Ricordando Wojtyla: le minacce alla vita

Posté par atempodiblog le 30 avril 2011

Cari amici, si avvicina il giorno della beatificazione di Giovanni Paolo II. Vi segnalo l’attualissimo passaggio di un suo discorso (nel quale noterete una notevole sintonia con le parole del suo successore), tenuto ai giovani della GMG il 14 agosto 1993, al Cherry Creek State Park di Denver.

Ricordando Wojtyla: le minacce alla vita dans Andrea Tornielli wojtyla

Il ventesimo secolo verrà considerato un’epoca di attacchi massicci contro la vita, un’interminabile serie di guerre e un massacro permanente di vite umane innocenti. I falsi profeti e i falsi maestri hanno conosciuto il maggior successo possibile.

Allo stesso modo, dei falsi modelli di progresso hanno portato a mettere in pericolo l’equilibrio ecologico della terra. L’uomo, fatto a immagine e somiglianza del Creatore – era chiamato ad essere il buon pastore dell’ambiente, contesto della sua esistenza e della sua vita. È il compito che ha ricevuto da molto tempo e che la famiglia umana ha assunto non senza successo lungo tutta la sua storia, fino a un’epoca recente, in cui l’uomo è divenuto egli stesso il distruttore del suo ambiente naturale. Questo è già avvenuto in alcuni luoghi, dove si sta compiendo.

Ma c’è dell’altro. Assistiamo anche alla diffusione di una mentalità di lotta contro la vita – un atteggiamento di ostilità vero la vita nel seno materno e verso la vita nelle sue ultime fasi. È nel momento in cui la scienza e la medicina riescono ad avere una maggiore capacità di vegliare sulla salute e sulla vita, che, per l’appunto, le minacce contro la vita si fanno più insidiose. L’aborto e l’eutanasia – omicidio vero e proprio di un autentico essere umano – vengono rivendicati come dei “diritti” e delle soluzioni a dei “problemi”, problemi individuali o problemi della società. La strage degli innocenti non è un atto meno peccaminoso o meno distruttivo solo perché viene compiuto in modo legale o scientifico. Nelle metropoli moderne, la vita – primo dono di Dio e diritto fondamentale di ogni individuo, base di tutti gli altri diritti – è spesso trattata tutt’al più come una merce da organizzare, da commercializzare e da manipolare a proprio piacimento.

Tratto da: il blog di Andrea Tornielli

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Settimana Santa, due brani dell’omelia di Papa Benedetto

Posté par atempodiblog le 29 mars 2010

Dall’omelia del Papa per la Domenica delle Palme, estraggo questi due brani.

Settimana Santa, due brani dell’omelia di Papa Benedetto dans Andrea Tornielli papapalme

Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio. Egli ci tira e ci sostiene. Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di essa questo atto di umiltà, l’entrare nel «noi» della Chiesa; l’aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione – il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria. L’umile credere con la Chiesa, come essere saldati nella cordata dell’ascesa verso Dio, è una condizione essenziale della sequela. Di questo essere nell’insieme della cordata fa parte anche il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non correre dietro un’idea sbagliata di emancipazione. L’umiltà dell’«essere-con» è essenziale per l’ascesa. Fa anche parte di essa che nei Sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal Signore; che da Lui ci lasciamo purificare e corroborare; che accettiamo la disciplina dell’ascesa, anche se siamo stanchi.
(…) La fede in Gesù Cristo non è un’invenzione leggendaria. Essa si fonda su di una storia veramente accaduta. Questa storia noi la possiamo, per così dire, contemplare e toccare. È commovente trovarsi a Nazaret nel luogo dove l’Angelo apparve a Maria e le trasmise il compito di diventare la Madre del Redentore. È commovente essere a Betlemme nel luogo dove il Verbo, fattosi carne, è venuto ad abitare fra noi; mettere il piede sul terreno santo in cui Dio ha voluto farsi uomo e bambino. È commovente salire la scala verso il Calvario fino al luogo in cui Gesù è morto per noi sulla Croce. E stare infine davanti al sepolcro vuoto; pregare là dove la sua santa salma riposò e dove il terzo giorno avvenne la risurrezione. Seguire le vie esteriori di Gesù deve aiutarci a camminare più gioiosamente e con una nuova certezza sulla via interiore che Egli ci ha indicato e che è Lui stesso.

di Andrea Tornielli – blog.ilgiornale.it/tornielli

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Il culto silenzioso che prospera da 15 anni

Posté par atempodiblog le 2 février 2010

Lacrime rosse e miracoli
Il culto silenzioso che prospera da 15 anni
di Andrea Tornielli – Il Giornale

Il culto silenzioso che prospera da 15 anni dans Andrea Tornielli madonnacivitavecchia

