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A Betlemme, vicino alla Madonna/ Per meglio amare la Divina Bontà

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2025

A Betlemme vicino alla Madonna per meglio amare la Divina Bontà

Mio Dio, perché vivremo noi l’anno venturo se non per meglio amare la Divina Bontà?

O il Signore levi noi dal mondo o levi il mondo da noi; o Egli ci faccia morire, o ci faccia amare la sua morte più della nostra vita.

Quanto desidererei vedervi a Betlemme, vicino alla Madonna!

A lei sola conviene maneggiare quel piccolo Bambino, ma la sua carità è tanto grande, da lasciarlo vedere, toccare e baciare a chi vuole; domandateglielo, ve lo darà; e avendolo ottenuto, rubategli nascostamente una di quelle goccioline che stillano dai suoi occhi.

È meraviglioso quanto giovi quel liquore ad ogni sorta di mal di cuore…

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Maria offre la sua famiglia come esempio e modello

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2025

Maria offre la sua famiglia come esempio e modello
La Madonna a Ghiaie di Bonate? Una proposta di riflessione – Padre Angelo Maria Tentori. Ed. Paoline

La fuga in Egitto

La Madonna a Ghiaie di Bonate […] È un messaggio che riguarda la famiglia ed è rivolto alle famiglie. Per cui abbiamo pensato che, in questi tempi di negazione e di frantumazione del concetto e del valore stesso della famiglia, fosse utile ripresentare questo messaggio della Madre del Cielo per ridare ai giovani e ai meno giovani la fiducia in questo caposaldo della vita umana e della Chiesa.

Ci sembra necessario che essi, al di là di ogni attuale condizionamento culturale, riprendano a credere che è possibile creare una vera famiglia come il Signore l’ha ideata e in grado di costituire il punto di riferimento per se stessi e per i propri figli.

Infatti questo è ciò che la Madonna è venuta a dire più di mezzo secolo fa quando il senso della famiglia era ancora abbastanza forte. Ma lei, come sempre, precede gli avvenimenti per prepararci e non lasciarci travolgere.

Maria appare con san Giuseppe e il Bambino per offrire la sua famiglia come esempio e modello.

Nello stesso tempo ci confida che cosa si debba fare per raggiungere questo ideale, assicurandoci il suo aiuto e la sua protezione.

Sappiamo che il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano in quei tempi, papa Pio XII e papa Giovanni XXIII erano privatamente favorevoli. Per brevità riportiamo solo un’espressione di papa Giovanni XXIII: “Che cosa aspettano quei di Bergamo a fare il trionfo delle apparizioni della Madonna delle Ghiaie?”.

Ulteriore motivo che ci ha incoraggiato a compiere questo studio e presentazione fu la decisione del papa [Giovanni Paolo II] di fare inserire nel serto delle litanie lauretane la nuova invocazione: “Regina della Famiglia”.

Il papa volle che questa invocazione, già in uso nei fedeli della Madonna di Ghiaie, fosse posta dopo quella di “Regina del Santo Rosario”, forse per ricordare che proprio la recita quotidiana del santo rosario all’interno della famiglia può essere quell’elemento di forza che garantisce la compattezza e la santità della stessa.

Inoltre questa invocazione fu posta prima di “Regina della Pace”, diventando ulteriore richiamo perché la pace nel mondo deriva dalla pace che regna nelle famiglie.

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Dove si trovano le reliquie di San Giuseppe?

Posté par atempodiblog le 27 décembre 2025

Dove si trovano le reliquie di San Giuseppe?
Tratto da: Parrocchia San Giuseppe e Madonna di Lourdes

Perugia, Roma, Napoli, Aix-la-Chapelle, Joinville… È in queste città europee che si possono vedere e venerare le reliquie attribuite a san Giuseppe, padre putativo di Gesù. Anche se per alcuni questo tipo di devozione non tocca il cuore della fede, per altri sussiste il bisogno di rintracciare le orme della storia della salvezza nel mondo.

Non desta stupore, dunque, che numerosi fedeli desiderino venerare le reliquie dello sposo della Vergine Maria [...] Un bel modo di lodare Dio e le sue meraviglie. Aleteia vi propone di scoprire i luoghi più importanti in cui sono conservati oggetti che varie tradizioni riferiscono al Custode del Redentore.

A PERUGIA L ANELLO SPONSALE

A PERUGIA L’ANELLO SPONSALE
Secondo Benedetto XIV sarebbe nella cattedrale di San Lorenzo a Perugia che risulterebbe «conservato l’anello col quale, secondo una pia credenza, san Giuseppe sposò la Santa Vergine».

Fabbricato a partire da un pezzetto di onice, la reliquia ha una lunga storia: nel 985 un orafo di Chiusi lo comprò da un mercante di Gerusalemme; qualche secolo più tardi l’oggetto finì esposto nella chiesa cittadina gestita dai Francescani. Nel 1473 un monaco tedesco, fratel Winter di Magonza, la rubò con l’intento di portarla in patria. Una nebbia prodigiosa, però, avrebbe fermato il monaco a Perugia, dove il pio ladro si risolse a lasciare la reliquia per proseguire la strada.

Fondata nel 1487, la Compagnia del Santo Anello di San Giuseppe ne assicura la custodia da quel dì: per accedere al reliquiario, contenuto in uno scrigno, bisogna usare 14 chiavi! Lo scrigno, poi, è dissimulato da una facciata lignea che si direbbe simile a un armadio a quattro ante. La prima protezione è una grata di ferro fabbricata dai fabbri di Monte Melino. La seconda è un tronco in legno massiccio all’interno del quale si trova un prezioso reliquiario risalente al 1517: è nella sua parte superiore che si trova l’anello. La reliquia non è esposta alla venerazione dei fedeli che tre volte l’anno: il lunedì dopo Pentecoste, il 3 luglio e il 3 agosto.

A NAPOLI IL BASTONE FIORITO

A NAPOLI, IL BASTONE FIORITO
Sulla collina di San Potito a Napoli la Congregazione di San Giuseppe dei Nudi detiene una collezione di reliquie unica in Italia. Tra queste, la più importante si trova in un una bella teca di legno cedrino: il bastone fiorito appartenuto a san Giuseppe. Secondo la tradizione Giuseppe, come altri pretendenti (ciascuno munito di una verga), aveva chiesto a Dio un segno su chi dovesse sposare la Vergine Maria, e proprio il bastone di Giuseppe germogliò e fiorì miracolosamente.

Venerato da quasi tre secoli, il bastone-reliquia è stato rubato in un convento di padri carmelitani del Sussex, in Inghilterra, dove si trovava esposto fin dal XIII secolo. Alla fine la reliquia si è fermata a Napoli nel 1712 come dono al cantante d’opera Giuseppe Grimaldi, detto Nicolino. Quest’ultimo acconciò a casa propria l’esposizione del bastone per la pubblica venerazione a partire dal 1714. Il 17 gennaio 1795, la reliquia fu definitivamente trasferita nella chiesa di San Giuseppe dei Nudi.

A JOINVILLE LA CINTURA

A JOINVILLE, LA CINTURA
Poco nota, la sola reliquia di san Giuseppe conservata in Francia si trova a Joinville, piccola città della Haute-Marne, in una cappella laterale della chiesa dedicata a Notre-Dame. Fu riportata dalla Terra Santa dopo la Settima Crociata da Jean de Joinville, cronachista dell’epoca e grande amico di san Luigi.

Composta di un tessuto piatto di filo piuttosto grosso, verosimilmente di canapa, la cintura misura un po’ più di un metro di lunghezza e 4,5 centimetri di larghezza. Sopra un cartiglio, che un tempo era attaccato alla reliquia, si leggeva: «Hic est cingulus quo cingebatur Joseph» («Questa è la cintura con cui si cingeva Giuseppe»).

