Il silenzio del Sabato Santo

Posté par atempodiblog le 31 mars 2018

Il silenzio del Sabato Santo
di Don Corrado Bruno SDB – Rivista Maria Ausiliatrice
Tratto da: Salesiani don Bosco

Il silenzio del Sabato Santo dans Fede, morale e teologia Gerusalemme_Deposizione_Santo_Sepolcro

Il Sabato Santo, incastonato tra il dolore della Croce e la gioia della Pasqua, si colloca al centro della nostra fede. È un giorno denso di sofferenza, di attesa e di speranza; segnato da un profondo silenzio.

I discepoli hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù che segna la fine dei loro sogni messianici. In quel giorno sperimentano il silenzio di Dio, la pesantezza della sua apparente sconfitta, la disperazione dovuta all’assenza del Maestro prigioniero della morte.

C’è stato, a partire dalla cena pasquale, un succedersi vorticoso di fatti imprevedibili, che li ha sorpresi e ammutoliti. Le anticipazioni sulla sua passione più volte fatte da Gesù, i segni rassicuranti e miracolosi che le avevano sostenute, l’amore mostrato nell’Ultima Cena… tutto, in questo giorno, sembra svanito.

I discepoli hanno l’impressione che Dio sia divenuto muto e che non suggerisca più linee interpretative della storia.

A ciò si aggiunge la vergogna d’essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente e senza prospettiva di futuro, non vedono come uscire da una situazione di crollo delle illusioni, mancando ancora quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.

Tuttavia, i discepoli, proprio attraverso la porta del Sabato Santo, ci aiutano a riflettere sul senso del nostro tempo e a leggere il passaggio dei nostri giorni, riconoscendo nel loro disorientamento, le nostalgie e le paure che caratterizzano la nostra vita di credenti nello scenario che s’appresta all’inizio di questo millennio.

La presenza di Maria
Ma questo giorno è anche il Sabato di Maria. Ella lo vive nelle lacrime unite alla forza della fede. Veglia nell’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avverano per la potenza divina che risuscita i morti. Così Maria con la sua forza d’animo sorregge la fragile speranza dei discepoli amareggiati e delusi.

Con la Madonna del Sabato Santo, anche noi leggeremo la nostra attesa e le nostre speranze, la fede vissuta come continuo e faticoso cammino verso il mistero, per rispondere con verità, speranza ed amore alle domande che ci portiamo dentro: “Chi siamo e dove siamo diretti? Dove va il cristianesimo e la Chiesa che amiamo?”.

Anche nel sabato del tempo in cui ci troviamo è necessario riscoprire l’importanza dell’attesa. L’assenza di speranza è forse la malattia mortale delle coscienze di oggi.

Siamo nel sabato del tempo, è vero, un sabato che indica quasi assenza di direzione, tempo sospeso ma pur sempre un tempo santificato dall’azione di Dio, anche se un Dio silente, che tace e si nasconde.

Verrà quindi per tutti il giorno ottavo, il giorno del ritorno del Signore Gesù, non fuori, ma dentro le contraddizioni della storia. Per questo, dobbiamo lasciarci ispirare dalla Pasqua e riflettere sulla gioia degli apostoli quando incontrano Gesù vivente e risorto: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.

All’indifferenza, alla frustrazione e alla delusione senza attese di futuro, deve opporsi come antidoto soltanto la speranza, non quella fondata su calcoli, ma sull’unico fondamento della promessa di Dio.

La Madonna del Sabato Santo getta luce sul compito che ci aspetta e che ci è reso possibile dal dono dello Spirito del Risorto. Si tratta di irradiare attorno a noi, con gli atti semplici della vita quotidiana, e senza forzature, la gioia interiore e la pace, frutti della consolazione dello Spirito. Perché credere in Cristo, morto e risorto, per noi significa essere testimoni, con la parola e con la vita, della speranza che non muore.

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Il Vaticano: Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa

Posté par atempodiblog le 29 mars 2018

Il Vaticano: Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa
Per la Sala stampa “quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione”. Secondo il fondatore di Repubblica, Bergoglio avrebbe negato l’esistenza dell’Inferno e teorizzato la “scomparsa delle anime non pentite”
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

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Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa. Almeno così fa sapere la Sala Stampa vaticana, che con un comunicato diffuso poco dopo le 15 ha smentito il contenuto di quanto riportato questa mattina su Repubblica. Il fondatore, 94 anni tra pochi giorni, aveva attribuito a Francesco frasi che – a quanto par di capire – il Papa mai ha pronunciato. Qualche esempio: “Le anime cattive non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici”. E ancora, secondo la ricostruzione di Scalfari, Bergoglio avrebbe spiegato che “il Creatore, cioè il Dio nell’alto dei cieli, ha creato l’universo intero e soprattutto l’energia che è lo strumento con il quale il nostro Signore ha creato la terra, le montagne, il mare, le stelle, le galassie e le nature viventi e perfino le particelle e gli atomi e le diverse specie che la natura divina ha messo in vita. Ciascuna specie dura migliaia o forse miliardi di anni, ma poi scompare. L’energia ha fatto esplodere l’universo che di tanto in tanto si modifica”.

Secondo quanto recita il comunicato della Sala stampa, “il Santo Padre Francesco ha ricevuto recentemente il fondatore del quotidiano La Repubblica in un incontro privato in occasione della Pasqua, senza però rilasciargli alcuna intervista. Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre”.

Non è la prima volta che Eugenio Scalfari viene smentito dal Vaticano. Già nel 2014 fu necessario l’intervento dell’allora direttore padre Federico Lombardi per chiarire che quanto scritto dal fondatore di Repubblica non corrispondeva alle esatte parole papali: “Come già in precedenza in una circostanza analoga, bisogna far notare che ciò che Scalfari attribuisce al Papa, riferendo fra virgolette le sue parole, è frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite. Non si può e non si deve quindi parlare in alcun modo di un’intervista nel senso abituale del termine, come se si riportasse una serie di domande e di risposte che rispecchiano con fedeltà e certezza il pensiero preciso dell’interlocutore”.

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La cura epica di J.R.R. Tolkien per frustrazione, depressione e dubbio

Posté par atempodiblog le 28 mars 2018

La cura epica di J.R.R. Tolkien per frustrazione, depressione e dubbio
di Philip Kosloski – Aleteia
Traduzione dallinglese a cura di Roberta Sciamplicotti

La cura epica di J.R.R. Tolkien per frustrazione, depressione e dubbio dans Articoli di Giornali e News Lembas_pan_di_via

Lautore cattolico J.R.R. Tolkien è ben noto per il suo regno mitologico della Terra di Mezzo e la saga de Il Signore degli Anelli. Una ricerca del 1997 ha votato quest’opera come “libro del secolo”. Pochi, però, hanno familiarità con il suo amore più grande, che gli ha dato una forza profonda nei momenti più difficili.

Per scoprire quale fosse dobbiamo aprire una lettera indirizzata al figlio Michael, che all’epoca aveva 21 anni e problemi sentimentali. Tolkien gli scrisse per condividere i suoi consigli sulle donne, ma riferì anche al figlio quale fosse il suo amore più grande:

Nell’oscurità della mia vita, tanto frustrata, metto davanti a te l’unica grande cosa da amare sulla Terra: il Santissimo Sacramento… In esso troverai romanticismo, gloria, onore, fedeltà e la vera via di tutti i tuoi amori sulla Terra.

Molti anni dopo, quando Michael aveva 43 anni, Tolkien ricevette una lettera dal figlio depresso che cercava consolazione. Sembra che Michael avesse scritto al padre della sua “fede calante” e avesse iniziato a dubitare se Dio o la Chiesa cattolica fossero veri. Questa fu la risposta di Tolkien:

L’unica cura per la fede che viene meno è la Comunione. Anche se sempre se stesso, perfetto, completo e inviolato, il Santissimo Sacramento non opera completamente e una volta per tutte in ciascuno di noi. Come l’atto di fede, dev’essere continuo e crescere con l’esercizio. La frequenza è uno degli effetti principali. Sette volte a settimana nutre più che sette volte a intervalli.

Tolkien andava a Messa tutti i giorni in una chiesa vicina, e il suo figlio maggiore John diventò sacerdote ed era accanto al padre sul letto di morte. Probabilmente gli diede l’estrema unzione e la Santissima Eucaristia mentre passava da questa vita a quella successiva.

Non sorprende che nella Terra di Mezzo di Tolkien ci fosse un tipo speciale di pane chiamato lembas, che sostenne Frodo e Sam mentre raggiungevano il luogo in cui si sarebbe concluso il loro viaggio.

