• Accueil
  • > Articoli di Giornali e News

L’intervista. Binetti: «Cure palliative, mai eutanasia. La legge? Va modificata»

Posté par atempodiblog le 30 janvier 2022

L’intervista. Binetti: «Cure palliative, mai eutanasia. La legge? Va modificata»
La senatrice Udc: la legge in discussione alla Camera è ambigua e solleva grandi perplessità sia nel mondo medico che in ambito politico, c’è molta demagogia nel mito dell’autodeterminazione assoluta
di Francesco Ognibene – Avvenire

L'intervista. Binetti: «Cure palliative, mai eutanasia. La legge? Va modificata» dans Articoli di Giornali e News Cure-palliative-Avvenire

No, non ce ne siamo dimenticati. Mentre l’attenzione generale si è concentrata altrove, sappiamo che c’è un nodo bello aggrovigliato da sciogliere: su eutanasia, referendum sull’omicidio del consenziente e legge sul suicidio assistito si decide un capitolo essenziale del nostro futuro. Lunedì 31 gennaio al Senato (ore 15.30, diretta streaming sulla web tv e il canale YouTube del Senato) un convegno mette ordine nelle carte sul tavolo (il programma in fondo all’intervista). A volerlo Paola Binetti, senatrice centrista, motore di iniziative politiche sui temi dell’umano.

L’elezione del Capo dello Stato ha congelato l’iter della legge sui casi in cui depenalizzare la “morte assistita. Come giudica il testo che la Camera potrebbe presto riprendere a discutere?
La legge è stata sollecitata dalla Corte Costituzionale con la famosa sentenza 242 del 2019 che, in un certo senso, ha depenalizzato l’aiuto al suicidio, ma nello stesso tempo ha fortemente sottolineato la necessità di garantire ai pazienti tutte le cure palliative necessarie. La legge in discussione alla Camera conserva e amplifica molti spazi di ambiguità e solleva grandi perplessità sia nel mondo medico che in ambito politico. In mancanza di importanti fattori che ne modifichino l’impianto attuale non sarà possibile votarla, e personalmente mi riservo di intervenire in Senato in tal senso. Nella speranza che a nessuno venga in mente di far arrivare un testo blindato, o addirittura di mettere la fiducia…

È meglio legiferare per evitare che a “dettar legge” siano poi i tribunali, oppure è bene che comunque non si apra mai a forme di “morte a richiesta”?
Sono contraria a legiferare su quella che lei definisce “morte a richiesta” e che io chiamo più semplicemente eutanasia. Penso che si possa e si debba legiferare per venire incontro alle esigenze dei malati in tutto l’arco della loro vita, fino all’ultimo istante. Dodici anni fa lo abbiamo fatto con la legge sulle cure palliative, di cui sono stata presentatrice e relatrice. Una legge che anche in Europa è considerata tra le migliori per facilitare la presa in carico del paziente e dei suoi familiari, soprattutto quando vivere sembra davvero difficile. La legge deve indicare una traiettoria positiva, che amplifichi la possibilità che i pazienti abbiano una vita migliore, ascoltandoli e dialogando con loro e la loro famiglia. Non si tratta di por fine alla loro vita ma di aiutarli a scoprire che la vita può sempre avere senso, soprattutto quando si capisce che non è l’autonomia in senso assoluto che ci rende liberi ma l’accettazione della nostra reciproca interdipendenza: abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri e su questo si fondano sia la solidarietà che la fraternità cui il Papa si riferisce con frequenza.

Lei è medico e credente. Che criteri assume come riferimenti?
Ho intrapreso gli studi di medicina per aiutare le persone ad affrontare, nelle migliori condizioni, tutte le eventuali malattie che la vita ci riserva. Mai ho pensato di diventare medico per mettere fine alla vita delle persone. Ippocrate, fin dal terzo secolo avanti Cristo, aveva chiesto a tutti i medici di giurare in tal senso, e siamo in tempi pre-cristiani. Per difendere la vita umana ci basta la legge naturale, la coscienza che c’è in ognuno di noi, che ci aiuta a capire come la nostra stessa umanità è fatta prima di tutto di solidarietà e relazione d’aiuto.

Che clima respira tra i suoi colleghi dei diversi partiti su questi temi?
Dipende molto da come si pone la domanda. Non c’è dubbio che la gente voglia sottrarsi al dolore, alla sofferenza che appare senza fine. Il dolore spaventa tutti noi. Per questo la legge sulle cure palliative prevedeva un esplicito riferimento alla creazione di una rete per la lotta contro il dolore, con investimenti specifici nella ricerca e un alleggerimento della normativa sulla somministrazione di farmaci più complessi, come certi oppiacei. Sotto questo profilo quella legge è rimasta a lungo inapplicata, sono pochi i centri che si occupano in modo adeguato di terapia contro il dolore. C’è poi l’altro aspetto importante su cui ha fatto leva tutta la propaganda per il referendum pro-eutanasia, quello che pretende abolire l’articolo del Codice penale in cui si parla di omicidio del consenziente: è il tema dell’autodeterminazione, della libertà individuale, quello per cui ognuno di noi vuole essere il primo e unico responsabile di tutte le decisioni da assumere. Il tema è posto sovente in modo molto ambiguo, dal momento che molto spesso assumiamo decisioni attraverso il confronto, accettando il parere di chi sembra saperne di più, l’appoggio di chi si offre di condividere con noi situazioni difficili da affrontare da soli. C’è molta demagogia nel mito dell’autodeterminazione assoluta: siamo tutti interdipendenti, e questo è il baluardo più efficace alla solitudine e alla sensazione di abbandono che potrebbe condurci perfino alla disperazione.

Una legge potrebbe fermare le derive eutanasiche nel nostro Paese?
Sì se fosse una legge che garantisce una presa in carico completa, a livello personale e familiare. Una legge che consente l’accesso a una terapia efficace contro il dolore, con misure per interventi sociali, anche sul piano economico, con servizi adeguati, che non fanno sentire soli, con un supporto vero ai caregiver che non solleciti sensi di colpa in chi si sente di peso per gli altri… Molto si può fare se si assume un’ottica positiva e propositiva, davanti alla quale il favorire la morte appare crudele e drammaticamente banale.

Il 15 febbraio la Consulta si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum radicale sull’omicidio del consenziente. Cosa si attende?
Mi auguro che la Corte Costituzionale abbia il coraggio di non ammetterlo, o per lo meno di non ammettere il quesito così come è formulato. Rendere tanto facile dare la morte a persone fragili, malati cronici, soli, a volte anche con scarsa capacità di rendersi conto della irreversibilità della morte, aprirebbe la porta a mille abusi, come confermano i Paesi in cui leggi così sono attive da tempo. In caso di ammissibilità, mi auguro che sia il Paese a bocciarlo. È vero ha raccolto circa un milione di firme, ma gli italiani sono 60 milioni.

Le tante firme raccolte dai radicali cosa ci dicono?
Il quesito fa perno su due leve: la paura del dolore e il bisogno di sentirsi liberi, sempre e a ogni costo. Non sono state colte fino in fondo le conseguenze di una legge di questo tipo e tutti gli abusi che ne discenderanno, come mostra ciò che accade in Olanda, Belgio e altrove.

Cosa può fare la politica per diffondere le cure palliative?
Creare hospice adeguati, specie al Sud, e potenziare le cure palliative a domicilio. Occorre ricerca, aumentare il personale, creare master in cure palliative e potenziare le scuole di specializzazione, perché gli iscritti sono insufficienti a far fronte alle necessità dei pazienti e delle loro famiglie. Occorre investire anche in quelle cure non farmacologiche che includono il supporto psicologico, la musicoterapia, l’art-terapia, e perfino la pet-terapia…

Domenica 6 febbraio è la Giornata per la Vita: che messaggio offre in questo momento?
Il convegno che abbiamo promosso per lunedì 31 gennaio ha come titolo «Custodire ogni vita», lo stesso messaggio lanciato dal Papa e ripreso dalla Cei, che abbiamo voluto fare nostro mettendo in gioco non solo il nostro impegno politico ma la nostra umanità, con la profonda consapevolezza che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Giovani e anziani, sani e malati, nessuno deve sentirsi solo, perché sa che c’è chi si è impegnato a custodire la sua vita. Ogni vita è preziosa e va custodita, con amore e quella competenza che serve a rimuovere ostacoli, a garantire attraverso lo studio e l’esperienza l’aiuto necessario a ognuno, nei tempi e nei modi in cui si rende necessario.