«Ho tra le mani le cartelle cliniche di una donna, guarita istantaneamente da un cancro ai polmoni e mi ha sempre colpito anche il caso di un importante sceicco musulmano, che ha portato in dono un gioiello dopo che la moglie aveva ricevuto una grazia… Ma a quindici anni di distanza dalle lacrimazioni della Madonnina – dice il vescovo emerito Girolamo Grillo – ciò che davvero mi commuove sono i veri miracoli, i frutti spirituali, evidenti anche a me nelle ore che passo qui a confessare».
Sono passati esattamente quindici anni da quando a Pantano, una frazione alla periferia di Civitavecchia, una Madonnina di gesso proveniente da Medjugorje versò lacrime di sangue. Per alcuni giorni migliaia di persone passarono per il giardino di Fabio Gregori, l’operaio dell’Enel proprietario della statuina. Tanti, tantissimi i testimoni delle lacrimazioni: tra di loro anche il comandante dei vigili urbani, dichiaratamente agnostico. Alla Madonnina venne fatta una Tac e non fu trovato alcun trucco al suo interno. Senza esito l’inchiesta della magistratura, sgonfiate le denunce per abuso della credulità popolare, nessuna truffa emersa dalle indagini. Oggi, archiviato il clamore, mentre la Chiesa ufficialmente si mantiene prudente e sospende il giudizio – ma è noto e documentato con tanto di firma autografa papale che Giovanni Paolo II credeva alle lacrimazioni e volle venerare personalmente la Madonnina facendosela portare in Vaticano – a non fermarsi è il flusso di pellegrini. Provengono da tutto il mondo, ma cresce il numero dei polacchi. Monsignor Girolamo Grillo, vescovo emerito, è stato direttamente coinvolto negli eventi accaduti tra febbraio e marzo 1995. Inizialmente incredulo, richiesto di cambiare atteggiamento da una telefonata del principale collaboratore di Papa Wojtyla, l’allora Segretario di Stato Angelo Sodano, si è ritrovato ad essere personalmente testimone dell’ultima lacrimazione, la quattordicesima, avvenuta sotto i suoi occhi, in casa sua. «Ho rischiato l’infarto» dice oggi con un sorriso di gratitudine sulle labbra.
«Spesso – confida al Giornale – mi viene rivolta la seguente domanda: perché non parla più della Madonnina, come faceva un tempo? Io rispondo: ora non sono più io il responsabile della diocesi di Civitavecchia, ma non avrei parlato egualmente, perché mi sono accorto che, in seguito al mio silenzio, l’iniziativa di proporsi alle anime è stata presa direttamente dalla stessa Madonna. È lei a chiamare, è lei a bussare al cuore di tante anime».
Grillo ogni domenica trascorre due ore e mezza nel confessionale della chiesa di Sant’Agostino, a Pantano. «La soprannaturalità di un fenomeno religioso non la si potrà mai dimostrare – spiega – con la sola ragione. In questo campo, infatti, di enorme rilevanza sono i frutti: un albero è buono soltanto quando i frutti sono buoni. Ecco perché la Chiesa, quando si tratta di questi fenomeni, non ha mai alcuna fretta di pronunciarsi». Il vescovo snocciola l’elenco di questi «frutti»: «Innanzitutto le continue grandi conversioni, da parte di persone che, ad esempio, ignoravano il sacramento della confessione anche da quaranta o cinquant’anni. Padre Everardo, che ha confessato qui per cinque anni, mi ha confidato di aver contato, durante tutto quel periodo, una grande conversione al giorno».
Monsignor Grillo ricorda che c’è poi tanta gente che riscopre la preghiera e l’adorazione eucaristica. Ma la Madonnina di Civitavecchia appare «specializzata» nell’aiutare i giovani a uscire dal tunnel della droga, nel ricomporre i matrimoni in crisi, nell’aiutare le coppie senza figli ad averne uno. «Tra gli ex voto – confida – ci sono le siringhe degli ormai ex tossicodipendenti, ci sono molti anelli, segno delle unioni che si ricompongono. E sono davvero tanti i bambini concepiti dopo che i genitori, senza figli da molti anni, sono venuti qui a pregare». Il vescovo emerito accenna al collier regalato alla Madonnina da un facoltoso sceicco musulmano, un petroliere. «Ha chiesto una grazia per la moglie gravemente ammalata, e lei è guarita». Ma ciò che più conta è che «i fedeli che accorrono a Civitavecchia da tutte le parti del mondo sono convinti di trovarsi di fronte a un fatto soprannaturale».
Entrando nella chiesetta c’è un registro, che viene cambiato mediamente due volte al mese: «Commoventi sono le preghiere dei piccoli: credo sia questo, in effetti, il linguaggio che la Madonna preferisce. Non per nulla, del resto, la prima testimone del pianto della Madonnina è stata la piccola Jessica Gregori, che all’epoca aveva appena cinque anni e mezzo».

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Ho fatto la scelta di Gesù: donarmi totalmente a Dio

Posté par atempodiblog le 29 janvier 2010

Ho fatto la scelta di Gesù: donarmi totalmente a Dio dans Andrea Tornielli plivio

«Sono felice di essere celibe e nella mia vita di prete non ho mai sentito il bisogno di avere una moglie». Padre Livio Fanzaga è la popolarissima e inconfondibile voce di «Radio Maria», l’emittente cattolica con ascolti da record, che non trasmette pubblicità ed è sostenuta soltanto dal contributo volontario dei suoi ascoltatori.

Perché il prete deve essere celibe?
«Io sono felice di esserlo per due motivi. Il primo è che mi sento realizzato per il dono totale della mia vita al Signore. È una donazione mistica e affettiva. Il secondo motivo è di carattere più pratico: da celibe posso servire la Chiesa con tutto me stesso».

Non ha mai sentito l’esigenza di sposarsi?
«No, perché sono sono già totalmente realizzato nella paternità spirituale verso coloro che attraverso il mio ministero vengono generati a Dio e alla Chiesa».

È d’accordo nel discutere sull’eventuale attenuazione o abolizione del celibato sacerdotale, per far fronte alla carenza di vocazioni?
«A mio parere la crisi di vocazioni è dovuta anche al fatto che c’è una concezione troppo manageriale e poco mistica del sacerdozio. Se viene meno il rapporto con Dio e l’amore per le anime, ci possono essere delle crisi affettive. Ma allora il problema non è abolire il celibato, ma è quello di annunciare e proporre il Vangelo tutto intero. Non è un caso che oggi proprio gli ordini di clausura, quelli con le regole più dure, non conoscano crisi di vocazioni. Se il Vangelo è proposto nella sua interezza, nell’uomo scatta la sete di assoluto e si arriva a donarsi eroicamente».

Qual è dunque la ragione più evidente per mantenere la legge del celibato?
«A me colpisce il fatto che Gesù, pur vivendo in un contesto culturale e religioso in cui non c’erano i celibi, abbia scelto di non sposarsi. Siccome esiste un rapporto diretto tra Cristo e il sacerdote, io credo che sia significativo rimanere celibi come lui lo è stato».

