Sri Lanka/ Negli aquiloni la ‘bellezza della fede’ delle famiglie di Negombo

Posté par atempodiblog le 25 août 2025

Sri Lanka/ Negli aquiloni la bellezza della fede delle famiglie di Negombo
L’evento è stato promosso dalla St. Nicholas Sunday School a Munnakkara. Un oggetto semplice, arricchito dalle immagini di Gesù, della Madonna e dei santi, è diventato occasione per riscoprire la gioia della vita cristiana. P. Nishan: “Atmosfera spirituale e rilassante di una famiglia unita in Dio”.
di Melani Manel Perera – AsiaNews

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Il festival degli aquiloni, una “meravigliosa opportunità” per riempire il cielo con “la bellezza della fede” grazie alle immagini impresse sulla vela, da Gesù Cristo alla Vergine Maria, fino ai santi. È quanto raccontano ad AsiaNews alcuni bambini della St. Nicholas Sunday School a Munnakkara, nell’area di Negombo, in merito alla giornata di festa che si è tenuta domenica 17 agosto sulla spiaggia di Kudapaduwa.

Un “Festival degli aquiloni” che ha permesso di riscoprire un oggetto semplice, ma che è fonte di “gioia” mentre “lo si vede danzare nel vento” come racconta p. Anton Nishan, parroco della Pitipana St. Nicholas Church, nell’arcidiocesi di Colombo. “A maggior ragione”, prosegue il sacerdote, in un’epoca in cui i bambini sono “incollati agli schermi” di cellulari, tv o giochi elettronici.

“Abbiamo chiesto a ogni bambino di disegnare il proprio aquilone con un tocco di fede. Di conseguenza, la risposta degli alunni della scuola domenicale all’invito di includere un’immagine di Gesù, un’immagine di Maria, una descrizione di un santo o anche un passo della Bibbia che parla di speranza è stata incredibile”, sottolinea p. Nishan. “Il cielo  prosegue il religioso  è diventato una tela di colori e devozione, piena di aquiloni che non solo trasportavano creatività, ma anche il messaggio dell’amore di Dio”.

Il-premio-per-il-mezzo-pi-creativo-del-concorso dans Fede, morale e teologia

L’aquilone che Devumini Rithusha Fernando, studente dell’undicesimo anno alla St. Nicholas, ha creato e presentato in squadra con altri cinque amici (tre ragazze e due ragazzi) ha vinto il premio per il mezzo più “creativo” del concorso.

L’evento, organizzato per le classi dalla prima all’undicesima, ha registrato anche l’assegnazione di numerosi premi. “Abbiamo progettato i nostri aquiloni ispirandoci a 10 santi. Si tratta di santi e sante  ha spiegato il giovane Devumini ad AsiaNews  che sono modelli di riferimento per i giovani”. “Il nostro aquilone  ha spiegato  è lungo circa 32 metri. Abbiamo unito le idee di tutti e sei e abbiamo creato l’intero aquilone da soli. Il concorso si è svolto durante la nostra settimana di vacanze scolastiche”.

P. Anton ha ricordato che le gare di aquiloni non sono un evento raro e si svolgono in diverse zone del Paese. Tuttavia, quello promosso dalla St. Nicholas era diverso e con peculiarità uniche. “Al di là della competizione  ha sottolineato il parroco  ciò che davvero spiccava era l’unità che essa creava. Le famiglie si riunivano, i genitori tifavano per i propri figli, condividevano snack e bevande e trascorrevano del tempo di qualità sulla spiaggia, vivendo l’atmosfera spirituale e rilassante di una famiglia unita in Dio”.

“Come speravo, questa vacanza scolastica  ha quindi aggiunto il sacerdote  è stata una giornata indimenticabile per i bambini, i genitori e gli insegnanti. È stata una giornata meravigliosa in cui la natura, l’uomo e l’amore di Dio si sono uniti. È stato un grande successo. Non solo gli aquiloni hanno volato in alto, ma anche le anime si sono elevate ancora di più, confermando che questa grande occasione è stata una celebrazione dell’amore di Dio, secondo i bambini e i genitori”.

Fra i commenti entusiasti dei genitori e delle famiglie presenti vi è anche quello di Nishani Suresh, membro del comitato dei genitori della Sunday School e madre di tre figlie, che hanno partecipato con entusiasmo al concorso. “Per noi, in quanto genitori di famiglie di pescatori, è molto raro che si possa partecipare alle feste. Tuttavia, a questo festival degli aquiloni  ha detto la donna  hanno partecipato molte famiglie. È stata un’occasione per rafforzare l’unità nel villaggio”.

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Digiuno, preghiera e poi pace: le priorità da ristabilire

Posté par atempodiblog le 22 août 2025

Digiuno, preghiera e poi pace: le priorità da ristabilire
+ Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti – Vasto

Fonte: Avvenire

Digiuno, preghiera e poi pace: le priorità da ristabilire dans Articoli di Giornali e News Digiuno-e-preghiere

Nel corso dell’udienza generale di mercoledì il Santo Padre Leone XIV ha rivolto un pressante appello a vivere la giornata del 22 agosto, memoria della Vergine Maria Regina, «in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso». L’invito ha suscitato un’ampia attenzione mediatica, che non deve far perdere di vista il profondo significato biblico, teologico e spirituale dell’appello lanciato dal Successore di Pietro.

È la Bibbia a offrirci una vera e propria teologia del digiuno: poiché nutrirsi è una necessità vitale, privarsi del nutrimento evidenzia che la fonte della vita non è la persona stessa del vivente; si vive assumendo la vita dall’esterno, mangiando e bevendo ciò che ci è dato o acquistato col nostro impegno e la nostra fatica. Il digiuno volontario ci ricorda, allora, che la nostra vita è precaria, che essa viene da altrove ed è destinata all’altrove eterno e che il privarsi del nutrimento per un breve tempo, in vista di uno scopo significativo, è tutt’altro che un atto di autolesionismo, ma si offre come un aiuto a stabilire un giusto ordine di priorità.

Nella vita c’è qualcosa di più importante della vita stessa: ed è il senso che la rende significativa e piena, è l’amore che ci lega agli altri e che illumina il cammino dei giorni, da una parte orientandolo al fine ultimo, dall’altra motivando il sacrificio di un momento con la prospettiva del bene comune di cui tutti siamo responsabili. Attraverso il digiuno scelto per amore, con saggezza e motivazione profonda, il credente si riconcilia con Dio, fonte della vita, e con gli altri, con cui condivide il cammino del tempo.

L’Antico Testamento presenta il digiuno in una visuale ampia, accompagnandolo con la preghiera (come ad esempio in Gl 1,14) e collegandolo al dolore e al lutto (come in 2 Sam 1,12; o nel libro dei Giudici 20,26; o nel primo libro delle Cronache 10,12). Nei momenti più solenni della storia della salvezza i protagonisti scelgono di digiunare: lo fa Mosè prima di ricevere le tavole della Legge, e per ben quaranta giorni (Es 34,28); lo fa Davide, che con il digiuno riconosce il peccato commesso (2 Sam 12,17.20.23) e testimonia il desiderio di riparare al male compiuto. La regina Ester, prima di affrontare il re Assuero e il perfido Aman, digiuna tre giorni e chiede a tutto il popolo di digiunare in segno di penitenza, testimoniando che la forza viene da Dio, cui spetta ogni potere (Ester 4,16). Digiuna il re Acab dinanzi all’annuncio delle disgrazie che si sarebbero abbattute sulla sua casa: addolorato «si stracciò le vesti, si coprì di sacco e digiunò» (1 Re 21,27). A loro volta per i profeti il digiuno non dovrà mai essere una pratica solo esteriore, fine a sé stessa (cfr. Is 58,3-7; Ger 14,12), ma dovrà privarci di qualcosa per favorire gli altri e ristabilire la giustizia e la pace in tutti i rapporti.

