Il Papa in preghiera tra i fedeli all’altare di san Pio X

Posté par atempodiblog le 24 août 2015

Il Papa in preghiera tra i fedeli all’altare di san Pio X
Francesco ha pregato in ginocchio davanti al corpo del predecessore veneto, ricordato per il suo Catechismo e per l’eucaristia ai bambini. «Sono un suo devoto», ha confidato Bergoglio, che ha fatto spostare il presepe in San Pietro così da non coprire più la tomba del santo. Pio X aveva scritto: «Rinfacciare troppo severamente gli errori, biasimare con troppa foga i vizi, procura spesso più danno che utile». Aveva ridimensionato il ruolo della Segreteria di Stato, voleva tenere vescovi e preti lontani dalla politica.
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

papa francesco

«Sono un devoto di san Pio X…». Con queste parole Francesco ha spiegato a monsignor Lucio Bonora – prelato trevigiano della Segreteria di Stato studioso della figura di Papa Sarto – la sua presenza tra i fedeli presso la cappella in San Pietro dove sono esposte le reliquie del Pontefice veneto. Bergoglio venerdì 21 agosto, giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di san Pio X, dopo aver privatamente celebrato di mattina presto la messa, è sceso in basilica per pregare davanti al corpo del predecessore. Mentre si trovava inginocchiato davanti all’altare, alle 7, ha avuto inizio la messa, celebrata da don Bonora, che giunto nella cappella si è trovato davanti a una cinquantina di fedeli, tra i quali il Papa. Francesco, come riferisce il sito web del settimanale diocesano di Treviso «La vita del popolo», ha deciso di rimanere partecipando alla celebrazione. Si è alzato dal banco per ricevere l’abbraccio di pace e si è messo in fila per ricevere la comunione, proseguendo il momento di adorazione e ringraziamento in ginocchio. «Alla fine il celebrante – scrive « La vita del popolo » – ha invitato i presenti che erano intanto accorsi in gran numero alla cappella, ad affidare a San Pio X tutte le necessità delle proprie famiglie e della Chiesa, e in particolare la persona del suo successore, Papa Francesco». Bergoglio al termine della messa ha confidato a monsignor Bonora di aver pregato in modo particolare per i catechisti. In Argentina san Pio X, il «Papa del catechismo» è il patrono dei catechisti, e da arcivescovo di Buenos Aires, nel giorno della festa di san Pio X, il Papa incontrava i catechisti della diocesi. «Ero venuto per una preghiera mia – ha detto Francesco a Bonora – perché avevo già celebrato la messa presto, ma poi ti ho visto che venivi all’altare a celebrare, e allora mi sono fermato… Te l’avevo detto che sono devoto di san Pio X».

La devozione del Papa per san Pio X è attestata anche da un altro particolare: fin dal primo Natale dopo la sua elezione, nel dicembre 2013, Francesco ha dato disposizioni affinché il presepe interno alla basilica di San Pietro non venisse più approntato nella cappella dedicata a Papa Sarto. Una tradizione che di fatto impediva per mesi – tra preparazione, allestimento e durata dell’esposizione – ai fedeli di pregare davanti al corpo del santo, che rimaneva coperto dalla struttura del presepe. La natività in San Pietro da allora è stata spostata un po’ più in là, nella cappella del Battistero, e ora l’altare di Pio X è sempre accessibile.

Uomo del popolo, Pio X, al secolo Giuseppe Melchiorre Sarto, rifuggiva i formalismi e dopo essere stato nominato canonico di Treviso non indosserà mai la veste orlata di rosso che era privilegio dei monsignori. I suoi vecchi parrocchiani avevano detto di lui: «El xe vegnuo con la veste sbrisa – el xe partio senza la camisa» («è arrivato con la veste rattoppata, è partito senza la camicia»). Nominato vescovo di Mantova e quindi patriarca di Venezia, andava ripetendo: «Io non sono che un povero cardinale di campagna». Generosissimo con i poveri, aveva spedito il suo orologio d’oro al Monte di pietà e aveva rinunciato a comprare la cappamagna cardinalizia, scegliendo di adattare, grazie ai rattoppi delle sorelle, quella vecchia e consumata del predecessore. Arrivò persino ad impegnare l’anello episcopale per ricavarne monete da regalare a chi aveva bisogno.

Eletto Papa nel 1903, al termine di un conclave contrastato, dopo appena due mesi prese a insegnare il catechismo anche da Pontefice, radunando i fedeli romani nel primo pomeriggio della domenica nel cortile della Pigna. Proprio questa sua sensibilità pastorale lo faceva essere decisamente contrario alle prediche lunghe. Scherzando ebbe a dire che un’omelia che oltrepassasse i dieci minuti era un peccato mortale. Volle troncare la consuetudine degli applausi che venivano rivolti al Pontefice mentre percorreva in sedia gestatoria la navata centrale di San Pietro: «Non è giusto applaudire il servo nella casa del padrone».

Pio X aveva scritto: «Rinfacciare troppo severamente gli errori, biasimare con troppa foga i vizi, procura spesso più danno che utile». Appena eletto aveva restituito la preziosa croce pettorale per mantenere quella che portava in precedenza e nei primi mesi del suo pontificato aveva iniziato una profonda riforma della Curia romana. Aveva studiato come ridurre sensibilmente il numero delle diocesi italiane, inaugurato uno stile più sobrio, desiderato che i preti fossero pastori d’anime con uno sguardo particolare agli ultimi. Ha presentato l’eucaristia non come un premio per coloro che sono già perfetti ma un sostegno quotidiano per essere vicini a Dio, stabilendo che fosse donato anche ai bambini. Aveva ridimensionato il ruolo della Segreteria di Stato, voleva tenere vescovi e preti lontani dalla politica.

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Il Papa ai carcerati: «Davanti a voi c’è un uomo perdonato e salvato dai suoi molti peccati»

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2015

Il Papa ai carcerati: «Davanti a voi c’è un uomo perdonato e salvato dai suoi molti peccati»
Francesco ha visitato l’istituto di detenzione di Palmasola, il più pericoloso dell’America Latina. È autogestito e vi entrano liberamente le famiglie dei detenuti ma anche le prostitute, droga e armi
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

Il Papa ai carcerati: «Davanti a voi c'è un uomo perdonato e salvato dai suoi molti peccati» dans Andrea Tornielli 52mmv6

«Davanti a voi c’è un uomo perdonato dai suoi molti peccati…». Papa Francesco entra nel carcere più pericoloso dell’America Latina, nel settore PS 4, dove i detenuti convivono con le loro famiglie. In migliaia l’accolgono, con canti e palloncini bianchi e gialli. Bergoglio ascolta le testimonianze di tre carcerati. Una di loro, Anna Lia Parada, si commuove chiedendo al Papa di «intercedere per noi, per i nostri diritti», dopo aver raccontato la realtà delle centinaia di detenute, molte delle quali incinte, e molte altre malate. «Ammettiamo le nostre colpe per i delitti commessi, ma come donne subiamo l’abuso di potere, imploriamo nel tuo nome giustizia! Che tu sia il nostro intermediario perché si compia in Bolivia un indulto per le donne incinte e per le donne che devono scontare 30 anni e hanno già scontato un terzo della pena».

È considerato uno dei peggiori carceri dell’America Latina ma rappresenta anche un caso unico: qui a Palmasola i detenuti – 5500 detenuti, tra cui 2 italiani – dal 1989 si auto-gestiscono. La prigione si è trasformata in una città: i familiari possono entrare e uscire, ma entrano ed escono anche armi e droga. Francesco conclude il suo viaggio in Bolivia con quest’ultimo appuntamento pubblico, per manifestare la sua vicinanza ai carcerati.

«Non potevo lasciare la Bolivia senza venire a trovarvi, senza condividere la fede e la speranza che nascono dall’amore offerto sulla croce. Grazie per avermi accolto».

«Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre».

«Egli è venuto a mostrarci, a rendere visibile l’amore che Dio ha per noi. Per voi, per me. Un amore attivo, reale. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta».

Francesco ha quindi ricordato l’esperienza di Pietro e Paolo che «sono stati anche prigionieri. Sono stati anche privati della libertà. In quella circostanza, c’è stato qualcosa che li ha sostenuti, qualcosa che non li ha lasciati cadere nella disperazione, nell’oscurità che può scaturire dal non senso. È stata la preghiera. Personale e comunitaria. Loro hanno pregato e per loro pregavano. Due movimenti, due azioni che insieme formano una rete che sostiene la vita e la speranza. Ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare. Una rete che sostiene la vita, la vostra e quella dei vostri familiari».

«Quando Gesù entra nella vita – ha aggiunto il Papa – uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare».

«E se in qualche momento ci sentiamo tristi, male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto. Tutti possiamo affidare a Lui le nostre ferite, i nostri dolori, anche i nostri peccati. Nelle sue piaghe, trovano posto le nostre piaghe. Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate. Egli è morto per voi, per me, per darci la mano e sollevarci. Parlate, con i sacerdoti che vengono, parlate… Gesù vuole risollevarci sempre».

Una certezza che «ci spinge a lavorare per la nostra dignità. La reclusione non è lo stesso di esclusione, perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società. Sono molti gli elementi che giocano contro di voi in questo posto – lo so bene -: il sovraffollamento, la lentezza della giustizia, la mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, la violenza… E ciò rende necessaria una rapida ed efficace alleanza fra le istituzioni per trovare risposte. Tuttavia, mentre si lotta per questo, non possiamo dare tutto per perso. Ci sono cose che possiamo già fare ora».

Francesco ha detto che qui a Palmasola, nel Centro di Riabilitazione, «la convivenza dipende in parte da voi. La sofferenza e la privazione possono rendere il nostro cuore egoista e dar luogo a conflitti, ma abbiamo anche la capacità di trasformarle in occasione di autentica fraternità. Aiutatevi tra di voi. Parlate tra di voi. Non abbiate paura di aiutarvi fra di voi. Il diavolo cerca la rivalità, la divisione, le fazioni. Lottate per andare avanti».

«Mi piacerebbe chiedervi – ha detto Bergoglio – di portare i miei saluti ai vostri familiari. È tanto importante la loro presenza e il loro aiuto! I nonni, il padre, la madre, i fratelli, la moglie, i figli. Ci ricordano che vale la pena vivere e lottare per un mondo migliore».

Il Papa ha concluso con «una parola di incoraggiamento a tutti coloro che lavorano in questo Centro: ai dirigenti, agli agenti della Polizia penitenziaria, a tutto il personale. Fate un servizio pubblico fondamentale. Avete un compito importante in questo processo di reinserimento. Il compito di rialzare e non di abbassare; di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere. Un processo che chiede di abbandonare una logica di buoni e cattivi per passare a una logica centrata sull’aiutare la persona. Creerà condizioni migliori per tutti. Poiché un processo vissuto così ci nobilita, ci incoraggia e ci rialza tutti. Per favore, vi chiedo di continuare a pregare per me, perché ho anch’io i miei errori e devo fare penitenza. Grazie».

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Quelle parole del Papa sull’ansia di novità di chi segue i veggenti

Posté par atempodiblog le 13 juin 2015

Quelle parole del Papa sull’ansia di novità di chi segue i veggenti
Francesco è tornato a mettere in guardia chi riduce la propria fede alla curiosità per i messaggi e le rivelazioni private. Sabato 6 giugno aveva annunciato l’ormai prossima decisione su Medjugorje. Il caso Conchiglia e le pseudo-rivelazioni fatte arrivare a Benedetto XVI
di Andrea Tornielli – Vatican Insider
Tratto da: Una casa sulla Roccia

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Il Papa mette in guardia chi va alla ricerca dei veggenti per conoscere «la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio», cioè quanti fanno della propria vita un rincorrersi di messaggi, rivelazioni private, segreti, previsioni sul futuro.

Nell’omelia di Santa Marta [...] Francesco ha parlato di «quelli che sempre hanno bisogno di novità dell’identità cristiana» e hanno «dimenticato che sono stati scelti, unti» che «hanno la garanzia dello Spirito» e cercano: «“Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio?” Per esempio, no? E vivono di questo. Questa non è identità cristiana. L’ultima parola di Dio si chiama “Gesù” e niente di più».

Queste parole arrivano tre giorni dopo l’annuncio di una decisione in arrivo sul caso Medjugorje, citata da Bergoglio sul volo di ritorno da Sarajevo. Molti hanno messo in relazione le due cose, interpretando l’omelia quasi come l’anticipazione di un giudizio negativo sul fenomeno iniziato in Erzegovina nel 1981 e non ancora concluso.

Non è però la prima volta che Francesco si esprime in questi termini. Già il 13 novembre 2013, predicando a Santa Marta, aveva criticato la curiosità che spinge a far dire: «Il Signore è qua, è là, è là! Ma io conosco un veggente, una veggente che riceve lettere della Madonna, messaggi della Madonna». Il Papa aggiungeva: «La Madonna è Madre! E ama tutti noi. Ma non è un capo ufficio della posta, per inviare messaggi tutti i giorni». Anche allora le sue parole erano state messa in relazione con Medjugorje, pur potendosi riferire anche ad altri fenomeni di questo genere e soprattutto all’atteggiamento di chi trasforma la fede in un’insana curiosità.