Non teme che l’esaltazione del celibato possa screditare il valore del matrimonio?
«Assolutamente no, c’è una vocazione al celibato e una vocazione al matrimonio, che è una via di santità, sono entrambi sacramenti».

di Andrea Tornielli – Il Giornale

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Storia di una bufala a mezzo stampa

Posté par atempodiblog le 19 décembre 2008

Storia di una bufala a mezzo stampa
di Michele Brambilla – Il Giornale

[...] andrà ad aggiungersi alle tante leggende nere contro la Chiesa cattolica: diranno che il Vaticano vuole che l’omosessualità sia considerata un reato, che i gay finiscano in galera o meglio ancora sul patibolo come succede in certi Paesi islamici di cui Ratzinger (l’immancabile «papa nazista») vuole ora diventare alleato. Già vediamo gli irresistibili sketch di Sabina Guzzanti, la satira di Dario Fo, le poesie incivili di Andrea Camilleri, gli indignati commenti di Augias e di MicroMega. Il voltairiano «calunniate calunniate qualcosa resterà» sarà così, ancora una volta, messo in pratica.

La realtà è ben diversa e la spiega benissimo Andrea Tornielli, alla cui cronaca non c’è nulla da aggiungere. Se non, appunto, la scommessa sul fatto che cronache serie e documentate come la sua verranno cestinate – anzi neppure lette, scartate a priori – da chi ha già deciso che la realtà deve essere un’altra, e cioè che la Chiesa vuole mettere in galera i gay. Noi scommettiamo che sarà così, che passerà questa versione dei fatti: e siamo sicuri di vincere la scommessa non perché siamo prevenuti, ma perché della campagna di disinformazione abbiamo già avuto un assaggio guardando i titoli dei siti web di molti grandi giornali. «Depenalizzazione dell’omosessualità. No del Vaticano alla proposta Onu», era ad esempio quello di Repubblica. Non è che vogliamo dire che c’è malafede: è che è scattato un ritornello, un luogo comune, e noi giornalisti purtroppo andiamo spesso a rimorchio di frasi fatte, di stereotipi, di slogan. D’altra parte anche l’autorevole Ansa, che esiste per dare il più possibile i «fatti separati dalle opinioni», così titolava [...] suo lancio di agenzia: «Vaticano: no a proposta Ue per depenalizzare omosessualità».

Voi che cosa pensereste nel leggere titoli del genere? Che il Vaticano è contrario a che l’omosessualità venga depenalizzata. E quindi vuole che sia considerata reato. Già nel primo pomeriggio di ieri si sono riversate sui computer dei giornali di tutta Italia le vibranti reazioni di Arcigay, parlamentari Pd, radicali e compagnia cantante che parlano di «una Chiesa che vuole la forca», di un Papa boia al pari di Ahmadinejad. Fa niente se lo stesso monsignor Migliore – il prelato cui viene attribuita la volontà di repressione – ha spiegato con chiarezza che la Chiesa è invece fermamente contraria a «ogni marchio di ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali»: quel virgolettato sarà ignorato, resteranno i titoli-killer.

Eppure basterebbe conoscere almeno un poco la storia – non dico la storia del cattolicesimo: la storia – per sapere che chi ha voluto trasformare in reati certi «peccati» si è sempre scontrato con la Chiesa, fino ad uscirne, e ad andare a ingrossare le file degli eretici. Savonarola, ad esempio, che impose alla Firenze di cui era divenuto padrone una dura teocrazia dove la polizia vigilava sui costumi privati a suon di multe, carcere e perfino pena di morte. Calvino, altro esempio, nella cui Ginevra i «concubini» venivano decapitati.

È curioso: sono personaggi, costoro, che vengono sempre citati a modello da chi accusa la Chiesa di ogni nefandezza e oscurantismo. Quanto alle legislazioni degli Stati laici, forse può essere interessante dare un’occhiata all’anno in cui l’attività omosessuale tra adulti consenzienti ha cessato di essere considerata un reato penale. La prima fu la Francia, nel 1810. La seconda l’Italia, nel 1886. La terza la Polonia, nel 1932. Curioso anche questo: sono tre Paesi di lunga tradizione cattolica. Ma andiamo avanti. L’anglicana Gran Bretagna si decise solo nel 1967. La Germania comunista nel 1968. Un altro Paese «socialista», la Jugoslavia, abolì il reato di omosessualità solo nel 1977. La luterana Norvegia nel 1972. Israele nel 1988. Il «no» vaticano di ieri è dovuto ad altri passaggi contenuti nella proposta della Ue all’Onu.

La Chiesa teme che l’annullamento di ogni distinzione per sesso porti ai matrimoni tra gay, e a un’equiparazione di questi con la famiglia tradizionale. Teme anche che con le nuove norme le possa venir contestata una decisione che, paradossalmente, sta per prendere proprio per far fronte a uno scandalo che le viene rimproverato quando si parla di omosessualità; e cioè la decisione di vietare il sacerdozio ai gay perché – anche se la political correctness vieta di dirlo – il 90 per cento dei casi di preti-pedofili riguarda casi di omosessualità.

Si può non essere d’accordo con l’una e con l’altra preoccupazione della Chiesa. Si può anche dissentire su tutta la dottrina cattolica in materia. Ma dire che «il Vaticano si oppone alla depenalizzazione dell’omosessualità» è, molto semplicemente, un falso.

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Tutto in quella notte

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2008

Tutto in quella notte dans Andrea Tornielli natalebelloec0
Natale
Tutto in quella notte
Andrea Tornielli – Tracce
Il viaggio a Betlemme di Maria e Giuseppe. La ricerca di un posto dove vivere la nascita di Gesù in riserbo e segretezza. L’avvenimento che divide in due la storia dell’uomo