Nel Nuovo Testamento Gesù si prepara all’inizio della vita pubblica ritirandosi nel deserto per quaranta giorni, dove rimane in digiuno (Mt 4,1-2; Lc 4,1ss). Come nuovo Mosè, a differenza del popolo che si ribella a Dio nel deserto, Gesù vince così le tentazioni che vorrebbero indurlo a fuggire dal compimento della sua missione. Nel corso della vita pubblica si oppone alla pratica formale del digiuno, insegnando che esso è soprattutto segno dell’attesa dello Sposo messianico, che dona l’acqua e il pane della vita. Così, Gesù ci insegna a privarci di tutto ciò che occupa il posto da dare a Dio e a liberarci da ogni arroganza nella relazione con Lui e con il prossimo. Il digiuno si coniuga pertanto all’amore e la sua pratica diventa rimando al primato dell’Altissimo e alla carità verso gli altri, fonte di pace e di gioia (cf. Mt 6,16-18).

L’altro nome del digiuno voluto dal Signore è, dunque, l’amore vissuto secondo il disegno di Dio, l’opposto del chiamarsi fuori egoistico, come dell’attivismo di chi pensa che tutto dipenda dalle proprie forze. L’appello di papa Leone è perciò un invito a sentirci tutti coinvolti e responsabili per la causa della pace e a chiedere insieme a Dio di illuminare chiunque possa farsi operatore di una pace giusta e vera. È qui che si comprende perché il digiuno deve unirsi alla preghiera: dialogo di Dio con Dio nel cuore dell’uomo, partecipazione alla vita trinitaria nella quale il Padre, eterna fonte dell’amore, genera il Figlio, eterno Amato che ricambia il dono nello Spirito Santo, eterno amore, la preghiera è lasciarsi amare da Dio e imparare da Lui ad amare il prossimo, accettando di essere “trasfigurati” secondo la volontà del Signore e il disegno che ha per ciascuno e per tutti.

Come aveva affermato papa Francesco, invitando a vivere il Giubileo in un’intensa “sinfonia” orante, occorre «preghiera anzitutto per recuperare il desiderio di stare alla presenza del Signore, ascoltarlo e adorarlo. Preghiera per ringraziare Dio dei tanti doni del suo amore per noi e lodare la sua opera nella creazione, che impegna tutti al rispetto e all’azione concreta e responsabile per la sua salvaguardia.

Preghiera come voce “del cuore solo e dell’anima sola” (cfr. At 4,32), che si traduce nella solidarietà e nella condivisione del pane quotidiano. Preghiera che permette a ogni uomo e donna di questo mondo di rivolgersi all’unico Dio, per esprimergli quanto è riposto nel segreto del cuore» (11 febbraio 2022). Rispondendo all’appello di papa Leone, chiediamo al Signore che tutto questo si realizzi in ciascuno di noi, sì che il dono con cui l’Eterno risponde alla nostra preghiera produca in pienezza i suoi frutti di riconciliazione, di rinnovamento e di pace per tutti…

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L’insegnante di Acutis: «Aveva Gesù nel cuore»

Posté par atempodiblog le 22 août 2025

L’insegnante di Acutis: «Aveva Gesù nel cuore»
Suor Monica Ceroni, sua docente alle medie: «Non aveva bisogno di ostentare la fede, era la sua bussola fissa nelle scelte quotidiane. Teneva viva la dinamica bella dello stare insieme e riusciva a far sì che tutti fossero importanti e accettati»
di Annamaria Braccini – Chiesa di Milano. Il portale della Diocesi Ambrosiana

Acutis, la mamma: “Mio figlio esempio di pace per questo mondo in guerra” dans Apparizioni mariane e santuari Beato-Carlo-Acutis

«Credo che per definire la santità di Carlo si debba ricorrere a quanto papa Francesco diceva a proposito della santità: “I santi della porta accanto”. Ricordo Carlo come il santo, l’alunno, il compagno del banco accanto». Suor Monica Ceroni, insegnante di Carlo Acutis alle scuole medie presso l’Istituto Marcelline di piazza Tommaseo, non ha dubbi. Il futuro santo dei millennials era «un ragazzo normalissimo, solare che, come tutti, aveva alcune materie preferite e altre nelle quali faceva più fatica, non perché faticasse negli studi, ma perché semplicemente non erano quelle a lui più congeniali».

L’ora di religione era tra le sue preferite?
Sì. La sua valutazione in religione era sempre ottima, ma perché il suo modo di esprimersi e di partecipare alle lezioni aveva sempre un tratto particolare. Tuttavia in lui non vi era nessuna ostentazione della fede. Quello che ricordo come un aspetto molto indicativo e che indico a mia volta ai giovani di oggi, era la sua capacità di stare con tutti i ragazzi della sua classe, coloro che percepiva come amici, come fratelli addirittura, e quelli che invece erano considerati i più umili e i meno considerati. Carlo riusciva a far sì che tutti fossero importanti e accettati.

Io trovo che questo sia un comportamento tipico del ragazzo cristiano, che non aveva bisogno di dire «così fa Gesù» per fare qualcosa. Il fatto è che Carlo aveva Gesù nel cuore. Penso che un santo questo deve fare. Se ci immaginiamo un “santino” non troviamo Carlo, se invece andiamo a scoprirne i tratti che fanno di un ragazzo quindicenne, un ragazzo capace di vivere l’esperienza cristiana, allora lo troviamo.

Le è accaduto spesso di ripensare a Carlo in questi quasi vent’anni dalla sua morte?
Certamente. Mi è capitato anche con altri ragazzi che sono già in cielo, con Consuelo, con un altro Carlo e naturalmente con Carlo Acutis. Loro fanno parte di quei miei santi protettori che hanno protetto e continuano a proteggere questa scuola, i ragazzi che conosco, soprattutto quelli particolarmente in difficoltà. Penso a quando sono arrivata in Brasile e ho trovato, nella nostra Università di San Paolo, un poster enorme a caratteri cubitali di Carlo, che era morto da soli 3 anni.

La pastorale giovanile della nostra Università era già impostata su di lui. Poi, anche in altre parti del mondo dove abbiamo delle scuole, Carlo è diventata la figura di riferimento per tutta la pastorale dell’anno. Come si potrebbe non tornare spesso a lui con la memoria? L’eco di questo ragazzo, del suo modo di essere, quello che colpisce sempre della sua personalità – lo ripeto perché mi pare un carattere importante -, è che non ha mai avuto bisogno di ostentare la fede, ma Gesù è stato la sua bussola fissa nelle scelte quotidiane.

Nella sua vivacità, tornando ad allora con il ricordo, si percepiva la santità o, per lo meno, l’unicità di un alunno molto particolare?
Questa è una domanda che mette in gioco e alla prova noi educatori. Io non mi ero certo accorta di avere come alunno un santo, ma questo mi ha spinto a chiedermi se tra i banchi, oggi, ci possono essere i santi del Terzo millennio. Carlo non era sicuramente il prototipo dell’alunno “perfettino” che tante volte, come docenti, noi desideriamo: quello attento, che fa tutti i compiti, che è ordinato, che ha sempre i libri con sé, che non arriva in ritardo, che non prende mai note. Era il ragazzo che continuamente ti mette in discussione, per capirlo fino in fondo. Per noi educatori penso che possa essere uno stimolo importante.

Ogni ragazzo è se stesso – un originale come diceva Carlo -, fatto a immagine di Dio e come Dio lo desidera. È questo che noi dobbiamo andare a scoprire e far emergere. Lui era quello che teneva viva la dinamica bella dello stare insieme, laddove i giovani adesso mi paiono più cupi. Oggi ci sono in giro tanti ragazzi tristi e questo dice che la storia ci interpella anche attraverso i linguaggi. Sono sicura che se Carlo fosse qui oggi, sarebbe già passato dalla rete al metaverso, con la capacità di essere pienamente un ragazzo di 15 anni che sa riempire la vita, la sua e quella degli altri.

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Nostra Signora di Marillais

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Nostra Signora di Marillais
di Jean-Daniel Planchot, CM. – LETTRE, aux associés de la Médaille Miraculeuse (Rivista bimestrale, n. 94)

Nostra Signora di Marillais dans Apparizioni mariane e santuari Nostra-Signora-di-Marillais

Le radici del culto mariano qui sono molto antiche. Il Santuario era legato ai monaci e alle monache di Saint-Florent in Anjou. Secondo le cronache dei monaci di Saint-Florent e Saumur, risalenti all’XI secolo, San Maurille, discepolo di San Martin e vescovo di Angers, era venuto a visitare il monastero di Mont Glonne, tra Nantes e Angers.