Il convegno al Senato sulla Giornata per la Vita

L’appuntamento è alle 15.30 di lunedì 31 gennaio a Roma, ma il convegno «Custodire ogni vita» si può seguire anche in diretta streaming sui canali web tv e YouTube del Senato. Alla vigilia della 44esima Giornata per la vita, e sul tema Cei per l’appuntamento del 6 febbraio, il confronto organizzato dalla senatrice Udc Paola Binetti è articolato su due sessioni, moderate dal direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio. Dopo i saluti di monsignor Luigi Mistò e Stefano De Lillo, su «Cure palliative tra assistenza, ricerca e formazione» interverranno Maria Grazia De Marinis, ordinario di Scienze infermieristiche all’Università Campus Biomedico, il presidente della Fondazione Antea Giuseppe Casale e don Carlo Abbate, direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Salute della diocesi di Roma. Di «Reali alternative alla richiesta di assistenza a morire» parleranno il presidente dell’Osservatorio «Vera Lex?» Domenico Menorello, la giurista della Sapienza Giovanna Razzano e Assuntina Morresi, presidente del Comitato per il no al referendum sull’omicidio del consenziente.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Padre Andriy Zelinskyy: “Porto la luce di Cristo nella guerra delle trincee ucraine”

Posté par atempodiblog le 30 janvier 2022

Padre Andriy Zelinskyy: “Porto la luce di Cristo nella guerra delle trincee ucraine”
Mentre il mondo guarda col fiato sospeso l’escalation di tensione nel Paese dell’Europa orientale, padre Andriy Zelinskyy, cappellano militare della Chiesa greco-cattolica, racconta la sua azione pastorale tra i soldati che temono l’allargamento del conflitto: “Anche nella guerra, la Parola di Dio può accendere speranza”. Il grazie a Papa Francesco per la Giornata di preghiera per la pace che si è celebrata ieri: “Proviamo profonda gratitudine. Ora non ci sentiamo più soli”
di Federico Piana – Vatican News

Padre Andriy Zelinskyy: “Porto la luce di Cristo nella guerra delle trincee ucraine” dans Articoli di Giornali e News Padre-Andriy-Zelinskyy

La croce di legno sopra il giubbotto antiproiettile, il fango delle trincee sotto gli scarponi, il Vangelo in una tasca della tuta mimetica. Non è facile essere cappellano militare in Ucraina quando spirano violenti venti di guerra. “La nostra missione è quella di stare accanto ai soldati e portare a loro un pezzo di Cielo in modo che non sia pregiudicata la loro capacità di scegliere il bene, di cercare la verità, di proteggere la giustizia e perfino di contemplare la bellezza”, sussurra padre Andriy Zelinskyy.

Dolore per gli sviluppi internazionali
Lui, sacerdote gesuita della Chiesa greco-cattolica ucraina, prova profondo dolore per la tempesta che si agita nei cuori di quei ragazzi che imbracciano un fucile, spaventati da un’escalation della tensione al confine orientale del Paese. Da quando, nel 2014, sono iniziati i primi scontri armati, ha cercato di portare conforto e amore nelle zone più colpite, come quella di Pisky, di Scerokino, di Avdiyivka e di Vodiane. “In otto anni, abbiamo perso 14.000 persone. Questa può essere davvero definita una guerra ibrida, una guerra che, di fatto, già è in corso ma che in molti hanno voluto ignorare” spiega padre Zelinskyy.

Ascolto nelle trincee
C’è un osservatorio privilegiato dal quale padre Zelinskyy riesce a comprendere meglio il vero valore della vita umana: le trincee. Quei fossati, scavati dai soldati ucraini per resistere agli attacchi dei nemici,  si rivelano postazioni preziose per sondare le profondità del cuore umano. “Nel tempo – racconta il cappellano militare  proprio qui ho capito che non ci sono risposte facili da dare a chi ha perso un fratello, un amico, un compagno, in un conflitto che il mondo non riesce a vedere. Bisogna saper ascoltare e cercare di far incontrare il Signore della pace attraverso la preghiera comune”.

Aiuti anche alle famiglie
Il timore per un allargamento del conflitto ha spinto la Chiesa greco-cattolica ucraina ad intensificare gli aiuti anche nei confronti delle famiglie dei militari fornendo assistenza materiale e spirituale: ad esempio, le madri che hanno perduto un figlio condividono il loro dolore attraverso momenti di orazione mentre i bambini che hanno perso i loro padri in battaglia vengono integrati in momenti di svago e ricreativi. “La fede  dice padre Zelinskyy  aiuta a trovare la strada nelle tenebre della violenza. Anche nella guerra, la Parola di Dio può accendere una luce di speranza”.

Grati per l’intervento del Papa
Dalle famiglie dei militari e dagli stessi soldati giunge un grazie a Papa Francesco per i suoi forti appelli alla pacificazione, tra questi quello pronunciato nel post Angelus di domenica scorsa durante il quale il Pontefice aveva annunciato anche una giornata di preghiera per la pace, in programma per ieri, mercoledì 26 gennaio. Se ne fa portavoce proprio il cappellano militare: “Proviamo profonda gratitudine per tutto quello che il Papa sta facendo per l’Ucraina. Ci siamo accorti che non siamo soli e questo ci provoca un’emozione ricca e profonda. Tutti dobbiamo pregare insieme con il Santo Padre per la pace non solo per il nostro Paese ma per il mondo intero e per ogni cuore umano”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Giorno della Memoria: mai più crimini così grandi per l’umanità

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2022

Giorno della Memoria: mai più crimini così grandi per l’umanità
Fonte:  CEI – Conferenza Episcopale Italiana

Giorno della Memoria: mai più crimini così grandi per l’umanità dans Articoli di Giornali e News Giorno-della-Memoria

In apertura della Conferenza stampa di presentazione del Comunicato finale del Consiglio Episcopale Permanente, Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della CEI, ha dato lettura di una Dichiarazione firmata con il Cardinale Presidente in occasione del Giorno della Memoria. Di seguito il testo.

Il 27 gennaio, data in cui, nel 1945, fu liberato il campo di Auschwitz, è per noi il Giorno della memoria, il giorno in cui ricordiamo la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché tutte le vittime di un progetto di sterminio.

Questo giorno non vuole essere una semplice ricorrenza che si ripete di anno in anno, ma è anche e soprattutto un impegno per il futuro. Perché ciò che è avvenuto, non avvenga mai più.

La memoria, infatti, è profondamente legata con il presente e con il futuro. Per questo è importante legarla con il racconto, soprattutto per i più giovani: ignorare una tragedia così grande per l’umanità porta all’indifferenza e al proliferare di quella cultura dello scarto, più volte denunciata da Papa Francesco.

L’appello della Chiesa che è in Italia è che il Giorno della memoria sia monito per una cultura di pace, di rispetto e di fratellanza.

Purtroppo, nonostante un passato così drammatico, ancora oggi facciamo esperienza quotidiana di minacce e manifestazioni di violenza. Guerre, genocidi, persecuzioni, fanatismi vari continuano a verificarsi, anche se la storia insegna che la violenza non porta mai alla pace. Oggi ribadiamo: mai più crimini così grandi per l’umanità!

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Sant’Ireneo proclamato dal Papa Dottore della Chiesa

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2022

Sant’Ireneo proclamato dal Papa Dottore della Chiesa
La decisione contenuta nel Decreto odierno a firma di Francesco. L’apostolo dei popoli celtici e germanici e difensore della Dottrina riceve il titolo di “Doctor unitatis”. Nel suo nome e nella sua vita impresso l’anelito alla pace e al dialogo
di Vatican News

Sant'Ireneo proclamato dal Papa Dottore della Chiesa dans Articoli di Giornali e News Sant-Ireneo-da-Lione

“La dottrina di così grande Maestro possa incoraggiare sempre più il cammino di tutti i discepoli del Signore verso la piena comunione”. Questo l’auspicio con il quale il Papa sigla il Decreto datato 21 gennaio che dichiara Sant’Ireneo di Lione Dottore della Chiesa, con il titolo di Doctor unitatis.

Ponte spirituale e ispiratore di pace
Nelle motivazioni che precedono la proclamazione Francesco rimarca due aspetti della vita e dell’opera del santo che, “venuto dall’Oriente” ha “esercitato il suo ministero episcopale in Occidente”:

Egli è stato un ponte spirituale e teologico tra cristiani orientali e occidentali. Il suo nome, Ireneo, esprime quella pace che viene dal Signore e che riconcilia, reintegrando nell’unità.