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città» (Lc 2,1-4). Sono tutte in queste scarne righe del Vangelo di Luca le notizie riguardanti la data di nascita di Gesù, le circostanze storiche dentro le quali l’Eterno è entrato nel tempo assumendo in tutto, fuorché nel peccato, la nostra natura umana.
Il senatore Sulpicio Quirinio, citato da duemila anni nelle letture delle liturgie natalizie, era nato a Lanuvio, vicino a Tuscolo, e aveva governato a Creta e a Cirene. Lo storico romano Tacito conferma che, divenuto console nel 12 a.C., Quirinio fu governatore di Siria come legato imperiale, però colloca lo svolgimento di questo suo incarico negli anni 6-7 d.C., cioè diverso tempo dopo la nascita del Salvatore. Per risolvere il problema alcuni esegeti hanno pensato di tradurre in questo modo il brano di Luca: «Questo censimento avvenne prima (di quello avvenuto) governando la Siria Quirinio». Ma un’iscrizione frammentaria scoperta a Tivoli alla fine del Settecento, secondo l’abate Giuseppe Ricciotti (autore della Vita di Gesù Cristo), offre una base sufficiente per affermare che Quirinio era già stato una volta legato in Siria qualche anno prima dell’era volgare e che aveva indetto il primo censimento, protrattosi per più anni e portato a termine dal suo successore Senzio Saturnino. La registrazione di tutti gli abitanti della Palestina avvenne secondo il modo giudaico: tutti i censiti dovevano iscriversi nei propri luoghi di origine e non nel territorio dove vivevano, come invece sarebbe accaduto se si fosse adottato il metodo romano.
«Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa che era incinta» (Lc 2,4-5). Le tribù ebraiche si dividevano in grandi famiglie e queste ultime in casati paterni; e ovunque andassero ad abitare, i nuovi gruppi familiari conservavano con tenacia il ricordo del ceppo originario. Betlemme (Beth-lehem, originariamente Beth-Lahamu, cioè “casa del dio Lahamu”, divinità babilonese, poi interpretata in senso ebraico beth-lehem cioè “casa del pane”) era un piccolo centro che distava nove chilometri da Gerusalemme e all’epoca di Gesù non doveva contare più di mille abitanti, per lo più pastori e contadini. Era però un luogo di passaggio per le carovane che da Gerusalemme si dirigevano in Egitto, tanto che fin dai tempi antichi il figlio di un amico del re Davide, Chamaam, vi aveva costruito un caravanserraglio (in ebraico geruth, “foresteria”).

In viaggio per il censimento
Betlemme dista da Nazareth circa 150 chilometri e il viaggio di Giuseppe e Maria non deve essere durato meno di tre-quattro giorni. Non sappiamo se l’obbligo di legge prevedeva anche la presenza della sposa, oltre a quella del capofamiglia. Ma dalle parole di Luca si può intuire che la gravidanza avanzata doveva aver consigliato, comunque, il fatto che la madre del Salvatore non fosse lasciata sola. Inoltre già l’angelo dell’annunciazione aveva predetto a Maria che al nascituro «il Signore Dio darà il trono di Davide suo padre», e ciò rappresentava una ragione in più perché il parto avvenisse proprio a Betlemme, la città che il profeta Michea nelle Scritture aveva indicato come patria del messia d’Israele. Si può immaginare che le strade fossero in condizioni abbastanza disastrate e affollate da famiglie in movimento a causa del censimento. Nella migliore delle ipotesi – osserva il Ricciotti – i due coniugi avranno avuto a disposizione un asino, caricato delle cibarie e delle vettovaglie necessarie per il viaggio. Un viaggio non facile per Maria, che stava ormai per partorire. I tre o quattro pernottamenti saranno stati fatti in qualche casa di amici o più probabilmente nei luoghi pubblici di sosta, a cielo aperto, fianco a fianco con gli altri viandanti, gli asini e i cammelli. Giunti a Betlemme, Giuseppe e Maria trovarono la città di Davide stracolma di gente. Anche il caravanserraglio, tradizionale luogo di ospitalità per i viaggiatori, era sovraffollato. «Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2,6-7). L’albergo o locanda (to kataluma nel greco di Luca) altro non era che il caravanserraglio: uno spazio a cielo aperto, circondato da un muro piuttosto alto. All’interno, attorno al cortile, correva un portico che offriva riparo ed era a tratti chiuso da muretti. Si creavano così delle stanzette, riservate a chi poteva permettersi di pagare per avere una maggiore intimità. L’evangelista nota che «non c’era posto per essi nell’albergo». Secondo l’abate Ricciotti questa frase è più studiata di quanto appare a prima vista. È difficile immaginare che nel caravanserraglio o in tutta Betlemme non vi fosse un angolo per accogliere i due sposi. Quel «per essi» potrebbe però indicare che in quei giorni e in quelle circostanze, con il sovraffollamento e la totale promiscuità che si viveva nei luoghi pubblici e nelle povere abitazioni di Betlemme, ciò che mancava a Maria era un posto dove vivere la nascita di Gesù in riserbo e segretezza. Luca si limita a scrivere che «Maria diede alla luce suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia». La mangiatoia suppone una stalla e le stalle, nella povera città di Davide, erano piccole grotte scavate nella roccia nei dintorni delle case o nelle colline che circondavano Betlemme.

Quei gesti materni
Giuseppe e Maria si accomodarono “alla bell’e meglio” in una di queste tetre grotte accanto a qualche bestia. Dalle parole dell’evangelista si deduce che il parto avvenne senza l’aiuto di altre persone. La madre stessa accudisce il neonato, lo avvolge nelle fasce e lo depone nella mangiatoia, dove Giuseppe, che neppure è nominato, avrà disposto della paglia pulita. «Il testo lascia intuire un parto facile e ben condotto. E i primi gesti materni Maria li sa fare d’istinto, come ogni donna», scrive René Laurentin nella sua Vita autentica di Gesù Cristo. L’accenno al «figlio primogenito» non deve trarre in inganno e far supporre che la Madonna abbia avuto altri bambini: “figlio primogenito” (in ebraico bekor) è, infatti, un termine tecnico, di particolare importanza giuridica, perché il primogenito ebreo doveva essere presentato al Tempio, circostanza che Luca descrive nei capitoli successivi.
Il Messia d’Israele viene, dunque, al mondo nella semioscurità di un’appartata grotta scavata nella roccia. È un sovrano così diverso dall’Erode che regna su Gerusalemme circondato di lussi nel suo palazzo dorato. Ma anche quel bambino indifeso, quel re d’Israele nato in circostanze così umili, ebbe l’omaggio dei suoi primi “cortigiani”. Sudditi di condizione sociale non molto differente da quella dello stesso re Davide, già pastore di pecore. Betlemme sorgeva e sorge al limitare della steppa. Se è vero che molti capi di bestiame la notte venivano fatti rientrare nelle grotte, è altrettanto vero che molte greggi rimanevano continuamente all’aperto, giorno e notte, estate e inverno. Gruppi di uomini li sorvegliavano e vivevano con loro per tutto il tempo. «Pecorai di tal genere – scrive il Ricciotti – riscuotevano una pessima reputazione presso i Farisei e gli Scribi: in primo luogo la loro stessa vita nomade nella steppa scarseggiante d’acqua li rendeva lerci, fetenti, ignari di tutte le fondamentalissime leggi sulla lavanda delle mani, sulla purità delle stoviglie, sulla scelta dei cibi. Essi più di chiunque altro costituivano quel “popolo della terra” che era degno per i Farisei del più cordiale disprezzo; inoltre passavano per ladri tutti quanti, e si consigliava di non comperare da loro né lana né latte che potevano essere cose refurtive».