Il lembas aveva una virtù senza la quale sarebbero morti da tempo. Non soddisfaceva il desiderio, e a volte la mente di Sam era piena di ricordi di cibo e della voglia di pane e carne. E tuttavia questo pane elfico aveva una potenza che aumentava man mano che i viaggiatori confidavano solo su di esso e non lo mescolavano ad altri cibi. Nutriva la volontà, e dava la forza per sopportare e tenere in piedi tendini e arti al di là delle capacità dei mortali.

Per Tolkien, l’Eucaristia era quel “pane” o “cibo per il cammino” che lo sosteneva in ogni prova. Se le sue storie possono essere tra le opere più popolari di tutti i tempi, non erano il suo amore più grande. Era Gesù, realmente presente nel Santissimo Sacramento, che Tolkien amava al di sopra di tutto.

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La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa

Posté par atempodiblog le 27 mars 2018

La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa
La benedizione pasquale delle famiglie resta ancora oggi un “rito” che da Nord a Sud dell’Italia unisce le parrocchie nel tempo di Quaresima
di Giacomo Gambassi – Avvenire

La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa dans Benedizione delle famiglie Benedizione_famiglie

È una tradizione già contemplata dal Concilio di Trento. Ma al tempo stesso può essere considerata un prezioso momento per declinare nel quotidiano l’impegno a essere Chiesa “in uscita”, secondo l’intuizione di papa Francesco. La benedizione pasquale delle famiglie resta ancora oggi un “rito” che da Nord a Sud dell’Italia unisce le parrocchie nel tempo di Quaresima. Come vuole una prassi consolidata dai secoli, i sacerdoti programmano fin da dopo le festività natalizie le “benedizioni”, come vengono popolarmente chiamate, che catalizzeranno gran parte delle loro già fitte agende. Del resto, «uno dei compiti principali della loro azione pastorale» è la «cura di visitare le famiglie per recare l’annuncio di pace di Cristo», spiega il Benedizionale, ossia il libro che contiene le formule di benedizione per le diverse circostanze. E così nelle settimane che portano alla Pasqua il prete passa di casa in casa.

«E tutto ciò va visto come una vera e propria occasione di evangelizzazione delle famiglie accompagnata dalla preghiera», spiega don Gianni Cavagnoli, parroco di Cremona ma anche docente di liturgia all’Istituto “Santa Giustina” di Padova e direttore della Rivista Liturgica. Che subito aggiunge: «Se leggiamo questo capitolo ecclesiale alla luce dell’attuale magistero pontificio, possiamo dire che è espressione di una comunità ecclesiale estroversa che sa andare verso la gente e ha un rinnovato slancio missionario». Guai, però, a parlare di benedizione delle case. «Non è certamente un gesto scaramantico – tiene a precisare il sacerdote –. Ecco perché al centro ci deve essere sempre la persona e l’abitazione va intesa come luogo in cui la famiglia si riunisce. Non per nulla oggi nelle visite il prete raccoglie le confidenze del popolo di Dio che gli è stato affidato e tocca con mano anche le sue povertà: da quelle sociali, come la mancanza di lavoro, a quelle umane, che possono comprendere le crisi dei matrimoni o le incomprensioni nei rapporti con i figli. E, attraverso l’abbraccio che si realizza con questa pratica antica, il pastore se ne fa carico». Altrettanto da evitare è ogni accenno “economico”.

«Se papa Francesco ha ribadito con forza che la Messa non si paga – afferma don Cavagnoli –, è quanto mai necessario cancellare ogni ombra di lucro dalle benedizioni pasquali». Eppure non mancano le difficoltà. «Per due ragioni essenzialmente – sottolinea il liturgista –. La prima è legata al numero di sacerdoti che si sta riducendo. Allora la benedizione pasquale rischia di trasformarsi in una sorta di maratona del parroco, segnata dalla fretta. Inoltre succede che una famiglia possa ricevere la benedizione ogni due o tre anni, come testimoniano i casi di grandi parrocchie di città. In secondo luogo è cambiato il contesto sociale. Si fa fatica a trovare in casa una famiglia al mattino o al pomeriggio. Sicuramente qualcuno non vuole aprire la porta in modo intenzionale, ma in molti casi la porta resta chiusa perché i coniugi o i figli non ci sono a quel determinato orario. Abbiamo famiglie che chiedono un nuovo appuntamento, ma gli intensi ritmi di lavoro che accomunano comunità cittadine e rurali sono una variante ormai imprescindibile».

Il “rito” affonda le sue radici nelle parole di Gesù che si trovano nel Vangelo di Luca: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa”. «La shalombiblica è il complesso di ogni bene. A livello fisico si tratta della salute, del lavoro, del cibo. Dal punto di vista spirituale rimanda all’armonia. Perciò dire pace significa augurare l’unità in una società marcata dalle divisioni e dai contrasti». Poi c’è l’aspersione con l’acqua. «È il richiamo al Battesimo. L’acqua esprime sia il fatto che come famiglia siamo inseriti in Cristo, sia il bisogno di purificazione, cioè di perdono. E il perdono è una dimensione quanto mai importante e da riscoprire anche fra le mura domestiche ». La benedizione delle famiglie avviene per lo più in Quaresima. «Perché viene portato l’annuncio di Pasqua – chiarisce il liturgista –. È come se Cristo Risorto venisse in mezzo a noi, nelle nostre abitazioni, attraverso la persona del sacerdote». Ma può essere un laico a compiere questa prassi? «Certamente, purché lo faccia a nome della comunità. Anzi, è bene che nelle famiglie ci siano anche altre occasioni di benedizione comune come può essere prima di un pasto. E i sussidi per proporle non mancano».

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Per approfondire 2e2mot5 dans Diego Manetti  “In punta di piedi”, con discrezione e rispetto

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Sandra, la fidanzata santa che vedremo sugli altari

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

Sandra, la fidanzata santa che vedremo sugli altari
Racchiude tante delle virtù oggi dimenticate e a volte derise dal mondo, Sandra Sabattini, la ragazza per la quale il 6 marzo scorso papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che la dichiara Venerabile. Ecco la sua storia iniziata a 12 anni dopo aver conosciuto don Oreste Benzi.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

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Racchiude tante delle virtù oggi dimenticate e a volte derise dal mondo, Sandra Sabattini, la ragazza per la quale il 6 marzo scorso papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che la dichiara Venerabile, tappa che precede la possibile beatificazione, la quale diverrà concreta nel caso le venisse attribuito un miracolo. Ma quali sono state le virtù eroiche di questa giovanissima testimone del XX secolo, che molti già chiamano la “fidanzata santa”?

Sandra nasce a Riccione il 19 agosto 1961 da una famiglia profondamente cristiana, che fino ai suoi quattro anni vive a Misano Adriatico: papà Giuseppe, mamma Agnese e il fratellino Raffaele. Con loro si trasferisce poi a Rimini presso la canonica della parrocchia retta dallo zio, don Giuseppe Bonini, respirando ancora di più la fede nei beni celesti, come dimostra il suo diario, scritto dall’età di dieci anni e mezzo, nel quale annota: “La vita vissuta senza Dio è un passatempo, noioso o divertente, con cui giocare in attesa della morte”. Cresce dedicandosi alle attività comuni a molte coetanee: fa sport, suona il pianoforte, canta in un coro, sprizza vita da tutti i pori. Ma dentro di sé va germogliando un carisma fuori dall’ordinario e a 12 anni conosce don Oreste Benzi, il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, che con il suo esempio di fede incarnata aiuterà Sandra a incamminarsi sulla via della perfezione cristiana.

Nell’estate del 1974 partecipa a un soggiorno estivo sulle Dolomiti, insieme a ragazzi con gravi disabilità. È un’esperienza che la segna, tanto che tornando a casa dirà alla madre: “Ci siamo spezzate le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai”. Allo stesso tempo matura una sempre più intensa relazione con Dio. Sandra prende sul serio i Sacramenti, prega, fa compagnia a Gesù nascosto nel tabernacolo, legge i Salmi, medita sulle Sacre Scritture e comprende di dover offrire a Dio la propria miseria. “Signore, sento che Tu mi stai dando una mano per avvicinarmi a Te; mi dai la forza per fare un passo in avanti. Accettarti io vorrei, prima però devo sconfiggere me stessa, il mio orgoglio, le mie falsità. Non ho umiltà e non voglio riconoscerlo, mi lascio condizionare terribilmente dagli altri, ho paura di ciò che possono pensare di me. […] Dio, mi sai accettare così come sono, piena di limiti, paure, speranze?”.

