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La vocazione sacerdotale del giovane coreano Kang

Posté par atempodiblog le 5 août 2025

La vocazione sacerdotale del giovane coreano Kang
Andrew Sanguu Kang, sudcoreano, giovane seminarista dei Legionari di Cristo, condivide sui social media la sua vita di fede e la sua vocazione al sacerdozio: tutto nasce dalla passione per l’annuncio del Vangelo, soprattutto ai giovani. “Il mio obiettivo è mostrare ai giovani di tutto il mondo che c’è un sacerdote in Corea che li ama e non vede l’ora di accoglierli alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù (GMG)”, ha sottolineato.
de La Redazione di Vatican News

La vocazione sacerdotale del giovane coreano Kang dans Andrew Sanguu Kang Andrew-Sanguu-Kang-dei-Legionari-di-Cristo-a-tempo-di-GMG

Con più di 5.000 follower su Instagram, l’unico ex-soldato sudcoreano dei Legionari di Cristo ha avuto un impatto catalizzante su centinaia di giovani con la sua cultura pop-asiatica unica e il suo grande amore per la Santa Madre Chiesa Cattolica.

Condividendo il suo percorso di vita fino all’ordinazione sacerdotale nella prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Seoul, in Corea del Sud, Kang ha detto: “Il mio cammino verso la vocazione sacerdotale è iniziato con una ribellione. Ho lasciato la Corea per sfuggire dalla mia famiglia e dalla fede cattolica, ma Dio aveva altri piani. Negli Stati Uniti ho incontrato i Legionari di Cristo e ho sperimentato una vita cattolica vibrante, gioiosa e libera, che mi ha portato ad entrare a far parte dell’Istituto nel Cheshire come seminarista nel 2013 e a pronunciare i voti temporanei nel 2015”.

Fratel Kang è cresciuto in una famiglia cattolica tradizionale e spesso si è sentito soffocato da “rigide aspettative”, sia nella fede sia nella sua creatività. Ha detto: “All’età di 14 anni, ho lasciato la Corea per gli Stati Uniti per cercare la libertà, lontano dalla mia famiglia e dalla mia fede. Ironia della sorte, è stato lì che ho incontrato i membri dei Legionari di Cristo e ho scoperto una vibrante vita cattolica che non avevo mai sperimentato prima. Questo incontro ha ravvivato la mia fede e mi ha condotto sulla strada per diventare sacerdote”.

Fratel Kang ha spiegato che la sua vocazione “è stata segnata da lotte, scoperte e da un rapporto sempre più profondo con Cristo”. Nel suo percorso vocazionale, ha affrontato un’altra sfida: adempiere al servizio militare obbligatorio dei giovani coreani e interrompere la sua formazione per diventare sacerdote.

Ha spiegato: “Dopo due anni di studi umanistici, mi sono trasferito a Roma per studiare filosofia per tre anni. Poi, sono tornato in Corea per il servizio militare obbligatorio, un anno e mezzo che ha rafforzato profondamente la mia vocazione. Dopo aver assolto gli obblighi della leva militare, ho trascorso un po’ di tempo nelle Filippine come missionario prima di tornare a Roma per studiare teologia, l’ultima fase del mio processo di formazione prima dell’ordinazione”.

La vita di Fratel Kang offre una prospettiva su ciò che le persone sperimenteranno alla Giornata Mondiale della Gioventù di Seoul nel 2027. Condivide la sua esperienza di essere cattolico in Corea: “Il cattolicesimo in Corea è unico, speciale. La sola arcidiocesi di Seoul conta più di mille sacerdoti e molti giovani cattolici sono profondamente impegnati nel servire chi si trova nello stato di bisogno. I cattolici sono rispettati dalla società per la loro essere compassionevoli e per la dedizione al servizio della comunità. Tuttavia, vivere gli insegnamenti di Gesù in Corea è una sfida. A differenza di molti paesi occidentali, la Corea del Sud non ha una tradizione culturale cristiana. Il relativismo religioso è diffuso, e questo rende difficile per molti cattolici costruire una solida identità di fede. Questo rende l’opera di evangelizzazione tanto difficile quanto urgente”.