Il bambino in fasce
«C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano tra loro: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Andarono dunque senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che di quel bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,8-20). L’Altissimo fatto carne, l’avvenimento (Luca usa il termine rhema, che ricalca l’ebraico dabar e ha il doppio significato di “parola” e “avvenimento”) che divide in due la storia dell’uomo, il Messia tanto atteso dal fedele popolo d’Israele si manifesta innanzitutto ai pastori “lerci e fetenti”, progenie di quel re-pastore che fu Davide. È l’imperscrutabile metodo di Dio, così diverso e lontano da ogni immaginazione umana: l’infinitamente grande abbraccia l’infinitamente piccolo. Avvertiti dall’angelo, i pastori accorrono alla grotta. «Essendo poveri di denaro ma signori di spirito – fa osservare ancora il Ricciotti – non chiedono nulla, e ritornano senz’altro alle loro pecore: soltanto sentirono un gran bisogno di lodare Dio e di far sapere ad altri del posto quanto era accaduto». Avranno lasciato, ai piedi del neonato, un po’ di lana e un po’ di latte. Quei prodotti che i Farisei consideravano refurtiva.
 


Dall’omelia di Giovanni Paolo II a Betlemme nella piazza della Mangiatoia, antistante la Basilica della Natività. 22 marzo 2000

«Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10-11).
La gioia annunciata dall’angelo non è qualcosa che appartiene al passato. È una gioia di oggi, dell’oggi eterno della salvezza di Dio, che comprende tutti i tempi, passato, presente e futuro. All’alba del nuovo millennio siamo chiamati a comprendere più chiaramente che il tempo ha un senso perché qui l’Eterno è entrato nella storia e rimane con noi per sempre.
Il bambino appena nato, indifeso e totalmente dipendente dalle cure di Maria e di Giuseppe, affidato al loro amore, è l’intera ricchezza del mondo. Egli è il nostro tutto!

L’opera della nostra redenzione si dispiega nella debolezza.

Dov’è dunque il dominio del «Consigliere ammirabile, Dio potente e Principe della pace» di cui parla il profeta Isaia? Qual è il potere al quale si riferisce Gesù stesso quando afferma: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18)? Il Regno di Cristo «non è di questo mondo» (Gv 18,36). Il suo Regno non è il dispiegamento di forza, di ricchezza e di conquista, che sembra forgiare la storia umana. Al contrario si tratta del potere di vincere il Maligno, della vittoria definitiva sul peccato e sulla morte. È il potere di guarire le ferite che deturpano l’immagine del Creatore nelle sue creature. Quello di Cristo è il potere che trasforma la nostra debole natura e ci rende capaci, mediante la grazia dello Spirito Santo, di vivere in pace gli uni con gli altri e in comunione con Dio. «A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). È questo il messaggio di Betlemme, oggi e sempre. È questo il dono straordinario che il Principe della Pace ha portato nel mondo duemila anni fa.

Nella grotta di Betlemme, è «apparsa infatti la grazia di Dio» (Tt 2,11). Nel Bambino che è nato, il mondo ha ricevuto «la misericordia promessa ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre» (cfr. Lc 1,54-55).

Un seme nella terra non si riconosce, non si riconosce da tutti gli altri pezzetti di terra, perché un seme nella terra è come un grano di terra. E il Signore è entrato nel mondo come un seme dentro la terra. Lo stupore e il brivido che abbiamo provato a Nazareth di fronte alla grotta dell’Annunciazione, o nella casetta di San Giuseppe, o qui nella grotta di Betlemme, è che tutto è avvenuto senza alcun clamore umano.

Questo seme prorompe dapprima in modo apparentemente insensibile, ma poi, dopo duemila anni, ne siamo investiti umanamente, ragionevolmente, affettivamente; attivamente investiti, e trasformati da esso innanzitutto nella mentalità. E infatti, la prima parola che dirà quel bambino diventato giovane sarà la parola metanoia, un modo di pensare e di sentire diverso. Ma non si può dire che sia un pensare e un sentire non umano: è un pensare e un sentire più umano, altrimenti noi non vi aderiremmo, non potremmo aderirvi, perché quello che cerchiamo è l’uomo.

Dove Dio costruisce la dimostrazione finale del Suo dominio? In ognuno di noi. È incominciato in noi come un cenno, come una parola, come un richiamo piccolo, fragile, quasi irriconoscibile nella sua verità e nella sua potenza irriducibile, come un seme dentro la terra. Il Signore usa questo metodo. E san Paolo lo ricorda tante volte. Il Signore usa questo metodo per dimostrare che la potenza non è nostra, non sta nella nostra intelligenza, non è una nostra forza, ma è Suo Potere.