Attualmente si presenta in un altare-reliquiario del 1868, arrotolata attorno a un cilindro di cristallo sorretto da quattro personaggi: in testa san Luigi, coronato, poi Jean de Joinville in cotta di maglia e poggiato sulla propria spada; quindi il vescovo di Châlons e un monaco di saint Urbain.

AD AQUISGRANA I CALZONI

AD AQUISGRANA, I CALZONI
Da più di 660 anni i fedeli si recano ad Aquisgrana (Germania) per partecipare al “pellegrinaggio delle reliquie”. Giungono per venerare le quattro grandi reliquie che fin dall’età carolingia sono scrupolosamente custodite nella cattedrale cittadina.

La tradizione vuole che, verso l’anno 800, Carlomagno stesso abbia ricevuto quelle reliquie direttamente da Gerusalemme. Dal 1349, esse sono esposte ogni sette anni ai fedeli provenienti dall’Europa e da tutto il mondo.

Tra di esse si trovano i calzoni di san Giuseppe, o meglio… le fasce di Gesù Bambino. Si tratta di un tessuto spesso dalla trama fitta, di colore bruno, che assomiglia a del feltro. Al di fuori dell’esposizione per i pellegrinaggi, le fasce sono piegate in tre parti, ma quando il tessuto viene svolto si riconosce bene la forma trapezoidale.

Il bordo superiore possiede una sorta di svasatura semicircolare. Secondo la tradizione, si tratterebbe dei “calzoni di san Giuseppe” che sarebbero serviti a riscaldare Gesù Bambino in mancanza di fasce apposite. Durante il “pellegrinaggio delle reliquie”, le fasce restano avvolte da un nastro di seta.

A ROMA IL MANTO

A ROMA, IL MANTO
Sulle pendici romane del Monte Palatino si trova la basilica di Sant’Anastasia al Palatino, probabilmente la basilica più antica della capitale (inizi del IV secolo). È proprio qui che da più di 1.600 anni sono conservate due reliquie assai preziose: il mantello di san Giuseppe e una parte del velo della Vergine.

Inaccessibili e custodite all’interno di una stanza blindata dentro a un reliquiario del XVII secolo, le due reliquie sono nascoste in una parte della chiesa protetta da una porta blindata. Da quando le reliquie sono state portate a Roma da Gerusalemme – da san Girolamo, vuole un’iscrizione sul marmo – esse sono state conservate per secoli con particolarissime misure di sicurezza, imposte dal Vicariato di Roma, che non permettono l’esposizione ai fedeli se non per eccezionali celebrazioni come quella del 6 gennaio 2020.

Ci sono altri luoghi che conservano simili reliquie?
Come spiega Dominique le Tourneau nel suo libro “Tout savoir sur Saint Joseph” [Sapere tutto su san GiuseppeN.d.T.], molte altre chiese rivendicano la custodia di altre reliquie. Esisterebbero ad esempio altri due anelli sponsali attribuiti a san Giuseppe, oltre a quello di Perugia: l’anello di fidanzamento conservato nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, e quello “quotidiano” conservato nella chiesa di San Giuseppe a Messina.

Poi ci sarebbe un brandello della camicia di san Giuseppe, conservato dai Francescani a Castel Gandolfo, e frammenti del già ricordato bastone fiorito si serberebbero nella chiesa di Santa Cecilia in Roma.

Infine, brani del manto attribuito allo sposo della Vergine Maria si troverebbero in una decina di chiese romane, ma anche a Castel Gandolfo e a Toledo.

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Il nostro nome in fondo a quel Cuore divino

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2025

Santo Bambinello nel Cuore

Andate alla sacra grotta, dove il nostro Salvatore c’insegna tante virtù col suo silenzio; e che cosa non ci dice tacendo?… Mentre si strugge d’amore per noi, il suo piccolo Cuore dovrebbe veramente infiammare il nostro.

Vedete quanto amorosamente porta scritto il vostro nome in fondo a quel Cuore divino, che palpita sulla paglia per l’affettuosa passione del vostro avanzamento nella virtù, e non manda un sol sospiro verso il Padre suo, nel quale voi non abbiate parte, né una sola aspirazione, che non sia per il vostro bene.

La calamita attira il ferro e l’ambra la paglia e il fieno; quanto a noi, o siamo ferro per durezza, o paglia per fragilità, ci dobbiamo unire a questo Bambinello, che è un vero tira cuori.

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Il Santo Natale e il Paradiso

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2025

Il Santo Natale e il Paradiso
Il Natale è la prima visione di Dio concessa all’uomo; il Paradiso sarà l’ultima, definitiva ed eterna
di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana
Tratto da: 
Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Santo Natale

I sacerdoti oggi parlano raramente dell’inferno e del Paradiso, quasi temendo che il richiamo ai novissimi possa apparire fuori tempo o inadatto alla sensibilità contemporanea. Eppure, proprio queste realtà ultime ricordano all’uomo il fine per cui è stato creato e il destino irrevocabile verso cui la sua anima è orientata.

Il silenzio su inferno e Paradiso non rende queste realtà ultime meno vere né meno decisive; al contrario, le rende pericolosamente dimenticate. Tacere sui novissimi, significa oscurare il senso stesso dell’esistenza umana, che non si esaurisce nel tempo ma è protesa verso l’eternità. Ma l’eternità non è soltanto una realtà futura: essa getta la sua ombra e la sua luce nel tempo presente, nella nostra quotidianità.

San Gregorio Magno insegna che «la vita presente è come un seme: ciò che ora si semina, nell’eternità si raccoglie» (Moralia in Iob, XXV, 16). Ogni atto, ogni scelta, ogni orientamento del cuore prepara già ora il raccolto eterno. Come ricorda sant’Alfonso Maria de’ Liguori, «l’eternità dipende da un momento, e quel momento è il presente» (Apparecchio alla morte, Considerazione I). Così nel momento presente, noi incontriamo l’eternità.

Il mondo in cui viviamo ci offre tempi, luoghi e immagini che prefigurano ciò che potranno essere l’inferno e il Paradiso e ci aiutano a comprendere, almeno per analogia, cosa significhi vivere lontani da Dio o vivere in unione con Lui.

Per avere un’idea dell’inferno non occorre sforzare l’immaginazione: basta leggere i giornali, seguire le cronache quotidiane, osservare con attenzione la realtà che ci circonda. La violenza diffusa, la menzogna sistematica, l’inganno elevato a norma, l’infelicità profonda che abita cuori apparentemente sazi, costituiscono la cifra drammatica della nostra epoca. L’inferno, potremmo dire, è attorno a noi. Non si tratta certo dell’inferno in senso proprio, ma di una sua inquietante anticipazione: un mondo in cui l’uomo, rifiutando la verità e l’amore di Dio, sperimenta già la solitudine, il vuoto e una sofferenza che si traduce spesso in disperazione, anche se mascherata.

Ma se il nostro tempo offre immagini così numerose che evocano le sofferenze dell’inferno, esso non è privo di segni e momenti che rimandano alle gioie del Paradiso. Uno di questi momenti simbolici è il Santo Natale, un mistero divino che ci offre una delle immagini più alte del Paradiso anticipato nel tempo.

Contempliamo il Presepe. In una grotta povera, in un bambino deposto in una mangiatoia, il cielo si apre sulla terra. Lì dove tutto sembra fragile e insignificante, Dio si rende visibile e vicino. Il presepe ce lo ricorda con semplicità e profondità.

Gesù che viene al mondo è circondato dalla Madonna e da san Giuseppe e forma con loro la Sacra Famiglia, modello di tutte le famiglie della terra. Gli angeli cantano la gloria di Dio sopra la capanna di Betlemme; i pastori e i Re Magi adorano il Verbo fatto carne. Tutte le famiglie che, nella notte di Natale, si raccolgono attorno al Santo Presepe, che hanno la grazia di prepararlo e offrirlo al Signore, partecipano, anche se spesso in modo inconsapevole, a questa gioia che ha la sua sorgente nella vita soprannaturale irradiata dalla Sacra Famiglia.

