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Malattie rare: card. Turkson, “prendersi cura dei malati facendoli sentire parte dinamica della società”

Posté par atempodiblog le 29 février 2020

Malattie rare: card. Turkson, “prendersi cura dei malati facendoli sentire parte dinamica della società”
di Gianni Borsa – Agenzia SIR

Malattie rare: card. Turkson, “prendersi cura dei malati facendoli sentire parte dinamica della società” dans Articoli di Giornali e News Tweet-Papa

“La Giornata delle malattie rare pone l’accento quest’anno sull’equità e su condizioni più eque per le persone colpite da queste patologie. Nel mondo sono oltre 300 milioni le persone con una malattia rara, un numero considerevole che non può essere ignorato e che merita attenzione”: è quanto si legge nel messaggio del prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, card. Peter Kodwo Appiah Turkson, in occasione della XIII Giornata delle malattie rare, che ricorre oggi. “Le malattie rare sono spesso difficili da diagnosticare e, il più delle volte, i malati colpiti da queste patologie e le loro famiglie vivono nello stigma, nella solitudine e con un senso di impotenza, spesso esasperato dalle difficoltà ad avere un trattamento specifico per la patologia rara e un’assistenza adeguata. Purtroppo, questa situazione si percepisce ancora più grave in tutti quei Paesi in cui il sistema sanitario risulta essere più vulnerabile”. Turkson ricorda “che il diritto fondamentale alla salute e alla cura attiene al valore della giustizia e che la diseguale distribuzione delle risorse economiche, soprattutto nei Paesi a basso reddito, non permette di garantire una giustizia sanitaria che tuteli la dignità e la salute di ogni persona, specialmente le più bisognose e povere”.

L’impatto delle malattie rare “sulla vita quotidiana dei nuclei famigliari è dirompente sia da un punto di vista psichico, emotivo, fisico ed economico. Spesso suppliscono all’assenza o alla carenza di assistenza sanitaria e di assistenza sociale. La malattia rara, infatti, coinvolge tutti gli aspetti della vita della famiglia”. È importante, rileva il porporato, studiare “attività, in sinergia con i vari attori presenti sul territorio, che possano valorizzare il potenziale dei malati rari, in quanto, a volte, il malato può avvertire una carenza di umanità proprio perché ‘nella malattia la persona sente compromessa non solo la propria integrità fisica, ma anche le dimensioni relazionali, intellettiva, affettiva, spirituale; e attende perciò, oltre alle terapie, sostegno, sollecitudine, attenzione… insomma, amore’” (Papa Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale del malato, 11 febbraio 2020). “Sarebbe veramente bello – riprende il cardinale – se tutti insieme, accanto ai familiari, agli operatori sanitari, sociali, pastorali e ai volontari, in uno spirito di fraternità, ci prendessimo cura dei nostri fratelli e sorelle affette da una malattia rare, integrando le cure mediche con attività e impegni sociali che li facciano sentire parte dinamica della società”.

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Le tentazioni di Gesù nel deserto

Posté par atempodiblog le 29 février 2020

Le tentazioni di Gesù nel deserto
Tratto da: L’ora di Satana (L’attacco del Male al mondo contemporaneo) di Padre Livio Fanzaga con Diego Manetti, Ed. Piemme

Le tentazioni di Gesù nel deserto dans Anticristo Cristo

Se Gesù è il nuovo Adamopossiamo dire che nell‘episodio delle tentazioni del deserto è come se la nuova umanità celebrasse in Cristo la prima vittoria sul Demonio, in virtù di quella grazia divina che rende possibile, per ogni uomo che la domandi, il resistere agli assalti satanici. In Gesù tentato vediamo però anche le nostre tentazioni, quasi come se i Vangeli offrissero una sintesi di quelle prove cui l’umanità tutta è sottoposta da Satana quando questi tenta di blandirne il cuore. Vorrei dunque chiederti di esaminarle nello specifico, per metterne in rilievo il valore di esemplarità rispetto alla vita di ogni uomo.

Intanto bisogna tener presente che le tre tentazioni hanno un filo conduttore, poiché Satana le ha ben preparate, le ha elaborate con calma. Non è che Gesù Cristo va nel deserto e lui lo tenta subito: no, aspetta! Per quaranta giorni Gesù prega e ha fame. Il Nemico studia bene l’avversario e i punti deboli e solo dopo parte all’attacco. Il Diavolo sa benissimo che questo è il Messia, e allora cosa fa? Gli confezione su misura tre tentazioni con cui poterlo sviare dal disegno messianico, verso una prospettiva unicamente terrena, svincolata dal messianismo del servo sofferente, sciolta dal disegno del Padre, che vuole che il Figlio, nell’umiltà e nell’obbedienza, porti su di sé i peccati del mondo fino all’annientamento di se stesso. Questa è l’ottica delle tre tentazioni: offrire a Gesù il miraggio di un trionfo politico e umano.

Entrando poi nello specifico delle tre tentazioni, quella del pane è la più importante, a mio parere, perché mette bene in evidenza, nella risposta di Gesù, come non di solo pane viva l’uomo (Lc 4, 4). Mentre tutte le culture passate – di tutti i tempi e di tutte le religioni- hanno sempre ritenuto che l’uomo avesse due dimensioni, essendo dotato di corpo ma anche di anima, e quindi che avesse fame del pane, ma anche di assoluto, di verità, di vita eterna, di immortalità, oggi all’opposto la cultura dominante ci vuole presentare l’uomo in una prospettiva ridotta, monca, come un semplice animale. Destinato dunque a soddisfare solo i desideri della carne e gli istinti più bassi. Certo, vi sono istinti più raffinati –la gloria, il potere, gli onori- ma in ultima analisi sempre di “carne” in senso paolino si tratta (Rm 8, 6-7). La filosofia di vita su cui si fonda questa opzione per la carne è quella secondo cui l’esistenza umana sarebbe limitata all’orizzonte terreno, per cui essendo “tutto qui”, tanto varrebbe godersi la vita. Citando magari a conferma di questa opzione esistenziale proprio una frase della Bibbia: “Polvere tu sei e in polvere ritornerai” (Gen 3, 19), deformandone il significato – ecco l’opera di Satana l’Ingannatore! – nel senso di ridurre la vita alla sola prospettiva intramondana e dunque al solo desiderio di pane terreno. E così oggi la gente non pensa più alla vita eterna. Ecco perché nei messaggi dati a Medjugorje la Regina della Pace non si stanca di ricordarci che la vita terrena passa e solo l’eternità resta, spronandoci a tendere al Cielo che è l’unica meta della nostra vita! Cioè la Madonna stessa sta lottando contro la tentazione di concepire la vita come un’avventura mondana, dove l’uomo si nutre delle cose di questo mondo e poi sparisce. Ma Gesù ci dice :”Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4), ricordandoci con ciò che l’uomo è stato creato con un’anima immortale, che l’uomo è capace di cibarsi della Verità di Dio, dell’Amore di Dio, e che l’immortalità oltre la morte è il nostro destino. Questa certamente è la più attuale delle tre tentazioni.

La seconda tentazione – quella per cui Satana, condotto Gesù sul pinnacolo del tempio, lo sfida: “Se tu sei il Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi Angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti porteranno nelle loro mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra” (Mt 4,6)- rappresenta un pericolo assai diffuso nel mondo contemporaneo, e apparentemente in contraddizione con la visione intramondana di cui dicevamo prima: è la tentazione di voler sfidare Dio a dare prova di essere veramente Dio, è il desiderio e la pretesa di vedere segni e miracoli. In fondo, mancando oggi la vera fede, non restano che i falsi profeti, i quali faranno prodigi e portenti, dice Gesù, capaci di ingannare molti (Mt 24, 24). Bisogna pensare che dietro a tutto questo c’è Satana, poiché l’Anticristo verrà con potenza diabolica, facendo cose strepitose, e ingannerà molti. La seconda tentazione la vedo dunque come una messa in guardia contro i falsi profeti, anticipando un tema che percorre variamente il Nuovo Testamento, fino all’Apocalisse (Ap 13), laddove si parla della Bestia che sale dal mare, del falso profeta che ha il volto di pecora ma la voce di drago, della falsa religione, dei falsi segni, che sono spettacolari – gèttati giù dal tempio!- ma fini a se stessi. Mentre il miracolo di Gesù esprime la compassione, l’amore, la pietà di Dio, i degni di Satana sono spettacolari, sono quelli che attirano, che incantano e , nella cornice dell’impostura anticristica, si moltiplicano, e la gente crede, si lascia attirare, si fa ingannare,  e questa seconda tentazione ha preso il volto di una delle bestie dell’Apocalisse, che vedremo meglio più avanti. Indubbiamente, per vincere questa tentazione, oggi ci vuole molta attenzione, ci vuole molto discernimento spirituale, bisogna vigilare e pregare, e pregare, e soprattutto non allontanarci mai dal vero profeta, che è il papa, vicario di Cristo.

In merito al discernimento degli spiriti e dei segni, bisogna sempre tener presente un insegnamento che ricaviamo da San Giovanni della Croce, nella Salita al monte Carmelo. Questo dottore conduce un attento esame di tutti i fenomeni mistici e arriva a dire che tutti possono essere imitati da Satana – che, in quanto imitatore è detto anche la “scimmia” di Dio-, tutti tranne uno: l’unico fenomeno mistico che il Diavolo non riesce a imitare sono i tocchi dello Spirito Santo sulla punta dell’anima, sono i tocchi divini, sono i baci d’amore interiori, fenomeno mistico così profondo che il maligno non riesce a riprodurlo. Però ricordiamo che tutti gli altri fenomeni mistici possono essere perfette imitazioni diaboliche. Basta ricordare il proliferare di veggenti che si ebbe a Lourdes dopo le prime: erano almeno cinquanta, e un caso risultò così verosimile che il primo biografo di Lourdes, Jean-Baptiste Estrade, diceva: ma questa qui è ancora migliore di Bernadette! Questo – altri casi che potrei citarvi – solo per dirvi che sono tempi in cui il demonio si dà molto da fare con segni e prodigi che cercano di imitare quelli veri ma che, per lo natura, hanno dentro qualcosa di satanico, che solo con il discernimento si può mascherare.