L’evento delle apparizioni di Medjugorje, all’inizio ha riguardato un gruppo di ragazzi, ed è proseguito sotto forma di apparizioni private che continuano ancora oggi, ad orari determinati e quotidianamente. La Santa Sede non vuole che i veggenti partecipino a manifestazioni pubbliche nelle quali si dà per certa l’autenticità delle apparizioni, addirittura citandone l’orario nei manifesti pubblicitari.

Dei sei veggenti iniziali, tre assicurano di vedere ancora la Madonna alla stessa ora del pomeriggio e in qualunque luogo essi si trovino; una di loro ha un’apparizione ogni giorno 2 del mese, mentre gli ultimi due hanno un’apparizione all’anno.

È difficile immaginare che con le sue parole il Papa abbia voluto anticipare la decisione su Medjugorje. Dopo l’esaustivo ed equilibrato lavoro svolto da una commissione di esperti e teologi, voluta da Benedetto XVI e guidata dal cardinale Camillo Ruini, il dossier è passato nelle mani della Congregazione per la dottrina della fede, che ne discuterà nei prossimi giorni. Poi l’esito sarà sottoposto a Francesco.

Quando la relazione Ruini venne consegnata al Papa nel gennaio 2014, si era appreso che la commissione si era pronunciata favorevolmente sulle prime apparizioni dell’estate 1981, ma aveva espresso dubbi sulle seguenti, non ancora concluse, pur non avendo riscontrato prove di raggiri o truffe. Anche per Fatima la Chiesa ha approvato le apparizioni del 1917 e non quelle successive, con annesse rivelazioni, che suor Lucia dos Santos ha continuato ad avere.

Tutt’altro problema, distinto dal pronunciamento sulla soprannaturalità dell’evento, è quello riguardante la cura dei milioni di pellegrini che ogni anno vanno a pregare a Medjugorje, nella chiesa parrocchiale che secondo molti potrebbe diventare un santuario sotto diretta tutela della Santa Sede. E la cura pastorale dei fedeli è tra gli aspetti che più stanno a cuore a Papa Francesco, che in Argentina, da arcivescovo, ha sempre valorizzato la devozione popolare.

«Conchiglia», apparizioni «oggettivamente eretiche e contro la dottrina della Chiesa»
Non va inoltre dimenticato quanto variegato sia il mondo delle rivelazioni private, dei sedicenti veggenti e degli pseudo-veggenti, fenomeni che la rete web ha amplificato. Ecco un esempio accaduto qualche giorno fa: lo scorso 9 maggio, nel corso di un incontro durato pochi minuti, al termine del rosario nei giardini vaticani, è stato consegnato al Papa emerito Benedetto XVI un libro di notevoli dimensioni, con la copertina rosso scuro e un sigillo a forma di conchiglia. Né il Papa emerito né il suo segretario particolare, l’arcivescovo Georg Gänswein, sapevano di che cosa si trattasse. Non conoscevano i contenuti del volume né i due emissari che rappresentavano la «veggente» Franca Miscio, meglio conosciuta come «Conchiglia», fondatrice di un movimento internazionale che si richiama a Guadalupe e a Juan Diego.

I «messaggi» ricevuti della sedicente veggente sono reperibili facilmente sul web. «Conchiglia» si presenta come una profetessa del nostro tempo e riempie pagine e pagine di testi che assicura di ricevere direttamente da Dio, da Gesù e dalla Madonna. Tra le «rivelazioni» più curiose, c’è una fede incrollabile nell’esistenza degli alieni e nel fatto che «i DNA alieni» si sarebbero mescolati «a quelli terrestri», con la conseguenza che ora ci sono «esseri alieni» che governano il mondo.

Il Vaticano viene descritto nelle «profezie» come la sentina di tutti i mali: «Il Vaticano è il centro di potere mondiale che intende fare di tutte le false religioni una unica religione mondiale… È covo dei sette vizi capitali e di altre nefandezze». Conchiglia, inoltre, divinizza la figura di Maria.

La sedicente veggente ha scritto molto sulla rinuncia di Benedetto XVI. Sostiene che le dimissioni sono state provocate dalla massoneria internazionale, e che Ratzinger sarebbe ancora il vero e legittimo Papa, mentre Francesco, definito «l’uomo iniquo che siede sul trono di Pietro», sarebbe un «impostore», un antipapa, un rappresentante dell’Anticristo. Contenuti che si commentano da soli.

A mettere in guardia pubblicamente dai «messaggi» di Conchiglia sono stati in tempi recenti il vescovo di Jesi, Gerardo Rocconi, che l’ha conosciuta personalmente, e il vescovo di Senigallia, Giuseppe Orlandoni, che ha più volte definito come «oggettivamente eretiche e contro la dottrina della Chiesa» le parole trasmesse dalla «veggente».

Il movimento di Conchiglia esibisce ora con grande evidenza sul suo sito le immagini dell’incontro con il Papa emerito, presentandolo quasi come un sigillo sui messaggi contenuti nel libro. Ma il vescovo Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare di Benedetto XVI così racconta a Vatican Insider come si sono svolti i fatti.

«Come tante altre persone – riferisce Gänswein rispondendo per iscritto alle nostre domande - anche un certo signor Mimmo Rocco, che si è presentato come brigadiere capo dei Carabinieri, aveva chiesto, tempo fa, di incontrare il Papa emerito Benedetto. Gli è stato concesso un breve incontro dopo il rosario. Erano in due, lui e un’altra persona. Non conoscevamo né l’uno né l’altro. Durante l’incontro hanno consegnato un libro a Benedetto XVI, come si evince dalla sequenza di foto pubblicata sul sito. Non eravamo al corrente del contenuto. L’incontro è durato pochi minuti».

«Quando sono arrivato a casa – continua monsignor Gänswein – ho guardato il libro e poi lo ha visto anche Benedetto XVI. Siamo rimasti stupiti e anche scioccati perché ci siamo subito accorti che il libro conteneva delle “rivelazioni private”. Sono bastati pochi minuti per capire che si trattava di una cosa a dir poco strana e incredibile. Il Papa emerito mi ha incaricato di mandare subito il libro alla Congregazione per la dottrina della fede, per competenza».

«Non abbiamo dato nessuna importanza all’incontro – conclude monsignor Georg -  Ci sono tanti che si dicono “veggenti” in giro… Non sapevamo che il libro contenesse quelle affermazioni. È chiaro che non c’è alcun tipo di appoggio rispetto alla “veggente” e al contenuto del libro. Se Benedetto XVI avesse saputo che gli veniva consegnata una tale raccolta di “messaggi” non avrebbe accettato l’incontro».

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Le eresie di Conchiglia e il libro consegnato a Benedetto XVI con pseudo-messaggi contro Papa Francesco

Posté par atempodiblog le 25 mai 2015

Le eresie di Conchiglia e il libro consegnato a Benedetto XVI con pseudo-messaggi contro Papa Francesco
È stato dato nelle mani di Ratzinger il volume con le visioni della «veggente» Conchiglia, che divinizza la Madonna, considera Papa Bergoglio «vicario dell’Anticristo», definisce il Vaticano un covo di vizi capitali e assicura che siamo governati dagli alieni. Monsignor Gänswein: «Non c’è alcun tipo di appoggio rispetto alla “veggente” e al contenuto del libro. Se Benedetto XVI avesse saputo di che cosa si trattava non avrebbe accettato l’incontro».
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

Le eresie di Conchiglia e il libro consegnato a Benedetto XVI con pseudo-messaggi contro Papa Francesco dans Andrea Tornielli 1zwdqbn

Lo scorso 9 maggio, nel corso di un incontro durato pochi minuti, al termine del rosario nei giardini vaticani, è stato consegnato al Papa emerito Benedetto XVI un libro di notevoli dimensioni, con la copertina rosso scuro e un sigillo a forma di conchiglia: la stessa conchiglia che compare nello stemma episcopale e papale di Ratzinger. Né il Papa emerito né il suo segretario particolare, l’arcivescovo Georg Gänswein, sapevano di che cosa si trattasse. Non conoscevano i contenuti del volume né i due emissari che rappresentavano la «veggente» Franca Miscio, meglio conosciuta come «Conchiglia», fondatrice di un movimento internazionale che si richiama a Guadalupe e a Juan Diego.

I «messaggi» ricevuti della sedicente veggente sono reperibili facilmente sul web. «Conchiglia» si presenta come una profetessa del nostro tempo e riempie pagine e pagine di testi che assicura di ricevere direttamente da Dio, da Gesù e dalla Madonna. Tra le «rivelazioni» più curiose, c’è una fede incrollabile nell’esistenza degli alieni e nel fatto che «i DNA alieni» si sarebbero mescolati «a quelli terrestri», con la conseguenza che ora ci sono «esseri alieni» che governano il mondo.

Il Vaticano viene descritto nelle «profezie» come la sentina di tutti i mali: «Il Vaticano è il centro di potere mondiale che intende fare di tutte le false religioni una unica religione mondiale… È covo dei sette vizi capitali e di altre nefandezze». Conchiglia, inoltre, divinizza la figura di Maria, che viene messa alla pari delle altre persone della Trinità e inserita nel segno di croce che è diventato: «Nel nome del Padre, della Madre, del Figlio e dello Spirito Santo!».

La sedicente veggente ha scritto molto sulla rinuncia di Benedetto XVI. Sostiene che le dimissioni sono state provocate dalla massoneria internazionale, e che Ratzinger sarebbe ancora il vero e legittimo Papa, mentre Francesco, definito «l’uomo iniquo che siede sul trono di Pietro», sarebbe un «impostore», un antipapa, un rappresentante dell’Anticristo. Contenuti che si commentano da soli, ma che sembrano aver trovato sponde giornalistiche ed essere stati usati – senza diretti riferimenti alla «veggente» – come base per le pubblicazioni di chi non riesce a trattenere l’odio verso l’attuale successore di Pietro.

A mettere in guardia pubblicamente dai «messaggi» di Conchiglia sono stati in tempi recenti il vescovo di Jesi, Gerardo Rocconi, che l’ha conosciuta personalmente, e il vescovo di Senigallia, Giuseppe Orlandoni, che ha più volte definito come «oggettivamente eretiche e contro la dottrina della Chiesa» le parole trasmesse dalla «veggente».

Il movimento di Conchiglia esibisce ora con grande evidenza sul suo sito le immagini dell’incontro con il Papa emerito, presentandolo quasi come un sigillo sui messaggi contenuti nel libro. Com’è nato l’incontro nei giardini vaticani? Benedetto XVI e il suo segretario particolare sapevano con chi stavano entrando in contatto e come hanno reagito quando se ne sono resi conto? Vatican Insider ha interpellato su questo l’arcivescovo Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare di Benedetto XVI.

«Come tante altre persone – riferisce Gänswein – anche un certo signor Mimmo Rocco, che si è presentato come brigadiere capo dei Carabinieri, aveva chiesto, tempo fa, di incontrare il Papa emerito Benedetto. Gli è stato concesso un breve incontro dopo il rosario. Erano in due, lui e un’altra persona. Non conoscevamo né l’uno né l’altro. Durante l’incontro hanno consegnato un libro a Benedetto XVI, come si evince dalla sequenza di foto pubblicata sul sito. Non eravamo al corrente del contenuto. L’incontro è durato pochi minuti».

«Quando sono arrivato a casa – continua monsignor Gänswein – ho guardato il libro e poi lo ha visto anche Benedetto XVI. Siamo rimasti stupiti e anche scioccati perché ci siamo subito accorti che il libro conteneva delle “rivelazioni private”. Sono bastati pochi minuti per capire che si trattava di una cosa a dir poco strana e incredibile. Il Papa emerito mi ha incaricato di mandare subito il libro alla Congregazione per la dottrina della fede, per competenza».

«Non abbiamo dato nessuna importanza all’incontro – conclude monsignor Georg -  Ci sono tanti che si dicono “veggenti” in giro… Non sapevamo che il libro contenesse quelle affermazioni. È chiaro che non c’è alcun tipo di appoggio rispetto alla “veggente” e al contenuto del libro. Se Benedetto XVI avesse saputo che gli veniva consegnata una tale raccolta di “messaggi” non avrebbe accettato l’incontro».

