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Il sorriso di Maria…

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2015

Il sorriso di Maria…

sorriso di maria

Non solo rappresentazioni di Maria Santissima assorta in preghiera, piangente ma anche sorridente. Vi presentiamo un capolavoro nella Cattedrale di Toledo. Nel centro del coro di fronte all’altare, la Vergine Bianca, una bellissima statua della Madonna che sorride mentre il bambin Gesù che tiene in braccio le accarezza il mento con un gesto affettuoso.

TOLEDO (SPAGNA): Anno 664.
Sant’Ildefonso, arcivescovo di Toledo (657-667), fu profondamente devoto al culto mariano e stre­nuo difensore della vera fede cristiana. Nel giorno dell’Assun­zione della Vergine Maria, la mattina presto Ildefonso entrò con alcuni sacerdoti nella cattedrale di Toledo e la trovò, con grande sorpresa, illuminata. Sul cancello della cappella stava Maria che lodò il fervore religioso del vescovo e gli consegnò una preziosa veste quale simbolo della sua protezione e della sua considerazione. Per lungo tempo, nella diocesi di Tole­do, venne celebrata un festa particolare per commemorare quest’apparizione.

Tratto da: Radio Maria Fb

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Il Cuore pulsante della fede salernitana: San Matteo e la Cripta del Duomo

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2015

Il Cuore pulsante della fede salernitana: San Matteo e la Cripta del Duomo
Una risorsa poco valorizzata: pochi in Italia e nel mondo sanno che San Matteo sia sepolto a Salerno
di Ernesto Farsetti – Citizen Salerno

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A Salerno “risiede” un personaggio straordinariamente importante: amico stretto di Gesù Cristo, ne condivise vita e sofferenza e alla sua morte ne scrisse le gesta nel suo magnifico Vangelo. Nel Medioevo, le sue spoglie furono trasferite da Casalvelino a Salerno, dove ancora oggi si trovano, all’interno della magnifica Cripta del Duomo. Nel corso dei secoli, la devozione dei salernitani verso San Matteo è cresciuta sempre di più, soprattutto a seguito di miracolose grazie elargite dall’Apostolo, che in più occasioni è stato additato quale salvatore della città (ad esempio, in occasione di assalti delle flotte saracene). Ma, oltre ai salernitani, pochi in Italia e nel mondo sanno che San Matteo sia sepolto a Salerno.

Si chiamava Levi, era nato a Cafarnao ed era un esattore delle tasse, per conto dei Romani che governavano Gerusalemme e la Giudea. Ma fu folgorato, proprio mentre era al banco delle imposte, dal passaggio di Gesù di Nazareth, e da quel momento cominciò a seguirlo. I teologi sostengono che questo “cambiamento” da esattore a discepolo abbia un significato metaforico: l’esattore è colui che esige (anche dal punto di vista etimologico, visto che “esatto” è participio passato del verbo esigere) dagli altri non solo denaro (come faceva Matteo) ma anche affetto, stima e qualunque altra cosa. Il discepolo di Cristo, invece, deve imparare a non esigere nulla, ma a dare al prossimo in maniera incondizionata.

Così inizia l’avventura di Matteo, che diventerà uno dei più grandi personaggi della storia del Cristianesimo: uno dei 12 apostoli e uno dei quattro evangelisti, ovvero autori del Vangelo. La sua biografia del Cristo, sinottica rispetto a quelle di Marco e Luca, è scritta con uno stile equilibrato e scarno, senza fronzoli, ma contiene alcuni dei passi più belli del Nuovo Testamento, come ad esempio “La Parabola del Figliol Prodigo”.

Matteo seguì Gesù sino alla Passione di quest’ultimo. Ne testimoniò, assieme agli altri Apostoli e alla Maddalena, la Risurrezione tre giorni dopo. E’ sulla base di questa testimonianza, sua e degli altri discepoli, della Risurrezione di Cristo che si basa l’intero Cristianesimo. E’ la Buona Notizia: si può risorgere dalla morte, c’è un Paradiso, come da allora la Chiesa si sforza di annunciare.

Matteo riportò la vita e le opere, la Passione e la Risurrezione di Gesù nel suo Vangelo, che è letto da migliaia di anni in tutto il mondo.

Dopo la morte del Maestro, Matteo fu inviato come Apostolo in Africa; giunse ad evangelizzare l’Etiopia, ma qui trovò la morte come martire.
Le sue spoglie furono trasferite in Francia, poi nel V secolo giunsero a Velia (l’antica città conosciuta come Elea, tra le più note della Magna Grecia). Per volere del Vescovo Attanasio, le reliquie del Santo furono trasferite a Casalvelino, presso la piccola chiesa di San Matteo.

Poi, per volere di Gisulfo I, nell’anno 954 furono trasferite a Salerno e depositate nella cripta della Vecchia Cattedrale.

Nel 1084 Roberto il Guiscardo, principe Normanno che aveva conquistato Salerno, fece costruire la Nuova Cattedrale, dedicata al Santo Stesso e a Santa Maria degli Angeli, in cui fu costruita una nuova cripta per contenere le “prestigiose” (per la casata Normanna) spoglie del Santo.

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Dobbiamo attendere la fine del XVI secolo, tuttavia, perché sorga la nuova Cripta, completamente restaurata e rivisitata in un meraviglioso stile barocco.
A progettarla fu il grande architetto Domenico Fontana, che fu assistito da suo figlio Giulio. Al centro della Cripta campeggia la statua bronzea di San Matteo, bifronte, opera di Michelangelo Naccherino nel 1605. E’ bifronte per ragioni logistiche: in questo modo le due “facce” di San Matteo potevano essere venerate sia da chi scendeva alla Cripta dalla Basilica superiore, sia da chi, dall’altro lato, assisteva alla Messa nella Cripta stessa. Tale statua, invece, ha generato il detto “San Matteo ha due facce”, che col tempo è diventato “I salernitani hanno due facce”, con riferimento alla loro presunta ipocrisia…

Si scende alla tomba di San Matteo da una doppia scala; il sepolcro è seminterrato. Una leggenda vuole che in alcuni periodi dell’anno tale sepolcro emani un liquido particolare, detto “manna” che avrebbe poteri miracolosi. In passato molte “grazie” sono state attribuite dai salernitani alla manna.
La Cripta è luminosissima; merito degli spettacolari affreschi del grande pittore barocco Belisario Corenzio, greco trapiantato a Napoli amatissimo ed attivissimo in quest’ultima città. Corenzio dipinse nelle volte varie scene tratte dal Vangelo di Matteo e della storia della città di Salerno.

Le decorazioni della Cripta sono magnifiche; i marmi sono opera del napoletano Francesco Ragozzino e risalgono al ‘700.

A sinistra della tomba di San Matteo vi è un’ampia cappella dove sono situati i sepolcri di tre martiri salernitani, Ante, Gaio e Fortunato. Secondo la leggenda i tre morirono a Salerno durante le persecuzioni dell’Imperatore romano Diocleziano, che li fece decapitare sulle sponde del Fiume Irno perché non avevano voluto prostrarsi dinanzi alla statua “divinizzata” dell’Imperatore. Accanto ad essi, vi è il sepolcro di San Felice, altro martire cittadino, decapitato nell’attuale Sala Abbagnano, all’epoca “Felline”, dove oggi sorge appunto la Chiesa di San Felice in Felline.

Nel mezzo della cappella vi è un ceppo, che, secondo la leggenda, fu utilizzato per far decapitare Ante, Gaio e Fortunato. La leggenda dice che, nelle giornate di tempesta, avvicinando l’orecchio al ceppo, è possibile ancora oggi sentire il rumore del sangue dei martiri che scorre…

Sulla parete dell’altro versante della cripta, a destra della tomba di San Matteo, sono raffigurate le statue dei Vescovi salernitani, in tutto venti.
In definitiva, la Cripta, meravigliosa e sfolgorante, è assolutamente un degno luogo di sepoltura per uno dei personaggi più noti della storia del Cristianesimo.

Sta però ora ai salernitani far conoscere al mondo ciò che quasi soltanto essi sanno: il grande San Matteo è sepolto a Salerno. Ci chiediamo: perché così pochi pellegrini vi si recano in preghiera durante l’anno, dall’Italia e dal mondo? Perché così poco turismo religioso, che potrebbe portare importanti introiti alle finanze cittadine?

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Gietrzwald la Lourdes polacca

Posté par atempodiblog le 26 juin 2015

Gietrzwald la Lourdes polacca
Tra il 27 giugno ed il 16 settembre 1877 la Vergine Maria apparve molte volte a due ragazze, Barbara Samulowska e Justyna Szafrańska. Chiedendo la recita quotidiana del Santo Rosario. Tra la popolazione crebbero moralità, pietà, frequenza alla S. Messa, conversioni, sacramenti e vocazioni religiose. Oltre un secolo dopo, ancora vivo è il messaggio di Nostra Signora.

di Maria Beatrice Maggi – Radici Cristiane

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Polonia semper fidelis! Innumerevoli Santuari e luoghi sacri, alcuni di essi simboli nazionali. Gietrzwald – un villaggio nel nord-est della Polonia – resta abbastanza sconosciuto a molti cattolici. Uno dei pochi posti al mondo, dove le apparizioni mariane furono ufficialmente riconosciute dall’autorità ecclesiastica…

Apparizioni
Tra il 27 giugno ed il 16 settembre 1877 la Vergine Maria apparve molte volte a due ragazze, Barbara Samulowska e Justyna Szafrańska. Per la prima volta a Justyna, mentre la giovane stava tornando a casa con sua madre, dopo aver fatto un esame prima di ricevere la Prima Santa Comunione. Il giorno successivo, mentre recitava il Rosario, anche Barbara vide la “Signora lucente” seduta sul trono con Cristo Bambino tra gli angeli, sopra l’acero davanti alla chiesa. ChiestoLe di rivelare la Sua identità, rispose: “Sono la Beata Vergine Maria dell’Immacolata Concezione!”. “Che cosa mi chiedi Madre di Dio?”. “Desidero che tu reciti il Rosario ogni giorno!” – desiderio che Nostra Signora espresse molte volte durante le apparizioni. Un giorno Barbara domandò: “Riceveranno presto le parrocchie orfane dei preti?”. La risposta fu: “Se le persone pregheranno con zelo, al tempo in cui la Chiesa non sarà perseguitata, le parrocchie orfane riceveranno i preti”. Nostra Signora benedisse anche la fonte e disse che le persone malate avrebbero potuto prendere quest’acqua per la loro guarigione. Inoltre, durante l’ultimo giorno delle apparizioni, benedisse la piccola cappella costruita su Sua richiesta, quando le apparizioni ebbero luogo.