Parlando di falsi profeti e di falsi segni, ecco che torna ancora la figura di Satana come Ingannatore. A questo punto penso che si possa dunque esaminare la terza tentazione di Gesù nel deserto, quella in cui il Diavolo lo sfida ad adorarlo come Dio, come vertice assoluto di quella menzogna e di quell’inganno che costituiscono le trame più profonde delle tentazioni diaboliche contro il Figlio di Dio e contro l’umanità.

Con la terza tentazione (Lc 4, 5 – 8) si entra decisamente nell’orizzonte dell’inganno anticristico – che la Chiesa Cattolica chiama impostura anticristica – che percorre tutta la storia della Chiesa fino alla cosiddetta “massima impostura anticristica” (CCC 675-677). Quest’ultima consiste nell’abiura della verità, nell’illusione che l’uomo possa salvare se stesso con le sue sole forze, per cui l’uomo indica se stesso come Dio e immagina di salvarsi come Dio, rischio dal quale Benedetto XVI ha messo più volte in guardia fin dall’inizio del suo pontificato. La stessa prospettiva dell’uomo che crede di essere il padrone del mondo è in realtà uno strumento del demonio. Si tratta cioè di un’illusione, con la quale il diavolo inganna l’uomo, lo allontana da Dio, per far sì che adori il “Principe di questo mondo”. Insomma, la terza tentazione denuncia proprio l’illusione anticristica anticipando quella società anticristica in cui l’uomo che vuole fare a meno di Cristo dice: i padroni del mondo siamo noi, Dio non c’è, c’è solo l’uomo; l’uomo capisce, è intelligente, ha la potenza, sa salvare se stesso. Ma così facendo la società che rifiuta Dio si prepara a diventare strumento del Principe delle tenebre e ad adorare il Principe di questo mondo.

Esaminando le tre tentazioni, vorrei ancora precisare come quello delle tentazioni di Gesù nel deserto sia un discorso ‘aperto’ – “dopo aver esaurito ogni tentazione, il Diavolo si allontanò da Lui fino al momento fissato” (Lc 4,13) –, non concluso, poiché Satana avrebbe cercato di tentare Gesù successivamente, in particolare in vista della Passione. Ma intanto Gesù ha conquistato una prima vittoria nel deserto, poiché ha respinto il falso messianismo, confermandosi il servo sofferente di Jahvé, che porta la croce nell’umiltà, nel compimento della volontà del Padre, fino alla Passione che Gesù ha affrontato liberamente e che anzi ha desiderato. E nella Passione Gesù accetta fino in fondo il piano del Padre, che ha voluto che il Figlio fosse il servo sofferente, che porta su di sé tutti i peccati degli uomini, che li espia con il suo amore, che li brucia con il suo amore e con la sua obbedienza. Infondo, tutto il peccato del mondo consiste nel disamore, nel disprezzo, nella disobbedienza e nel rifiuto di Dio. Queste sono le radici di tutti i peccati dell’umanità. Gesù, nel suo cuore, con la sua umiltà, con la sua obbedienza al Padre, con il suo amore per il Padre e per gli uomini, con il suo perdono, ha bruciato tutto il male del mondo, ha bruciato tutti i peccati del mondo.

La redenzione è avvenuta nel cuore di Cristo. Cristo è il braciere in cui tutto il peccato, tutto l’odio, il disamore del mondo sono stati bruciati. Ecco quindi il profondo valore redentivo della vittoria di Cristo sul tentatore nel deserto: vincendo Satana, Gesù ha respinto un messianismo terreno di autoglorificazione, scegliendo e accettando di essere il servo sofferente che dentro di sé, con la sua umiltà e con il suo amore, ha bruciato i peccati del mondo per cui in quel cuore noi tutti troviamo la salvezza.

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Trump: primo discorso delle Ceneri di un presidente Usa

Posté par atempodiblog le 28 février 2020

Trump: primo discorso delle Ceneri di un presidente Usa
Per la prima volta un presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso il Mercoledì delle Ceneri sulla Quaresima e lo ha fatto, non come atto privato, ma come atto ufficiale. La scelta di Donald J. Trump è di importanza cruciale, non solo perché a capo della prima potenza mondiale, ma perché torna a identificare gli Usa come nazione cristiana
di Marco Respinti – La nuova Bussola Quotidiana

Trump: primo discorso delle Ceneri di un presidente Usa dans Articoli di Giornali e News Tramp

«E la luce brillò nelle tenebre e/ contro il Verbo il mondo inquieto ancora/ mulinava attorno al centro del Verbo silenzioso». Quando, nel 1930, T.S. Eliot (1888-1965) pubblicò il poema Ash Wednesday, «Mercoledì delle Ceneri», mai più si sarebbe immaginato che una delle rappresentazioni più plastiche e concrete di quei suoi versi lancinanti sarebbe stato il presidente del Paese che il poeta si era lasciato alle spalle, gli Stati Uniti d’America, e tra tutti i presidenti certamente il più improbabile.

Nel mondo cristiano mercoledì 26 è iniziata la Quaresima con il rito dell’imposizione delle ceneri e il capo del Paese più importante del mondo, Donald J. Trump, ha segnato l’evento sul calendario della storia inviando al proprio Paese e al mondo intero un messaggio. Non era mai successo. «Melania e io auguriamo a tutti di vivere il Mercoledì delle Ceneri come un giorno di pace e di preghiera», ha scritto il presidente. «Per i cattolici e per molti altri cristiani, il Mercoledì delle Ceneri segna l’inizio del periodo quaresimale che si conclude con la gioiosa celebrazione della domenica di Pasqua. Oggi milioni di cristiani saranno marcati sulla fronte con il segno della croce. L’imposizione delle ceneri è un invito a vivere il tempo della Quaresima digiunando, pregando e impegnandosi in gesti di carità. Questa tradizione potente e sacra ci ricorda la mortalità che ci accomuna, l’amore di Cristo che salva e la necessità di pentirci accettando più pienamente il Vangelo. Ci uniamo dunque in preghiera a tutti coloro che osservano questo giorno santo e auguriamo loro un cammino quaresimale di preghiera. Durante questo periodo benedetto possiate avvicinarvi di più a Dio nella fede».

Poche parole, essenziali, che parlano dell’essenziale. Dio, la preghiera, la penitenza, la riconciliazione, il trionfo della Risurrezione. Bellissime. Ma non è solo qui la bellezza intrinseca delle parole di Trump. Il supplemento di bellezza nelle parole di Trump è che Trump quelle parole le abbia scritte. Per diversi motivi. Anzitutto perché Trump dà la fede come un dato normale di realtà. Dagli albori del genere umano fino a grosso modo l’Illuminismo l’ateismo non è mai esistito. Al massimo era il passatempo di qualche intellettualoide borghese che per vincere la noia si sforzava di stupire il prossimo. Oggi invece la fede, almeno in Occidente, sembra una cosa da marziani. Trump ribalta dunque tutto, ricominciando daccapo.

Secondo, perché non lo fa da privato, ma da presidente, e del Paese più potente del mondo. Il suo messaggio è stato diramato ufficialmente dalla Casa Bianca come tutti gli atti ufficiali del presidente. Ora, nessuno è tenuto giudicare la fede personale di Trump, ma la sua fede pubblica è un altro dato potente di realtà.

Terzo, la fede pubblica mostrata dal presidente è la fede cristiana. Gli Stati Uniti si sono concepiti come Paese cristiano sin dall’inizio. Possono avere sbagliato, ma questo è quello che hanno sempre pensato di sé. Solo oggi l’identità cristiana del Paese viene messa ideologicamente in dubbio dall’interno. Il gesto di Trump la ribadisce invece con naturalezza, come un dato di fatto.

Quarto, che la fede svolga un ruolo pubblico non viola la laicità e nemmeno la democrazia. Un Paese è serio anzitutto e soprattutto se lo è rispetto alla propria identità culturale e dunque religiosa. L’omogeneità culturale, che si fonda anche sull’identità religiosa, è la condizione per poter rispettare, difendere e accogliere realtà sociali diverse, che non condividano il dono pieno della medesima fede o la fede in quanto tale. Non è infatti il relativismo che garantisce la libertà religiosa, ma l’identità religiosa cosciente, giacché la libertà religiosa non è fare di Dio quel che si vuole bensì avere la libertà necessaria per adorarLo in spirito e verità, confrontandosi da uomini integrali con Lui.

Quinto, non si può non notare l’accento posto con enfasi, dolce, sul cattolicesimo. In un Paese erroneamente percepito come “protestante” pare strano. Ma, a parte il fatto che i cattolici restano la maggioranza relativa del Paese, e che dunque è statistico che il presidente inizi da loro seguitando poi con gli altri cristiani, Trump “subisce” il fascino del cattolicesimo. Certo, diramando il messaggio a nome della moglie e proprio, e anteponendo per giusta cavalleria il nome della consorte al proprio, ed essendo Melania cattolica, si potrebbe scambiare la cosa per mera cortesia. Ma, a parte il fatto che la buona educazione è già metà della santità, come diceva santa Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), e che quindi cedere il passo a lady Melania non è cosa piccola, il punto è che il messaggio del Mercoledì delle Ceneri non lo ha mandato Trump da single, ma la famiglia presidenziale, Trump e signora. Il fatto che la signora Trump sia cattolica è importante; non fa di Trump il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti, ma neppure riesce a nascondere il flirt che Trump ha, per un verso o per l’altro, con il cattolicesimo. Flirt culturale e pubblico, ma noi che non siamo i suoi confessori a ciò dobbiamo solo attenerci. Il Dio cattolico non è fiscale.

Alla fine di questo mercoledì da leoni, dunque, che resta? Un fatto che nessun potrà mai sbianchettare. La dimensione pubblica della fede torna senza chiedere né permesso né scusa nel mezzo del buio laicista e relativista più nero, ovvero quando «la luce brillò nelle tenebre» perché «il mondo inquieto contro il Verbo» pur sempre ancora «mulinava attorno al centro del Verbo silenzioso» non riuscendo comunque a scrollarselo di dosso. Quando si scriveranno le cronache della nuova Cristianità, diversa, inedita, gli amanuensi del futuro appunteranno certamente alcune date significative della sua protostoria, fra cui Washington, Mercoledì delle Ceneri, A.D. 2019. Trump non ha la minima idea, ma questo fa parte del fascino sublime della cosa.