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Giubileo, la Bolla: «Misericordia, l’amore “viscerale” di Dio»

Posté par atempodiblog le 11 avril 2015

Giubileo, la Bolla: «Misericordia, l’amore “viscerale” di Dio»
Il documento di indizione: sarà aperta una «porta santa» in ogni diocesi. L’appello per la conversione dei criminali e dei corrotti. La confessione da riscoprire: saranno inviati preti «missionari della misericordia» con la facoltà di perdonare anche i peccati riservati alla Santa Sede

di Andrea Tornielli – Vatican Insider

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La misericordia di Dio «non è un’idea astratta, ma una realtà concreta» con cui «rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”». La misericordia è «l’architrave» che sorregge la Chiesa: va riscoperta e vissuta, perché «non è l’osservanza della legge che salva, ma la fede in Gesù Cristo». Lo scrive Francesco nella bolla di indizione del Giubileo straordinario, intitolata «Misericordiae vultus», consegnata questo pomeriggio ai rappresentanti delle Chiese dei cinque continenti durante i primi vespri della Domenica della Misericordia. Il documento contiene appelli ai criminali e ai corrotti perché si convertano e annuncia la novità di un Anno Santo che avrà per motto «Misericordiosi come il Padre» e sarà diffuso in ogni Chiesa: tutte le diocesi del mondo apriranno una porta santa, una «porta della misericordia» per i pellegrini. «Ho indetto un Giubileo straordinario della Misericordia – scrive Papa Bergoglio – come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti». Francesco ricorda che l’8 dicembre, festa dell’Immacolata, aprirà la Porta Santa, che «sarà in questa occasione una Porta della Misericordia, dove chiunque entrerà potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che perdona e dona speranza».

Una Porta Santa in ogni diocesi
La domenica successiva, scrive il Papa, si aprirà la Porta Santa nella basilica di San Giovanni in Laterano e quindi nelle altre Basiliche Papali. «Nella stessa domenica stabilisco che in ogni Chiesa particolare, nella cattedrale che è la Chiesa madre per tutti i fedeli, oppure nella concattedrale o in una chiesa di speciale significato, si apra per tutto l’Anno Santo una uguale Porta della Misericordia». A scelta del vescovo, «essa potrà essere aperta anche nei santuari, mete di tanti pellegrini, che in questi luoghi sacri spesso sono toccati nel cuore dalla grazia e trovano la via della conversione». Ogni Chiesa locale quindi, sarà direttamente coinvolta: «Il Giubileo, pertanto, sarà celebrato a Roma così come nelle Chiese particolari quale segno visibile della comunione di tutta la Chiesa».

Le parole sul Concilio
Francesco ricorda quindi che l’Anno Santo inizierà nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. «La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia». I padri conciliari «avevano percepito forte» l’esigenza «di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo».

L’amore «viscerale» di Dio
Il Giubileo si chiuderà il giorno di Cristo Re, il 20 novembre 2016. «Come desidero – scrive il Papa – che gli anni a venire siano intrisi di misericordia per andare incontro a ogni persona portando la bontà e la tenerezza di Dio!». La misericordia di Dio «non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono». Francesco ricorda quindi quanto Gesù abbia compiuto gesti e segni «soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia». E la misericordia, secondo quanto insegnato da Gesù, «diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere».

L’«architrave» (dimenticato) della Chiesa
«L’architrave che sorregge la vita della Chiesa – aggiunge Francesco – è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole». Forse «per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia. La tentazione, da una parte, di pretendere sempre e solo la giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo, necessario e indispensabile, ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più significativa. Dall’altra parte, è triste dover vedere come l’esperienza del perdono nella nostra cultura si faccia sempre più diradata». È il tempo «del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli».

Misericordia e credibilità
«È determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio – spiega Papa Bergoglio – che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre». Nelle parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, «dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia».

Non giudicare e non condannare
Dopo aver ricordato che il pellegrinaggio è «un segno peculiare nell’Anno Santo, perché è icona del cammino che ogni persona compie nella sua esistenza», Francesco ricorda come Gesù insegni a «non giudicare e a non condannare. Se non si vuole incorrere nel giudizio di Dio, nessuno può diventare giudice del proprio fratello». Quanto «male fanno le parole – aggiunge – quando sono mosse da sentimenti di gelosia e invidia!». Non giudicare e non condannare significa, in positivo, «saper cogliere ciò che di buono c’è in ogni persona e non permettere che abbia a soffrire per il nostro giudizio parziale e la nostra presunzione di sapere tutto».

Aprirsi ai poveri e ai sofferenti
Il Papa chiede di «aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi». Durante il Giubileo «ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite» e a «curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta». Non bisogna cadere «nell’indifferenza che umilia», e «nel cinismo che distrugge» ma guardare «le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto».

Riscoprire le opere di misericordia
Francesco invita quindi a riscoprire le opere di misericordia corporale e spirituale, «per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo». «Riscopriamo le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. E non dimentichiamo le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Non possiamo sfuggire alle parole del Signore: e in base a esse saremo giudicati».

La confessione al centro
Il Papa chiede che venga posto «di nuovo al centro con convinzione il sacramento della riconciliazione, perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia». E insiste perché «i confessori siano un vero segno della misericordia del Padre», invitandoli a non essere «padroni» del sacramento, ma fedeli servitori del perdono di Dio. «Ogni confessore dovrà accogliere i fedeli come il padre nella parabola del figlio prodigo: un padre che corre incontro al figlio sebbene avesse dissipato i suoi beni. I confessori sono chiamati a stringere a sé quel figlio pentito che ritorna a casa e a esprimere la gioia per averlo ritrovato».

Inoltre, «non porranno domande impertinenti, ma come il padre della parabola interromperanno il discorso preparato dal figlio prodigo, perché sapranno cogliere nel cuore di ogni penitente l’invocazione di aiuto e la richiesta di perdono».

I «Missionari della misericordia»
Francesco annuncia per la prossima Quaresima l’intenzione di inviare i «Missionari della Misericordia», sacerdoti «a cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica, perché sia resa evidente l’ampiezza del loro mandato». Il Papa chiede ai vescovi «di invitare e di accogliere questi Missionari, perché siano anzitutto predicatori convincenti della misericordia. Si organizzino nelle Diocesi delle “missioni al popolo”, in modo che questi Missionari siano annunciatori della gioia del perdono».

Criminali e corrotti: «Cambiate vita!»
Nella bolla di indizione del Giubileo trovano spazio due appelli. «Il mio invito alla conversione si rivolge con ancora più insistenza verso quelle persone che si trovano lontane dalla grazia di Dio per la loro condotta di vita. Penso in modo particolare agli uomini e alle donne che appartengono a un gruppo criminale, qualunque esso sia. Per il vostro bene, vi chiedo di cambiare vita». Francesco li invita a non cadere «nella terribile trappola di pensare che la vita dipende dal denaro e che di fronte a esso tutto il resto diventa privo di valore e di dignità. È solo un’illusione. Non portiamo il denaro con noi nell’al di là. Il denaro non ci dà la vera felicità. La violenza usata per ammassare soldi che grondano sangue non rende potenti né immortali. Per tutti, presto o tardi, viene il giudizio di Dio a cui nessuno potrà sfuggire». Un altro appello è per le persone fautrici o complici di corruzione. «Questa piaga putrefatta della società è un grave peccato che grida verso il cielo, perché mina fin dalle fondamenta la vita personale e sociale». La corruzione «con la sua prepotenza e avidità distrugge i progetti dei deboli e schiaccia i più poveri. È un male che si annida nei gesti quotidiani per estendersi poi negli scandali pubblici… È un’opera delle tenebre, sostenuta dal sospetto e dall’intrigo». Dio, aggiunge Francesco, «non si stanca di tendere la mano. È sempre disposto ad ascoltare, e anch’io lo sono, come i miei fratelli vescovi e sacerdoti. È sufficiente solo accogliere l’invito alla conversione e sottoporsi alla giustizia, mentre la Chiesa offre la misericordia».

Non cadere nel legalismo
«Misericordia e giustizia non sono due aspetti in contrasto tra di loro, ma due dimensioni di un’unica realtà», afferma Bergoglio, invitando a non cadere «nel legalismo» che oscura «il valore profondo che la giustizia possiede». «Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza». Ecco perché «a causa di questa sua visione così liberatrice e fonte di rinnovamento», il Nazareno è stato «rifiutato dai farisei e dai dottori della legge. Questi per essere fedeli alla legge ponevano solo pesi sulle spalle delle persone, vanificando però la misericordia del Padre». La giustizia «da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo a essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono». Anche se ciò non significa «svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono».

Le indulgenze
In un passaggio della Bolla, Francesco, ripropone la dottrina delle indulgenze. «Nonostante il perdono, nella nostra vita portiamo le contraddizioni che sono la conseguenza dei nostri peccati. Nel sacramento della riconciliazione Dio perdona i peccati, che sono davvero cancellati; eppure, l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri rimane. La misericordia di Dio però è più forte anche di questo. Essa diventa indulgenza del Padre che attraverso la Sposa di Cristo raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato».

Con ebrei e musulmani
Infine, la Bolla giubilare parla della valenza della misericordia per le religioni ebraica e musulmana, che «la considerano uno degli attributi più qualificanti di Dio». Israele «per primo ha ricevuto questa rivelazione, che permane nella storia come inizio di una ricchezza incommensurabile da offrire all’intera umanità». L’Islam, da parte sua, «tra i nomi attribuiti al Creatore pone quello di Misericordioso e Clemente. Questa invocazione è spesso sulle labbra dei fedeli musulmani», anch’essi «credono che nessuno può limitare la misericordia divina». L’Anno Santo, è l’augurio conclusivo di Francesco, «possa favorire l’incontro con queste religioni e con le altre nobili tradizioni religiose; ci renda più aperti al dialogo per meglio conoscerci e comprenderci; elimini ogni forma di chiusura e di disprezzo ed espella ogni forma di violenza e di discriminazione».

Qui 2e2mot5 dans Diego Manetti il testo integrale della Bolla  «Misericordiae vultus»

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«Un’aberrazione uccidere in nome di Dio. Ma le religioni non vanno insultate»

Posté par atempodiblog le 15 janvier 2015

«Un’aberrazione uccidere in nome di Dio. Ma le religioni non vanno insultate»
Gli attentati di Parigi, la libertà religiosa e la libertà di espressione, la responsabilità: sul volo dallo Sri Lanka alle Filippine Papa Francesco spiega: «Non si può reagire violentemente, ma se uno dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno. Benedetto XVI aveva parlato di questa mentalità positivista che considera le religioni come sottoculture».
di Andrea Tornielli inviato sul volo Colombo-Manila - Vatican Insider

Papa Francesco parla sull'aereo

Gli attentati di Parigi, la libertà di espressione, la responsabilità: sul volo dallo Sri Lanka alle Filippine Papa Francesco ha risposto alla domanda di un giornalista francese sul dibattito che si è innescato dopo il crudele massacro dei vignettisti di Charlie Hebdo. Papa Bergoglio ha spiegato che «non si può reagire violentemente», anzi, che è «un’aberrazione uccidere in nome di Dio», ma per quanto riguarda la libertà di espressione «c’è un limite», lasciando intendere, con l’esempio dell’offesa alla mamma, che toccando ciò che le persone hanno di più caro a volte possono scattare reazioni inconsulte.

In Sri Lanka ha ricordato che la libertà religiosa è un diritto umano fondamentale, nel rispetto delle diverse religioni. Ma fino a che punto si può arrivare con la libertà di espressione, che è anche un diritto umano fondamentale?
«Grazie della domanda, intelligente! Credo che tutti e due siano diritti umani fondamentali, la libertà religiosa e la libertà di espressione. Parliamo chiaro, andiamo a Parigi! Non si può nascondere una verità: ognuno ha il diritto di praticare la propria religione senza offendere, liberamente e così vogliamo fare tutti. Secondo: non si può offendere o fare la guerra, uccidere in nome della propria religione, in nome di Dio. A noi ciò che succede adesso ci stupisce, ma pensiamo alla nostra storia, quante guerre di religione abbiamo avuto! Pensiamo alla notte di San Bartolomeo! (Il riferimento è alla strage degli ugonotti, uccisi dai cattolici, ndr). Come si capisce, anche noi siamo stati peccatori su questo, ma non si può uccidere in nome di Dio, questa è una aberrazione. Si deve fare con libertà senza offendere.

Sulla libertà di espressione: ognuno ha non solo la libertà e il diritto ma anche l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune. Se un deputato non dice quella che pensa sia la vera strada da percorrere, non collabora al bene comune. Avere dunque questa libertà, ma senza offendere, perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli spetta un pugno. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri. Papa Benedetto in un discorso (la lectio di Ratisbona, nel 2006, ndr) aveva parlato di questa mentalità post-positivista, della metafisica post-positivista, che portava a credere che le religioni o le espressioni religiose sono un sorta di sottoculture, tollerate, ma sono poca cosa, non fanno parte della cultura illuminista. E questa è un’eredità dell’illuminismo. Tanta gente che sparla, prende in giro, si prende gioco della religione degli altri. Questi provocano e può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro mia mamma. C’è un limite, ogni religione ha dignità, ogni religione che rispetti la vita umana, la persona umana, io non posso prenderla in giro. Ho preso questo esempio del limite per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti, come (nell’esempio) della mia mamma».