Tuttavia, l’indifferenza della società non lo scoraggiò, anzi lo motivò ancora di più. Tanto da affermare con fermezza e convinzione: “Questo momento è uno snodo importante per la Chiesa, un’opportunità per ricostruire sulle fondamenta dell’amore di Dio, non sull’impulso dell’uomo. Ho preso coscienza che la mia vocazione è un invito a portare la luce di Cristo al mondo che ne ha tanto bisogno”.

Sarà ordinato sacerdote nel 2027, giusto in tempo per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù a Seoul come novello sacerdote.

Ha continuato: “Questo evento mi motiva a restare saldo nella fede e a diventare un santo sacerdote, secondo il Cuore di Cristo, per essere motivo di esempio per i giovani, per attrarli, ispirarli e guidarli. Attualmente sono attivo sui social network, invitando i giovani di tutto il mondo a partecipare a questo meraviglioso evento. Il mio obiettivo è mostrare loro che in Corea del Sud c’è un sacerdote che li ama ed è desideroso di accoglierli”.

Andrew Sanguu Kang ha concluso: “Prego affinché la Giornata Mondiale della Gioventù porti un rinnovamento della vita spirituale in Corea del Sud. Si tratta di un’opportunità per accendere lo spirito di riforma della Chiesa tra i giovani sacerdoti e laici, incoraggiare i missionari e promuovere la pace, soprattutto nel contesto delle tensioni tra Corea del Nord e Corea del Sud. Spero che sia un momento di unità e di speranza per l’intera penisola. L’Asia ha bisogno dei missionari di Cristo e vi invito ad accompagnarmi in questa missione. Insieme, possiamo portare la luce del Vangelo a un mondo che ne ha bisogno”.

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Ottant’anni dopo. Hiroshima e Nagasaki, il senso di colpa dei sopravvissuti

Posté par atempodiblog le 5 août 2025

Ottant’anni dopo. Hiroshima e Nagasaki, il senso di colpa dei sopravvissuti
Solo adesso si sta cercando di disinnescare un’altra bomba in Giappone, devastante quasi quanto l’atomica: quella dell’emarginazione sociale per chi venne colpito. Il ruolo chiave della Chiesa
di Piergiorgio Pescali – Avvenire

Ottant'anni dopo. Hiroshima e Nagasaki, il senso di colpa dei sopravvissuti dans Articoli di Giornali e News Hiroshima-devastata-dalle-bombe-in-un-immagine-esposta-al-Museo-del-Memoriale-della-Pace-della-citt
Hiroshima devastata dalle bombe in un’immagine esposta al Museo del Memoriale della Pace della città giapponese, visitato da molti bambini – Ansa

Il 6 e il 9 agosto 1945, le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki non devastarono solo due città giapponesi, ma crearono una nuova categoria di cittadini: gli hibakusha, letteralmente “persone colpite dalla bomba”. Tuttavia, la tragedia di questi sopravvissuti non si esaurì con le radiazioni e le ferite fisiche. Una seconda bomba, altrettanto devastante, li colpì negli anni successivi: l’emarginazione sociale da parte della stessa società giapponese che, invece, avrebbe dovuto accoglierli e sostenerli.

La discriminazione degli hibakusha affondava le sue radici in profonde credenze culturali giapponesi, particolarmente nel concetto buddista di karma secondo cui la sofferenza non è mai casuale, ma conseguenza di azioni compiute in vite precedenti. Gli hibakusha, quindi, venivano percepiti non come vittime innocenti di una tragedia bellica, ma come individui che stavano “pagando” per colpe passate.

Questa interpretazione religiosa si intrecciava con la tradizionale concezione giapponese di purezza (kegare) e contaminazione. Le radiazioni atomiche, invisibili e misteriose, venivano associate a una forma di impurità spirituale che poteva trasmettersi ad altri. La paura dell’invisibile creava un circolo vizioso: più gli effetti delle radiazioni rimanevano incompresi, più cresceva il timore verso chi li aveva subiti.

L’ignoranza scientifica amplificava questi pregiudizi. Negli anni immediatamente successivi al bombardamento, le conoscenze mediche sugli effetti delle radiazioni erano limitate anche tra gli specialisti. La popolazione generale, quindi, sviluppò credenze superstiziose: si temeva che la “malattia atomica” fosse contagiosa, che i figli degli hibakusha nascessero deformi, che il semplice contatto fisico potesse trasmettere la contaminazione.