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Santuario Madonna del Silenzio: mons. Santoro (Avezzano), “un dono per tutta la Chiesa”. “Ogni parola che esce dalla dittatura del rumore è conficcata nel cuore di Dio”

Posté par atempodiblog le 27 février 2020

Santuario Madonna del Silenzio: mons. Santoro (Avezzano), “un dono per tutta la Chiesa”. “Ogni parola che esce dalla dittatura del rumore è conficcata nel cuore di Dio”
di Gigliola Alfaro – Agenzia SIR

Santuario Madonna del Silenzio: mons. Santoro (Avezzano), “un dono per tutta la Chiesa”. “Ogni parola che esce dalla dittatura del rumore è conficcata nel cuore di Dio” dans Apparizioni mariane e santuari Madonna-del-silenzio

“Sarebbe bello trovare un posto, una chiesa dove si possa dare culto pubblico alla Madonna del Silenzio”. Ricorda questo desiderio del Papa mons. Pietro Santoro, vescovo di Avezzano, parlando al Sir del santuario dedicato a Maria Vergine del Silenzio che sorgerà proprio in diocesi. Stamattina in una conferenza stampa è stato raccontato l’intero itinerario che ha accompagnato il progetto. Padre Emiliano Antenucci commissione un’immagine della Madonna del Silenzio. Al Papa è stata regalata una copia dell’originale che ha fatto collocare tra i due ascensori dell’entrata principale del Palazzo apostolico, nel cortile di San Damaso.

Nel 2015 il Papa ha benedetto questa copia e nel 2016, in un incontro con padre Emiliano, anche l’originale. Il 24 marzo 2019 il Papa scrive una lettera di suo pugno al ministro provinciale dei cappuccini d’Abruzzo, padre Nicola Grasso, con la richiesta appunto di trovare una chiesa per il culto della Madonna del Silenzio, dando l’incarico di cercare il luogo adatto per poi fare la proposta allo stesso Francesco.

Padre Emiliano e il ministro provinciale, con il permesso del generale dell’ordine, si mettono alla ricerca di vari luoghi e individuano la chiesa di San Francesco di Assisi e il convento dei cappuccini di Avezzano, abbandonato da dieci anni e di proprietà della provincia dei frati minori cappuccini d’Abruzzo. Il Santo Padre ha dato la sua benedizione al progetto.

“Eleverò, con un apposito decreto, da maggio in poi questa chiesa a santuario – ci dice mons. Santoro – e lì ci sarà il culto pubblico della Madonna del Silenzio”. E aggiunge: “È un grande dono non solo per la Chiesa di Avezzano, ma per tutta la Chiesa, perché la Vergine del Silenzio è Maria che custodiva nel suo cuore le parole di Dio. Proprio da questa custodia interiore della parola di Dio scaturirono dal suo cuore le parole della fedeltà a Cristo. Ogni parola che viene maturata nel silenzio della preghiera, ogni parola che esce dalla dittatura del rumore, ogni parola che si nutre di silenzio è parola conficcata nel cuore di Dio, è parola profetica per il mondo e per la Chiesa di oggi. Questo santuario lo vedo come una collocazione profetica nella Chiesa di oggi affinché la Chiesa stessa possa liberarsi da ogni mondanità e come Maria sappia custodire nel cuore la parola di Dio e maturare le parole vere che sono quelle di Cristo nell’annuncio”. Ed “è bellissimo che viene realizzato così il desiderio del Papa, che io ho accolto con grande gioia”. Sarà padre Antenucci, insieme ad altri frati, a gestire il santuario.

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Milano: per la prima volta in diocesi la stola del Curato d’Ars

Posté par atempodiblog le 27 février 2020

Milano: per la prima volta in diocesi la stola del Curato d’Ars
Ecco le tappe della reliquia del Curato d’Ars nella diocesi di Milano
della Redazione di ACI Stampa

Milano: per la prima volta in diocesi la stola del Curato d'Ars dans Articoli di Giornali e News Vianney

Per la prima volta la reliquia di San Giovanni Maria Vianney, Patrono dei Parroci, sarà itinerante nella Chiesa ambrosiana, accompagnata da don Massimiliano Bianchi, “fidei donum” nella diocesi di Belley-Ars e cappellano del Santuario di Ars.

Il programma stesso del « pellegrinaggio » della reliquia è stato pubblicato dal sito della Chiesa di Milano.

Il pellegrinaggio comincerà giovedì 27 febbraio a Lentate sul Seveso (in frazione Copreno), presso la comunità delle Suore dell’Immacolata Concezione di Ivrea, dove alle 16 don Massimiliano celebrerà una Santa Messa con omelia. Nell’ambito della medesima congregazione religiosa, venerdì 28 febbraio verrà portata a Ivrea, presso il Tempio dell’Immacolata dei Miracoli, per la Messa delle 17.

In seguito, presso la parrocchia di San Filippo Neri a Milano, sabato 29 febbraio alla Messa delle 18 e domenica 1 marzo a quella delle 10.30, verrà festeggiato anche il cinquantesimo anniversario di fondazione della parrocchia.

Nel pomeriggio di domenica 1 marzo, al termine della Santa Messa in latino delle 17.30 presso la Chiesa della Madonnina a Legnano, anche i fedeli del gruppo stabile in rito ambrosiano antico potranno venerare la reliquia.

Lunedì 2, martedì 3 e mercoledì 4 marzo, alle 21, presso la Basilica di Missaglia, don Massimiliano predicherà gli Esercizi spirituali di Quaresima per la Comunità pastorale Maria SS Regina dei Martiri (che riunisce Lomaniga, Maresso e Missaglia).

Giovedì 5 la Stola sarà a Rho, presso il Santuario della Madonna Addolorata, dove la comunità dei Padri Oblati Missionari la accoglierà alla Messa solenne delle 9; a questa celebrazione sono invitati in modo particolare tutti i sacerdoti che desiderano venerare la reliquia e affidarsi all’intercessione del Santo.

Venerdì 6 marzo, alle 16, don Massimiliano predicherà alla Via Crucis presso il Santuario arcivescovile della Madonna della Lacrime a Lezzeno di Bellano; alle 21 sarà invece al Santuario di Santa Maria Nascente di Bevera, per predicare il primo Quaresimale per la Comunità pastorale Maria Regina degli Apostoli (che riunisce le parrocchie di Barzago, Bevera e Bulciago).

Nella seconda domenica di Quaresima la Stola sarà nella Comunità pastorale di Pozzo d’Adda e Bettola: sabato 8 marzo per la Messa delle 17.30 a Bettola e per la Messa delle 18.30 a Pozzo d’Adda; domenica 9 a Pozzo d’Adda alle 8 e alle 11 e a Bettola alle 9.30.

Sempre domenica 9 marzo, nel pomeriggio don Massimiliano porterà la reliquia a Varese, dove alle 18 celebrerà la Messa in latino secondo il rito ambrosiano antico nella chiesa di San Martino (zona Tribunale).

Infine, martedì 10 marzo il Pellegrinaggio si concluderà a Merone, dove alle 20.30 verrà celebrata una S. Messa solenne nella Chiesa parrocchiale dei Santi Giacomo e Filippo, con un’ultima omelia sul Sacramento della Riconciliazione alla luce dell’insegnamento e dell’esempio del Santo Curato d’Ars.

In ciascuna di queste chiese, nei giorni precedenti verrà messo a disposizione un registro dove i fedeli potranno liberamente scrivere le proprie intenzioni di preghiera per sacerdoti, parrocchie e vocazioni che intendono affidare al Santo Curato: esse verranno poi portate al Santuario di Ars-sur-Formans e deposte sull’altare che custodisce il corpo di San Giovanni Maria Vianney.

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La lettura dei libri santi

Posté par atempodiblog le 27 février 2020

La lettura dei libri santi dans Citazioni, frasi e pensieri San-Pio-da-Pietrelcina-in-lettura

“Aiutatevi maggiormente in questo frattempo colla lettura dei libri santi; ed io desidero vivamente che in ogni tempo voi leggiate di tali libri, essendo tali letture di un grande pascolo all’anima e di grande avanzamento nella via della perfezione, non meno di quella che l’è dell’orazione e della santa meditazione, perché nell’orazione e meditazione siamo noi che parliamo al Signore mentre nella santa lettura è Dio quello che parla a noi. Cercate di far tesoro quanto più potete di queste sante letture e ne sentirete ben presto il rinnovamento nello spirito”.

di San Pio da Pietrelcina

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Coronavirus, a San Miniato vescovo espone il crocifisso “miracoloso” contro la peste del 600

Posté par atempodiblog le 27 février 2020

Coronavirus, a San Miniato vescovo espone il crocifisso “miracoloso” contro la peste del 600
de Il Messaggero

Coronavirus, a San Miniato vescovo espone il crocifisso “miracoloso” contro la peste del 600 dans Articoli di Giornali e News Crocifisso-San-Miniato

Coronavirus, in piena emergenza monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di San Miniato, nel Pisano, invitando tutti i fedeli alla preghiera, ha deciso l’esposizione straordinaria del crocifisso prodigioso da stasera alle ore 21 fino a domenica prossima, 1 marzo, nella chiesa di San Domenico a San Miniato. La popolazione si era rivolta con speranza al Crocifisso durante i difficili anni dal 1628 al 1631 segnati dal flagello della peste. E alla fine la città mantenne il voto di costruire un santuario per quella croce lignea, proprio per essere stata risparmiata dall’ennesima epidemia. Non sono previste tuttavia specifiche celebrazioni religiose, «se non quelle previste dalla vita ordinaria della parrocchia».

«Considerata la delicata situazione che stiamo vivendo, a causa della diffusione della sindrome influenzale da coronavirus, insieme alle disposizioni già date anche come vescovi toscani, mi preme invitare tutti alla preghiera – ha detto il vescovo Migliavacca – per questa ragione, valorizzando uno dei segni della nostra tradizione religiosa, verrà straordinariamente esposto il Santissimo Crocifisso di Castelvecchio». Il vescovo raccomanda «l’opportunità di una visita» e invita i fedeli «in ogni caso alla preghiera personale».

La straordinarietà della decisione è evidente, scrive «La Nazione» dando la notizia. Negli ultimi quarant’anni ci sono state due aperture eccezionali (ovvero fuori dalle tradizionali celebrazioni di ottobre), di cui una fu un momento di preghiera per la grave siccità del 2003. Mai prima d’ora c’erano stati cinque giorni di esposizione continua. Al crocifisso – pare trovato da viandanti e che i sanminiatesi portarono nelle città della Toscana in guerra come segno di pace – la popolazione si è sempre rivolta quando è stata colpita da carestie ed epidemie.