Ma secondo quali modalità questo seme si è sviluppato e si è imposto agli occhi del mondo? È la seconda osservazione che volevo fare, e questa grotta dei Santi Innocenti ce la ricorda: la testimonianza. La testimonianza che è un atteggiamento, si tratti del vivere o del morire: vita e morte non avrebbero nessun significato se non ci fosse Cristo. Noi dobbiamo tendere a sviluppare il seme che è stato messo dentro la terra della nostra umanità, perché niente corrisponde alla nostra umanità più di questo seme.
(Don Giussani, in: Luigi Amicone, Sulle tracce di Cristo, Bur 2000)

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La conversione di Gramsci

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2008

« Gramsci si convertì in punto di morte »
di Andrea Tornielli – Il Giornale

Le fonti citate sono testimoni dirette, anche se la rivelazione farà discutere non poco: Antonio Gramsci, sul letto di morte, chiese i sacramenti. Aveva accanto a sé un’immaginetta di santa Teresina di Lisieux e volle baciare l’effigie di Gesù Bambino che le suore della clinica dov’era ricoverato porgevano ai malati. Lo ha raccontato ieri il vescovo Luigi De Magistris, pro-penitenziere maggiore emerito, nel corso della presentazione del primo Catalogo internazionale dei santini che si è tenuta presso la Radio Vaticana, confermando direttamente e autorevolmente quanto già rivelato dal vaticanista Emilio Cavaterra sul Giornale dieci anni fa.

«Il mio conterraneo Gramsci – ha detto il prelato vaticano – aveva nella sua stanza l’immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l’immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: “Perché non me l’avete portato?”. Gli portarono allora l’immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia. La misericordia di Dio santamente ci “perseguita”. Il Signore non si rassegna a perderci».

La fonte citata da De Magistris è una suora sarda, sorella di monsignor Giovanni Maria Pinna, segretario della Segnatura apostolica. Suor Pinna, in occasione di una messa in suffragio del fratello, celebrata nella chiesa di San Lorenzo in Damaso, aveva raccontato ad alcuni dei prelati presenti l’inedito particolare riguardante Gramsci. L’intellettuale comunista era ricoverato nella clinica Quisisana dal 24 agosto 1935. Le religiose della clinica in occasione delle festività natalizie erano solite, per tradizione, portare di stanza in stanza una statua di Gesù Bambino, «offrendola al bacio degli ammalati». Tutti i ricoverati ricevono la singolare visita, ad eccezione di Gramsci il quale, appresa l’esclusione, ne chiede il motivo alle suore. Le religiose si scusano con lui e gli dicono che non volevano infastidirlo. A questo punto, raccontava suor Pinna, «il signor Gramsci disse di voler vedere quella statuetta e quando l’ebbe di fronte la baciò con evidenti segni di commozione». Oltre a De Magistris, ad ascoltare le parole della suora c’era monsignor Sebastiano Masala, all’epoca giudice della Sacra Rota. Un’altra religiosa in servizio alla clinica, di origini svizzere, suor Gertrude, ha invece rivelato che nella stanza numero 26, dove Gramsci trascorse l’ultimo periodo della sua vita, c’era un’immagine di santa Teresina del Bambin Gesù, «verso la quale lui sembrava nutrire una simpatia umana, tanto da non volere che fosse tolta e nemmeno spostata».

Un accenno alle ultime ore di vita di Gramsci, morto nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1937, è contenuto in una lettera che sua cognata Tatiana Schucht scrisse il 12 maggio di quello stesso anno: «Il medico fece capire alla suora che le condizioni del malato erano disperate. Venne il prete, altre suore, ho dovuto protestare nel modo più veemente perché lasciassero tranquillo Antonio, mentre questi hanno voluto proseguire nel rivolgersi a lui per chiedergli se voleva questo, quell’altro…». La frase della cognata rimane sospesa, rispetto a quella che lei considerava un’invadenza indebita, ma che le suore, testimoni dei due episodi precedenti, non ritenevano certo tale. Non dice dunque se Gramsci acconsentì, come invece oggi conferma il vescovo De Magistris.Nel gennaio scorso, intervistato da Famiglia Cristiana, il cardinale Tarcisio Bertone aveva detto: «La posizione di Gramsci e di tanti esponenti comunisti verso la religione era ben diversa da quella di certi laicisti attuali. C’era più rispetto».

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La conversione di Gramsci e santa Teresina di Lisieux

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2008

La conversione di Gramsci e santa Teresina di Lisieux dans Andrea Tornielli Teresina-di-Lisieux

[...] il vescovo Luigi De Magistris, pro-penitenziere maggiore emerito, intervenendo alla presentazione del primo catalogo internazionale dei santini, ha rivelato i particolari delle ultime ore di vita dell’ideologo del Pci Antonio Gramsci: “Il mio conterraneo, Gramsci, aveva nella sua stanza l’immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l’immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: ‘Perché non me l’avete portato?’ Gli portarono allora l’immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i Sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia. La misericordia di Dio santamente ci ‘perseguita’. Il Signore non si rassegna a perderci”.

di Andrea Tornielli – blog.ilgiornale.it/tornielli

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«Pecore e Pastori»

Posté par atempodiblog le 25 novembre 2008

«Pecore e Pastori». Il nuovo saggio del cardinal Biffi
di Andrea Tornielli

«Pecore e Pastori» dans Andrea Tornielli Pastori-e-pecore

«Una delle cose che mi impressionano di più è che al giorno d’oggi non è più l’eresia, ma è l’ortodossia a fare notizia». Giacomo Biffi, ottant’anni lo scorso giugno, arcivescovo emerito di Bologna, milanese di nascita, porporato che non ha mai avuto paura ad apparire controcorrente, dopo il volume Memorie e digressioni di un italiano cardinale pubblica per le edizioni Cantagalli un nuovo libro intitolato Pecore e Pastori. Riflessioni sul gregge di Cristo (pagg. 256, euro 13,80, in libreria dal 25 novembre). Chi sono le pecore e chi è il pastore? Quali i loro compiti? Parte da queste domande, il cardinale, che in una delle pagine del volume scrive: «Oggi sempre più frequentemente ci si meraviglia quando un papa o un vescovo dice ciò che la Chiesa ha sempre detto (e non può non dire perché appartiene al suo patrimonio inalienabile); come se fosse ormai persuasione pacifica che anche la Chiesa non creda più al suo messaggio di sempre. Talvolta in qualche settore del mondo cattolico si giunge persino a pensare che debba essere la divina Rivelazione ad adattarsi alla mentalità corrente per riuscire “credibile”, e non piuttosto che si debba “convertire” la mentalità corrente alla luce che ci è data dall’alto. Eppure si dovrebbe riflettere sul fatto che “conversione” non “adattamento” è parola evangelica». Del resto, «la prima frase che Gesù pronuncia inaugurando il suo apostolato non è: “Il mondo va bene così come va; adattatevi al mondo e siate credibili alle orecchie di chi non crede”; ma è: “Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”». Il brano del nuovo libro di Biffi che anticipiamo in questa pagina è dedicato al tema dell’omosessualità e più in generale della sessualità. Il rispetto, l’accoglienza e la misericordia per il peccatore non inibiscono il cardinale dal ricordare le parole severe contenute nella Scrittura.

