bartolomeo. Un culto che andrebbe rilanciato anche secondo Don Franco Iampietro, rettore della Basilica dedicata all’Apostolo che sorge lungo Corso Garibaldi.

“Non c’è molta partecipazione e molti addirittura ignorano che a Benevento, in questa basilica, è conservato il corpo dell’apostolo, un privilegio grande per la città e la diocesi di cui è il Patrono. Non tutti i luoghi, infatti, possono vantare i resti mortali di un apostolo. Ci sono tante reliquie di santi ma gli apostoli erano solo 12 e, come noi, ci sono solo poche altre realtà”. Cita Salerno e Santiago de Compostela Don Franco e prosegue: “San Bartolomeo è un grande apostolo, l’unico di cui Gesù disse ‘in lui non c’è falsità’”. [...]

San-Bartolomeo dans Fede, morale e teologia

“Abbiamo diverse difficoltà a cominciare dal fatto che la basilica si trova in un luogo che è isola pedonale e questo rende un poco difficile la partecipazione e l’accessibilità soprattutto per le persone anziane”, prosegue il Rettore che però aggiunge: “Sentiamo forte il desiderio di far conoscere la figura dell’Apostolo e rilanciare la devozione anche perché abbiamo bisogno di identificarci nei segni della nostra fede e sentirci un’unica comunità che ha per patrono il grande apostolo San Bartolomeo”.

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Padre Olivier Maire, testimone di un’accoglienza che non aveva paura

Posté par atempodiblog le 10 août 2021

Padre Olivier Maire, testimone di un’accoglienza che non aveva paura
Il sacerdote superiore provinciale della Congregazione dei Missionari Monfortani, ucciso ieri nella regione di Vandea da un uomo con turbe psichiatriche, aveva dato ospitalità al suo carnefice. Il dolore e lo sgomento della Chiesa francese
di Amedeo Lomonaco – Vatican News

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Un rifugiato ruandese in Francia che un anno fa aveva dato fuoco alla cattedrale di Nantes. A quest’uomo, sofferente di turbe psichiatriche e in libertà vigilata, aveva dato ospitalità padre Olivier Maire, superiore provinciale della Congregazione dei Missionari Monfortani. Non aveva esitato ad accogliere quell’uomo, Emmanuel Abayisenga, che era stato rilasciato sotto controllo giudiziario all’inizio di giugno. Il corpo del religioso è stato ritrovato senza vita a Saint-Laurent-sur-Sèvre, nella regione occidentale di Vandea. Dopo l’assassinio, il giovane ruandese si è presentato alla gendarmeria di Mortagne-sur-Sèvre e ha confessato di aver ucciso il sacerdote. Padre Maire – ha detto il presidente dei vescovi francesi, monsignor De Moulins-Beaufort – “ha vissuto la sequela di Cristo fino alla fine, nell’accoglienza incondizionata di chiunque”. Sono passati cinque anni dalla brutale uccisione di padre Jacques Hamel, ucciso a Rouen, mentre si trovava in chiesa per pregare, da due estremisti che avevano giurato fedeltà al sedicente Stato islamico. Nel caso di padre Maire, gli inquirenti hanno escluso un movente legato al terrorismo. La Chiesa francese è ripiombata nello sgomento. Vicinanza e solidarietà a tutti i cattolici di Francia è stata espressa anche dal presidente, Emmanuel Macron, e dal primo ministro, Jean Castex, che si sono detti profondamente sgomenti per quanto accaduto.

Il dolore dei vescovi francesi
Dopo l’assassinio di padre Olivier Maire la Conferenza episcopale francese e la Conferenza dei religiosi di Francia esprimono la loro immensa tristezza. I presuli francesi assicurano le loro preghiere alla famiglia, ai missionari monfortani. Il vescovo di Rouen, Dominique Lebrun, ricorda le prime e le ultime parole della preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Padre nostro” e “liberaci dal male”. Ogni giorno, sottolinea il presule, il cristiano recita questa preghiera e poi ritrova la speranza nella fratellanza che Dio desidera per tutti gli uomini. Con tutti gli uomini di buona volontà, “vuole lottare contro ogni violenza intorno a lui e dentro di lui”. Le sue armi sono quelle “della giustizia, della pace e del perdono”. “Domenica 15 agosto – aggiunge monsignor Lebrun – pregheremo intensamente la Vergine Maria per la Francia, con il cuore nella regione di Vandea”. Il vescovo della diocesi di Luçon, monsignor François Jacolin, ricorda con queste parole padre Olivier Maire: “Era un uomo che aveva dedicato la sua vita al servizio di Dio, al servizio di tutte le persone. La sua morte è una tragedia, ma allo stesso tempo, nella fede, ha un senso. Cristo stesso: se il seme non muore, rimane solo, ma se muore, porta molto frutto. Questo è il pensiero che mi viene quando ricordo la vita di padre Olivier Maire, che si è dato agli altri”.

Martire della carità
Conosciuto per la sua apertura e la profonda fede, si legge nel comunicato della diocesi di Luçon, “padre Olivier Maire è morto vittima della sua generosità, martire della carità”. Padre Olivier Maire, ricorda inoltre la diocesi di dicoesi di Luçon era un “biblista, appassionato per i Padri della Chiesa e il greco patristico, era anche diplomato in psicologia”. “Per lui, gli scritti di San Lugi Maria Grignion di Montfort, redatti 300 anni fa, conservavano tutta la loro attualità per spiegare e vivere la fede. In un incontro internazionale di spiritualità monfortana ha pronunciato queste parole: “La Sapienza Eterna e Incarnata ci chiama … Essa grida che non può essere felice senza di noi, che ci precede, che ci desidera e che non ha altra intenzione che di renderci felici. Essa non può essere felice senza di noi”.

Sgomento dei religiosi e delle religiose di Francia
La nostra reazione, sottolinea suor Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref), nell’intervista rilasciata alla redazione francese di Vatican News, è quella dello sgomento. Sgomento nel pensare, aggiunge, che “un uomo di pace venga assassinato”. I missionari monfortani, ricorda suor Véronique Margron, avevano dato ospitalità a quest’uomo che doveva avere gravi problemi psichiatrici. Oltre allo sgomento, ci sono anche “incomprensione e un sentimento di impotenza”.

Vedremo, aggiunge la religiosa, cosa stabilirà l’indagine e se determinerà che si è trattato di un atto di follia. Dopo l’incendio della cattedrale di Nantes, gli esperti che hanno esaminato quest’uomo non hanno rilevato che potesse compiere azioni pericolose. Per il momento, spiega suor Véronique Margron, ciò che serve non solo ai religiosi e alle religiose, “è prima di tutto il ricordo, la manifestazione del dolore e la condivisione di questo dolore con i fratelli che hanno vissuto con padre Maire, con i suoi genitori e parenti, con tutta la famiglia monfortana”. La seconda fase, afferma infine la religiosa, sarà quella di attendere l’esito dell’indagine per capire se ci sono stati degli errori in questa vicenda.

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