Ricordiamo che, appena ieri, era stato compiuto l’ultimo passo verso questo pieno riconoscimento al vescovo di Lione del II secolo, con l’ accoglienza da parte del Papa del parere affermativo della Congregazione delle Cause dei Santi. Francesco ne aveva inoltre già parlato il 7 ottobre dell’anno scorso incontrando il Gruppo Misto di Lavoro ortodosso-cattolico Sant’Ireneo, e rimarcando, come fatto anche oggi, il ruolo di “grande ponte spirituale e teologico tra cristiani orientali e occidentali” e la missione di pace impressa già nella radice greca del suo nome - Ειρηναίος (Eirenaios) che significa “pacificatore”. La pace del Signore, aveva detto il Papa in quell’occasione, “non è una pace ‘negoziabile’, frutto di accordi per tutelare interessi, ma una pace che riconcilia, che reintegra nell’unità. Questa è la pace di Gesù”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni | Pas de Commentaire »

“Ha coperto quattro pedofili”. L’ultimo vile attacco a Ratzinger

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2022

“Ha coperto quattro pedofili”. L’ultimo vile attacco a Ratzinger
Nuovo rapporto sugli abusi del clero nella Chiesa di Monaco. Secondo i legali incaricati dalla diocesi l’allora arcivescovo avrebbe sottovalutato quattro casi. Le prove? Boh.
Il paradosso è che oggi a essere messo sul banco degli imputati è proprio Ratzinger, il Papa che per primo è intervenuto sul problema, e non solo con lettere e discorsi pubblici (che pure non sono mancati nel corso del pontificato). Benedetto XVI ha inasprito tutte le norme canoniche in tema di pedofilia, raddoppiando la prescrizione (da dieci anni a venti) e consentendo così di punire casi vecchi di decenni, anche quando per le leggi civili non erano più giudicabili. E’ il Papa che ha ridotto allo stato laicale i colpevoli in presenza di prove evidenti
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

“Ha coperto quattro pedofili”. L’ultimo vile attacco a Ratzinger dans Articoli di Giornali e News Papa-emerito-Benedetto-XVI

Annunciato come la grandine in pieno agosto, è stato presentato il rapporto indipendente sugli abusi del clero nella Chiesa di Monaco di Baviera. A stilare il documento, lo studio legale Westpfahl Spilker Wastl, incaricato dalla diocesi stessa. I dati: in un periodo lunghissimo, dal 1945 al 2019, sarebbero stati accertati 497 abusi. Il metodo seguito è sempre lo stesso: colloqui e interviste. 235 gli abusatori, tra preti, diaconi e responsabili pastorali a vario titolo legati a parrocchie, oratori e strutture affini. Delle due ore di conferenza stampa, i media globali si sono naturalmente soffermati sulle responsabilità dell’allora arcivescovo Joseph Ratzinger (in diocesi dal 1977 al 1982): secondo i legali, il Papa oggi emerito avrebbe sottovalutato “quattro casi”, lasciando i responsabili degli abusi al loro posto.

Ratzinger si è difeso  con un’articolata memoria di 87 pagine in cui respinge ogni addebito, ma sembra – il dubbio è lecito visto che del rapporto si conoscono solo estratti sapientemente scelti – che nulla di quanto scritto da Benedetto XVI sia stato tenuto in considerazione. “Lui sostiene che non era a conoscenza di certi fatti, noi crediamo che non sia così”, hanno sentenziato gli estensori del dossier, chiudendo la discussione. Dall’eremo nei Giardini vaticani, dove il quasi 95enne Pontefice emerito si è ritirato dal 2013, si fa sapere che il rapporto non è stato ancora letto (consta di oltre mille pagine, dopotutto) e che  quel che si può fare, per il momento, è ribadire la vicinanza alla vittime, come più volte Benedetto XVI ha fatto quando governava la Chiesa.

All’evento non era presente l’attuale arcivescovo, il cardinale Reinhard Marx – che ha espresso “vergogna” –, reo secondo l’accusa d’aver coperto due pedofili. Marx, però, fa meno notizia del vecchio Pontefice, anche se lo scorso giugno Francesco aveva respinto le sue dimissioni dalla guida diocesana presentate proprio per le defaillance mostrate nel contrastare la piaga della pedofilia. Marx, pochi mesi fa, aveva parlato di “catastrofe” e di “scacco sistemico” di una Chiesa giunta “a un punto morto”. L’arcidiocesi bavarese commenterà il rapporto solo tra sette giorni, dopo averlo studiato con la dovuta attenzione.

Il paradosso è che oggi a essere messo sul banco degli  imputati è proprio Ratzinger, il Papa che per primo è intervenuto sul problema, e non solo con lettere e discorsi pubblici (che pure non sono mancati nel corso del pontificato). Benedetto XVI ha inasprito tutte le norme canoniche in tema di pedofilia, raddoppiando la prescrizione (da dieci anni a venti) e consentendo così di punire casi vecchi di decenni, anche quando per le leggi civili non erano  più giudicabili. E’ il Papa che ha ridotto allo stato laicale i colpevoli in presenza di prove evidenti. Senza dimenticare che uno dei suoi primi atti appena eletto fu di punire Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, finito da tempo nel mirino della congregazione per la Dottrina della fede da lui guidata ma fin lì immune da provvedimenti vaticani. Atti concreti e probabilmente più efficaci degli show a favore di telecamere con vescovi e laici in cui si chiede coralmente “perdono” tra volute d’incenso e silenzi contriti.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Matteo Matzuzzi, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Don Fabio Rosini: Natale è il giorno in cui ci sentiamo “preziosi”

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2021

Don Fabio Rosini: Natale è il giorno in cui ci sentiamo “preziosi”
In quel giorno ognuno di noi riscopre di “contare” qualcosa: perché è stato preso in considerazione da Dio
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Don Fabio Rosini: Natale è il giorno in cui ci sentiamo “preziosi” dans Articoli di Giornali e News don-fabio-rosini

Natale è il giorno in cui dobbiamo sentirci preziosi più degli altri giorni, perché “contiamo” di più: Don Fabio Rosini spiega il significato di questa sua affermazione in un commento natalizio al Vangelo.

Il noto biblista ci porta nello spirito del Natale insegnandoci che il versetto più importante del Vangelo da conoscere è certamente: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. «Il Verbo – dice Don Fabio Rosini – allora non è qualcosa da capire, visto che diventa carne! E non è qualcosa di distante da noi, ma viene a vivere in mezzo a noi».

Dio “è una persona”
Allora Don Fabio ci chiede di focalizzarci su tre cose. In primo luogo, è una persona, non una specie di idea. Poi, in secondo luogo, non è solo presso Dio ma è anche carne umana come la nostra. In terzo luogo, non dimora in qualche luogo lontano dall’umanità, ma in mezzo a noi. Tutto ciò indica che abbiamo la possibilità di incontrare questa persona concreta e contemplare la sua gloria».

La Gloria non è spettacolarità
San Giovanni dice: “E noi abbiamo contemplato la sua gloria”. A cosa si riferisce? «“Gloria” – afferma il biblista, molto amato dai giovani – non indica una qualche spettacolarità: in ebraico la parola significa il peso o il valore reale di qualcosa. Infatti si dice cosa hanno contemplato: “Gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”.

“Capisco la mia stessa carne”
Il Natale, secondo Don Fabio Rosini, annuncia che «Dio è a portata di mano e si è fatto carne, certo, ma c’è ancora di più: se capisco la carne di Cristo, capisco la mia stessa carne. Se vedo la Sua gloria, allora comincio a rendermi conto della rilevanza della mia vita. Se apprezzo la misura in cui Dio si è umiliato per me, quel che fa per unirsi con me, allora comincio a comprendere chi sono. Quando lo vedo, conosco la mia dignità».

“Chi sono io da essere preso così tanto a cuore?”
L’incarnazione, prosegue il popolare sacerdote, «non parla unicamente della generosità di Dio, ma manifesta la preziosità della nostra esistenza. Perché se colui che ha creato le galassie e il cosmo si è fatto carne per incontrarci, posso chiedermi: ma chi sono io da esser preso così tanto a cuore?».

Accogliere la vita da figli di Dio
Don Fabio, pertanto, in vista del Natale ci esorta a sentirci più sereni: «Rallegriamoci, quindi, che Dio si è fatto carne, ma questo vuol dire anche che è importante avere un corpo, essere vivi! E che ne possiamo fare di questa carne? Cosa è apparso nella Sua carne per illuminare la nostra? In essa Lui ha mostrato la gloria di Figlio del Padre. La carne umana ha questa potenzialità: accogliere questa vita da figli di Dio».

“Questo è ciò che è venuto a portare il Signore”
Il biblista – che sui canali “social” è seguito da migliaia di giovani utenti – sostiene che «Noi siamo figli di tanto altro, della nostra cultura, delle nostre storie e tante volte quel che abita in noi è generato solo dalle nostre paure più profonde… Ecco la Gloria che appare in questo giorno di Natale: vivere nella nostra fragile carne ma radicati in Dio, sorgendo dal suo amore di Padre. Questo è ciò che è venuto a portare il Signore Gesù. Questo è il nostro battesimo, in cui la Sua esistenza ci viene donata. È bello vivere guardando a noi stessi, al prossimo e al mondo partendo dalla certezza di essere amati, di essere preziosi come figli agli occhi del loro Padre. È un’esistenza nobile, limpida, pacificata» (cercoiltuovolto.it).