 Nel mondo c’è molta preoccupazione per la sua incolumità. Secondo alcuni servizi segreti il Vaticano sarebbe nel mirino dei terroristi islamici. C’è timore anche per i suoi viaggi all’estero. Sappiamo che non vuole rinunciare al contatto diretto con la gente ma ora cambierà i suoi comportamenti? È preoccupato per la sicurezza dei fedeli che partecipano alle sue celebrazioni? Cosa fare per rispondere alle minacce? E, più in generale, come rispondere alle minacce terroristiche?
«Sempre il miglior modo per rispondere (alle minacce, ndr) è la mitezza, essere mite, umile, come il pane, senza fare aggressioni. A me preoccupano i fedeli, davvero, e su questo ho parlato con la sicurezza vaticana: qui sul volo c’è il dottor Giani (il capo della Gendarmeria vaticana, ndr), incaricato di questo, lui è aggiornato. Questo a me preoccupa abbastanza. Ma lei sa che io ho un difetto, una bella dose di incoscienza. Alcune volte mi sono chiesto: ma se accadesse a me? Ho soltanto chiesto al Signore la grazia che non mi faccia male perché non sono coraggioso davanti al dolore, sono molto timoroso».

Abbiamo assistito in queste ultime settimane ad attentati suicidi che hanno utilizzato dei bambini. Cosa pensa di questo modo di fare la guerra?
«Forse è una mancanza di rispetto, ma mi viene da dire che dietro ogni attentato suicida c’è un elemento di squilibrio umano, non so se mentale, ma umano. Qualcosa che non va nella persona, quella persona ha uno squilibrio nella sua vita. Dà la vita ma non la dà bene. C’è tanta gente che lavora, come per esempio i missionari: danno la vita, ma per costruire. Il kamikaze invece dà la vita per distruggere. C’è qualcosa che non va. Io ho seguito la tesi di licenza di un pilota dell’Alitalia che l’ha fatta sui kamikaze giapponesi. Correggevo la parte metodologica, ma non si capisce fino in fondo il fenomeno, che non è soltanto dell’Oriente, ed è collegata ai sistemi totalitari, dittatoriali, che uccidono la vita o la possibilità di futuro. Ma, ripeto, non è un fenomeno solo orientale. Per quanto riguarda l’uso dei bambini per gli attentati (il riferimento è alle ragazze kamikaze in Nigeria e al video choc del bambino che uccide una vittima dell’Is, ndr): sono usati dappertutto per tante cose, sfruttati nel lavoro, come schiavi, sfruttati sessualmente. Alcuni anni fa con alcuni membri del senato in Argentina abbiamo voluto fare una campagna negli alberghi più importanti per dire che lì non si sfruttano i bambini per i turisti, ma non ci siamo riusciti… A volte quando ero in Germania, mi sono caduti sotto gli occhi articoli che parlavano delle zone del turismo erotico nel Sud Est asiatico e anche lì si trattava di bambini. I bambini sono sfruttati anche per questo, per gli attentati kamikaze. Di più non oso dire».

Ha idea di come coinvolgere gli altri leader religiosi per combattere l’estremismo? C’è chi propone, per esempio, un altro incontro ad Assisi, come fece Giovanni Paolo II.
«C’è stata la proposta di fare un nuovo incontro ad Assisi con le religioni contro la violenza, so che alcuni stanno lavorando su questo. Ho parlato con il cardinale Tauran e so che questo suscita inquietudine nelle altre religioni».

La sua visita al tempio buddista a Colombo è stata una grande sorpresa. Fino al XX secolo i cristiani dicevano che il buddismo era una truffa e che era la religione del diavolo. Quale sarà il futuro dei rapporti con questa religione?
«Il monaco che guida questo tempio è riuscito a farsi invitare dal governo all’aeroporto, è anche molto amico del cardinale Ranjith e quando mi ha salutato mi ha chiesto di visitare il tempio. Ho parlato col cardinale, non c’era tempo. Quando sono arrivato ho dovuto sospendere l’incontro con i vescovi, perché non stavo bene, ero stanco, dopo i 29 chilometri ero uno straccio. Ieri, dopo essere tornato da Madhu, c’era la possibilità. Ho telefonato e sono andato. Là ci sono le reliquie di due discepoli di Budda, erano in Inghilterra e i monaci sono riusciti a farsele ridare. Lui è venuto all’aeroporto, io sono andato a trovarlo a casa sua. Poi, ieri io ho visto una cosa che mai avrei pensato a Madhu: non c’erano solo cattolici, c’erano buddisti, islamici, induisti e tutti vanno lì a pregare e dicono che ricevono grazie. C’è nel popolo, che mai sbaglia, qualcosa che li unisce e se loro sono così tanto naturalmente uniti da andare insieme a pregare in un tempio che è cristiano ma non solo cristiano… Come potevo io non andare al tempio buddista? Quello che è successo a Madhu è molto importante, c’è il senso di interreligiosità che si vive nello Sri Lanka. Ci sono dei gruppetti fondamentalisti, ma non sono col popolo, sono elìtes teologiche… Una volta si diceva che i buddisti andavano all’inferno? Ma anche i protestanti, quando io ero bambino, andavano all’inferno, così ci insegnavano. E ricordo la prima esperienza che ho avuto di ecumenismo: avevo 4 o 5 anni e andavo per strada con mia nonna, che mi teneva per mano, e sull’altro marciapiede arrivavano due donne dell’Esercito della salvezza, con quel cappello che oggi non portano più e con quel fiocco. Io chiesi: dimmi nonna, quelle sono suore? E lei mi ha risposto: no, sono protestanti, ma sono buone! È stata la prima volta che io ho sentito parlare bene di persone appartenenti alle altre confessioni. La Chiesa è cresciuta tanto nel rispetto delle altre religioni, il Concilio Vaticano II ha parlato del rispetto per i loro valori. Ci sono stati tempi oscuri nella storia della Chiesa, dobbiamo dirlo senza vergogna, perché anche noi siamo in un cammino, questa interreligiosità è una grazia».

In questo viaggio vediamo la bellezza e la vulnerabilità della natura nell’isola di Sri Lanka, e nelle Filippine colpite dal disatro naturale del tifone Yolanda. Da un anno studia l’enciclica sull’ambiente. Tre domande. Il cambiamento climatico è dovuto più all’opera dell’uomo, per mancata cura, o alla forza della natura? La sua enciclica quando uscirà? Intende invitare le altre religioni ad affrontare insieme questo tema della tutela dell’ambiente?
«Non so se del tutto, ma in grande parte è l’uomo che dà schiaffi alla natura ad avere una responsabilità nei cambi climatici. Ci siamo un po’ impadroniti della natura, della madre terra. Un vecchio contadino mi ha detto: Dio perdona sempre, gli uomini qualche volta, la natura mai. L’abbiamo sfruttata troppo. Ricordo che ad Aparacida (alla riunione degli episcopati latinoamericani del 2007, ndr) quando sentivo i vescovi del Brasile parlare di deforestazione dell’Amazzonia, non capivo molto. Poi cinque anni fa con una commissione per i diritti umani, ho fatto un ricorso per fermare nel nord dell’Argentina una deforestazione terribile. Poi c’è la monocultura: i contadini sanno che dopo tre anni coltivando il grano, devi cambiare coltivazione per un anno per rigenerare la terra. Oggi si fa la monocultura della soia fino a che la terra si esaurisce. L’uomo è andato troppo oltre. Grazie a Dio oggi ci sono tanti che parlano di questo, e io vorrei ricordare il mio amato fratello Bartolomeo (il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, ndr) che ha scritto tanto su questo tema e io l’ho letto molto per preparare l’enciclica. Il teologo Romano Guardini parlava di una seconda “incultura”, che accade quando tu ti impadronisci del creato, e così la cultura diventa incultura. La prima bozza della nuova enciclica l’ha preparata il cardinale Turkson con la sua equìpe. Poi ci ho lavorato io e ora ho preparato la terza bozza e questa l’ho inviata alla Congregazione per la dottrina della fede, alla Segreteria di Stato e al teologo della Casa pontificia, perché studiassero che io non dicessi stupidaggini. Adesso mi prenderò tutta una settimana di marzo per finirla. Quindi andrà in traduzione. Penso che se il lavoro va bene, a giugno-luglio potrà uscire. L’importante è che ci sia un po’ di tempo tra l’uscita e il prossimo incontro sul clima di Parigi. L’ultima conferenza del Perù mi ha deluso, speriamo che a Parigi siano un po’ più coraggiosi. Credo che il dialogo con le religioni sia importante anche su questo punto e che ci sia un accordo su un sentire comune. Ho parlato con alcuni esponenti delle altre religioni sul tema e almeno due teologi l’hanno fatto: non sarà comunque una dichiarazione in comune, gli incontri con le religioni arriveranno dopo».

Quale messaggio manda ai filippini che non potranno partecipare direttamente al suo incontro?
«Rischio di semplificare troppo, ma il centro, il nocciolo del messaggio saranno i poveri. I poveri che vogliono andare avanti, i poveri che hanno sofferto il tifone Yolanda e che ancora soffrono le sue conseguenze, i poveri che hanno la fede, la speranza. Il popolo di Dio, i poveri, i poveri sfruttati da quelli che determinano tante ingiustizie sociali, spirituali, esistenziali. L’altro giorno a casa nostra, a Santa Marta, gli etiopi hanno festeggiato e hanno invitato una cinquantina di dipendenti. Io sono stato con loro e guardando i filippini che hanno lasciato la loro patria, papà, mamma e figli per venire qui a lavorare… I poveri. Questo sarà il nocciolo». 

Ha chiesto verità e riconciliazione per lo Sri Lanka dopo il conflitto. Appoggerà la commissione per la verità in Sri Lanka e in altri paesi dilaniati dai conflitti interni?
«Non conosco bene come siano le commissioni per la verità in Sri Lanka. Ho conosciuto come era quella dell’Argentina, e l’ho appoggiata perché era su una buona strada. Concretamente non posso dire di più. Ma posso dire che appoggio tutti gli sforzi equilibrati per aiutare a mettersi d’accordo. Ho sentito dire una cosa dal presidente dello Sri Lanka: non vorrei che il mio fosse interpretato come commento politico. Mi ha detto che vuole andare avanti nel lavoro per la pace, la riconciliazione, poi ha continuato con un’altra parola. Ha detto: si deve creare l’armonia nel popolo, che è più della pace e della riconciliazione, l’armonia è anche musicale… Poi ha aggiunto che questa armonia ci darà la felicità e la gioia. Io sono rimasto stupito e ho detto: mi piace sentire questo, ma non è facile! E lui: eh sì, dovremo arrivare al cuore del popolo. Questo mi fa pensare per rispondere: soltanto arrivando al cuore del popolo che sa cosa siano le ingiustizie, le sofferenze inflitte dalle dittature. Soltanto arrivando lì possiamo trovare strade giuste senza compromessi. Le commissioni di indagine sulla verità sono uno degli elementi che possono aiutare, ma ci sono altri elementi per arrivare alla pace, alla riconciliazione, all’armonia, al cuore del popolo. Ho preso a prestito le parole del presidente dello Sri Lanka».

Qual è il significato di questa canonizzazione di Giuseppe Vaz, che ha celebrato in Sri Lanka?
«Queste canonizzazioni sono state fatte con la metodologia che si chiama equipollente: quando da tanto tempo un uomo o una donna sono beati e si ha la venerazione del popolo di Dio e di fatto vengono venerati come santi, non si fa il processo sul miracolo. L’ho fatto per Angela da Foligno, e poi ho scelto di canonizzare persone che sono state grandi evangelizzatori e grandi evangelizzatrici. Il primo è stato Pietro Favre, evangelizzatore dell’Europa, che è morto per strada, evangelizzando. Poi ci sono stati gli evangelizzatori del Canada, fondatori della Chiesa in quel paese. Poi il santo brasiliano fondatore di San Paolo e ora José Vaz, evangelizzatore dell’antica Ceylon. A settembre negli Stati Uniti farò la canonizzazione di Junipero Serra. Sono figure che hanno fatto una forte evangelizzazione e sono in sintonia con la spiritualità dell’Evangelii gaudium». 

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Le docce per i clochard sotto il colonnato di San Pietro

Posté par atempodiblog le 14 novembre 2014

Le docce per i clochard sotto il colonnato di San Pietro
L’iniziativa dell’elemosiniere del Papa, Konrad Krajewski, per i senzatetto
di Andrea Tornielli – La Stampa

Le docce per i clochard sotto il colonnato di San Pietro dans Amicizia 15e9s8m
Le tre docce saranno costruite all’interno dei bagni riservati ai pellegrini, che si trovano sotto il colonnato della basilica di San Pietro: i clochard potranno lavarsi e cambiare la propria biancheria sotto le finestre del palazzo apostolico

«Padre, non posso venire con te al ristorante, perché puzzo…». Franco è un clochard di origini sarde con la barba ispida e grigia, e la pelle rovinata dal sole. È stato lui, nei primi giorni d’ottobre, a spiegare al vescovo che lo invitava a cena per festeggiare il compleanno, quale sia la necessità maggiore per i senza tetto di Roma: «Qui nessuno muore di fame, un panino si rimedia ogni giorno. Ma non ci sono posti dove andare in bagno e dove lavarsi».