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E adesso anche i “silenzi” di Papa Ratzinger…

Posté par atempodiblog le 20 octobre 2008

E adesso anche i “silenzi” di Papa Ratzinger… dans Andrea Tornielli papavc5

Da ‘Il blog di Andrea Tornielli’ 

Cari amici, come sapete ieri Benedetto XVI è andato in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Pompei. Sul Giornale racconto la cronaca della giornata e ciò che il Papa ha detto. Molti quotidiani oggi titolano non su ciò che Ratzinger ha detto, ma su ciò che non ha detto, vale a dire sul fatto che non ha parlato di camorra. Il Papa, insomma, non può fare un pellegrinaggio, un viaggio, un discorso senza che ci sia “notizia” in grado di sostenere un titolo. E se non c’è, per farlo si punta su ciò che non ha detto. Credo che Benedetto XVI debba avere la libertà di fare un pellegrinaggio mariano senza per questo essere obbligato, nei suoi discorsi, a parlare di tutte le piaghe sociali della terra che lo ospita. Piaghe che, del resto, erano presenti in alcuni accenni della sua omelia, anche se mancava la camorra chiamata per nome. Di questo tema, del resto, Ratzinger aveva parlato esattamente un anno fa, in occasione della sua visita a Napoli. Il 21 ottobre 2007, infatti, aveva parlato del “deprecabile numero dei delitti di camorra, ma anche che la violenza tende purtroppo a farsi mentalità diffusa, insinuandosi nelle pieghe del vivere sociale, nei quartieri storici del centro e nelle periferie nuove e anonime, col rischio di attrarre specialmente la gioventù, che cresce in ambienti in cui prosperano illegalità, sommerso e cultura dell’arrangiarsi”. Non credete che il vescovo di Roma, il successore di Pietro, debba avere il diritto e la libertà di fare un pellegrinaggio e tenere un’omelia parlando di Maria, del rosario, della carità senza preoccuparsi dei titoli dei nostri giornali?

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Concorso di bellezza per suore…

Posté par atempodiblog le 26 août 2008

Dal blog di Andrea Tornielli:

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Vi confesso che la notizia mi ha colpito. Mi chiedo a che punto possa arrivare, seppure in buona fede, la voglia di visibilità, il desiderio di apparire “moderni”, l’intenzione di far conoscere con questi mezzi la buona notizia cristiana. Leggo stamattina sul Corriere che un prete teologo, giornalista e professore di filosofia nelle scuole, padre Antonio Rungi, passionista di Mondragone (provincia di Caserta), ha organizzato il concorso “Sister Italia” e intende raccogliere tramite il suo sito web (sul quale però ancora non trovato traccia dell’iniziativa) le foto delle religiose più belle.  “Ma pensate davvero – ha dichiarato il religioso - che le suore siano tutte anziane, rattrappite e funeree? Oggi non è più così, grazie anche all’iniezione di gioventù e di vitalità portata nel nostro Paese dalle ragazze straniere: ci sono suore dall’Africa e dall’America Latina che sono davvero molto, molto carine. Le brasiliane soprattutto…”. E ha aggiunto: “Mi aspetto che siano almeno un migliaio le sorelle ad inviare le foto, e mi piacerebbe che la prossima edizione non fosse solo virtuale, magari potrebbe essere ospitata proprio durante Miss Italia. Con una passerella per le suore, certamente”. Non sono mai stato un fan di Miss Italia, specie da quando, nel nome del politicamente corretto, la trasmissione si è trasformata in un’interminabile sequenza di interviste con le aspiranti miss che ripetono di volere la pace nel mondo e di credere nei valori della famiglia. In ogni caso, la Tv e il costume hanno i loro riti e le loro liturgie, e Miss Italia è tra queste. Mi chiedo (e vi chiedo): c’era davvero bisogno di “importare” anche questa novità delle suore in passerella (per quanto solo virtuale) al fine di “aprirsi al mondo”?

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La prima chiesa cristiana

Posté par atempodiblog le 10 juin 2008

Scoperta la prima chiesa cristiana
di Andrea Tornielli – Il Giornale

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L’annuncio, piuttosto roboante, è apparso ieri sul quotidiano Jordan Times: a Rihab, in Giordania, in un piccolo villaggio a quaranta chilometri dalla capitale Amman, sarebbe stata trovata la «prima chiesa al mondo». La chiesa più antica tra quelle conosciute, l’archetipo del luogo di culto cristiano. Se fosse vero, si tratterebbe di una scoperta davvero sensazionale.

A rivelare il presunto ritrovamento è stato Abdul Qader Hussan, capo del Rihab Centre of Archeological Studies, che da diversi anni dirige le ricerche nel villaggio di Rihab. Nel corso degli scavi sotto la chiesa di San Giorgio, infatti, è stata ritrovata una grotta che lo studioso giordano si è affrettato a identificare non soltanto come una chiesa, ma addirittura come «la prima chiesa al mondo», datata, a suo dire «fra il 33 e il 70 dopo Cristo». Datazione precoce, se non precocissima, dato che attorno al 33 dopo Cristo è fissata la passione, morte e resurrezione di Gesù e i pochi discepoli che allora lo seguivano non hanno certo per prima cosa realizzato «chiese».
Lo studioso giordano, comunque, non sembra essere sfiorato dal dubbio. Crediamo che questo luogo – ha spiegato Hussan al Jordan Times – abbia protetto il primi cristiani, i settanta discepoli di Gesù Cristo, che hanno lasciato Gerusalemme al momento della persecuzione e si sono rifugiati nel nord della Giordania». Un riferimento ai «Settanta discepoli amati da Dio» si trova in un mosaico della chiesa superiore, che l’archeologo ritiene sia stata costruita nel 230 dopo Cristo.

