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Miserabili. La forza di Valjean

Posté par atempodiblog le 11 août 2025

Miserabili. La forza di Valjean
Che cosa c’è di così potente nel capolavoro di Victor Hugo? Ecco un tentativo di risposta, che spazia dalle pagine di letteratura al musical, al cinema. Tra il rifiuto della dipendenza e la misericordia
di Paolo e Davide Prosperi – Tracce (luglio/agosto 2016)
Tratto da: Comunione e Liberazione

Miserabili. La forza di Valjean dans Davide Prosperi La-misericordia-del-Vescovo-Myriel

Chi è Jean Valjean? Quando lo incontriamo per la prima volta, lo vediamo impegnato a trascinare da solo l’enorme asta della bandiera di Francia, su ordine del carceriere Javert. I due si guardano: negli occhi di Javert indoviniamo un beffardo compiacimento. In quelli del carcerato, il fuoco dell’odio. Ecco dunque Jean Valjean: un galeotto dalla forza erculea. Da dove gli viene questa forza?

Valjean ha rubato, è vero, ma in realtà non si sente colpevole. Diciannove anni di carcere ha scontato per aver rubato un tozzo di pane – e neppure per se stesso. No, lui non si sente in debito. È la Francia, piuttosto, che è colpevole e debitrice verso di lui.
Non è, dunque, solo un dono di natura la spaventosa forza di Valjean: essa materializza l’impeto della sua collera, collera per quei diciannove anni rubati e che nessuno potrà mai restituirgli. E si tratta di una collera tanto ardente e potenzialmente devastante, quanto grande è la sua anima. Tutto, infatti, in Valjean è grande, anche se nessuno, tantomeno lui, ancora lo sa.
Questi pochi cenni già bastano a farci ampliare l’orizzonte. Valjean è se stesso e insieme più di se stesso: egli incarna lo spirito del suo tempo, nella sua forza arde la rabbia compressa di una generazione intera. Come i Marius, gli Enjoras, i Courfeyrac che incontreremo sulle barricate di Parigi, pronti a versare il loro sangue al grido di «Liberté, Égalité, Fraternité!», così anche Valjean è un uomo ferito dall’ingiustizia del mondo, dello Stato, della legge, della società.

L’incontro con il vescovo Myriel
Ma nella sua vita accade qualcosa che gli apre una strada diversa, e tuttavia una strada che lo porterà esattamente alla meta da questi bramata: «Innalziamo la bandiera della libertà, ogni uomo sarà un re!», cantano i giovani barricaderi il giorno prima della rivolta in cui quasi tutti perderanno la vita.
In realtà è in Valjean che si avvera il sogno. Lui è l’uomo davvero liberato, l’uomo che, da schiavo che era, diventa “re”.

La metamorfosi avviene grazie a un incontro. Uscito di prigione, Jean Valjean vaga come un reietto. Anche se ha pagato, il suo sbaglio è un marchio a fuoco, che non può essere cancellato. Delinquente è stato, delinquente rimane: il suo nome è 24601, il numero di matricola.
Nel suo vagare, incontra il vescovo Myriel che lo accoglie in casa. Valjean di notte ruba l’argenteria e fugge, ma viene catturato e riportato al cospetto del Vescovo.

Il mistero dell’evento che l’ha trasformato in un re
Qui accade l’inimmaginabile. Myriel non solo afferma di avergli donato l’argenteria, ma gli rimprovera di aver dimenticato i doni più preziosi: due candelabri d’argento, che rivedremo verso la fine della storia. Valjean, infatti, non se ne priverà più. Non lo farà perché in quei candelabri è custodito il mistero dell’evento che da miserabile l’ha trasformato in un re.

Per comprendere, bisogna notare la finezza della corrispondenza: c’è una somiglianza segreta tra la situazione di Valjean all’uscita dal carcere e quella del Vescovo dopo il furto. Entrambi sono stati “derubati”.

Il segno di un amore più potente di quella stessa colpa
Ma Myriel non si infuria. Compie invece un gesto che ha il potere di dare un nuovo significato all’accaduto, pur senza cancellarne l’ingiustizia: dona a Valjean quel che questi gli aveva portato via con l’inganno. Anzi, aggiunge dell’altro.
E così trasforma il segno della colpa di Valjean nel segno di un amore più potente di quella stessa colpa.