[…]

In cammino verso la Madonna
Molti pellegrini camminano verso il Santuario. Grandi gruppi vengono per la festa di settembre, camminando già prima dell’alba attraverso i boschi ed i campi nebbiosi. Cantano Godzinki (Le Piccole Ore dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria), pregano il Santo Rosario… Quando colgono la torre della chiesa del Santuario si inginocchiano e pregano brevemente. Dopo un paio di ore, da tutte le direzioni si riversano sul posto. In seguito, l’immagine miracolosa viene portata in processione dalla chiesa. Camminano lungo la strada, passando dalla sorgente miracolosa all’altare nel prato grande abbastanza per tutti i pellegrini. Al quanto insolito è il pellegrinaggio di luglio da Varsavia al Gietrzwald, con la tradizionale Santa Messa in latino. Gietrzwald è anche sulla via che conduce a Santiago de Compostela, via che comincia in Lituania. Che vi si creda o meno, ci sono persone che s’incamminano verso la Spagna partendo da lì!
Le apparizioni di Gietrzwald rinnovano la fede e le speranze del popolo polacco: la Madonna era dalla loro parte dopo tutto (i Kulturkampf di Bismarck, le due guerre mondiali e il regime comunista)! Oltre un secolo dopo, Warmia (diocesi di Gietrzwald) è ancora una terra cattolica e il messaggio di Nostra Signora rimane universale: “Pregate il Rosario quotidianamente!”.

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Richiamo a Warmia
di Joanna Potorska – Radici Cristiane

Colline, laghi, boschi, strade tortuose adombrate dagli alberi, villaggi e città. Ma soprattutto campanili, piccole cappelle, santuari, croci. Warmia è terra cattolica. E’ rimasta nei secoli terra cattolica, benché circondata da territori protestanti. Per questo, ancora oggi, è chiamata “santa”. Per questo, ancora oggi, funge da forte richiamo per i pellegrini cattolici. E non solo.

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Quelle parole del Papa sull’ansia di novità di chi segue i veggenti

Posté par atempodiblog le 13 juin 2015

Quelle parole del Papa sull’ansia di novità di chi segue i veggenti
Francesco è tornato a mettere in guardia chi riduce la propria fede alla curiosità per i messaggi e le rivelazioni private. Sabato 6 giugno aveva annunciato l’ormai prossima decisione su Medjugorje. Il caso Conchiglia e le pseudo-rivelazioni fatte arrivare a Benedetto XVI
di Andrea Tornielli – Vatican Insider
Tratto da: Una casa sulla Roccia

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Il Papa mette in guardia chi va alla ricerca dei veggenti per conoscere «la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio», cioè quanti fanno della propria vita un rincorrersi di messaggi, rivelazioni private, segreti, previsioni sul futuro.

Nell’omelia di Santa Marta [...] Francesco ha parlato di «quelli che sempre hanno bisogno di novità dell’identità cristiana» e hanno «dimenticato che sono stati scelti, unti» che «hanno la garanzia dello Spirito» e cercano: «“Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio?” Per esempio, no? E vivono di questo. Questa non è identità cristiana. L’ultima parola di Dio si chiama “Gesù” e niente di più».

Queste parole arrivano tre giorni dopo l’annuncio di una decisione in arrivo sul caso Medjugorje, citata da Bergoglio sul volo di ritorno da Sarajevo. Molti hanno messo in relazione le due cose, interpretando l’omelia quasi come l’anticipazione di un giudizio negativo sul fenomeno iniziato in Erzegovina nel 1981 e non ancora concluso.

Non è però la prima volta che Francesco si esprime in questi termini. Già il 13 novembre 2013, predicando a Santa Marta, aveva criticato la curiosità che spinge a far dire: «Il Signore è qua, è là, è là! Ma io conosco un veggente, una veggente che riceve lettere della Madonna, messaggi della Madonna». Il Papa aggiungeva: «La Madonna è Madre! E ama tutti noi. Ma non è un capo ufficio della posta, per inviare messaggi tutti i giorni». Anche allora le sue parole erano state messa in relazione con Medjugorje, pur potendosi riferire anche ad altri fenomeni di questo genere e soprattutto all’atteggiamento di chi trasforma la fede in un’insana curiosità.

L’evento delle apparizioni di Medjugorje, all’inizio ha riguardato un gruppo di ragazzi, ed è proseguito sotto forma di apparizioni private che continuano ancora oggi, ad orari determinati e quotidianamente. La Santa Sede non vuole che i veggenti partecipino a manifestazioni pubbliche nelle quali si dà per certa l’autenticità delle apparizioni, addirittura citandone l’orario nei manifesti pubblicitari.

Dei sei veggenti iniziali, tre assicurano di vedere ancora la Madonna alla stessa ora del pomeriggio e in qualunque luogo essi si trovino; una di loro ha un’apparizione ogni giorno 2 del mese, mentre gli ultimi due hanno un’apparizione all’anno.

È difficile immaginare che con le sue parole il Papa abbia voluto anticipare la decisione su Medjugorje. Dopo l’esaustivo ed equilibrato lavoro svolto da una commissione di esperti e teologi, voluta da Benedetto XVI e guidata dal cardinale Camillo Ruini, il dossier è passato nelle mani della Congregazione per la dottrina della fede, che ne discuterà nei prossimi giorni. Poi l’esito sarà sottoposto a Francesco.

Quando la relazione Ruini venne consegnata al Papa nel gennaio 2014, si era appreso che la commissione si era pronunciata favorevolmente sulle prime apparizioni dell’estate 1981, ma aveva espresso dubbi sulle seguenti, non ancora concluse, pur non avendo riscontrato prove di raggiri o truffe. Anche per Fatima la Chiesa ha approvato le apparizioni del 1917 e non quelle successive, con annesse rivelazioni, che suor Lucia dos Santos ha continuato ad avere.

Tutt’altro problema, distinto dal pronunciamento sulla soprannaturalità dell’evento, è quello riguardante la cura dei milioni di pellegrini che ogni anno vanno a pregare a Medjugorje, nella chiesa parrocchiale che secondo molti potrebbe diventare un santuario sotto diretta tutela della Santa Sede. E la cura pastorale dei fedeli è tra gli aspetti che più stanno a cuore a Papa Francesco, che in Argentina, da arcivescovo, ha sempre valorizzato la devozione popolare.

«Conchiglia», apparizioni «oggettivamente eretiche e contro la dottrina della Chiesa»
Non va inoltre dimenticato quanto variegato sia il mondo delle rivelazioni private, dei sedicenti veggenti e degli pseudo-veggenti, fenomeni che la rete web ha amplificato. Ecco un esempio accaduto qualche giorno fa: lo scorso 9 maggio, nel corso di un incontro durato pochi minuti, al termine del rosario nei giardini vaticani, è stato consegnato al Papa emerito Benedetto XVI un libro di notevoli dimensioni, con la copertina rosso scuro e un sigillo a forma di conchiglia. Né il Papa emerito né il suo segretario particolare, l’arcivescovo Georg Gänswein, sapevano di che cosa si trattasse. Non conoscevano i contenuti del volume né i due emissari che rappresentavano la «veggente» Franca Miscio, meglio conosciuta come «Conchiglia», fondatrice di un movimento internazionale che si richiama a Guadalupe e a Juan Diego.

I «messaggi» ricevuti della sedicente veggente sono reperibili facilmente sul web. «Conchiglia» si presenta come una profetessa del nostro tempo e riempie pagine e pagine di testi che assicura di ricevere direttamente da Dio, da Gesù e dalla Madonna. Tra le «rivelazioni» più curiose, c’è una fede incrollabile nell’esistenza degli alieni e nel fatto che «i DNA alieni» si sarebbero mescolati «a quelli terrestri», con la conseguenza che ora ci sono «esseri alieni» che governano il mondo.

Il Vaticano viene descritto nelle «profezie» come la sentina di tutti i mali: «Il Vaticano è il centro di potere mondiale che intende fare di tutte le false religioni una unica religione mondiale… È covo dei sette vizi capitali e di altre nefandezze». Conchiglia, inoltre, divinizza la figura di Maria.

La sedicente veggente ha scritto molto sulla rinuncia di Benedetto XVI. Sostiene che le dimissioni sono state provocate dalla massoneria internazionale, e che Ratzinger sarebbe ancora il vero e legittimo Papa, mentre Francesco, definito «l’uomo iniquo che siede sul trono di Pietro», sarebbe un «impostore», un antipapa, un rappresentante dell’Anticristo. Contenuti che si commentano da soli.

A mettere in guardia pubblicamente dai «messaggi» di Conchiglia sono stati in tempi recenti il vescovo di Jesi, Gerardo Rocconi, che l’ha conosciuta personalmente, e il vescovo di Senigallia, Giuseppe Orlandoni, che ha più volte definito come «oggettivamente eretiche e contro la dottrina della Chiesa» le parole trasmesse dalla «veggente».

Il movimento di Conchiglia esibisce ora con grande evidenza sul suo sito le immagini dell’incontro con il Papa emerito, presentandolo quasi come un sigillo sui messaggi contenuti nel libro. Ma il vescovo Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare di Benedetto XVI così racconta a Vatican Insider come si sono svolti i fatti.

«Come tante altre persone – riferisce Gänswein rispondendo per iscritto alle nostre domande - anche un certo signor Mimmo Rocco, che si è presentato come brigadiere capo dei Carabinieri, aveva chiesto, tempo fa, di incontrare il Papa emerito Benedetto. Gli è stato concesso un breve incontro dopo il rosario. Erano in due, lui e un’altra persona. Non conoscevamo né l’uno né l’altro. Durante l’incontro hanno consegnato un libro a Benedetto XVI, come si evince dalla sequenza di foto pubblicata sul sito. Non eravamo al corrente del contenuto. L’incontro è durato pochi minuti».