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La gioia del carnevale spiegata da Joseph Ratzinger

Posté par atempodiblog le 25 février 2020

La gioia del carnevale spiegata da Joseph Ratzinger
In una riflessione pubblicata nel 1974, il Papa emerito spiega perché questa ricorrenza che precede il tempo di Quaresima ha a che fare con l’umanità profonda della fede cristiana. E sottolinea: «Noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria»
di Famiglia Cristiana

La gioia del carnevale spiegata da Joseph Ratzinger dans Articoli di Giornali e News Vestirsi-da-santi

«In merito al Carnevale non siamo forse un po’ schizofrenici? Da una parte diciamo molto volentieri che il carnevale ha diritto di cittadinanza proprio in terra cattolica, dall’altra poi evitiamo di considerarlo spiritualmente e teologicamente. Fa dunque parte di quelle cose che cristianamente non si possono accettare, ma che umanamente non si possono impedire? Allora sarebbe lecito chiedersi: in che senso il cristianesimo è veramente umano?». Comincia così la riflessione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger sul Carnevale, il periodo che precede la Quaresima e in qualche modo ha a che fare con il calendario liturgico cattolico. La riflessione è contenuta nel libro Speranza del grano di senape (Queriniana, Brescia 1974).

«L’origine del carnevale», spiega Ratzinger, «è senza dubbio pagana: culto della fecondità ed evocazione di spiriti vanno insieme. La chiesa dovette insorgere contro questa idea e parlare di esorcismo che scaccia i demoni i quali rendono gli uomini violenti e infelici. Ma dopo l’esorcismo emerse qualcosa di nuovo, completamente inaspettato, una serenità sdemonizzata: il carnevale fu messo in relazione con il mercoledì delle ceneri, come tempo di allegria prima del tempo della penitenza, come tempo di una serena autoironia che dice allegramente la verità che può essere molto strettamente congiunta con quella del predicatore della penitenza. In tal modo il carnevale, una volta sdemonizzato, nella linea del predicatore veterotestamentario può insegnarci: “C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere…” (Qo 3,4)».

Per questo, nota il Papa emerito, «anche per il cristiano non è sempre allo stesso modo tempo di penitenza. C’è anche un tempo per ridere. L’esorcismo cristiano ha distrutto le maschere demoniache, facendo scoppiare un riso schietto e aperto. Sappiamo tutti quanto il carnevale sia oggi non raramente lontano da questo clima e in qualche misura sia diventato un affare che sfrutta la tentabilità dell’uomo. Regista è mammona e i suoi alleati. Per questo noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria. La lotta contro i demoni e il rallegrarsi con chi è lieto sono strettamente uniti: il cristiano non deve essere schizofrenico, perché la fede cristiana è veramente umana».

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Contemplare il Volto Santo, via per salvare le anime

Posté par atempodiblog le 25 février 2020

Contemplare il Volto Santo, via per salvare le anime
Oggi, nel giorno che precede il Mercoledì delle Ceneri, ricorre la festa del Volto Santo, ancora poco diffusa e tuttavia richiesta da Gesù e dalla Madonna nelle rivelazioni alla beata Maria Pierina de Micheli. «Chi mi contempla, mi consola», le disse il Signore, rivelandole che così molte anime si salveranno. Perché tale devozione infonde amore in chi la pratica, riparando gli oltraggi che Gesù subì nel Suo Volto Santo durante la Passione e che oggi continua a subire nell’Eucaristia.
di  don Giorgio Maria Faré (Sacerdote e Carmelitano Scalzo) – La nuova Bussola Quotidiana

Contemplare il Volto Santo, via per salvare le anime dans Fede, morale e teologia Maria-Pierina-de-Micheli

“Nessuno mi dà un bacio di amore in volto per riparare il bacio di Giuda?”. È il Venerdì Santo del 1902 e la non ancora dodicenne Giuseppina de Micheli ode queste parole provenire dal Crocefisso che si accinge ad adorare insieme agli altri fedeli. È il primo degli inviti che Gesù misticamente le rivolge per orientarla verso una devozione speciale per il Santo Volto. La giovanissima Giuseppina corrisponde immediatamente, scoccando un bacio sul volto del crocefisso di legno.

Passano gli anni, Giuseppina diventa suor Maria Pierina, novizia nella Congregazione delle Suore Figlie dell’Immacolata di Buenos Aires. Nella notte tra il Giovedì e il Venerdì Santo del 1915, mentre è in cappella per riparare il tradimento di Giuda, di nuovo ode la voce: “Baciami”. E quando le sue labbra sfiorano il Crocefisso non sentono la fredda statua ma il vero volto di Gesù. Rimane in estasi d’amore fino al mattino, quando la superiora la chiama. Sempre più infiammata d’amore avverte l’urgenza di riparare gli oltraggi che il Volto di Gesù ricevette nella Passione e che continua a ricevere nel Santissimo Sacramento.

Nel 1936 suor Pierina è superiora della casa di Milano. Gesù inizia a rivelarle i contorni della devozione al suo Volto, così come Egli desidera sia instaurata. Durante l’adorazione notturna del primo venerdì di Quaresima, Gesù le appare “col Volto velato di profonda tristezza” dicendo: “Voglio che il mio Volto che riflette le intime pene del mio animo, il dolore e l’amore del mio Cuore sia più onorato. Chi mi contempla, mi consola”. Pochi giorni dopo Gesù aggiunge: “Ogni volta che si contempla il mio Volto, io verserò il mio amore nei cuori e per mezzo del mio Santo Volto, si otterrà la salvezza di tante anime”.

Il primo martedì del 1937 Gesù rassicura: “Potrebbe essere che alcune anime temano che la devozione e il culto al mio S. Volto, diminuiscano quella al mio Cuore. Di’ loro che, al contrario, sarà completata e aumentata. Contemplando il mio Volto, le anime parteciperanno alle mie pene, sentiranno il bisogno di amare e di riparare, non è forse questa la vera devozione al mio Cuore?”.

Il beato Ildefonso Schuster, cardinale e arcivescovo di Milano, a conoscenza delle rivelazioni di Gesù, dona alla comunità di Madre Pierina un quadro con l’immagine del Volto di Gesù tratta dalla Santa Sindone di Torino, opera del fotografo pontificio Giuseppe Brunner. Il quadro viene affisso nella cappella delle Suore nel martedì che precede l’inizio della Quaresima, l’1 marzo 1938.

Il 31 maggio 1938, durante la preghiera in cappella, Madre Pierina riceve la visita della Vergine Maria, che le porge uno scapolare composto da due rettangoli di lana bianca uniti da cordoncini. Su un rettangolo c’è l’immagine del Volto Santo, circondata dalle parole “Illumina, Domine, Vultum Tuum super nos” (Fa’ risplendere, Signore, il Tuo Volto su di noi). Sull’altro c’è un’Ostia circondata da raggi con le parole “Mane nobiscum, Domine” (Resta con noi, Signore).

La Madonna le dice: “Ascoltami bene e riferisci tutto esattamente al Padre confessore: questo scapolare è un’arma di difesa, uno scudo di fortezza, un pegno di amore e di misericordia che Gesù vuol dare al mondo, in questi tempi di sensualità e di odio contro Dio e contro la Chiesa. Si tendono reti diaboliche per strappare la fede dai cuori. Il male dilaga. I veri apostoli sono pochi, è necessario un rimedio divino e questo rimedio è il Santo Volto di Gesù! Tutti quelli che indosseranno uno scapolare come questo e faranno, potendo, una visita ogni martedì al SS. Sacramento per riparare agli oltraggi che ricevette il Santo Volto del mio Figlio Gesù durante la sua Passione e che riceve ogni giorno nel Sacramento Eucaristico, verranno fortificati nella fede, pronti a difenderla ed a superare tutte le difficoltà interne ed esterne; di più faranno una morte serena, sotto lo sguardo amabile del mio Divin Figlio”.

Scrive Madre Pierina: “… si incominciò a diffondere sempre più la devozione, in modo particolare nel Martedì secondo il desiderio di Nostro Signore. Si sentì allora il bisogno di far coniare una medaglia, copia dello scapolare presentato dalla Madonna”[1].

Per far realizzare la medaglia Madre Pierina chiede e ottiene di utilizzare proprio l’immagine del fotografo Brunner. Confida infatti ad una delle sue suore: “Ho preferito questa immagine ad altre perché è la più somigliante a Gesù”.

La Provvidenza fornisce gli aiuti economici per la prima diffusione gratuita delle medaglie e di pari passo si scatena la furia del demonio: “Il nemico è rabbioso di questo e ha disturbato e disturba in tanti modi. Più volte durante la notte ha buttato a terra pei corridoi e per le scale le medaglie, stracciato immagini, minacciando e calpestando”.

Il 21 novembre 1938, durante l’adorazione notturna, Gesù le si mostra grondante di sangue: «Vedi come soffro? Eppure da pochissimi sono compreso. Quante ingratitudini anche da parte di quelli che dicono di amarmi! Ho dato il mio Cuore come oggetto sensibile del mio grande amore per gli uomini, e do il mio Volto come oggetto sensibile del mio dolore per i peccati degli uomini e voglio che sia onorato con una festa particolare nel martedì di Quinquagesima [il giorno precedente il Mercoledì delle Ceneri, ndr], festa preceduta da una novena in cui tutti i fedeli riparino con me, unendosi alla partecipazione del mio dolore».

Grazie al favore di Papa Pio XII, che ricevette due volte Madre Pierina in udienza, la devozione al Santo Volto poté diffondersi. Oggi la Festa del Santo Volto viene celebrata non solo nella Congregazione di Madre Pierina ma anche dai Monaci Benedettini Silvestrini dei quali faceva parte l’abate Ildebrando Gregori, direttore spirituale di Madre Pierina, e nella Congregazione Benedettina delle Suore Riparatrici del Santo Volto di N.S.G.C. da questi fondata.