Ai piedi della collina dove si era ritirato a pregare, si ritrovò improvvisamente avvolto da una luce celestiale, nel luogo della “Croce di Pichon”. Era la Vergine Maria che teneva in braccio il suo Bambino e che gli apparve in un pioppo. Gli disse che Dio e suo Figlio volevano che egli istituisse una festa solenne nella sua diocesi nel giorno della sua nascita, l’8 settembre; festa che non si celebrava ancora in nessun luogo della Chiesa.
Seguendo la volontà del Cielo, il Vescovo istituì una festa solenne chiamata “l’Angevine”.

Fu nel 430, un anno prima del Concilio di Efeso, il terzo Concilio Ecumenico della Chiesa tenutosi dalla fine di giugno 431 al settembre dello stesso anno, in cui Maria fu riconosciuta come Madre del Figlio di Dio che si incarnò nel suo grembo.

San Maurille, in memoria di questa apparizione, fece costruire in questo luogo una piccola cappella, che fu chiamata “Beata Maria de Maurillio”, da cui in francese “Notre-Dame du Marillais”.

Carlomagno passò di qua a causa degli Armoricani che gli resistettero rifiutandosi di pagare i tributi. Il futuro imperatore d’Occidente attribuì poi la sua vittoria, riportata nel 786 dal suo scudiero Audulfus, sui Bretoni a Notre-Dame du Marillais. In segno di gratitudine per la vittoria, fece sostituire la piccola cappella con un’altra più imponente.

Di ritorno sulla Loira dopo aver visitato la tomba di San Martino di Tours nell’anno 800, si recò presso l’Abbazia di Saint-Florent. Contemporaneamente alla costruzione di questa Abbazia, fece erigere la chiesa di Notre-Dame du Marillais e la annesse a quella di Saint-Florent.

I monaci prestarono servizio interrottamente fino al 1793. Una cosa certa di questo Santuario è che vi furono compiuti innumerevoli miracoli. I pellegrini vi accorrevano da ogni parte, persino dalla Germania e dall’Inghilterra, soprattutto l’8 settembre.

Nel 1520 la cappella di Carlomagno fu sostituita da un nuovo edificio in stile angioino. Questo edificio rimase in piedi fino al 1890, nonostante le guerre in Vandea, anno durante il quale il Santuario fu nuovamente incendiato.
Nel 1870, monsignor Freppel, vescovo di Angers, decise di costruire un nuovo Santuario per ravvivare il culto alla Vergine.

Il 15 settembre 1873, cinquantamila persone si riunirono al Marillais.
Il 16 luglio 1878 si insidiarono i Padri Monfortani, che sono a tutt’oggi i responsabili del Santuario.
Dopo la posa della prima pietra, il 24 settembre 1890, la nuova chiesa fu portata a termine nel 1913; mentre la sua consacrazione avvenne solo il 7 ottobre 1920.
Nel 1930 fu annessa la torre con le sue quattro campane e i suoi carillon

L’8 settembre 1931, infine, alla presenza di quarantamila pellegrini, Monsignor Rumeau, Vescovo di Angers, procedette all’incoronazione della statua della Madonna di Marillais.

Ogni domenica alle 16:00 vi è una grandissima partecipazione alla preghiera mariana, recitata innanzi al Santissimo Sacramento: Maria ci conduce a Gesù.

Divisore dans San Francesco di Sales

Preghiera alla Madonna di Marillais
di Monsignor Jean Pierre Marie Orchampt, Vescovo di Angers, 8 settembre 1981

Nostra Signora di Marillais, Vergine Maria, Tu che sei per noi sorella e madre, Ti preghiamo!

A Te affidiamo le nostre sofferenze, Tu le conosci. Intercedi per noi presso tuo Figlio per chiederGli la forza dello Spirito affinché ciascuno di noi possa sopportarle e viverle.

A Te affidiamo le nostre speranze: quelle delle coppie e delle famiglie, quelle dei giovani, dei lavoratori e dei pensionati.

A Te presentiamo anche, in tutta semplicità, i nostri parenti, i nostri amici e, in modo speciale, coloro che non ripongono la loro speranza in Gesù.

Madre di Gesù e Madre dell’umanità, Tu sai ascoltare tutto.

Tu sei in grado di vedere cosa portiamo nel cuore e di dirlo a Gesù, il tuo amatatissimo Figlio. Grazie! Amen.

Nostra Signora di Marillais, prega per noi

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Il perdono “preventivo”

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Il perdono “preventivo”
All’udienza generale Leone XIV riflette sulla senso della misericordia cristiana, un abbraccio gratuito donato senza alcuna precondizione, così importante per la pace
di Andrea Tornielli – Vatican News

Il perdono “preventivo” dans Andrea Tornielli Santo-Padre-Leone-XIV

“Il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto”. Con queste parole Leone XIV ha commentato il brano del Vangelo di Giovanni che descrive Gesù mentre offre il pane anche al traditore Giuda. È la logica divina, così lontana da quella umana del do ut des.

Gesù, ha spiegato il Papa, non ignora ciò che accade, ma proprio perché vede con chiarezza sa che “la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite”. È lo scandalo del perdono “preventivo”, che anticipa, con l’offerta dell’abbraccio di misericordia, senza richiedere alcuna precondizione. Proprio come accadde al pubblicano Zaccheo, che si pentì perché era stato chiamato e accolto da Gesù autoinvitatosi a casa sua, con grande sconcerto di tutti di fronte al gesto di rottura delle tradizioni e delle convenzioni compiuto dal Nazareno.

Quanto bisogno hanno le nostre vite e le nostre relazioni di questo perdono. Quanto bisogno ha il nostro mondo di questo perdono, che “non è dimenticanza, non è debolezza”. Tornano alla mente le parole profetiche del messaggio per la Giornata mondiale della pace 2002, che Giovanni Paolo II pubblicò poco dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre agli Stati Uniti.

Mentre tutti pensavano alla guerra “preventiva”, sull’onda dell’enormità dell’attacco subito, il Pontefice volle dire che “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”.
“Molte volte – affermava Papa Wojtyla – mi sono soffermato a riflettere sulla domanda: qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell’ordine morale e sociale così barbaramente violato? La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono”. Non solo le singole persone, ma anche “le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa Comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale”.

Il perdono mancato, invece, spiegava ancora Giovanni Paolo II, “specialmente quando alimenta la continuazione di conflitti, ha costi enormi per lo sviluppo dei popoli. Le risorse vengono impiegate per sostenere la corsa agli armamenti, le spese delle guerre, le conseguenze delle ritorsioni economiche. Vengono così a mancare le disponibilità finanziarie necessarie per produrre sviluppo, pace, giustizia. Quanti dolori soffre l’umanità per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! La pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono”.

Papa Leone ha concluso l’udienza spiegando che “senza il perdono non ci sarà mai la pace!”. E ci ha invitati a una giornata di preghiera e digiuno per la pace venerdì 22 agosto, per implorare l’intercessione di Maria Regina della Pace, e chiedere a Dio pace e giustizia per il mondo flagellato dalle guerre. Per il nostro mondo, che ha così bisogno di perdono “preventivo”.

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Leone XIV: il 22 agosto giorno di digiuno e preghiera per invocare pace e giustizia

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Leone XIV: il 22 agosto giorno di digiuno e preghiera per invocare pace e giustizia
Al termine dell’udienza generale del mercoledì in Aula Paolo VI il Papa invita in particolare a pregare la Vergine nel giornata di venerdì prossimo in cui è venerata come Regina: il Signore “asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso”
di Daniele Piccini – Vatican News

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Papa Leone XIV torna a chiedere insistentemente preghiere per la pace ai fedeli, riuniti oggi, mercoledì 20 agosto, in Aula Paolo VI per l’udienza generale, e li invita ad invocare l’intercessione di Maria. Lo fa chiedendo a tutti i credenti di rispettare nella giornata del 22 agosto, memoria liturgica della Beata Vergine Maria Regina…

…digiuno e preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia, e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a cause dei conflitti armati in corso.

Maria, aggiunge il Papa:

E’ Madre dei credenti qui sulla terra, ed è invocata anche come Regina della Pace, mentre la nostra terra continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina, e in molte altre regioni del mondo.

Perdono presupposto per la pace
Rivolgendosi poi ai fedeli di lingua portoghese Leone XIV ha ricordato il presupposto fondamentale della pacifica convivenza tra i popoli e tra le persone: “Senza il perdono non ci sarà mai la pace!”.