Il Natale, con il calore e l’affetto che palpabilmente trasmette a chi lo vive con cuore semplice e sincero, ci ricorda che esiste un ambiente soprannaturale; che l’ambiente soprannaturale per eccellenza è il Cielo; che il Cielo è la nostra vera patria e il luogo di eterna felicità al quale ogni uomo è chiamato e, se corrisponde alla Grazia, è destinato ad arrivare. La pace e la gioia spirituale che il Natale accende nei cuori sono una prefigurazione della felicità eterna del Paradiso, dove l’anima sarà completamente immersa nel possesso e nel godimento di Dio.

Il Paradiso è una realtà che supera ogni immaginazione: è la pienezza di tutti i beni desiderabili, l’estasi eterna della visione beatifica. I secoli si succederanno ai secoli senza diminuire la felicità degli eletti; anzi, la certezza di possedere eternamente il Bene supremo ne accrescerà senza fine la dolcezza.

I beni spirituali sono inesauribili, come dimostrano le amicizie spirituali che nascono sulla terra. Quando queste amicizie durano nel tempo e rimangono sempre nuove, senza sazietà, è segno che sono di origine divina. E in Paradiso queste amicizie saranno riannodate, così come i legami familiari con i nostri cari, ritrovati alla luce di Dio, per non più separarci da loro. I Beati vivono nella gioia inesauribile di amare e di essere amati, in una vita che fiorisce continuamente senza conoscere noia né stanchezza.

Ma dopo la visione intuitiva di Dio, ciò che accrescerà maggiormente la gioia dei Beati sarà la contemplazione dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo, Verbo Incarnato, e della sua Santissima Madre, la Beatissima Vergine Maria, Regina degli angeli, dei santi e del Paradiso stesso. Le melodie del Paradiso saranno quelle intonate dagli Angeli a Betlemme per cantare la gloria di Dio e la pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma coloro che in terra furono uomini di buona volontà, perché amarono Dio, oggi ascolteranno con commozione queste melodie in Cielo.

Così, mentre il mondo mostra ogni giorno le ferite dell’inferno che l’uomo costruisce quando si allontana da Dio, il Natale ci ricorda che il Paradiso comincia ogni volta che Dio viene accolto. Tra queste due anticipazioni – una di luce e una di tenebra – l’uomo è chiamato a scegliere. La scelta dell’eternità si gioca nel tempo, nelle decisioni quotidiane, nel modo in cui crediamo, adoriamo, speriamo ed amiamo, come la Madonna a Fatima ci ha invitato a fare.

Natale è l’anticipo storico di ciò che il Paradiso è in modo eterno: la comunione piena tra Dio e l’uomo. San Gregorio di Nissa insegna che l’anima è stata creata con un desiderio infinito, capace di essere colmato solo da Dio (De vita Moysis, II, 232-239). Il Natale accende nel cuore una pace fragile e ancora esposta alle ferite; il Paradiso è quella stessa pace portata a compimento, senza più dolori né separazioni.

San Tommaso d’Aquino afferma che la felicità suprema dell’uomo consiste nella visione di Dio (Summa Theologiae, I-II, q.3). A Natale, Dio si lascia vedere in un volto umano; in Paradiso l’uomo vedrà Dio senza veli. Il Natale è la prima visione di Dio concessa all’uomo; il Paradiso sarà l’ultima, definitiva ed eterna.

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Il presepe, un libro aperto

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2025

Il presepe, un libro aperto
Durante il tempo di Avvento si prepara il presepe ed è molto salutare dedicare dei momenti della giornata in cui sospendere tutte le occupazioni per riflettere e meditare davanti ad esso. Don Dolindo Ruotolo ci dà qualche spunto di riflessione che può aiutare ciascuno di noi nella crescita spirituale.
di Serafino de Virginis – Cristianesimo Cattolico
Tratto da: Radio Maria

Il presepe

San Francesco d’Assisi ha dato vita al presepe, a questa piccola rappresentazione plastica del grande mistero della nascita di Gesù, Salvatore del mondo, in una povera stalla. Tante famiglie cristiane preparano il loro presepe nel salotto e dedicano tanto tempo alla costruzione delle casette, dei vari ambienti naturali come il deserto, le montagne, i prati, i ruscelli, i laghetti, il villaggio con tutti i personaggi che lavorano, i bimbi che giocano, le stalle con gli animali… e soprattutto si costruisce con tanto amore e devozione la grotta dove nella notte di Natale nascerà il Bambinello. Il presepe aiuta ad innalzare la nostra mente a Dio.

Bisogna perciò accostarsi al presepe con una visione di fede, pregando e meditando sul mistero dell’Incarnazione del Verbo. Accostarsi al presepe solo per ammirarne l’arte di colui che lo ha costruito rende sterile la nostra devozione. Meditiamo, dunque, con don Dolindo su quanti insegnamenti può darci il presepe. Il presepe rappresenta un piccolo mondo. Il bambino lo ammira estasiato, e non sa che in realtà le rocce che si innalzano maestose sono solo un ammasso di giornali dipinti, i ruscelli sono dei semplici tubi e che nel giro di qualche settimana tutto verrà disfatto e riposto negli scatoli.

Nella Novena di Natale don Dolindo scrive:
«Ecco l’immagine viva di questo mondo: noi ci viviamo dentro e lo consideriamo da bambini. Il suo movimento, la sua bellezza, la sua luce ci appaiono come l’unico fascino della nostra vita, e molte volte dimentichiamo che qui ci siamo di passaggio e che abbiamo tutti il dovere di perfezionarci, di migliorarci per il Cielo e passare oltre. Verrà anche per il mondo il gran giorno nel quale tutto si sfascerà, e tutto ciò che è stato nel nostro “presepe” apparirà nella sua realtà: un poco di polvere, d’illusione, di fantasmagoria e nulla più».

Riflettiamo inoltre, che tutto il presepe viene costruito solamente per Gesù che ne è il centro. Tutti i personaggi vengono posizionati nei loro luoghi di lavoro, nelle loro casette, sui prati; i personaggi privilegiati sono gli umili pastorelli, poiché il loro posto è proprio vicino alla grotta. Non appena nasce Gesù ci sembra di scorgere la gioia anche in questi pupazzetti, soprattutto in quelli più vicini alla grotta. Ora, quando termina il periodo natalizio cosa succede a tutti i personaggi? Viene tolto Gesù dalla greppia e tutti i personaggi vengono rimessi negli scatoli in attesa dell’anno prossimo.

Scrive don Dolindo:
«Guardiamo nel mondo come nel presepe. Tutti si muovono per la loro via, ognuno si forma, nel suo “presepe”, un ambiente isolato e sogna una vita di grandezze; eppure tutti ci siamo per un unico scopo: conoscere Dio, perfezionarci, raggiungere Lui. Se togliete dalla nostra vita questa grande realtà […] esso si risolve in nulla».

Tutti ammiriamo con meraviglia la graziosità dei vari personaggi del presepe, ma raramente riflettiamo sul fatto che l’artista ha “tormentato” il legno per riuscire a scolpire il pupazzetto. Quanti colpi di scalpello ha dovuto dare a quel pezzetto di legno! «Quando noi ci vediamo tribolati, è segno che siamo “legno” un poco duro – scrive don Dolindo – che opponiamo alla misericordia di Dio la resistenza delle nostre grandi miserie, ed è segno che Dio vuol fare di noi qualche cosa di più bello e di più perfetto».

Lasciamo, dunque, che Dio, il divino artista, possa scalpellare la nostra anima per renderla perfetta per il Paradiso, anche se ciò ci farà soffrire. Il centro del presepe è la grotta con il Bambinello adagiato nella mangiatoia, con la divina Madre che adora il suo tesoro e san Giuseppe, qual giglio di purezza, posto accanto a Maria e Gesù per custodirli. Quanti pensieri sorgono nella nostra mente nel contemplare la grotta! Quanti sospiri al divin Pargoletto!