[1] Madre Pierina fece coniare una medaglia, anziché lo scapolare, in obbedienza al confessore. Tuttavia, il 7 aprile 1943 volle chiedere rassicurazioni alla Madonna: «Vedi, io sono sempre in pena, perché tu mi hai mostrato uno scapolare e le tue promesse sono per chi indossa lo scapolare, non la medaglia». Le rispose la Vergine: «Figlia mia, sta’ tranquilla che lo scapolare è supplito dalla Medaglia, con le stesse promesse e favori: c’è solo da diffonderla sempre più. Ora mi sta a cuore la festa del Volto Santo del mio Divin Figlio. Dillo al Papa che tanto mi preme».

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Sicilia, tutti in processione per la pioggia

Posté par atempodiblog le 25 février 2020

Sicilia, tutti in processione per la pioggia
L’Isola nella morsa della siccità, sfilano a centinaia. I riti antichi ai tempi delle app. «Ma non è magia»
di Salvo Toscano – Corriere della Sera

Sicilia, tutti in processione per la pioggia dans Apparizioni mariane e santuari Sicilia

In Sicilia non piove, i terreni rischiano di andare in malora e allora si torna a chiedere, come si faceva una volta, aiuto al Padreterno. Succede ancora, ai tempi delle app e dei modelli matematici che sezionano il meteo fino all’ultimo dettaglio, nella Sicilia profonda, dove in questi giorni si moltiplicano le processioni di penitenza per chiedere la pioggia. Una prassi che certamente parla della disperazione degli agricoltori isolani alle prese con una siccità e un caldo fuori stagione che minacciano effetti disastrosi; ma che squarcia il tempo e riporta a epoche lontane.

Antica tradizione
Domenica in seicento si sono raccolti in preghiera nel Nisseno, vicino a Marianopoli, in quello che è tradizionalmente il granaio della Sicilia. Dove si è organizzata una processione per «invocare» la pioggia, con la partecipazione della Diocesi, rinnovando l’antica tradizione delle rogazioni, preghiere, atti di penitenza e processioni propiziatorie. La processione è partita dal Santuario del Signore di Bilici (che è meta di pellegrini durante tutto l’anno), dopo la messa ad petenda pluviam («per chiedere la pioggia») celebrata dal vicario generale, monsignor Giuseppe La Placa. I fedeli, accorsi anche dai comuni vicini, hanno portato in processione il Crocifisso di Bilici e il protettore degli agricoltori Sant’Antonio Abate, per implorare la fine della siccità. «Durante l’omelia ho detto che non è un rito magico o una superstizione — spiega al Corriere il monsignore —. Per prima cosa chiediamo al Signore che ammorbidisca il nostro cuore con la pioggia della sua grazia. Tutto si rifà sempre a una catechesi che mira soprattutto a far crescere la fede delle persone». Nel Vallone in provincia di Caltanissetta l’attività principale è l’agricoltura e il rischio di un raccolto magrissimo spaventa i contadini. «Sono preoccupatissimi, per la semina del grano serve la pioggia», dice monsignor La Placa, che ricorda come per secoli la Chiesa abbia celebrato regolarmente questo tipo di momenti di preghiera. Iniziative analoghe si sono svolte in questi giorni anche in altre parti della Sicilia. Una processione penitenziale è partita nei giorni scorsi dalla chiesa degli Agonizzanti di Carini e si è snodata per le vie del paese in provincia di Palermo per chiedere la pioggia. Si è pregato in processione anche nel Trapanese, a Gibellina e a Poggioreale, con invocazioni a Sant’Antonio da Padova.

Alto rischio
La situazione nei campi siciliani si sta facendo drammatica. Il problema riguarda anche altre regioni. Ma desta più preoccupazione al Sud, come spiega al Corriere il meteorologo Luca Mercalli: «A Nord la mia esperienza mi dice che in primavera si potrebbe ripianare questo deficit. Al Sud la situazione è più complicata, perché lì la stagione delle piogge è l’inverno. Se non riusciamo a ripristinare un equilibrio nel giro di un mese per il Sud potrebbe essere una situazione più rischiosa». E allora, si torna a pregare. «Lo troviamo tutti pre-scientifico — spiega Fabio Lo Verde, docente di sociologia all’Università di Palermo — però dobbiamo anche comprendere che le tradizioni cambiano con molta più lentezza rispetto ai modelli cognitivi a cui si ancorano i gruppi sociali quando devono trovare risposte a domande a cui non sanno rispondere». E da un punto di vista sociologico, le preghiere per la pioggia, svolgono comunque un loro ruolo: «Sono pratiche rituali — spiega Lo Verde — che hanno fondamentalmente l’obiettivo di fare comunità attorno a un problema. L’obiettivo vero, sociologicamente rilevante, è che questi sono momenti in cui ci si rinsalda attorno a un problema importante. E questo consente di affrontare le difficoltà con uno spirito differente».

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Don Gabriele e la Messa che il Coronavirus non fermerà

Posté par atempodiblog le 24 février 2020

Don Gabriele e la Messa che il Coronavirus non fermerà
«Ieri, dinanzi al tabernacolo e alla statua dell’Assunta, anch’io ho pianto. Quando sentirete suonare le campane della Messa, unitevi al sacerdote che offrirà il Sacrificio del Signore per tutti. Uscirò sul sagrato della parrocchiale benedicendo con Santissimo Sacramento tutta la parrocchia e tutto il paese». La toccante lettera del parroco di Castiglione d’Adda ai “fedeli nella prova”: continua a celebrare nonostante la sospensione e offre il sacrificio per la sua gente.
di Andrea Zambrano – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

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Dopo il lodigiano e il cremonese anche nella Diocesi di Milano il vescovo ha disposto la sospensione delle Messe con concorso di popolo a causa dell’epidemia di Coronavirus. Si tratta di misure gravi e clamorose alle quali i fedeli devono sottostare con pazienza e fede. Ma se le Messe pubbliche sono sospese e si è sollevati dal precetto (ma si tratta comunque di un provvedimento discutibile, leggi QUA), è bene ricordare che questo non significa che i preti non possano e non debbano comunque celebrare le Sante Messe anche senza fedeli.

In quest’ottica, sta facendo il giro delle chat di Whatsapp un messagio audio di don Gabriele Bernardelli, parroco di Castiglione d’Adda, che ha scritto un messaggio ai suoi fedeli nel quale ha detto loro che continuerà a celebrare Messa e a benedirli sul sagrato della chiesa con il Santissimo. Si tratta di un gesto di grande fede che dà il valore della Messa, che non è un servizio da togliere a piacimento a seconda delle evenienze.

È un gesto commovente che richiama alla memoria una celebre scena del film “Don Camillo e Peppone” che rievoca l’alluvione del ’51 quando la Bassa reggiana e parmense, fino al Polesine, furono allagate. Nel corso del film, la popolazione fugge dalle case all’arrivo dell’acqua e si rifiugia oltre l’argine dove si accampa in attesa che le acque si ritirino. Con Brescello completamente allagata, la chiesa sottosopra invasa dalle acque e Peppone nella piazza del paese che va in barca, va in scena una delle immagini più commoventi della serie nata dalla penna di Giovannino Guareschi. 

Don Camillo ha appena finito di celebrare Messa e dispone gli altoparlanti in modo che i suoi fedeli possano ascoltare al di là del fiume. E dice così: «Fratelli, sono addolorato di non poter celebrare l’ufficio divino con voi, ma sono vicino a voi per elevare una preghiera nell’alto dei Cieli. Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case, un giorno però le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. E allora con la fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili, con la tenacia che Dio ci ha dato, ricominceremo a lottare perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli e perché la miseria sparisca dai nostri Paesi e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere così tutto sarà più facile e il nostro Paese diventerà un piccolo paradiso in terra. Andate fratelli, io rimango qui per salutare il primo sole che porterà a voi lontani, con la voce delle nostre campane, il lieto annuncio del risveglio».

Le parole di don Gabriele ci richiamano la stessa intensità e la stessa drammaticità. Ma anche la stessa certezza che il Signore della vita può portare il sole dove oggi c’è angoscia e timore.

E ci ricordano che la Messa si fa per Dio, quindi la presenza o meno dei fedeli è subordinata a questo. Sarebbe un dramma se i preti intendessro queste disposizioni come un tana liberi tutti, una vacanza inaspettata dai propri doveri che sono primariamente il culto di Dio. 

Ecco le parole di don Gabriele, le pubblichiamo perché siano da sprone ad altri parroci colpiti dalle misure interdittive a fare altrettanto e a non spezzare la catena che ci lega al Cielo attraverso il Santo Sacrificio dell’altare per continuare a chiedere protezione e salvezza.  

AI MIEI FEDELI NELLA PROVA
Cari fratelli e sorelle, nessuno di noi, forse, avrebbe mai pensato di trovarsi nella situazione nella quale, invece, siamo venuti a trovarci. Il nostro animo è frastornato, l’emergenza sembrava così lontana. Invece è qui, in casa nostra. Anche questo fatto ci porta a considerare come nel mondo siamo ormai un’unica grande famiglia. Ora ci dobbiamo attenere alle indicazioni che le autorità preposte hanno stabilito, tra cui la cessazione della celebrazione della Santa Messa. È facile, in questa situazione, lasciarsi andare spiritualmente, diventando apatici nei confronti della preghiera, ritenuta inutile.

Vi invito, invece, cari fratelli e sorelle, ad incrementare la preghiera, che sempre apre le situazioni a Dio. Ci rendiamo conto, in congiunture come la presente, della nostra impotenza, perciò gridiamo a Dio la nostra sorpresa, la nostra sofferenza, il nostro timore. Mi è venuto in mente, ieri, il brano che si legge il Mercoledì delle Ceneri, tratto dal profeta Gioele, laddove si dice: «Tra il vestibolo e l’altare, piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: “Perdona, Signore, al tuo popolo”». Non ho vergogna a dirvi che ieri, dinanzi al tabernacolo e alla statua dell’Assunta, anch’io ho pianto. E vi chiedo di innalzare con me al Signore il grido della nostra preghiera. Pregare significa già sperare. Vi ricordo tutti nell’Eucaristia quotidiana e con me don Manuel, don Gino e don Abele.

Quando sentirete suonare le campane della Messa, unitevi al sacerdote che offrirà il Sacrificio del Signore per tutti. Domani mattina, dopo la Messa che celebrerò alle 11.00, uscirò sul sagrato della parrocchiale benedicendo con il Santissimo Sacramento tutta la parrocchia e tutto il paese. Ricordiamo soprattutto quanti sono stati contagiati dal virus e i loro familiari, affinché non si scoraggino, ma anche tutti gli operatori sanitari che si stanno spendendo per far fronte al contagio.
Stiamo uniti nella preghiera. Il vostro parroco, don Gabriele.