Gli hibakusha faticavano a trovare lavoro, venivano esclusi dai matrimoni combinati tradizionali, i loro figli subivano bullismo a scuola. Molti furono costretti a nascondere la propria identità di sopravvissuti, rinunciando persino alle cure mediche specialistiche per evitare di essere “marcati” come hibakusha.

Le donne subirono una discriminazione particolare: considerate “impure” e potenzialmente portatrici di malformazioni genetiche, molte rimasero nubili o videro i loro matrimoni annullati quando la verità emergeva. Intere famiglie venivano ostracizzate, creando comunità parallele di emarginati nella società giapponese del dopoguerra.

In questo panorama di esclusione, la Chiesa cattolica di Nagasaki assunse un ruolo cruciale nel combattere la discriminazione. La comunità cristiana di Nagasaki, minoritaria ma storicamente radicata, aveva subito direttamente l’impatto della bomba atomica.

L’arcivescovo emerito Joseph Mitsuaki Takami, lui stesso sopravvissuto al bombardamento, divenne una figura centrale in questa battaglia contro i pregiudizi, sottolineando come la Chiesa abbia interpretato la sofferenza degli hibakusha non attraverso la lente del karma punitivo, ma come parte del mistero della sofferenza umana che il cristianesimo affronta con compassione e solidarietà.

«La nostra fede ci insegna che la sofferenza non è mai una punizione divina per peccati precedenti», dice Takami durante il nostro incontro a Nagasaki, «ma un’opportunità per manifestare l’amore di Dio attraverso la cura reciproca». La Chiesa di Nagasaki organizzò programmi di assistenza, centri di cura specializzati e, soprattutto, creò spazi di accoglienza dove gli hibakusha potevano sentirsi accettati senza pregiudizio.

Tuttavia, Takami ha sempre mantenuto un approccio onesto riguardo ai limiti della sua stessa comunità. «Sarebbe disonesto affermare che anche tra i cattolici di Nagasaki non ci siano stati episodi di rifiuto e discriminazione», ammette. «La cultura della paura e del pregiudizio era così pervasiva che nemmeno la nostra comunità rimase immune».

Takami ci racconta di come, negli anni Cinquanta e Sessanta, anche alcuni fedeli cattolici mostrassero riluttanza ad accettare matrimoni con hibakusha o evitassero il contatto fisico durante le celebrazioni eucaristiche. «È stato un processo lungo e doloroso», riflette l’arcivescovo, «convincere i nostri fedeli che l’amore cristiano non conosce barriere, nemmeno quelle create dalla paura delle radiazioni».

La svolta arrivò gradualmente attraverso l’educazione e la testimonianza diretta. La Chiesa promosse incontri dove gli hibakusha cattolici potevano raccontare le loro storie, normalizzando la loro presenza nella comunità.

Sacerdoti e catechisti vennero formati per contrastare le superstizioni con informazioni scientifiche accurate, dimostrando che la solidarietà cristiana richiedeva anche conoscenza e razionalità.

«La nostra missione – conclude Takami – non era solo spirituale ma anche culturale: dovevamo aiutare la società giapponese a superare secoli di credenze che associavano la sofferenza alla colpa personale, sostituendole con una visione di compassione universale».

Oggi, a quasi ottant’anni dai bombardamenti, la battaglia contro la discriminazione degli hibakusha continua, anche se in forme diverse. La loro storia ci insegna che l’emarginazione sociale può essere tanto devastante quanto le ferite fisiche, ma ci dimostra anche che la compassione e l’accettazione possono trionfare sui pregiudizi più radicati.

È una lezione che risuona ben oltre i confini del Giappone, un monito universale contro ogni forma di discriminazione e un invito a scegliere sempre l’umanità rispetto alla paura.

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Madonna della Neve. Il Vangelo è “sorpresa” che apre all’inaspettato

Posté par atempodiblog le 5 août 2025

Madonna della Neve. Il Vangelo è “sorpresa” che apre all’inaspettato
di Matteo Liut – Avvenire
Tratto da: 
Radio Maria

Madonna della Neve. Il Vangelo è “sorpresa” che apre all’inaspettato dans Apparizioni mariane e santuari Basilica-di-Santa-Maria-Maggiore-Roma-Salus-Populi-Romani-Madonna-della-Neve

La Parola di Dio è sorprendente e credere è un’esperienza che genera l’inaspettato. La fede, insomma, è come una nevicata nel cuore dell’estate a Roma: pone un segno di contraddizione che spiazza e spinge a riscoprire ciò che di incredibile permette di fare il Vangelo.