«Quando sono arrivato a casa – continua monsignor Gänswein – ho guardato il libro e poi lo ha visto anche Benedetto XVI. Siamo rimasti stupiti e anche scioccati perché ci siamo subito accorti che il libro conteneva delle “rivelazioni private”. Sono bastati pochi minuti per capire che si trattava di una cosa a dir poco strana e incredibile. Il Papa emerito mi ha incaricato di mandare subito il libro alla Congregazione per la dottrina della fede, per competenza».

«Non abbiamo dato nessuna importanza all’incontro – conclude monsignor Georg -  Ci sono tanti che si dicono “veggenti” in giro… Non sapevamo che il libro contenesse quelle affermazioni. È chiaro che non c’è alcun tipo di appoggio rispetto alla “veggente” e al contenuto del libro. Se Benedetto XVI avesse saputo che gli veniva consegnata una tale raccolta di “messaggi” non avrebbe accettato l’incontro».

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Radio Maria su Medjugorje: «La fede non è un luna park»

Posté par atempodiblog le 11 juin 2015

Radio Maria su Medjugorje: «La fede non è un luna park»
Padre Livio Fanzaga, voce dell’emittente vicina ai veggenti, dà ragione al Papa: «Il nostro credo non dipende dai messaggi della Madonna»
di Stefano Zurlo – Il Giornale

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Medjugorje non è un luna park. E invece tante persone vanno laggiù per «vedere girare il sole, per scattare le foto, per correre dietro ai veggenti» con una curiosità morbosa.

É il giorno dopo: l’omelia di papa Francesco, quella stoccata ai fedeli che «cercano i veggenti» e così smarriscono l’identità cristiana, ha provocato sconcerto e polemiche, ha disorientato tante anime semplici, probabilmente ha intasato anche i centralini di Radio Maria, la potenza dell’etere che da trent’anni dà voce a Medjugorje.

Così sono in tanti ad aspettare con ansia la risposta di padre Livio Fanzaga, il dominus dell’emittente, una bussola per migliaia e migliaia di famiglie. E padre Livio non si tira indietro, non glissa, non evita diplomaticamente un tema così appassionante e spinoso. No, parla e commenta le parole di Bergoglio, ma cerca, a modo suo, di accorciare la distanza e di comporre il conflitto: «Papa Francesco ha ragione – afferma al microfono – ma tranquilli, i fedeli, quelli autentici, non hanno nulla da temere».

Può sembrare una capriola quella del sacerdote, ma lui spiega e rispiega, conforta e mette i puntini sulle «i». «Il problema – è la sua interpretazione del messaggio di Santa Marta – non sono le apparizioni». Semmai la mentalità dei pellegrini che a milioni frequentano il villaggio dell’Erzegovina dove le apparizioni sono iniziate nel 1981. E qui, per usare il vocabolario evangelico, occorre separare il grano dal loglio: «Ci sono i pellegrini che raggiungono Medjugorje per convertirsi e per quelli non cambia niente. Ma poi ci sono quelli che ci vanno solo per curiosità, come al luna park. E corrono appresso ai messaggi delle quattro del pomeriggio, ai veggenti, al sole che gira». Il Papa, commenta padre Livio, ha fatto bene a prendere posizione contro questa deriva, anzi contro quella che lui considera una «deviazione» dalla retta strada.

Non è facile trovare il giusto equilibrio fra le diverse spinte e controspinte, fra le parole che arrivano, urticanti, da Roma, e quelle che giungono dal paesino della ex Jugoslavia. Per qualcuno il Papa ha sconfessato le apparizioni e non ha parlato a caso, visto che nei prossimi giorni potrebbe finalmente arrivare la pronuncia, attesa da molto tempo, dell’ex Sant’Uffizio.

Ma padre Livio distingue e invita a non avventurarsi in giudizi superficiali. L’obiettivo del Papa è un altro: «Il cristianesimo light, da pasticceria, che insegue le novità e va dietro a questo e a quello». Così non va bene: «Noi crediamo in Gesù Cristo morto e risorto». Questo è il cuore, anzi il fondamento della nostra fede. E la nostra fede, con tutto il rispetto, non può dipendere dai messaggi che Maria affida a Mirjana e agli altri ragazzi, oggi diventati adulti. Padre Livio si spinge più in là, prova a chiarire: «Conosco sacerdoti che non credono alle apparizioni riconosciute, come Lourdes e Fatima. Bene questi preti non peccano contro la fede». Sono liberi di pensarla come vogliono, anche se la Chiesa ha messo il suo sigillo su quel che accadde in Portogallo e sui Pirenei. Figurarsi a Medjugorje che da più di trent’anni divide e lacera la stessa Chiesa. Ci sono vescovi scettici, a cominciare da quelli della ex Jugoslavia, e autorevolissimi cardinali, come quello di Vienna Schonborn, entusiasti. E poi le apparizioni, migliaia e migliaia, vere o verosimili che siano, proseguono. Il fenomeno è ancora in corso. Dunque, prudenza. La Rivelazione non può essere confusa con le rivelazioni private.

«Per chi frequenta Medjugorje – conclude padre Livio – questa dev’essere l’ora della purificazione: digiuno, preghiera, conversione. E invece c’è chi impugna Medjugorje come una bandiera e la innalza e fa pressione sul Papa e magari ingrassa il portafogli».

Insomma, «l’ammonimento del Papa» è benvenuto. E Medjugorje resta un miracolo. Senza trucco.

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Il richiamo del Papa e della Regina della Pace: fare del Vangelo un’esperienza di fede vissuta

Posté par atempodiblog le 10 juin 2015

Il richiamo del Papa e della Regina della Pace: fare del Vangelo un’esperienza di fede vissuta
di Diego Manetti
Tratto da: Diego Manetti wordpress

Il richiamo del Papa e della Regina della Pace: fare del Vangelo un'esperienza di fede vissuta dans Apparizioni mariane e santuari 15pj3ms

Nell’omelia di ieri presso Casa “Santa Marta” papa Francesco è intervenuto sul rischio di annacquare l’identità cristiana, esprimendosi anche sul rapporto che i fedeli possono avere con le apparizioni della Madonna. Ha infatti avvertito che ci sono “quelli che sempre hanno bisogno di novità dell’identità cristiana” e hanno “dimenticato che sono stati scelti, unti” che “hanno la garanzia dello Spirito” e cercano: “‘Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio?’ Per esempio, no? E vivono di questo. Questa non è identità cristiana. L’ultima parola di Dio si chiama ‘Gesù’ e niente di più”. Questo è il passaggio più esplicito, in cui non si può non cogliere un rimando alle apparizioni della Regina della Pace a Medjugorje.

Qualcuno ha letto in queste parole una presa di distanza dal “fenomeno Medjugorje”, ma non credo affatto sia così. Infatti, non si esprime sul fatto delle apparizioni, quanto sul rapporto che con esse hanno alcuni fedeli che, invece di accogliere i messaggi della Madonna come un dono del Cielo, si limitano a vana curiosità, ricercando chissà quali elementi di novità che possa soddisfare la loro “gola spirituale”, dimenticando che la divina rivelazione si è compiuta con la morte dell’ultimo apostolo e dunque non ci si può attendere nulla “in più” di quanto già rivelato in Gesù Cristo e da Gesù Cristo.

Un chiaro esempio di come la Regina della Pace non sia venuta a Medjugorje per portare chissà quale novità ma semplicemente per esortarci a tornare al Vangelo, sono i seguenti messaggi:

Messaggio del 19 settembre 1981 – «Perché fate tante domande? Ogni risposta è nel Vangelo».
Messaggio del 12 novembre 1982 – «Non andate in cerca di cose straordinarie, ma piuttosto prendete il Vangelo, leggetelo e tutto vi sarà chiaro».

Insomma, la Madonna a Medjugorje non fa che rimandare al Vangelo e i suoi stessi messaggi non sono che esortazioni a vivere sul serio il Vangelo di Suo Figlio:

Messaggio del 25 dicembre 1996 – «Cari figli! Oggi sono con voi in modo speciale tenendo Gesù Bambino in braccio, e vi invito, figlioli, ad aprirvi al Suo invito. Lui vi invita alla gioia. Figlioli, vivete gioiosamente i messaggi del vangelo, che ripeto dal tempo in cui sono con voi. Figlioli, io sono vostra madre e desidero svelarvi il Dio dell’amore e il Dio della pace. Non desidero che la vostra vita sia nella tristezza ma che sia realizzata nella gioia secondo il vangelo per l’eternità. Solo così la vostra vita avrà senso. Grazie per avere risposto alla mia chiamata!».

Facciamo tesoro del richiamo di papa Francesco e della Regina della Pace per fare del Vangelo di Gesù un’esperienza di fede vissuta. Uniti in preghiera!

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Il mistero di Ghiaie di Bonate

Posté par atempodiblog le 13 mai 2015

Il mistero di Ghiaie di Bonate
dell’Associazione Gifra Vigevano

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Premessa
La catechesi del Gifra affronta il mistero delle apparizioni della Madonna a Ghiaie di Bonate, località a breve distanza da Bergamo in cui Adelaide Roncalli ha sostenuto – è scomparsa lo scorso agosto a 77 anni – di aver visto la Madonna dall’13 al 31 maggio 1944. All’epoca l’Italia era dilaniata dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra civile tra i reduci del ventennio fascista e i partigiani sostenuti dagli alleati. Ghiaie di Bonate si trovava all’interno della Repubblica di Salò e quindi sotto l’occhio attento di alleati e forze di occupazione naziste, a concreto rischio di bombardamento. Eppure Adelaide Roncalli, una bambina di 7 anni, fu capace di portare migliaia di pellegrini a testimoniare la propria devozione alla “Madonna delle Ghiaie”, che secondo la veggente sarebbe apparsa nove volte, dal 13 al 21 maggio e dal 28 al 31. Fin qui la cronaca dei fatti, tuttavia su quella che è stata definita la “Fatima di Lombardia” si è scatenato sin dal 1944 un duro confronto tra sostenitori e negatori delle apparizioni, ancora oggi non sopito. La Chiesa si è espressa sulla questione con un decreto dell’allora vescovo monsignor Adriano Bernareggi, datato 30 aprile 1948, nel quale si afferma che «non consta della realtà della apparizioni». Anche riguardo a questa pronuncia, confermata da tutti i successori di mons. Bernareggi, sono state fornite valutazioni differenti, contrapponendo da un lato chi vi legge una chiusura definitiva e dall’altro chi ritiene che il giudizio sia sospeso, analogamente a quanto accade oggi per Medjugorje.