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La campagna social #JeNeSuisPasUnVirus. “Sono cinese, ma non sono un virus”

Posté par atempodiblog le 22 février 2020

La campagna social #JeNeSuisPasUnVirus. “Sono cinese, ma non sono un virus”
L’appello pubblicato su Twitter da Lou Chengwang è diventata una campagna social, per lottare contro la psicosi generata dal coronavirus, ai danni degli asiatici
Tratto da: HuffPost

La campagna social #JeNeSuisPasUnVirus. “Sono cinese, ma non sono un virus” dans Articoli di Giornali e News Io-non-sono-un-virus

“Sono cinese, ma non sono un virus. Capisco che tutti abbiano paura, ma non abbiate pregiudizi, per favore”.

È cominciata così. Con una foto su Twitter e un foglio di carta in mano. “Je ne suis pas un virus”, recita la scritta sul foglio, diventata poi un hashtag: io non sono un virus. L’appello pubblicato da Lou Chengwang è diventata una campagna social, per lottare contro la psicosi generata dal coronavirus, ai danni degli asiatici.

Lo slogan è un richiamo al “Je suis Charlie”, lanciato nel 2015 dopo l’attentato terroristico di Parigi. Dalla Francia si leva un nuovo coro, per mettere fine agli episodi di razzismo e intolleranza di cui sono vittime i cinesi in questi giorni.

L’Associazione dei giovani cinesi di Francia (Ajcf) ha denunciato una serie di episodi iniziati da quando i media hanno cominciato a parlare del fenomeno.  Offese, battute, insulti, pregiudizi, alimentati anche dai media: il quotidiano regionale “Le Courrier Picard”, alcuni giorni fa titolava in prima pagine “Allarme giallo”.

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Il coronavirus, Santa Giacinta di Fatima e San Giovanni Bosco

Posté par atempodiblog le 22 février 2020

Il coronavirus, Santa Giacinta di Fatima e San Giovanni Bosco
La diffusione della infezione da coronavirus ci fa giustamente molto paura, ci mette angoscia. Tutta la nostra fiducia nelle nostre capacità tecniche e nella potenza della scienza viene velata dal dubbio. Eppure nel passato vi sono state pestilenze e santi. Cosa ci hanno insegnato?
Ecco un articolo di Donal Anthony Foley, pubblicato su The Wandererche ci parla di  Santa Giacinta di Fatima e San Giovanni Bosco nella traduzione di Sabino Paciolla

di Sabino Paciolla – Il blog di Sabino Paciolla

Tutta la nostra confidenza in Maria dans Citazioni, frasi e pensieri San-Giovanni-Bosco

Per una di queste curiose coincidenze, l’attuale minaccia del coronavirus cinese è venuta alla ribalta proprio mentre si celebra il centenario della morte di Santa Giacinta di Fatima, una morte che può essere attribuita alle complicazioni derivanti dalla pandemia di influenza spagnola che afflisse il mondo tra il gennaio 1918 e il dicembre 1920. Si pensa che questa malattia abbia contagiato fino a 500 milioni di persone in tutto il mondo e abbia causato tra i 50 e i 100 milioni di morti.

Santa Giacinta è stata l’esempio perfetto di come comportarsi di fronte alla morte in giovane età. La Madonna le aveva detto che avrebbe dovuto andare in due ospedali ma non sarebbe stata curata, piuttosto avrebbe sofferto di più per amore di Dio, per la conversione dei peccatori e per rimediare ai peccati contro il Cuore Immacolato di Maria.

Dopo aver sopportato un dolore costante e un’operazione per rimuovere due costole malate con il solo anestetico locale, Giacinta finalmente morì il 20 febbraio 1920. In questo, la giovane santa ci ha lasciato un esempio meraviglioso dell’importanza della conformità alla volontà di Dio, in quanto era disposta ad accettare la morte particolare che Egli voleva per lei, indipendentemente da quanto potesse essere solitaria e dolorosa.

L’insorgenza del coronavirus, invece, anche se forse pericolosa, non è necessariamente mortale, anche se ci sono stati migliaia di casi confermati durante l’attuale epidemia, e centinaia di persone sono di fatto morte. Coloro che lo contraggono soffrono di una grave infezione respiratoria e hanno sintomi che includono febbre e tosse secca.

La malattia si sta diffondendo rapidamente, ma al momento non è possibile dire se diventerà un fenomeno mondiale come l’influenza spagnola. Ma data l’interconnessione del mondo moderno, c’è sicuramente la possibilità che ciò accada.

Dobbiamo sperare e pregare sinceramente che non sia così, ma la possibilità fa sorgere la domanda: cosa possiamo fare se diventa più grave, non solo dal punto di vista pratico ma anche con mezzi spirituali?

Per quanto riguarda le questioni pratiche, è ovviamente ragionevole seguire i più recenti consigli medici, e prendere precauzioni prudenti per evitare l’esposizione al virus – laddove possibile.

Ma possiamo anche combattere le malattie minacciose in senso spirituale, come nel caso di San Giovanni Bosco nel XIX secolo.

Questo santo incredibile, il cui Oratorio e altre opere avevano sede a Torino, nel nord Italia, è stato il fondatore dei Salesiani, un ordine dedicato all’educazione dei giovani. Fu una delle figure spirituali più alte della sua epoca, un miracolato e un fidato confidente dei Papi Pio IX e Leone XIII. Era particolarmente noto per la sua profonda devozione alla Santa Vergine, sotto il titolo di “Maria Ausiliatrice”.

Prima dell’avvento della medicina moderna, il colera era una malattia particolarmente pericolosa e spesso mortale, e il santo aveva infatti profeticamente detto ai suoi ragazzi, nel maggio 1854, che Torino sarebbe stata colpita da un’epidemia; ma li confortava dicendo che se avessero fatto come diceva lui sarebbero stati al sicuro. Il consiglio che diede loro era semplice ma alla fine molto efficace: evitare il peccato, indossare una medaglia benedetta della Beata Vergine e ricorrere alla preghiera.

Proprio come aveva predetto, nel luglio 1854 in Italia scoppiò il colera. I sintomi e le conseguenze scoraggianti di questa malattia divennero presto evidenti, cioè vomito e dolori addominali, diarrea, crampi muscolari e, cosa più spaventosa di tutte, un tasso di mortalità molto elevato, fino al sessanta per cento.

Non appena Torino iniziò a essere colpita dalla malattia, Don Bosco adottò misure precauzionali, tra cui la pulizia di tutta la casa e la riduzione del numero di letti in ogni stanza. Ma andò oltre e, inginocchiato davanti all’altare, offrì la sua vita, se necessario, purché i suoi alunni potessero essere risparmiati da questo flagello.

Le autorità istituirono ospedali di fortuna, i lazzaretti, nel tentativo di far fronte alla malattia, ma trovarono molto difficile assumere personale, tale era la paura generale del colera.

La sera di sabato 5 agosto, festa della Madonna della Neve, parlò ai suoi alunni, sottolineando il potere della Madonna nel combattere la malattia, sia che fosse dovuta al contagio naturale, sia che si trattasse di una pestilenza mandata da Dio per punire il popolo per i suoi peccati. Parlò anche di come Lei fosse una sostenitrice immensamente potente, la Madre di Misericordia, che solo lei poteva aiutarli.

Soprattutto, disse ai suoi ragazzi che la migliore protezione era quella di fare una buona confessione e poi ricevere degnamente la Santa Comunione, e continuò dicendo che se si fossero messi in stato di grazia, e non avessero commesso peccato mortale, promise che nessuno di loro sarebbe stato colpito dalla malattia. Questa promessa ebbe un impatto enorme e il comportamento dei ragazzi divenne esemplare.

Devozione instancabile
Poi don Bosco e i suoi sacerdoti si impegnarono nella cura delle vittime della malattia in loco, e decise di chiedere ancora di più ai suoi alunni. Parlò loro in modo commovente dello stato di miseria a cui erano ridotte molte vittime del colera, e di come alcuni di loro erano morti perché non c’era nessuno che si occupasse di loro. Spiegò quanto fosse caritatevole impegnarsi in questo lavoro, anche a rischio personale, e finì chiedendo volontari tra loro perché aiutassero in quell’opera di misericordia. Il risultato fu che più di quaranta dei suoi ragazzi si offrirono volontari.

Furono rapidamente istruiti sui loro compiti e, mettendosi sotto la cura della divina Provvidenza, si misero al lavoro nelle condizioni più difficili che si potesse immaginare. Furono divisi in quattro gruppi e furono loro affidati quattro compiti: di aiutare nei lazzaretti; aiutare le vittime nelle loro case; cercare le persone che erano state abbandonate dai loro parenti, e un ultimo gruppo era di turno all’oratorio, aspettando giorno e notte per sapere dove sarebbe stato necessario il loro prossimo intervento.

Don Bosco era un grande esempio per tutti loro con la sua instancabile devozione ai malati e ai moribondi, ma i ragazzi dovevano comunque superare una grande ripugnanza nell’affrontare le vittime dell’epidemia, che spesso si contorcevano per il dolore e le terribili convulsioni, con schiuma alla bocca.

Questo andò avanti per oltre due mesi e lasciò i ragazzi completamente esausti, ma alla fine il peggio dell’epidemia di colera passò, e proprio come aveva promesso don Bosco, nessuno dei ragazzi prese la malattia.

La lezione che ci viene poi impartita dall’epidemia di colera a Torino nel 1854 è sicuramente che il miglior antidoto al coronavirus, o a qualsiasi altra simile minaccia per la salute, è quello di rimanere in uno stato di grazia, di pregare con fervore, e in particolare di avere una vera devozione alla Santa Vergine – espressa praticamente nell’indossare una medaglia benedetta a Lei dedicata, come la medaglia miracolosa.

