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I 91 anni di Benedetto XVI e il senso della vecchiaia

Posté par atempodiblog le 16 avril 2018

I 91 anni di Benedetto XVI e il senso della vecchiaia
di Marco Mancini – ACI Stampa

I 91 anni di Benedetto XVI e il senso della vecchiaia dans Articoli di Giornali e News Bendetto_XVI

Papa Benedetto compie oggi 91 anni e continua a spendere la sua lunga vita per la Chiesa. In costante preghiera. Sta camminando – ce lo ha detto lui stesso – versa la meta e in questo pellegrinaggio tutta la Chiesa – a cominciare da Papa Francesco - sente la sua presenza rassicurante, silenziosa ed orante. Il Papa Emerito oggi sarà festeggiato dalla sua famiglia nel Monastero Mater Ecclesiae – ci sarà anche un piccolo omaggio musicale offerto da una rappresentanza della Guardia Svizzera.

Ma cosa significa la vecchiaia? Cosa vuole dire essere anziani? Ce lo ha spiegato lo stesso Benedetto XVI, nel novembre 2012, visitando una casa famiglia per anziani a Roma.

“E’ bello essere anziani! In ogni età – raccontava il Papa – bisogna saper scoprire la presenza e la benedizione del Signore e le ricchezze che essa contiene. Non bisogna mai farsi imprigionare dalla tristezza! Abbiamo ricevuto il dono di una vita lunga. Vivere è bello anche alla nostra età, nonostante qualche acciacco e qualche limitazione. Nel nostro volto ci sia sempre la gioia di sentirci amati da Dio, e non la tristezza”.

Con altre parole Benedetto XVI parlava di quella che Papa Francesco chiama la cultura dello scarto. Partendo dal presupposto che “la longevità è considerata una benedizione di Dio”, Papa Benedetto sottolineava che “oggi questa benedizione si è diffusa e deve essere vista come un dono da apprezzare e valorizzare. Eppure spesso la società, dominata dalla logica dell’efficienza e del profitto, non lo accoglie come tale; anzi, spesso lo respinge, considerando gli anziani come non produttivi, inutili. Tante volte si sente la sofferenza di chi è emarginato, vive lontano dalla propria casa o è nella solitudine. Penso che si dovrebbe operare con maggiore impegno, iniziando dalle famiglie e dalle istituzioni pubbliche, per fare in modo che gli anziani possano rimanere nelle proprie case”.

La vecchiaia – ribadiva Papa Benedetto – è portatrice di sapienza che “è una grande ricchezza. La qualità di una società, di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita! Quando la vita diventa fragile, negli anni della vecchiaia, non perde mai il suo valore e la sua dignità: ognuno di noi, in qualunque tappa dell’esistenza, è voluto, amato da Dio, ognuno è importante e necessario”.

La vecchiaia – concludeva il Papa – “è un dono anche per approfondire il rapporto con Dio” partendo dalla preghiera. L’anziano così diventa intercessore “presso Dio, pregando con fede e con costanza” e pregando l’anziano può “portare in questa nostra società, spesso così individualista ed efficientista un raggio dell’amore di Dio”.

Queste ultime parole di Benedetto XVI sono, in definitiva, ciò che dalla fine del suo pontificato ha fatto, fa e continuerà a fare. Una vita piena, una vita lunga, una vita di preghiera. Per la Chiesa, per il Papa, per ciascuno di noi.

Ad multos annos Santità.

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Perché i sostenitori della laïcité in Francia ce l’hanno con Macron. Ripasso

Posté par atempodiblog le 16 avril 2018

Perché i sostenitori della laïcité in Francia ce l’hanno con Macron. Ripasso
La fede nello stato e la legge del 1905 – Questa prima legge sulla libertà di coscienza aveva come sostrato la comune venerazione del sovrano da parte di cattolici e ugonotti ed è alla base dei successivi tentativi di trasferire il culto nazionale da Dio alla Francia
di Antonio Gurrado – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

Perché i sostenitori della laïcité in Francia ce l’hanno con Macron. Ripasso dans Articoli di Giornali e News Macron_e_la_stampa

Dopo il discorso di Emmanuel Macron sulla riparazione del legame rovinato fra chiesa cattolica e stato francese, l’indomito Jean-Luc Mélanchon ha commentato che non c’è ragione di rinsaldare un legame rotto un secolo fa. Si riferiva alla legge del 9 dicembre 1905 sulla separazione fra chiesa e stato, che dietro l’alto proclama della libertà di coscienza cela pagine di arrovellamenti da rigattiere sul destino dei beni mobili e immobili della Chiesa, salvo poi spingersi a stabilire il numero minimo di persone necessario a istituire un culto: sette (ma venticinque nelle città sopra i ventimila abitanti). È un ferrovecchio forse non più in grado di cogliere le sfaccettature del rapporto fra religione e politica, in un’epoca in cui la dimensione spirituale dell’uomo ritorna centrale nella definizione della sua identità; infatti, pur essendo in vigore da più di un secolo, è stata aggiornata compulsivamente a partire dal 2000.