Salutando i pellegrini polacchi presenti a Roma e quelli venuti dal Santuario della Madonna di Jasna Góra, in Polonia, dove è conservata l’icona della Madonna di Częstochowa, ha chiesto loro di “includere nelle vostre intenzioni la supplica per il dono della pace – disarmata e disarmante – per tutto il mondo, in particolare per l’Ucraina e il Medio Oriente”.

Preghiera incessante
Nella mattinata di ieri, martedì 19 agosto, il Papa si era recato a Guadagnolo, frazione di Capranica Prenestina, nella diocesi di Palestrina, nell’eremo della Mentorella, particolarmente caro a San Giovanni Paolo II. Qui, ha riferito il rettore, si è recato “in chiesa, ai piedi della Madonna, e ha acceso un cero con una supplica particolare per la pace nel mondo”.

Ancora ieri sera, lasciando la residenza estiva di Castel Gandolfo, intorno alle ore 21, ha detto ai giornalisti che lo aspettavano davanti al cancello di Villa Barberini, che è necessario “pregare molto per la pace”, per alimentare la speranza, che pure c’è.

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Nikolas Tirrier: “La mia sindrome non ha mai realmente raggiunto la mia anima”

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Nikolas Tirrier: “La mia sindrome non ha mai realmente raggiunto la mia anima”
di Anna Ashkova – Aleteia

Nikolas Tirrier: “La mia sindrome non ha mai realmente raggiunto la mia anima” dans Articoli di Giornali e News Nikolas-Tirrier

Se oggi Nikolas Tirrier dice di essere in pace con la sua malattia, la sindrome di Treacher Collins, ha dovuto percorrere molta strada prima di accettarla. Un cammino costellato di prove, ma illuminato dalla fede in Cristo, dalla sua resilienza e dall’amore dei suoi cari.

Gesù consola, solleva ed illumina
Ciò che porta sul volto, lo porta da tempo nel suo cuore: un sentimento di differenza, a volte una sensazione di esclusione, a volte di disprezzo. Ma in questa fragilità, ha trovato Cristo e lo ha riscoperto nei momenti difficili. “Mi ha consolato, mi ha sollevato, mi ha illuminato. Mi ha insegnato, nel tempo, che non è la bellezza visibile che rende una persona preziosa, ma la luce interiore che riceviamo da Lui e che scegliamo di irradiare liberamente e pacificamente”, ha detto ad Aleteia Nikolas Tirrier, studente di un master in Insegnamento, Educazione e Formazione (MEEF) a Montpellier e affetto dalla sindrome di Treacher Collins.
Questa sindrome si manifesta in modo diverso a seconda della persona, ma colpisce sempre la regione del cranio: la mascella, il palato, le orecchie, la bocca… Si tratta di una malformazione ossea. “Nel mio caso, la forma è piuttosto lieve: soffro di una parziale assenza degli zigomi e delle tempie, il che mi costringe a indossare apparecchi acustici…”, spiega il 25enne.

Quando è nato in Romania, a Botosani, nel 1999, i medici non sapevano ancora che nome attribuire o come riconoscere questa malattia genetica rara. All’epoca la sua diagnosi sollevò molti interrogativi nei suoi genitori. Essendo suo padre di origine francese alla fine decisero di trasferirsi in Francia, in modo che il figlio potesse beneficiare delle migliori cure mediche. Nikolas aveva due anni e mezzo all’epoca e il suo fratellino era appena nato. La famiglia si stabilì ad Avignone, dove il padre di Nikolas, un prete ortodosso, fu ammesso in una diocesi rumena.

In Francia Nikolas ha subito diversi interventi chirurgici, eseguiti in modo graduale: correzioni dentali, aggiunta di grasso agli zigomi e soprattutto interventi chirurgici al cranio, tra cui uno per posizionare una vite impiantata. “Ho avuto 2-3 operazioni in anestesia generale, per non parlare di alcune in anestesia locale. Ho avuto controlli medici abbastanza regolari. Fino a quando avevo 13-14 anni, abbiamo passato molto tempo in ospedale, poi siamo ritornati, ma questa volta per mio padre”, ricorda.

Tra il 2014 e il 2015 si è verificato un nuovo calvario per la famiglia: il padre di Nikolas si è ammalato gravemente. “Soffriva di leucemia. È morto rapidamente all’età di 39 anni”.

Questo periodo della vita del giovane non è stato facile per la sua famiglia. “Colei che ha sostenuto tutta la nostra famiglia sin dal nostro arrivo in Francia, per i miei controlli medici e poi per quelli di mio padre, la nostra educazione e scolarizzazione, per entrambi, di mio fratello e mia, è stata nostra madre che ha continuato a lavorare per garantire i bisogni della famiglia. Era il pilastro della nostra famiglia. Una donna di una forza incredibile che sapeva come tenere tutto insieme. La resilienza è diventata una necessità: non aveva scelta, non ci siamo fatti domande, dovevamo andare avanti”, dice con ammirazione.

Lo sguardo degli altri, il sostegno dei propri cari e l’aiuto di Dio
Da adolescente Nikolas ha avuto la fortuna di far parte di una generazione che non aveva i social network così sviluppati come lo sono oggi. È stato così in grado di proteggersi dalle prese in giro online. “Avrei potuto prendermi una pausa dopo la scuola”, confida. A casa poteva contare anche sull’amore incondizionato della sua famiglia e dei suoi cugini, i suoi primi migliori amici. “Tutta la famiglia di mio padre è venuta a vivere in Francia. Li ricevevamo spesso a casa e passavamo le vacanze insieme”.

Egli trae la sua forza anche dalla fede, specialmente attraverso il catechismo. “Ero in un collegio cattolico privato e, in ogni tempo di festività pasquale, la cappellania organizzava un grande pellegrinaggio a Santiago di Campostela. Frequentavo anche corsi di catechismo presso il monastero ortodosso di Solan, dove ho potuto anche stringere legami. Tutte queste erano le mie oasi; non ero disperato. È importante avere intorno a sé luoghi cristiani dove ricaricare le batterie”, dice Nikolas, felice di essere riuscito a ben integrarsi, circondato da bambini ma anche da adulti. “Avevo intorno a me adulti e sacerdoti che mi hanno aiutato a crescere e a superare i momenti difficili. Mi aiutano ancora oggi”. Tuttavia, come lui stesso ammette: “tutto andava bene e male allo stesso tempo, il che non ha impedito a questo paradosso di coesistere”.

A scuola, a volte, ha sperimentato momenti di profonda solitudine durante la ricreazione.
Ha poi trovato consolazione nella lettura delle vite dei santi.
“Mi sono detto: questo martire viene divorato dai leoni, un altro viene legato e gli viene tagliata la testa, non è così grave… Mi ha aiutato molto.

Ho anche tenuto a mente ciò che dicevano i martiri: ‘Voi potete fare al mio corpo quello che volete, ma questo non scalfirà la mia anima perché appartiene a Dio’”. Nikolas, oggi, può finalmente dirlo lui stesso, anche se ammette che è stata una vera lotta arrivare a questa frase: “La mia sindrome non ha mai realmente raggiunto la mia anima”. “So che ancora oggi ho i postumi psicologici di quel periodo. È un bel processo di guarigione, devo permettere a Dio di partecipare a questa guarigione e questo avviene con il perdono”.

Oggi convive con lo sguardo degli altri e incoraggia a non farne un tabù. Sta studiando per diventare consulente scolastico senior (CPE). D’estate fa volontariato, da quasi dieci anni, come organizzatore e animatore presso campi estivi ortodossi in Francia e Svizzera.
Ci sono momenti in cui incontra per la prima volta i genitori e i loro figli. Gli adulti a volte sono sorpresi dal suo volto e non sanno cosa dire quando lo vedono. I bambini, invece, dicono spontaneamente le cose ad alta voce. “I genitori allora si imbarazzano e cercano di metterli a tacere, ma io dico loro: ‘Soprattutto, non zittiteli!’.
Se a un bambino viene detto di non parlarne perché può essere maleducato o imbarazzante, potrebbe spegnere il suo desiderio di creare un legame con l’adulto. Mettendoli a tacere, prima creiamo frustrazione nel bambino che non è stato in grado di vivere un mero dialogo autentico e, di conseguenza, lo ostacoliamo emotivamente nel suo comportamento in altri incontri”.

