I colori della Visitazione: Pontormo, Raffaello e Tintoretto

Posté par atempodiblog le 31 mai 2024

I colori della Visitazione: Pontormo, Raffaello e Tintoretto
Innumerevoli artisti di ogni epoca si sono confrontati con l’episodio evangelico dell’incontro di Maria con la cugina Elisabetta: due donne e lo Spirito Santo che agisce in loro.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

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Sono tanti, innumerevoli, gli artisti di ogni epoca che si sono confrontati con l’episodio evangelico della Visitazione: «In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo» (Lc 1,39-45).

Ci troviamo di fronte all’incontro di due donne. La descrizione dell’evangelista Luca colpisce per diversi aspetti: c’è un viaggio; l’incontro tra Maria ed Elisabetta; e sullo sfondo, lo Spirito Santo che agisce in loro. E poi un saluto, quello di santa Elisabetta, così diretto e spontaneo, così importante per la salvezza dell’intera umanità, al quale seguirà il saluto della Vergine, un inno alla potenza del Signore: il Magnificat.

La lista degli artisti è varia e oltrepassa lo spazio e il tempo: Giotto; Luca Della Robbia; il Ghirlandaio; il Beato Angelico; Pinturicchio; Perugino; Raffaello Sanzio; il Pontormo; Sebastiano del Piombo; Lorenzo Lotto; Tintoretto; fino ad arrivare alle ottocentesche e novecentesche rappresentazioni di Mary Evelyn Pickering De Morgan e Maurice Denis; di  Pietro Gaudenzi e Achille Funi.

C’è, dunque, un primo dato da evidenziare: l’episodio della Visitazione può essere considerato fra le scene evangeliche più rappresentate nel mondo dell’arte. Questa umanità, sposata alla divinità, colpisce la mente artistica di ogni tempo: si tratta di un incontro di due madri; della loro gioia nell’attendere il proprio figlio. Sono cugine: l’una attende il Precursore, colui che aprirà la strada a Gesù; l’altra, il Salvatore del Mondo. L’episodio, dunque, è carico di una “drammaturgia” tutta da sviluppare attraverso la tela, i colori, le forme. Il soggetto descritto non poteva che suscitare l’immaginazione, la creatività degli artisti. Dalle parole passare all’immagine: è stata, in fondo, questa la sfida di ogni artista che si è cimentato nel descrivere con colori e forme l’episodio della Visitazione di Maria a santa Elisabetta che la Chiesa oggi ricorda nella liturgia.

001 dans Commenti al Vangelo

L’elemento di questa scena che troviamo sottolineato in quasi tutte le rappresentazioni è la gioia. Una gioia condivisa, soprattutto. Così come è la goia ad essere protagonista di uno dei quadri più famosi: La Visitazione del Pontormo, anche conosciuta anche come La Visitazione di Carmignano. L’opera, un olio su tavola, databile intorno al 1528-1530, è conservata nella propositura dei Santi Michele e Francesco a Carmignano, in provincia di Prato. Rappresenta una delle opere maggiormente significative del Manierismo fiorentino e indubbiamente uno dei dipinti più celebri di Jacopo Carucci da Pontorme, meglio conosciuto come il Pontormo. Sono Maria ed Elisabetta ad essere protagoniste della magnifica tavola: dominano la scena con le loro figure allungate, dalle dimensioni maestose e dalle forme tondeggianti, con le vesti dai colori sgargianti. Vesti che hanno dei ringofiamenti ben evidenti nella zona del ventre: si comprende che sono due donne in attesa di partorire. Dietro loro, il Pontormo colloca altre due donne (non presenti nel Vangelo di Luca) che sembrano quasi i loro “doppi” mostrati di fronte anziché di profilo. Su questo elemento pittorico la critica si divide: per alcuni studiosi sono semplicemente delle ancelle; per altri, invece, rappresentano le due protagoniste ritratte in maniera speculare, in un gioco puramente intellettuale. Anche queste due figure catturano l’attenzione del pubblico: il loro sguardo, rivolto a chi guarda l’opera, sembra quasi invitare il pubblico a rimanere in silenzio davanti a questo incontro così speciale.

Altro elemento, non immediatamente evidente, è dato dalla presenza di due uomini che siedono su un pilastro di pietra che si sviluppa lungo la facciata dell’edificio che si erge a sinistra del dipinto: sono davvero minuscoli in confronto alle due immense figure femminili. Anche in questo caso la critica si divide: saranno forse Giuseppe e Zaccaria, sposi di Maria ed Elisabetta? O semplicemente due uomini che da lontano assistono all’incontro? La querelle rimane aperta.

002 dans Fede, morale e teologia

Maestro indiscusso del Rinascimento italiano è Raffaello Sanzio. Anche lui si è inoltrato nelle pagine del Vangelo di Luca dipigendo una delle opere più significative del ‘500 pittorico europeo: è La Visitazione, dipinto a olio su tavola trasportato su tela databile intorno al 1517,  conservato al Museo del Prado di Madrid. La tavola presenta una committenza particolare: fu commissionata, infatti, da Giovanni Battista Branconio, protonotaro apostolico, per volere di suo padre Marino, che la destinò alla chiesa di San Silvestro all’Aquila. La moglie di Marino Branconio si chiamava Elisabetta. Per questo motivo lui e la moglie hanno dato il nome di Giovanni Battista al loro figlio.

Anche questa volta, al centro del dipinto si ergono le due figure femminili protagoniste: la Vergine Maria e santa Elisabetta. Maria è colta mentre tiene la mano sinistra sul grembo; il suo sguardo, timido, si volge verso il basso: è un saluto quasi discreto quello che compie la Vergine di fronte alla cugina. Elisabetta, con un copricapo bianco, va incontro alla cugina. Dai volti si comprende la differenza di età fra le due.

Un particolare è da evidenziare: i piedi delle due donne sono in movimento. Raffaello sembra cogliere Maria ed Elisabetta proprio nel primo istante dell’incontro. Sullo sfondo, a sinistra, troviamo una sorta di “salto” temporale: è la scena del Battesimo di Gesù compiuto da Giovanni Battista. I due bambini che precedentemente erano nel grembo prendono corpo, figura, nel lato sinistro della tela. In primo piano dell’opera, le madri; sullo sfondo, i loro due figli.

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Del Tintoretto abbiamo due versioni dello stesso soggetto: uno, realizzato intorno al 1588 e conservato nella Scuola Grande di San Rocco a Venezia; l’altro, del 1550 circa, conservato presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna. Quest’ultima opera ci fa assistere all’incontro da una prospettiva più bassa rispetto alle due figure femminili: sia le Vergine Maria che santa Elisabetta, infatti, sono colte presso l’ingresso della casa di Elisabetta. Questa volta, le due donne però non si abbracciano; la Vergine ed Elisabetta sono colte poco prima del vero incontro, dell’abbraccio descritto dagli altri artisti. E poi, evidenti (seppur posizionati in maniera marginale nel quadro pittorico) sono i personaggi maschili: dietro Maria vi è san Giuseppe; vicino a Elisabetta, nel riquadro inferiore, Zaccaria.

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Nostra Signora dei dolori a Kibeho, Rwanda

Posté par atempodiblog le 26 mai 2024

Nostra Signora dei dolori a Kibeho, Rwanda
Tratto da: Radio Maria

Nostra Signora dei dolori a Kibeho, Rwanda dans Apparizioni mariane e santuari Nathalie-Kibeho

La Madonna apparve dal 1981 al 1989 a tre studentesse del Collegio di Kibeho (Rwanda): Alphonsine, Nathalie e Marie-Claire.
A Nathalie La madre del Verbo si mostra con le braccia aperte, come nell’immagine della Medaglia miracolosa. La Madonna le chiede di lasciare gli studi per dedicarsi interamente alla missione da Lei affidatale, riceve l’incarico particolare della preghiera di espiazione per la salvezza e la pace nel mondo.

Ecco la sua testimonianza ai microfoni di Radio Maria con Padre Livio Fanzaga il 15 marzo 2024

Padre Livio: Sono felicissimo di poter parlare con Nathalie, la veggente di Kibeho. Ho seguito fin dall’inizio le apparizioni di Kibeho e mai avrei pensato di poter parlare con te, benvenuta ai microfoni di Radio Maria.
Nathalie: Anche io vi ringrazio per avermi chiamata a parlare con voi a Radio Maria Italia.