Nota dell’autore
L’interpretazione, che contrappone non solo i fedeli, ma perfino i sacerdoti, è sottile, per cui chi scrive ritiene di prendere come riferimento le “Normae de modo procedendi in diudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationibus” della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicate il 25 febbraio del 1978 (dopo le apparizioni del 1944) e recanti le linee guida per la valutazione di apparizioni private, almeno in attesa di migliori e precisi chiarimenti. In esse si fa riferimento esclusivamente alle formule “constat de” e “non constat de” supernaturalitate, nel primo caso esprimendo un giudizio positivo e nel secondo caso esprimendo un giudizio negativo. In entrambi i casi c’è l’espressione di un giudizio e pertanto c’è un pronunciamento della Chiesa, che è possibile ritenere non definitivo solo perché in qualunque momento le autorità ecclesiastiche potrebbero decidere di riaprire il caso, cosa che per Ghiaie di Bonate non è accaduta.

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Dalla parte di Adelaide
Decisamente a favore della veridicità delle apparizioni è il relatore Alberto Lombardoni, autore del libro “Non mi hanno voluta!” che [...] ha messo in fila tutti i dati che a parere suo, e di molti fedeli, fanno pendere la bilancia verso Adelaide Roncalli. «Nella valutazione del caso – ha spiegato Lombardoni – la diocesi di Bergamo non ha preso in esame le 300 guarigioni, di cui 80 non ordinarie, che sono legate alle apparizioni di Ghiaie. C’è un documento del 1 giugno 1944 dell’allora mons. Testa – Gustavo, poi cardinale – in cui si fa riferimento a centinaia di guarigioni, persone visitate da medici. A Fatima, c’è stato un solo fenomeno solare concentrato solo sulla Cova da Iria, a Ghiaie ce ne sono stati sei, visti anche altrove, non solo in montagna a 50 chilometri di distanza, ma anche in Piemonte, Veneto e, da testimonianze, persino in Svizzera e in Germania». Per questo Lombardoni ha avviato un lavoro certosino fatto di raccolta di testimonianze e di documenti, a partire dai racconti di chi sostiene di aver assistito al fenomeno solare, come il sacerdote Attilio Goggi che in quei giorni era insegnante nella diocesi di Novara oppure il senatore Giuseppe Belotti di Bergamo che durante uno dei fenomeni si trovava con il vescovo Bernareggi, il quale «disse di entrare in chiesa per intonare il “Te Deum” di ringraziamento», come ricorda lo stesso Belotti in uno dei reportage presentati da Lombardoni, il quale ha raccolto anche le riprese originali di Vittorio Villa, nelle quali compare la giovane Roncalli. Un altro argomento portato dal relatore a favore delle apparizioni sono le guarigioni, in particolare quella del cieco Antonio Zordan, della rachitica Rita Azzuffi miracolata dalla sabbia di Ghiaie e del malato di leucemia Ettore Bonaldi, sacerdote che entrò in contatto con Adelaide Roncalli in ospedale nel 1966, quando questa era diventata infermiera dopo aver ricevuto, nel 1953, l’ordine di “svestizione” dalla diocesi di Bergamo, che le aveva impedito in due occasioni di entrare a far parte delle suore Sacramentine. Terzo punto che confermerebbe il racconto della veggente, le profezie fatte dalla Madonna, in particolare quella sulla fine della seconda guerra mondiale e quella sul rapimento di Pio XII ad opera dei nazisti, effettivamente progettato in quel periodo. «La Madonna – ha commentato Lombardoni – disse ad Adelaide “Io lo proteggerò ed egli non uscirà dal Vaticano”, riferendosi esplicitamente al Papa. Effettivamente nel ’44 ci sarà l’ordine di deportare il papa, non eseguito dal generale Wolff che si recherà di nascosto dal pontefice: come poteva saperlo una bambina? La Madonna rispose anche alla domanda sulla pace dicendo “se gli uomini faranno penitenza fra due mesi, altrimenti fra poco meno di due anni”. Adelaide aveva anche aggiunto “quel giovedì” e il 20 luglio del ’44 ci sarà l’attentato a Hitler nella “Tana del lupo”, la cosiddetta Operazione Valchiria. La Madonna non aveva detto che sarebbe finita la guerra con certezza».

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Il contenuto delle apparizioni
«Cosa ha detto – ha interloquito Lombardoni – la Madonna a Ghiaie? Tante cose. Ha parlato di famiglia, di doveri dei figli, di amore verso il prossimo, di pace, del papa, dei “peccatori ostinati che fanno soffrire il mio cuore perché non pensano alla morte”. Adelaide dice che la Sacra Famiglia si manifesta in mezzo a una chiesa, con un asino, una pecora bianca, un cavallo “del solito colore marrone” e un cane maculato. Le quattro bestie sono inginocchiate e muovono il muso come se pregassero, rivolte verso la Sacra Famiglia. Il cavallo a un tratto si allontana e si dirige verso un campo di gigli, intenzionato a calpestarli, san Giuseppe lo raggiunge, lui tenta di dissimulare le sue intenzioni, ma si fa ricondurre accanto agli altri animali. Chi era il cavallo? Il capofamiglia, una persona cattiva, avida di dominio, che voleva distruggere il semplice candore dei gigli». Delle apparizioni e dei messaggi tuttavia non esiste alcuna interpretazione teologica perché «nessun teologo finora ha voluto interpretarle».

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Una vita difficile
Quello che resta, al di là delle valutazioni, è un’esistenza travagliata per una bambina strappata alla famiglia all’età di sette anni e sottoposta a pressioni psicologiche notevoli, in primis da quel don Luigi Cortesi «giovane professore del seminario di Bergamo» che, secondo quanto riporta il vaticanista Andrea Tornielli, «quasi da solo si mise a investigare» e lo fece in maniera quanto meno inusuale.

«Don Cortesi – ha confidato Lombardoni – ha ammesso lui stesso di aver condotto esperimenti che sarebbero stati considerati sacrilegi, tra cui, secondo le mie ricerche, ci fu anche l’ipnosi. Suscitò in Adelaide l’incubo del peccato mortale e dell’inferno, la interrogò giorno e notte, anche senza farla mangiare, in confessione gli diede una penitenza per l’intera vita, fino a strappargli una ritrattazione scritta il 15 settembre del 1945. Adelaide la ritrattò il 12 luglio del 1946, ma questo secondo testo non fu preso in considerazione. Inoltre Adelaide, ancora bambina, nel 1947 fu sottoposta a processo ecclesiastico, cinque sedute più una seduta tecnica intermedia di cui non furono informati neppure i genitori».

Del trattamento inconsueto di cui fu destinataria Adelaide Roncalli era consapevole anche papa Giovanni XXIII, che in una lettera al vescovo di Faenza monsignor Giuseppe Battaglia scrisse: «ciò che vale… è la testimonianza della veggente: e la fondatezza di quanto asserisce a 21 anni e in conformità alla sua prima asserzione a 7 anni: e ritirata in seguito alle minacce, alle paure dell’inferno fattele da qualcuno». Parole di dubbio, anche se occorre ricordare che pure papa Roncalli fu sempre cauto sulla possibilità di riaprire il caso.

Nota del relatore Lombardoni
Prima del 1978, – i fatti di Ghiaie di Bonate sono avvenuti nel 1944 –, sulle manifestazioni soprannaturali, la Chiesa, poteva esprimersi con tre formule: «constat de supernaturalitate», con la quale riconosceva la soprannaturalità di un evento; «constat de non supernaturalitate», con la quale escludeva la soprannaturalità di un evento; e infine «non constat de supernaturalitate»,  con la quale si diceva che al momento non si era in grado di affermare che i fenomeni erano di origine soprannaturale, ma neppure si era in grado di smentire categoricamente tale possibilità, lasciando aperta la possibilità di eventuali riconoscimenti futuri. Dal 1978, però, la formula «constat de non supernaturalitate» non è più menzionata nel più recente documento della Chiesa sull’argomento, e cioè «Normae S. Congregationis pro doctrina fidei de modo procedendi in diudicandis praesumptis». Quindi per Ghiaie di Bonate sarebbero ancora in vigore le norme antecedenti al 1978. In merito al «non constat de supernaturalitate» del decreto di mons. Bernareggi del 1948, Lombardoni ha proiettato un intervento a Rai2 dell’esperto mariologo,
Padre Angelo Tentori, scomparso recentemente, che spiega che non si tratta di un giudizio negativo, ma di un giudizio sospensivo (altrimenti Bernareggi avrebbe usato la formula «constat de non supernaturalitate». Quindi, il caso è ancora aperto. Lombardoni ha tra l’altro rivelato dell’esistenza di una Commissione istituita un paio di anni fa, fuori diocesi, dal vescovo di Bergamo mons. Beschi, che avrebbe il compito di rivedere il Caso Ghiaie.

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Il santuario di Pompei accoglie 9 eritree in fuga

Posté par atempodiblog le 8 mai 2015

Il santuario di Pompei accoglie 9 eritree in fuga
di Avvenire

Pompei: una città dedicata a Maria dans Apparizioni mariane e santuari Basilica_vista_dagli_Scavi

Nove donne eritree sono state accolte dal Santuario della Madonna di Pompei, presso “Casa Emanuel”, la comunità che ospita donne in difficoltà, gestanti e madri con i loro bambini.

Sbarcate in Sicilia, le nove migranti, di cui due madri, rispettivamente di una bambina di 3 anni e una di 5, sono giunte nella giornata a Salerno, trasportate da una nave della Marina Militare. Accolte dalle Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei e dalle operatrici, le nove eritree e le loro due bambine sono state trasferite alla “Casa Emanuel”, dopo i primi controlli medici e la prima assistenza. La più giovane ha 20 anni, la più adulta ne ha 25.