La bellezza di ogni esistenza anche segnata dalla sofferenza
Mentre la legge sul fine vita è stata deliberata dall’Assemblea Nazionale il 27 maggio 2025 e dovrebbe essere esaminata dal Senato in autunno, Nikolas si chiede se “abbiamo davvero fatto di tutto per esistere, per offrire la vita e per renderla bella e degna di essere vissuta da tutti?”. “Abbiamo fatto di tutto prima di arrivare a questa soluzione drastica? Questa domanda non dovrebbe essere posta proprio alla fine, quando abbiamo esaurito tutte le riflessioni e fornito tutte le soluzioni? Abbiamo fornito un valido sostegno a tutti, soprattutto ai giovani?”, si chiede.

Pur credendo che ogni vita è un dono, è anche convinto che se oggi è qui è perché delle persone hanno creduto in lui. “E non sto parlando solo dei miei genitori, ma anche delle figure spirituali che ho conosciuto, amici e persone care…
Anche quelle che avevano uno sguardo benevolo verso di me, ma che non hanno mai avuto il coraggio di venire a trovarmi quando ero solo.
So che spesso, soprattutto quando si è adolescenti o giovani, si pensa che avvicinandosi a chi è isolato possa comportare l’essere isolati a propria volta.
Non ho rancore nei confronti di queste persone, seguono un modello, un sistema, che esiste nella nostra società, loro malgrado”.
Questo è ciò che motiva Nikolas ad essere presente con i giovani attraverso varie azioni e attività con bambini e adolescenti nei campi estivi, nelle scuole medie e superiori attraverso i suoi studi, ma anche nella comunità attraverso il suo coinvolgimento nell’associazione giovanile ortodossa, Nepsis, di cui è vicepresidente. “Tutti questi spazi e ambienti diversi creano delle oasi dove i giovani possono gustare l’incontro autentico con se stessi, con il prossimo e con Cristo, per poter offrire gioia, fede e amicizia a chi li circonda”, spiega.

Cristo interviene nella nostra vita
Con la sua voce dolce e un discorso che invita alla pace, Nikolas dice di aver vissuto periodi di ribellione a Dio, accompagnati dalla stessa domanda: “Perché hai permesso questa malattia? Dio, mi ami davvero?”. “Ho visto la vita difficile dei miei genitori, gli sforzi e i sacrifici che hanno fatto. Inconsciamente, mi ero attribuito una forma di colpa. Ad un certo punto, inconsciamente, si è trasferito nella realtà il pensiero che Dio non mi amasse”, ricorda.
“Fa male vedere che fai soffrire il tuo prossimo, che sei un peso, ma penso che sia anche l’opportunità che Dio concede al prossimo di santificarsi in tutta umiltà. Accade in modo semplice e naturale. In questo modo, insieme, ci avviciniamo a Cristo che ci ama personalmente in modo unico”. Un giorno, quando era diventato insensibile a ciò che era male, ma anche a ciò che era buono nella sua vita, un monaco gli disse: “Tieni il tuo cuore aperto!”. All’epoca Nikolas aveva 21 anni e da allora quella frase gli si è impressa nella mente.

Più tardi, scopre anche la risposta alla sua sofferenza attraverso una frase che il Signore ci dice e che viene riportata dal teologo romeno del XX secolo, recentemente canonizzato in Romania, san Dumitru il Confessore (Staniloae): “Abbi il coraggio di comprendere che io ti amo”. “La sfida più grande che sto affrontando in questo momento è quella di accettare, finalmente, di essere amato da Dio e dal prossimo. La pace si conquista attraverso il combattimento, non è qualcosa che arriva per magia. Ancora oggi mi immergo in questo pensiero”, ammette; aggiungendo di aver visto che Dio gli offriva perdono, pace e amore.
E conclude umilmente: “Se oggi posso parlare di vita, di amore, di pace, è perché ho capito, o cerco di osare di capire, che Cristo ama anche me e che con la sua mano ci conduce in un cammino di libertà e di risurrezione, fino al cuore stesso delle nostre ferite con pace, amore e speranza”.

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Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male
All’udienza generale, Leone XIV sviluppa la catechesi sul gesto di Gesù nei confronti di Giuda nell’ultima cena, sa che sta per essere tradito ma “porta avanti e a fondo il suo amore”, “lava i piedi, intinge il pane e lo porge”: la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite

di Tiziana Campisi – Vatican News

Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male dans Commenti al Vangelo Santo-Padre-Leone-XIV

Amare fino alla fine: ecco la chiave per comprendere il cuore di Cristo. Un amore che non si arresta davanti al rifiuto, alla delusione, neppure all’ingratitudine.

È questo amore che genera il perdono, Gesù ce lo mostra “durante l’ultima cena”, quando “porge il boccone” a Giuda “che sta per tradirlo”. Il suo “non è solo un gesto di condivisione”, è anche “l’ultimo tentativo dell’amore di non arrendersi”, spiega all’udienza generale, Leone XIV. Proprio al perdono il Pontefice, nell’Aula Paolo VI, dedica la sua terza catechesi su “La Pasqua di Gesù”, nell’ambito del ciclo giubilare “Gesù Cristo nostra speranza”. Ma lo ascoltano anche centinaia di fedeli e pellegrini radunati nel cortile del Petriano e nella basilica di San Pietro. Leone li saluta terminato il momento nell’Aula. “Grazie per la pazienza!”, dice, benedicendo i presenti, i loro cari, “i familiari, i bambini, i malati e i più anziani”. E anche a quanti sono riuniti nella basilica vaticana rivolge, poi, alcune parole in spagnolo, evidenziando che “il perdono è un grande segno di amore, di amore autentico, e soprattutto dell’amore di Dio per tutti noi”. Mentre in inglese esorta tutti ad imparare “a perdonare, perché perdonarci gli uni gli altri è costruire un ponte di pace” e sollecita: “Dobbiamo pregare per la pace che è così necessaria nel nostro mondo oggi, una pace che solo Gesù Cristo ci può donare”.

Il vero perdono non aspetta il pentimento
Nella meditazione proposta, il Papa torna più volte su quel gesto di Gesù verso l’Iscariota, che mostra quel modo di portare avanti “e a fondo il suo amore”, perché Lui “vede con chiarezza” e fa il primo passo.

Ha compreso che la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite. Perché sa che il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto.

Gesù non permette che il male abbia l’ultima parola
Quando arriva l’ora più difficile, Gesù “non la subisce: la sceglie”, chiarisce il Papa, in pratica “riconosce il momento in cui il suo amore” sarà ferito dal “tradimento” e, anziché “ritrarsi”, “accusare”, “difendersi”, “continua ad amare: lava i piedi, intinge il pane e lo porge”. L’evangelista Giovanni racconta di Giuda che “Satana entrò in lui” dopo aver ricevuto da Gesù il pane. Un “passaggio” che “colpisce”, riconosce il Papa, “come se il male, fino a quel momento nascosto, si manifestasse dopo che l’amore ha mostrato il suo volto più disarmato”. Ma il gesto di Cristo “ci dice che Dio fa di tutto – proprio tutto – per raggiungerci, anche nell’ora in cui noi lo respingiamo”, sottolinea ancora Leone, e ci fa comprendere che il perdono “non è dimenticanza” né “debolezza”, bensì “capacità di lasciare libero l’altro, pur amandolo fino alla fine”.

L’amore di Gesù non nega la verità del dolore, ma non permette che il male sia l’ultima parola. Questo è il mistero che Gesù compie per noi, al quale anche noi, a volte, siamo chiamati a partecipare.

Continuare ad amare sempre
Oggi accade che tante “relazioni si spezzano”, diverse “storie si complicano” e molte “parole non dette restano sospese”, ma gli evangelisti ci indicano una strada nuova da intraprendere

Il Vangelo ci mostra che c’è sempre un modo per continuare ad amare, anche quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso. Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro.

Un’altra via
E se Giuda porta a compimento il suo piano di tradimento, “Cristo rimane fedele fino alla fine, e così il suo amore è più forte dell’odio”.

Anche noi viviamo notti dolorose e faticose. Notti dell’anima, notti della delusione, notti in cui qualcuno ci ha ferito o tradito. In quei momenti, la tentazione è chiuderci, proteggerci, restituire il colpo. Ma il Signore ci mostra la speranza che esiste sempre un’altra via. Ci insegna che si può offrire un boccone anche a chi ci volta le spalle. Che si può rispondere con il silenzio della fiducia. E che si può andare avanti con dignità, senza rinunciare all’amore.