Nella Vigilia di Natale, nell’attesa trepidante della nascita del Bambinello ripetiamo a Gesù le dolci frasi insegnateci da don Dolindo:
«Vieni, Signore, riforma Tu i nostri poveri pensieri.
Vieni, ammantaci di giustizia fra tanto dilagare di crudeltà.
Vieni, donaci la purezza.
Vieni, santifica i nostri dolori nella tua Volontà.

Vieni, sottomettici alla tua Legge con amore di figli, affinché siamo degni di servirti, amandoti.
Vieni, Gesù dolcissimo, e come Tu ti sei rivestito di umana carne nel seno di Maria, così rivesti noi, poveri peccatori, di Te.
Vieni! Tu puoi trasformare questa povera vita in ricchezza divina».

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Il tuo Natale di fuoco

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2025

Luce del mondo

«Gesù Signore, dammi il tuo Natale / di fuoco interno nell’umano gelo, / tutta una pena in celestiale pace / che fa salva la gente e innamorata / del Cielo se nel cuore pur le parla».

Clemente Rebora

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San Giovanni da Kety, “il padre dei poveri”

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2025

San Giovanni da Kety, “il padre dei poveri”
Il santo soleva ripetere come motto: “Combatti tutti gli errori, ma fallo con buonumore, pazienza, gentilezza e amore”
Tratto da: Radio Maria GT

San Giovanni da Kety
23 dicembre, memoria liturgica

Questo santo nacque nella città di Kety, in Polonia, nell’anno 1397. Ancora giovane fu ordinato sacerdote e nominato professore all’Università di Cracovia, ma l’invidia di alcuni colleghi finì per farlo nominare parroco di un villaggio lontano.

Riacquistò, qualche tempo dopo, la carica di professore all’Università di Cracovia e per molti anni tenne lezioni sulle Sacre Scritture o sulla spiegazione della Sacra Bibbia.

La sua fama crebbe a dismisura. Nelle discussioni ripeteva ciò che diceva Sant’Agostino: “Combattiamo il peccato, ma amiamo il peccatore. Affrontiamo l’errore, ma non desideriamo violenza contro nessuno; la violenza arreca sempre danno, ma la pazienza e la gentilezza spalancano le porte dei cuori”.

Quando predicava sul peccato, piangeva al ricordo dell’ingratitudine dei peccatori verso Dio e la gente, nel vederlo piangere, si commuoveva e cambiava condotta.

Ripeteva questi consigli ai suoi studenti: “Fate attenzione a non offendere, perché poi è difficile far dimenticare l’offesa. Evitate di mormorare, perché dopo risulta molto difficile restituire la fama che si è tolta”.

Centinaia di sacerdoti furono formati spiritualmente da lui e la gente arrivò a chiamarlo “il padre dei poveri”, per le sue numerose opere di carità verso i più bisognosi.

Morì il 24 dicembre 1473. Si verificarono molti miracoli presso la sua tomba e, mediante la sua intercessione, si ottennero grazie straordinarie.

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La grazia dello Spirito Santo non conosce lunghi indugi

Posté par atempodiblog le 22 décembre 2025

La visitazione di Maria ad Elisabetta

“In quei giorni Maria si alzò e partì in fretta per la montagna verso una città della Giudea ed entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta” (Lc 1,39-40).

È di regola che tutti coloro che vogliono essere creduti, forniscano le prove. Così l’Angelo che annunziava i misteri, per indurre a credere Maria con un esempio, aveva annunziato a Lei, che era vergine, la maternità di una donna anziana e sterile, mostrando così che Dio può tutto ciò che vuole.

Appena Maria ebbe appreso questa notizia, non certo per mancanza di fede nella profezia, né per incertezza sulla veridicità dell’annunzio, e neppure perché avesse dei dubbi su quel precedente che l’Angelo le aveva riferito, ma lieta e sollecita per il compimento di un dovere, partì, frettolosa, alla volta della montagna.

Ormai ricolma di Dio, dove poteva andare in fretta se non in alto? La grazia dello Spirito Santo non conosce lunghi indugi…

di Sant’Ambrogio

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La nascita di Gesù raccontata dalla Venerabile Maria di Ágreda

Posté par atempodiblog le 21 décembre 2025

La nascita di Gesù raccontata dalla Venerabile Maria di Ágreda
di Miriam – I primi sabati di Fatima
Fonte: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Suor Maria di Gesù di Ágreda (1602-1665) è una religiosa dell’Ordine delle Concezioniste Francescane, mistica e scrittrice della Spagna del XVII secolo. Dopo la professione dei voti, cominciò ad avere prove fisiche e morali che si susseguivano in lei con tale intensità che, come essa stessa confessò, per oltre 40 anni provò dolori di morte ma senza morirne, insieme a doni eccezionali, sia esteriori (poi venuti meno) che interiori. Suor Maria scrisse varie opere d’edificazione spirituale, la più nota delle quali è la «Mistica Città di Dio», una sorta di biografia della Madonna, da cui è stato estratto il racconto della nascita di Gesù.

Il parto indolore della Madre di Dio dans Commenti al Vangelo Il-parto-indolore-della-Madre-di-Dio

“Maria santissima e Giuseppe entrarono in questo alloggio preparato per loro… Questo era tutto fatto di macigni naturali e rozzi senza alcuna particolarità ed era tale che gli uomini lo giudicarono adatto solo come rifugio di animali; l’eterno Padre, però, l’aveva destinato ad essere abitazione e riparo del suo stesso Figlio…

San Giuseppe accese del fuoco con gli attrezzi che a tale scopo aveva portato con sé. E poiché il freddo era grande, vi si avvicinarono per riceverne un po’ di sollievo; mangiarono il povero cibo che avevano portato con incomparabile gioia delle loro anime, sebbene la Regina del cielo e della terra, essendo prossima l’ora del suo parto divino, fosse tanto assorta e rapita nel mistero che non avrebbe mangiato niente, se non si fosse frapposta l’obbedienza al suo sposo.

Una volta terminato di mangiare, ringraziarono il Signore come facevano sempre. Dopo essersi trattenuti per breve tempo in tale ringraziamento e nel parlare tra loro dei misteri del Verbo incarnato, la prudentissima Vergine, che sapeva già vicina l’ora del suo felicissimo parto, pregò il suo sposo Giuseppe di ritirarsi a riposare e a dormire un poco, perché la notte era già molto avanzata.

Il santo uomo ubbidì alla sua sposa e le chiese che ella pure facesse lo stesso; a tal fine aggiustò e preparò con i panni portati con sé una mangiatoia piuttosto larga, posta in terra per gli animali che vi si riparavano. Lasciando così sistemata in questa sorta di letto Maria santissima, il santo Giuseppe si ritirò in un angolo della grotta, dove cominciò a pregare.

Subito fu visitato dallo Spirito divino e sentì una forza soavissima e straordinaria da cui fu rapito ed elevato in un’estasi in cui gli fu mostrato tutto ciò che avvenne in quella notte nella fortunata grotta, perché non riprese i sensi fino a che non lo chiamò la divina sposa.

La Regina delle creature, nel luogo in cui si trovava, fu nel medesimo tempo mossa da una forte chiamata dell’Altissimo con un’efficace e dolce trasformazione, che la sollevò al di sopra di tutte le cose create, e sentì nuovi effetti del potere divino; questa estasi fu infatti una delle più belle ed ammirabili della sua santissima vita…

Dal talamo verginale, dunque, il bambino Dio nacque solo e senz’altra cosa materiale o corporea che lo accompagnasse.

La volontà divina fu che la prima volta la beatissima Madre vedesse il suo Figlio, uomo-Dio, glorioso nel corpo.

Già era tempo che la prudentissima ed accorta Signora chiamasse il suo fedelissimo sposo san Giuseppe… Conveniva, tuttavia, che anche con i sensi del corpo vedesse, toccasse, venerasse e adorasse il Verbo incarnato prima di qualsiasi altro mortale, perché egli solo era fra tutti eletto come dispensatore fedele di così eccelso mistero.