“Sono tutte donne scappate dalla difficile situazione del loro Paese – spiegano al Santuario – L’accoglienza delle migranti eritree si pone sulla scia del carisma del Fondatore del Santuario e delle Opere Sociali, il Beato Bartolo Longo. Continua, dopo più di 130 anni, infatti, l’opera di ospitalità e di assistenza che il Santuario mariano assicura agli ultimi, agli emarginati, a chi, per diverse problematiche, ha bisogno di aiuto”.

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Padre Pio e la Madonna di Pompei

Posté par atempodiblog le 8 mai 2015

Padre Pio e la Madonna di Pompei dans Apparizioni mariane e santuari 8xsmcn

Padre Pio aveva una “stima grandissima” di Bartolo Longo, originario della provincia di Brindisi e fondatore del Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, e lo incoraggiava nelle sue iniziative.

In occasione dei 50 anni delle stimmate il Cappuccino ricevette da un devoto napoletano un bouquet di rose rosse, ne prese una e disse al donatore: “porta alla Madonna di Pompei questa rosa per me”.

Qualche giorno dopo padre Pio morì e la rosa, rimasta fresca, si richiuse in un bocciolo, che si conserva ancora.

Tratto da: La voce di padre Pio

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Da Medjugorje Maria ci guida a Pentecoste

Posté par atempodiblog le 29 avril 2015

Da Medjugorje Maria ci guida a Pentecoste
Pochi giorni fa la Regina della Pace è apparsa alla veggente Marija, affidandole un messaggio di incoraggiamento e raccomandazioni verso la solennità che conclude il tempo di Pasqua. Ripercorriamo intanto alcune tappe di questa storia divenuta quella personale di tanti fedeli
di Roberto Lauri – La Croce – Quotidiano

Tratto da: Radio Maria

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Le apparizioni della Madonna del 24 e 25 Giugno 1981, sulla collina del Podbrdo a Medjugorje, sono state le prime in assoluto. Possono essere considerate come un primo contatto della Vergine con i sei ragazzi: Mirjana Dragicevic, Ivanka Ivankovic, Jakov Colo, Marija Pavlovic, Vicka Ivankovic e Ivan Dragicevic, che avranno negli anni successivi apparizioni quotidiane. Oggi, alcuni di loro, non le hanno più ogni giorno ma a date prefissate.

Lo strano fenomeno, che si era verificato sulla collina, in quei primi due giorni, era sulla bocca di tutti gli abitanti del piccolo centro Jugoslavo, se ne parlava anche nei paesi limitrofi. Molte persone narravano le vicende con dovizia di particolari, suscitando una certa invidia a chi di quell’apparizione conosceva poco o nulla. Alcuni vantavano anche la più o meno stretta parentela con qualcuno dei sei ragazzi. Uno strano senso di curiosità, frammista a scetticismo e timore, serpeggiava in tutto il circondario della cittadina di Citluk, di cui Medjugorje è una frazione. Le forze di polizia erano allarmate di quello che stava accadendo, la Jugoslavia era ancora un paese comunista, quindi con sollecitudine, avvertirono della strana vicenda i funzionari del Partito. Con questa agitazione di umori e sentimenti inizia quello che sarà il terzo giorno delle apparizioni. In quel 26 giugno 1981 sempre alle sei e un quarto del pomeriggio, una luce insolita, bianca, bellissima, comparve sulla collina. All’evento era presente una vera e propria folla, il passaparola, aveva fatto accorrere ai piedi del piccolo colle un gran numero di persone. Si erano, infatti, dati appuntamento per quello strano fenomeno, due/tremila persone, provenienti, anche da molti villaggi vicini. I sei veggenti, erano invece ai piedi della collina, nel luogo preciso dove avevano avuto la prima apparizione. Non erano soli, ad accompagnarli c’era un loro vicino di casa, un meccanico di nome Marinko, forse più che per accompagnarli, era andato per proteggerli dalla folla.

La Madonna apparve nuovamente, e fece ai ragazzi cenno di avvicinarsi a lei. Come era successo nei primi giorni, salirono la collina a grandi passi, con una velocità sorprendente, noncuranti di quel terreno accidentato e sassoso. Quella figura li attirava a se con una forza incredibile. Vicka, la più grande del gruppo, aveva portato una boccetta d’acqua benedetta, come aveva fatto a Lourdes Santa Bernadette. Aveva paura che quella che si presentava a loro non era la Vergine, ma il demonio, quindi con voce ferma disse “Se sei la Madonna, resta con noi, altrimenti vattene!”. La Gospa, che era apparsa loro sorridente, continuava ancora a sorridere, sotto una pioggia di acqua benedetta. Vicka, con energia e in maniera generosa svuotò fino all’ultima goccia la bottiglietta d’acqua in direzione di quella figura. Incalzò Ivanka e con decisione disse alla Madonna “Perché sei venuta e cosa vuoi da noi?” Con una voce dolce, angelica, musicale Maria le ribadì “Perché qui ci sono buoni credenti e anche perché vi convertiate e mettiate pace in questo popolo”.

La cittadina di Medjugorje, infatti, aveva bisogno di pace, tra i suoi abitanti vi erano vecchi attriti e divisioni tra le famiglie. Prima dell’ultima guerra, dissidi e inimicizie tra i concittadini, avevano portato all’uccisione di tre persone e al ferimento di altre. Pace non solo per quel piccolo villaggio, ma una pace universale, perché aggiunse Maria “Vengo a convertire e a riconciliare tutto il mondo”. Solo i veggenti vedevano la Gospa, mentre i presenti che videro solo una grande luce, urlavano ai ragazzi “Chiedetele di dare un segno della sua presenza”. La risposta della Madonna non si fece attendere e replicò: “Beati coloro che non hanno visto e credono!”. Ad un certo punto, intervenne Mirjana chiedendo a quella figura: “Come ti chiami?” ottenne come risposta: “Io sono la Beata Vergine Maria” continuando a ripetere con voce di supplica: “Pace, pace, pace! Riconciliatevi”. Con queste parole si concluse l’apparizione di quel terzo giorno.

Il giorno successivo, la polizia, insospettita da quello che stava accadendo e con la preoccupazione di una cospirazione contro il partito, prelevò dalle loro case i sei ragazzi. I poliziotti condussero i giovani nel capoluogo, dalla dottoressa Ante Vujevic per sottoporli ad un esame psichiatrico. La dottoressa li visitò, parlò con ciascuno dei sei ragazzi ed emise la sua diagnosi che diceva “Tutti sono sani di mente”. Dichiarerà successivamente “Coloro che avevano bisogno di una visita psichiatrica, erano le persone che avevano condotto a me i ragazzi”.

Dopo la visita ed un interrogatorio da parte della polizia, i veggenti ritornarono a Medjugorje in tempo per l’apparizione. Erano, nuovamente tutti presenti, eccetto Ivan, che non riuscì ad andare. Ecco che la Vergine apparve nuovamente loro e Vicka su suggerimento di un francescano della parrocchia, chiese alla Gospa: “Cosa ti aspetti dai sacerdoti?”. La Vergine rispose “Che siano fermi nella fede, che vi aiutino”.

La stessa Vicka incalzò e chiese: “Perché non appari a tutti in chiesa?”. La risposta di Maria fu la medesima del giorno prima, quando le chiedevano di un segno: “Beati quelli che credono senza aver visto!”. Con queste parole la Vergine scomparve mentre i veggenti continuavano a recitare le preghiere. Ma ecco che quando intonarono il canto: “Tutta bella sei”, la Madonna riapparve nuovamente. Vicka, alla sua vista le chiese, con decisione e con voce forte: “O Vergine, cosa vuoi da questo popolo?”. Per una terza volta, la Gospa rispose: “Che coloro che non vedono credano come quelli che vedono”.

Il meccanico Marinko che continuava ad accompagnare i veggenti, sul luogo delle apparizioni, dopo essersi fatto indicare dai ragazzi, il punto esatto delle visioni, vi pose una pietra con disegnata una croce bianca. Un segno, per indicare a tutti i fedeli il luogo esatto dove appariva la Vergine.

Il giorno seguente, Domenica 28 giugno,Padre Jozo Zovko, parroco di San Giacomo, rientrò a Medjugorje dopo alcuni giorni; infatti era andato a Zagabria, per fare alcune prediche. Rimase turbato da quello che stava accadendo, quasi non riconosceva più quella sua assonnata, silenziosa, quieta parrocchia di periferia. Era tutto un via vai di persone, che gli parlavano con agitazione, che gli raccontavano di quei fatti strani, di quei sei suoi piccoli parrocchiani che vedevano nientemeno che la Beata Vergine! Addirittura parlavano con lei! Turbato da quelle vicende che gli erano state raccontate si fece condurre in parrocchia i sei ragazzi per interrogarli. Li conosceva molto bene quei giovani, erano assidui in parrocchia, bravi ragazzi di famiglie perbene. Rimase indeciso se credere loro, anche se non riusciva a capire perché avrebbero dovuto imbastire una storia così assurda, rischiando severe punizioni. Ma la prudenza non è mai troppa in queste occasioni, sapeva bene cosa dice la Chiesa, conosceva la severità in cui tratta le apparizioni, ricordava perfettamente le vicissitudini nelle quali erano incorsi i parroci di Fatima e di Lourdes. Era necessaria prudenza, molta prudenza, non bisognava subito, dar credito ai ragazzi.

Quella stessa sera, verso le sei, una moltitudine di persone, forse dieci-quindicimila, provenienti da molte città vicine, si accalcarono sulla collina in attesa dell’apparizione. I veggenti, videro e parlarono con la Gospa, le posero domande suggerite dai presenti e le risposte che ottennero da Maria, le comunicarono a tutti. In quell’occasione, qualcuno portò sul luogo delle apparizioni un piccolo registratore, il tutto fu inciso su un nastro magnetico. Proprio da queste registrazioni, risulta che la Madonna abbia detto: “Che il popolo creda e sia perseverante nella fede”, inoltre che “I preti siano fermi nella fede e vi aiutino” , ed ancora una volta, la quarta consecutiva, affermò “Beati coloro che credono senza aver visto”. Con un’ultima frase, diretta ai sei giovani, “Andate nella pace di Dio” si congedò da loro e scomparve.