Anche Manuel Valls è insorto individuando la legge del 1905 come solo fondamento della laïcité. Semplificazione drastica, in una nazione che ha reso politico proverbiale un cardinale, ha offerto ricetto a cattolici in rotta da oltremanica (da Thomas Becket a Giacomo II Stuart) e ha visto fra i più spietati sostenitori del Terrore un prete, il curérougeJacques Roux. In mille anni di storia ingarbugliata, in Francia lo stato si è sempre definito per mezzo del modello scelto per regolare i rapporti con la chiesa. L’intenzione di Macron nel rivolgersi alla conferenza episcopale sta nel tentativo di mutare questo modello specificando di non voler farsi promotore di una religione civile che innalzi lo stato sugli altari.

Dai Capetingi in poi possiamo individuare tre modelli convenzionali. Il primo è consistito nel costruire la Francia per mezzo di un’alleanza con la chiesa; oltre a San Luigi IX, che in due successive folli crociate ci rimise prima la libertà e poi la vita, i suoi campioni sono stati Filippo II Augusto, che perseguitò gli albigesi per accaparrarsi i territori meridionali all’epoca oltreconfine, e Luigi XIV, che con l’Editto di Fontainebleau intese plasmare la popolazione della Francia con una sistematica cacciata degli ugonotti. Il secondo modello è quello gallicano: nel 1301 Filippo IV il Bello fece arrestare per alto tradimento un vescovo che non aveva pagato tributi. La chiesa gallicana scindeva cittadino e sacerdote fondandosi su una doppia fedeltà, spirituale al Papa e temporale al sovrano; questa ferita mai cicatrizzata (ancora nel 1511 papa Giulio II avrebbe convocato una Lega Santa non contro i turchi ma contro i francesi) mira tuttavia a non porre Stato e Chiesa in competizione. Non a caso di lì a poco un papa francese, Benedetto XII, avrebbe inventato durante la cattività avignonese la formula per cui i pontefici erano “padri dei sovrani”.

La legge del 1905 affonda però le radici nel terzo modello, il più interessante e controverso: la fede nello stato. Affonda le radici nelle tenebre dei re taumaturghi, che guarivano dalla scrofola imponendo le mani; o nel miracoloso intervento di Giovanna d’Arco, che salvò Francia e monarchia durante la Guerra dei Cent’anni; o forse nella conversione di Enrico IV di Navarra che, per prendere Parigi e unificare la nazione, si fece cattolico e nel 1598 emanò l’Editto di Nantes. Questa prima legge sulla libertà di coscienza aveva come sostrato la comune venerazione del sovrano da parte di cattolici e ugonotti ed è alla base dei successivi tentativi di trasferire il culto nazionale da Dio alla Francia. In caso contrario, la costituzione civile del clero adottata durante la Rivoluzione si sarebbe limitata a restaurare il gallicanesimo, anziché rendere i sacerdoti funzionari statali; né Napoleone si sarebbe arrogato il diritto di nominare i vescovi nel concordato con Pio VII del 1801. Curiosamente la legge del 1905 scioglie unilateralmente questo concordato pur collocandosi nel medesimo solco: il culto della laïcité che tanto ha fatto strillare gli oppositori di Macron è un ennesimo tentativo di instillare una santità nazionale nella nicchia lasciata libera dal principio d’indifferenza delle fedi. E’ lo stesso metodo con cui i rivoluzionari avevano associato all’altare della Dea Ragione un calendario di santi civili; per non parlare di Napoleone, che da un lato firmava il concordato e dall’altro sosteneva che bisognava farsi bigotto per governare la Vandea, musulmano per governare l’Egitto, giudeo per governare Gerusalemme. Intanto, per il giorno del proprio compleanno, istituiva una festa nazionale in onore di un martire di Diocleziano, tale san Napoleone.

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