Uscì dall’estasi per volontà della sua divina sposa e, ripresi i sensi, la prima cosa che vide fu il bambino Dio nelle braccia della sua Madre vergine, appoggiato al suo sacro volto e adagiato sul suo petto. Qui lo adorò tra le lacrime con profondissima umiltà. Gli baciò i piedi con tale giubilo ed ammirazione che gli sarebbe venuta meno la vita, se questa non gli fosse stata conservata dalla forza divina, ed avrebbe perso i sensi, se in quella circostanza non gli fosse stato necessario farne uso.

Dopo che il santo Giuseppe ebbe adorato il bambino, la prudentissima Madre chiese licenza al suo medesimo Figlio di sedersi e lo avvolse in fasce e pannicelli, che il suo sposo le porgeva con incomparabile riverenza, devozione e delicatezza. Così fasciato, la stessa Madre divina lo depose nella mangiatoia, dopo aver posto un po’ di paglia e di fieno su una pietra per adagiarlo nel primo letto che Dio fatto uomo ebbe sulla terra al di fuori delle braccia di sua madre.

Subito da quelle campagne venne con somma prontezza, per volontà divina, un bue. Entrato nella grotta si unì all’asinello che la medesima Regina aveva portato. Ella comandò loro di adorare, con la riverenza di cui erano capaci, il loro Creatore e di riconoscerlo tale. Gli umili animali obbedirono al comando della loro Signora e si prostrarono davanti al bambino, lo riscaldarono col proprio fiato e gli prestarono l’ossequio negato dagli uomini.

Così, Dio fatto uomo fu avvolto in panni e posto nella mangiatoia, fra gli animali, adempiendosi miracolosamente la profezia che dice: «Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende»”.

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Maria, la Madre dell’evangelizzazione

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2025

Card. Victor Manuel Fernández
Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede

La Madre dell’evangelizzazione
Perché Maria è la prima evangelizzatrice?

Conferenza per l’incontro con sacerdoti, religiose e seminaristi latinoamericani
che studiano a Roma (12 dicembre 2025).

Maria, la Madre dell’evangelizzazione dans Commenti al Vangelo Maria-la-Madre-dell-evangelizzazione

ES - IT ]

Maria è la Stella dell’evangelizzazione perché oggi è la prima evangelizzatrice. Ma diciamo di più: è la Madre dell’evangelizzazione. Cercheremo di fondare questa affermazione attraverso alcuni preziosi testi della Bibbia e del Magistero.

Con Lei vengono Cristo e lo Spirito
Cominciamo con Lc 1,39-45, dove viene narrata la visita di Maria a Elisabetta. Qui viene mostrato l’atteggiamento di Elisabetta nei confronti di Maria quando la riceve. Questo atteggiamento è importante perché è effetto dell’azione dello Spirito Santo che ha mosso Elisabetta in quel momento: «Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce» (Lc 1,41-42a). E così, piena della luce e del fuoco dello Spirito, pronuncia tre frasi. Mossa dallo Spirito Santo, Elisabetta chiama Maria con lo stesso elogio che usa per Cristo: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42). Li riconosce come inseparabili. Ma subito dopo, sempre mossa dallo Spirito, aggiunge: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,43). A che cosa devo? (“chi sono io?”). Anche questo atteggiamento di umiltà e venerazione nei confronti di Maria è effetto dell’azione dello Spirito. E la terza frase è: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45). Loda Maria per la sua fede e per questo la chiama “beata”. Nel Vangelo di Luca questa parola non esprime uno stato d’animo, ma esprime la santità: i beati sono quelli che hanno già un posto in cielo (cfr. Lc 6,20-22; Mt 5,3-12). Ma cosa c’entra questo con l’evangelizzazione?

Notiamo che tutto questo accade a Elisabetta perché lei si è avvicinata a Gesù ed è stata riempita dello Spirito Santo. Ma Gesù è giunto a Elisabetta perché Maria, inseparabile da Cristo, lo ha portato: «Benedetta tu…, benedetto» (Lc 1,42). Questo accade anche oggi, e avviene spesso nella pietà popolare latinoamericana, quando un’immagine di Maria visita una casa, o si avvicina a un malato in ospedale, o quando un ragazzo invita un amico ad andare a piedi verso un santuario mariano. Lei come madre dona Cristo e da Lui sgorga per noi lo Spirito Santo.

Piena del Vangelo
Maria evangelizza anche per un altro motivo. Perché conserva nel suo cuore tutto il Vangelo. Ricordiamo che due volte il Vangelo di Luca dice che Maria meditava attentamente tutte queste cose e le conservava nel suo cuore (cfr. Lc 2,19.51). Notate bene, due verbi: le custodiva, le metteva nel suo cuore come se fosse uno scrigno di tesori. Le meditava anche, cioè assaporava il significato, la grandezza, il valore di tutto ciò che Gesù faceva e diceva. Che bello che Maria sia quel libro vivente e luminoso, dove possiamo trovare tutto, tutta la storia di Gesù e il suo significato più profondo! Allora, in quel cuore della Madre c’è Gesù, tutta la sua storia, c’è tutto il Vangelo, perché Maria è stata testimone di tutto, dall’incarnazione e dalla nascita fino alla morte in croce e alla risurrezione, passando per tutta la vita. A lei non è sfuggito nulla, da brava Madre, non le sfuggiva alcun dettaglio. Dopo trent’anni vissuti insieme nella casa di Nazareth, quante cose sa Maria che non sono nemmeno scritte nei Vangeli, perché in realtà il Vangelo più completo, l’unico integrale, è nel cuore di Maria.

Maria collega il Vangelo alla nostra vita
Ma lei non ha dentro di sé solo la storia di Gesù. Ha anche la tua. Nel capitolo 12 dell’Apocalisse, dove appare la figura di Maria in cielo, si dice che lei ha dato alla luce Gesù (Ap 12,5), e alla fine la menziona come madre del «resto dei suoi figli» (Ap 12,17). Cioè, per lei, Gesù e noi, che siamo il resto dei suoi figli, sono due realtà inseparabili. E per questo lei contempla anche tutta la tua storia, da quando ti sei formato nel grembo di tua madre, mentre crescevi nella tua infanzia e adolescenza, ogni tua gioia e ogni tua sofferenza, tutto, dal primo all’ultimo istante della tua vita, tutto è custodito nel suo cuore di Madre, che ti dice come disse a Juan Diego: «Non sono forse qui, io che sono tua madre? […]. Non sei forse nell’incavo del mio mantello, nella piega delle mie braccia?»[1] Per questo Maria, che ha contemplato il Vangelo, custodisce anche nel suo cuore la tua vita molto concreta. Così può unire le due cose: può mettere in contatto il Vangelo con la tua vita, può far sì che il Vangelo tocchi la tua esistenza concreta. E questo non è forse evangelizzare?

Potreste chiedervi che importanza abbia tutto questo, ma vi chiedo di prestare attenzione perché è estremamente bello. È importante che ci sia qualcuno che ricordi la tua storia. A volte potresti pensare che chi conosce tutto sia tua moglie, tuo marito, tua sorella, il tuo amico. Ma quante cose ci sono che quella persona non sa della tua storia, dei tuoi dubbi, delle tue sofferenze? Maria sì, conosce e custodisce tutto questo. Tu stesso dimentichi molte cose, o rimangono in una sorta di penombra interiore, o tu stesso preferisci dimenticarle. Sembra che alla fine tutta la tua storia svanirà nell’oblio. Ma lei, la Madre, conserva tutto nel suo cuore, custodisce lì tutto ciò che hai vissuto e conosce bene il significato di ogni cosa e di ogni momento. Lei non dimentica. E per questo, ogni volta che vai a pregare, a conversare con lei, lei potrà capire più di chiunque altro ciò che le dici e anche ciò che non le dici, alla luce del Vangelo. Perché lei può leggere ogni tuo momento nel contesto di tutto ciò che hai vissuto. Per questo, connettendoti con Maria, la tua vita riceve dal Vangelo quella luce di cui hai bisogno per capire il tuo cammino personale.