Con questi umanissimi sentimenti, Sandra dedica il suo tempo libero ad aiutare i disabili e i tossicodipendenti assistiti dalla comunità di don Benzi e va a cercare i bisognosi di casa in casa. Nel 1979 arriva il fidanzamento con Guido, conosciuto l’anno prima a una festa di Carnevale: “La prima immagine che ho di lei è mentre sta ballando a quella festa”, ha ricordato lui, che prima di conoscerla viveva la propria fede cristiana quasi come un “tappabuchi filosofico”. Al contrario di Sandra per cui la fede era tutto e perciò andava vissuta in tutto, come nel rapporto casto con il fidanzato, noncurante della cultura sessantottina che aveva pervaso la società. “Fidanzamento: qualcosa di integrante con la vocazione. Ciò che vivo di disponibilità e d’amore nei confronti degli altri, è ciò che vivo anche per Guido”. Nessuno spazio per il libertinaggio di moda, ma solo per una libertà autentica: “Liberi… liberi dalla carne, dalle cose materiali, dalle emozioni, dalle passioni: cioè vivere queste cose senza restarne imbrigliati, per aprirsi a Dio, al suo Amore, che è spazio infinito”.

È la stessa vocazione che spinge Sandra a scegliere di iscriversi alla facoltà di Medicina, una scelta non dettata dal desiderio di carriera bensì maturata dalla ricerca del progetto che Dio ha su di lei, per donarsi totalmente come Lui desidera. Sogna di fare il medico missionario in Africa, nel suo slancio giovanile vorrebbe partire anche subito dopo la maturità scientifica, ma ascolta il padre, che la induce saggiamente a fare un passo alla volta. Del resto, il saper attendere era un suo pregio peculiare: “La verità è che dobbiamo imparare nella fede l’attesa di Dio, e questo non è un piccolo sforzo come atteggiamento dell’anima. Questo attendere, questo non preparare i piani, questo scrutare il cielo, questo fare silenzio è la cosa più interessante che compete a noi. Poi verrà anche l’ora della chiamata, ma ciechi se in tale ora penseremo di essere gli attori di tali meraviglie: la meraviglia semmai è Dio che si serve di noi così miserabili e poveri”.

La mattina del 29 aprile 1984, appena scesa dalla macchina per andare a partecipare a un’assemblea della “Papa Giovanni” con il fidanzato e un amico, viene investita da un’altra auto. La morte arrivò tre giorni dopo, quando non aveva ancora compiuto ventitré anni. Consapevole delle sue virtù, don Benzi si attivò subito, assieme a coloro che avevano avuto la grazia di conoscerla, per chiedere alla Chiesa di aprire un’indagine sulla sua vita esemplare – modello sicuro per ogni giovane – e nel 1985 curò la prima edizione del Diario di Sandra. Durante l’inchiesta diocesana, aperta nel 2006 e conclusa due anni più tardi, sono state ascoltate una sessantina di testimonianze su questa ragazza, che ha vissuto nel mondo con lo sguardo fisso all’eternità. Una ragazza che ringraziava Dio perché “sei con me, è una gioia paragonabile a nessun’altra quella che sento in me” e diceva sicura: “Oggi c’è un’inflazione di buoni cristiani, mentre il mondo ha bisogno di santi”.

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“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

La morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo”
“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”
di Rodolfo Casadei – Tempi

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Ad Arnaud Beltrame sono stati impartiti l’estrema unzione e la benedizione apostolica in punto di morte venerdì sera 23 marzo nell’ospedale di Carcassonne da parte di padre Jean-Baptiste, canonico regolare dell’abbazia di Lagrasse, il sacerdote che lo stava preparando al matrimonio religioso con la moglie Marielle, alla quale era unito in matrimonio civile. Non è stato possibile celebrare un matrimonio in articulo mortis – diversamente da quello che hanno scritto alcuni giornali – perché il tenente colonnello della gendarmeria dell’Aude (la regione di Carcassonne) non era cosciente, a causa delle ferite infertegli dal terrorista Redouane Lakdim. Costui aveva infierito con coltellate e colpi di arma da fuoco contro la vittima, che si era offerta come ostaggio al posto di uno dei civili sequestrati dal 26enne franco-marocchino all’interno di un supermercato della località di Trèbes. Arnaud aveva lasciato aperta una chiamata del suo cellulare ai suoi compagni gendarmi per permettere loro di sapere cosa succedeva all’interno dell’edificio. Gli agenti sono intervenuti non appena hanno sentito i colpi di arma da fuoco attraverso il ricevitore, ma non abbastanza rapidamente da evitare che il tenente colonnello subisse ferite mortali: nelle prime ore di sabato 24 marzo Arnaud Beltrame è spirato. Prima di lui il terrorista aveva ucciso altre tre persone e ne aveva ferite 15 fra Carcassonne e Trèbes.

Subito dopo padre Jean-Baptiste ha scritto una testimonianza che ha pubblicato sulla pagina Facebook dell’Abbazia dei Canonici di Lagrasse: «È stato a causa di un incontro fortuito durante una visita della nostra Abbazia, monumento storico, che ho fatto la conoscenza del tenente colonnello Arnaud Beltrame e di Marielle, con la quale si era sposato civilmente il 27 agosto 2016. Abbiamo subito simpatizzato e mi hanno chiesto di prepararli al matrimonio religioso che avrei dovuto celebrare vicino a Vannes il prossimo 9 giugno. Abbiamo quindi passato molte ore a lavorare sui fondamentali della vita coniugale negli ultimi due anni. Avevo benedetto la loro casa il 16 dicembre e avevamo concluso il dossier canonico del matrimonio. La bellissima dichiarazione d’intenti di Arnaud mi è arrivata 4 giorni prima della sua morte eroica. Questa giovane coppia veniva regolarmente all’abbazia per partecipare alle messe, agli uffici e alle catechesi, in particolare ad un gruppo di pastorale familiare che si chiama Nostra Signora di Cana. Facevano parte dell’équipe di Narbonne. Sono venuti non più tardi di domenica scorsa. Intelligente, sportivo, loquace e trascinatore, Arnaud parlava volentieri della sua conversione. Nato in una famiglia poco praticante, ha vissuto un’autentica conversione verso il 2008. Ha ricevuto la prima comunione e la cresima dopo 2 anni di catecumenato, nel 2010. Dopo un pellegrinaggio a Sainte-Anne-d’Auray nel 2015, dove chiede alla Vergine Maria di incontrare la donna della sua vita, si lega con Marielle, la cui fede è profonda e discreta. Il fidanzamento è celebrato all’abbazia bretone di Timadeuc a Pasqua del 2016. Appassionato della gendarmeria, nutre da sempre una passione per la Francia, la sua grandezza, la sua storia, le sue radici cristiane che ha riscoperto con la sua conversione. Quando si consegna al posto degli ostaggi, probabilmente è animato dalla passione del suo eroismo da ufficiale, perché per lui essere gendarme significava proteggere. Ma sa il rischio enorme che prende. Sa anche la promessa di matrimonio religioso che ha fatto a Marielle che è già sua moglie civilmente e che ama teneramente, ne sono testimone. Allora? Aveva il diritto di correre un tale rischio? Mi sembra che solo la sua fede possa spiegare la follia di questo sacrificio che oggi suscita l’ammirazione di tutti. Sapeva, come ci ha detto Gesù, che “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Sapeva che, se la sua vita cominciava ad appartenere a Marielle, era anche di Dio, della Francia, dei suoi fratelli in pericolo di morte. Credo che solo una fede cristiana animata dalla carità potesse richiedergli questo sacrificio sovrumano.
Sono riuscito a raggiungerlo all’ospedale di Carcassonne verso le 21 di venerdì sera. I gendarmi e i medici o le infermiere mi hanno fatto strada con una delicatezza notevole. Era vivo ma privo di sensi. Ho potuto dargli il sacramento dei malati e la benedizione apostolica in punto di morte. Marielle rispondeva alle belle formule liturgiche. Eravamo un venerdì della Passione, proprio prima dell’inizio della Settimana santa. Avevo appena pregato l’ufficio dell’ora nona e la via crucis ricordandolo nelle intenzioni. Ho chiesto al personale infermieristico se gli si poteva lasciare una medaglia mariana, quella della rue du Bac a Parigi (la medaglia miracolosa di santa Caterina Labouret – ndt). Comprensiva e professionale, un’infermiera l’ha fissata sulla sua spalla. Non ho potuto sposarlo come è stato scritto maldestramente in un articolo, perché era privo di sensi. Arnaud non avrà mai figli carnali. Ma il suo impressionante eroismo susciterà, io credo, molti imitatori, pronti al dono di se stessi per la Francia e la sua gioia cristiana».