L’irruzione di Cristo nella vita di Jean Valjean e la conquista del suo cuore
Davvero qui è Cristo stesso che irrompe al vivo nell’esistenza dell’ex galeotto.
La stessa “alchimia” che Gesù ha compiuto col Suo sangue, Myriel la opera con la sua argenteria.

Poiché Gesù si è consegnato alla morte in perfetta libertà, quel sangue che il colpo di lancia fa sprizzare fuori dal Suo fianco squarciato (cfr. Gv 19,34) diviene al contempo dono, segno dell’inarrestabile potenza dell’Amore, che vince il peccato nel momento stesso in cui è commesso.
Lo stesso, in qualche modo, fa Myriel. Egli dà via per Valjean tutto l’argento che questi gli ha rubato.

E così conquista il suo cuore.

La forza della Misericordia
Ecco il mistero della Misericordia: il perdono di Cristo non è un bonario “chiudere un occhio”, ma forza dell’amore che libera l’uomo dal suo male pagandone il riscatto col proprio sangue.

Ma c’è di più. Myriel non si limita a trasformare l’argento rubato in dono. Aggiunge i candelabri, che da soli valgono di più di tutto quel che Valjean aveva preso.
Sembra un dettaglio, invece non lo è: Valjean non è semplicemente liberato dalla sua colpa.

Riconoscersi amati senza misura
Egli riceve in dono da Myriel la scoperta di una libertà ben più grande della semplice assoluzione, una libertà che davvero è senza limite. Si chiama gratuità.

In Myriel, Valjean incontra la vera libertà, una libertà a tal punto sovrana, da riuscire a trasformare l’ingiustizia subìta in uno strumento del proprio affermarsi. Le fonti del rancore che lo teneva schiavo sono, così, prosciugate. Valjean è libero, libero come colui che può donarsi senza misura, perché senza misura si riconosce amato.

Partecipare della gratuità stessa di Dio
Capiamo, allora, perché proprio i due candelabri diverranno per lui il bene più caro. Essi materializzano – per così dire – il di più che Valjean ha ricevuto da Myriel: il potere di redamare, per dirla coi medievali, cioè di rispondere all’amore ricevuto in gratitudine.

L’uomo redento non è semplicemente un uomo perdonato. Egli riceve in sovrappiù un potere che non aveva prima, che è il potere di partecipare della gratuità stessa di Dio.
«Laddove ha abbondato il peccato, la grazia ha sovrabbondato» (Rm 5,20): è il dono dello Spirito.

Così Myriel non si limita a perdonare Valjean. Gli affida un compito, una missione: «Ma ricordati, fratello mio, vedi in questo un progetto più grande: devi usare questo prezioso argento per diventare un uomo onesto. Dalla testimonianza dei martiri, dalla passione e dal sangue, Dio ti ha elevato dalle tenebre, ha salvato la tua anima».

Il vescovo Myriel richiama Cristo
Anche in questo Myriel richiama Cristo. Così, infatti, aveva fatto Gesù con Pietro: «Mi ami tu? Pasci le mie pecore».
Il Vescovo non commisera Valjean. Non lo accarezza come si fa con un cavallo azzoppato, di cui si ha pena.
No. Egli crede nel potere sovrano della grazia, che innalza il pezzente e lo rende re.

E perciò scommette su di lui. Punta tutto su di lui, come non fosse mai caduto. Come tutto iniziasse oggi, per la prima volta.
E, infatti, questo è la Misericordia: «Le cose vecchie sono passate. Ecco, ne sono nate di nuove…».

Il frutto del seme gettato dal Vescovo nel suo cuore
E Valjean risponderà. Tutto il resto del romanzo, come del film, mostra in un crescendo il frutto del seme gettato dal Vescovo nel suo cuore: una vita piena di gratuità – una gratuità che porta Valjean a muoversi secondo una logica diversa da quella del mondo che gli ruota attorno, e che, a conti fatti, commuove. Perché corrisponde alla vera misura per cui l’uomo è fatto.

Ciò non significa che il resto della vita di Valjean sia una strada diritta. Al contrario, la sua libertà è continuamente posta davanti a un bivio. Uno sconosciuto viene scambiato per lui e potrebbe essere condannato al suo posto. Per Valjean sarebbe la definitiva “liberazione” dallo spettro del carcere. Ma può egli tradire la sua nuova “libertà”? Dopo una notte di tormento, si presenta davanti ai giudici e riassume, questa volta liberamente, quel nome e quel numero, che all’inizio aveva rabbiosamente rigettato: «Io sono Jean Valjean. Io sono 24601!».
Quando viene a sapere che il giovane rivoluzionario Marius ama ricambiato la sua Cosette, potrebbe fuggire da Parigi, come aveva stabilito. Invece rischia la vita, per salvare la vita dell’uomo che potrebbe portargli via l’unico affetto rimastogli.