Le autorità del Partito e gli organi di polizia, erano in agitazione, preoccupati di quanto stava accadendo a Medjugorje, troppa gente si riversava in quel luogo, per una presunta apparizione mariana. La paura di agitazioni popolari, e i grandi assembramenti di persone in uno stesso luogo,fece decidere alla polizia di interrogare nuovamente i veggenti. Cosi il giorno seguente, lunedì 29, alcuni poliziotti prelevarono i ragazzi per effettuare un nuovo esame psichiatrico presso l’ospedale di Mostar. I sei veggenti, attesero la visita, in un lungo corridoio davanti alla porta aperta dell’obitorio e ne rimasero impressionati. Avevano molta paura. Li visitò Il Dr. Dzuda, anche in questa occasione, la diagnosi confermò il loro sano equilibrio psichico e mentale. Ritornarono a Medjugorje in tempo l’apparizione, Maria diede loro un nuovo messaggio: “C’è un solo Dio e una sola Fede. Credete fermamente e con fiducia”. Tra i presenti vi era anche una coppia con un bambino gravemente malato di setticemia e chiesero ai veggenti di pregare la Madonna di intercedere per il loro figlio. La Madonna li incoraggiò a pregare per la sua guarigione, nei giorni seguenti il suo stato di salute migliorò. Questa sarà la prima di una lunga serie di guarigioni straordinarie.

Il giorno successivo, la folla che attendeva i veggenti ai piedi e lungo la collina, per l’ora dell’apparizione era fortemente aumentata, ma questa volta rimase delusa, i ragazzi non erano andati. Infatti, nel primo pomeriggio, due donne Ljubica e Mirjana, su incarico della polizia, fecero fare ai giovani una gita in macchina, allo scopo di tenerli lontani dal luogo delle apparizioni. La polizia era molto preoccupata di ciò che stava accadendo, nella capitale si diceva, addirittura, che a Medjugorje era in atto un complotto clerico-nazionalista con infiltrazioni fasciste. I ragazzi accettarono l’invito alla gita con entusiasmo, eccetto Ivan che non era voluto andare, del resto era una buona occasione per salire su un’auto, per fare una piacevole escursione, un evento raro per quei ragazzi poveri. La gita includeva anche le cascate di Kravica, i ragazzi erano felici anzi entusiasti, anche perché le due donne avevano offerto loro dei dolci. Sulla strada del ritorno, il piccolo Jakov, improvvisamente chiese di fermare la macchina, vedeva una gran luce, era la Gospa che avanzava verso di loro e che si fermò al loro cospetto, su di una piccola nuvola. Mirjana si fece coraggio e disse alla Vergine: “Ti dispiacerebbe se ti aspettiamo in chiesa? Perché la polizia ci proibisce l’accesso alla collina e minaccia le nostre famiglie”. La Gospa annuì e disse: “Sì, alla stessa ora”. Anche le due donne, Ljubica e Mirjana erano presenti al fenomeno e rimasero molto turbate dalla visione di quei fenomeni luminosi, questa fu l’ultima loro collaborazione con gli uomini della sicurezza pubblica. La polizia continuava a non demordere, aveva troppa paura di quegli assembramenti, di quella gente che gridava al miracolo, di quel ritorno di Fede del popolo. Così il giorno successivo, Mercoledì 1 luglio, poco prima dell’apparizione agenti di polizia tornarono nuovamente a Biakovici. Tre veggenti, Ivanka, Mirjana e Vicka vennero fatte salire su un furgone, ma mentre si allontanavano dal paese, riuscirono a vedere da lontano la forte luce che anticipava la venuta della Gospa sulla collina.

La polizia seguiva e controllava ogni movimento dei giovani veggenti, non permetteva più loro di accedere alla collina. Così Giovedì 2 luglio, fra’ Jozo, il parroco di San Giacomo, verso le diciassette e trenta fece portare i veggenti in canonica, per permettere loro di avere l’apparizione, lontano da sguardi indiscreti.

Dopo l’incontro con la Madonna, i ragazzi andarono in chiesa dove c’era una gran folla di fedeli; Padre Jozo fece parlare Jakov, era cosi piccolo che la sua testa sporgeva a malapena dal bordo dell’altare. Con voce ferma disse ai presenti: “Oggi ho chiesto alla Madonna di lasciarci un segno. Essa ha solo mosso la testa, facendo segno di si e poi è scomparsa. Prima di andarsene ci ha detto: Arrivederci, angeli miei”. Tutti i presenti furono molto commossi da quelle parole.

Padre Jozo, era preoccupato, era confuso, non sapeva come comportarsi per quelle vicende che stava vivendo, erano troppo grandi per una persona semplice come lui. Da uomo di fede, chiese aiuto al Signore, quando assorto in una fervente preghiera, sentì come una voce che gli disse: “Proteggi i bambini”.

Stupito da quelle parole, andò a cercare subito i ragazzi, sulla porta della chiesa li vide in lacrime, erano molto impauriti e correvano verso di lui per cercare un rifugio sicuro dalla polizia, che nel frattempo li stava cercando. Li nascose in canonica, in una piccola stanza e chiuse a chiave la porta. La Madonna apparve loro in quella stanza chiusa, come sempre bella e piena di gioia. Li confortò dicendo loro di non temere, perché gli avrebbe dato la forza per sopportare tutte quelle difficoltà che stanno vivendo. I sei piccoli veggenti, si sentivano molto stanchi e turbati per quello che stava accadendo loro , erano un gran peso tutti quegli interrogatori, quelle visite mediche, quelle minacce, quindi decisero di rimanere ognuno nelle proprie case. In quel sabato del 4 luglio la Madonna li sorprese apparendo a ciascuno di loro nel luogo dove si trovano.

Le apparizioni non erano, quindi finite, nei giorni successivi tutti insieme, si diedero appuntamento in luoghi diversi: in casa di uno o dell’altro, in aperta campagna oppure in chiesa. Padre Jozo, cominciò a non aver più dubbi su quelle apparizioni, anzi iniziò a crederci fermamente. Nelle sue prediche iniziò a metterci più entusiasmo, la sua chiesa non era mai stata così piena, questo lo confortava e gli dava coraggio.

Prediche ascoltate, però, anche dalla polizia, che non gli perdonava di aver detto: “Quarant’anni di deserto!” A cosa si riferiva Padre Jozo? Ai quarant’anni da quando Tito ha preso il potere? Come poteva paragonare la rivoluzione socialista al deserto! Per queste parole dette, Padre Jozo fu arrestato e gli furono confiscate tutte le elemosine della parrocchia.

Il parroco, si giustificò al processo dicendo che si riferiva al popolo ebraico, quando diceva “Quarant’anni di deserto”, Questo non bastò a far si che Padre Jozo fosse condannato a ben tre anni e mezzo di carcere. Verrà liberato, anticipatamente, dopo un anno e mezzo, grazie alle oltre 40.000 lettere scritte al presidente della repubblica jugoslava dai lettori del settimanale Il Sabato. Questo è il resoconto dei primi dieci giorni delle apparizioni, desunte dalle interviste e dai racconti, che nel corso degli anni i veggenti hanno fatto.

Marija ha avuto la consueta apparizione mensile, la Madonna le ha consegnato il seguente messaggio:
“Cari figli! Sono con voi anche oggi per guidarvi alla salvezza. La vostra anima è inquieta perché lo spirito è debole e stanco da tutte le cose terrene. Voi figlioli, pregate lo Spirito Santo perché vi trasformi e vi riempia con la sua forza di fede e di speranza perché possiate essere fermi in questa lotta contro il male. Io sono con voi e intercedo per voi presso mio Figlio Gesù. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Solo alcuni spunti di riflessione:
La Madonna in questo messaggio vuole quasi anticipare o prepararci alla grande festa della Pentecoste, ricordandoci di pregare lo Spirito Santo. Anche nel messaggio del 2 Aprile, prima della Pasqua, parlando della Resurrezione di Gesù, voleva aprire il nostro cuore al grande mistero della fede, quasi a voler scandire i tempi liturgici. Con la sua natura umana, comprende, capisce le nostre preoccupazioni di questo tempo. Le nostre ansie, le nostre angosce di questo mondo votato sempre più al relativismo, senza speranza di un futuro, pieno di odio, di sofferenze. Ci supplica a pregare lo Spirito Santo, che ci dia la forza, il coraggio di combattere il maligno, che in questi tempi sembra essere dotato di energia particolare. Ma non ci lascia soli in questa lotta, perché dice “Io sono con voi e intercedo per voi presso mio Figlio Gesù”. Una grande consolazione, per non sentirci abbandonati in questa lotta difficile ma necessaria per la salvezza nostra e del mondo.

Nota: pubblicando i messaggi non si vuole dare nessuna forma di autenticazione agli stessi o agli eventi di Medjugorje in generale. Ogni decisione in merito, spetta solo alla Chiesa a cui ci si rimette in piena obbedienza.

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“Beata Vergine di Montserrat”

Posté par atempodiblog le 27 avril 2015

“Beata Vergine di Montserrat”
Tratto da: Madre di Dio

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Nella Catalogna, a quaranta chilometri da Barcellona, a ridosso di Montserrat, il “monte segato”, sorge il santuario della Beata Vergine che risale all’XI secolo, quando l’abate Oliba eresse sul posto un monastero benedettino. Il paesaggio naturale estremamente austero offre già di per sé un’irresistibile attrattiva alla preghiera e alla riflessione. Infatti Montserrat è una montagna che s’innalza quasi in verticale dalle pianure al centro della Catalogna e presenta la sua mole inconfondibile (lunga circa 10 km e larga 5), di picchi caratteristici di una bellezza originale, in cui i pellegrini ravvisano altrettanti monaci in preghiera.

La statua della Madonna, di colore scuro, detta affettuosamente Morenita (moretta), è un’artistica opera d’intaglio in legno policromo; è seduta su un trono d’argento laminato d’oro e di pietre preziose; ha sulle sue ginocchia il Bambino Gesù che benedice con la mano destra e con la sinistra sostiene il globo terrestre; porta sul capo un diadema e sulla mano destra anch’ella regge un globo, mentre con la sinistra, in un gesto pieno di tenerezza e insieme di rispetto, stringe a sé e protegge il divino Figliolo.

La tradizione vuole che essa sia stata trovata ab immemorabili da alcuni pastori in una grotta della montagna. La primitiva cappella divenne in breve tempo insufficiente a contenere i pellegrini, per cui ne fu costruita una nuova più ampia, in stile romanico, nel 1300; ma, nel secolo XVI, anch’essa fu sostituita da una chiesa di vastissime proporzioni.