Publié dans Articoli di Giornali e News, Commenti al Vangelo, Don Fabio Rosini, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Santo Natale | Pas de Commentaire »

Il Papa: san Giuseppe insegna il silenzio, lo spazio in cui lo Spirito parla e consola

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2021

Il Papa: san Giuseppe insegna il silenzio, lo spazio in cui lo Spirito parla e consola
Nella quarta catechesi dedicata alla figura del padre terreno di Gesù, Francesco invita a imparare da lui la dimensione dell’interiorità che permette alla voce di Dio dentro di noi di esprimersi: ci aiuta a guarire il nostro parlare ed evitare “adulazione, bugia e calunnia”
di Alessandro Di Bussolo – Vatican News

Il Papa: san Giuseppe insegna il silenzio, lo spazio in cui lo Spirito parla e consola dans Articoli di Giornali e News san-Giuseppe

Impariamo da Giuseppe, che nei Vangeli non parla mai, ma fa, a coltivare il silenzio, per lasciare spazio alla Parola di Dio e permettere allo Spirito Santo di rigenerarci e di guarire la nostra lingua, perché non ferisca più i fratelli. Impariamo da lui ad unire al silenzio l’azione. E’ l’invito rivolto a tutti da Papa Francesco nella catechesi dell’udienza generale di oggi, la quarta dedicata alla figura del padre terreno di Gesù. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Il suo silenzio lascia spazio a Gesù, Parola fatta carne
In un Aula Paolo VI vestita a festa in questo cammino verso il Natale, accanto al presepe allestito dai giovani di Gallio, il Papa parla di san Giuseppe come “uomo del silenzio”, dopo aver illustrato l’ambiente in cui è vissuto, il suo ruolo nella storia della salvezza e il suo essere giusto e sposo di Maria. E’ importante, aggiunge a braccio, “pensare al silenzio in quest’epoca” nella quale sembra non abbia valore. E ricorda che “i Vangeli non ci riportano nessuna parola di Giuseppe di Nazaret”, non perché fosse taciturno, ma per “lasciare spazio alla presenza della Parola fatta carne, a Gesù”, come sottolinea anche sant’Agostino. Possiamo dire, aggiunge ancora Francesco uscendo dal discorso preparato, “che il ‘pappagallismo’, parlare come pappagalli, continuamente, diminuisce un po’”.

Recuperiamo la dimensione contemplativa della vita
Ma, prosegue Francesco “il silenzio di Giuseppe non è mutismo; è un silenzio pieno di ascolto, un silenzio operoso, un silenzio che fa emergere la sua grande interiorità”. E Gesù, nella casa del falegname di Nazaret, è cresciuto a questa “scuola”, cercando sempre “spazi di silenzio nelle sue giornate”, invitando i suoi discepoli a fare la stessa esperienza.

“Come sarebbe bello se ognuno di noi, sull’esempio di San Giuseppe, riuscisse a recuperare questa dimensione contemplativa della vita spalancata proprio dal silenzio”.

Ma tutti noi sappiamo per esperienza che non è facile: il silenzio un po’ ci spaventa, perché ci chiede di entrare dentro noi stessi e di incontrare la parte più vera di noi.

Senza questo allenamento, il nostro parlare si ammala
Impariamo da San Giuseppe, è l’invito del Pontefice, “a coltivare spazi di silenzio, in cui possa emergere un’altra Parola, cioè Gesù: quella dello Spirito Santo che abita in noi e che porta Gesù”.

Non è facile riconoscere questa Voce, che molto spesso è confusa insieme alle mille voci di preoccupazioni, tentazioni, desideri, speranze che ci abitano; ma senza questo allenamento che viene proprio dalla pratica del silenzio, può ammalarsi anche il nostro parlare. Esso, invece di far splendere la verità, può diventare un’arma pericolosa. Infatti le nostre parole possono diventare adulazione, vanagloria, bugia, maldicenza, calunnia.

Gesù: chi calunnia il prossimo è omicida
Se il Libro del Siracide ricorda che “ne uccide più la lingua che la spada”,  Gesù lo ha detto chiaramente, sottolinea Papa Francesco: “chi parla male del fratello e della sorella, chi calunnia il prossimo, è omicida”. E l’apostolo Giacomo, nella sua Lettera, sviluppa il tema del potere, positivo e negativo, della parola: “Dalla medesima bocca – scrive -escono benedizioni e maledizioni”.

“Questo è il motivo per cui dobbiamo imparare da Giuseppe a coltivare il silenzio: quello spazio di interiorità nelle nostre giornate in cui diamo la possibilità allo Spirito di rigenerarci, di consolarci, di correggerci”.

Non dico di cadere in un mutismo, no. Silenzio. Ma tante volte, ognuno di noi guardi dentro, tante volte stiamo facendo un lavoro e quando finiamo subito cerchiamo il telefonino per fare un’altra… sempre stiamo così. E questo non aiuta, questo ci fa scivolare nella superficialità.

Giuseppe ha unito al silenzio l’azione
La profondità del cuore “cresce col silenzio, silenzio che non è mutismo – completa il discorso a braccio il Papa – ma che lasci spazio alla saggezza, alla riflessione e allo Spirito Santo. Noi abbiamo paura dei momenti di silenzio, non abbiamo paura! Ci farà tanto bene”. E il beneficio del cuore che ne avremo, spiega, “guarirà anche la nostra lingua, le nostre parole e soprattutto le nostre scelte”. Infatti, conclude Francesco, Giuseppe ha unito al silenzio l’azione, “non ha parlato, ma ha fatto”, mettendo in pratica l’ammonimento di Gesù ai discepoli: “Non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Il suo consiglio finale è “parlare giusto, mordersi un po’ la lingua che fa bene qualche volta, invece di dire stupidaggini”.

La preghiera: insegnaci a riscoprire le parole che edificano
In conclusione il Pontefice regala, come nelle precedenti catechesi sul patrono della Chiesa universale, una preghiera.

“San Giuseppe, uomo del silenzio, tu che nel Vangelo non hai pronunciato nessuna parola, insegnaci a digiunare dalle parole vane, a riscoprire il valore delle parole che edificano, incoraggiano, consolano, sostengono. Fatti vicino a coloro che soffrono a causa delle parole che feriscono, come le calunnie e le maldicenze, e aiutaci a unire sempre alle parole i fatti. Amen”.

La preghiera per le vittime dell’esplosione ad Haiti
Al termine dell’udienza, Papa Francesco ricorda la tragedia avvenuta ieri ad Haiti, causata dallo scoppio di un’autocisterna che trasportava carburante a Cap-Haitien. Circa 70 le vittime, tra cui numerosi bambini, e decine i feriti. “Povero Haiti – commenta – una dietro l’altra, è un popolo in sofferenza… Preghiamo per Haiti: è gente buona, gente brava, gente religiosa ma sta soffrendo tanto”. Francesco si dice “vicino agli abitanti di quella città e ai familiari delle vittime come pure ai feriti”, e invita i fedeli a unirsi “nella preghiera per questi nostri fratelli e sorelle così duramente provati”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Avvento, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Santo Natale, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il monaco cieco e paralizzato che inventò il Salve Regina

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2021

Il monaco cieco e paralizzato che inventò il Salve Regina
Fonte: ChurchPOP
Tratto da: Radio Maria FB

Il monaco cieco e paralizzato che inventò il Salve Regina dans Articoli di Giornali e News monaco

Dio di solito usa strumenti fragili per ottenere un bene superiore. Questo fu il caso del Beato Ermanno von Reichenau.

Hermann nacque affetto dalla palatoschisi, paralisi cerebrale e spina bifida. La sua infanzia è stata estremamente difficile, ma i suoi genitori hanno sempre voluto il meglio per lui. All’età di sette anni, lo collocarono in un monastero benedettino, dove sarebbe stato educato e cresciuto.

Hermann poi crebbe nel monastero e rapidamente scoprì che sebbene il suo corpo fosse paralizzato, la sua mente funzionava molto meglio. Divenne uno studioso di astronomia, teologia, matematica, storia e poesia. Era anche un maestro di lingue e parlava arabo, greco e latino.

Ma era ancor più notevole nella sua disposizione gentile e nella sua vita interiore devota. Aveva una grande gioia e, nonostante i suoi difetti fisici, sorrideva sempre.

Più tardi divenne cieco. Questo è stato il momento in cui iniziò a comporre. La sua mente e il suo cuore ardevano dell’amore di Dio, che lo ha ispirato a creare alcuni tra i più noti inni e preghiere di tutti i tempi.

In particolare, Hermann ha composto la sempre popolare Salve Regina e l’Alma Redemptoris Mater (Amorevole Madre del Redentore). Entrambe le troviamo nella Liturgia delle Ore della Chiesa. Il Salve Regina, in particolare, è una delle più note preghiere mariane della Chiesa cattolica.