Abdul Qader Hussan ha aggiunto che gli scavi hanno portato alla luce «porcellane e oggetti di terracotta datati fra il III e il VII secolo». Scendendo di qualche gradino sotto la chiesa di San Giorgio, ha raccontato, «ci si trova davanti a un’area circolare, che crediamo sia un’abside, e diverse sedute di pietra per gli ecclesiastici». Nella sala sotterranea si è trovato un muro che separava la zona dove i primi cristiani vivevano dalla zona dell’altare dedicata al culto. È stato ritrovato anche un tunnel che si ritiene abbia permesso ai cristiani che sarebbero stati qui nascosti di «approvvigionarsi d’acqua».
Secondo l’archimandrita Nektarius, vicario vescovile dell’arcidiocesi greco-ortodossa, la scoperta «rappresenta un’importante pietra miliare per i cristiani di tutto il mondo. L’altra grotta simile si trova a Thessalonica, in Grecia».

Il ministero del Turismo della Giordania, com’era prevedibile, ha già annunciato di voler valorizzare al massimo la scoperta archeologica, promuovendola come attrazione turistica. In Giordania si trovano numerosissimi siti archeologici cristiani di eccezionale valore. Con tutta probabilità è qui – e non nella parte israeliana – che si trova il vero luogo del battesimo di Gesù descritto nel vangelo, identificato con Betania oltre il fiume Giordano. Nel villaggio di Rihab sono state scoperte negli ultimi decenni numerose chiese antiche.

 

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Attacco a Padre Pio

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2007

Nuovo attacco a Padre Pio: « Stimmate false »
di Andrea Tornielli –
Il Giornale 23/10/2007

C’è un ultimo segreto sulle stimmate di Padre Pio da Pietrelcina, il santo del Gargano venerato da milioni di persone in tutto il mondo. Un segreto legato a quattro grammi di acido fenico, che il giovane frate richiese a una farmacista nel 1919. Si tratta di una vecchissima testimonianza, ben conosciuta e analizzata a fondo da quanti hanno lavorato al processo di beatificazione, rimasta però inedita negli archivi del Sant’Uffizio.
Aiuta a chiarire le accuse lanciate nei primi anni Venti contro Padre Pio da padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, il quale, pur senza esaminare le piaghe che si erano da poco prodotte sulle mani e sui piedi del frate stimmatizzato (perché quest’ultimo si rifiutò di mostrargliele in mancanza di un ordine scritto del Vaticano), concluse che le ferite non erano soprannaturali ma frutto di autolesionismo e isteria. Accuse che sono state ampiamente smentite da diverse successive analisi ed esperimenti.
Ma ora sta per uscire un saggio dello storico Sergio Luzzatto che riaprirà la polemica. Il titolo è: L’altro Cristo. Padre Pio e l’Italia del Novecento. L’autore ha consultato le «carte segrete» degli archivi vaticani.
E da lì ha preso la storia dell’acido fenico e della farmacista.
Il documento è stampato in un fascicolo del Sant’Uffizio del marzo 1921. A riprova dei dubbi sollevati da Gemelli, l’allora Suprema Congregazione dottrinale presenta la deposizione giurata della ventottenne Maria De Vito: «Io sono stata un’ammiratrice di P. Pio e l’ho conosciuto di presenza la prima volta il 31 luglio 1919. Dopo essere ritornata sono rimasta a San Giovanni Rotondo un mese. Durante il mese in cui ho avuto occasione di avvicinarlo più volte al giorno, ne ho riportata sempre ottima impressione.
La vigilia della mia partenza per Foggia, il P. Pio mi chiamò in disparte e con tutta segretezza, imponendo il segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli, mi consegnò personalmente una boccettina vuota, richiedendomi che gliela facessi pervenire a mezzo dello « chauffeur » che presta servizio nell’autocarro per trasporto passeggeri da Foggia a San Giovanni Rotondo con dentro quattro grammi di acido fenico puro, spiegandomi che l’acido serviva per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi. Insieme mi venivano richiesti altri oggetti come pastiglie Valda, nasalina, etc. che io mandai».
Il documento del Sant’Uffizio continua informando che dopo circa un mese la giovane ricevette una lettera nella quale «le faceva richiesta di quattro grammi di veratrina. Non avendola trovata nella farmacia di sua proprietà, la richiese da un suo cugino con lettera che sta pure agli atti. Questo, impressionatissimo, la rifiutò», perché sospettava che Padre Pio potesse usarla per procurarsi le lesioni alle mani di cui già si cominciava a parlare.
È noto che queste testimonianze arrivarono in Vaticano perché presentate dall’arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi, nemico giurato di Padre Pio e artefice della «prima persecuzione» contro il frate, del quale diceva: «Si procura le stimmate con l’acido nitrico e poi le profuma con l’acqua di colonia».
Ecco dunque su quali (labili) basi faceva queste affermazioni. Che peso dare, allora, a questa testimonianza? Non esiste alcuna prova che quei quattro grammi di acido fenico – sostanza con proprietà antisettiche, usato solitamente come disinfettante – siano stati adoperati dal futuro santo per provocarsi le ferite.
E dalle migliaia di pagine del processo canonico emerge un’altra verità. Le stimmate di Padre Pio furono esaminate attentamente dal professor Festa, che il 28 ottobre 1919 scrisse una dettagliatissima relazione accertando che esse «non sono il prodotto di un traumatismo di origine esterna, e che neppure sono dovute all’applicazione di sostanze chimiche potentemente irritanti». Anche il dottor Bignami fece un esperimento sulle mani di Padre Pio, sigillando le sue piaghe per due settimane, con tanto di firme di controllo.
Alla riapertura delle bende, sanguinavano come il primo giorno e non si erano né rimarginate né infettate.
La prova dell’inconsistenza dell’accusa sta proprio in questo: se il frate si fosse procurato con l’acido le piaghe, queste si sarebbero chiuse oppure sarebbero andate in suppurazione. Per cinquant’anni, invece, sono rimaste inspiegabilmente aperte e sanguinanti.

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