Evangelizzati dal volto della Madre
In modo misterioso, senza parole, grazie all’azione segreta dello Spirito Santo, senza che nessuno glielo insegni o glielo spieghi, molte persone semplici ricevono nel loro intimo il messaggio del Vangelo guardando Maria, e così vengono evangelizzate. Per questo diciamo che il Popolo fedele non si allontana da Cristo, né dal Vangelo, quando si trova di fronte a lei, ma riesce a leggere «in quell’immagine materna tutti i misteri del Vangelo».[2] (cfr. MPF 77)

Il Documento di Aparecida lo esprimeva così, riferendosi al pellegrino che arriva davanti a un’immagine di Maria:

«L’arrivo è un incontro d’amore. Lo sguardo del pellegrino si posa su un’immagine che simboleggia la tenerezza e la vicinanza di Dio. L’amore si ferma, contempla il mistero, gode in silenzio. [...] Un breve istante condensa una viva esperienza spirituale».[3]

«Contempla il mistero». Vediamo come lo spiega la Nota dottrinale Mater populi fidelis offrendo diversi esempi concreti di ciò che vive un fedele semplice e sofferente quando trova in Maria il Vangelo:

«Perché, in quel volto materno, vede riflesso il Signore che ci cerca (cf. Lc 15,4-8), che viene incontro a noi con le braccia aperte (cf. Lc 15,20), che si ferma davanti a noi (cf. Lc 18,40), che si curva su di noi e ci solleva verso la sua guancia (cf. Os 11,4), che ci guarda con amore (cf. Mc 10,21) e che non ci condanna (cf. Gv 8,11; Os 11,9). Nel suo volto materno, molti poveri riconoscono il Signore che “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,52). Questo volto di donna canta il mistero dell’Incarnazione. In questo volto della Madre, trafitta dalla spada (cf. Lc 2,35), il Popolo di Dio riconosce il mistero della Croce, e in quel volto, illuminato dalla luce pasquale, percepisce che Cristo è vivo. Ed ella, che ricevette in pienezza lo Spirito Santo, è colei che sostiene gli apostoli riuniti in preghiera nel Cenacolo (cf. At 1,14)» (MPF 77).

Cioè, senza leggere o studiare il testo di Luca 15, nel volto di Maria riconoscono la misericordia e la tenerezza del Padre Dio. Senza leggere il testo di Osea 11, guardando Maria sentono che quel Padre li solleva verso la sua guancia. Senza leggere il racconto della Passione, in Maria trafitta dalla spada leggono il mistero della Croce redentrice. Senza leggere i racconti della risurrezione né seguire corsi accademici sul Mistero pasquale, nel volto di Maria scoprono che Cristo è vivo e che c’è speranza. Molti intellettuali non comprendono questo, perché tutto ciò ha una logica diversa: è qualcosa che avviene in modo segreto, misterioso, mistagogico, simbolico, che a volte la persona stessa che lo vive non sa spiegare, ma nell’incontro con Maria è stata illuminata dal Vangelo. Anche per questo Maria è evangelizzatrice.

Quindi, ci troviamo di fronte a una chiarificazione estremamente importante, fondamentale per una Mariologia sana: non è che Dio sia distante e Maria ci dia quella vicinanza che Dio non ha. Per favore, non dirlo. È esattamente il contrario: è impossibile per Maria essere più vicina a noi del Padre, di Cristo, dello Spirito Santo. Assolutamente no. Ciò che accade è che in lei, nel suo volto di Madre, possiamo facilmente scoprire la vicinanza di Dio, che è Colui che raggiunge la profonda intimità dei nostri cuori. In lei riconosciamo quell’amore del Padre di cui il Vangelo ci parla, la tenerezza di Cristo e la potenza dello Spirito che leggiamo nei testi del Vangelo. Lei è la trasparenza del nostro Dio vicino, misericordioso e compassionevole, come presentato nel Vangelo.

Madre della grazia
Maria però non è evangelizzatrice solo perché in lei riceviamo il messaggio del Vangelo, ma anche perché con il suo aiuto materno ci aiuta ad accoglierlo con il cuore e a viverlo. Questa è opera della grazia, e noi ci chiediamo cosa c’entri Maria con tutto questo. Ella non può meritare per noi la grazia santificante, perché «nessuno può meritare la grazia prima per un altro, se non Cristo solo».[4] Ella stessa ha ricevuto la grazia «in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano»[5]. Tuttavia, molti dottori hanno spiegato che è ragionevole (congruo) che Dio ascolti un’intercessione[6] e agisca ascoltandola, perché è sua volontà. Per questo motivo può voler liberamente riversare la sua grazia esaudendo il desiderio della Madre che prega per i suoi figli. In questo modo la Madre viene incorporata nella sua opera, in quella che viene solitamente chiamata «mediazione partecipata».[7] Questo desiderio di amore materno aveva una forza particolare quando lei offriva la sua sofferenza accanto alla Croce dell’unico Redentore (cfr. MPF 32).

D’altra parte, vediamo cosa spiega la Nota dottrinale Mater populi fidelis, quando afferma:

«Lei, con la sua intercessione, può implorare per noi gli impulsi interiori dello Spirito Santo, che chiamiamo “grazie attuali”. Si tratta di quegli aiuti dello Spirito Santo che operano anche nei peccatori al fine di disporli alla giustificazione, e altresì in coloro che sono già giustificati dalla grazia santificante, al fine di stimolarli alla crescita. In tale senso preciso, si deve interpretare il titolo di “Madre della grazia”. Maria umilmente collabora affinché possiamo aprire il cuore al Signore, il quale è l’unico che può giustificarci con l’azione della grazia santificante [...]. Questa è opera esclusiva dello stesso Signore, tuttavia non esclude che, attraverso l’azione materna di Maria, i fedeli possano raggiungere quelle parole, immagini e stimoli differenti che li aiutano ad andare avanti nella vita, e a preparare, a disporre il cuore per la grazia che il Signore infonde, come anche a crescere nella vita di grazia, ricevuta gratuitamente» (MPF 69). «Maria sviluppa così un’azione singolare per aiutarci ad aprire i nostri cuori a Cristo e alla sua grazia santificante, che eleva e guarisce. Quando lei comunica suscitando diverse “mozioni”, queste devono essere sempre intese come stimoli per aprire le nostre vite all’Unico che opera nel più intimo del nostro essere» (MPF 70).

Per questo la vediamo salda a Pentecoste, accompagnando la preghiera degli apostoli affinché si aprissero all’arrivo dello Spirito Santo (cfr. At 1,14). Lo stesso fa ora, non solo attraverso il suo esempio e la sua intercessione, ma anche attraverso “parole, immagini e stimoli” che lei, come Madre, sa come farci arrivare. Lo abbiamo visto nel corso di tutta la storia dell’evangelizzazione.

La Madre incarnata nelle nostre vite
Maria è evangelizzatrice anche per un altro motivo. Perché i deboli, i sofferenti, i poveri e i feriti riconoscono in Maria una di loro, e per questo non hanno paura di lei, si affidano docilmente a lei, si lasciano evangelizzare da lei. Ricordiamo che i vescovi latinoamericani dicevano ad Aparecida che i poveri «incontrano la tenerezza e l’amore di Dio nel volto di Maria».[8] Vediamo come lo spiega la Nota Mater populi fidelis:

«Il Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro. È colei che, come ogni madre, ha portato suo figlio in grembo, lo ha allattato, lo ha cresciuto amorevolmente con l’aiuto di San Giuseppe, e non le sono mancati gli scossoni e i dubbi della maternità (cf. Lc 2,48-50). È colei che canta al Dio che “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,53), colei che soffre con gli sposi che sono rimasti senza vino per la loro festa (cf. Gn 2,3), che sa correre a dare una mano alla cugina che ne ha bisogno (cf. Lc 1,39-40), che si lascia ferire, come trafitta da una spada a causa della storia del suo popolo, di cui suo Figlio è “segno di contraddizione” (Lc 2,34); è colei che capisce cosa significa essere un migrante o un esule (cf. Mt 2,13-15), che nella sua povertà può offrire solo due piccoli colombi (cf. Lc 2,24) e che sa cosa vuol dire essere disprezzati per appartenere alla famiglia di un povero falegname (cf. Mc 6,3-4). I popoli sofferenti riconoscono Maria che cammina al loro fianco e per questo cercano la Madre per implorare il suo aiuto» (MPF 78).