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Don Luigi Giussani: il suo sguardo penetrava l’anima

Posté par atempodiblog le 22 février 2020

Don Luigi Giussani: il suo sguardo penetrava l’anima
Celebrazioni in tutto il mondo in memoria del carismatico fondatore di Comunione e Liberazione, innovativo educatore, instancabile animatore sociale, scomparso 15 anni fa a Milano. Il ricordo di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL e successore di don. Luigi Giussani alla guida del movimento.
di Roberta Gisotti – Vatican News

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“Cercava la bellezza e ha trovato Cristo” e da questo incontro ha tratto la linfa vitale per entusiasmare generazioni di giovani dal dopoguerra ad oggi, a 15 anni dalla sua morte a Milano, arrivata dopo una lunga e sofferta malattia, il 22 febbraio del 2005, all’età di 83 anni. Nato a Desio, nella Brianza, a nord di Milano, figlio di Beniamino disegnatore e intagliatore, socialista e di Angelina, operaia tessile, cattolica; a soli 11 anni, Luigi Giovanni Giussani, entra nel Seminario minore di Venegono. Sacerdote a 23 anni, chiede di insegnare religione al liceo statale Berchet, lo fa per 13 anni, poi diviene ordinario di Teologia all’Università cattolica di Milano, cattedra che mantiene fino al 1990.

Il rapporto vitale con gli studenti
E’ nel clima studentesco, a cavallo degli anni ’50-’60 pieno di fervori, che il giovane don Luigi getta le basi per la nascita del movimento di Comunione e Liberazione, proprio nelle scuole superiori, dove già operava – collegata all’Azione cattolica – Gioventù Studentesca, che prende slancio dagli insegnamenti del giovane sacerdote sul senso religioso e la ragionevolezza della fede, sulla pedagogia di Gesù nel rivelarsi e sulla natura della Chiesa come continuità di presenza di Cristo nella storia. Sono anni di rinnovato attivismo dei giovani cattolici, che impatteranno poi nella contestazione sessantottina, che indurrà diversi di loro ad abbandonare l’esperienza cristiana per aderire al Movimento studentesco.

Nasce Comunione e Liberazione
I tempi sono maturi per rilanciare l’impegno originale dei giovani cattolici in una proposta educativa incentrata sulla fede cristiana, che prosegue durante l’intero arco della vita, non si esaurisce ma si rinnova sempre nell’ascolto del Vangelo e si approfondisce in ogni ambito della vita quotidiana. Con questo intento nasce nel 1969 il nome di Comunione e Liberazione, movimento che si diffonderà ben presto in tutti gli spazi sociali, scuola, università, parrocchie, fabbriche e altri luoghi di lavoro, spesso sfidando contesti culturalmente e politicamente ostili.

L’espansione tumultuosa del movimento
Un cammino segnato negli anni ’70-‘80 da un’espansione tumultuosa del movimento in Italia e all’estero. Oggi CL è presente in una novantina di Paesi nei cinque continenti, senza che sia richiesta ai membri alcuna adesione formale. “Ho giocato tutto sulla libertà”, ricordava spesso don Luigi, che pure non ignorava i rischi e le derive possibili per il Movimento, in senso intellettuale, organizzativo, politico, richiamando continuamente la ‘vera natura’ di CL: la fede vissuta nella comunione quale fondamento dell’autentica liberazione dell’uomo.

Valorizzare il vero, il bello, il buono, il giusto
Illuminanti le sue parole, l’anno prima della morte, quando chiariva come avesse inteso il suo ruolo di ‘educatore al cristianesimo’: “Non solo non ho mai inteso ‘fondare’ niente, ma ritengo che il genio del Movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta. E forse proprio questo ha destato possibilità imprevedibili di incontro con personalità del mondo ebraico, musulmano, buddista, protestante e ortodosso, dagli Stati Uniti fino alla Russia, in un impeto di abbraccio e di valorizzazione di tutto ciò che di vero, di bello, di buono e di giusto rimane in chiunque viva un’appartenenza”.

La Scuola di Comunità e la Fraternità
Tra le realtà più rilevanti nate intorno al Movimento, sono la Scuola di comunità e la Fraternità di Comunione Liberazione, Associazione riconosciuta dalla Chiesa universale nel 1982, che vede l’impegno dei membri a vivere la fede come cammino nella santità, secondo il metodo trasmesso da don Giussani. Oggi conta oltre 65 mila fedeli nel mondo.

Il Meeting di Rimini e il Banco Alimentare
Grande popolarità in Italia hanno riscosso due iniziative che vedono il coinvolgimento di centinaia di migliaia di volontari che animano il Meeting di Rimini, dedicato ogni anno al dibattito pubblico su tematiche di attualità che interpellano la società civile e la comunità ecclesiale e il Banco Alimentare che raccoglie generi alimentari e recupera le eccedenze della produzione agricola e industriale per distribuirle a strutture caritative sparse sul territorio.

L’entusiasmo e l’inesauribile carisma del fondatore
Una vita intensa di preghiera, di impegni sociali, di viaggi, di incontri in tutto il mondo, di inesauribile carisma ed entusiasmo per ogni espressione dell’arte. A soli sette anni dalla scomparsa, nel 2012 si è aperta causa di beatificazione e canonizzazione di don Luigi Giussani, la cui tomba nel Cimitero monumentale di Milano è meta di devozione e preghiera da parte di tantissimi che lo hanno conosciuto, hanno apprezzato la sua opera pastorale ed hanno beneficiato delle sue innegabili doti umane e spirituali. Tra questi è don Julián Carrón, il suo successore alla guida del movimento di Comunione e Liberazione, presidente della Fraternità di CL, docente di teologia all’Università cattolica di Milano.

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La catechesi e la bellezza di Dio

Posté par atempodiblog le 16 février 2020

La catechesi e la bellezza di Dio
+ Bruno Forte Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto

La catechesi e la bellezza di Dio dans Fede, morale e teologia Maria-e-il-Bambin-Ges
Madonna del Latte, XVIII sec., Santa Maria Maggiore, Vasto

Messaggio per la Quaresima e la Pasqua 2020

Dedico questo messaggio per la Quaresima 2020 alla catechesi, attività che impegna tutte le nostre comunità parrocchiali e che raggiunge la quasi totalità dei nostri ragazzi, in un contesto profondamente diverso rispetto anche a pochi anni fa, perché tante sono le sfide nuove (basti pensare all’oceano rappresentato dalla “rete” e alla sua presa sui giovani), mentre non pochi tendono ancora a fare catechesi come se nulla fosse cambiato. Ne consegue spesso una difficoltà comunicativa, dovuta anche alla notevole diversità di linguaggi fra chi fa catechesi e i ragazzi cui essa è rivolta, non senza una certa frustrazione per alcuni catechisti. Essere catechisti, però, è bello e può dare tanta gioia, perché vuol dire generare ed educare alla fede molti ragazzi, che potranno ricordare per la vita quanto sapremo loro trasmettere della bellezza di Dio e dell’amicizia con Gesù. Perciò vale la pena riflettere e verificarci insieme su questo compito, arduo e significativo. Risponderò a poche domande essenziali, confidando nello sviluppo e nell’approfondimento che i catechisti potranno fare dei vari punti con l’aiuto dei loro parroci e dell’Ufficio Catechistico Diocesano. Aiuti tutti noi in questo impegno la Vergine Maria, che come Madre tenerissima diede al Figlio, divino bambino, il latte per la crescita umana e quello prezioso della conoscenza delle Scritture…

1. Che cos’è la catechesi? La catechesi è l’azione con cui la Chiesa attua l’iniziazione alla fede e l’educazione ad essa dei battezzati, introducendoli alla celebrazione dei divini misteri e all’esperienza dell’amore di Dio in Gesù Cristo, per illuminare così e interpretare alla luce della rivelazione la loro vita e la storia. Rivolta a chi ha già ricevuto il primo annuncio della fede, la catechesi promuove e alimenta i cammini di iniziazione, crescita e maturazione nella fede. Come il suo stesso nome indica (il verbo greco “katechéin” vuol dire “risuonare”, “far risuonare”) la catechesi fa risuonare la Parola di Dio in coloro che hanno già accolto la fede, hanno cominciato il loro cammino di continua conversione al Signore e intendono approfondirlo. Scopo della catechesi è, dunque, formare i credenti ad ascoltare e vivere il Vangelo di Gesù, per esprimerlo sempre più nella testimonianza della fede, della speranza e della carità. In quanto educazione alla vita in Cristo e nella Chiesa, la catechesi riguarda tutte le dimensioni dell’esistenza, dall’adesione personale al Dio vivente all’accoglienza sempre più consapevole e fruttuosa dei contenuti della rivelazione. Essa ha la sua fonte nella Parola di Dio, trasmessa attraverso la vita e la voce della Chiesa e suscitatrice della fede, poiché «la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17). Attraverso la Parola di Dio è lo Spirito Santo a insegnare, rendendo possibile l’incontro con il Signore Gesù.
Ci chiediamo allora: l’idea e la pratica della catechesi che ci sforziamo di vivere corrispondono a ciò che la catechesi è chiamata ad essere secondo l’insegnamento della Chiesa?

2. Quali sono le fonti della catechesi? Se è alla Parola di Dio che la catechesi si alimenta, un ruolo peculiare nella fedele trasmissione e interpretazione di essa lo riveste il magistero della Chiesa, sotto la cui guida, «il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte» (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium 12). La liturgia è parimenti una fonte essenziale della catechesi, non soltanto per i contenuti che offre, ma anche e in modo peculiare per l’esperienza del Mistero che fa vivere: «La catechesi è intrinsecamente collegata con tutta l’azione liturgica e sacramentale, perché è nei sacramenti e, soprattutto, nell’Eucaristia che Gesù Cristo agisce in pienezza per la trasformazione degli uomini» (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae 23). Far prendere coscienza della ricchezza offerta nelle azioni liturgiche è compito della “mistagogia”, che è il cammino catechetico vissuto a partire dall’esperienza degli eventi sacramentali e dell’azione della Grazia divina in essi, per fare propri i doni ricevuti e trarne pieno frutto per la vita. Con la Parola di Dio e il Magistero ecclesiale, possono essere fonte feconda di catechesi gli esempi, le vite e gli scritti dei santi e dei martiri di ogni lingua e popolo. La teologia porta a sua volta un contributo importante al cammino catechetico mediante l’intelligenza critica dei contenuti della fede, approfonditi e ordinati sistematicamente. Anche la “via della bellezza”, attraverso tutte le possibili espressioni artistiche ispirate dalla fede, costituisce un prezioso accesso al dono del Padre fatto nel suo Figlio, “il bel pastore” (Gv 10,11), sotto l’azione dello Spirito Consolatore: si pensi all’incidenza catechetica dell’arte cristiana, sia figurativa, che letteraria o musicale.
Attingiamo i contenuti della nostra catechesi alla Parola di Dio, trasmessa e interpretata dal magistero della Chiesa, sotto la guida dei pastori e con l’aiuto di esperti biblisti, teologi e catecheti? Facciamo tesoro del nugolo di testimoni e di testimonianze che ci viene dalla storia della fede attraverso i secoli?

