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L’aiuto fondamentale della Grazia nel praticare le virtù

Posté par atempodiblog le 19 août 2025

L’aiuto fondamentale della Grazia nel praticare le virtù
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

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La virtù è una conquista e non è innata. Si realizza con la buona volontà e, naturalmente, con l’aiuto della Grazia. Nella prospettiva cristiana non si può certamente eliminare la Grazia; diversamente cadremmo nel pelagianesimo.

La virtù è la facilità nel fare il bene. Quella facilità che si ottiene dopo un lungo allenamento. Ad es., compiendo tanti atti di fortezza divento un uomo forte. […]
E’ il punto di arrivo di un combattimento spirituale. La virtù è importante perché realizza un’ideale umano ben preciso che è quello dell’uomo buono. […]
La fatica di praticare la virtù serve per realizzare l’uomo buono. Questo uomo buono ha come premio la vita eterna perché realizza in se stesso l’immagine di Gesù Cristo. […]
Una persona che non crede in Dio, che non ha la fede, può realizzare una vita virtuosa? La risposta è affermativa. Abbiamo avuto esempi di atei che erano uomini virtuosi. […]

La differenza tra chi crede e non crede esiste ed è notevole. La virtù di chi non crede è una virtù praticata senza l’aiuto fondamentale della Grazia. Quindi è una virtù dalle gambe corte. Ad es., è un conto la prudenza naturale ed un altro conto la prudenza soprannaturale. Un conto è la fortezza naturale ed un altro conto la fortezza soprannaturale come quella dei martiri.

Certamente anche fra chi non crede è possibile la pratica delle virtù umane, ma non c’è paragone per quanto riguarda la pratica della virtù quando questa pratica è sostenuta dalla Grazia e noi la vediamo nei santi.

I santi arrivano ad apici di virtù con l’aiuto della Grazia.

Bisognosi dell’aiuto della Grazia
Persone moralmente valide si possono trovare anche tra i non credenti, però la loro moralità ha dei limiti perché senza l’aiuto della Grazia non si possono fare grandi passi e, comunque, quando non c’è Dio nella propria vita c’è il pericolo di affermare il proprio io e, quindi, di una visione egocentrica della vita.

La prima grande diversità fra la pratica della virtù del non credente rispetto a quella del credente sta nel fine stesso della virtù: nella prospettiva di un Umanesimo ateo o agnostico la virtù è uno sforzo per migliorare se stessi.

L’obiettivo è la perfezione della persona umana perché divenga padrona delle sue varie inclinazioni e perché riesca a conservare l’equilibrio in tutte le sue azioni, anche nelle situazioni più ardue. Non è difficile incontrare nella nostra società dei non credenti che si applicano alla loro perfezione morale. La negazione di Dio non comporta necessariamente una vita viziosa. Anche un ateo ha un codice di valori a cui si ispira. In ogni caso, si tratta di una moralità che ha come fine ultimo la perfezione di se stessi. Da qui, però, il passo verso una religione umanitaria in cui l’uomo glorifica se stesso, al posto di Dio, è breve.

In questa prospettiva le virtù rischiano di essere al servizio dell’affermazione del proprio io, che è la radice malefica dell’egoismo e delle sue proliferazioni.

La tentazione permanente della cosiddetta “morale autonoma” è il povero io umano posto sull’altare sul quale è detronizzato Dio.

Lo sforzo umano non basta, serve l’aiuto di Dio
Un altro limite di non poco conto della morale autonoma è la fragilità strutturale dell’uomo di fronte alle esigenze del bene. Lo sforzo umano per praticare la virtù è lodevole, ma che cosa è in grado di fare l’uomo con le sole sue forze? L’inclinazione al male della natura umana è una realtà che nessuno, a causa dell’offuscamento della mente e della debolezza del libero arbitrio, riesce efficacemente a contrastare.

Una persona che volesse fare il bene prescindendo dall’aiuto di Dio manca di una grande forza, perché la potenza del peccato che opera in noi è forte. Lo sappiamo dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani: “in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. 

San Paolo mette in evidenza la fragilità della natura umana senza l’aiuto della Grazia.

Quindi chi vuole praticare la morale senza l’aiuto della Grazia non fa molta strada.

Anche quando una persona riesce a praticare il bene con le sole sue forze, rimane, comunque, assai lontana da quelle altezze a cui la Grazia di Dio conduce coloro che l’accolgono.

Dalla testimonianza di Gesù durante la sua Passione emerge che senza la Grazia le virtù umane sono come quelle piante da frutto selvatiche che producono soprattutto foglie. Tuttavia, sono utili perché con l’innesto soprannaturale divengono capaci di una nuova vitalità.

Le virtù infuse
Le virtù umane sono virtù infuse, non acquisite. Sono infuse in quanto germi di santità e di grazia che Dio ha seminato in noi che fioriscono grazie alla nostra cooperazione alla Grazia.