Quel vescovo è Konrad Krajewski, l’elemosiniere di Papa Francesco.

Il messaggio viene immediatamente recepito: lunedì 17 novembre inizieranno i lavori per realizzare tre docce all’interno dei bagni per i pellegrini che si trovano sotto il colonnato di San Pietro. Saranno dedicate ai senza tetto che bazzicano nei dintorni della basilica. Potranno lavarsi e cambiare la loro biancheria sotto le finestre del palazzo apostolico. E su invito dell’elemosiniere del Papa, già una decina di parrocchie romane nei quartieri più frequentati dai clochard hanno realizzato delle docce da mettere a loro disposizione.

Monsignor Krajewski, per tutti «don Corrado», da anni porta viveri e aiuti a chi vive accampato per la strada. Papa Francesco l’ha scelto proprio per questo, nominandolo vescovo e affidandogli l’Elemosineria: ha il compito di essere il suo «pronto intervento», di portare piccoli aiuti economici a chi è in difficoltà.

Così il prelato polacco racconta quell’incontro degli inizi di ottobre, che gli ha aperto gli occhi. «Ero appena uscito dalla chiesa di Santo Spirito, dove vado a confessare. In via della Conciliazione ho incontrato Franco, un senza tetto. Mi ha detto che proprio quel giorno compiva cinquant’anni e che da dieci vive per strada». Il vescovo lo invita a cena, al ristorante. Si sente rispondere: «Ma io puzzo…». «L’ho portato lo stesso con me. Siamo andati a mangiare cinese. Mentre eravamo a tavola, mi ha spiegato che a Roma qualcosa da mangiare si trova sempre. Quello che manca sono i posti dove lavarsi».

Nella capitale ci sono le mense Caritas, c’è la mensa della Comunità di Sant’Egidio, ma ci sono anche tante iniziative delle parrocchie. Chi vive per la strada sa dove andare. Esistono anche luoghi dov’è possibile fare una doccia.

La Comunità di Sant’Egidio, in prima linea nell’aiuto a chi vive per la strada, ha pubblicato un vademecum aggiornato intitolato «Dove mangiare, dormire, lavarsi». «C’è sempre tantissima gente – ha spiegato Franco – e poi c’è poco tempo a disposizione. Per questo preferisco mettere da parte dei soldi e andare a prenotare di tanto in tanto una cabina doccia alla stazione Termini».

L’elemosiniere del Papa, che fino a quel momento aveva sempre considerato quello dei pasti come la necessità primaria dei senza tetto, non perde tempo. È abituato ad agire subito, senza fare grandi progetti, senza organizzare raccolte fondi che richiedono mesi. «Nel Vangelo Gesù usa sempre la parola “oggi”… Ed è oggi che dobbiamo rispondere al bisogno». Così decide di visitare una decina di parrocchie romane, nel cui territorio stazionano molti clochard. Entra nei locali parrocchiali. Se non ci sono già, chiede che vengano realizzate delle docce, pagate con la carità del Papa. Non si tratta di progetti dispendiosi, non devono diventare grandi centri di aggregazione. Piuttosto un servizio capillare, destinato alle persone del quartiere, in una città dove i bagni pubblici sono chiusi e i senza tetto non possono entrare nei bar per andare la toilette.

«Non è semplice – spiega monsignor Krajewski – perché è più facile preparare dei panini che gestire un servizio di docce. Servono dei volontari, servono gli asciugamani, serve la biancheria». Ai parroci don Corrado dice: «Paga il Santo Padre!». E la Provvidenza non manca di farsi sentire. Andrea Bocelli, con la sua fondazione, stacca un assegno consistente. Un senatore del Nord fa intervenire un’impresa che regala i lavori per realizzare le docce nelle parrocchie che ne sono sprovviste.

Anche il Vaticano fa la sua parte. Già da tempo il Governatorato stava progettando di ristrutturare i bagni per i pellegrini che si trovano sotto il colonnato, a poche decine di metri dal Portone di Bronzo, sulla destra guardando la basilica. Le esigenze manifestate da Franco, il clochard cinquantenne con dieci anni di vita di strada e tanti compagni morti di freddo, fanno studiare in tutta fretta una significativa variante al progetto, con la benedizione di Francesco. Tre docce per i senza tetto sotto l’imponente colonnato del Bernini, uno dei luoghi più belli e più visitati del mondo.

«La basilica esiste perché custodisce il Corpo di Cristo – fa osservare Krajewski al cronista che gli chiede se qualche turista potrebbe storcere il naso – e nei poveri noi serviamo il corpo sofferente di Gesù. Da sempre, nella storia di Roma, attorno alle basiliche si radunavano i poveri».

Nelle docce all’ombra del Cupolone, come in quelle nelle varie parrocchie della capitale, non ci saranno insegne esterne. Il servizio è pensato a dedicato per coloro che già vivono nella zona, per decongestionare i grandi centri di assistenza. L’elemosiniere del Papa sta cercando di coinvolgere gli allievi di una scuola per parrucchieri, così da poter offrire di tanto in tanto, oltre alla doccia, anche il taglio dei capelli. Potersi lavare e tenersi ordinati renderà i clochard – anzi i «pellegrini senza tetto», come li chiama don Corrado – meno vulnerabili alle malattie che si trasmettono con la sporcizia. A cominciare da Franco, che quel pomeriggio di un giorno assolato d’ottobre si vergognava di essere invitato a cenare al ristorante.

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Anche Bergoglio fu vittima di mobbing

Posté par atempodiblog le 3 octobre 2014

Anche Bergoglio fu vittima di mobbing
Una biografia pubblicata in Argentina svela: esiliato dai suoi superiori gesuiti

Andrea Tornielli – Vatican Insider

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Dal 1990 al 1992, per due anni, prima di essere scelto come vescovo ausiliare di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio venne «esiliato» dai suoi superiori gesuiti a Cordoba: risiedeva in una stanza di dodici metri quadrati e la sua unica attività era quella di confessore. Una biografia, pubblicata in questi giorni in Argentina, raccoglie nuove testimonianze anche su questo episodio della vita del futuro Papa e parla di una «campagna di discredito» nei suoi confronti. Gli autori, drammatizzando un po’, l’hanno definita «la notte oscura»  di Bergoglio.

Per scrivere «Aquel Francisco» («Quel Francesco», Editorial Raíz de Dos), i giornalisti Javier Cámara e Sebastián Pfaffen hanno potuto dialogare con il Papa. Gli hanno inviato domande, hanno ricevuto risposte. Quando hanno paragonato l’esilio di Cordoba con «la notte oscura», prendendo a prestito l’espressione della grande mistica spagnola usata per definire i momenti di buio spirituale, Francesco ha minimizzato: «“Notte oscura” non la userei per me, non esageriamo. La notte oscura è per i santi. Io sono uno qualsiasi. Quello a Cordoba è stato un tempo di purificazione interiore».

Bergoglio, il 31 luglio 1973, a soli 36 anni, era stato eletto provinciale dei gesuiti dell’Argentina. «Il mio governo come gesuita all’inizio aveva molti difetti – ha detto il Papa un anno fa nell’intervista con il direttore della Civiltà Cattolica – Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato a essere accusato di essere ultraconservatore». Quell’esilio a Cordoba arriva alcuni anni dopo che Bergoglio aveva lasciato l’incarico ai vertici della provincia. Padre Jorge lascia l’insegnamento e la sua unica missione diventa quella di confessore e direttore spirituale per i fedeli che frequentano la chiesa dei gesuiti nella città a 700 chilometri da Buenos Aires.

Nel libro si afferma che il futuro Papa viene inviato lì «come “punizione”» da parte dei nuovi vertici della Compagnia. Il provinciale dell’epoca, padre Víctor Zorzín, era stato il numero due, cioè il viceprovinciale, durante gli anni in cui Bergoglio governava i gesuiti argentini. E, affermano gli autori, «non era d’accordo con diverse decisioni prese dal padre Jorge, sia in questioni pastorali sia in questioni di governo». Secondo le testimonianze raccolte dai due giornalisti, durante gli anni del provinciale Zorzín (1986-1991) e all’inizio del mandato del suo successore Ignacio García-Mata, sarebbe stata costruita una «campagna di discredito che superava anche i confini della provincia Argentina».

Padre Angel Rossi, figlio spirituale di Bergoglio, ha raccontato un esempio di questa campagna di discredito: voci nate «da fonti gesuitiche», secondo le quali quell’uomo, che era stato «provinciale della Compagnia così giovane, così brillante, era finito a Cordoba perché malato, pazzo. Durante i funerali di mia mamma, un laico molto vicino a noi venne da me indicando Bergoglio che stava pregando accanto alla bara: “Peccato che quest’uomo sia pazzo!”. Allora l’ho guardato e gli ho detto: “Se quest’uomo è pazzo, allora che ne sarà di me?”».

All’origine di quel biennio a Cordoba non c’era tanto la nomea di «ultraconservatore» che circolava negli ambienti più radicalizzati della Compagnia ma anche il fatto che diversi novizi e giovani gesuiti erano rimasti legati a Bergoglio e continuavano a fare riferimento a lui.

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Péguy, i chierici e i padri di famiglia

Posté par atempodiblog le 6 septembre 2014

Péguy, i chierici e i padri di famiglia
di Andrea Tornielli – Sacri Palazzi

Péguy, i chierici e i padri di famiglia dans Andrea Tornielli ncbds0
Charles Péguy (Orléans, 7 gennaio 1873 – Villeroy, 5 settembre 1914)

[...] ricorrono cent’anni dalla morte di Charles Péguy, avvenuta durante la battaglia della Marna. Vi invito a leggere questo articolo di Gianni Valente, pubblicato poco fa su Vatican Insider, del quale ripropongo qui qualche stralcio.

Proprio ieri Papa Francesco, nell’omelia mattutina di Santa Marta (l’appuntamento quotidiano che conforta tutti coloro che guardano al Papa lasciandosi sorprendere dal suo sguardo di fede, ignorato invece, come la maggior parte del suo magistero, da quanti vivono come cecchini pronti per coglierlo in fallo e tirargli le loro pallottole di carta) ha parlato dei peccati come il “luogo privilegiato” per l’incontro con Gesù.

Dall’articolo che vi invito a leggere, emerge una interessante sintonia tra l’approccio di Francesco e quello di Peguy. Scriveva quest’ultimo: «le peggiori miserie, le peggiori grettezze, le turpitudini e i crimini, anche il peccato, spesso sono falle nell’armatura dell’uomo, falle della corazza, da dove la grazia può penetrare nella durezza dell’uomo». Mentre «sulla corazza inorganica dell’abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata». Così – notava Péguy più di un secolo fa «la gente perbene, quelli che amano sentirsi chiamare così, non hanno falle nell’armatura, non sono feriti». Non hanno «quell’ingresso per la grazia che è essenzialmente il peccato». In loro, anche la morale intesa come capacità di coerenza autosufficiente diventa come «uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia». Perché «Neanche la carità di Dio medica chi non ha piaghe». E «Colui che non è mai caduto non sarà mai rialzato; e colui che non è sporco non sarà mai asciugato».

A motivo della sua condizione Péguy sperimentò sulla sua pelle che i battezzati laici, i padri e le madri di famiglia presi dalla fatica di ogni giorno – quelli costantemente chiamati in causa nelle omelie e nei discorsi di Papa Bergoglio, anche come membri ordinari della «classe media della santità» – vivono nel mondo un’avventura senza pari. Stretti da condizionamenti e vincoli che rendono comunque più difficile snaturare anche l’esperienza cristiana in spiritualismo auto-compiaciuto. Secondo Péguy «c’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia». Al suo confronto gli altri, «i peggiori avventurieri, non sono nulla». Perché tutti gli altri, rispetto a lui, «non corrono assolutamente alcun pericolo». Gli altri «soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado». Invece solo il padre e la madre di famiglia soffrono per gli altri. «Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra». Tutti gli altri, compresi i chierici, possono sempre «scantonare», fare manovre diversive, perché con sé «non hanno bagagli». Mentre i padri – e le madri – di famiglia, «coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono come capi responsabili e appesantiti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi». (Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale).

Péguy era sposato civilmente con una donna atea, che non dava il consenso al battesimo dei figli. Per questa sua condizione matrimoniale, Péguy non poteva accostarsi ai sacramenti. Visse quindi tutta la vita come sulla soglia della Chiesa, il «punto sorgivo – come scrisse Hans Urs von Balthasar riferendosi a lui – dove il pagano diventa cristiano». In questa condizione segnata dalla precarietà del «principiante», dal cristianesimo generico «da peccatore che frequenta la messa domenicale in parrocchia», sempre ricondotto alla apparente fragilità del primo germogliare della speranza cristiana, Péguy dovette sopportare negli ultimi anni di vita anche l’assillo di alcuni amici (preti e intellettuali del mondo cattolico ufficiale, compreso Jacques Maritain e sua moglie Raissa) che lo accusavano di lassismo morale per le sue esitazioni a regolarizzare il suo ménage familiare, riportandolo entro i confini della regolarità canonica. Lo deridevano come uno che si illude «che la salvezza sia facile» e non accetta «il giogo intellettuale della fede, senza il quale non vi è vera fede» (Maritain). Alcuni gli suggerivano anche di abbandonare la moglie, se lei non avesse ceduto e non fosse scesa a patti.