3. Quali i contenuti centrali della catechesi? Al centro di ogni itinerario di catechesi ci sono la persona e il messaggio di Gesù Cristo, principi unificatori e totalizzanti della vita dei credenti. Si può dire che «lo scopo definitivo della catechesi è di mettere non solo in contatto, ma in comunione, in intimità con Gesù Cristo: egli solo può condurre all’amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della santa Trinità» (Catechesi tradendae 5). La comunione con Cristo è il centro della vita cristiana e, di conseguenza, il centro dell’azione catechistica. La conoscenza credente del mistero di Cristo conduce alla confessione di fede nella Trinità Santa, unico Dio, che è Amore (1 Gv 4, 8.16), nell’unità del Padre, fonte dell’amore, del Figlio, che riceve e ricambia l’amore, e dello Spirito Santo, amore personale, donato e ricevuto nella reciprocità della relazione fra il Padre e il Figlio nella Trinità divina, unico Dio, eterno Amore. Chi per il primo annuncio accoglie Gesù Cristo e lo riconosce come Signore, inizia un processo, aiutato dalla catechesi, teso a sfociare nella confessione esplicita della Trinità. Sull’esempio di quanto ha fatto Gesù al fine di formare i suoi discepoli, la catechesi intende condurre alla conoscenza e alla pratica della fede rivelata in Cristo, insegnando a pregare e a celebrare i divini misteri, formando all’imitazione del Signore, mite e umile di cuore, e iniziando i discepoli alla vita di comunione con Lui e tra loro e alla missione verso l’intera famiglia umana. L’attenzione ai destinatari della catechesi esige poi che la presentazione del messaggio sia adattata alle diverse fasi della loro crescita.
È la nostra catechesi attenta a trasmettere fedelmente tutti i contenuti fondamentali della fede della Chiesa necessari alla salvezza offertaci in Gesù Cristo? È tale da adattarsi alle diverse fasi della crescita dei ragazzi cui ci rivolgiamo?

4. Per una formazione integrale del cristiano. La catechesi può definirsi, dunque, come «una formazione cristiana integrale, aperta a tutte le componenti della vita cristiana. In virtù della sua stessa dinamica interna, la fede esige di essere conosciuta, celebrata, vissuta e fatta preghiera. La catechesi deve coltivare ciascuna di queste dimensioni. La fede, però, si vive nella comunità cristiana e si annuncia nella missione: è una fede condivisa e annunciata. Pure queste dimensioni devono essere favorite dalla catechesi» (Benedetto XVI, Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, 17). In questa prospettiva si comprende l’importanza del coinvolgimento della famiglia nella catechesi dei figli, in quanto essa è chiamata ad essere per loro la prima scuola di umanità, di socialità, di vita ecclesiale e di fede: una catechesi rivolta alle famiglie per meglio responsabilizzarle nell’educazione cristiana dei figli appare quanto mai necessaria, anche se tante difficoltà si riscontrano nei tentativi di realizzarla adeguatamente. Non sarà mai abbastanza sottolineato il fatto che «l’approfondimento nella conoscenza della fede illumina cristianamente l’esistenza umana, alimenta la vita di fede e abilita altresì a rendere ragione di essa nel mondo. La consegna del simbolo, compendio della Scrittura e della fede della Chiesa, esprime la realizzazione di questo compito» (Congregazione per il Clero, Direttorio Generale per la Catechesi, 15 agosto 1997, 85). È quanto ci sforziamo di vivere nella nostra Chiesa diocesana attraverso l’opera generosa di tanti catechisti, impegnati nella trasmissione della fede: a significare questo sforzo veramente corale celebriamo la giornata della “traditio Symboli”, in cui il Vescovo a nome di tutta la comunità ecclesiale consegna ai cresimandi dell’anno il Simbolo degli Apostoli, confessione di fede “breve e grande”, come la definiva Sant’Agostino.
Ci chiediamo allora: viene vissuta fra noi la catechesi come formazione integrale alla vita cristiana in tutti gli aspetti che essa comporta, a partire dalla professione di fede accolta e confessata nella tradizione apostolica della Chiesa, testimoniata dalla comunità cristiana nel suo insieme?

5. L’impegno del catechista nella comunità tutta evangelizzante. Condurre alla conoscenza della fede non è un’operazione solo mentale: essa implica la testimonianza e il coinvolgimento personale del catechista, perché è solo credendo e amando che fede e carità possono essere trasmesse agli altri, specie a coloro che sono impegnati nel percorso catechetico. Sant’Agostino nel De catechizandis rudibus (Catechesi dei principianti) afferma: “Non c’è invito più grande ad amare che prevenire nell’amore” (4,7: “Nulla maior est ad amorem invitatio quam praevenire amando”). È amando che si insegna ad amare, è credendo e sperando che si comunicano la fede e la speranza. Per questo chi vive il servizio della catechesi deve essere anzitutto una persona dalla fede viva, nutrita di preghiera e attiva nella carità, che parla prima con l’eloquenza della vita e poi con le parole e si forma con impegno e dedizione al compito da svolgere, preparandosi con lo studio e la preghiera agli incontri di catechesi, vivendo un’intensa vita ecclesiale nella fedeltà a Cristo, alla Chiesa e ai suoi pastori, e camminando insieme con tutto il popolo di Dio, nell’apertura al respiro cattolico della comunione ecclesiale. Risulta, poi, di fondamentale importanza che i catechisti abbiano a cuore la comunione fra loro, superando rivalità, tensioni, gelosie, che possono essere sempre in agguato. La responsabilità di tutta la comunità cristiana in ordine alla catechesi va continuamente richiamata ed educata, per far sì che quanto in essa viene appreso dai ragazzi possa essere sperimentato nell’accoglienza di comunità vive nella fede e operose nella testimonianza del Vangelo e della carità vissuta. Anche le diverse aggregazioni ecclesiali devono sentirsi coinvolte in questo compito, in piena sintonia con l’azione pastorale delle parrocchie e della Chiesa diocesana.
Chiedo perciò ai nostri catechisti: vivete la vostra vita di fede in una intensa partecipazione alla vita ecclesiale, in piena comunione col Vescovo e i pastori da lui inviati nelle comunità parrocchiali?

6. La formazione permanente dei catechisti. La formazione permanente è un aiuto prezioso e necessario per chi vuole attuare al meglio questi compiti e deve essere costantemente promossa dal Vescovo, primo catechista della Chiesa diocesana, e dai suoi collaboratori, richiesta e seguita da chi è chiamato al servizio della catechesi. Essa deve coniugare momenti di preghiera e di spiritualità, aggiornamento teologico e pastorale, esperienze di vita ecclesiale sia nell’ambito catechetico, che in quello caritativo e di evangelizzazione. Il catechista si immedesimerà nella figura dei discepoli di Emmaus, che si lasciano illuminare dalla parola del divino Viandante, lo riconoscono alla mensa condivisa con Lui e vanno ad annunciare con entusiasmo che Lui è risorto e che essi lo hanno incontrato. In particolare, è importante che il catechista trasmetta la fede parlando con il cuore, come ci ha ricordato Papa Francesco al numero 144 della Evangelii Gaudium: “Parlare con il cuore implica mantenerlo non solo ardente, ma illuminato dall’integrità della Rivelazione e dal cammino che la Parola di Dio ha percorso nel cuore della Chiesa e del nostro popolo fedele lungo il corso della storia. L’identità cristiana, che è quell’abbraccio battesimale che ci ha dato da piccoli il Padre, ci fa anelare, come figli prodighi – e prediletti in Maria -, all’altro abbraccio, quello del Padre misericordioso che ci attende nella gloria. Far sì che il nostro popolo si senta come in mezzo tra questi due abbracci, è il compito difficile ma bello di chi predica il Vangelo”.
Ci chiediamo allora: viene promossa e attuata fra noi la formazione permanente dei catechisti? Viene partecipata con impegno dai catechisti, consapevoli di quanto essa sia necessaria sia sul piano dei metodi catechetici, che su quello dei contenuti da conoscere e approfondire sempre più e sempre meglio? Facendo catechesi ci sforziamo di parlare con il cuore, con ardore di fede e conoscenza illuminata, vivendo con sincera partecipazione la comunione ecclesiale?

7. Preghiera del catechista. Chiediamo tutto questo al Signore, con le parole del vescovo don Tonino Bello, catecheta irradiante della gioia cristiana, che ci accompagna dal cielo con la sua intercessione:

“Chiamato ad annunciare la tua Parola, aiutami, Signore, a vivere di Te e ad essere strumento della tua pace. Assistimi con la tua luce, perché i ragazzi che la comunità mi ha affidato trovino in me un testimone credibile del Vangelo. Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita, perché le parole, quando veicolano la tua, non suonino false sulle mie labbra. Esercita su di me un fascino così potente che io abbia a pensare come te, ad amare la gente come te, a giudicare la storia come te. Concedimi il gaudio di lavorare in comunione e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri, pretendo di fare la mia corsa da solo. Infondi in me una grande passione per la verità, e impediscimi di parlare in tuo nome se prima non ti ho consultato con lo studio e non ho tribolato nella ricerca. Salvami dalla presunzione di sapere tutto. Dal rigore di chi non perdona debolezze… Trasportami, dal Tabor della contemplazione, alla pianura dell’impegno quotidiano. E se l’azione inaridirà la mia vita, riconducimi sulla montagna del silenzio. Dalle alture… il mio sguardo missionario arriverà più facilmente agli estremi confini della terra. Affidami a tua Madre. Dammi la gioia di custodire i miei ragazzi come Lei custodì Giovanni. E quando, come Lei, anch’io sarò provato dal martirio, fa’ che ogni tanto possa trovare riposo reclinando il capo sulla sua spalla. Amen!” (Dio scommette su di noi. Pregare con Don Tonino Bello, Paoline, Roma 2019, 162-164).

+ Bruno
Padre Arcivescovo

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