Qui la trovate in latino:

Salve, Regina, mater misericordiae!
Vita, dulcedo et spes nostra, salve!
Ad te clamamus, exsules filii Evae.
Ad te suspiramus, gementes et flentes
in hac lacrimarum valle.
Eia, ergo, advocata nostra,
illos tuos misericordes oculos
ad nos converte.
Et Iesum, benedictum fructum ventris tui,
nobis post hoc exsilium ostende.
O clemens! O pia! O dulcis Virgo Maria.
Ora pro nobis, Sancta Dei Genetrix,
ut digni efficiamur promissionibus Christi.
Amen.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Come le vetrate di una cattedrale

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2021

Lo splendore interiore della Chiesa al centro della prima predica d’Avvento
Come le vetrate di una cattedrale
de L’Osservatore Romano

Come le vetrate di una cattedrale dans Articoli di Giornali e News Rosone-interno-Notre-Dame-de-Paris

«Quando venne la pienezza del tempo Dio mandò suo figlio». È tratto dalla Lettera ai Galati (4, 4) il tema generale delle meditazioni che il predicatore della Casa Pontificia, il cardinale cappuccino Raniero Cantalamessa, tiene oggi, 3 dicembre, e nei venerdì delle prossime due settimane di Avvento nell’Aula Paolo vi, per consentire il rispetto delle norme di distanziamento tra i partecipanti. Nel secondo venerdì, il 10 dicembre, e nel  terzo, il 17 dicembre, è prevista la presenza di Papa Francesco, in questi giorni a Cipro e in Grecia per il suo 35° viaggio internazionale.  Alle prediche sono invitati i cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, i prelati della Famiglia pontificia, i dipendenti della Curia romana e del vicariato di Roma, i superiori generali o i procuratori degli ordini religiosi facenti parte della Cappella pontificia.

Mettere in luce «lo splendore interiore della Chiesa e della vita cristiana». È questo l’obiettivo delle riflessioni che il cardinale Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, propone quest’anno per il periodo di Avvento. A spiegarlo è stato lo stesso porporato, che stamane, venerdì 3 dicembre, ha tenuto la prima predica, nell’Aula Paolo VI . Il tema scelto per la meditazione è stato ispirato al brano paolino tratto dalla Lettera ai Galati (4, 4-7): «Dio mandò suo Figlio perché ricevessimo l’adozione a figli».

Il frate cappuccino ha posto all’attenzione degli ascoltatori un pericolo sempre presente, quello cioè di vivere come se la Chiesa fosse soltanto «scandali, controversie, scontro di personalità, pettegolezzi o al massimo qualche benemerenza nel campo sociale»: come se fosse, in sostanza, «cosa di uomini come tutto il resto nel corso della storia».

«Quello che mi propongo — ha invece sottolineato — è di mettere in luce lo splendore interiore della Chiesa e della vita cristiana». Una scelta che non nasce dalla volontà di «chiudere gli occhi sulla realtà dei fatti» o di «sottrarci alle nostre responsabilità», ma dal desiderio di affrontarle «nella prospettiva giusta» senza «lasciarci schiacciare da esse». Infatti, ha spiegato, non «possiamo chiedere ai giornalisti e ai media di tenere conto di come la Chiesa interpreta se stessa»; ma la cosa più grave sarebbe se anche gli «uomini di Chiesa e ministri del Vangelo» finissero per perdere di vista «il mistero» che la abita e si rassegnassero «a giocare sempre fuori casa, in trasferta e sulla difensiva».

Il predicatore ha invitato a guardare la Chiesa dal punto di vista più corretto, paragonandola alle «vetrate di una cattedrale». Se si guardano dall’esterno, non si vedono che pezzi di vetro scuro tenuti insieme da strisce di piombo altrettanto scure. «Ma se si entra dentro e si guardano quelle stesse vetrate contro luce — ha esclamato — che splendore di colori, di storie e di significati davanti ai nostri occhi!» Ecco allora la determinazione a guardare la Chiesa «da dentro, nel senso più forte della parola, alla luce del mistero di cui è portatrice».

Il cardinale ha poi fatto riferimento alla paternità di Dio, che «è al cuore stesso della predicazione di Gesù». Anche nell’Antico Testamento Dio «è visto come padre»; ma la novità è che ora non è più soltanto «padre del suo popolo Israele» ma «di ogni essere umano, giusto o peccatore che sia: in senso dunque individuale e personale». Egli si preoccupa di «ognuno come fosse l’unico; di ognuno conosce i bisogni, i pensieri e conta persino i capelli del capo».

Cantalamessa ha quindi messo in guardia dalla tentazione di seguire ancora l’errore della teologia liberale, del XIX e del XX secolo, soprattutto del suo più illustre rappresentate, Adolf von Harnack: errore consistito nel «fare di questa paternità l’essenza del Vangelo, prescindendo dalla divinità di Cristo e dal mistero pasquale». Un altro sbaglio, provocato dall’eresia di Marcione nel II secolo e «mai del tutto superato», è quello di vedere nel Dio dell’Antico Testamento un «Dio giusto, santo, potente e tonante, e nel Dio di Gesú Cristo, un Dio papà tenero, affabile e misericordioso».

La novità di Cristo non consiste in questo, ha rimarcato il porporato. Consiste piuttosto nel fatto che «Dio, rimanendo quello che era nell’Antico Testamento e cioè tre volte santo, giusto e onnipotente, viene ora dato a noi come papà!». È questa l’immagine «fissata da Gesù all’inizio del Padre Nostro e che contiene in nuce tutto il resto». Si prega, infatti, dicendo «Padre nostro che sei nei cieli», cioè che sei «altissimo, trascendente, che disti da noi quanto il cielo dalla terra»; ma si dice «Padre nostro», anzi nell’originale «Abba!», qualcosa di simile al nostro papà, padre mio.

È anche l’immagine di Dio che la Chiesa ha posto all’inizio del suo credo. «Credo in Dio, Padre onnipotente»: padre, ma «onnipotente; onnipotente, ma padre». È questo, del resto, ciò di cui «ogni figlio ha bisogno: di avere un padre che si china su di lui, che sia tenero, con cui può giocare, ma che sia, al tempo stesso, forte e sicuro per proteggerlo, infondergli coraggio e libertà».

Il cardinale ha anche attirato l’attenzione su un pericolo «mortale», cioè dare per «scontate le cose più sublimi della nostra fede, compresa quella di essere nientemeno che figli di Dio, del creatore dell’universo, dell’onnipotente, dell’eterno, del datore della vita». Occorre «passare dalla fede allo stupore», addirittura, «dalla fede all’incredulità». Una incredulità «tutta speciale: quella di chi crede, senza potersi capacitare di quello che crede», tanto gli sembra cosa enorme, «incredibile».

Essere figli di Dio comporta infatti «una conseguenza che si osa appena formulare, tanto essa è da capogiro». Grazie ad essa, «il divario ontologico che separa Dio dall’uomo è minore del divario ontologico che separa l’uomo dal resto del creato», perché «per grazia noi diventiamo “partecipi della natura divina” (2 Pt 1, 4)».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Avvento, Fede, morale e teologia, Padre Raniero Cantalamessa, Riflessioni, Santo Natale, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il Catechismo è via all’incontro con Gesù

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2021

Il Catechismo è via all’incontro con Gesù
Riprendere il Catechismo e insegnarlo è urgente, perché molto spesso oggi la fede è ridotta a puro sentimento personale. Affermare “Io credo” significa aprire il proprio cuore sotto l’influsso della grazia al contenuto oggettivo che Dio rivela e al quale concediamo il nostro assenso. All’insegnamento viene opposta oggi l’esperienza, ma non si può fare esperienza di Dio se non attraverso l’insegnamento.
del Cardinale Robert Sarah
prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

Il Catechismo è via all’incontro con Gesù dans Articoli di Giornali e News Cardinale-Robert-Sarah

In tanti miei interventi e nei miei libri ho continuamente detto che l’attuale crisi che investe la Chiesa e il mondo è radicalmente una crisi spirituale, ovvero una crisi della fede. Il mondo moderno ha rinnegato Cristo. Nella Chiesa viviamo il mistero del tradimento, il mistero di Giuda. Soprattutto noi cattolici abbiamo allontanato Dio dalla nostra vita. Abbiamo abbandonato la preghiera, la dottrina cattolica viene messa in dubbio. Il relativismo che impera nel mondo è entrato prepotentemente nella Chiesa.

La celebrazione domenicale del giorno dell’Eucarestia del Signore, un precetto morale che obbliga di rendere a Dio un culto esteriore, visibile, pubblico e regolare nel ricordo della Sua benevolenza universale verso gli uomini (Ccc 2176-2177) è molto trascurato o celebrato in modo teatrale e superficiale

La risposta a questa situazione non sta in un nostro progetto o in un nostro sforzo per purificare la Chiesa. La Chiesa si riforma incominciando a cambiare noi stessi. Gesù ha sete di unità. È nell’unione con Gesù Cristo che rinasce la fede e si fonda l’unità della Chiesa. E l’unità della Chiesa ha la propria sorgente nel cuore di Gesù Cristo. Dobbiamo restargli vicino, dobbiamo rimanere in Lui.