Nelle intemperanze di quello che Péguy chiamava il «Partito dei devoti» si coglie la stessa impronta genetica delle prassi neo-clericali e da «dogana pastorale» tante volte stigmatizzate da Papa Francesco nella sua predicazione. Quelle pòse da «controllori» della fede altrui che mettono in soggezione il popolo di Dio e aumentano il senso di repulsione in tutti gli altri.

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Nuovo studio: le braccia «disarticolate» dell’Uomo della Sindone

Posté par atempodiblog le 19 mai 2014

Quattro docenti universitari firmano un articolo sulla rivista «Injury»: il crocifisso avvolto nel telo ha riportato una lussazione dell’omero e la paralisi di un braccio, subendo un violento trauma al collo e al torace. Tracce di una doppia inchiodatura dei polsi
di Andrea Tornielli – Vatican Insider
Tratto da: Ascolta tua Madre

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L’Uomo della Sindone, «ha subito una lussazione sottoglenoidea dell’omero e un abbassamento della spalla ed ha la mano piatta e un enoftalmo, condizioni che non sono state descritte finora, nonostante i numerosi studi sul soggetto. Queste lesioni indicano che l’Uomo ha sofferto un violento trauma al collo, al torace e alla spalla da dietro, causando danno neuromuscolare e lesioni all’intero plesso brachiale».

È la conclusione alla quale sono arrivati quattro docenti universitari che si sono concentrati sull’immagine sindonica, osservando anche che «l’incrocio delle mani sul pube, e non sopra il pube come avviene normalmente, sono in relazione alla trazione che le braccia hanno subito durante l’inchiodatura sul patibolo». Lo studio – una parte del quale è già stato pubblicato, mentre un’altra parte sta per esserlo – è firmato da Matteo Bevilacqua (già Direttore della S.C. di Fisiopatologia Respiratoria, Ospedale-Università di Padova); Giulio Fanti (Associato al Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Università di Padova); Michele D’Arienzo, (Direttore della Clinica Ortopedica, Università di Palermo) e Raffaele De Caro (Direttore dell’Istituto di Anatomia Normale, Università di Padova), e viene ospitato da «Injury» – International Journal of the Care of the Injured – prestigiosa rivista internazionale di ortopedia.

La prima scoperta di questi studiosi è che l’Uomo sindonico ha subito la lussazione della spalla e la paralisi del braccio destro. La persona la cui impronta è rimasta sul telo di lino sarebbe dunque caduta sotto il peso della croce, o meglio del «patibolum», la sua trave orizzontale. L’Uomo sindonico, spiegano, «è caduto in avanti battendo violentemente con il corpo a terra. La trave gli lacerò i nervi alla base del collo e gli provocò la lussazione della spalla (l’omero è risultato 3,5 cm sotto l’articolazione) cosicché il braccio rimase paralizzato e penzoloni. In queste condizioni era impossibile continuare a portare il patibolo». E qui non si può non citare la circostanza riportata nel vangelo: i soldati costrinsero Simone di Cirene a sostituire il condannato. Non dunque un gesto compassionevole, ma una necessità. «Si spiega pure – affermano gli studiosi – perché l’Uomo della Sindone presenta una spalla destra più bassa di 15° rispetto alla sinistra e perché ha l’occhio destro un po’ retratto, per la paralisi dell’intero plesso brachiale».

La seconda scoperta descritta nell’articolo per «Injury» riguarda la doppia inchiodatura alle mani subita dall’Uomo sindonico. «Finora non si riusciva a spiegare l’assenza d’impronta dei pollici con una inchiodatura eseguita lontano dal nervo mediano e dal tendine flessore lungo del pollice. L’analisi attenta delle macchie di sangue sul polso della mano sinistra e le prove sperimentali fatte su arti di cadavere, di persone che avevano fatto testamento biologico a favore dell’Istituto di Anatomia, hanno permesso di chiarire il mistero: l’Uomo della Sindone è stato inchiodato due volte. Molto probabilmente è stato inchiodato due volte anche al polso destro che sulla Sindone non si vede, coperto dalla mano sinistra».

A che cosa è dovuta questa doppia inchiodatura? «Una motivazione convincente può essere perché non si riusciva a inchiodare le mani nei fori già preformati sul patibolo, fori che venivano praticati per evitare che i chiodi si torcessero battendoli su legno duro come il noce». Dopo aver inchiodato il primo polso e non essere riusciti a inchiodare il secondo nel foro preparato, i carnefici dell’Uomo sindonico li avrebbero dunque schiodati entrambi. E li avrebbero quindi inchiodati «più in basso, a livello della terza piega superficiale del polso, fra prima e seconda fila delle ossa del carpo dal lato ulnare della mano».

La terza scoperta presentata dall’equipe di studiosi riguarda il piede destro dell’Uomo della Sindone che «è stato inchiodato due volte. L’analisi dell’impronta della pianta del piede destro fa riconoscere che esso ha subito due inchiodature: una fra il secondo e il terzo metatarso e un’altra, che non era stata notata chiaramente da altri studiosi, anche a livello del tallone».

Per gli studiosi l’Uomo della Sindone «ha certamente sofferto di una gravissima e diffusa causalgia (dolore con calore intenso, spesso con shock, ai minimi movimenti degli arti) dovuta: alla paralisi totale del braccio destro (causalgia paradossa); all’inchiodatura del braccio sinistro per danno al nervo mediano; all’inchiodatura dei piedi per danno ai nervi tibiali». L’inchiodatura ha compromesso la respirazione in due modi: «I polmoni, con le braccia sollevate di circa 15°, e quindi con gabbia toracica più espansa erano in difficoltà a espirare e questo riduceva la capacità ventilatoria. Inoltre, ogni profonda inspirazione, per parlare o per prendere fiato, ottenuta facendo leva sugli arti inferiori, gli procurava dolori fortissimi, lancinanti».

Gli autori dei due articoli su «Injury» ritengono che le chiazze di siero separate da quelle di sangue provenienti dal torace e riscontrabili sul telo sindonico, dovute presumibilmente al colpo di lancia sferrato post-mortem, siano dovute a un sanguinamento polmonare iniziato prima ancora della crocifissione, dopo la violenta caduta con il patibolo sulle spalle. Gli studiosi non concordano con quanto finora ipotizzato circa il fatto che il sangue fuoriuscito dal costato «sia stato causato da ferita con la lancia del pericardio, perché il sacco pericardico in caso di rottura di cuore può contenere una modesta quantità di sangue, da 50 a 300 ml, che si sarebbero depositati sul diaframma senza essere drenati all’esterno».

Infine, gli autori dell’articolo avanzano delle ipotesi sulla causa immediata di morte dell’Uomo sindonico. «La limitazione respiratoria, più la presenza dell’emotorace che comprimeva il polmone destro non sono sufficienti a causare una morte per asfissia che è caratterizzata da insufficienza respiratoria caratterizzata in fase terminale da perdita di coscienza e coma». Secondo gli studiosi, la caduta con il patibolo sulle spalle, può avere causato «non solo una contusione polmonare ma anche una contusione cardiaca che insieme alle gravissime condizioni cliniche e psichiche può essere sfociato in un infarto cardiaco e nella rottura di cuore».

Secondo Bevilacqua, Fanti, D’Arienzo e De Caro, questi risultati rappresentano un ulteriore indizio della totale sovrapponibilità dell’immagine sindonica con i più minimi dettagli del racconto evangelico.

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Dialogo e Vangelo

Posté par atempodiblog le 10 mai 2014

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Cari amici, due giorni fa il Papa, nell’omelia della messa di Santa Marta, commentando il brano degli Atti degli Apostoli nel quale si descrive l’incontro di Filippo con l’eunuco etiope, ha parlato della docilità al progetto di Dio da parte di chi evangelizza. E ha accennato anche al dialogo.

«Non si può evangelizzare senza il dialogo Non si può, perché tu devi partire proprio da dove è la persona che deve essere evangelizzata. E quanto importante è questo. “Ma, padre, si perde tanto tempo, perché ognuno ha la sua storia, viene con questo, le sue idee…”. E perde il tempo. Più tempo ha perso Dio nella creazione del mondo e l’ha fatta bene. Il dialogo: perdere il tempo con l’altra persona, perché quella persona è quella che Dio vuole che tu evangelizzi, che tu gli dia la notizia di Gesù è più importante. Ma come è, non come deve essere: come è adesso».

Dialogo è parola usata e abusata. Per qualcuno equivale al mettere da parte ciò che si è, la propria identità, o meglio la propria fede, in nome di un minimo comun denominatore o del quieto vivere. Da qualcun altro, sul fronte opposto, è considerata quasi una parolaccia, simbolo di una Chiesa che scende a compromessi con il mondo annacquando la sua dottrina. Francesco ricorda, invece, quanto il dialogo sia imprescindibile per l’evangelizzazione. Sia coloro che hanno ridotto la fede cristiana a dottrina, sistema di idee e pacchetto di regole morali; sia coloro che l’hanno ridotta a galateo di buone maniere, ad elenco di regole del politicamente corretto; sembrano dimenticare che l’annuncio della Buona Novella – notizia che ha drammaticamente a che fare con la pienezza di vita nell’al di qua ma anche con le «cose ultime», con il destino a cui tutti siamo chiamati – è sempre relazione, rapporto tra persone.

Il dialogo dunque è l’entrare in rapporto con l’altro a partire da ciò che l’altro è, vive, crede, pensa, spera. È la possibilità di entrare in rapporto, di lasciarsi ferire, di lasciarsi mettere in discussione. Non per far venir meno o per nascondere la nostra fede – che è sempre dono gratuitamente ricevuto, mai un possesso – ma per poter trasmettere un frammento di quella bellezza, di quell’amore incondizionato, di quell’abbraccio di cui sono stati destinatari coloro che incontravano Gesù per le vie della Galilea e della Giudea duemila anni fa. Non si può evangelizzare senza dialogo perché attraverso un dialogo, che intercetta e attraversa la condizione in cui si è e si vive, la fede si trasmette.

Fra qualche mese ricorrono i cinquant’anni della prima enciclica programmatica di Paolo VI, l’«Ecclesiam Suam». Papa Montini, che con ogni probabilità sarà beatificato entro la fine dell’anno, scrive: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». All’inizio della Costituzione conciliare «Gaudium et spes» si legge: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». Dialogo significa dunque condivisione, prossimità, lasciarsi ferire dalle le paure, dai dubbi di non crede o di chi non crede più. Per poter così, attraverso questa condivisione, annunciare la bellezza del vangelo, evitando al tempo stesso il rischio sempre presente di crederci «possessori» di una fede ridotta a sistema di pensiero, ridotta a pacchetto di regole e divieti, ridotta a ideologia.

Come osservata nel 2001 l’allora cardinale Joseph Ratzinger: «Durante tutto il corso della nostra vita la fede rimane un cammino, e perciò è sempre minacciata e in pericolo. Ed è anche salutare che si sottragga in questo modo al rischio di trasformarsi in ideologia manipolabile. Al rischio di indurirci e di renderci incapaci di condividere riflessione e sofferenza con il fratello che dubita e si interroga».

di Andrea Tornielli – Sacri Palazzi

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Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni

Posté par atempodiblog le 26 février 2014

Benedetto XVI risponde con una lettera ad Andrea Tornielli: il nostro vaticanista gli aveva inviato alcune domande a proposito di presunte pressioni e complotti che avrebbero provocato le dimissioni
Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni
«Non c’è il minimo dubbio – scrive Ratzinger nella missiva – circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione».
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

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«Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino» e le «speculazioni» in proposito sono «semplicemente assurde». Joseph Ratzinger non è stato costretto a dimettersi, non l’ha fatto a seguito di pressioni o complotti: la sua rinuncia è valida e oggi nella Chiesa non esiste alcuna «diarchia», nessun doppio governo. C’è un Papa regnante nel pieno delle sue funzioni, Francesco, e un emerito che ha come «unico e ultimo scopo» delle sue giornate quello di pregare per il suo successore.

Dal monastero «Mater Ecclesiae» dentro le mura vaticane, il Papa emerito Benedetto XVI ha preso carta e penna per stroncare le interpretazioni sul suo storico gesto di un anno fa, rilanciate da diversi media e sul web in occasione del primo anniversario della rinuncia. Lo ha fatto rispondendo personalmente a una lettera con alcune domande che gli avevamo inviato nei giorni scorsi, dopo aver letto alcuni commenti sulla stampa italiana e internazionale riguardanti le sue dimissioni. In modo sintetico ma precisissimo, Ratzinger ha risposto, smentendo i presunti retroscena segreti della rinuncia e invitando a non caricare di significati impropri alcune scelte da lui compiute, come quella di mantenere l’abito bianco anche dopo aver lasciato il ministero di vescovo di Roma.