Il perdono libera chi lo dona
Da qui l’invito del Pontefice a chiedere “la grazia di saper perdonare, anche quando non ci sentiamo compresi, anche quando ci sentiamo abbandonati”.

Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero — anche di tradire — senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene. Quando la luce del perdono riesce a filtrare tra le crepe più profonde del cuore, capiamo che non è mai inutile. Anche se l’altro non lo accoglie, anche se sembra vano, il perdono libera chi lo dona: scioglie il risentimento, restituisce pace, ci riconsegna a noi stessi.

Insomma, il perdono di Cristo e quel suo “gesto semplice del pane offerto, mostra che ogni tradimento può diventare occasione di salvezza”, se scelto come spazio per un amore più grande”, conclude il Papa. Gesù “vince” il male “con il bene” “impedendogli di spegnere ciò che in noi è più vero: la capacità di amare”.

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L’aiuto fondamentale della Grazia nel praticare le virtù

Posté par atempodiblog le 19 août 2025

L’aiuto fondamentale della Grazia nel praticare le virtù
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

L’aiuto fondamentale della Grazia nel praticare le virtù dans Fede, morale e teologia Padre-Livio-Fanzaga-direttore-di-Radio-Maria

La virtù è una conquista e non è innata. Si realizza con la buona volontà e, naturalmente, con l’aiuto della Grazia. Nella prospettiva cristiana non si può certamente eliminare la Grazia; diversamente cadremmo nel pelagianesimo.

La virtù è la facilità nel fare il bene. Quella facilità che si ottiene dopo un lungo allenamento. Ad es., compiendo tanti atti di fortezza divento un uomo forte. […]
E’ il punto di arrivo di un combattimento spirituale. La virtù è importante perché realizza un’ideale umano ben preciso che è quello dell’uomo buono. […]
La fatica di praticare la virtù serve per realizzare l’uomo buono. Questo uomo buono ha come premio la vita eterna perché realizza in se stesso l’immagine di Gesù Cristo. […]
Una persona che non crede in Dio, che non ha la fede, può realizzare una vita virtuosa? La risposta è affermativa. Abbiamo avuto esempi di atei che erano uomini virtuosi. […]

La differenza tra chi crede e non crede esiste ed è notevole. La virtù di chi non crede è una virtù praticata senza l’aiuto fondamentale della Grazia. Quindi è una virtù dalle gambe corte. Ad es., è un conto la prudenza naturale ed un altro conto la prudenza soprannaturale. Un conto è la fortezza naturale ed un altro conto la fortezza soprannaturale come quella dei martiri.

Certamente anche fra chi non crede è possibile la pratica delle virtù umane, ma non c’è paragone per quanto riguarda la pratica della virtù quando questa pratica è sostenuta dalla Grazia e noi la vediamo nei santi.

I santi arrivano ad apici di virtù con l’aiuto della Grazia.

Bisognosi dell’aiuto della Grazia
Persone moralmente valide si possono trovare anche tra i non credenti, però la loro moralità ha dei limiti perché senza l’aiuto della Grazia non si possono fare grandi passi e, comunque, quando non c’è Dio nella propria vita c’è il pericolo di affermare il proprio io e, quindi, di una visione egocentrica della vita.

La prima grande diversità fra la pratica della virtù del non credente rispetto a quella del credente sta nel fine stesso della virtù: nella prospettiva di un Umanesimo ateo o agnostico la virtù è uno sforzo per migliorare se stessi.

L’obiettivo è la perfezione della persona umana perché divenga padrona delle sue varie inclinazioni e perché riesca a conservare l’equilibrio in tutte le sue azioni, anche nelle situazioni più ardue. Non è difficile incontrare nella nostra società dei non credenti che si applicano alla loro perfezione morale. La negazione di Dio non comporta necessariamente una vita viziosa. Anche un ateo ha un codice di valori a cui si ispira. In ogni caso, si tratta di una moralità che ha come fine ultimo la perfezione di se stessi. Da qui, però, il passo verso una religione umanitaria in cui l’uomo glorifica se stesso, al posto di Dio, è breve.

In questa prospettiva le virtù rischiano di essere al servizio dell’affermazione del proprio io, che è la radice malefica dell’egoismo e delle sue proliferazioni.

La tentazione permanente della cosiddetta “morale autonoma” è il povero io umano posto sull’altare sul quale è detronizzato Dio.

Lo sforzo umano non basta, serve l’aiuto di Dio
Un altro limite di non poco conto della morale autonoma è la fragilità strutturale dell’uomo di fronte alle esigenze del bene. Lo sforzo umano per praticare la virtù è lodevole, ma che cosa è in grado di fare l’uomo con le sole sue forze? L’inclinazione al male della natura umana è una realtà che nessuno, a causa dell’offuscamento della mente e della debolezza del libero arbitrio, riesce efficacemente a contrastare.

Una persona che volesse fare il bene prescindendo dall’aiuto di Dio manca di una grande forza, perché la potenza del peccato che opera in noi è forte. Lo sappiamo dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani: “in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. 

San Paolo mette in evidenza la fragilità della natura umana senza l’aiuto della Grazia.

Quindi chi vuole praticare la morale senza l’aiuto della Grazia non fa molta strada.

Anche quando una persona riesce a praticare il bene con le sole sue forze, rimane, comunque, assai lontana da quelle altezze a cui la Grazia di Dio conduce coloro che l’accolgono.

Dalla testimonianza di Gesù durante la sua Passione emerge che senza la Grazia le virtù umane sono come quelle piante da frutto selvatiche che producono soprattutto foglie. Tuttavia, sono utili perché con l’innesto soprannaturale divengono capaci di una nuova vitalità.

Le virtù infuse
Le virtù umane sono virtù infuse, non acquisite. Sono infuse in quanto germi di santità e di grazia che Dio ha seminato in noi che fioriscono grazie alla nostra cooperazione alla Grazia.

La Grazia va chiesta volta per volta, quindi c’è bisogno del sostegno della Grazia attuale, e come risultato finale porta all’imitazione di Cristo. Le virtù, nella loro perfezione assoluta, le trovi in Gesù Cristo. In ultima istanza, con l’aiuto della Grazia, portano ad imitare Gesù che le ha incarnate nel modo più sublime.

La Grazia eleva e perfeziona le virtù umane
Mediante il Battesimo l’uomo viene rivestito della Grazia santificante che è la stessa vita divina infusa nella fragile natura umana, la quale a causa della sua inclinazione al male può compiere il bene solo parzialmente e con grande sforzo.

Senza la Grazia non si fa molto cammino sulla via della bontà e della moralità. […]

L’aiuto soprannaturale per esercitare le virtù
L’esercizio della virtù, pur coinvolgendo il discernimento e lo sforzo personale, è, innanzitutto, reso possibile dall’aiuto soprannaturale.
Le stesse virtù, pur conservando il medesimo nome, in realtà hanno contenuti nuovi perché fanno riferimento ad orizzonti di luce che la semplice ragione nemmeno sospetta.

E’ necessario lo sforzo personale, il quale però per essere efficace ha bisogno dell’aiuto costante della Grazia.

[…] Certamente esse hanno bisogno di essere sviluppate con l’applicazione personale, tuttavia la loro fioritura va ben oltre il nostro contributo e le nostre capacità.

Per vedere i cambiamenti le virtù vanno chieste, supplicate, a Gesù
C’è un momento in cui le virtù devi chiederle a Dio: “Gesù dammi quella virtù che hai praticato, infondila in me”. Alla Madonna puoi chiedere: “Madre dammi tu… infondi in me…”.

Solo allora vedrai cambiamenti in te, perché sono un dono di Dio.
Nella pratica, tu dovrai supplicare Dio perché infonda in te queste virtù, ti faccia partecipe di quelle virtù che Gesù Cristo ha vissuto.
Queste virtù umane, che fioriscono con la Grazia, hanno un momento in cui ricevono dall’Alto un sostegno continuo alla crescita e, non vi è dubbio che, superata la fase ascetica, con l’apporto del nostro sforzo necessario, realizzano la loro perfezione per un dono speciale del Cielo e con il tocco soprannaturale dei doni dello Spirito Santo.