Padre Livio: Nathalie, vorrei che ci parlassi della tua esperienza con la Madonna a Kibeho, in modo tale che il pubblico italiano possa comprendere l’importanza mondiale di questa apparizione.
Nathalie: La Vergine Maria ci è apparsa a Kibeho dal 28 novembre 1981. La Madonna è apparsa a me, ad altre cinque ragazze e ad un ragazzo: Alphonsine, Marie-Claire, Stephanie Agnes, Vestine ed Emmanuel.
La prima apparizione avvenuta nel collegio di Kibeho, gestito da suore e frequentato da un centinaio di ragazze della zona, sabato 28 novembre 1981. Alphonsine era con noi nel refettorio quando sentì una voce che la chiamava: recatasi nel corridoio, vide una donna bellissima, vestita di bianco, con le mani giunte; quando le chiese chi fosse, rispose: Io sono la Madre del Verbo.
A me la Vergine Maria è apparsa il 12 gennaio 1982, mi ha chiamata per nome e mi ha detto: <Nathalie, figlia mia, prega molto, prega sempre per il mondo perché sta male. Il giorno i seguente la Madonna mi è apparsa di nuovo e mi ha detto che Lei era la Madre di Dio, la Madre del Verbo, come aveva detto ad Alphonsine.
La Vergine Maria è apparsa alla terza veggente Marie-Claire, il 2 marzo 1982. Si è mostrata a lei con il Rosario dei Sette Dolori tra le mani, le ha insegnato questa preghiera e sua volta la ragazza l’ha insegnata a tutte noi. La Vergine Maria voleva che questo Rosario fosse conosciuto nel mondo intero. Ci ha fatto sapere che il Rosario dei Sette Dolori è importante, ma non sostituisce il Rosario ordinario.
La Madonna si mostrata a noi come una mamma bellissima, buona, semplice. Noi parlavamo con Lei senza paura, senza inquietudine proprio perché ci metteva a nostro agio.
Quando ci è apparsa eravamo delle ragazzine, ma il messaggio che ci ha dato era per gli adulti, per le persone già avanti nelle fede.
Guardandola ci sembrava una donna di circa venti/trent’anni; indossava una veste bianca e blu che la copriva dal capo ai piedi; ci chiedeva di stare attenti a tutto quello che ci diceva e di ascoltare bene il messaggio che ci stava dando.
La Vergine Maria ci ha chiesto di pregare incessantemente anche per quelli che non pregano; ci chiedeva di ascoltarla con fede. Parlava come una mamma parla ai suoi figli. 

Padre Livio: Nathalie, puoi raccontarci la tua esperienza quando la Madonna ti ha portato a vedere il Paradiso, l’inferno e il purgatorio?
Nathalie: La Vergine Maria ci ha portato a visitare questi luoghi per farci capire che la vita non finisce qui sulla Terra, ma continua in diversi modi, a seconda della fede che abbiamo avuto in vita.
Eravamo giovani, non capivamo tutto quello che la Madonna ci diceva ma ci chiedeva di non dimenticarlo, voleva farci capire che la vita continua anche dopo la morte e ci invitava a non essere troppo attaccati alle cose materiali perché sono passeggere.
La Vergine Maria ci diceva di prenderci cura della nostra anima come facciamo con il nostro corpo e che dovevamo prendere le cose di Dio sul serio.
In questo viaggio mistico eravamo con la Vergine Maria e ci sentivamo altrove, vedevamo una luce, eravamo distaccati da tutto. Il viaggio è durato più di dodici ore durante le quali la Madonna ci ha fatto vedere diversi tipi di persone e diversi luoghi.
La prima cosa che abbiamo visto sono stati gli angeli e i santi. Gli angeli avevano vesti bianche e la loro fisionomia era quella delle persone bellissime; la Madonna ci ha spiegato che gli angeli ci aiutano.
Abbiamo visto anche un altro luogo, dove ci sono persone che di tanto in tanto sorridono ma non sono pienamente felici; infine, ci ha portato in un altro luogo molto brutto dove ci sono persone cattive.
La Vergine Maria ha attribuito a questi luoghi dei nomi diversi rispetto a quelli che noi conosciamo dal Catechismo della Chiesa Cattolica, ad esempio, dove vivono le persone cattive il posto delle persone ribelli che non ascoltano; i luogo dove ci sono le persone che sorridono di tanto in tanto il luogo del discernimento. In quello che noi chiamiamo purgatorio ci sono le persone che si purificano; in quello che noi chiamiamo Paradiso ci sono persone felicissime e la Madonna ha detto che il luogo della pienezza della gioia e quelli che vivono là sono i benamati di Dio.
Quando siamo rientrati da questo viaggio la Vergine Maria ha detto di pregare sempre e di seguire tutto quello che Lei avrebbe detto per la salvezza.
A me ha affidato il messaggio particolare per la preghiera delle anime del Purgatorio, inoltre mi ha chiesto un tempo di digiuno della durata di quattordici giorni, durante la Quaresima dell’anno 1983. Durante quel periodo ricevevo solamente la Santa Comunione.
Questo viaggio mistico mi ha aiutato a capire che la nostra vita veramente non finisce sulla Terra.
La Vergine Maria mi ha dato il compito di pregare per le anime del Purgatorio proprio durante quel digiuno prolungato.
La Madonna ci ha parlato della sua sofferenza per coloro che pensano che la vita sia unicamente fatta per mangiare, bere e soddisfare bisogni del corpo.

Padre Livio: Grazie Nathalie per questa bellissima testimonianza. Vorrei che ora facessi un’esortazione agli ascoltatori di Radio Maria affinché seguano sempre la Madonna.
Nathalie: Vorrei dire innanzitutto agli ascoltatori di Radio Maria di dare importanza al messaggio che la Vergine Maria ha dato da Kibeho al mondo intero perché, come Lei stessa ha detto, è indirizzato a tutti.
Sul messaggio della Vergine Maria ci sarebbero tante cose da dire, lo si può trovare in tanti libri, su internet e anche Radio Maria ne parla e lo divulga. Inoltre, la Madonna ha detto che desidera che la gente venga a Kibeho in pellegrinaggio.
La Vergine Maria insiste innanzitutto sulla crescita nell’amore per Dio: bisogna amare Dio al di sopra delle altre cose.
La Madonna ci invita anche a fare passi avanti nella fede e fare attenzione alla miscredenza che si sta diffondendo senza che noi ce ne accorgiamo.
Ci ha chiesto anche di pregare incessantemente e senza ipocrisia; la nostra preghiera deve essere nutrita dal senso di sacrificio e da atti di penitenza per arrivare alla vera conversione.
La Madonna ha detto ad Alphonsine che la sua vocazione era la consacrazione e le ha chiesto di pregare tanto per la Chiesa che negli anni avvenire si sarebbe imbattuta in diversi problemi. Attualmente Alphonsine vive in un Convento nella Comunità di Betlemme, a Gubbio, in Italia.
A Marie-Claire la Madonna ha detto che la sua vocazione era quella di essere una moglie e una mamma e le ha detto di pregare per le famiglie; in particolare le ha chiesto di continuare a insegnare la devozione del Rosario dei Sette Dolori. Marie-Claire e suo marito sono stati uccisi nel 1994, Dio li accolga nel suo Regno.
A me la Vergine Maria ha chiesto di rimanere qui, a Kibeho, e di pregare molto per il mondo perché sta per cadere nell’abisso. Mi ha chiesto anche di accettare la sofferenza come penitenza per ottenere la conversione dei ribelli; la mia missione anche quella di pregare per le anime del Purgatorio.
La Madonna ci ha anche detto di avere fiducia in Lei e di chiederle il suo soccorso. Lei sempre con noi anche se non la vediamo con i nostri occhi.

Chiederei a tutti gli ascoltatori di Radio Maria di amare sinceramente la Madonna e di avere fiducia in Lei, è la Madre di Dio, ci ama tanto e ascolta tutti noi.

Un’altra cosa che vorrei dire che la Madonna quando ci appariva ci mostrava spesso un grande prato fiorito: alcuni di questi fiori erano bellissimi, altri un po’ appassiti, altri proprio secchi.
I fiori rigogliosi rappresentano le persone buone che amano Dio e il prossimo; le persone che cambiano idea spesso sono rappresentate da quei fiori appassiti che stanno perdendo vita; fiori secchi rappresentano le persone cattive che non rispettano né Dio né il prossimo.
La Vergine Maria ci chiedeva ogni volta di essere come quei fiori rigogliosi e profumati che effondono il loro buon profumo dappertutto. La Madonna ha detto di essere persone che amano Dio e il prossimo senza ipocrisia.
Vi ringrazio per questo bella condivisione e per l’opportunità di raccontare qualche aspetto de le apparizioni a Kibeho e del messaggio che la Madonna ci ha dato.
La Vergine Maria ha detto che questo messaggio, preso sul serio, è come una medicina per il nostro mondo malato.

Padre Livio: Grazie Nathalie per questa bellissima testimonianza. Ti chiedo di pregare per tutti noi, affinché Radio Maria possa compiere la sua missione di portare il Vangelo in tutta l’Africa.
Nathalie: Anche io vi ringrazio per questa bella conversazione e per l’impegno che Radio Maria mette nel diffondere l’amore per la Madonna.
Caro Padre Livio, tanti auguri per il tuo anniversario di sacerdozio che hai festeggiato il 19 marzo, San Giuseppe sia sempre con te nel tuo cammino sacerdotale. Preghiamo sempre per voi, pregate per noi. Che Dio ti benedica, caro Padre Livio e renda fruttuoso il tuo apostolato.
A tutti gli ascoltatori di Radio Maria auguro mille benedizioni.