Come si ricorderà, con un clamoroso e inatteso annuncio, l’11 febbraio 2013 Benedetto XVI comunicava ai cardinali riuniti in concistoro la sua libera decisione di dimettersi «ingravescente aetate», per motivi di età: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Annunciava anche che la sede apostolica sarebbe stata vacante a partire dalla sera del 28 febbraio: i cardinali si sarebbero riuniti per procedere con l’elezione del successore. Nei giorni successivi, Ratzinger faceva sapere che avrebbe mantenuto il nome di Benedetto XVI (che compare anche in calce alla fine della lettera), che si sarebbe definito d’ora in avanti «Papa emerito» (come risulta anche dall’intestazione a stampa della stessa lettera) e avrebbe continuato a indossare l’abito bianco, anche se semplificato rispetto a quello del Pontefice, vale a dire senza la mantelletta (chiamata «pellegrina») e senza la fascia.

Nel corso dell’ultima udienza del mercoledì, il 27 febbraio 2013, in una piazza San Pietro inondata di sole e gremita di fedeli, Benedetto XVI aveva detto: «In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

E aveva aggiunto che il suo ritirarsi, «nascosto al mondo», non significava «ritornare nel privato». «La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero – aveva detto – non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di San Pietro». Proprio queste parole circa il suo voler restare «nel recinto di San Pietro» hanno fatto ipotizzare ad alcuni che la rinuncia non sia stata davvero libera e dunque valida, quasi che Ratzinger si fosse voluto ritagliare un ruolo di «Papa ombra», cioè quanto di più lontano dalla sua sensibilità si possa immaginare.

Dopo l’elezione di Francesco, le novità del suo papato, la scossa che sta portando alla Chiesa con la sua parola e la sua testimonianza personale, era fisiologico che alcuni – com’è sempre peraltro accaduto in occasione di un cambio di pontificato – lo contrapponessero al predecessore. Una contrapposizione che lo stesso Benedetto XVI ha sempre rifiutato. Nelle ultime settimane, con l’avvicinarsi del primo anniversario della rinuncia, c’è chi è andato oltre, ipotizzando persino l’invalidità delle dimissioni di Benedetto e dunque un suo ruolo ancora attivo e istituzionale accanto al Papa regnante.

Lo scorso 16 febbraio, chi scrive ha inviato al Papa emerito un messaggio con alcune specifiche domande in merito a queste interpretazioni. Due giorni dopo è arrivata la risposta. «Non c’è il minimo dubbio – scrive Ratzinger nella missiva – circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde». Del resto, che la possibilità di dimettersi fosse tenuta in considerazione da molto tempo era ben noto alle persone più vicine a Ratzinger, e da lui stesso confermata nel libro intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald («Luce del mondo», 2010): «Se un Papa si rende conto con chiarezza che non è più capace, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo, di dimettersi».

È stato inevitabile, un anno fa, dopo l’annuncio – mai un Papa in duemila anni di storia della Chiesa aveva rinunciato per anzianità – collegare questo clamoroso gesto al clima mefitico di Vatileaks, dei complotti nella Curia romana. Tutto il pontificato di Benedetto XVI è stato una via Crucis, e in particolare gli ultimi anni: prima a motivo dello scandalo della pedofilia, da lui coraggiosamente affrontato senza incolpare le lobby o i «nemici esterni» della Chiesa, ma piuttosto la «persecuzione», il male che viene dal di dentro della Chiesa stessa. E poi a motivo della fuga di documenti prelevati dalla scrivania papale dal maggiordomo Paolo Gabriele. La rinuncia è stata dunque collegata a questi contesti. Ma Benedetto XVI aveva spiegato, sempre nel libro-intervista con Seewald, che non si lascia la nave mentre il mare è in tempesta. Per questo prima di annunciare le dimissioni, decisione presa da tempo e confidata ai più stretti collaboratori con mesi d’anticipo, Ratzinger ha atteso che la vicenda Vatileaks, il processo a Gabriele e l’inchiesta affidata ai tre cardinali si fossero conclusi. Soltanto dopo ha lasciato.

Nella lettera che ci ha inviato, il Papa emerito risponde anche alle domande sul significato dell’abito bianco e del nome papale. «Il mantenimento dell’abito bianco e del nome Benedetto – ci ha scritto – è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l’abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo fondamento».

Una chiara e quanto mai significativa testimonianza di questa affermazione, Benedetto XVI l’ha data sabato scorso, nel giorno del concistoro al quale era stato invitato da Francesco. Ratzinger non ha voluto un posto appartato e speciale, si è seduto in una sedia uguale a quella dei cardinali, in un angolo, nella fila dei porporati vescovi. Quando Francesco all’inizio e poi alla fine della cerimonia gli si è avvicinato per salutarlo e abbracciarlo, Benedetto si è tolto dal capo lo zucchetto per riverenza, e anche per attestare pubblicamente che il Papa è uno solo.

Nelle scorse settimane il teologo svizzero Hans Küng aveva citato alcune parole contenute in una lettera ricevuta da Benedetto XVI e riguardanti Francesco. Parole ancora una volta inequivocabili: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera». Qualcuno, sul web, ha provato a mettere in dubbio l’autenticità della citazione o comunque ne ha paventato un uso strumentale. Anche di questo abbiamo chiesto conferma al Papa emerito: «Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui», ha precisato in modo lapidario. Prima di concludere con la speranza di aver risposto «in modo chiaro e sufficiente» alle domande che gli avevamo posto.

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Papa: “No a ‘tratta delle novizie’. Accettare peccatori, non i corrotti”

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2014

«La Civiltà Cattolica» pubblica un resoconto del dialogo tra Francesco e i superiori degli ordini religiosi avvenuto a fine novembre: nei seminari «dobbiamo formare il cuore. Altrimenti formiamo dei piccoli mostri»
Andrea Tornielli – Vatican Insider

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«La Chiesa deve essere attrattiva. Svegliate il mondo. Siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere». È quanto ha detto Papa Francesco in una conversazione con l’Unione dei superiori generali degli Istituti religiosi maschili, ricevuti il 29 novembre scorso in Vaticano. Un resoconto ragionato del dialogo tra il primo Pontefice gesuita è riportato nel prossimo numero de «La Civiltà Cattolica». Nell’incontro con i superiori religiosi Francesco ha toccato molti temi, ha invitato a «formare il cuore» nei seminari per non creare dei «piccoli mostri», ha elogiato l’impegno di Benedetto XVI contro la pedofilia, ha chiesto di vigilare sul fenomeno della cosiddetta «tratta delle novizie», cioè il massiccio reclutamento di giovani suore nei Paesi extraeuropei da parte di alcune congregazioni per trapiantarle in Europa.

«È possibile vivere diversamente in questo mondo – ha spiegato Francesco – Stiamo parlando di uno sguardo escatologico, dei valori del Regno incarnati qui, su questa terra. Si tratta di lasciare tutto per seguire il Signore. No non voglio dire ‘radicale’. La radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico. Io mi attendo da voi questa testimonianza». Francesco ha sottolineato che i religiosi «devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo» e ha ricordato che «la vita è complessa, è fatta di grazia e di peccato. Se uno non pecca, non è un uomo. Tutti sbagliamo e dobbiamo riconoscere la nostra debolezza. Un religioso che si riconosce debole e peccatore non contraddice la testimonianza che è chiamato a dare, ma anzi la rafforza, e questo fa bene a tutti. Ciò che mi aspetto è dunque la testimonianza», questa «testimonianza speciale».

Nei seminari, ha detto ancora il Papa, «dobbiamo formare il cuore. Altrimenti formiamo dei piccoli mostri. E questi piccoli mostri» poi «formano il popolo di Dio. Questo mi fa venire davvero la pelle d’oca». Sempre a proposito della formazione dei religiosi, Francesco ha detto che nei seminari vanno accettati i peccatori ma non i corrotti: «Non sto parlando di persone che si riconoscono peccatori: tutti siamo peccatori, ma non tutti siamo corrotti. Si accettino i peccatori ma non i corrotti». Parlando degli abusi sui minori, Bergoglio ha citato la grande decisione di Benedetto XVI nell’affrontare i casi di abuso, che «ci deve servire da esempio per avere il coraggio di assumere la formazione personale come sfida seria avendo in mente sempre il popolo di Dio».

Sempre a proposito di formazione, Francesco ha ricordato come ipocrisia e clericalismo possono minare la vita religiosa già dagli anni del noviziato. «L’ipocrisia, frutto del clericalismo, è uno dei mali più terribili… non si risolvono i problemi semplicemente proibendo di fare questo o quello, serve tanto dialogo, tanto confronto». Per quanto riguarda le vocazioni in crescita nelle Chiese giovani e il rischio di «reclutamento vocazionale», ribattezzato nel 1994 dai vescovi filippini «tratta delle novizie», il Papa ha invitato a «tenere gli occhi aperti su queste situazioni».

Francesco ha poi ricordato, a proposito dei carismi dei fondatori degli ordini religiosi, che «Il carisma è uno, ma, come diceva sant’Ignazio, bisogna viverlo secondo i luoghi, i tempi e le persone. Il carisma non è una bottiglia di acqua distillata. Bisogna viverlo con energia, rileggendolo anche culturalmente». «Ma così – ha aggiunto il Papa – c’è il rischio di sbagliare, direte, di commettere errori. È rischioso. Certo, certo: faremo sempre degli errori, non ci sono dubbi. Ma questo non deve frenarci, perché c’è il rischio di fare errori maggiori». Infatti, ha sottolineato Francesco, «dobbiamo sempre chiedere perdono e guardare con molta vergogna agli insuccessi apostolici che sono stati causati dalla mancanza di coraggio. Pensiamo, ad esempio, alle intuizioni pionieristiche di Matteo Ricci che ai suoi tempi sono state lasciate cadere». Un riferimento importante, quest’ultimo, alla realtà della Cina, dove il modello di evangelizzazione portato avanti dal missionario gesuita è tutt’oggi ricordato per la sua capacità di adattarsi alla cultura e alla mentalità cinesi.

«Sono convinto di una cosa – ha detto ancora il Papa nell’incontro con i superiori religiosi – I grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro, ma dalla periferia». Francesco ha anche rilanciato quanto affermava il generale dei gesuiti Pedro Arrupe, sul fatto che «è necessario un tempo di contatto reale con i poveri». «Per me – ha detto Bergoglio – questo è davvero importante: bisogna conoscere la realtà per esperienza, dedicare un tempo per andare in periferia per conoscere davvero la realtà e il vissuto della gente. Se questo non avviene, allora ecco che si corre il rischio di essere astratti ideologi e fondamentalisti, e questo non è sano».

315fyfr dans Fede, morale e teologia

Per leggere integralmente il colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali cliccare qui 2e2mot5 dans Diego Manetti «Svegliate il mondo!».

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Dio fatto tenerezza

Posté par atempodiblog le 21 décembre 2013

Dio fatto tenerezza dans Andrea Tornielli Ges-e-Maria

«Nel racconto della nascita di Gesù, quando gli angeli annunciano ai pastori che è nato il Redentore dicono loro: “Questo sarà per voi il segno, troverete un bambino appena nato avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia…”. Questo è il segno: l’abbassamento totale di Dio. Il segno è che, questa notte, Dio si è innamorato della nostra piccolezza e si è fatto tenerezza, tenerezza verso ogni fragilità, verso ogni sofferenza, verso ogni angoscia, verso ogni ricerca, verso ogni limite. Il segno è la tenerezza di Dio e il messaggio che cercavano tutti coloro che sentivano disorientati, anche quelli che erano nemici di Gesù e lo cercavano dal profondo dell’anima, era questo: cercavano la tenerezza di Dio. Dio fatto tenerezza, Dio che accarezza la nostra miseria, Dio innamorato della nostra piccolezza».

Jorge Mario Bergoglio, omelia della veglia di Natale, 24 dicembre 2004
Tratto da: Sacri Palazzi

divisore dans Medjugorje

freccetta.jpg La confessione natalizia (di Don Tino Rolfi)

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“Mai avere paura della tenerezza”

Posté par atempodiblog le 15 décembre 2013

“Mai avere paura della tenerezza”
Intervista con papa Francesco su Natale, fame nel mondo, sofferenza dei bambini, riforma della Curia, donne cardinale, Ior e prossimo viaggio in Terra Santa
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

“Mai avere paura della tenerezza” dans Andrea Tornielli Papa-Francesco
Immagine tratta da: Familia Cristiana

«Il Natale per me è speranza e tenerezza…». Francesco racconta a «La Stampa» il suo primo Natale da vescovo di Roma. Casa Santa Marta, martedì 10 dicembre, ore 12.50. Il Papa ci accoglie in una sala accanto al refettorio.
L’incontro durerà un’ora e mezza. Per due volte, durante il colloquio, dal volto di Francesco sparisce la serenità che tutto il mondo ha imparato a conoscere, quando accenna alla sofferenza innocente dei bambini e parla della tragedia della fame nel mondo. Nell’intervista il Papa parla anche dei rapporti con le altre confessioni cristiane e dell’«ecumenismo del sangue» che le unisce nella persecuzione, accenna alle questioni del matrimonio e della famiglia che saranno trattate dal prossimo Sinodo, risponde a chi lo ha criticato dagli Usa definendolo «un marxista» e parla del rapporto tra Chiesa e politica.