L’amore al Bene fino al sacrificio
Infine, quando Javert, suo aguzzino prima e implacabile persecutore poi, cade improvvisamente nelle sue mani, Valjean è per un’ultima volta posto di fronte all’alternativa tra due libertà: quella del mondo, che calcola, e quella della gratuità, dell’amore al Bene fino al sacrificio. E ancora una volta sceglie per la seconda.
Forse nessuna scena cattura meglio la trasformazione di Valjean del “salvataggio” del povero Fauchelavant, sepolto sotto un carro che lo sta stritolando. Esposto allo sguardo di Javert, Valjean sa che un suo intervento potrebbe alimentare il sospetto già balenato nella mente dell’ex aguzzino: pochi a parte lui avrebbero la forza di sollevare un simile peso… Ma Valjean non esita, non soppesa.

Nel film, la musica che accompagna la scena è, non a caso, la stessa che all’inizio faceva da sfondo all’erculea esibizione di forza di Valjean: la forza dell’ira di allora si è mutata nella forza ancora più grande dell’amore che si dà senza calcolo.

Per concludere, non si può non toccare un ultimo punto. Uno dei maggiori pregi del musical, insieme ad ovvi limiti rispetto al romanzo, è il fatto di riuscire a gettare, proprio attraverso la somiglianza delle melodie, ponti tra scene distanti, facendo percepire allo spettatore nessi altrimenti non immediati. Les Mis, come lo chiamano gli americani, è tutto un intreccio di questo tipo di rimandi. Così l’aria che esprime il tormento di Javert prima del suicidio è quasi identica all’assolo di Valjean, che, rimasto solo, lotta con se stesso prima di arrendersi all’amore ricevuto.

Accettare di dipendere dalla gratuità di un altro
In questo modo comprendiamo un altro, decisivo aspetto: l’impatto con la Misericordia non annulla il dramma della libertà davanti a Dio. Al contrario, lo fa esplodere in tutta la sua radicalità.
In fondo, è proprio davanti alla Misericordia che è messo fino in fondo a nudo il dramma dell’uomo: accettare di dipendere dalla gratuità di un altro è, infatti, meno facile di quel che sembra.

Il culmine dell’amare è accettare di essere perdonati
In L’attrattiva Gesù, don Giussani dice che, in un certo senso, il culmine dell’amare è accettare di essere perdonati. Perché? Perché è difficile. È difficile perché «picchia sul muso del nostro orgoglio, della nostra presunzione. Uno infatti vorrebbe essere amato perché vale», continua don Giussani: «Ma se tu vuoi essere amato perché vali, allora non ami l’altro. Ami te stesso».

Non è forse proprio questo, ridotto all’osso, il problema dell’uomo moderno? Il rifiuto della dipendenza.
La differenza tra Valjean e Javert, è in fondo tutta qui. Entrambi sono messi davanti alla stessa Gratuità. Ma uno vi si arrende, in umiltà. L’altro invece vi resiste, andando contro il proprio stesso cuore, che non può fare a meno di rendere omaggio alla giustizia “più grande” del nemico di sempre. Incontratolo di nuovo nella notte, mentre questi sta portando in salvo Marius, Javert sa bene cosa dovrebbe fare. Eppure, per la prima volta, il suo cuore esita: qualcosa, come una mano invisibile, lo blocca. Valjean si allontana con il ragazzo in spalla, e Javert lo lascia andare. Ma non riesce a perdonare se stesso di averlo fatto. Una breccia si è aperta in the heart of stone. E tuttavia Javert non riesce a sopportare il frantumarsi del suo “mondo”…

Il mio cuore è pietra eppure trema
Il mio mondo diventa un’ombra
Quest’uomo viene dal Paradiso
o dall’Inferno?
E lui lo sa che risparmiandomi
la vita quel giorno mi ha ucciso
ancora di più?
Io mi protendo, ma cado
E le stelle sono nere e fredde
Mentre guardo il vuoto
Di un mondo che finirà
Io fuggo via dal mondo
Dal mondo di Jean Valjean
.