Che Arnaud Beltrame fosse un uomo e un militare che poteva dare in qualunque momento prova di abnegazione fino all’eroismo, lo si poteva intuire dal curriculum. Al suo attivo aveva già 4 decorazioni: la Medaglia d’onore degli affari esteri, la Croce al valor militare, la Medaglia della Difesa nazionale e il titolo di Cavaliere dell’ordine nazionale del Merito. Gli erano state tributate soprattutto per i servizi resi in Irak nel 2005-2006, dove aveva fatto parte come maggiore dello Squadrone paracadutisti d’intervento della Gendarmeria nazionale (Epign) incaricato della protezione dell’ambasciatore francese, e dove aveva partecipato a una missione ad alto rischio per mettere in salvo un cooperante francese che stava per essere rapito da una banda jihadista. In seguito era diventato comandante di compagnia della Guardia Repubblicana e assegnato per quattro anni alla sicurezza dell’Eliseo. Quindi altri scatti di carriera: comandante della compagnia di Avranches (Manche), consigliere alla sicurezza al ministero dell’Ecologia, ufficiale aggiunto di comando della gendarmeria dell’Aude, sotto la cui competenza ricadono Carcassonne e Trèbes. Beltrame era discendente di una famiglia di militari, anche il nonno e il padre, originari del dipartimento del Morbihan in Bretagna, avevano servito nelle forze armate. Lui aveva studiato al liceo militare dell’Accademia di Saint-Cyr, poi aveva fatto parte del 35° reggimento di Artiglieria paracadutista e dell’8° reggimento di artiglieria, prima di entrare alla Scuola ufficiali della Gendarmeria nazionale.

Pochi mesi fa Arnaud Beltrame aveva compiuto un pellegrinaggio a Santiago de Compostela in compagnia del padre, malato, che era deceduto pochi giorni fa e il cui funerale si era svolto il 16 marzo, una settimana appena prima dell’attacco terrorista a Trèbes. Commentando gli avvenimenti, il vescovo ordinario militare francese mons. Antoine de Romanet ha scritto: «Arnaud Beltrame non è la sola vittima della tragedia di questo 23 marzo, e i nostri pensieri e le nostre preghiere raggiungono ugualmente ciascuna delle vittime e ciascuno dei loro familiari e dei loro prossimi. Ogni morte è unica. Ogni morte è sconvolgente. Ma la morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo, mediatore fra Dio suo Padre e noi uomini, prendendo su di sé il peccato del mondo per la salvezza di tutti, affrontando la morte per convertirla in fonte di luce e di vita. E quale fonte straordinaria di Speranza nel meglio dell’uomo ci è stata qui consegnata nel mezzo delle tenebre, di fronte a una tragica volontà di annientare!».

Anche il Grande Oriente di Francia, al quale Arnaud Beltrame si era affiliato poco prima della conversione cattolica, ha reso un “vibrante omaggio” al tenente colonnello, «membro della Rispettabile Loggia Jérôme Bonaparte all’Oriente di Rueil-Nanterre». Secondo il periodico cattolico La Croix «egli aveva preso da qualche anno le distanze dalla massoneria, secondo la testimonianza di una persona a lui vicina».
La benedizione apostolica in punto di morte comporta l’indulgenza plenaria, cioè la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa con l’assoluzione. Impartendola il sacerdote recita la formula «Per i santi misteri della nostra redenzione, Dio onnipotente ti condoni ogni pena della vita presente e futura, ti apra le porte del Paradiso e ti conduca alla gioia eterna», oppure: «In virtù della facoltà datami dalla Sede Apostolica, io ti concedo l’indulgenza plenaria e la remissione di tutti i peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Queste benedizioni papali e le annesse indulgenze furono concesse per la prima volta ai crociati e poi ai pellegrini che morirono durante il viaggio per ottenere l’indulgenza dell’Anno Santo. Papa Clemente IV (1265-1268) e Gregorio XI (1370-1378) la estesero alle vittime della peste. Inizialmente riservata al Papa in persona, la facoltà di impartirla fu estesa ai vescovi e ai sacerdoti da loro delegati da Benedetto XIV (1740-1758) con la costituzione Pia Mater.

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L’eroismo cristiano di una Francia che non è persa

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

Carcassonne e il gendarme Arnaud
L’eroismo cristiano di una Francia che non è persa
Quella della morte di Arnaud Beltrame, il tenente colonnello morto dopo essersi offerto di rimpiazzare un ostaggio nelle mani di un terrorista islamico, non è solo una storia di coraggio e di eroismo. È una storia di eroismo cristiano.
di Marco Tosatti – La nuova Bussola Quotidiana

L'eroismo cristiano di una Francia che non è persa dans Articoli di Giornali e News Arnaud_Beltrame

Quella della morte di Arnaud Beltrame, il tenente colonnello morto dopo essersi offerto di rimpiazzare un ostaggio nelle mani di un terrorista islamico, non è solo una storia di coraggio e di eroismo. È una storia di eroismo cristiano. Testimoniata da un sacerdote, un canonico dell’abbazia di Lagrasse, un’antica abbazia benedettina affidata ai Canonici della Madre di Dio, una comunità religiosa nata nel 1969, che l’hanno restaurata salvandola dalla rovina e che è oggi sede di una comunità viva e attiva, formata da più di trenta membri. Il canonico offre un quadro del percorso spirituale compiuto da Arnaud e dalla sua fidanzata Marielle; e offre anche una spiegazione più profonda dei motivi che hanno spinto Arnaud.

Niente obbligava Arnaud a compiere quel gesto; e infatti c’è stato sui social chi ha rimproverato ai suoi colleghi di averglielo permesso. Ma leggiamo qualche brano della testimonianza del sacerdote, che ha incontrato causalmente due anni fa il gendarme e Marielle “con cui si è sposato civilmente il 27 agosto 2016. Abbiamo simpatizzato rapidamente e mi hanno chiesto di prepararli al matrimonio religioso che avrei dovuto celebrare vicino a Vannes il 9 giugno prossimo”.

In questi due anni Arnaud, Marielle e il sacerdote hanno trascorso parecchie ore a lavorare su quelle che dovrebbero essere le basi della vita coniugale. Ne è nato un rapporto di grande amicizia:  “Il 16 dicembre ho benedetto la loro casa e abbiamo completato il dossier canonico per il matrimonio. La bellissima dichiarazione di intenti di Arnaud mi è giunta quattro giorni prima della sua morte eroica”.

Arnaud e Marielle partecipavano regolarmente alla vita dell’abbazia, partecipavano alle messe, seguivano le conferenze e gli incontri. Erano parte di un gruppo di fede, Nostra Signora di Cana. Facevano parte della squadra di Narbonne. “Sono venuti ancora domenica scorsa”, dice il sacerdote. Il canonico descrive Arnaud come una persona estroversa, intelligente, sportiva e coinvolgente. La fede per lui era giunta in età adulta, verso i trentatré anni; era cattolico di nascita, ma la sua famiglia non era praticante. Nel 2008 ha vissuto una conversione improvvisa: “Ha ricevuto la prima comunione e la cresima dopo due anni di catecumenato, nel 2010. Dopo un pellegrinaggio a Sant’Anna di Auray, nel 2015, dove chiese alla Vergine Maria di incontrare la donna della sua vita, si è legato con Marielle, la cui fede è profonda e discreta. Il fidanzamento è stato celebrato a Pasqua 2016 nell’abbazia bretone d Timadeuc”.

Arnaud amava molto il suo lavoro e il suo Paese; e la conversione lo ha portato a scoprire le profonde radici cristiane della “Figlia maggiore della Chiesa”, come era un giorno definita la Francia. E infine si arriva al momento drammatico di Trèbes, quando il terrorista islamico, dopo aver già ucciso, prende una donna in ostaggio, e Arnaud si offre al suo posto. Lasciamo la parola al sacerdote: “Consegnandosi al posto degli ostaggi è probabilmente animato con passione dal suo eroismo di ufficiale, perché per lui, essere gendarme voleva dire proteggere. Ma sa il rischio altissimo che prende. Sa anche della promessa di matrimonio religioso che ha fatto a Marielle, che è già civilmente la sua sposa e che ama teneramente, ne sono testimone. Allora? Aveva il diritto di prendere un tale rischio? Mi sembra che solamente la sua fede può spiegare la ‘follia’ di questo sacrificio che fa oggi l’ammirazione di tutti. Sapeva come ci ha detto Gesù, che “non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”. Sapeva che se la sua vita apparteneva a Marielle, apparteneva anche a Dio, alla Francia, ai suoi fratelli in pericolo di morte. Credo che solo una fede cristiana animata dalla carità poteva chiedergli questo sacrificio sovrumano”.