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“Nostra Signora della Cina, Regina celeste del popolo cinese”

Posté par atempodiblog le 24 mai 2024

Centenario della Consacrazione della Cina alla Vergine Maria
“Nostra Signora della Cina, Regina celeste del popolo cinese”
Tratto da: Aiuto alla Chiesa che Soffre

“Nostra Signora della Cina, Regina celeste del popolo cinese” dans Apparizioni mariane e santuari Nostra-Signora-della-Cina

Oggi ACSitalia celebra il centenario della Consacrazione della Cina alla Vergine Maria sotto il titolo di “Nostra Signora della Cina, Regina celeste del popolo cinese”.

Nel 1925, un anno dopo la consacrazione, iniziò la costruzione della Basilica di Santa Maria a Sheshan, situata sulla cima di una collina a circa 35 km fuori da Shanghai. Da allora, questo luogo è diventato meta di pellegrinaggi e un santuario mariano di grande importanza. Nel 2007, Papa Benedetto XVI chiamò la Chiesa universale a pregare per quella cinese.

Oggi, ACSitalia invita tutti a pregare per la Cina invocando “Nostra Signora della Cina, Regina celeste del popolo cinese!”.

Recitiamo insieme questa preghiera:

“O Nostra Signora di Sheshan,
sostieni i Tuoi figli che in Cina sono quotidianamente messi alla prova!

Fa’ che continuino a credere, a sperare, ad amare
e ad annunciare il Tuo Gesù senza paura.

Nella statua che sovrasta il Santuario,
sollevi il Figlio Tuo e Lo offri al mondo con amore, con le braccia aperte.

Aiuta i Tuoi figli ad essere testimoni credibili di questo Amore
e rendili sempre più fedeli a Pietro, roccia su cui è costruita la Chiesa.

O Madre della Cina e di tutta l’Asia, prega per noi!
Amen”.

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Il beato Carlo Acutis sarà canonizzato

Posté par atempodiblog le 23 mai 2024

Il beato Carlo Acutis sarà canonizzato dans Articoli di Giornali e News Beato-Carlo-Acutis

La madre del “Beato Carlo Acutis” Antonia Salzano, ha fatto un sogno con San Francesco d’Assisi che le ha detto:

– «Suo figlio occupa un posto molto alto in cielo e dopo essere stato canonizzato, ne verrà una: Generazione di santi».

Poi lei sognò suo figlio Carlo che le disse:

– «Sarò beatificato presto e poco dopo Canonizzato».

Tratto da: San Michele Arcangelo shalom

Carlo-Acutis-canonizzazione dans Carlo Acutis

Il beato Carlo Acutis sarà canonizzato
COMUNICATO DELLA POSTULAZIONE

Lodiamo il Signore per questa grande notizia!

Oggi, giovedì 23 maggio, Papa Francesco, ricevendo in udienza il Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha autorizzato il medesimo Dicastero a promulgare il decreto riguardante il miracolo attribuito al Beato Carlo Acutis.
Con questa decisione del Pontefice si giunge al felice esito della Causa aprendo la via alla canonizzazione.
Il Papa prossimamente convocherà un Concistoro ordinario pubblico
nel quale fisserà la data della cerimonia della canonizzazione.
Ringraziamo il Signore che nella Sua Provvidenza ha disposto che
Carlo Acutis venga iscritto nel Catalogo dei Santi.
La nostra gratitudine va anche a Papa Francesco che ha approvato questo ultimo passo dell’iter di canonizzazione.
Estendiamo la nostra riconoscenza ai fedeli di tutto il mondo che hanno pregato e continuano a rivolgersi a Carlo Acutis.

Dott. Nicola Gori
Postulatore della Causa.

Tratto da: Associazione Amici di Carlo Acutis

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Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza

Posté par atempodiblog le 18 mai 2024

Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza
Ai partecipanti alla Plenaria della Commissione di Archeologia Sacra Francesco esprime apprezzamento per l’opera di valorizzazione di questi cimiteri che testimoniano l’attesa nella risurrezione. Opportuna la decisione di ampliare il numero dei siti accessibili, afferma il Pontefice. Sostare davanti alle tombe dei martiri “ci fa confrontare con l’esempio coraggioso di questi cristiani, sempre attuale, e ci invita a pregare per tanti fratelli che oggi subiscono persecuzione per la fede in Cristo”
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza dans Articoli di Giornali e News catacombe

Valorizzare, in vista del Giubileo, i pellegrinaggi alle catacombe cristiane, in particolare alle tombe dei martiri, segno di speranza e di vita. È il messaggio di Francesco contenuto nel discorso rivolto stamane ai partecipanti alla riunione plenaria della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Questi luoghi, infatti, sono dei cimiteri, precisa il Papa, sono dormitori, sono testimonianza, pertanto, dell’attesa di resurrezione.

Il valore delle Giornate delle Catacombe
Papa Francesco riceve in udienza i membri della Commissione, guidati dal presidente monsignor Pasquale Iacobone, custodi del patrimonio di fede e di arte delle catacombe cristiane d’Italia e mostra di apprezzare l’impegno di coinvolgere soprattutto i giovani studenti nella tutela, nella ricerca, nel restauro di questi siti. In questo senso, elogia, in particolare, l’ideazione delle Giornate delle Catacombe, che hanno favorito il coinvolgimento di famiglie e ragazzi nei laboratori didattici, la tematizzazione sui canali social, l’assegnazione di borse di studio, la collaborazione con università. Vari progetti sono inoltre in corso in diverse regione « che portano a continue interessanti scoperte ». Considerando che durante il Giubileo, proprio le catacombe saranno una delle mete più significative, il Papa si sofferma a evidenziarne il richiamo alla speranza, tanto che ben si allineano al tema dell’Anno Santo. E fa alcuni esempi:

Lì si trovano i tanti segni del pellegrinaggio cristiano delle origini: penso, ad esempio, agli importantissimi graffiti della cosiddetta triclia delle catacombe di San Sebastiano, la Memoria Apostolorum, dove si veneravano insieme le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo. Scopriamo poi, in questi percorsi, i simboli e le raffigurazioni cristiane più antiche, che testimoniano la speranza cristiana. Nelle catacombe tutto parla di speranza: di vita oltre la morte, di liberazione dai pericoli e dalla morte stessa per opera di Dio, che in Cristo, il Pastore buono, ci chiama a partecipare alla beatitudine del Paradiso, evocata con figure di piante rigogliose, fiori, prati verdeggianti, pavoni e colombe, pecorelle al pascolo… Tutto parla di speranza e di vita!

Valorizzare le visite alle tombe dei martiri
Le catacombe sono “cimiteri”, cioè “dormitori”, ricorda il Pontefice, che valuta come « propizia e opportuna » la decisione di ampliare il numero dei siti catacombali accessibili ai pellegrini in virtù del fatto che si tratta di luoghi che parlano a tutti, non solo a coloro che vivono l’esperienza di fede, e si rallegra per la proposta della Commissione di evidenziare, per il Giubileo, le visite alle Tombe dei Martiri:

Testimoniano l’attesa, la speranza del cristiano, che crede nella risurrezione di Cristo e nella risurrezione della carne. Il pellegrinaggio nelle catacombe si configura, pertanto, come un itinerario in cui fare esperienza del senso dell’attesa e della speranza cristiana. [...] Sostare davanti ad esse ci fa confrontare con l’esempio coraggioso di questi cristiani, sempre attuale, e ci invita a pregare per tanti fratelli che oggi subiscono persecuzione per la fede in Cristo.

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Sulle tracce di Maria: la Madonna del Pozzo

Posté par atempodiblog le 15 mai 2024

Sulle tracce di Maria: la Madonna del Pozzo
Il 15 maggio 1616 la Madonna appare e salva la vita a un soldato spagnolo, Martino De Nava, aggredito e gettato in un pozzo, nei pressi di San Salvatore Monferrato. In questa apparizione Maria viene a dirci che è lì, per ridarci la speranza.
di Diego Manetti
Fonte: La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da:
Comboni 2000 – Spiritualità e Missione

Sulle tracce di Maria: la Madonna del Pozzo dans Apparizioni mariane e santuari Madonna-del-Pozzo-AL


Continuiamo la pubblicazione delle conversazioni che Diego Manetti tiene ogni primo sabato del mese a Radio Maria, alla scoperta dei santuari più importanti dedicati alla Vergine.

Benritrovati, cari amici, con il consueto appuntamento mensile di “Sulle tracce di Maria” per seguire insieme – passo dopo passo – il cammino di Maria tra gli uomini, ripercorrendo alcune delle più importanti tracce che la Vergine ha lasciato nel mondo, ovvero i santuari a Lei dedicati, intesi come risposta umana all’iniziativa di Maria di rivolgersi all’umanità con apparizioni o messaggi in precisi momenti della storia.

La traccia mariana che andiamo a esaminare questa volta mi è particolarmente cara poiché si trova in una terra cui sono molto legato, avendovi avuto i natali: il Monferrato. E’ lì che vi chiedo di seguirmi in questo ormai consueto pellegrinaggio del cuore e della mente che vuol condurvi a ripercorrere insieme alcuni tra i segni del cammino di Maria nel mondo. Andiamo in Monferrato, dunque, precisamente a San Salvatore. Definito il luogo, possiamo anche meglio indicare la data.