La Grazia va chiesta volta per volta, quindi c’è bisogno del sostegno della Grazia attuale, e come risultato finale porta all’imitazione di Cristo. Le virtù, nella loro perfezione assoluta, le trovi in Gesù Cristo. In ultima istanza, con l’aiuto della Grazia, portano ad imitare Gesù che le ha incarnate nel modo più sublime.

La Grazia eleva e perfeziona le virtù umane
Mediante il Battesimo l’uomo viene rivestito della Grazia santificante che è la stessa vita divina infusa nella fragile natura umana, la quale a causa della sua inclinazione al male può compiere il bene solo parzialmente e con grande sforzo.

Senza la Grazia non si fa molto cammino sulla via della bontà e della moralità. […]

L’aiuto soprannaturale per esercitare le virtù
L’esercizio della virtù, pur coinvolgendo il discernimento e lo sforzo personale, è, innanzitutto, reso possibile dall’aiuto soprannaturale.
Le stesse virtù, pur conservando il medesimo nome, in realtà hanno contenuti nuovi perché fanno riferimento ad orizzonti di luce che la semplice ragione nemmeno sospetta.

E’ necessario lo sforzo personale, il quale però per essere efficace ha bisogno dell’aiuto costante della Grazia.

[…] Certamente esse hanno bisogno di essere sviluppate con l’applicazione personale, tuttavia la loro fioritura va ben oltre il nostro contributo e le nostre capacità.

Per vedere i cambiamenti le virtù vanno chieste, supplicate, a Gesù
C’è un momento in cui le virtù devi chiederle a Dio: “Gesù dammi quella virtù che hai praticato, infondila in me”. Alla Madonna puoi chiedere: “Madre dammi tu… infondi in me…”.

Solo allora vedrai cambiamenti in te, perché sono un dono di Dio.
Nella pratica, tu dovrai supplicare Dio perché infonda in te queste virtù, ti faccia partecipe di quelle virtù che Gesù Cristo ha vissuto.
Queste virtù umane, che fioriscono con la Grazia, hanno un momento in cui ricevono dall’Alto un sostegno continuo alla crescita e, non vi è dubbio che, superata la fase ascetica, con l’apporto del nostro sforzo necessario, realizzano la loro perfezione per un dono speciale del Cielo e con il tocco soprannaturale dei doni dello Spirito Santo.

Chiedere le virtù nella preghiera
Nella prospettiva soprannaturale non è sufficiente, ad esempio, applicarsi ad esercitare la virtù della pazienza, ma occorre chiederla in dono nella preghiera. Il seme di questa virtù, come tutte le altre, giunge infatti alla fioritura perfetta per un dono di Grazia che va chiesto oltre le possibilità della nostra buona volontà.

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Giovanni Eudes. Il cuore di Dio è il luogo che dona la vera pace

Posté par atempodiblog le 19 août 2025

“Non devi mai separare ciò che Dio ha così perfettamente unito. Gesù e Maria sono così intimamente legati l’uno con l’altro che chi vede Gesù guarda Maria; chi ama Gesù, ama Maria; chi ha la devozione per Gesù, ha la devozione per Maria”.

San Giovanni Eudes

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Giovanni Eudes. Il cuore di Dio è il luogo che dona la vera pace
di Matteo Liut – Avvenire
Tratto da: Radio Maria

Non cerchiamo altro se non amore: tutti abbiamo bisogno di un abbraccio che accoglie e consola. E solo nel cuore di Dio trova pace il nostro cuore.

Nel XVII secolo san Giovanni Eudes intuì che la devozione per i sacri cuori, di Maria e di Gesù, portava con sé proprio questo messaggio: la fede cristiana è un’esperienza che sgorga dal cuore, centro dell’intera esistenza e quindi è una dimensione totalizzante, che spinge alla testimonianza.

Nato nel 1601 a Ri, in Normandia, nel 1625 venne ordinato sacerdote per la Congregazione dell’Oratorio di Gesù e Maria Immacolata di Francia. Nel suo ministero a Caen si dedicò ai malati di peste (ammalandosi anch’egli e guarendo) ma il suo autentico “carisma” si espresse nelle missioni parrocchiali.

Nel 1643 fondò la Congregazione di Gesù e Maria per rispondere all’esigenza di offrire una valida formazione al clero e nel 1651 nacque la congregazione femminile: l’Ordine di Nostra Signora della Carità.

Si dedicò anche a recuperare le ragazze dalla strada e fondò una Congregazione di religiose per dare loro assistenza, l’ordine di «Nostra Signora della Carità del Rifugio».

Fu autore di diverse opere, la più conosciuta delle quali è «Il cuore ammirabile della Madre di Dio».

Morì nel 1680 ed è stato proclamato santo nel 1925 da papa Pio XI.

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