Lei non solo intercede per noi, affinché possiamo aprire il nostro cuore a Cristo, ma è anche un segno potente e bello della vicinanza di Dio che è veramente Dio con noi. Ella ci permette di smettere di sentire Dio come qualcuno lontano, incapace di comprendere e condividere le nostre vite, e in questo modo ammorbidisce i nostri cuori affinché il Signore possa compiere la sua opera in noi.

Prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione
Per tutte queste ragioni, Maria evangelizza, ma non redime. La Bibbia dice con estrema chiarezza: «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). L’unico Redentore è Cristo e usare questa parola per riferirsi a Maria può complicare troppo le cose. Quando parliamo di parole, titoli o espressioni usate dal Popolo di Dio, è importante distinguere bene ciò che chiamiamo “pietà popolare”: alcuni gruppi sviluppano un’intera argomentazione per difendere alcune espressioni, ed è loro diritto farlo, ma questa non è la pietà popolare, perché non si tratta di espressioni usate dalla grande maggioranza del Popolo di Dio. I fedeli semplici non usano un linguaggio tecnico fatto di titoli e dogmi, ma manifestano il loro apprezzamento per Maria in altro modo, come quando nel pellegrinaggio del Rocío in Andalusia dicono: “Che bella che sei!”, o soprattutto quando in America Latina la chiamano “Mamita” o “Mamacita”. Non abbiamo una parola più bella per Maria: Madre di Dio, Madre della Chiesa, Madre della grazia, Madre dell’evangelizzazione: Madre…

Tuttavia, ricordiamo ciò che afferma il documento Mater populi fidelis quando sostiene che se per ogni credente la sua «cooperazione con Cristo diventa tanto più fruttuosa quanto più si lascia trasformare dalla grazia, a maggior ragione ciò si deve affermare di Maria, in un modo unico e supremo […]. Lei è la Madre che ha dato al mondo l’Autore della Redenzione e della grazia, che è rimasta ferma sotto la Croce (cf. Gv 19,25), soffrendo insieme al Figlio, offrendo il dolore del suo cuore materno trafitto dalla spada (cf. Lc 2,35). Lei è rimasta unita a Cristo dall’Incarnazione alla Croce e alla Resurrezione in un modo esclusivo e superiore a quanto potesse accadere a qualsiasi credente» (MPF 32).

Da qui deriva che lo stesso documento sostiene testualmente che Maria è la «prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione e della grazia» (MPF 22) e che «esiste una singolare collaborazione di Maria all’opera salvifica che Cristo compie nella sua Chiesa» (MPF 42).

Evangelizzazione integrale
Ma se parliamo di Maria e dell’evangelizzazione, non possiamo dimenticare che la Chiesa propone un’evangelizzazione integrale, che non separa la fede dalla vita concreta e dalla dignità delle persone. Lo vediamo in Maria quando, nonostante avesse ricevuto il tremendo annuncio dell’angelo, corse senza indugio ad aiutare sua cugina Elisabetta (cfr. Lc 1,39-40). Questo è il suo cuore evangelizzatore, che non si accontenta di darci il massimo, che è Gesù Cristo. Come vera Madre piena d’amore, si preoccupa di tutta la nostra vita, nel corpo e nell’anima, e non separa la fede dalla promozione delle persone.

Lo vediamo anche nell’atteggiamento di servizio e compassione che ha mostrato alle nozze di Cana (cfr Gv 2,1-11) e oggi continua a rivolgersi a Gesù per dirgli: «Non hanno più vino» (Gv 2,3). Questo testo ci mostra Maria come interceditrice, ma non solo per i nostri bisogni spirituali, ma anche di fronte alle più svariate necessità delle nostre famiglie.

Lei, solidale con le sofferenze dei poveri, loda Dio perché «ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati» (Lc 1,52-53).

Alcune perle di Francesco
In quest’ultima parte riprenderemo brevemente alcuni paragrafi mariani tratti da tre documenti di Papa Francesco.

In Christus vivit si trova una descrizione di Maria nel Vangelo come Madre preoccupata per l’evangelizzazione. Dice così: «Maria era la ragazza con un’anima grande che esultava di gioia (cfr Lc 1,47), era la fanciulla con gli occhi illuminati dallo Spirito Santo che contemplava la vita con fede e custodiva tutto nel suo cuore (cfr Lc 2,19,51). Era quella inquieta, quella pronta a partire [...]. Con la sua presenza, è nata una Chiesa giovane, con i suoi Apostoli in uscita per far nascere un mondo nuovo (cfr At 2,4-11)» (ChV 46-47).

In Evangelii gaudium Papa Francesco capovolge l’espressione “Maria ci porta a Cristo” e dice qualcosa di sorprendente: «Ai piedi della croce, nell’ora suprema della nuova creazione, Cristo ci conduce a MariaCi conduce a lei perché non vuole che camminiamo senza una madre» (EG 285).

Cioè, Cristo ha voluto che tutta la sua opera salvifica avesse una Madre, una presenza e un volto materno, e per questo Cristo ci porta a lei, che «cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio» (EG 286).

Infine, in Gaudete et exsultate ci invita ad avvicinarci a lei senza timore per ricominciare sempre: «Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci» (GE 176).

Per questo, continua, «la Madre non ha bisogno di tante parole, non le serve che ci sforziamo troppo per spiegarle quello che ci succede» (ibid).  Basta ripetere più volte quelle parole che abbiamo imparato da bambini. Diciamole ora insieme: «Ave Maria…».

Victor Manuel Card. Fernández


[1] J.L. Guerrero Rosado, Nican Mopohua: Qui si racconta… il grande evento, Cuautitlán 2003, nn. 23, 119.

[2]  Francesco, Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 285AAS 105 (2013), 1135.

[3] Consiglio Episcopale Latinoamericano, V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (Aparecida, 13-31 maggio 2007), n. 259.

[4] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 114, a. 6, co.

[5] Pio IX, Cost. ap. Ineffabilis Deus (8 dicembre 1854): Pontificis Maximi Acta. Pars prima, Romae 1854, 616: «… la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale» (DH 2803); Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium (21 novembre 1964), n. 53: AAS 57 (1965), 58: «Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo».

[6] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 114,  a. 6, ad 3.

[7]  S. Giovanni Paolo II, Carta enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987), n. 38: AAS 79 (1987), 411-412; cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. dogm. Lumen gentium, n. 62: AAS 57 (1965), 63.

[8] Consiglio Episcopale Latinoamericano, V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (Aparecida, 13-31 maggio 2007), n. 265.

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San Giuseppe presso il Bambino Gesù

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2025

San Giuseppe e il Bambino Gesù

“Lingua umana non vale a descrivere i sensi di San Giuseppe presso il Bambino Gesù e neppure un angelo saprebbe ridire la felicità del Santo Patriarca, quando Maria Santissima, volendo rendere meno duro il giaciglio al Pargoletto divino, lo pose fra le braccia di San Giuseppe.

Egli lo ricevette colle ginocchia a terra dalle mani dell’Augusta Vergine, se lo strinse al seno con inesprimibile amore e rispetto, lo bagnò di lacrime, lo coprì di baci, l’offrì all’Eterno Padre come il riscatto del suo popolo, la speranza e la gioia di Israele.