Nel Medioevo, i pellegrini di Santiago de Compostela raccontavano lungo il loro cammino i miracoli della Vergine del santuario di Montserrat e il re di Castiglia, Alfonso X il Saggio (1221-1284), consacrò sei delle sue Càntigas de Santa Maria a sei miracoli della Morenita. Nel 1400 il santuario raggiunse il massimo splendore e la sua fama si estese in tutta l’Europa, prima con le  conquiste della corona catalano-aragonese, poi con la dinastia imperiale        spagnola. Dopo la scoperta dell’America, un monaco di Montserrat, Bernardo Boil, delegato del Papa presso Colombo, ne fu il primo missionario nel Nuovo Mondo. Grazie a queste ramificazioni di portata universale, la Vergine Nera di Catalogna è invocata in numerose chiese e cappelle di tutto il mondo.

Tra i tanti illustri personaggi che visitarono questo santuario, ricordiamo sant’Ignazio di Loyola che, cavaliere convertito, venne a Montserrat per deporre la sua spada ai piedi della Vergine, passarvi una veglia d’armi e cominciarvi la sua nuova vita sotto la direzione di don Chanon, confessore nel santuario.

Nel 1811, con la “guerra del Francese”, chiesa e monastero furono completamente distrutti dai soldati di Napoleone; e i monaci furono costretti a fuggire. Durante la guerra civile spagnola (1936-1939), 23 monaci furono massacrati.

Oggi il santuario, ricostruito sontuosamente e attorniato da un vasto complesso di edifici in gran parte adibiti per i pellegrini, è di nuovo conosciuto in tutto il mondo. Secondo le ultime statistiche, ogni anno, pellegrini e turisti superano abbondantemente il milione di presenze.

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San Josemaría e la Madonna di Montserrat

Posté par atempodiblog le 27 avril 2015

San Josemaría e la Madonna di Montserrat
Tratto da: San Josemaría Escrivá 

27/04/1954, festa della Madonna di Montserrat. Patisce uno shock anafilattico e comincia inspiegabilmente a guarire da un diabete di cui soffriva da dieci anni: “Quando fui sul punto di perdere conoscenza, fu cosa di pochi istanti, il Signore mi fece vedere la mia vita come se fosse un film; mi riempii di vergogna per i miei numerosi sbagli e chiesi perdono al Signore. Non poteva succedermi una cosa più grave di questa: è stato come se fossi morto”.

Santuario di Montserrat
Santuario di Montserrat

San Josemaría fu un grande devoto della Madonna di Montserrat. C’è il riscontro di un’intensa relazione con il santuario negli anni ’40, specialmente verso la fine del 1946, anno in cui si trasferì a vivere stabilmente a Roma. L’affetto per la Madonna di Montserrat, tuttavia, continuò per sempre. Fu proprio in una sua festa, il 27 aprile del 1954, che fu guarito da diabete, dopo un attacco fortissimo durante il quale fu sul punto di morire. Lo racconta José Miguel Cejas nel libro Josemaría Escrivá, un hombre, un camino y un mensaje (Josemarìa Escrivá, un uomo, un cammino e un messaggio). Riportiamo il testo:

Madonna di Montserrat
Madonna di Montserrat

Il 27 aprile 1954 la vita seguì il suo normale corso a Villa Tevere, l’attuale sede Prelatizia dell’Opus Dei a Roma. Tutto sembrava indicare che quel giorno della festa della Madonna di Montserrat sarebbe stato un giorno come gli altri, pieno di orazione e di lavoro, nella calda primavera italiana. In quel periodo il suo diabete si era acutizzato. Tutte le settimane gli facevano le analisi e il risultato era sempre peggiore, nonostante il rigoroso regime alimentare che osservava e l’alta dose di insulina che gli si somministrava ogni giorno. Escrivá non perdeva la pace: Dio lo portava per cammini di abbandono, di umiltà, di semplicità, di fiducia. Quel giorno, seguendo le istruzioni del medico, alle 12.50, del Portillo gli fece un’iniezione di una nuova forma di insulina ritardata. Subito dopo scesero in sala da pranzo. Improvvisamente, già seduto a tavola, ebbe uno shock: si rese conto di morire e chiese immediatamente l’assoluzione.

-Álvaro, dammi l’assoluzione
-Ma, Padre, che cosa dice?
-L’assoluzione!

San Josemaría nel 1954
San Josemaría nel 1954

Poiché del Portillo era rimasto un po’ sconcertato per la sorpresa, cominciò a dire “ego te absolvo…” e svenne. Era uno shock anafilattico. Dopo avergli dato l’assoluzione, del Portillo gli fece ingerire dello zucchero, mettendoglielo in bocca, dandogli dell’acqua e muovendogli il capo e il corpo, e avvisò rapidamente il medico. Dopo pochi minuti, lentamente, Escrivá cominciò a riprendersi anche se era rimasto cieco. Il medico rimase stupito: normalmente le reazioni di questo tipo sono quasi necessariamente mortali. Tuttavia dopo alcune ore il fondatore si riprese e recuperò di nuovo la vista. Da quel giorno il diabete fu totalmente guarito. Era stata una carezza di sua madre la Madonna nel giorno della festa di Montserrat.

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La supplica a Pompei. «Maria, ti consegniamo le nostre miserie e i nostri peccati»

Posté par atempodiblog le 22 mars 2015

La supplica a Pompei
«Maria, ti consegniamo le nostre miserie e i nostri peccati»
di Avvenire

La supplica a Pompei. «Maria, ti consegniamo le nostre miserie e i nostri peccati» dans Apparizioni mariane e santuari 2qut7ol

Ecco il testo della Piccola Supplica alla Madonna di Pompei, recitata da Papa Francesco.

Vergine del Santo Rosario, Madre del Redentore,
donna della nostra terra innalzata al di sopra dei cieli,
umile serva del Signore,
proclamata Regina del mondo,
dal profondo delle nostre miserie noi ricorriamo a te.

Con fiducia di figli guardiamo il tuo viso dolcissimo.

Coronata di dodici stele, tu ci porti al mistero del Padre, tu risplendi di Spirito Santo, tu ci doni il tuo Bimbo divino, Gesù, nostra speranza, unica salvezza del mondo.

Porgendoci il tuo Rosario, tu ci inviti a fissare il suo volto,
Tu ci apri il suo cuore, abisso di gioia e di dolore, di luce e
di gloria, mistero del figlio di Dio, fatto uomo per noi.

Ai tuoi piedi sulle orme dei santi ci sentiamo famiglia di Dio.
Madre e modello della Chiesa, tu sei guida e sostegno sicuro.

Rendici un cuor solo e un’anima sola, popolo forte in cammino
verso la patria del cielo.

Ti consegniamo le nostre miserie, le tante strade dell’odio e del sangue, le mille antiche e nuove povertà e soprattutto il nostro peccato.

A te ci affidiamo, Madre di misericordia: ottienici il perdono di Dio, aiutaci a costruire un mondo secondo il tuo cuore.

O Rosario benedetto di Maria, catena dolce che ci annoda a Dio, catena d’amore che ci fa fratelli, noi non ti lasceremo mai più.

Nelle nostre mani sarai arma di pace e di perdono, stella del nostro cammino.

E il bacio a te con l’ultimo respiro ci immergerà in un’onda di luce, nella visione della Madre amata e del Figlio divino, anelito e gioia  del nostro cuore con il Padre e lo Spirito Santo.

Amen.

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San Pietroburgo, una finestra sull’Occidente

Posté par atempodiblog le 12 mars 2015

San Pietroburgo, una finestra sull’Occidente
La conformazione urbanistica della città è palesemente europea, anzi italiana: molti furono gli architetti, nostri connazionali, che vi lavoravano. La prima costruzione ad essere realizzata fu la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, che custodisce le tombe degli Zar. Compresi i santi martiri, trucidati dalla rivoluzione comunista. E poi la chiesa di S. Isacco, con la quarta cupola più grande al mondo. E la chiesa di santa Caterina, unica costruzione cattolica sopravvissuta al totalitarismo bolscevico.
di Luigi Vinciguerra – Radici Cristiane

San Pietroburgo, una finestra sull’Occidente dans Apparizioni mariane e santuari 344sard
La Piazza del Palazzo venne progettata in stile impero dall’architetto napoletano Carlo Rossi per celebrare la vittoria di Alessandro I sugli invasori francesi (lo Zar è immortalato da un enorme colonna di 25 m al centro della piazza – uno dei più grandi monoliti esistenti al mondo – alla cui sommità si trova nuovamente il simbolo cittadino dell’angelo con la Croce).

Per quasi settant’anni, dal 1924 al 1991 la città più occidentale dell’Impero russo è stata conosciuta come Leningrado: vent’anni prima aveva già subito un cambiamento toponomastico, diventando Pietrogrado, in quanto il suffisso –burgo era percepito come “troppo tedesco” e quindi Nicola II preferì modificarlo con il suffisso slavo. Ciò non evitò che proprio tale città fosse al centro della rivoluzione d’ottobre, chiamata così l’azione di forza che dal 7 all’8 novembre 1917 (ma 25 e 26 ottobre secondo il calendario giuliano ancora in uso nell’Impero russo) avvenne a Pietrogrado, culminando nella presa del Palazzo d’Inverno, dove si era asserragliato il governo provvisorio, guidato dall’imbelle Kerenskji. Tale azione fu sollecitata da Lenin, giunto da due settimane nella città russa, la più vicina al confine con la Finlandia.
La città non è la più occidentale – anzi, addirittura “la finestra della Russia sull’Occidente” – solo in virtù della propria posizione geografica, dal suo affacciarsi sul Baltico, dell’essere il punto privilegiato degli scambi culturali e commerciali con il resto dell’Europa: la sua stessa conformazione urbanistica è palesemente europea; anzi, ad essere più precisi, è italiana, poiché lo Zar Pietro il Grande, dopo aver strappato i territori della Neva agli svedesi nel 1703 nel corso della cosiddetta Grande Guerra del Nord (1700 – 1721), affidò all’architetto ticinese Domenico Trezzini il compito di supervisionare il progetto (che coinvolse anche vari architetti italiani) di realizzare la nuova capitale dell’Impero russo. Pietro era un ammiratore della cultura occidentale e per favorire lo sviluppo della nuova capitale emanò un decreto che impediva la costruzione di edifici di pietra al di fuori della nuova città, che volle dedicare al Santo di cui portava il nome.
Così, in pochi anni, San Pietroburgo divenne il principale centro russo: la prima costruzione ad essere realizzata fu la fortezza di Pietro e Paolo, attualmente al centro della città, sul fiume Neva. All’interno di questo imponente complesso c’è la Cattedrale dei SS. Pietro e Paolo, caratterizzata dall’altissimo campanile, sul cui pinnacolo dorato, all’altezza di oltre 120 metri, svetta un angelo a grandezza quasi naturale che sorregge una Croce, uno dei simboli della città.
La chiesa – in uno stile denominato “barocco petrino” – fu Cattedrale (nel senso di sede vescovile: la Chiesa ortodossa utilizza il termine di cattedrale anche per indicare una chiesa importante, come una basilica) fino al 1859, quando cedette tale titolo alla chiesa di Sant’Isacco (in stile neoclassico). Nel 1919 i bolscevichi chiusero la cattedrale al culto, trasformandola cinque anni più tardi in un museo. All’inizio del nuovo millennio – nonostante in gran parte sia rimasta un’area museale – la chiesa è stata riaperta al culto.