Divisore dans San Francesco di Sales

Cosa vuol dire: ti perdono
da una lettera di J.R.R.Tolkien a C.S.Lewis dal quale si attendeva il perdono di un torto, da J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, lettera 113, pp. 146-147

Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

Dio ti benedica per la tua bontà. E [...] sii così generoso da regalarmi i dolori che ti ho causato, cosicché io possa condividere tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Non so se riesco a spiegarmi. Ma io credo che sia nel nostro potere, come cristiani, di fare effettivamente questi doni. L’esempio più semplice: se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato [...].

Sarebbe splendido, chiamati a giudizio, per rispondere a innumerevoli accuse di aver fatto del male al proprio fratello, scoprire inaspettatamente che molte male azioni non sono state compiute! E che invece si ha avuto una parte nel bene scaturito dal male. E non meno splendido sarebbe per chi ha dato. Un’eterna interazione di sollievo e gratitudine [...].

Che cosa accade quando il colpevole è genuinamente pentito, ma chi ha sofferto a causa sua è così profondamente risentito da non concedere il perdono? È un pensiero tanto terribile, da dissuadere chiunque dal correre il rischio di causare inutilmente il male.

Publié dans Davide Prosperi, Don Luigi Giussani, Fede, morale e teologia, Libri, Misericordia, Perdono, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Un angolo di Praga ad Arenzano

Posté par atempodiblog le 11 août 2025

Un angolo di Praga ad Arenzano
di Dino Focenti e della Redazione di RC – Radici Cristiane

Un angolo di Praga ad Arenzano dans Apparizioni mariane e santuari Arenzano-e-il-Bambino-di-Praga

La devozione al Gesù Bambino di Praga è legata strettamente all’Ordine del Carmelo e furono propri i Carmelitani nel 1889, precisamente con padre Leopoldo Beccaro, a fondare nella cittadina ligure di Arenzano un convento intitolato a santa Teresa d’Avila. Successivamente padre Giovanni della Croce, il 25 settembre del 1900, decise di collocare nella chiesa del convento, sotto la statua della Madonna del Carmine, un piccolo quadro raffigurante Gesù Bambino di Praga. Immediatamente la devozione al piccolo Gesù attecchì e progredì, e il piccolo quadro fu sostituito da una statua, donata dalla marchesa Delfina Gavotti di Savona. Qualche anno dopo s’iniziò ad ampliare la Chiesa e nacque anche la Confraternita del santo Bambino Gesù di Praga, approvata da san Pio X nel 1903. S’iniziò anche a pubblicare il Messaggero di Gesù Bambino di Praga, un periodico che ha come finalità la diffusione della devozione a Gesù Bambino e, in quegli anni, la richiesta di offerte per completare la costruzione del Santuario.

Una data importante per la storia del Santuario di Arenzano fu il 7 settembre del 1924, quando il cardinale Merry del Val incoronò solennemente la statua di Gesù Bambino con una corona benedetta personalmente da Papa Pio XI. Nel 1962 si decise un ulteriore ampliamento del Santuario e i lavori furono ultimati nel 1966. Con il crollo del regime comunista dell’allora Cecoslovacchia, si è creato uno stretto legame tra il Santuario di Arenzano e la Chiesa di Santa Maria delle Vittorie a Praga, dove nel XVII partì la devozione al Gesù Bambino di Praga.

Una devozione che parte da santa Teresa d’Avila
Nella Spagna del XVI secolo iniziò a diffondersi la devozione alla regalità di Gesù Bambino. Fu allora che cominciarono a diffondersi delle raffigurazioni di Gesù non più adagiato nella culla, ma in piedi e su un trono. In questo periodo, in Spagna, visse e operò Santa Teresa d’Avila (1515-1582), la quale, per il suo grande amore verso l’umanità di Cristo, promosse la devozione carmelitana a Gesù Bambino. Ogni qual volta fondava un monastero, voleva che una statuetta del Bambino Gesù venisse messa in venerazione e che avesse pose e abiti diversi.
Erano tutti niños bellissimi, ai quali l’affetto delle monache dava una soprannome. Tra queste vi era una soprannominata El Fundador, vestita da re, con la mano destra benedicente e la sinistra nell’atto di sostenere il mondo. Dai Carmeli della Spagna la devozione si diffuse in tutti i Carmeli dell’Europa.