Oh, quanto si stimò fortunato l’umile figlio di Davide! Più ricco dei suoi antenati, in mezzo a tanta povertà Egli possedeva il più prezioso Tesoro del Cielo; la sua gloria eclissava tutta quella della sua stirpe.

Egli poteva contemplare con i suoi occhi, stringere al suo cuore quell’Emmanuele, che Davide salutava da lontano, con gli accenti profetici, come suo Signore e suo Dio”.

di San Bernardo di Chiaravalle

Botti di Capodanno, l'appello dei medici degli ospedali: “E' una tradizione negativa e pericolosa” dans Articoli di Giornali e News Santo-Natale

Buon-Natale dans Preghiere
Freccia dans Riflessioni Novena di Natale (da recitarsi dal 16 al 24 dicembre)

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Il nome nuovo

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2025

Il nome nuovo
Tratto da: L’ave Maria, preghiera di tutti – di don Alessandro Pronzato, Gribaudi Editore

Maria Immacolata

L’Angelo, salutando la Madonna, Le recapita subito un dono: il nome nuovo.

Non la chiama Maria, ma “Piena di Grazia”.
 Ave (o, rallegrati), Piena di Grazia.

Il termine greco, kecharitoménè, è quasi intraducibile. La gamma piuttosto vasta delle nostre espressioni non riescono a raggiungere il significato profondo del vocabolo, devono accontentarsi di sfiorarlo.
Così sgraniamo tutta una serie, non di traduzioni, ma di semplici approssimazioni:
Piena di Grazia, Colmata di Grazia, Favorita da Dio, Preferita da Dio, Gratificata, Privilegiata, Tu che sei diventata oggetto di amore particolare da parte di Dio, Tu che hai sperimentato l’amore benevolo di Dio…
I filologi puntualizzano che si tratta del perfetto passivo di un verbo che contiene la parola charis, che significa grazia, ma nel senso molto ampio di amore, bontà, favore, bellezza, incanto, simpatia, fascino, armonia, seduzione, attrattiva, splendore, favore elargito.

Ora, l’indicazione fornita dal passivo è trasparente:
Maria non è soggetto, ma oggetto.
E’ Colei che consente al dispiegamento dell’azione divina. E quindi riceve in abbondanza Amore e Bellezza.

La “Grazia” diventa cosi suo possesso abituale (dono, non conquista!).

Giustamente la Bibbia di Gerusalemme traduce:
“Tu che sei stata e rimani colmata del favore divino”.

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Leone XIV: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!

Posté par atempodiblog le 6 décembre 2025

Leone XIV: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!
Il Concerto di Natale con i Poveri alla presenza del Papa
di Angela Ambrogetti – ACI Stampa

Concerto per i poveri alla presenza del Santo Padre Leone XIV

“La musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo.

Sì, la musica può elevare il nostro animo!

Non perché ci distrae dalle nostre miserie, perché ci stordisce o ci fa dimenticare i problemi e le situazioni difficili della vita, ma perché ci ricorda che non siamo solo questo:

siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!”.

Leone XIV ha ringraziato così chi ha collaborato al Concerto con i poveri, con una battuta a Michael Bublé per il suo italiano.

La musica come gioia “non è un caso che la festa del Natale sia ricchissima di canti tradizionali, in ogni lingua, in ogni cultura. Come se non si potesse celebrare questo Mistero senza musica, senza inni di lode.

Del resto, il Vangelo stesso ci dice che mentre Gesù nasceva nella stalla di Betlemme, in cielo c’era un grande concerto di angeli! E chi ha ascoltato quel concerto? A chi sono apparsi gli angeli? Ai pastori, che vegliavano di notte per fare la guardia al loro gregge”.

Oltre al suo grazie, il Papa ha concluso: “in questo tempo di Avvento, prepariamoci all’incontro con il Signore che viene! Facciamo in modo che i nostri cuori non si appesantiscano, non siano tutti presi da interessi egoistici e preoccupazioni materiali, ma che siano svegli, attenti agli altri, a chi ha bisogno; siano pronti ad ascoltare il canto d’amore di Dio, che è Gesù Cristo.

Sì, Gesù è il canto d’amore di Dio per l’umanità.

Ascoltiamo questo canto! Impariamolo bene, per poterlo cantare anche noi, con la nostra vita”.

Il grazie del Papa al Cardinale Vicario Baldo Reina, al Cardinale Konrad Krajewski e il Dicastero per il Servizio della Carità, come pure le diverse realtà caritative che si sono impegnate a collaborare per la realizzazione di questo evento.
Al Coro della Diocesi di Roma guidato dal Maestro Mons. Marco Frisina, insieme alla Nova Opera Orchestra, a Michael Bublé e a Serena Autieri.

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Un Avvento e un Natale di speranza

Posté par atempodiblog le 3 décembre 2025

Gesù che viene ad abitare nel nostro cuore e nella nostra vita 
Un Avvento e un Natale di speranza

Sia Maria ad accompagnarci e a farci strada nel cammino verso il Natale di Suo Figlio, Lui che è in persona la speranza del mondo
+ Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti – Vasto

Verso il Santo Natale

Che significa vivere l’Avvento? Tempo di attesa, di desiderio e di preparazione al Natale del Dio con noi, l’Avvento è per eccellenza il tempo in cui accogliere la sfida della speranza, in particolare quella riposta nel Dio che non solo non è stanco degli uomini, ma ha il coraggio di cominciare sempre di nuovo con loro nell’amore.

Proprio in quanto tempo della speranza, l’Avvento è la scuola di cui abbiamo tutti bisogno di fronte alla tentazione della sfiducia e della resa, che l’angoscia di questi tempi di crisi, segnati da violenze e da conflitti, potrebbe insinuare nei nostri cuori, in maniera più forte della volontà e dell’impegno di preparare un domani migliore.

È l’attesa del Dio che viene a precisare il volto del futuro che possiamo e dobbiamo attendere e preparare con speranza. C’è un futuro che possiamo progettare e prevedere, dilatazione del nostro presente agli orizzonti del domani che siamo in grado di portare a compimento, e c’è un futuro indeducibile e nuovo, che ci viene incontro al di là di ogni calcolo e di ogni misura.

In questo futuro la fede riconosce l’Avvento del Dio fedele, illuminato dalla promessa nella storia della salvezza e in particolare dalla resurrezione di Gesù dai morti. Se in ogni attesa utopica l’uomo è solo davanti al suo domani, chi crede nell’Avvento di Dio e aspetta il Suo ritorno sa di potergli andare incontro nella comunione del popolo di Dio con inequivocabili segnali d’attesa.

La speranza della fede sa cogliere questi segnali e li affida alle infinite possibilità dell’amore di Dio, riconoscendovi motivi di fiducia e stimoli all’impegno. È una speranza umile, ma fiduciosa nella promessa del Dio che è venuto a visitarci:

essa si fonda non in qualcosa che si possieda, ma in Qualcuno che viene ad abitare il cuore e la vita di chi si apra a Lui.

La speranza teologale ci apre ad accogliere il Figlio amato per cui vale la pena di vivere, fondando il cammino di ogni giorno sulla parola della Sua promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20).

È questa la speranza cui ci ha richiamato il Giubileo che va a concludersi: una speranza di cui il mondo dell’inizio del terzo millennio ha più che mai bisogno per vivere e dare senso alle opere e ai giorni. Di essa possiamo nutrirci alimentandoci al cibo solido della Parola di Dio. Meditare ogni giorno i testi della liturgia dell’Avvento, tradurre questo ascolto in gesti di carità e di servizio, può essere la forma concreta per vivere questa speranza, cui ci chiama il Dio che viene e di cui è modello luminoso la Vergine Maria, Madre della speranza che non delude.

Sia Lei ad accompagnarci e a farci strada nel cammino verso il Natale di Suo Figlio, Lui che è in persona la speranza del mondo!

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