Si tratta del 15 maggio 1616. In quel giorno la Vergine appare nei pressi di San Salvatore Monferrato, originando una devozione popolare radicata e affettuosa, che nei secoli ha segnato la spiritualità locale delle migliaia di pellegrini che, nel tempo, hanno richiesto l’intercessione della B.V. Maria invocandola con il titolo di “Madonna del Pozzo” presso l’omonimo santuario. Bene, prima di illustrare il fatto – cioè l’apparizione – che è all’origine di un titolo così particolare – “la Madonna del pozzo” – conviene spendere qualche parola sul contesto storico in cui tale apparizione accade, offrendo qualche informazione che possa permetterci di meglio comprendere l’evento accaduto in Monferrato in quel 15 maggio 1616.

Occorre partire dalla metà del ‘500, da quando cioè la Spagna, con il re Carlo V, aveva esteso la propria sovranità in Italia, arrivando a controllare i Regni di Napoli e di Sicilia e il Ducato di Milano. Proprio tale ducato comprendeva anche l’alessandrino, tanto che in Valenza – ancora oggi famosa, a dispetto della crisi, come “città dell’oro” per l’abilità e l’industria dei molti maestri orafi che vi si trovano – proprio gli spagnoli si erano dotati di un robusto presidio militare. Per quanto riguarda il Piemonte, questo era all’epoca diviso in Ducato di Savoia e Ducato del Monferrato: quest’ultimo, unitamente a quello di Mantova, era soggetto alla famiglia dei Gonzaga.

Per quanto formalmente indipendenti, occorre precisare che questi piccoli “stati” italiani di fatto rientravano nella sfera di influenza (e di soggezione) dell’una o dell’altra delle due potenze che allora si contendevano il controllo dell’Italia, vale a dire la Spagna, già ricordata, e la Francia.

Per quanto riguarda il Monferrato giova rammentare che, dopo la fondazione del Marchesato da parte di Aleramo, intorno all’anno Mille, la famiglia Aleramica si era estinta all’inizio del XIV secolo; la reggenza era dunque passata ai Paleologi – cui si deve, tra l’altro, la costruzione nel 1414 della torre fortificata di avvistamento che ancora oggi può scorgere chiunque si avvicini proprio a San Salvatore. Estintisi anche i Paleologi, per motivi di parentela matrimoniale con i Gonzaga, il Monferrato passò poi a questi ultimi, Duchi di Mantova.

Gli intrecci familiari, che all’epoca erano spesso il frutto di accorte politiche matrimoniali finalizzate al mantenimento del potere dinastico, sono all’origine dei conflitti per il controllo sul Monferrato che si scatenarono a inizio Seicento, quando alle aspirazioni di reggenza dei duchi di Mantova si opposero le pretese dei Savoia – una figlia delle quali aveva sposato un Gonzaga. Le rivendicazioni di potere sfociarono in aperto conflitto: da una parte Carlo Emanuele I di Savoia, desideroso di espandere nell’alessandrino i propri possedimenti piemontesi; dall’altra Ferdinando Gonzaga, il quale chiese aiuto al re spagnolo Filippo III che cercò, con accorta azione diplomatica, di impedire la guerra tra le due famiglie, per evitare tensioni che avrebbero potuto ripercuotersi pericolosamente sul vicino Ducato di Milano controllato proprio dagli Spagnoli. La guerra ebbe però inizio e gli Spagnoli non poterono che intervenire in soccorso dei Gonzaga, dislocandosi nel Monferrato a partire dal 1613.

Non pensiate, cari amici, che l’intervento degli Spagnoli fosse una benedizione per le terre monferrine. Il conflitto tra le famiglie dei Savoia e dei Gonzaga dava infatti il pretesto ai soldati spagnoli per spadroneggiare su quelle stesse terre ove già le truppe dei Savoia si erano macchiate di crimini e violenze contro la popolazione contadina, indifesa ed estranea a quelle lotte dinastiche che parevano davvero troppo lontane dalla vita, povera e umile, condotta dal popolo della zona.

La guerra proseguì fino al 1618, risolvendosi infine in un nulla di fatto poiché il duca di Savoia restituì le terre sottratte ai Gonzaga e questi restarono duchi del Monferrato fino al definitivo passaggio del territorio alla famiglia dei Savoia, all’inizio del Settecento.

Scuserete, cari amici, questi brevi ma necessari riferimenti storici, senza i quali non si potrebbe avere un’idea precisa della situazione del Monferrato e delle campagne di San Salvatore ai tempi del fatto miracoloso che tra poco andremo a descrivere. Possiamo dunque immaginare come, al tempo di quel 1616, la guerra tra Savoia e Gonzaga avesse ridotto quelle terre, un tempo fertili e ricche, a una landa desolata, dove imperversavano soldati savoiardi e spagnoli, dei soprusi e delle violenze dei quali le popolazioni contadine erano egualmente vittime. Gli storici calcolano che quasi metà della popolazione morì a causa della fame, della malattia e degli scontri bellici. I soldati, poi, ovunque arrivassero si arrogavano il diritto di sequestrare beni e vettovaglie per provvedere al mantenimento della truppa, occupando case e terre sottratte ai legittimi e impotenti proprietari che, unitamente al resto del popolo, covavano dunque un sordo rancore nei confronti dei soldati che imperversavano in quella zona un tempo pacifica e felice.

15 Maggio 1616
Veniamo dunque a quel 15 maggio 1616. Il comandante dell’esercito spagnolo dislocato presso il presidio di Valenza decide di spostare le truppe vicino alla zona di conflitto, dirigendosi verso le colline del Monferrato. Il percorso prevede una tappa presso il piccolo centro abitato di San Salvatore. Tra i soldati, la storia riporta quel Martino De Nava che fu protagonista dell’avvenimento miracoloso di cui trattiamo. Di Martino si dice che fosse uomo buono e particolarmente devoto alla Madonna – cosa non singolare, data la profonda fede cattolica della Spagna dell’epoca – al punto da accogliere con gratitudine quella corona del Santo Rosario che la madre, alla sua partenza per la guerra, gli aveva dato affinché la portasse sempre con sé.

Immaginiamo la scena di quel 15 maggio 1616. La compagnia giunge a San Salvatore, dopo aver marciato per un paio d’ore, provenendo da Valenza, e subito i soldati si accampano alla bell’e meglio, stanchi per il cammino compiuto sotto il sole di una calda giornata primaverile. Sistemati i bagagli delle truppe, ci si divide per cercare qualcosa con cui preparare la cena per la sera. Martino, da solo, si avvia nella campagna circostante alla ricerca di un pozzo dal quale attingere acqua sufficiente per l’intera compagnia, portando con sé un recipiente adatto allo scopo. Dopo un breve cammino, non molto distante dall’accampamento trova un pozzo che pare fare proprio al caso suo: è un tipico pozzo di campagna, abbastanza profondo per sperare di trovarvi acqua fresca e pulita, con un basso parapetto. Probabilmente doveva servire per irrigare le terre di quel fondo agricolo, situato nella zona detta “Pelagallo” e di proprietà di Guglielmo Della Valle.

Appena Martino vede il pozzo, vi si avvicina per attingere acqua e dissetarsi. Assicurato il recipiente a una cordicella, lo cala nel pozzo, ma l’acqua è troppo profonda. Si china allora sul basso parapetto, per riuscire a calare più in basso il contenitore. Finalmente riesce a raggiungere la superficie dell’acqua, e si mette di buona lena per tentare di riempire il secchiello. Tutto intento in tale operazione, non sia accorge di quanto sta accadendo alle sue spalle: un contadino, che in precedenza aveva notato l’arrivo del soldato spagnolo, si era nascosto tra le frasche, per controllarne i movimenti. Appena il soldato si era fermato ad attingere acqua, ecco che il povero contadino si era subito dipinto la scena seguente, immaginando che le cose sarebbero andate come solitamente accadeva durante l’imperversare dei soldati spagnoli nel corso di quegli anni di guerra: non avrebbero soltanto attinto un po’ di acqua dal pozzo, ma avrebbero senz’altro requisito ogni prodotto dei campi circostanti per sfamare le truppe. In preda all’angoscia e al timore di perdere un raccolto che era tanto prezioso in quei tempi di povertà, il contadino esce rapidamente dal proprio nascondiglio, giunge alle spalle di Martino, sdraiato sul bordo del pozzo e, con il falcetto che portava stretto in mano, mena rapidi e violenti fendenti al collo e alle spalle del soldato. Immaginatevi Martino: un po’ perché tutto intento ad attingere acqua in una scomoda e precaria posizione, un po’ perché sorpreso dall’improvviso attacco alle spalle, il poveretto non fa in tempo quasi a capire che cosa stia accadendo, e prima ancora che possa tentare una difesa si ritrova con profonde ferite, privo di sensi.

Non vedendolo più reagire, il contadino si rende conto della gravità dell’azione compiuta e, pensando di poter essere scoperto e temendo le ritorsioni dei soldati compagni di Martino, subito si affretta a buttare nel pozzo quello che ritiene un cadavere comprovante l’orribile delitto appena compiuto. Fatto questo, si allontana rapidamente, per far perdere definitivamente le sue tracce. A questo punto, cari amici, dobbiamo ammettere una sorta di “buco” nel racconto storico, poiché non ci è possibile conoscere l’identità del contadino, in quanto neppure le successive e accurate ricerche da parte del comandante della compagnia riuscirono a risalire al responsabile della brutale aggressione.