Come ho già avuto modo di scrivere in “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino”, l’unità della Chiesa si fonda su quattro pilastri: la preghiera, la dottrina cattolica, l’amore verso Pietro e la carità reciproca. Senza la preghiera, senza l’unità con Dio, ogni tentativo di consolidamento della Chiesa e della fede risulterà vano. Ma siccome la Nuova Bussola Quotidiana lancia questa iniziativa di lezioni di catechismo, mi vorrei soffermare sul significato della dottrina cattolica.

La fonte della nostra unità ci precede e ci viene offerta: è la Rivelazione che abbiamo ricevuto che recita così: “I fratelli erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”(Att.2,42). A questa dobbiamo essere fedeli e il popolo cristiano ha diritto a un insegnamento chiaro, fermo e sicuro. L’unità della fede implica l’unità del Magistero nel tempo e nello spazio. Quando ci viene trasmesso un insegnamento nuovo esso deve sempre venire coerentemente interpretato con quello che l’ha preceduto. La fede è sì un atto intimo, personale e interiore ma è al contempo un’adesione a un contenuto oggettivo che non abbiamo scelto noi. Con la fede noi compiamo un atto mediante il quale decidiamo di affidarci totalmente a Dio in piena libertà. Affermare “Io credo” significa aprire il proprio cuore sotto l’influsso della grazia al contenuto oggettivo che Dio rivela e al quale concediamo il nostro assenso. Allora la fede diventa pubblica testimonianza, perché il nostro atto di fede non può mai rimanere puramente privato. La fede può essere professata solo nella Chiesa, con la Chiesa, la quale ci trasmette la conoscenza integrale del Mistero, i contenuti da conoscere e da credere.

Purtroppo il relativismo dominante nel mondo è talmente penetrato nella Chiesa al punto che molto spesso la fede è ridotta a puro sentimento personale; ma così la si rende incomunicabile, la si separa dalla Chiesa e la si svuota di ogni contenuto. Per questo oggi riprendere il Catechismo, conoscerlo, insegnarlo, è urgente. L’insegnamento del catechismo non si riduce a una conoscenza intellettuale dei suoi contenuti. Favorisce un vero incontro ed una Santa intimità con Gesù che ci ha rivelato queste verità. Fintantoché non abbiamo incontrato fisicamente Gesù non siamo veramente cristiani. All’insegnamento viene opposta oggi l’esperienza, ma non si può fare esperienza di Dio se non attraverso l’insegnamento. Dice San Paolo ai Romani (10,14): «Come potranno credere senza averne sentito parlare?». Il venir meno della catechesi porta i cristiani ad alimentare una certa confusione attorno alla fede. Alcuni scelgono di credere a un articolo del Credo rifiutandone un altro. Si arriva persino a realizzare dei sondaggi circa l’adesione dei cattolici alla fede cristiana. La fede non è una bancarella del mercato dove si può scegliere la frutta e i legumi più convenienti. Ricevendo la fede riceviamo interamente Dio la Sua Parola, la Sua Dottrina, il Suo insegnamento.

Siamo chiamati ad amare il nostro catechismo. Se lo riceviamo non solo con le labbra ma anche con il cuore, allora attraverso le formule della fede potremo realmente entrare in comunione con Dio.

È ora di strappare i cristiani al dilagante relativismo che anestetizza i cuori e addormenta l’amore. Diceva Henri de Lubac: «Se oggi l’eretico non ci incute lo stesso timore che incuteva ai nostri antenati, è davvero perché abbiamo nel cuore più carità? O piuttosto ciò avviene perché molto spesso l’oggetto della disputa, e cioè l’esistenza stessa della nostra fede, non ci interessa più anche se non osiamo dircelo? (…) Allora, di conseguenza, l’eresia non ci turba più, o almeno non ci sconvolge più nella misura in cui ci sconvolgerebbe chi tentasse di strapparci via l’anima. (…) Ahimé! Non sempre è cresciuta la carità, o è diventata più illuminata: spesso è la fede che è diminuita, ed è diminuito il gusto per le cose eterne».

È ora che la fede diventi per i cristiani il tesoro più intimo e più prezioso. Pensiamo a tutti i martiri morti per la purezza della loro fede all’epoca della crisi ariana: per confessare che il Figlio non è solo simile al Padre, ma consostanziale con Lui, quanti vescovi, sacerdoti, monaci o semplici credenti hanno sofferto la tortura e la morte. È in gioco il nostro rapporto con Dio e non solo delle dispute teologiche. Sulla nostra apatia di fronte alle deviazioni dottrinali si misura la tiepidezza che si è insinuata tra noi.

Dobbiamo bruciare d’amore per la nostra fede, non la dobbiamo infangare e annacquare in compromessi mondani. Non dobbiamo mistificarla e corromperla, ne va della salvezza delle anime, le nostre e quelle dei nostri fratelli.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Cardinale Robert Sarah, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Torna a San Pietro la Madonna di Rue du Bac

Posté par atempodiblog le 27 novembre 2021

Torna a San Pietro la Madonna di Rue du Bac
Dopo un anno di pellegrinaggio, la Vergine della Medaglia Miracolosa è stata accolta in Vaticano da Papa Francesco.
di Isabelle H. de Carvalho Isabelle H. de Carvalho  i.Media per Aleteia

Torna a San Pietro la Madonna di Rue du Bac dans Apparizioni mariane e santuari Madonna-della-medaglia-miracolosa-in-Vaticano

Erano quasi mille, i fedeli ricevuti poco prima dell’udienza generale del 24 novembre 2021 da papa Francesco nella basilica di San Pietro. Mille membri della “famiglia vincenziana” venuti in Vaticano da tutta Italia per concludere una peregrinazione durata un anno attraverso numerose comunità vincenziane del Paese per celebrare il 190º anniversario delle apparizioni della Santa Vergine a Caterina Labouré.

«In questi mesi di pandemia la vostra missione ha portato speranza, permettendo a numerose persone di fare esperienza della misericordia di Dio», ha dichiarato il Pontefice, che li ha ringraziati per la loro testimonianza, pregna a suo dire dello «stile della “Chiesa in uscita”», ossia di una Chiesa «che va verso tutti a cominciare dagli esclusi e dagli emarginati».

Papa-Francesco-e-la-Madonna-della-Medaglia-miracolosa dans Articoli di Giornali e News

Il grande pellegrinaggio era stato lanciato l’11 novembre 2020 nel corso di una cerimonia durante la quale papa Francesco aveva benedetto la statua e aveva posto una corona del rosario al collo del simulacro.

Siamo molto felici di essere stati ricevuti dal Papa una volta di più […] – ha dichiarato ad i.Media padre Valerio Di Trapani, superiore del Collegio Apostolico Leoniano e organizzatore del pellegrinaggio –, e che egli abbia risposto al desiderio di tutta la Famiglia vincenziana, di essere “Chiesa in uscita”, una Chiesa che va in mezzo alla gente in questo tempo di Covid-19.

Quando la Vergine Maria è apparsa a Caterina Labouré, nel 1830, le avrebbe detto:

Venga ai piedi di questo altare, qui: le grazie si spargeranno su tutte le persone che le chiederanno con fiducia e fervore.

I vincenziani hanno dunque desiderato anche’essi di portare le loro difficoltà ai piedi della Vergine, ha spiegato padre Erminio Antonello, Provinciale d’Italia dei missionari vincenziani. Solo che stavolta è in qualche modo la Vergine ad essere venuta tra loro, un segno forte in questo periodo «in cui tutti ci chiudiamo» su noi stessi a causa della pandemia. Così il religioso:

Abbiamo voluto mostrare che era possibile tornare nelle nostre comunità con una certa libertà perché la Vergine Maria ci proteggeva.

Alcuni dei pellegrini presenti all’udienza hanno raccontato l’arrivo della statua nelle loro comunità. Ivan, seminarista in un seminario diocesano gestito dai vincenziani nella città di Piacenza, a sud di Milano, ha spiegato che la statua era rimasta nel loro collegio per tre giorni all’inizio di ottobre 2021:

Fa una certa impressione pensare che quella effigie era lì, nel nostro seminario, e che adesso è qui nella basilica di San Pietro.

Madonna-della-medaglia-miracolosa dans Coronavirus

Padre Di Trapani ha sottolineato che la fine del pellegrinaggio era anche un punto di partenza per una nuova iniziativa dei vincenziani. Adesso cominceranno una missione di evengelizzazione e di animazione parrocchiale chiamata “Tre giorni con Maria”, durante la quale si concentreranno su tre aspetti della vita cristiana – essere chiamati, abitati e inviati.