Il seguito lo sappiamo. Il sacerdote ha potuto raggiungere l’amico in ospedale, vivo ma incosciente, dargli l’unzione degli infermi, e la benedizione apostolica in articulo mortis. Non può, come forse sarebbe stato desiderio di Arnaud e Marielle, unirli in matrimonio, perché Arnaud non era cosciente. Che altro c’è da dire? Forse la Chiesa potrà vedere in questo, come in altri casi, una testimonianza eroica di carità cristiana. Personalmente ce lo auguriamo. Tutto quello che possiamo dire è fare nostro un commento che abbiamo letto sul web: “E io davo la Francia per persa…”. No, finché ci sono persone come Arnaud Beltrame.

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Domenica delle Palme

Posté par atempodiblog le 25 mars 2018

Domenica delle Palme
La Domenica delle Palme segna l’inizio della Settimana Santa, come ben ricorda la monizione che precede la liturgia e introduce la processione: “Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della morte e Resurrezione”.
di Mons. Luigi Negri– La nuova Bussola Quotidiana

Domenica delle Palme dans Commenti al Vangelo maesta-duccio-ingresso-a-gerusalemme

La Domenica delle Palme segna l’inizio della Settimana Santa, come ben ricorda la monizione che precede la liturgia e introduce la processione: “Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della morte e Resurrezione”. Già queste parole ci consentono di entrare nel cuore della celebrazione, che ha come suo punto d’inizio il ricordo dell’ingresso messianico di Cristo a Gerusalemme, il Re di tutti i secoli e Nostro Signore che entra nella Città Santa sul dorso di un’umilissima asina, adempiendo così la profezia di Zaccaria: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (Zc 9, 9).

I rami e i mantelli che la folla stese sulla strada sono il segno di un popolo che acclama il suo re, senza tuttavia immaginare che la regalità di Cristo avrebbe trovato il suo compimento sul Calvario. È la logica di Dio, così sorprendente e scandalosa per il mondo, è il mistero della croce che è già contenuto in quello che per la logica umana ha l’apparenza di un ossimoro: il Re su un asino. Un Re al quale i fanciulli cantano “Osanna al figlio di Davide”, che sconcerta chi detiene una qualche forma di potere terreno (“non senti quello che dicono?”, domandano sdegnati gli increduli scribi e sommi sacerdoti), a cui Gesù ricorda la necessità di farsi piccoli per entrare nel Regno dei Cieli, rievocando il Salmo 8: “Sì, non avete mai letto: Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode?”.

Ecco perché il culmine della liturgia odierna non può che essere la Passione. Tutte le letture mostrano il commovente legame tra l’Antica e la Nuova Alleanza che si realizza in Cristo, il divin Verbo che ama ciascuno di noi e perciò abbassatosi fino a noi per mantenere le promesse di salvezza, ossia la liberazione dal peccato e dalla schiavitù a cui ci assoggetta Satana con i suoi inganni. Solo Cristo è la risposta al male, solo dalla sua croce – che ogni cristiano è chiamato a portare – passano la vittoria sulla morte e la gloria eterna, e non per nulla la liturgia della Parola si apre con un’altra profezia avverata, riprendendo un passo cristologico di Isaia, noto come Terzo canto del Servo: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50, 6). Il Servo cantato da Isaia è la prefigurazione di Gesù sofferente e obbediente in tutto alla volontà del Padre, per espiare i nostri peccati e realizzare il disegno salvifico.

La processione che precede la liturgia è documentata a Gerusalemme fin dal IV secolo, presto estesasi in altri centri della cristianità come la Siria e l’Egitto. Con il tempo la processione accrebbe la sua importanza, arricchendosi di inni sacri e della rituale benedizione delle palme, attestata dal VII secolo. In quest’epoca operò tra gli altri un celebre innografo e teologo come sant’Andrea di Creta (c. 650-740), che sulla Domenica delle Palme scrisse: “Corriamo anche noi insieme a Colui che si affretta verso la Passione e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a Lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti e altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai Suoi piedi le nostre persone. […] Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”.

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GIORNATA DELLA FELICITA’/ Come cercare quella vera senza cadere in quella falsa

Posté par atempodiblog le 20 mars 2018

GIORNATA DELLA FELICITA’/ Come cercare quella vera senza cadere in quella falsa
Istituito dall’Assemblea generale dell’Onu il 20 marzo 2012, lo Happiness Day invita a celebrare la felicità come “scopo fondamentale dell’umanità”. Ma che cos’è la felicità?
di Giulia Sponza – Il Sussidiario

GIORNATA DELLA FELICITA'/ Come cercare quella vera senza cadere in quella falsa dans Articoli di Giornali e News Cercando_false_luci

Anche quest’anno, il 20 marzo sarà dedicato allo World Happiness Day. Istituito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 marzo del 2012, lo Happiness Day invita, almeno nell’intento dei suoi promotori, a celebrare la felicità come “scopo fondamentale dell’umanità”. Quello della felicità è infatti un desiderio davvero insopprimibile e ogni civiltà, da che mondo è mondo, ne porta impresse le vestigia.

Doveroso il riferimento al popolo d’Israele che, nel libro dei Salmi, si interroga circa la domanda di felicità iscritta nel cuore di ogni uomo: “C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene?” (Sal. 33,13).

Ma anche nel Prologo della sua Regola, San Benedetto, vissuto tra il V e il VI secolo dopo Cristo, riecheggia il medesimo adagio: “Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici? Se a queste parole tu risponderai: ‘Io!’, Dio replicherà…” (cfr Prol. 15-16).

Perché questa domanda ottenga dunque un’eco reale nella vita di ciascuno, occorre che ci sia un “io”, un soggetto consapevole, in grado di coglierne tutto il portato esistenziale.

Se al giorno d’oggi viene considerato scientificamente possibile “misurare” la felicità di un popolo, è senza dubbio interessante indagare quali siano i parametri utilizzati per stabilire che cosa “garantisca” o, quanto meno, favorisca la possibilità di essere felici. 

Speranza di vita, generosità, sostegno sociale, assenza di corruzione: ecco le variabili imprescindibili impiegate per elaborare la classifica mondiale della felicità in 156 paesi, con un indice misurabile da 0 a 10. Va segnalato il fatto che, agli obiettivi specifici del 2018, è stata aggiunta un’ulteriore analisi relativa al gradimento dei migranti nelle diverse aree di accoglienza.

Sono ancora gli Ebrei ad illuminarci circa la dimensione e il peso “sociale” dell’essere felici; Dio stesso parla al Suo popolo e promette la felicità purché il popolo rispetti certe condizioni: “Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore tuo Dio ti dà per sempre” (Dt. 4,39-40). La felicità ha dunque a che fare con il rispetto di una legge e l’adempimento a dei comandi; esige, per potersi in qualche modo realizzare, il riconoscimento di un’origine e di un’appartenenza. 

Non è dunque qualcosa che si possa ottenere a buon mercato e tuttavia neppure la si può perseguire con uno sterile volontarismo, frutto di titanici sforzi. 

Per essere felici, insomma, non ci si deve “sforzare” perché la felicità accade come “un bel giorno”. 

E tuttavia solo una libertà educata è in grado di riconoscere la felicità, quella vera! Spesso succede infatti che si insegua non la felicità, ma delle sue immagini o dei suoi surrogati. 

In un discorso ai giovani, Benedetto XVI ebbe a dire: “La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze, per quanto utili molti di tali eventi possano essere. È una ricerca del vero, del bene e del bello. Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia” (Sidney, XXIII Giornata mondiale della gioventù, 17 luglio 2008). Il messaggio è chiaro e inequivocabile: solo nella verità, nel bene e nel bello può realizzarsi la promessa di una felicità piena e duratura. 

Quid animo satis? Nella domanda di Sant’Agostino si cela l’interrogativo drammatico che percorre tutta la storia umana. La risposta c’è, ma non è reperibile in una definizione quanto piuttosto in un’esperienza che, chiunque la facesse, mai potrebbe cancellarla dal proprio cuore; eluderla forse, ma cancellarla mai!