Ma torniamo al nostro Martino. Per quanto il contadino se ne sia andato credendolo morto, il giovane soldato è invece ancora vivo, benché gravemente ferito. Caduto nel pozzo, il contatto con l’acqua lo ha portato a riprendere i sensi. Subito cerca di restare a galla nell’angusto spazio delimitato dalle pareti del pozzo. Riavutosi dallo shock dell’aggressione e della caduta, dolorante, indebolito, Martino capisce che è condannato a morte certa. Il pozzo è infatti troppo profondo per pensare di uscirvi da solo; né può sperare, essendosi allontanato dall’accampamento, che qualcuno possa udire le sue grida d’aiuto. E poi, urlare con quale fiato, quando le ferite profonde gli fanno perdere sangue copioso e le forze lo stanno a poco a poco abbandonando?

Appena realizzata la drammatica situazione, il primo, spontaneo pensiero di Martino va subito alla Madonna, cui si rivolge fiducioso affinché lo aiuti in quella circostanza che appare disperata. All’improvviso, l’acqua del pozzo, già arrossata dal sangue fuoriuscito dalle profonde ferite, incomincia a innalzarsi di livello, sollevando a poco a poco Martino. A pochi metri dall’apertura del pozzo, mentre l’acqua continua a salire, ecco che Martino ritrova speranza appena intravede la luce del sole. Ma ecco che la luce diventa ancora più splendente, come un bagliore, e in essa si profila la figura di una bella Signora, con il Bambino in braccio, che gli porge la mano. L’acqua arriva ormai quasi all’orlo del pozzo e la Signora aiuta Martino a uscire, afferrandolo e portandolo finalmente all’asciutto.

La tradizione non riporta le parole – forse stupite, senz’altro riconoscenti – che il giovane soldato avrà rivolto alla Signora, né ci è dato di conoscere quanto Ella avrà forse detto a Martino, mentre si prendeva cura di lui e delle sue ferite con amorevole e materna cura. Riprese un po’ le forze, Martino avrà dunque espresso il desiderio di raggiungere la compagnia e di ricongiungersi ai commilitoni per poter essere opportunamente fasciato e medicato. Immaginiamo in che condizioni potesse trovarsi il poveretto e quanto arduo fosse anche solo il pensiero di fare ritorno, da solo, all’accampamento. Ecco dunque che la bella Signora non lo lascia solo, ma lo accompagna fino al luogo in cui i suoi compagni han posto il bivacco.

Lungo il cammino, la tradizione pone un episodio conosciuto come “l’inchino dell’albero”: Martino, stremato e ormai privo di forze, sconvolto e commosso al tempo stesso per il prodigioso intervento celeste in suo soccorso, si ferma per una sosta nei pressi di una siepe i cui rami protesi non bastavano tuttavia a ripararlo dal sole cocente. In preda al dolore, avrebbe emesso lamenti e sospiri così accorati da toccate il cuore della Signora che lo accompagnava. Ed ecco, subito un vicino albero, alto e frondoso, avrebbe chinato la propria chioma per offrire un riparo dal sole e un po’ di sollievo al giovane soldato. Tale albero, del quale si riportano notizie e testimonianze successive, pare esser rimasto così “inchinato”, segno del celeste privilegio, fino al 1724, quando sarebbe stato abbattuto dal proprietario del campo in cui l’albero stesso era piantato. Un taglio, questo, che ci pare denotare almeno scarsa sensibilità verso quello che era un muto e significativo testimone del miracolo avvenuto oltre un secolo prima.

Torniamo dunque a Martino, ormai prossimo all’accampamento. Appena i commilitoni lo vedono in quelle condizioni, subito gli si fanno intorno, curiosi e preoccupati, mentre qualcuno corre a chiamare il Comandante, per ragguagliarlo sul ritorno di Martino. Il giovane soldato, frattanto, racconta quanto successo: del pozzo, dell’aggressione, della caduta in acqua e della bella Signora con il Bambino in braccio che lo ha tirato fuori dal pozzo, portandolo in salvo, dopo che l’acqua era inspiegabilmente cresciuta di livello, sollevandolo giusto giusto fino all’orlo del pozzo. Il Comandante, accorso nei pressi di Martino per sincerarsi delle sue condizioni, ascoltatone il racconto, decide di ricompensare la Signora per il prezioso gesto compiuto con qualche moneta. Tuttavia, quando lui e i soldati si mettono a cercarla, non la trovano: la bella Signora con il Bambino in braccio se ne è andata, è scomparsa. Passata la sorpresa e la concitazione dei primi momenti, in tutti nasce spontanea la convinzione che Ella fosse la Madonna. Martino, curato e medicato a dovere, racconta ancora e ancora ai suoi compagni quanto accadutogli e, di particolare in particolare, in ognuno si radica la certezza dell’avvenuto miracolo.

“Madonna del pozzo”
Il giorno seguente, la notizia del miracolo incomincia a spargersi presso la popolazione e lo stupore per l’evento prodigioso presto supera il timore dovuto alla presenza dei soldati stanziati a San Salvatore. Sia per curiosità, sia per devozione, in molti cominciano a recarsi nei pressi del pozzo, per vedere il luogo del miracolo. In breve, si comincia a parlare della “Madonna del pozzo”, coniando quel titolo che, forse sulle prime un po’ originale, vi suonerà senz’altro più chiaro e familiare dopo la narrazione dell’apparizione della Vergine che abbiamo appena rivissuto insieme.

L’Arciprete di San Martino – chiesetta sita in San Salvatore – interrogò personalmente il soldato sull’accaduto e decise di stenderne un resoconto scritto per il Vescovo di Pavia, nella cui diocesi rientrava il piccolo centro abitato monferrino.

E Martino? Di lui non sappiamo molto, se non che fu affidato alle cure di una famiglia del posto, per poi morire, probabilmente, appena una decina di giorni dopo il fatto miracoloso, in conseguenza delle gravi ferite riportate, secondo quanto testimoniato da uno scritto dell’Archivio Parrocchiale. Purtroppo i registri parrocchiali riportano gli atti di morte in maniera accurata e rigorosa solo dal 1630. Il corpo dovette essere sepolto sotto il pulpito di San Martino, così almeno riporta la tradizione. Mentre le armi del soldato furono a lungo custodite presso il santuario sorto sul luogo del miracolo, per esser poi sottratte da mano ignota durante gli anni della Seconda Guerra mondiale. Per quanto riguarda Martino, poco o tanto che visse dopo il miracolo (qualcuno pospone la morte alla fine del 1617), certo è che la tradizione gli attribuì una profonda devozione e una santa morte. La scarsità delle notizie relative a Martino può esser un elemento indiretto di verità sulla apparizione, poiché induce a credere che la vera protagonista dell’evento sia anzitutto e solo Lei, la bella Signora che portò aiuto al soldato ferito. E che Martino quasi scompaia dinnanzi al miracolo è segno della grandezza dell’intervento celeste, i cui frutti si videro fin da subito dall’accorrere di pellegrini sempre più numerosi, al punto che il generale spagnolo Bravo De Laguna, profondamente religioso, decise che si dovesse erigere un edificio sacro a memoria dell’accaduto, inviando tramite l’Arciprete di San Martino in San Salvatore apposita richiesta al Vescovo di Pavia in data 31 marzo 1617:

«… dopo che il predetto soldato Martino De Nava fu gettato in un certo pozzo da cui fu, per intercessione della Beatissima Vergine Maria, Madre di Dio, miracolosamente estratto … furono assunte e si continua ad assumere informazioni da trasmettere ai Superiori Ecclesiastici. Così il predetto Illustrissimo Signore, Maestro dei soldati, con la reverenza dovuta a Dio Onnipotente e all’intemerata Beatissima Madre, ha deciso di far costruire una cappella con altare, col nome e il titolo della stessa Beatissima Vergine, nello stesso campo, luogo e sito».

L’autorizzazione ufficiale da parte del Vescovo, mons. Giovanni Battista Biglia, giunse già il successivo 2 aprile 1617. Di lì a poco, il proprietario del fondo, il già ricordato Guglielmo Della Valle, decise di donare il terreno su cui sorgeva il pozzo affinché si potesse erigere l’edificio sacro. Di questo importante gesto si conserva prova tramite l’atto notarile, redatto in lingua latina, risalente al 14 aprile 1617, dunque a meno di un anno di distanza dal miracoloso evento. Tale documento si ritrova oggi nell’Archivio di Stato di Alessandria, nel fondo “Notai del Monferrato”, busta 271. Questo particolare solo per bilanciare il racconto della tradizione con i dovuti richiami alla storia concreta, evidenziando come entrambe – storia e tradizione, appunto – vadano nella stessa direzione del riconoscimento dell’apparizione mariana, in favore della quale pesa anche la prontezza con cui il Vescovo di Pavia concedette l’autorizzazione per l’edificazione della cappella.

Con pari celerità, già il 15 aprile 1617 – dunque all’indomani della donazione del terreno circostante il pozzo – veniva posta la prima pietra della Cappella, presto ornata dal dipinto raffigurante l’intervento miracoloso eseguito già nel 1622 dal pittore Giorgio Alberini.