La famiglia vincenziana raccoglie tutte le comunità e realtà cristiane legate a san Vincenzo de Paoli, e raccoglie circa 2 milioni di membri nel mondo.

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Rue du Bac - Medaglia Miracolosa, Santa Caterina Labouré, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai

Posté par atempodiblog le 13 novembre 2021

Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai
Dall’arrivo di san Francesco Saverio ai martiri di Nagasaki, dai due secoli e mezzo di epopea dei cristiani nascosti fino ai giorni nostri con i missionari di padre Kolbe e la venerabile “Maria delle Formiche”. Gabriele Di Comite ripercorre la storia del Giappone cristiano nel saggio Santi, martiri e samurai.
di Fabio Piemonte – La nuova Bussola Quotidiana

Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai dans Articoli di Giornali e News santi-martiri-e-samurai-storia-del-Giappone-cristiano

Il Giappone è una terra di santi, martiri e samurai. Il cristianesimo comincia ad affermarsi nell’isola soltanto dal 1549 con l’arrivo di san Francesco Saverio (†1552) e di altri missionari che, giunti contestualmente alle navi dei commercianti portoghesi, in pochi decenni e pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, contribuiscono alla conversione alla fede cattolica di oltre 600.000 persone, tra le quali anche signori feudali, guerrieri e monaci buddisti. Seguono due secoli e mezzo di atroci persecuzioni che causano la morte di oltre 5.000 credenti, durante i quali si forma il popolo dei “cristiani nascosti”, custodi in clandestinità di una fede senza sacerdoti, né chiese, né sacramenti.

La storia del Giappone cristiano è raccontata in maniera avvincente e attraverso una narrazione particolarmente documentata da Gabriele Di Comite nel suo recente saggio Santi, martiri e samurai (La Fontana di Siloe 2021, pp. 308).

«Io mi sento animato da un tal sentimento nel cuore circa l’andata al Giappone, che non sarei per mutar pensiero, né pur quando di certo sapessi di dovermi trovar in pericoli assai maggiori […]. Tanta è la speranza che […] Iddio stesso m’ha posta in cuore di propagare la Religion Cristiana». Francesco Saverio scrive così a Ignazio di Loyola riguardo al suo zelo apostolico nel Paese del Sol Levante. Egli si muove in un contesto difficile sia per la lingua particolarmente ostica, sia per le lotte intestine tra i signori feudali (daimyō) dei diversi territori. Eppure riesce, attraverso la strada della bellezza, ossia donando un dipinto di una Madonna con il Bambino a uno di costoro, a ottenere l’autorizzazione per predicare il Vangelo a Kagoshima. Di lì, poi, la città di Yamaguchi diventerà la sede generalizia dei gesuiti. Questo non senza essere osteggiato dai bonzi buddhisti, la cui predicazione era tanto radicata sul territorio quanto lontana dalla dottrina cattolica sul piano teologico.

Alessandro Valignano, altro missionario gesuita, constata che per convertire i giapponesi bisogna conoscere e rispettare le loro usanze, adattarsi alle abitudini locali e parlare la loro lingua. Era opportuno insomma che anche i missionari mangiassero su tavoli bassi, seduti su stuoie di tatami e avessero nelle proprie case la sala per la cerimonia del tè. Allievo di Valignano, Matteo Ricci sposa il suo metodo d’inculturazione della fede.

Accanto ai gesuiti vi sono anche diversi samurai, guerrieri che arrivano a sostituirsi all’aristocrazia nel controllo delle province per la loro forza militare, tra i quali Takayama Ukon. Egli, rinunciando ai privilegi feudali, si adopera in prima persona per la costruzione di chiese, orfanatrofi, ospedali, cimiteri e la diffusione della fede, anche attraverso la trasformazione della stanza della cerimonia zen del tè in eremo cristiano, la fondazione di scuole teologiche e del seminario di Azuchi. «Io non cerco la mia salvezza con le armi ma con la pazienza e l’umiltà, in accordo con la dottrina di Gesù Cristo che io professo», scrive in un messaggio a chi gli veniva incontro in armi, prima di salpare esule nel 1614 per l’attività missionaria nelle Filippine, alla cui comunità dona una statua della Madonna del Rosario. Soprannominato “Giusto Takayama” e “samurai di Cristo”, è stato un vero martire della fede, riconosciuto come tale già da sant’Alfonso. È stato infatti poi beatificato nel 2017.

Verso la fine del Cinquecento giungono sull’isola anche missionari francescani, domenicani e agostiniani. Il diffondersi della fede cristiana preoccupa però i daimyō, per cui diverse ordinanze ne proibiscono il culto. Ne derivano punizioni esemplari per chi le infrange. Così san Paolo Miki e altri 25 fratelli nella fede, religiosi e laici, spagnoli, portoghesi e giapponesi sono crocifissi a Nagasaki.

Altri cristiani vengono indotti ad apostatare, costretti a calpestare immagini sacre (fumi-e), pena le torture più atroci, «infilzando aghi di metallo sotto le unghie» del reo o calandone il corpo in una fossa a testa in giù dove viene lasciato per giorni, fino alla crocifissione. «Con l’editto del 1641 inizia il periodo del Sakoku», ossia il Giappone diviene un Paese blindato per duecento anni e ai cristiani non resta che professare la propria fede in clandestinità. «Alla scoperta di un cristiano occulto, sarebbe stato punito tutto il villaggio». Di qui, a parte il tentativo isolato di riportare il Vangelo in Giappone del sacerdote siciliano Giovanni Battista Sidoti, per due secoli il Paese rimane senza l’ombra di un sacerdote. Relativamente a tale periodo di bando del cristianesimo, la documentazione storica racconta di 5000 martiri, anche se sono stati di fatto sicuramente molte migliaia di più.

Poi il Giappone conosce l’occidentalizzazione, implementa la rete ferroviaria e il progresso tecnologico, ma vive altresì l’orrore delle due bombe atomiche. Eppure ancora una volta non mancano mirabili testimonianze di fede. I cristiani escono gradualmente dalla clandestinità; soltanto nel 1947 la Costituzione del Paese esplicita la libertà religiosa. Tra le maggiori figure di rilievo del XX secolo basti ricordare il missionario polacco Fra Zeno della Milizia dell’Immacolata di san Massimiliano Kolbe che, insieme alla venerabile Satoko “Maria delle Formiche”, si prodiga per sottrarre gli orfani a un destino di povertà e miseria estrema tra cumuli d’immondizia.

Insomma, sebbene attualmente i cristiani in Giappone siano l’1% e i cattolici lo 0,5% (500.000, di cui solo a Nagasaki il 4,5%), il sangue dei martiri, tra i quali 42 santi e 396 beati, continua a essere seme di nuovi cristiani, «capace di rinnovare e far ardere continuamente lo zelo evangelizzatore» (Papa Francesco).

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Libri, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Andrea Belotti sempre di più nella storia del Torino e della Serie A

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2021

Andrea Belotti sempre di più nella storia del Torino e della Serie A: raggiunge un nuovo prestigiosissimo traguardo
di Gianluca Di Marzio – gianlucadimarzio.com

Andrea Belotti sempre di più nella storia del Torino e della Serie A dans Articoli di Giornali e News 100

Sempre più nella storia. Andrea Belotti, subentrato al 53’ del match ad Antonio Sanabria, ha segnato allo scadere la rete del definitivo 3-0 alla Sampdoria.

100 gol in Serie A
Alla 254esima presenza totale nel massimo campionato italiano, il Gallo raggiunge un traguardo non semplice da raggiungere, per nessuno: sono 100 i gol totali segnati in Serie A.

“Quando ho preso il palo prima della marcatura ho pensato che la sfortuna ci aveva messo lo zampino, ma per fortuna il gol è arrivato poco dopo”, ha detto Belotti alla fine della gara ai microfoni di Dazn, scherzando.

Divisore dans San Francesco di Sales

100-volte-Belotti-in-Seria-A dans Sport

Publié dans Articoli di Giornali e News, Sport | Pas de Commentaire »

Anche quest’anno estese a tutto novembre le indulgenze per i defunti

Posté par atempodiblog le 29 octobre 2021

Anche quest’anno estese a tutto novembre le indulgenze per i defunti
A causa del perdurare della pandemia e delle misure di contenimento, la Penitenzieria Apostolica viene incontro alle richieste avanzate da numerosi vescovi emanando un Decreto in cui si annuncia la proroga delle indulgenze plenarie in modo analogo al 2020
di Adriana Masotti – Vatican News

Anche quest'anno estese a tutto novembre le indulgenze per i defunti dans Articoli di Giornali e News Festa-dei-Santi-e-dei-fedeli-defunti

Un Decreto della Penitenzieria Apostolica, pubblicato oggi, stabilisce la possibilità anche quest’anno di ottenere le Indulgenze plenarie per i defunti per tutto il mese di novembre. Nel testo si legge che la decisione è stata presa dopo aver ascoltato “le varie suppliche recentemente pervenute da diversi Sacri Pastori della Chiesa, a causa dello stato di perdurante pandemia”. La Penitenzieria Apostolica, dunque, “conferma ed estende per l’intero mese di novembre 2021 tutti i benefici spirituali già concessi il 22 ottobre 2020”, attraverso un analogo Decreto col quale, sempre a causa del Covid-19, le Indulgenze plenarie per i fedeli defunti venivano prorogate per tutto il mese di novembre 2020.