Ecco perché celebrando oggi la dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore, che nella devozione popolare prende il semplice nome di Madonna della Neve, ci viene ricordato che quando l’umanità incontra Dio tutto cambia e tutto può succedere.

La Basilica venne edificata da papa Liberio nel IV secolo  e per questo è chiamata anche Liberiana  in seguito a un segno prodigioso: sul monte Esquilino nevicò e il Pontefice fece edificare una chiesa proprio tracciando il perimetro dell’area sulla quale era caduta la neve.

La tradizione colloca il miracolo al 5 agosto dell’anno 352 e lo collega a una visione avuta sia da Liberio sia da un patrizio romano, Giovanni, che poi finanziò la costruzione: Maria apparve loro chiedendo di costruire l’edificio nel punto che avrebbero trovato ricoperto dal manto bianco.

Di fatto si tratta del santuario mariano più antico d’Occidente, custode anche del titolo di «Madre di Dio», solennemente attribuito a Maria nel Concilio di Efeso del 431: una donna che genera al mondo il figlio di Dio, e quindi Dio stesso, è proprio come un manto di neve che ricopre la terra ad agosto.

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“A Maria, nostra Madre…”

Posté par atempodiblog le 5 août 2025

“A Maria, nostra Madre…”
10 frasi di affetto alla Madonna da 10 santi diversi. Una raccolta di frasi che alcuni santi, di epoche diverse, hanno rivolto alla Madonna
Fonte: OPUS DEI

“A Maria, nostra Madre...” dans Citazioni, frasi e pensieri Buon-compleanno-Mamma-Maria

Nel corso della storia i santi hanno scritto numerose frasi per esaltare la bellezza della Vergine Maria. Frasi significative come “Stella del mattino”, “Rosa mistica”, “Consolazione degli afflitti”, “Porta del Cielo” sono ripetuti ogni giorno dai cristiani del mondo intero per onorare la Regina del Cielo.

Ecco 10 frasi di santi che esaltano la Madre di Dio:

1. San Josemaría: “Se qualche volta non sai come parlargli o che cosa dirgli, oppure non osi cercare Gesù dentro di te, rivolgiti a Maria, “tota pulchra” – tutta pura, meravigliosa –, per confidarle: Madonna, Madre nostra, il Signore ha voluto che fossi tu, con le tue mani, a guidare Dio: insegnami – insegna a tutti noi – a parlare a tuo Figlio!”.

2. San Giovanni Paolo II: “Vergine immacolata, predestinata da Dio su ogni altra creatura come avvocata di grazia e modello di santità per il suo popolo, guida tu i suoi figli nella peregrinazione della fede, rendendoli sempre più obbedienti e fedeli alla parola di Dio”.

3. San Giovanni XXIII: “O Maria Immacolata, stella del mattino, che dissolvi le tenebre della notte oscura, a Te ricorriamo con grande fiducia!”

4. San Luigi di Montfort: “Maria è il cammino più sicuro, il più breve e perfetto per andare da Gesù”.

5. Beata Teresa di Calcutta: “A Maria, nostra Madre, dimostreremo il nostro amore lavorando per suo Figlio Gesù, con Lui e per Lui”.

6. Sant’Ignazio di Loyola: “Per quanto tu possa amare molto Maria Santissima, Ella ti amerà sempre molto di più”.

7. San Giovanni Maria Vianney: “Dio potrebbe fare certamente un mondo più bello di questo; ma non sarebbe più bello se vi mancasse Maria”.

8. San Giovanni Paolo II: “Totus Tuus (Tutto tuo) attraverso l’Immacolata”.

9. San Giovanni Bosco: “Chi confida in Maria non si sentirà mai defraudato”.

10. San Paolo VI: “Considerando l’ineffabile amore con cui la Vergine Madre aspettò il Figlio, i cristiani si sentiranno incoraggiati a prenderla come modello e a prepararsi, vigilanti nella preghiera e giubilanti nella lode, ad andare incontro al Salvatore che viene”.

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