Chiedere le virtù nella preghiera
Nella prospettiva soprannaturale non è sufficiente, ad esempio, applicarsi ad esercitare la virtù della pazienza, ma occorre chiederla in dono nella preghiera. Il seme di questa virtù, come tutte le altre, giunge infatti alla fioritura perfetta per un dono di Grazia che va chiesto oltre le possibilità della nostra buona volontà.

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Giovanni Eudes. Il cuore di Dio è il luogo che dona la vera pace

Posté par atempodiblog le 19 août 2025

“Non devi mai separare ciò che Dio ha così perfettamente unito. Gesù e Maria sono così intimamente legati l’uno con l’altro che chi vede Gesù guarda Maria; chi ama Gesù, ama Maria; chi ha la devozione per Gesù, ha la devozione per Maria”.

San Giovanni Eudes

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Giovanni Eudes. Il cuore di Dio è il luogo che dona la vera pace
di Matteo Liut – Avvenire
Tratto da: Radio Maria

Non cerchiamo altro se non amore: tutti abbiamo bisogno di un abbraccio che accoglie e consola. E solo nel cuore di Dio trova pace il nostro cuore.

Nel XVII secolo san Giovanni Eudes intuì che la devozione per i sacri cuori, di Maria e di Gesù, portava con sé proprio questo messaggio: la fede cristiana è un’esperienza che sgorga dal cuore, centro dell’intera esistenza e quindi è una dimensione totalizzante, che spinge alla testimonianza.

Nato nel 1601 a Ri, in Normandia, nel 1625 venne ordinato sacerdote per la Congregazione dell’Oratorio di Gesù e Maria Immacolata di Francia. Nel suo ministero a Caen si dedicò ai malati di peste (ammalandosi anch’egli e guarendo) ma il suo autentico “carisma” si espresse nelle missioni parrocchiali.

Nel 1643 fondò la Congregazione di Gesù e Maria per rispondere all’esigenza di offrire una valida formazione al clero e nel 1651 nacque la congregazione femminile: l’Ordine di Nostra Signora della Carità.

Si dedicò anche a recuperare le ragazze dalla strada e fondò una Congregazione di religiose per dare loro assistenza, l’ordine di «Nostra Signora della Carità del Rifugio».

Fu autore di diverse opere, la più conosciuta delle quali è «Il cuore ammirabile della Madre di Dio».

Morì nel 1680 ed è stato proclamato santo nel 1925 da papa Pio XI.

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Non sempre il bene trova una risposta positiva

Posté par atempodiblog le 17 août 2025

PAPA LEONE XIV

ANGELUS
Non sempre il bene trova una risposta positiva

Piazza della Libertà (Castel Gandolfo)
Domenica, 17 agosto 2025

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Non sempre il bene trova una risposta positiva dans Commenti al Vangelo Santo-Padre-Leone-XIV

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AR – DE – EN – ES – FR – IT – PL – PT

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Oggi il Vangelo ci presenta un testo impegnativo (cfr Lc 12,49-53), in cui Gesù, con immagini forti e grande franchezza, dice ai discepoli che la sua missione, e anche quella di chi lo segue, non è tutta “rose e fiori”, ma è “segno di contraddizione” (cfr Lc 2,34).

Così dicendo, il Signore anticipa ciò che dovrà affrontare quando a Gerusalemme sarà osteggiato, arrestato, insultato, percosso, crocifisso; quando il suo messaggio, pur parlando d’amore e di giustizia, sarà rifiutato; quando i capi del popolo reagiranno con ferocia alla sua predicazione. Del resto, tante delle comunità a cui l’evangelista Luca si rivolgeva con i suoi scritti, vivevano la stessa esperienza. Erano, come ci dicono gli Atti degli Apostoli, comunità pacifiche che, pur con i loro limiti, cercavano di vivere al meglio il messaggio di carità del Maestro (cfr At 4,32-33). Eppure subivano persecuzioni.

Tutto questo ci ricorda che non sempre il bene trova, attorno a sé, una risposta positiva. Anzi a volte, proprio perché la sua bellezza infastidisce quelli che non lo accolgono, chi lo compie finisce coll’incontrare dure opposizioni, fino a subire prepotenze e soprusi. Agire nella verità costa, perché nel mondo c’è chi sceglie la menzogna, e perché il diavolo, approfittandone, spesso cerca di ostacolare l’agire dei buoni.

Gesù, però, ci invita, con il suo aiuto, a non arrenderci e a non omologarci a questa mentalità, ma a continuare ad agire per il bene nostro e di tutti, anche di chi ci fa soffrire. Ci invita a non rispondere alla prepotenza con la vendetta, ma a rimanere fedeli alla verità nella carità. I martiri ne danno testimonianza spargendo il sangue per la fede, ma anche noi, in circostanze e con modalità diverse, possiamo imitarli.

Pensiamo, ad esempio, al prezzo che deve pagare un buon genitore, se vuole educare bene i suoi figli, secondo principi sani: prima o poi dovrà saper dire qualche “no”, fare qualche correzione, e questo gli costerà sofferenza. Lo stesso vale per un insegnante che desideri formare correttamente i suoi alunni, per un professionista, un religioso, un politico, che si propongano di svolgere onestamente la loro missione, e per chiunque si sforzi di esercitare con coerenza, secondo gli insegnamenti del Vangelo, le proprie responsabilità.

Sant’Ignazio di Antiochia, in proposito, mentre era in viaggio verso Roma, dove avrebbe subito il martirio, scriveva ai cristiani di questa città: «Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio» (Lettera ai Romani, 2,1), e aggiungeva: «È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra» (ibid., 6,1).

Fratelli e sorelle, chiediamo insieme a Maria, Regina dei Martiri, di aiutarci ad essere, in ogni circostanza, testimoni fedeli e coraggiosi del suo Figlio, e di sostenere i fratelli e le sorelle che oggi soffrono per la fede.

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Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle,

sono vicino alle popolazioni del Pakistan, dell’India e del Nepal colpite da violente alluvioni. Prego per le vittime e i loro familiari e per quanti soffrono a causa di questa calamità.

Preghiamo perché vadano a buon fine gli sforzi per far cessare le guerre e promuovere la pace; affinché, nelle trattative, si ponga sempre al primo posto il bene comune dei popoli.

In questo tempo estivo ricevo notizie di tante e svariate iniziative di animazione culturale e di evangelizzazione, organizzate spesso nei luoghi di vacanza. È bello vedere come la passione per il Vangelo stimola la creatività e l’impegno di gruppi e associazioni di ogni età. Penso, ad esempio, alla missione giovanile che si è svolta in questi giorni a Riccione. Ringrazio i promotori e quanti in diversi modi partecipano a tali eventi.

Saluto con affetto tutti voi presenti oggi qui a Castel Gandolfo.

In particolare, sono lieto di accogliere il gruppo AIDO di Coccaglio, che celebra 50 anni di impegno per la vita, i donatori di sangue AVIS venuti in bicicletta da Gavardo (Brescia), i giovani di Casarano e le religiose francescane di Sant’Antonio.

Benedico inoltre il grande pellegrinaggio al Santuario mariano di Piekary, in Polonia.

Auguro a tutti una buona domenica!


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Il battesimo della Croce

Posté par atempodiblog le 17 août 2025

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Il battesimo della Croce

Santuario di Santa Maria della Rotonda (Albano)
XX domenica del Tempo Ordinario, 17 agosto 2025

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Il battesimo della Croce dans Commenti al Vangelo Papa-Leone-XIV

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Cari fratelli e sorelle,

è una gioia trovarci insieme a celebrare l’Eucaristia domenicale, che ci regala una gioia ancora più profonda. Se, infatti, è già un dono essere oggi vicini e vincere la distanza guardandoci negli occhi, come veri fratelli e sorelle, un dono più grande è vincere nel Signore la morte. Gesù ha vinto la morte – la domenica è il suo giorno, il giorno della Risurrezione – e noi iniziamo già a vincerla con Lui.

È così: ognuno di noi viene in chiesa con qualche stanchezza e paura – a volte più piccole, a volte più grandi – e subito siamo meno soli, siamo insieme e troviamo la Parola e il Corpo di Cristo. Così il nostro cuore riceve una vita che va oltre la morte. È lo Spirito Santo, lo Spirito del Risorto, a fare questo fra di noi e in noi, silenziosamente, domenica dopo domenica, giorno dopo giorno.