L’opportunità spirituale offerta dalla proroga
Il testo prosegue illustrando i benefici della proroga: “Dalla rinnovata generosità della Chiesa  si legge  i fedeli attingeranno certamente pii propositi e vigore spirituale per indirizzare la propria vita secondo la legge evangelica, in filiale comunione e devozione verso il Sommo Pontefice, visibile fondamento e Pastore della Chiesa Cattolica”.

Il cardinale Piacenza: una devozione molto sentita
Il presente Decreto, così come quello emesso l’anno scorso, in piena pandemia, vuol venire incontro alla necessità ancora viva di evitare assembramenti causa potenziale di diffusione del Covid-19 che, anche se in diversa misura, colpisce ancora la popolazione mondiale. In un’intervista a Vatican News, dello scorso 23 ottobre, il Penitenziere Maggiore cardinale Mauro Piacenza, spiegava che “la consuetudine codificata è quella dell’indulgenza plenaria in ogni giorno dell’ottavario dall’1 all’8 novembre per tutti quelli che visitano i cimiteri pregando per i defunti, e il 2 novembre, nello specifico, la visita ad una chiesa o ad un oratorio recitando il Pater e il Credo. Questo è lo standard”. Si tratta di una forma di devozione molto sentita, proseguiva il cardinale Piacenza, che si esprime nel partecipare alla Messa e nella visita ai cimiteri, per questo, perché le persone possano diluire le visite senza creare resse, “si è pensato di diluire nel tempo la possibilità di fruire delle indulgenze e così per tutto novembre si potrà acquisire ciò che era previsto per i primi 8 giorni di novembre”.

Ravvivare la fede nella vita eterna
Riguardo poi al legame tra la solennità di Tutti i Santi e la commemorazione dei defunti il Penitenziere Maggiore ricordava che: “Siamo chiamati in questi giorni a ravvivare la nostra certezza nella gloria e nella beatitudine eterna” e raccomandava: “chiediamo con umiltà e fiducia il perdono per quanti ci hanno lasciati, per le loro piccole o grandi mancanze, loro che comunque sono già salvati nell’amore di Dio, e rinnoviamo il nostro impegno di fede”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Cardinale Mauro Piacenza, Fede, morale e teologia, Festa dei Santi e dei fedeli defunti, Misericordia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

L’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi: ecco quando i cattolici in politica fanno danni

Posté par atempodiblog le 15 octobre 2021

Scuola di dottrina sociale
L’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi: ecco quando i cattolici in politica fanno danni
La fede cattolica è solo utile o anche indispensabile in politica? Qual è la differenza tra “cattolici politici” e “politici cattolici”? Su queste e altre distinzioni essenziali si è basata la Lezione tenuta ieri dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi, per l’inaugurazione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa dedicata a «Ricominciare dalla politica, ricominciare dal basso» (iscrizioni ancora aperte), organizzata dalla Bussola insieme all’Osservatorio Van Thuan.
di Stefano Fontana – La nuova Bussola Quotidiana

L’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi: ecco quando i cattolici in politica fanno danni dans Articoli di Giornali e News Giampaolo-Crepaldi

«I cattolici in politica hanno fatto molti danni. Lo dico senza sentimenti di giudizio sulle persone e anche senza sottovalutare l’impegno di tanti. Se andiamo a vedere le leggi approvate nel nostro Paese in questi ultimi cinque anni si rimane sbalorditi nel constatare che sono state tutte votate – a parte qualche esempio singolare – anche dai cosiddetti cattolici deputati». È questo uno dei passaggi più “caldi” della Lezione tenuta dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi ieri sera, giovedì 14 ottobre, all’inaugurazione della Scuola Nazionale di Dottrina sociale della Chiesa dedicata a «Ricominciare dalla politica, ricominciare dal basso». La Scuola, a cui ci si può ancora iscrivere (vedi QUI), farà proposte di contenuto e di metodo per ripartire dopo la morte dichiarata della politica cattolica a cui appunto la diagnosi del vescovo si riferisce.

Monsignor Crepaldi ha ripreso e sviluppato una distinzione storica, quella tra “politici cattolici” e “cattolici politici”. I primi stabiliscono un legame essenziale tra la loro fede e la politica, i secondi solo un legame accidentale. Ecco allora la conseguenza: «I cattolici politici non si riconoscono più dalle loro scelte, militano in tutti i partiti a riprova che il rapporto tra la politica e la loro fede religiosa è accidentale, nei consigli locali o in parlamento votano a completa loro discrezione ogni legge, anche quelle maggiormente lesive della dignità della persona umana e dell’etica naturale. Il processo di laicizzazione del loro operato è sempre più radicale e tra le due parole “cattolico” e “politico” si apre un divario sempre più accentuato, sicché viene perduta la coerenza tra fede e vita politica».

Certo, la triste situazione di oggi non dipende solo dai “politici”, ma anche dalla Chiesa che sembra non formare più alla vera politica secondo le indicazioni della Dottrina sociale della Chiesa. Interessante questo passaggio della Lezione di Crepaldi: «Nelle parrocchie e nelle diocesi si segue il doppio principio: tutti dentro e nello stesso tempo tutti fuori. Tutti dentro perché nella comunità cattolica sono ospitate tutte le posizioni politiche, ma anche tutti fuori perché la comunità non fornisce chiari criteri di valutazione e di giudizio e mette tutti sullo stesso piano, praticando una indifferenza alla politica. Le nostre comunità cattoliche oggi – ha concluso il vescovo – si mostrano molto “impolitiche” (non parlano mai di politica, la lasciano fuori della porta), ma anche questa è una maniera per fare politica perché diventa lecito militare dappertutto».

Secondo il vescovo, il problema di fondo è se la fede cattolica sia solo utile o anche indispensabile per una buona vita della comunità politica. Se è solo utile, allora il ruolo dei cattolici e della Chiesa sarà di esprimere nella pubblica piazza una delle tante opinioni. Ma per mons. Crepaldi «il cristianesimo non è da considerarsi solo una delle tante opinioni presenti nel pubblico dibattito e utili allo stesso, ma porta con sé una pretesa di verità di fondamentale importanza per la politica, una verità che non impedisce alla politica di essere autonomamente se stessa, ma la toglie dal pericolo di essere indipendente, ossia di pretendere una autonomia illegittima».

Questa idea, secondo cui il cristianesimo è indispensabile e non solo utile, oggi è combattuta fuori e dentro la Chiesa, da qui le difficoltà della politica cattolica oggi. Il politico cattolico si trova davanti ad un “sistema” che lo esclude ed egli deve ormai conquistarsi spazi di azione palmo a palmo. «Tra le istituzioni pubbliche, i luoghi della deliberazione legislativa, la scuola e la formazione, i grandi media, una società civile colonizzata ideologicamente… c’è ormai uno stretto legame di sistema sostanzialmente negativo per l’uomo e per il cattolico. Nasce l’dea che bisogna tirarsene fuori se si vuol fare qualcosa di significativo in coerenza con la propria fede».

L’abbraccio del mondo – e dello Stato – alla Chiesa rischia di essere soffocante. Questa constatazione è ormai di molti cattolici che cercano nuovi luoghi, nuovi linguaggi e nuove possibilità di fare politica “fuori sistema”. Crepaldi stesso fa degli esempi: «Molte scuole parentali cattoliche, gruppi di pressione e di azione in difesa della vita nascente, aggregazioni di famiglie per la formazione e il tempo libero dei figli, forme cooperative partecipate dal basso che si occupano non solo di carità e di assistenza ma anche di produzione e di economia, gruppi politici tesi a testimoniare sul territorio locale la fede cattolica in politica, liste civiche che si presentano alle elezioni comunali improntate a questi principi di una nuova coerenza».

Questa società civile cattolica, che aspira a diventare anche politica, suggerisce un interessante paragone: «C’è una significativa analogia – dice il vescovo di Trieste – con gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, quando i cattolici trovarono ostruite tutte le vie politiche istituzionali e la politica ufficiale esprimeva un laicismo esasperato contrario sia alla fede che alla ragione, sia ai diritti della Chiesa che ai diritti dell’uomo».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

123456...81