Chissà se ai nostri fratelli finlandesi, primi nella classifica dei paesi felici di questo 2018, basterà davvero trascorrere i loro week end nel mökki (casetta sul lago) di proprietà (cfr F. Seneghini, Corriere della Sera, 14 marzo 2018) per toccare finalmente l’apice di una felicità piena di gusto e di soddisfazione. E tuttavia, se tornando al lavoro, il lunedì, dovesse affacciarsi in un angolo remoto del loro cuore un inspiegabile senso di malinconia e di tristezza, guai ad ignorarlo mascherando il disagio con la scusa, magari, di una cattiva digestione o di un lavoro poco gratificante! Prenderlo sul serio, quel disagio, fino a trattarlo come una risorsa, potrebbe svelare, imprevedibilmente, che anche un lunedì freddo e bigio può nascondere l’alba del “bel giorno”! Ma questo, sicuramente, non vale solo per i finlandesi.

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Il sacerdote che venne gettato da un ponte per via del segreto confessionale

Posté par atempodiblog le 14 mars 2018

Il sacerdote che venne gettato da un ponte per via del segreto confessionale
Rifiutò davanti al re di infrangere il sigillo sacramentale della confessione della regina, e pagò con la vita
Aleteia Brassil – Aleteia
Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti

Il sacerdote che venne gettato da un ponte per via del segreto confessionale dans Fede, morale e teologia San_Giovanni_Nepomuceno_Praga

San Giovanni Nepomuceno nacque nella città di Nepomuk, in una delle valli della Boemia, nell’attuale Repubblica Ceca, verso il 1345.

Ordinato sacerdote e nominato parroco, proseguì gli studi di Diritto Ecclesiastico presso l’Università di Praga e si laureò in Diritto Canonico nel 1387 a Padova. Tornato a Praga, venne nominato canonico della cattedrale di San Vito e vicario generale dell’arcidiocesi, diventando così un’importante figura pubblica.

I suoi sermoni provocarono un forte cambiamento positivo nei costumi della popolazione, il che portò la regina a farlo diventare suo confessore e direttore spirituale.

La sfiducia malata del re
Re Venceslao IV era tutta un’altra storia. Violento e propenso a fulminei accessi d’ira, iniziò ad alimentare una caparbia e infondata sfiducia nei confronti della fedeltà della moglie. Non trovava nulla che confermasse i suoi dubbi, ma insistette al punto da convocare il confessore ed esigere che gli raccontasse in modo dettagliato quello che la regina gli confidava nel confessionale. Di fronte alla sfiducia del re e all’ordine inaccettabile di violare il segreto della confessione, Giovanni rifiutò di obbedire a un tale capriccio.

Fuori di sé, il re lo fece torturare brutalmente, ma il sacerdote non cedette. Il suo atteggiamento, però, non fece che aumentare la furia del sovrano.

Vedendo che non riusciva a costringere il sacerdote a tradire il suo sacro impegno, il re lo fece legare e gettare dal Ponte Carlo, ancora oggi il più importante e famoso di Praga. Il martire del sigillo sacramentale consegnò l’anima a Dio e morì tra le acque del fiume Moldava la notte del 20 marzo 1393.

La versione del re
Il brutale assassinio di un uomo così noto e stimato scioccò la città. Il re, ovviamente, non voleva rivelare il motivo della morte del sacerdote, e diffuse una sua versione per giustificarla: la disobbedienza. In base a questa spiegazione, il vicario generale si era opposto all’intenzione del re di sopprimere la prestigiosa abbazia di Klandrau e trasformarla in una nuova sede episcopale (che sarebbe stata affidata a un membro della sua corte).

Alcune cronache ufficiali del regno riprodussero questa versione, ma molte altre riferirono il motivo reale (cfr. Instructions for the King, di Paul Zidek, 1471, in Zeitschrift für kathol. Theologie, 1883, 90 segg.; Chronica regum Romanorum, 1459, di Thomas Ebendorfer; Scriptores rerum Prussicarum, III, Lipsia, 1860, 87).

Il martire venerato dal popolo
Sepolto nella cattedrale della città, padre Giovanni Nepomuceno iniziò rapidamente ad essere onorato dal popolo come martire. La venerazione del sacerdote che aveva difeso il segreto della confessione fino alla morte venne menzionata nella lettera di accusa al re presentata dall’arcivescovo Giovanni Jenzenstein a Papa Benedetto IX.

Giovanni Nepomuceno venne beatificato da Papa Innocenzo XIII nel 1721. Il suo processo di canonizzazione venne avviato nel luglio 1722 con un grande sostegno da parte dei fedeli. Il 27 gennaio 1725 un professore di Medicina e due chirurghi riesumarono i resti mortali del martire alla presenza di una commissione di autorità ecclesiastiche, e accadde un fatto straordinario. Il corpo mostrava tutti i segni del tempo, ma la lingua, anche se secca, era inspiegabilmente conservata. Non solo: davanti a tutti iniziò a recuperare il colore rosato, come la lingua di una persona viva. Fu il quarto miracolo registrato nel processo di canonizzazione.

Il 19 marzo 1729, nella basilica romana di San Giovanni in Laterano, Papa Benedetto XIII canonizzò Giovanni Nepomuceno, elevandolo solennemente agli onori degli altari. È il martire del sigillo della confessione, e la sua festa viene celebrata dalla Chiesa il 16 maggio.

Sul Ponte Carlo, nel luogo in cui venne assassinato, esiste oggi una statua in suo onore.

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Benedetto XVI: “Francesco privo di particolare formazione teologica? Uno stolto pregiudizioˮ

Posté par atempodiblog le 13 mars 2018

Benedetto XVI: “Francesco privo di particolare formazione teologica? Uno stolto pregiudizioˮ
Lettera del Papa emerito per la presentazione della collana LEV sulla teologia del successore: Bergoglio «è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica», c’è «continuità interiore tra i due pontificati»
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

Benedetto XVI: “Francesco privo di particolare formazione teologica? Uno stolto pregiudizioˮ dans Andrea Tornielli Lettera_del_Papa_emerito_Benedetto_XVI
La lettera del Papa emerito Benedetto XVI per la presentazione della collana LEV sulla teologia del successore Francesco

Uno «stolto pregiudizio». Con queste parole decise Benedetto XVI dal suo eremo in Vaticano bolla l’affermazione secondo la quale il suo successore non avrebbe statura teologica mentre lui, Papa teologo, sarebbe stato soltanto un teorico senza comprendere la vita del cristiano di oggi. Le affermazioni del Papa emerito, che sottolinea anche la «continuità interiore» dei due pontificati, sono contenute in una lettera inviata al Prefetto della Segreteria per la comunicazione Dario Edoardo Viganò, che ne ha letto alcuni passaggi durante la presentazione della collana “La Teologia di Papa Francesco”, edita dalla Libreria Editrice Vaticana (LEV), avvenuta la sera di lunedì 12 marzo presso la Sala Marconi di Palazzo Pio.

«Plaudo a questa iniziativa – scrive Benedetto XVI – che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi».

Ratzinger ringrazia di aver ricevuto in dono gli undici libri scritti da altrettanti teologi di fama internazionale che compongono la collana curata da don Roberto Repole, Presidente dell’Associazione Teologica Italiana. «I piccoli volumi – aggiunge Benedetto XVI - mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento».

Non è la prima volta che il Papa emerito fa sentire la sua voce manifestando sintonia con il successore, anche se mai l’aveva fatto con questa forza. Nell’ottobre 2015 si tenne a Roma un convegno teologico sulla dottrina della giustificazione.

In quell’occasione venne letto dall’arcivescovo Georg Gänswein il testo di un’intervista con Ratzinger realizzata dal teologo gesuita Jacques Servais su «cosa è la fede e come si arriva a credere», nella quale Papa Benedetto citava Francesco parlando diffusamente della misericordia: «L’uomo di oggi ha in modo del tutto generale la sensazione che Dio non possa lasciar andare in perdizione la maggior parte dell’ umanità. In questo senso la preoccupazione per la salvezza tipica di un tempo è per lo più scomparsa. Tuttavia, a mio parere, continua a esistere, in altro modo, la percezione che noi abbiamo bisogno della grazia e del perdono. Per me è un “segno dei tempi” il fatto che l’idea della misericordia di Dio diventi sempre più centrale e dominante – a partire da suor Faustina (Kowalska, santa, ndr), le cui visioni in vario modo riflettono in profondità l’immagine di Dio propria dell’uomo di oggi e il suo desiderio della bontà divina».