Negli anni a seguire, la fama delle grazie abbondantemente concesse dalla Vergine fece crescere il numero dei pellegrini, portando alla possibilità, con le offerte da essi devolute, di ampliare la cappella in una vera e propria chiesa. L’aumento dei lasciti e dei fondi in favore della sacra istituzione portò alla richiesta di erigere, accanto alla chiesetta, un edificio che fosse adibito a casa di Esercizi Spirituali per i sacerdoti e anche per i numerosi fedeli. Tale richiesta venne approvata dal Vescovo di Pavia nel 1732 e l’edificio divenne un ulteriore e forte richiamo per il Santuario, offrendo occasioni di esercizi e ritiri spirituali fino al 1940.

Passando gli anni, l’intero complesso si sviluppò e venne sempre più abbellito da dipinti e affreschi, rendendo davvero splendida la cornice artistica che abbracciava – a abbraccia tuttora – il cuore del santuario, ovvero il pozzo posto al centro della cappella, sul sito originario del miracolo.

Alla crescente affluenza dei fedeli fecero riscontro le numerose indulgenze concesse dai Pontefici nel corso dei Settecento e dell’Ottocento, tra le quali ricordiamo “l’indulgenza plenaria perpetua concessa a tutti coloro che, confessati e comunicati, visiteranno nei tra giorni di feste della Pentecoste la suddetta Chiesa o nella Natività di Maria SS.” (concessa da Pio VI nel 1778) e “l’indulgenza plenaria ai reverendi sacerdoti che avranno fatto gli Esercizi Spirituali presso il Santuario” (concessa da Pio VII nel 1816).

Un momento di particolare difficoltà il santuario lo visse in occasione delle emanazioni da parte del Regno Savoiardo delle cosiddette “Leggi Siccardi”, secondo le quali venivano incamerati dal Regno tutti i beni di proprietà di quegli Ordini religiosi che, non dedicandosi espressamente alla assistenza dei malati o all’istruzione, andavano soppressi, secondo il progetto di riduzione della presenza della Chiesa a puro soggetto di azione sociale di ispirazione cavouriana.

Nel 1867 si tentò dunque l’incameramento dell’intera proprietà, che venne evitato al prezzo di una lunga discussione che vedeva schierati a difesa del santuario l’amministrazione e la chiesa locali, unitamente al popolo. Alla fine, nel 1870, si giunse alla restituzione di quanto incamerato, ad eccezione di appezzamenti di terreno e donazioni, che furono probabilmente definitivamente sottratti alla proprietà del santuario.

Resistendo alle avversità della storia, il santuario andava intanto diffondendo la propria fama, al punto che lo stesso Don Bosco, con i ragazzi dell’oratorio, vi si reca in visita nel 1861 (L. Deambrogio, “Le passeggiate autunnali di Don Bosco per i colli monferrini”, Castelnuovo Don Bosco 1975, pp. 275-280), raggiungendo San Salvatore il 17 ottobre 1861 – dopo esser passato per il vicino abitato di Mirabello Monferrato, dove sorgeva il primo collegio salesiano fondato al di fuori di Torino, che ben conosco essendo quello il paese natale dei miei nonni materni. Perché Don Bosco si reca al Santuario della Madonna del pozzo, se non perché ben sapeva che “la SS. Vergine lascia tracce misteriose nel profondo incanto delle anime giovanili”?

Attraversati gli anni della Seconda Guerra, la gestione del Santuario venne affidata ai Padri Benedettini Olivetani nel 1946, mentre parallelamente andava costituendosi una fondazione per gestire il generoso lascito di Giacomo Roncati in favore delle opere di mantenimento e restauro del Santuario. Negli anni Cinquanta la Chiesa venne dunque completamente rinnovata, facendo un corpo solo con la splendida cappella che accoglie il pozzo, vero cuore del santuario. Pure la Casa degli Esercizi venne completamente ristrutturata, mentre del giardino e dell’orto si fece uno splendido chiostro.

Nonostante il proliferare della devozione e delle opere legate al Santuario, per il calo delle vocazioni i padri Benedettini dovettero lasciare la gestione del Santuario alla Diocesi di Casale nel 1977. Dopo alcuni anni di gestione ad opera della associazione dei “Missionari della fede”, la diocesi decise di costituire nel Santuario un’opera di assistenza per anziani, malati, non autosufficienti, affidandone la gestione all’Opera Diocesana di Assistenza, supportati nella gestione del santuario dalle Suore di S. Giovanna Antida Thouret, il cui carisma e missione risiedono proprio nell’assistenza ad anziani e ammalati. L’opera è stata inaugurata il 14 maggio 1988, vigilia della ricorrenza dell’apparizione di Maria a Martino De Nava.

Giunti al termine di questo ampio excursus storico sulle vicende del Santuario, possiamo ora tornare all’apparizione per cercare di metterne in evidenza il significato spirituale che ne rende attuale il contenuto anche per noi, qui e ora. Certo, rispetto ad altre apparizioni che abbiamo esaminato in questa trasmissione, in questo caso ci troviamo nella assenza di un messaggio della Madonna. Ma tale assenza è solo apparente, perché il fatto che la tradizione non riporti le parole che la Santa Vergine ha detto a Martino non significa che la Madonna non abbia comunque lasciato un messaggio in occasione di quella sua venuta miracolosa di quel 15 maggio 1616. Se da quella venuta di Maria tra gli uomini che è stato il miracolo del pozzo di San Salvatore è infatti disceso un fiume di devozione popolare arricchito da numerose grazie, generosamente elargite dal Cielo per intercessione della Vergine ai fedeli recatisi in pellegrinaggio al santuario, tutto questo sta a significare che le gesta umane – l’edificare una cappella, poi una chiesetta, poi il complesso del santuario, e ancora il recarsi là in pellegrinaggio da parte di fedeli, laici, sacerdoti e religiosi – non sono che le risposte a una iniziativa celeste. Che questa iniziativa sia stata silenziosa, beh, questo non significa che essa non abbia molto da dire attraverso quello che la Madonna ha fatto, piuttosto che tramite quello che avrebbe potuto dire.

Maria si fa prossima e tende la mano
Che cosa ha dunque fatto la Madonna? Ha offerto la salvezza a Martino quando questi si vedeva ormai spacciato, quando stava per sprofondare nelle fredde acque del pozzo in cui era stato gettato. Che cosa c’entra questo con noi? Per capirlo, basti pensare a quante volte siamo noi stessi nei panni di Martino, quando ci troviamo sprofondati nel dolore, nella colpa; quando siamo noi a esser gettati dal Nemico, dal Diavolo cioè, nel pozzo del male, del peccato. Come il contadino giunse di sorpresa alle spalle di Martino, così accade con Satana, che può sorprenderci alle spalle quando siamo tutti intenti alle nostre umane attività, ignari del pericolo che sta per sopraggiungere e ferire mortalmente la nostra anima. E quando il peccato ci ha colti, legandoci come una catena alla schiavitù del male, ecco che anche noi siamo gettati nel pozzo, siamo cioè precipitati nell’abisso dell’inganno, della menzogna, dell’errore, quasi come se il Diavolo volesse nascondere la nostra vita alla vista degli amici e di quanti potrebbero venire in nostro soccorso, risollevandoci dalla colpa, ridonandoci la speranza. Sicuro di aver trionfato, il Nemico si allontana, credendoci ormai morti. Ma ecco che proprio in quel momento, se abbiamo l’umiltà di invocarne l’aiuto e l’intercessione, che Maria stessa interviene in nostro aiuto. E allora l’acqua del pozzo cresce, si alza di livello, ci porta verso la salvezza, verso la luce; quella stessa acqua in cui avremmo potuto affogare, ecco che diventa il mezzo per risollevarci. Che cosa significa questo se non che i nostri peccati, che potrebbero essere la caparra della nostra condanna quando ci legassero alla disperazione e alla impenitenza, diventano invece il trampolino di salvezza quando, riconoscendoci umili peccatori bisognosi di perdono e di salvezza, ci spingono ad invocare l’aiuto di Gesù per intercessione di Maria.

Non è un compito facile, direte voi. E avete ragione. Infatti non siamo soli nel tentare questa ascesi a Dio, questo risollevarci dai nostri peccati, ma la Vergine stessa ci appare, nuova luce sul nostro cammino, recando in braccio il Bambino perché è stesso Gesù che ha chiesto a Maria di prendersi cura dell’uomo, fin dall’affidamento dell’umanità da parte di Gesù stesso alla Vergine, estremo gesto d’amore che si è compiuto sotto la croce.

Maria si fa dunque prossima e tende la mano all’uomo: come a dire che Maria è lì per aiutarci, ma tocca a noi afferrare quella mano, affidarci cioè all’aiuto di Maria e alla salvezza per sua intercessione offertaci, rinnovando la nostra vita con la preghiera, la penitenza e la vita sacramentale.