La tomba degli Zar
Ma la chiesa dei SS. Pietro e Paolo non è importante solo in quanto prima costruzione di San Pietroburgo, per l’imponenza del campanile o per il particolare stile “barocco petrino”: il motivo il motivo che rende unica e meta di pellegrinaggi è costituito dalla presenza della tombe degli Zar. Da Pietro il Grande a Nicola II (con le sole eccezioni di Pietro II e Ivan VI) tutti i sovrani russi riposano sotto le volte di questa chiesa. A fianco dell’ultimo Zar hanno trovato sepoltura anche tutti i membri della Famiglia Reale martirizzati ad Ekaterinburg il 18 luglio 1918 a Casa Ipatiev.
Va notato che la Chiesa ortodossa russa – a differenza, aggiunge qualcuno polemicamente, di ciò che è avvenuto da parte della Chiesa cattolica nei confronti di Luigi XVI e Maria Antonietta – ha elevato Nicola II all’onore degli altari fin dal 1981 assieme agli altri martiri di Ekaterinburg: infatti risultano santi anche la Zarina Alessandra, i loro cinque figli Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e Alexei, nonché ilmedico di corte Eugenio Botkin, il garzone Alexei Trupp (che era cattolico), il cuoco Ivan Kharitonov, la domestica della Zarina Anna Demidova ed anche due servi uccisi nel settembre 1918, la dama di compagnia Anastasia Hendrikova e l’insegnante privata Catherin Adolphovna Schneider (protestante).
La data della canonizzazione non è un errore di chi scrive: si tratta proprio del 1981, cioè quando l’Unione Sovietica sembrava ancora imbattibile: la canonizzazione, per di più con il titolo di “vittime dell’oppressione dall’Unione Sovietica” avvenne infatti all’interno della Chiesa ortodossa fuori dalla Russia, quella cioè in esilio. Nel 2000 la Chiesa ortodossa russa “ufficiale”, finalmente libera dal giogo comunista, riconobbe la canonizzazione ed aggiunse ai martiri della Famiglia Imperiale, il titolo di “portatori di passione della Chiesa Ortodossa Russa”. La canonizzazione si estese anche ad altri martiri dell’oppressione dell’Unione Sovietica, uccisi il giorno successivo ad Alapaevsk, a 180 km da Eketerinburg: la Granduchessa Elizaveta Fëdorovna, sorella di Alessandra; i Principi Ivan, Igor Konstantinovič e Kostantin Konstantinovič, il Granduca Sergej Michajlovič e il principe Vladimir Pavlovič Paley; il segretario personale del Granduca Sergio, Fyodor Remez, e ruor Varvara Jakovleva.
Tornando alle tombe imperiali, va aggiunto che ai santi martiri – traslati a San Pietroburgo nel 1998 – si aggiunsero nel 2006 anche i resti della Zarina madre, Maria Feodorovna, nata Dagmar di Danimarca e consorte di Alessandro III, la cui parentela con Giorgio V d’Inghilterra non fu forse estranea alla sua salvezza (di fatto fu l’unica rappresentante della Corona russa a salvarsi dalla rivoluzione bolscevica). Morta in Danimarca nel 1928 ed ivi sepolta, venne fatta traslare, anche grazie all’intervento di Vladimir Putin, affinché riposasse accanto al marito, come da ella auspicato.
Le tombe imperiali, protette da una cancellata, sono oggetto di continui omaggi da parte dei visitatori. Qualcosa di simile accade anche ai confini opposti della Russia “occidentale”, all’inizio della Siberia: infatti è meta di continui pellegrinaggi pure la chiesa sul Sangue ad Ekaterinburg, eretta dieci anni fa sul luogo della strage (Casa Ipatiev, dove fu consumato l’eccidio, venne fatta abbattere dall’allora presidente del locale Partito Comunista Boris Elstin, per evitare gli omaggi dei visitatori).

Altri monumenti
Tra gli altri monumenti di San Pietroburgo spicca la chiesa di S. Isacco, che vanta la quarta cupola più grande del mondo (dopo S. Pietro a Roma, S. Maria del Fiore a Firenze e S. Paolo a Londra) ed il Palazzo d’Inverno, sede del museo Hermitage (il più grande del mondo), che reca ancora vestigia degli appartamenti imperiali (i “bolari” del Partito imponevano agli altri la povertà, ma a se stessi riservavano comodità regali, per cui molti mobili degli Zar sono giunti fino a noi).

La notevolissima collezione di quadri venne regolarmente acquistata dagli Zar, che usavano comprare, anziché depredare come facevano altri eserciti rivoluzionari, portatori di “libertà, fraternità ed uguaglianza” e razziatori di opere d’arte… E, a proposito di Napoleone, un’altra notevole costruzione – ed attuale cattedrale cittadina – è la chiesa di Nostra Signora di Kazan, costruita in omaggio alla vittoria del1812 e al cui interno si trova la tomba del pietroburghese Michail Illarionovič Kutuzov, il generale che costrinse l’imperatore “dei Francesi” a capitolare. Durante il comunismo era stata trasformata in “museo dell’ateismo”.
La Piazza del Palazzo, progettata in stile impero dall’architetto napoletano Carlo Rossi per celebrare la vittoria di Alessandro I sugli invasori francesi (lo Zar è immortalato da un’enorme colonna di venticinque metri al centro della piazza – uno dei più grandi monoliti esistenti al mondo – alla cui sommità si trova nuovamente il simbolo cittadino dell’angelo con la Croce), presenta da un lato il Palazzo d’Inverno, dall’altro il Palazzo dell’Ammiragliato, al cui centro si trova l’Arco della Vittoria, anch’esso celebrativo del successo bellico contro Napoleone.
Va infine ricordata la chiesa di Santa Caterina, l’unica costruzione cattolica sopravvissuta al comunismo (sotto la cui oppressione fu adibita a deposito di motociclette). Prima della rivoluzione bolscevica a S. Pietroburgo si contavano almeno dieci parrocchie cattoliche: un numero perfettamente comprensibile, se si pensa anche solo a quanti artisti italiani vi venissero a lavorare e vi stabilissero assieme alle loro botteghe, come il fiorentino Bartolomeo Rastrelli (cui si deve il Palazzo d’Inverno) ed il veneziano Alberto Cavos (che progettò gli interni del Teatro Bolscioj di Mosca prima e del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, ultimati i quali venne commissionata a Giuseppe Verdi l’opera lirica La forza del destino). Tutti questi artisti, come quelli citati in precedenza, morirono a San Pietroburgo: segno tra l’altro dell’affezione, che avevano sviluppato verso questa meravigliosa città.

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Proteggere l’intimità della persona

Posté par atempodiblog le 11 mars 2015

Non è lecito ad alcuno ledere illegittimamente la buona fama di cui uno gode, o violare il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità.
Codice di Diritto Canonico n. 220 (Libro II – Il popolo di Dio. Parte I – I fedeli cristiani)

“Nulla disgusta maggiormente un’anima del fatto che si dica ad altri ciò che essa ha detto in fiducia, cioè in segreto”.
Santa Faustina Kowalska

“Compito del parroco, e di ogni sacerdote è quello di tutelare e difendere l’intimità di ogni persona, intesa come spazio vitale in cui proteggere la propria personalità oltre agli affetti più cari e più personali. Scopo del segreto, sia sacramentale, sia extra sacramentale, è proteggere l’intimità della persona, cioè custodire la presenza di Dio nell’intimo di ogni uomo. Chi viola questa sfera personalissima e ‘sacra’, compie non solo un atto di ingiustizia, un delitto canonico, ma un vero e proprio atto di irreligiosità”.
Card. Mauro Piacenza (Penitenziere Maggiore di Santa Romana Chiesa)

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Il santuario di Torreciudad, dove nei confessionali la privacy è completamente assicurata

[…] E’ qui, in questa cornice spettacolare, al centro di un paesaggio di incredibile maestà e bellezza, circondato da pareti rocciose lambite dalle acque, che si eleva, come una fortezza celeste, il santuario mariano di Torreciudad, grazie all’amore per la Madre di Dio e allo zelo per le anime di San Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei.

[…] Scendo nella cripta del santuario dove incrocio tre cappelle dedicate rispettivamente alla Madonna di Loreto, alla Vergine del Pilar e alla Madonna di Guadalupe. Qui è il luogo che San Josemaría ha previsto per le confessioni. Ai lati di ogni cappella vi è una fila di confessionali dove, contrariamente a quello che succede un po’ ovunque, la privacy è completamente assicurata, mentre nel vestibolo di ingresso si trovano dei libretti che aiutano a preparare la confessione. Noto un po’ ovunque nel santuario una particolare attenzione per predisporre i servizi per gli invalidi e nella cappella del Pilar vi è un confessionale per i sordi e per i portatori di handicap.

Tratto da: Pellegrino a quattro ruote — Padre Livio Fanzaga

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