Il “Gesù Bambin di Praga”
La storia di quello che poi sarebbe stato il miracoloso Gesù Bambino di Praga inizia nel 1628. L’allora priore del convento dei carmelitani scalzi della città boema, padre Gianluigi dell’Assunta, preoccupato per l’estrema povertà della casa, ebbe un’ispirazione: incaricò i suoi confratelli di cercare una statua del Bambino Gesù per affidare a lui le sorti del convento. La statua venne offerta dalla principessa Polissena di Lobkowicz, che già si era distinta come benefattrice dei carmelitani di Praga. Raffigurava un bellissimo Gesù Bambino in abiti regali, ritto in piedi (dunque in quella nuova posizione diffusasi nella Spagna del XVI secolo), con il mondo nella mano sinistra e la destra in atto benedicente. Per ordine del priore, fu portata in noviziato e collocata sull’altare dell’oratorio.
Si era nella Guerra dei Trent’anni e l’esercito cattolico, fedele all’Imperatore, aveva sconfitto l’esercito ribelle, fedele invece al Principe Elettore del Palatinato, il calvinista Federico V. Per quella vittoria l’Imperatore Ferdinando II aveva un debito di grande riconoscenza con l’Ordine del Carmelo perché era stato proprio il generale dei carmelitani scalzi, il venerabile padre Domenico di Gesù Maria, a esortare i suoi soldati alla vittoria contro i protestanti. A seguito di quella vittoria, attribuita all’aiuto della Vergine Maria, nel 1624 i carmelitani furono chiamati a Praga e venne loro assegnata una chiesa ribattezzata appunto “Santa Maria della Vittoria”. Ma nel 1631 il Principe Elettore di Sassonia iniziò l’assedio della città. Molti fuggirono.
Il priore del convento, per prudenza, fece partire i novizi e anche colui che sarebbe poi diventato il grande apostolo della devozione al Gesù Bambino di Praga, padre Cirillo della Madre di Dio. Passò poco tempo e Praga capitolò. I soldati protestanti saccheggiarono chiese e conventi. Quando videro nell’oratorio la statuetta di Gesù Bambino Re gli mozzarono le mani con la spada e lo buttarono dietro l’altare. Così il Santo Bambino cadde fra i ruderi della Chiesa di Santa Maria delle Vittoria, dove rimase per lungo tempo, dimenticato in mezzo alle immondizie.
La Pace di Praga, firmata nel 1634, consentì il ritorno dei carmelitani nel loro convento. Ma nessuno ormai si ricordava più della statuetta. Nel 1637 ritornò anche padre Cirillo della Madre di Dio. La guerra ancora non era terminata. Gli svedesi ruppero gli accordi e assediarono nuovamente Praga. Intanto, padre Cirillo cercava la statuetta e grande fu la sua gioia quando riuscì a ritrovarla. Tutti i frati del convento poterono pregare con fervore Gesù Bambino e Praga uscì indenne dalla distruzione protestante. Da allora è continuata e si è diffusa in tutto il mondo la devozione al Gesù Bambino di Praga.

Il significato della Devozione
Fino al XVI secolo la devozione a Gesù Bambino si indirizzava prevalentemente o addirittura esclusivamente al Gesù Bambino nella culla, al momento della Natività. Cioè il Gesù Bambino della tenerezza, della debolezza e della “piccolezza”. A partire, invece, dal XVI secolo non c’è solo il Gesù Bambino che giace nella culla, ma anche il Gesù Bambino Re, con la corona sul capo e con il mondo nella mano. Dunque, non solo il Gesù Bambino nella sua naturale collocazione di infante (la culla), ma anche il Gesù Bambino che, in quanto Dio, è Re dell’universo intero.
È la convinzione che la signoria di Cristo è anche quella della tenerezza e della delicatezza, tratti tipici dell’infanzia. Il cristianesimo insegna che il giusto esercizio del potere da parte dell’autorità è un servizio al bene comune, che comporta un vero sacrificio. Comanda chi sa sacrificarsi, chi è disposto ad immolarsi per i suoi sudditi. Il capo è colui che va davanti agli eserciti, chi rischia di più. Più alta è l’autorità, più alta è la responsabilità. Il Dio che, incarnandosi, vive veramente l’esperienza dell’infanzia e che regna conservando anche la sua infanzia, è un Dio che serve. È un Dio che si fa piccolo per mettersi al servizio di tutti.

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