«Papa Giovanni Paolo II – continuava Ratzinger – era profondamente impregnato da tale impulso, anche se ciò non sempre emergeva in modo esplicito. Ma non è di certo un caso che il suo ultimo libro, che ha visto la luce proprio immediatamente prima della sua morte, parli della misericordia di Dio. A partire dalle esperienze nelle quali fin dai primi anni di vita egli ebbe a constatare tutta la crudeltà degli uomini, egli afferma che la misericordia è l’unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male. Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza».

«Papa Francesco – continuava Benedetto XVI citando il suo successore – si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della propria giustizia l’uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della misericordia».

Benedetto, nel breve saluto finale, era tornato a parlare della misericordia: «Grazie soprattutto a lei, Santo Padre! La sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, di tutto. E speriamo che lei potrà andare avanti con noi tutti su questa via della Misericordia Divina, mostrando la strada di Gesù, verso Gesù, verso Dio».

Alla presentazione del volume, presso la Sala Marconi, dopo l’intervento introduttivo di monsignor Viganò, il cardinale Walter Kasper ha illustrato la teologia profetica di Papa Francesco, sottolineando che il suo magistero «da una parte incontra la resistenza del conservatorismo fondamentalista, dall’altra delude molti riformisti liberali in Occidente, perché il suo programma non è liberale, ma radicale» e, «come ogni profezia, molto resta aperto». Il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il gesuita Luis Francisco Ladaria, assente per una piccola indisposizione, ha inviato il suo discorso, che è stato letto dal sottosegretario del dicastero, don Matteo Visioli. Il testo ha ruotato attorno al concetto teologico di misericordia, partendo dalla considerazione che nell’antropologia biblica il cuore, sede dei pensieri e dei sentimenti, «può essere trasformato e purificato solo da Dio» liberando l’uomo dal peccato e dalla morte con «una vera e propria ricreazione». In questo senso la misericordia è l’aspetto più radicale del manifestarsi di Dio, «perché non si rivolge solo a chi lo merita, ma anche a chi se ne era reso positivamente indegno». Ladaria nel suo testo ha sottolineato che «solo conoscendo il peso del peccato possiamo conoscere il peso ancora più grande della grazia divina», e, in particolare, «nel costato trafitto di Gesù la pietà e la fede dei cristiani scoprono la misericordia che il suo cuore aperto rivela». Don Roberto Repole, presidente dell’Associazione Teologica Italiana e curatore della collana presentata oggi, ha concluso la tavola rotonda sottolineando il «forte stimolo» per i teologi di oggi rappresentato dal pensiero teologico di Papa Francesco, un pensiero capace di evitare il «fissismo che non è veramente tradizionale» da un lato e l’adattamento ai tempi dall’altro. L’incontro è stato concluso dal direttore della Lev fra Giulio Cesareo.

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Pregare per le vittime e (soprattutto) per i carnefici

Posté par atempodiblog le 10 mars 2018

Pregare per le vittime e (soprattutto) per i carnefici
A Latina chi si è indignato per la richiesta del parroco di pregare per l’omicida delle due sue figlie forse ha frainteso il Vangelo
di Antonio Gurrado – Il Foglio

Pregare per le vittime e (soprattutto) per i carnefici dans Articoli di Giornali e News Pregare_per_le_vittime_e_soprattutto_per_i_carnefici
Immagine de Il Foglio

E così, a Latina, durante i funerali delle figliolette di Capasso qualcuno si è alzato a protestare fra i banchi perché il parroco aveva invitato a pregare anche per il padre omicida. È una storia talmente mostruosa e insensata che ogni posizione al riguardo dev’essere considerata con benevolenza, in quanto sempre velata dall’orrore dell’accaduto; quindi è improbabile che chi non ha potuto reprimere il proprio moto d’indignazione alle parole del celebrante non stesse cercando d’imporre perfino in chiesa un’agenda democratica, in cui il furor di popolo sia sufficiente a oscurare l’autorità del sacerdote a cui ci affidiamo come intermediario fra le nostre miserie e Dio.

Dico solo che, se si rigetta l’offerta di pregare per un’anima che chissà quanto avrà sofferto e chissà quanto starà soffrendo ora, vuol dire che non si crede nell’utilità né nel valore della preghiera, allora tanto vale stare a casa. Se non si capisce il brano in cui Gesù dice che sono i malati ad avere bisogno del medico più dei sani, allora è facile fraintendere tutto il resto del Vangelo. Se per comprendere l’abisso del cuore umano bastasse leggere le notizie di cronaca, allora le chiese non servirebbero più.

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“Il confessore uomo dell’ascolto, non padrone delle coscienze”

Posté par atempodiblog le 9 mars 2018

“Il confessore uomo dell’ascolto, non padrone delle coscienze”
Il Papa riceve i partecipanti al Corso sul Foro Interno concluso oggi a Roma al Palazzo della Cancelleria: «Il sacerdote non è la fonte della Misericordia, ma uno strumento»
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

“Il confessore uomo dell’ascolto, non padrone delle coscienze” dans Discernimento vocazionale Confessione

«Medico e giudice», «pastore e padre», «maestro ed educatore». E anche «martire», nel senso di testimone. Il profilo del confessore è chiaro. Eppure è abbastanza ricorrente per chi amministra questo importante sacramento il rischio di diventare «padroni delle coscienze» dei penitenti. Specialmente delle coscienze dei giovani «la cui personalità è ancora in formazione e, perciò, molto più facilmente influenzabile». Per questo Papa Francesco, nel suo discorso ai partecipanti al XXIX Corso sul Foro Interno - aperto il 5 marzo con una lectio del Penitenziere maggiore, il cardinale Mauro Piacenza , e che si conclude oggi pomeriggio presso il Palazzo della Cancelleria – chiarisce subito quale sia il ruolo del sacerdote nelle quattro mura del confessionale: «Strumenti». Niente più.

«Il sacerdote confessore non è la fonte della Misericordia: ne è certo l’indispensabile strumento, ma sempre solo strumento!», afferma Bergoglio che proprio oggi pomeriggio presiederà una celebrazione penitenziale nella Basilica di San Pietro. «Ricordare di essere, e dover essere, solo strumenti della Riconciliazione è il primo requisito per assumere un atteggiamento di umile ascolto dello Spirito Santo, che garantisce un autentico sforzo di discernimento», sottolinea. «Essere strumenti non è una diminuzione del ministero, ma, al contrario, ne è la piena realizzazione, poiché nella misura in cui scompare il sacerdote ed appare più chiaramente Cristo sommo ed eterno Sacerdote, si realizza la nostra vocazione di “servi inutili”».

La consapevolezza di questa «dimensione strumentale» – come la definiva San Tommaso – della riconciliazione favorisce «un’attenta vigilanza sul rischio di diventare i “padroni delle coscienze”, soprattutto nel rapporto con i giovani, la cui personalità è ancora in formazione e, perciò, molto più facilmente influenzabile», annota il Pontefice. Da una parte i confessori hanno «il vantaggio di essere giovani» e dunque «di poter vivere il sacramento della Riconciliazione come “giovani tra i giovani”». «Non di rado, la vicinanza nell’età favorisce il dialogo anche sacramentale, per una naturale affinità di linguaggi», osserva il Papa.

D’altro canto la “condizione giovanile” non è «priva di limiti e perfino di rischi, perché – spiega Francesco ai giovani preti – siete all’inizio del vostro ministero e dunque dovete ancora acquisire tutto quel bagaglio di esperienza che un “confessore consumato” ha, dopo decenni di ascolto dei penitenti».

A maggior ragione non bisogna abbassare la guardia né perdere l’umiltà. Il primo passo, sollecita il Papa, è «saper ascoltare le domande, prima di offrire le risposte. Dare risposte, senza essersi preoccupati di ascoltare le domande dei giovani e, laddove necessario, senza aver cercato di suscitare domande autentiche, sarebbe un atteggiamento sbagliato».

Il confessore è infatti un «uomo dell’ascolto»: ascolto «umano» del penitente e ascolto «divino» dello Spirito Santo. «Ascoltando davvero il fratello nel colloquio sacramentale, noi ascoltiamo Gesù stesso, povero ed umile – afferma il Papa -; ascoltando lo Spirito Santo ci poniamo in attenta obbedienza, diventiamo uditori della Parola e dunque offriamo il più grande servizio ai nostri giovani penitenti: li mettiamo in contatto con Gesù stesso».

E «ogni giovane dovrebbe poter udire la voce di Dio sia nella propria coscienza, sia attraverso l’ascolto della Parola». Solo così, aggiunge Papa Bergoglio, essi possono avviarsi verso «quel cammino prudente e orante che è il discernimento vocazionale», il quale deve essere necessariamente «sostenuto dall’accompagnamento sapiente del confessore, che talvolta può anche diventare – su richiesta dei giovani stessi e mai autoproponendosi – padre spirituale».