Ecco, Maria viene a dirci, in questa apparizione del 15 maggio 1616, in questo messaggio silenzioso, che Lei ci è veramente Madre, che Lei è lì, sul bordo del pozzo, di quel pozzo che è spesso la nostra vita quando siamo sprofondati nelle tenebre dell’errore e del peccato. Lei è lì, aiuto dei cristiani – come si usa invocarla – per ridare speranza a quanti speranza più non hanno, per salvarci dalla disperazione, per dirci che non c’è errore, colpa, tragedia, sofferenza, dolore che non possa essere riscattato, curato, redento da Gesù per Maria.

Quanto bene fanno al nostro cuore queste parole, per la vita di ogni giorno! E quanto più preziose risuonano ora, quando tra di noi ci sono quanti soffrono per le discordie, le separazioni e gli odi in famiglia; ancora, ci sono quelli che sono tribolati nel corpo e nello spirito e quelli che si disperano perché, in questo tempo di crisi, non riescono a trovare un lavoro; tanti altri sono quelli che si sentono soli, abbandonati, persi, feriti.

A tutti questi, Maria dice, silenziosamente, come a Martino: Dammi la tua mano, adesso ci sono qua io, ti risolleverò, ti ridarò la speranza e la pace vera, quelle che solo l’Amore di Mio Figlio Gesù può donare al cuore di ogni uomo.

Facciamo nostri questi sentimenti, affidando le nostre vite e quelle dei nostri cari a Maria, Regina della Pace e della Speranza.

Madonna-del-Pozzo-Alessandria dans Diego Manetti

Preghiera alla Madonna del Pozzo
Orazione composta da Mons. Ludovico Gavotti, vescovo di Casale, nel 1909.

O Vergine dolcissima,
che avete dato una nuova prova del vostro tenerissimo cuore
nel soccorrere l’infelice soldato Martino De Nava che,
nel profondo del pozzo in cui fu precipitato da mano nemica,
non aveva alcuna umana speranza di salvezza,
volgete pietosa i vostri occhi verso di noi che fidenti invochiamo il vostro soccorso.
Voi vedete i nostri bisogni e quelli delle persone che ci sono care:
ascoltate i desideri dei nostri cuori
che confidano nel vostro, così buono e compassionevole.
Otteneteci la grazia di ben conoscere tutti i nostri doveri
e la forza di adempierli fedelmente,
senza lasciarci abbattere dalle difficoltà o dallo sconforto.
Sollevateci o madre dal profondo della colpa e del dolore in cui spesso ci troviamo,
guarite le nostre piaghe,
e rendeteci quali Voi col vostro Divin Figliolo ci desiderate
Possa la nostra vita, da voi illuminata e protetta, essere quaggiù vita di santi
e un giorno in cielo vita di gloria
Così sia.

Fonte: Annibale Spalla, Il Santuario della Madonna del Pozzo in San Salvatore Monferrato (2000)

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La madre

Posté par atempodiblog le 12 mai 2024

Maria, Madre di Gesù e Madre mia, in questo giorno, io piccolo figlio tuo, mi consacro totalmente a te, per vivere una vita santa, per essere tuo piccolo servo, perché tu, dolce Madre, possa contare sempre su di me; ed io  possa aiutarti a portare a compimento in me il disegno d’amore che il Padre ha su ognuno di noi.
Donami, o Madre di Gesù e Madre mia, la grazia di essere sempre fedele alla Chiesa e al Santo Padre e, unito a Te, amare e adorare il Signore Gesù. Amen.

La madre dans Citazioni, frasi e pensieri Happy-Mothers-Day

“Anzitutto, durante i mesi che precedono immediatamente la nascita del figlio, la madre deve tenersi stretta a Dio, del quale il bambino che porta in sé è l’immagine, l’opera, il dono e il figlio. Ella deve essere per il proprio figlio, in qualche modo, un tempio, un santuario, un altare, un tabernacolo. Insomma la sua vita deve essere, per così dire, la vita di un sacramento vivente, di un sacramento in atto, sommerso nel seno di quel Dio che l’ha tanto veracemente istituito e santificato al fine che ella vi possa attingere quell’energia, quell’illuminazione, quella bellezza naturale e soprannaturale che Egli vuole, e che Egli vuole comunicare al bambino che porta e che da lei nascerà precisamente per mezzo di lei”. 

Zelia Guérin

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Santuario della Madonna del Bosco di Imbersago (CO)

Posté par atempodiblog le 8 mai 2024

Santuario della Madonna del Bosco di Imbersago (CO)
Tratto da: Santuario della Madonna del Bosco

Santuario della Madonna del Bosco di Imbersago (CO) dans Apparizioni mariane e santuari Santuario-della-Madonna-del-Bosco-CO

Grazioso, silente, raccolto, molto bello il Santuario della Madonna del Bosco, poco fuori del paese di Imbersago (CO), e adagiato sul versante orientale di un’altura a quota 300 m. e quindi con una bellissima vista. È uno dei Santuari più conosciuti e più frequentati della Brianza; centro insigne di pietà mariana e meta costante di innumerevoli pellegrini.

La devozione a Maria, qui, e la presenza del suo Santuario hanno la loro origine nel tempo lontano, particolarmente in due avvenimenti straordinari:

L’apparizione della Madonna  Il 9 maggio 1617, sulla cima di un castagno come una bellissima Signora raggiante di tanta luce a tre pastorelli convenuti nella valletta a pascolare le loro pecore. Ai suoi piedi faceva fiorire un bellissimo riccio con le castagne mature. Fu grande la meraviglia di tutti nel vedere in maggio castagne mature e fu universale il commento: “È opera della Madonna. È il segno della sua presenza e del suo desiderio di essere là onorata”. Iniziano i primi pellegrinaggi e ben presto si costruì la prima cappelletta, “la Cappella del Miracolo”, ancora oggi esistente nella Cripta sotto il Santuario, o “Scurolo”, conglobata poi nella costruzione del Santuario stesso;

La liberazione di un bambino dalle fauci crudeli di un lupo  Grazia ottenuta immediatamente non appena la madre, accortasi del grande pericolo del figlio ebbe invocato nella sua profonda disperazione la Madonna del Bosco: “Vergine Santissima! Salva il mio bambino!”.

Il lupo si arresta subitamente, mentre sopra un castagno e come seduta su di una nube, appare la dolce figura della Vergine Benedetta, che regge il Bambino Gesù sulle ginocchia, e ai lati due Angeli. Ai suoi piedi dolcemente il lupo ammansito depone il bambino incolume e poi si allontana.

La storia  Alla sempre crescente devozione e riconoscenza dei fedeli alla Madonna del Bosco era troppo poca cosa la Cappelletta, perciò si diede inizio alla costruzione del Santuario. Il primo Santuario è a forma ottagonale, solenne, su disegno dell’Ing. Carlo Buzzo e inaugurato il 9 maggio 1646.

Venne poi in diverse riprese ampliato e abbellito: nel 1677si costruiva il secondo ottagono su disegno dell’Ing. Francesco Castelli di Perego; sulla fine del 1800 si aggiunse il terzo ottagono dell’Altare Maggiore, opera dell’Ing. G. Santamaria di Milano, e veniva collocata la bellissima statua in legno della Vergine, opera della Ditta Nardini di Milano. Grazie a Papa Giovanni XXIII il Santuario è Basilica Romana.

Nel 1755 il piazzale antistante il Santuario viene abbellito ed arricchito da una bellissima statua della Madonna in pietra, opera dello scultore Giudici di Viggiù (VA).

Ai piedi della Madonna un particolare delizioso: una pianticella di roselline rosse fiorisce, come prodigio, in tutte le stagioni dell’anno.

Dal 1817 al 1824 i lavori per la costruzione della Scala Santa su disegno dell’Ing. Luigi Rossi della Cassina Framartino. Scala Santa rifatta poi totalmente, perché distrutta da una frana, negli anni 1977 e 1981 dalla Ditta Caravaggini di Villa d’Adda.

Chi sale la Scala Santa vede stagliarsi tra il verde la maestosa statua di Papa Giovanni XXIII. E un bronzo, dell’altezza di 4 m. e grandiosa opera dello scultore Enrico Manfrini di Milano. Il monumento testimonia la grande devozione, sin da piccolo, del Papa Roncalli alla Madonna del Bosco ed è in pari tempo un fervido invito a tutti i pellegrini per una devozione più intima, più sentita alla Madonna sull’esempio del grande Papa.

Sono molto interessanti e molto belli i bassorilievi dello stesso scultore applicati su due fianchi del basamento e portano sei episodi della vita del Papa.

Santuario-della-Madonna-del-Bosco dans Mese di maggio con Maria

Preghiera alla Madonna del Bosco

O Vergine Santissima, amica del silenzio e della solitudine,
che ci invitate a questo prediletto vostro Santuario,
degnatevi parlarci al cuore parole di vita
quali Voi sapete rivolgere ai vostri figli,
massime nei momenti della tribolazione e della necessità,
e chiamateci a sincera penitenza,
a piena emenda dei nostri costumi,
a vita veramente cristiana e santa.

Ave Maria

O Vergine benignissima,
che tutto cuore pei vostri figli,
vi compiacete dispensare in questo santo luogo
con straordinaria larghezza i tesori di grazia
che il Vostro Divin Figlio vi ha affidati,
abbiate pietà anche di noi,
liberateci dai mali che soffriamo,
dateci forza contro le tentazioni,
ravvivate in noi lo spirito di Gesù Cristo e,
se è per il nostro meglio,
concedeteci quello che ardentemente desideriamo
e con tanta fiducia ci aspettiamo da Voi.