Ci troviamo in un antico Santuario le cui mura ci abbracciano.
Si chiama “Rotonda” e la forma circolare, come a Piazza San Pietro e come in altre chiese antiche e nuove, ci fa sentire accolti nel grembo di Dio.
All’esterno la Chiesa, come ogni realtà umana, può apparirci spigolosa. La sua realtà divina, però, si manifesta quando ne varchiamo la soglia e troviamo accoglienza.

Allora la nostra povertà, la nostra vulnerabilità e soprattutto i fallimenti per cui possiamo venire disprezzati e giudicati – e a volte noi stessi ci disprezziamo e ci giudichiamo – sono finalmente accolti nella dolce forza di Dio, un amore senza spigoli, un amore incondizionato.

Maria, la madre di Gesù, per noi è segno e anticipazione della maternità di Dio. In lei diventiamo una Chiesa madre, che genera e rigenera non in virtù di una potenza mondana, ma con la virtù della carità.

Può forse averci sorpreso, nel Vangelo appena letto, quello che dice Gesù. Noi cerchiamo la pace, ma abbiamo ascoltato: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Lc 12,51). E quasi gli risponderemmo: «Ma come, Signore? Anche tu? Abbiamo già troppe divisioni. Non sei proprio tu che hai detto nell’ultima cena: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”?». «Sì – ci potrebbe rispondere il Signore – sono io. Ricordate però che quella sera, la mia ultima sera, aggiunsi subito a proposito della pace: «Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (cfr Gv 14,27).

Cari amici, il mondo ci abitua a scambiare la pace con la comodità, il bene con la tranquillità. Per questo, affinché in mezzo a noi venga la sua pace, lo shalom di Dio, Gesù deve dirci: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).

Forse i nostri stessi familiari, come preannuncia il Vangelo, e persino gli amici si divideranno su questo. E qualcuno ci raccomanderà di non rischiare, di risparmiarci, perché importa stare tranquilli e gli altri non meritano di essere amati. Gesù invece si è immerso nella nostra umanità con coraggio. Ecco il «battesimo» di cui parla (v. 50): è il battesimo della Croce, un’immersione totale nei rischi che l’amore comporta. E noi quando, come si dice, “facciamo la comunione”, ci alimentiamo di questo suo dono audace. La Messa nutre questa decisione. È la decisione di non vivere più per noi stessi, di portare il fuoco nel mondo.

Non il fuoco delle armi, e nemmeno quello delle parole che inceneriscono gli altri. Questo no.
Ma il fuoco dell’amore, che si abbassa e serve, che oppone all’indifferenza la cura e alla prepotenza la mitezza; il fuoco della bontà, che non costa come gli armamenti, ma gratuitamente rinnova il mondo. Può costare incomprensione, scherno, persino persecuzione, ma non c’è pace più grande di avere in sé la sua fiamma.

Per questo oggi vorrei ringraziare, insieme al vostro vescovo Vincenzo, tutti voi, che nella diocesi di Albano vi impegnate a portare il fuoco della carità. E vi incoraggio a non distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto. Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio.

Ognuno è un dono per gli altri. Abbattiamo i muri. Ringrazio chi opera in ogni comunità cristiana per facilitare l’incontro fra persone diverse per provenienza, per situazione economica, psichica, affettiva: solo insieme, solo diventando un unico Corpo in cui anche il più fragile partecipa in piena dignità, siamo il Corpo di Cristo, la Chiesa di Dio.
Questo avviene quando il fuoco che Gesù è venuto a portare brucia i pregiudizi, le prudenze e le paure che emarginano ancora chi porta scritta la povertà di Cristo nella propria storia.
Non lasciamo fuori il Signore dalle nostre chiese, dalle nostre case e dalla nostra vita. Nei poveri, invece, lasciamolo entrare e allora faremo pace anche con la nostra povertà, quella che temiamo e neghiamo quando cerchiamo a ogni costo tranquillità e sicurezza.

Interceda per noi la Vergine Maria, che si sentì indicare dal santo vecchio Simeone il figlio Gesù come «segno di contraddizione» (Lc 2,34). Siano svelati i pensieri dei nostri cuori, e possa il fuoco dello Spirito Santo renderli non più cuori di pietra, ma cuori di carne.

Santa Maria della Rotonda, prega per noi!


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L’amicizia di Gesù

Posté par atempodiblog le 15 août 2025

L’amicizia di Gesù
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

L’amicizia di Gesù dans Amicizia L-amicizia-di-Ges

Caro amico,

non pensare che Gesù chiami alcuni, ma non te. Non c’è nessuna pecorella che Gesù non conosca per nome e nessuna che non ami come se fosse l’unica.

La bellezza della vita sta nella dignità di figlio che ogni uomo ha di fronte a Dio.

Non dire mai che sei sfortunato, perché non hai questa o quella cosa che hanno gli altri. Non invidiare la grazia altrui, come se Dio fosse avaro con te. Dio si concede a tutti con straripante ricchezza.

L’amicizia di Gesù è il più grande dono che si possa desiderare nella vita. Non è riservata ad alcuni privilegiati, ma a tutti coloro che rispondono alla chiamata.

Non ti accadrà mai di essere ignorato da Dio nel corso della tua vita e neppure di una sola giornata.

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Maria Assunta in Cielo

Posté par atempodiblog le 13 août 2025

Maria Assunta in Cielo
delle Missionarie della Divina Rivelazione

Maria Assunta in Cielo dans Apparizioni mariane e santuari Maria-Assunta-in-Cielo

Ogni anno il 15 agosto la Chiesa celebra la solennità dell’Assunzione di Maria Vergine al Cielo. Questa festa è particolarmente importante per noi, Missionarie della Divina Rivelazione, perché ricorda una frase importante che disse la Vergine della Rivelazione il 12 aprile 1947.

Infatti la Vergine Maria apparendo a Bruno Cornacchiola e invitandolo a rientrare nella Chiesa Cattolica che lui combatteva con tenacia irriducibile, Ella parla della sua Assunzione al Cielo:

Il mio corpo non poteva morire e non morì, non poteva marcire e non marcì, perché Immacolata; è nell’estasi d’amore divino che fui portata da Gesù Verbo mio Figlio e dagli angeli in Cielo, è così che fui portata al trono della misericordia divina”.

Informato dei fatti, il Papa Pio XII credette a queste parole e il 1° novembre 1950, con la costituzione apostolica “Munificentissimus Deus”, dà la solenne proclamazione:

“Noi pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’Immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”.

E’ da notare che: Papa Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione nel 1854 e la Vergine Maria lo confermò con la Sua apparizione a Lourdes nel 1858 presentandosi a Santa Bernadette con il titolo di Immacolata Concezione; a Roma la Vergine Maria anticipa quello che Papa Pio XII proclamerà nel 1950. [...]

Divisore dans San Francesco di Sales

Gospa-Medjugorje-Assunzione-al-Cielo-di-Maria-Santissima dans Fede, morale e teologia

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Preghiera alla “Madonna del buon viaggio”

Posté par atempodiblog le 13 août 2025

Preghiera alla “Madonna del buon viaggio”
Questa preghiera è un modo per chiedere alla Madonna di accompagnarti e proteggerti durante il tuo viaggio, sia esso breve o lungo, di lavoro o spirituale. Puoi recitarla da solo o con i tuoi cari prima di partire.

Tratto da: Il giornalino di Radio Maria

Preghiera alla “Madonna del buon viaggio” dans Preghiere Benedizione-del-viaggio

O Vergine Santa e Madre nostra dolcissima, che invochiamo col nome di “Madonna del buon viaggio”, noi ci affidiamo a Te nel momento di affrontare la strada.

Guidaci, Madre, nel nostro viaggio, affinché possiamo giungere a destinazione sani e salvi.

Proteggici da ogni pericolo e da ogni male che potremmo incontrare lungo il cammino.

Illumina la nostra mente e il nostro cuore, affinché possiamo affrontare ogni situazione con serenità e fiducia.

E mentre siamo in viaggio, ricordaci sempre la tua presenza materna e il tuo amore.

Sia benedetto il tuo nome “o Madonna del Buon Viaggio”, e sia sempre lodato il Signore, che ci ha donato una Madre così buona e premurosa. Amen.

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