Che cosa significa per lei il Natale?
«È l’incontro con Gesù. Dio ha sempre cercato il suo popolo, lo ha condotto, lo ha custodito, ha promesso di essergli sempre vicino. Nel Libro del Deuteronomio leggiamo che Dio cammina con noi, ci conduce per mano come un papà fa con il figlio. Questo è bello. Il Natale è l’incontro di Dio con il suo popolo. Ed è anche una consolazione, un mistero di consolazione. Tante volte, dopo la messa di mezzanotte, ho passato qualche ora solo, in cappella, prima di celebrare la messa dell’aurora. Con questo sentimento di profonda consolazione e pace. Ricordo una volta qui a Roma, credo fosse il Natale del 1974, una notte di preghiera dopo la messa nella residenza del Centro Astalli. Per me il Natale è sempre stato questo: contemplare la visita di Dio al suo popolo».

Che cosa dice il Natale all’uomo di oggi?
«Ci parla della tenerezza e della speranza. Dio incontrandoci ci dice due cose. La prima è: abbiate speranza. Dio apre sempre le porte, mai le chiude. È il papà che ci apre le porte. Secondo: non abbiate paura della tenerezza. Quando i cristiani si dimenticano della speranza e della tenerezza, diventano una Chiesa fredda, che non sa dove andare e si imbriglia nelle ideologie, negli atteggiamenti mondani. Mentre la semplicità di Dio ti dice: vai avanti, io sono un Padre che ti accarezza. Ho paura quando i cristiani perdono la speranza e la capacità di abbracciare e accarezzare. Forse per questo, guardando al futuro, parlo spesso dei bambini e degli anziani, cioè dei più indifesi. Nella mia vita di prete, andando in parrocchia, ho sempre cercato di trasmettere questa tenerezza soprattutto ai bambini e agli anziani. Mi fa bene, e mi fa pensare alla tenerezza che Dio ha per noi».

Come si può credere che Dio, considerato dalle religioni infinito e onnipotente, si faccia così piccolo?
«I Padri greci la chiamavano “synkatabasis”, condiscendenza divina. Dio che scende e sta con noi. È uno dei misteri di Dio. A Betlemme, nel 2000, Giovanni Paolo II disse che Dio è diventato un bambino totalmente dipendente dalle cure di un papà e di una mamma. Per questo il Natale ci dà tanta gioia. Non ci sentiamo più soli, Dio è sceso per stare con noi. Gesù si è fatto uno di noi e per noi ha patito sulla croce la fine più brutta, quella di un criminale».

Il Natale viene spesso presentato come fiaba zuccherosa. Ma Dio nasce in un mondo dove c’è anche tanta sofferenza e miseria.
«Quello che leggiamo nei Vangeli è un annuncio di gioia. Gli evangelisti hanno descritto una gioia. Non si fanno considerazioni sul mondo ingiusto, su come faccia Dio a nascere in un mondo così. Tutto questo è il frutto di una nostra contemplazione: i poveri, il bambino che deve nascere nella precarietà. Il Natale non è stata la denuncia dell’ingiustizia sociale, della povertà, ma è stato un annuncio di gioia. Tutto il resto sono conseguenze che noi traiamo. Alcune giuste, altre meno giuste, altre ancora ideologizzate. Il Natale è gioia, gioia religiosa, gioia di Dio, interiore, di luce, di pace. Quando non si ha la capacità o si è in una situazione umana che non ti permette di comprendere questa gioia, si vive la festa con l’allegria mondana. Ma fra la gioia profonda e l’allegria mondana c’è differenza».

È il suo primo Natale, in un mondo dove non mancano conflitti e guerre…
«Dio mai dà un dono a chi non è capace di riceverlo. Se ci offre il dono del Natale è perché tutti abbiamo la capacità di comprenderlo e riceverlo. Tutti, dal più santo al più peccatore, dal più pulito al più corrotto. Anche il corrotto ha questa capacità: poverino, ce l’ha magari un po’ arrugginita, ma ce l’ha. Il Natale in questo tempo di conflitti è una chiamata di Dio, che ci dà questo dono. Vogliamo riceverlo o preferiamo altri regali? Questo Natale in un mondo travagliato dalle guerre, a me fa pensare alla pazienza di Dio. La principale virtù di Dio esplicitata nella Bibbia è che Lui è amore. Lui ci aspetta, mai si stanca di aspettarci. Lui dà il dono e poi ci aspetta. Questo accade anche nella vita di ciascuno di noi. C’è chi lo ignora. Ma Dio è paziente e la pace, la serenità della notte di Natale è un riflesso della pazienza di Dio con noi».

In gennaio saranno cinquant’anni dallo storico viaggio di Paolo VI in Terra Santa. Lei ci andrà?
«Natale sempre ci fa pensare a Betlemme, e Betlemme è in un punto preciso, nella Terra Santa dove è vissuto Gesù. Nella notte di Natale penso soprattutto ai cristiani che vivono lì, a quelli che hanno difficoltà, ai tanti di loro che hanno dovuto lasciare quella terra per vari problemi. Ma Betlemme continua a essere Betlemme. Dio è venuto in un punto determinato, in una terra determinata, è apparsa lì la tenerezza di Dio, la grazia di Dio. Non possiamo pensare al Natale senza pensare alla Terra Santa. Cinquant’anni fa Paolo VI ha avuto il coraggio di uscire per andare là, e così è cominciata l’epoca dei viaggi papali. Anch’io desidero andarci, per incontrare il mio fratello Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, e con lui commemorare questo cinquantenario rinnovando l’abbraccio tra Papa Montini e Atenagora avvenuto a Gerusalemme nel 1964. Ci stiamo preparando».

Lei ha incontrato più volte i bambini gravemente ammalati. Che cosa può dire davanti a questa sofferenza innocente?
«Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha sempre girato nel mio cuore: perché soffrono i bambini? Non c’è spiegazione. Mi viene questa immagine: a un certo punto della sua vita il bambino si “sveglia”, non capisce molte cose, si sente minacciato, comincia a fare domande al papà o alla mamma. È l’età dei “perché”. Ma quando il figlio domanda, poi non ascolta tutto ciò che hai da dire, ti incalza subito con nuovi “perché?”. Quello che cerca, più della spiegazione, è lo sguardo del papà che dà sicurezza. Davanti a un bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo».

Parlando della sofferenza dei bambini non si può dimenticare la tragedia di chi soffre la fame.
«Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato leggere una statistica che parla di 10mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono tanti bambini che piangono perché hanno fame. L’altro giorno all’udienza del mercoledì, dietro una transenna, c’era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: signora, credo che il piccolo abbia fame. Lei ha risposto: sì sarebbe l’ora… Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa. Ecco, vorrei dire lo stesso all’umanità: date da mangiare! Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo  abbiamo sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a essere tutti d’accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all’umanità ciò che ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame! La speranza e la tenerezza del Natale del Signore ci scuotano dall’indifferenza».

Alcuni brani dell’«Evangelii Gaudium» le hanno attirato le accuse degli ultra-conservatori americani. Che effetto fa a un Papa sentirsi definire «marxista»?
«L’ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso». Le parole che hanno colpito di più sono quelle sull’economia che «uccide»… «Nell’esortazione non c’è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L’unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l’unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista».

Lei ha annunciato una «conversione del papato». Gli incontri con i patriarchi ortodossi le hanno suggerito qualche via concreta?
«Giovanni Paolo II aveva parlato in modo ancora più esplicito di una forma di esercizio del primato che si apra ad una situazione nuova. Ma non solo dal punto di vista dei rapporti ecumenici, anche nei rapporti con la Curia e con le Chiese locali. In questi primi nove mesi ho accolto la visita di tanti fratelli ortodossi, Bartolomeo, Hilarion, il teologo Zizioulas, il copto Tawadros: quest’ultimo è un mistico, entrava in cappella, si toglieva le scarpe e andava a pregare. Mi sono sentito loro fratello. Hanno la successione apostolica, li ho ricevuti come fratelli vescovi. È un dolore non poter ancora celebrare l’eucaristia insieme, ma l’amicizia c’è. Credo che la strada sia questa: amicizia, lavoro comune, e pregare per l’unità. Ci siamo benedetti l’un l’altro, un fratello benedice l’altro, un fratello si chiama Pietro e l’altro si chiama Andrea, Marco, Tommaso…».

L’unità dei cristiani è una priorità per lei?
«Sì, per me l’ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”. Questo è l’ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà».

Nell’esortazione lei ha invitato a scelte pastorali prudenti e audaci per quanto riguarda i sacramenti. A che cosa si riferiva?
«Quando parlo di prudenza non penso a un atteggiamento paralizzante, ma a una virtù di chi governa. La prudenza è una virtù di governo. Anche l’audacia lo è. Si deve governare con audacia e con prudenza. Ho parlato del battesimo, e della comunione come cibo spirituale per andare avanti, da considerare un rimedio e non un premio. Alcuni hanno subito pensato ai sacramenti per i divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio. Dobbiamo cercare di facilitare la fede delle persone più che controllarla. L’anno scorso in Argentina avevo denunciato l’atteggiamento di alcuni preti che non battezzavano i figli delle ragazze madri. È una mentalità ammalata».

E quanto ai divorziati risposati?
«L’esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione. È bene ricordarlo. Ma non ho parlato di questo nell’esortazione».

Ne tratterà il prossimo Sinodo dei vescovi?
«La sinodalità nella Chiesa è importante: del matrimonio nel suo complesso parleremo nelle riunioni del concistoro in febbraio. Poi il tema sarà affrontato al Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 e ancora durante il Sinodo ordinario dell’anno successivo. In queste sedi tante cose si approfondiranno e si chiariranno».

Come procede il lavoro dei suoi otto «consiglieri» per la riforma della Curia?
«Il lavoro è lungo. Chi voleva avanzare proposte o inviare idee lo ha fatto. Il cardinale Bertello ha raccolto i pareri di tutti i dicasteri vaticani. Abbiamo ricevuto suggerimenti dai vescovi di tutto il mondo. Nell’ultima riunione gli otto cardinali hanno detto che siamo arrivati al momento di avanzare proposte concrete, e nel prossimo incontro, in febbraio, mi consegneranno i loro primi suggerimenti. Io sono sempre presente agli incontri, eccetto la mattina del mercoledì per via dell’udienza. Ma non parlo, ascolto soltanto, e questo mi fa bene. Un cardinale anziano alcuni mesi fa mi ha detto: “La riforma della Curia lei l’ha già cominciata con la messa quotidiana a Santa Marta”. Questo mi ha fatto pensare: la riforma inizia sempre con iniziative spirituali e pastorali prima che con cambiamenti strutturali».

Qual è il giusto rapporto fra la Chiesa e la politica?
«Il rapporto deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perché ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell’aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi… Bisogna procedere paralleli, ognuno con il proprio metodo, i propri compiti, la propria vocazione. Convergenti solo nel bene comune. La politica è nobile, è una delle forme più alte di carità, come diceva Paolo VI. La sporchiamo quando la usiamo per gli affari. Anche la relazione fra Chiesa e potere politico può essere corrotta, se non converge soltanto nel bene comune».

Posso chiederle se avremo donne cardinale?
«È una battuta uscita non so da dove. Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non “clericalizzate”. Chi pensa alle donne cardinale soffre un po’ di clericalismo».

Come procede il lavoro di pulizia allo Ior?
«Le commissioni referenti stanno lavorando bene. Moneyval ci ha dato un report buono, siamo sulla strada giusta. Sul futuro dello Ior si vedrà. Per esempio, la “banca centrale” del Vaticano sarebbe l’Apsa. Lo Ior è stato istituito per aiutare le opere di religione, missioni, le Chiese povere. Poi è diventato come è adesso».

Un anno fa poteva immaginare che il Natale 2013  lo avrebbe celebrato in San Pietro?
«Assolutamente no».

Si aspettava di essere eletto?
«Non me l’aspettavo. Non ho perso la pace mentre crescevano i voti. Sono rimasto tranquillo. E quella pace c’è ancora adesso, la considero un dono del Signore. Finito l’ultimo scrutinio, mi hanno portato al centro della Sistina e mi è stato chiesto se accettavo. Ho risposto di sì, ho detto che mi sarei chiamato Francesco. Soltanto allora mi sono allontanato. Mi hanno portato nella stanza adiacente per cambiarmi l’abito. Poi, poco prima di affacciarmi, mi sono inginocchiato a pregare per qualche minuto insieme ai cardinali Vallini e Hummes nella cappella Paolina».

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