Ave Maria

O Vergine potentissima,
che in questo luogo di vostra particolare predilezione
avete consolato tante anime col liberarle dal peccato
e dai mali che ne sono le conseguenze,
col manifestar loro le vie su cui il Signore le voleva,
coll’infervorarle nei santi loro proponimenti,
consolate noi pure col renderci vostri fervorosissimi figli,
sempre fedeli al vostro amore
ed alla pratica generosa delle cristiane virtù fino alla morte.
Cosi sia.

Ave Maria

Salus infirmorum, ora pro nobis.
Consolatrix afflictorum, ora pro nobis.
Refugium peccatorum, ora pro nobis.

Madonna del Bosco, pregate per noi

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Madre della Divina Provvidenza di Cussanio (CN)

Posté par atempodiblog le 8 mai 2024

Madre della Divina Provvidenza di Cussanio (CN)

Madre della Divina Provvidenza di Cussanio (CN) dans Apparizioni mariane e santuari Santuario-di-Cussanio

“Il Santuario Madre della Divina Provvidenza fa memoria di una storia secolare, cominciata tra l’8 e l’11 maggio 1521, con l’apparizione della Madonna all’umile pastore Bartolomeo Coppa, muto e affetto da sordità. La vicenda è nota: Maria gli apparve una prima volta l’8 maggio esortandolo ad avvisare i fossanesi che, se non si fossero convertiti, sarebbero stati travolti dal male. Il pastore, toccato dalla sua grazia, ritrovò l’udito e la parola e corse verso l’abitato per fare ciò che gli era stato chiesto.

I fossanesi, pur sorpresi dal miracolo, non presero sul serio le parole del pastore. Dopo tre giorni di inutili tentativi, egli tornò in questi campi sconsolato e privo di forze. Si addormentò e vide la Madonna che gli porgeva del pane. Al risveglio, pensando di aver solo sognato, si rese invece conto di avere davvero tra le mani un pezzo di pane. Nell’autunno di quello stesso anno una terribile pestilenza, testimoniata anche da documenti presenti negli archivi comunali, decimò la popolazione. Perirono quasi seimila persone. I superstiti si radunarono in questo luogo ed edificarono una piccola chiesa, presumibilmente proprio nel luogo delle apparizioni…”.

di Don Pierangelo Chiaramello, Rettore del Santuario dedicato alla Madre della Divina Provvidenza
Tratto da: La Fedeltà, il settimanale del Fossanese

Madre-della-Divina-Provvidenza-di-Cussanio dans Mese di maggio con Maria

Preghiera

Vergine Maria, Immacolata Madre della Divina Provvidenza guidami sulla via della santità, nel compimento della volontà di Dio. Sii mio rifugio, mia difesa nel pellegrinaggio della vita: consolami nelle afflizioni, assistimi nei pericoli e dammi forza nelle avversità.
Ottienimi, o Maria il rinnovamento del cuore, perché diventi una degna dimora del tuo Figlio Gesù; aiutami nella lotta contro il peccato, la tiepidezza spirituale, la paura di professare apertamente la fede cristiana; liberami dall’orgoglio, dalla vanagloria, dall’egoismo che impediscono l’efficacia della tua protezione.
O dolcissima Madre di Provvidenza, volgi il tuo sguardo su di me, e se per debolezza o per cattiva volontà ho provocato la giustizia divina e amareggiato il Cuore amabilissimo di Gesù, tu coprimi con il manto della tua misericordia e otterrò salvezza.
Tu sei la Madre provvida, tu la mia speranza sulla terra: fa che io possa averti Madre di gloria in cielo.

Tre Pater, Ave, Gloria
Madre della Divina Provvidenza, prega per noi

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L’attualità e la forza della preghiera mariana

Posté par atempodiblog le 4 mai 2024

L’attualità e la forza della preghiera mariana
La preghiera mariana ha origine dalla vicinanza della Vergine ad ogni persona, dalla sua dolcissima maternità che si effonde su ognuno. Questa verità si riscontra nei Vangeli, i quali narrano la premura e la sollecitudine della Madre di Dio. Ciò accade, ad esempio, nell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2), nel quale mostra una speciale attenzione verso gli sposi in difficoltà: è pronta a capire il loro disagio e ad intervenire invocando suo Figlio. Questa stessa cura dimostra quando si reca da Elisabetta per sostenerla ed aiutarla nel tempo del parto, secondo la puntuale descrizione “lucana” (Lc 1, 39-56). La ammiriamo al fianco di Gesù, nell’accompagnarlo in ogni evento della sua vita: dalla culla al Calvario. Sul Gòlgota è con Lui nel condividere il momento del dolore e della massima oblazione.
di Raffaele Di Muro – Agenzia SIR

L’attualità e la forza della preghiera mariana dans Commenti al Vangelo Maria-primo-Tabernacolo
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La preghiera mariana ha origine dalla vicinanza della Vergine ad ogni persona, dalla sua dolcissima maternità che si effonde su ognuno. Questa verità si riscontra nei Vangeli, i quali narrano la premura e la sollecitudine della Madre di Dio. Ciò accade, ad esempio, nell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2), nel quale mostra una speciale attenzione verso gli sposi in difficoltà: è pronta a capire il loro disagio e ad intervenire invocando suo Figlio.

Questa stessa cura dimostra quando si reca da Elisabetta per sostenerla ed aiutarla nel tempo del parto, secondo la puntuale descrizione “lucana” (Lc 1, 39-56). La ammiriamo al fianco di Gesù, nell’accompagnarlo in ogni evento della sua vita: dalla culla al Calvario.

Sul Gòlgota è con Lui nel condividere il momento del dolore e della massima oblazione. Egli si offre per la salvezza di tutti e Maria è pienamente inserita in questo incredibile mistero d’amore. La carità della Vergine verso tutti si manifesta fin dagli albori della Chiesa.

Lo sanno bene i discepoli che, dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo, fanno esperienza della sua vicinanza. Lo sanno bene i primi cristiani che si recano in pellegrinaggio nei luoghi mariani di Terra Santa per “celebrare” la sua maternità. La sappiamo bene noi, oggi, che invochiamo il suo aiuto in ogni evento del nostro cammino.

Storicamente, attraverso le sue molteplici apparizioni in ogni parte del mondo, ha dato un segno della sua vicinanza ai fratelli e alle sorelle di ogni popolo. Ovunque ci sono santuari e luoghi significativi che attestano solennemente la sua delicatezza materna pronta a rivelarsi nella storia di ogni persona.

Altro importante fondamento della preghiera mariana è costituito dallo speciale ruolo di Maria nella storia della salvezza. Lei è scelta da Dio per cooperare alla redenzione dell’umanità e per questo entra pienamente nel progetto d’amore da Lui pensato per il bene di ognuno. È l’Immacolata concezione chiamata da Dio perché Gesù si incarni ed entri nella storia dell’umanità.

È la Madre di Dio mediante la quale il Cristo fa il suo ingresso nel mondo per portare a tutti la certezza della vita eterna. Tutta questa meraviglia si realizza grazie alla disponibilità della Vergine, che aderisce in pieno al meraviglioso progetto divino. Per questa ragione è definita mediatrice di grazie e di bene a favore dei fratelli e delle sorelle di ogni latitudine, di ogni tempo.

Ci sono stati santi che sono arrivati ad affidare alla Vergine tutta la loro esistenza. Essi ci fanno comprendere in che modo mirabile Ella agisce in noi e quanti miracoli può realizzare nel nostro cammino di fede. Ricordo l’esempio di S. Massimiliano Kolbe (1894-1941), martire di Auschwitz. Da giovane frate in formazione, con altri sei frati, si “consacra” all’Immacolata e fonda la Milizia dell’Immacolata (Roma 1917).

Il santo dà vita ad un apostolato senza precedenti, fondando nel 1927 una vera e propria Città dell’Immacolata in Polonia. Si tratta di un centro di irradiazione del messaggio cristiano a mezzo stampa e radio. Questi si dona ancora generosamente, affidandosi a Maria, offrendo la propria disponibilità per la missione giapponese (1930-1936).

Ad Auschwitz il santo polacco ha la forza di sostituirsi ad un padre di famiglia nella pena capitale. Tanta forza e tanta determinazione derivano proprio dal fatto di aver posto la propria esistenza nelle mani dell’Immacolata.

Con Lei nel cuore tutto è un miracolo e anche gli intenti pastorali più difficili si realizzano prodigiosamente. La forza che la Vergine dona è un potente baluardo, la luce che da Lei promana è foriera di gesti eroici, come quello del santo polacco nel campo di sterminio. Sperimentando, passo dopo passo, la delicatezza della Vergine, è possibile rendere la propria vita un dono, un’oblazione.

La vita di Massimiliano Kolbe, come quella di tanti santi che si sono affidati alla Madre di Dio, è la conferma che abbandonarsi nelle mani di Maria conduce al porto sicuro della comunione con il Signore e ad un cammino spirituale ed apostolico altamente significativo.

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