Il colloquio della confessione può diventare, quindi, «occasione privilegiata di incontro, per porsi entrambi, penitente e confessore, in ascolto della volontà di Dio, scoprendo quale possa essere il suo progetto, indipendentemente dalla forma della vocazione». Infatti, precisa il Papa, «la vocazione non coincide, né può mai coincidere, con una forma! Questo porterebbe al formalismo! La vocazione è il rapporto stesso con Gesù: rapporto vitale e imprescindibile».

In tal senso il confessore è chiamato ad essere soprattutto «un testimone», cioè a «com-patire per i peccati dei fratelli» e rendere «più efficace l’esperienza della misericordia, spalancando ai fedeli un orizzonte nuovo e grande». Quell’orizzonte «che solo Dio può dare all’uomo».

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Il cardinale Piacenza: no ai preti che chattano sui social durante le confessioni, «atto gravissimo»

Posté par atempodiblog le 9 mars 2018

«Il fedele, soprattutto se giovane, non scambi l’entusiasmo per la vita nuova in Cristo, con una specifica chiamata»
Il cardinale Piacenza: no ai preti che chattano sui social durante le confessioni, «atto gravissimo»
Lectio del Penitenziere Maggiore al corso sul Foro interno: «La confessione è ascolto e incontro con Dio, non si entra in confessionale col cellulare acceso»
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Il cardinale Piacenza: no ai preti che chattano sui social durante le confessioni, «atto gravissimo» dans Cardinale Mauro Piacenza Sacramento_della_Riconciliazione

Sono banditi da ogni confessionale cellulari, smartphone, iPad e qualsiasi altro apparecchio tecnologico che rischia di distrarre il sacerdote durante quello che è un momento fondamentale per la vita dei fedeli, specie quelli giovani, e di snaturare l’intero sacramento. Il cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere maggiore, non usa troppi giri di parole durante la lectio magistralis in apertura del 29esimo corso sul Foro interno, al via oggi fino al 9 marzo al Palazzo della Cancelleria di Roma: «Si ha notizia di taluni confessori, intenti a “chattare sui social”, mentre i penitenti fanno la loro accusa. Questo è un atto gravissimo, che non ho timore di definire: “ateismo pratico”, e che mostra la fragilità della fede del confessore nell’evento soprannaturale di grazia che si sta vivendo!», dice il porporato. E aggiunge: «Non è raro, purtroppo, ricevere le lamentele di fedeli scandalizzati dalla distrazione del confessore, non attento alle loro parole o, addirittura, intento a fare altro, durante il dialogo. Sotto questo aspetto, mi si permetta una sola indicazione, che vale per tutti: non si entra in confessionale con il cellulare acceso, né tanto meno lo si utilizza durante i colloqui sacramentali».

La confessione è, infatti, anzitutto «ascolto» – a 360 gradi – oltre che «incontro» con Cristo, autentico «spazio di libertà», occasione per individuare la propria «vocazione». Dunque un evento per tutti i fedeli, i giovani in modo particolare, dove vedere soddisfatti i «bisogni molteplici ed universali» di ogni persona umana: «bellezza, giustizia, libertà, verità, amore».

Il confessore è chiamato allora a riconoscere la «“apertura del cuore” di chi si accosta al sacramento della Riconciliazione, soprattutto se giovane», considerando anche che «chi vi si accosta compie una scelta libera e contro corrente». Fino a mezzo secolo fa, infatti, annota il Penitenziere maggiore, era quasi scontato «che ci si avvicinasse a quello che molti definiscono “il sacramento difficile”, per mera abitudine o condizionamento del contesto». Oggi, è «incontrovertibile» che, «non ci sia più nulla che culturalmente inviti alla riconciliazione sacramentale, anzi…».

A maggior ragione il confessore deve porsi «in un atteggiamento di profonda “valorizzazione del penitente”, che significa valorizzare non certo il suo peccato, ma il gesto di accostarsi al sacramento, per chiedere perdono a Dio».

Per farlo bisogna tener conto di un assunto fondamentale: «I sacramenti sono azione di Cristo e della Chiesa», rimarca Piacenza; pertanto, «non è pensabile ridurre i sacramenti a mera automanifestazione della fede personale, come accade in certe odierne derive della speculazione teologica». In particolare quello della riconciliazione che solo nelle apparenze ha «come protagonisti il sacerdote ed il fedele, ma che, in realtà, è un incontro del penitente con Cristo stesso».

Una tale consapevolezza «plasmerà» il «tratto umano del confessore» verso una maggiore carità. Non sempre è facile: spesso i penitenti arrivano in confessionale con «espressioni inadeguate, talora perfino distorte o pretenziose». Tuttavia, raccomanda il cardinale, «la sapienza del confessore deve saper leggere» anche in queste «l’eco remota della domanda di felicità e di compimento, presente nel cuore di ogni uomo». «L’accusa dei peccati – spiega Piacenza – è, oggettivamente, un momento di crisi, di messa in discussione del proprio giudizio, delle proprie espressioni, del proprio operato (pensieri, parole, opere ed omissioni). Per tale ragione è indispensabile chiedere allo Spirito Santo la grazia che quella “crisis” sia trasformata realmente in un momento di crescita, attraverso l’incontro con Cristo».

Un incontro che «è capace di ri-costruire il nostro essere, distrutto dal peccato». Il penitente questo lo sa, o anche qualora non ne fosse consapevole, accostandosi alla Riconciliazione egli «domanda al Signore di essere ri-creato, domanda che la sua vita sia trasformata». È chiara, perciò, «l’enorme e santa responsabilità del Sacerdote, per ogni singola confessione, per ogni singolo penitente, perché l’incontro con i Signore non sia mai ostacolato». Anche se ciò non implica mai «la rinuncia al compito di “giudice e medico”».

Il Penitenziere maggiore chiarisce poi un altro punto: «La dinamica relazionale, insita nella celebrazione del Sacramento, ha in se stessa una valenza vocazionale», laddove per vocazione si intende non tanto «la scelta che l’io compie, quanto piuttosto la libera scelta che Dio compie, stabilendo la forma del rapporto, che ciascuno vive con Lui». Certamente possono esserci «vicende esistenziali nelle quali la conversione coincida con la vocazione, ma – ammonisce il porporato – è sempre opportuno verificare che le due realtà siano distinte e che il fedele, soprattutto se giovane, non scambi l’entusiasmo per la vita nuova in Cristo, con una specifica chiamata».

Nella sua lectio, Piacenza insiste inoltre sulla dimensione «dialogica» della struttura della Riconciliazione. Dialogo che, dalla parte del penitente, si traduce nel «delicatissimo momento dell’accusa» dei propri peccati; da parte del confessore, in ascolto «attento, prudente, accorato, capace di cogliere le sfumature», ascolto «profondo e paterno del penitente». Esso «è il primo passo di quel “miracolo di cambiamento” che la confessione determina». Ed «è frutto di grande autodisciplina», dice il cardinale, pertanto «dovrebbe sempre essere generosamente inserito in un normale orario d’impegni settimanali, e preceduto da qualche momento di raccoglimento profondo e di preghiera, domandando di divenire realmente capaci di ascolto, nella consapevolezza drammatica dell’importanza, talora determinante, della nostra mediazione umana». In questo modo si può incoraggiare il fedele «a confessare anche ciò che (sbagliando, speriamo invincibilmente) non pensava di poter confessare».

Per i giovani l’ascolto è una necessità fondamentale, insiste il cardinale, considerando l’«assenza» nel nostro tempo «di figure capaci di autentico ascolto». «I giovani – dice con lo sguardo rivolto al Sinodo di ottobre - con le loro speranze e delusioni, con i loro desideri e le loro contraddizioni e le loro paure, hanno urgente necessità di essere ascoltati, non soltanto dai propri coetanei (ammesso che siano capaci di ascolto), ma soprattutto da adulti veri, autorevoli, accoglienti, prudenti, capaci di una visione unitaria del mondo, dell’uomo e della vita, capaci da essere per i giovani, punti di riferimento saldi, affettivamente significativi ed esistenzialmente determinanti».

Posto questo, il penitente, specie quello giovane, «ha il diritto di ascoltare, dalle labbra del confessore, non le opinioni personali di un uomo, per quanto culturalmente preparato e teologicamente informato, ma solo ed unicamente la Parola di Dio», «interpretate dal Magistero autentico», precisa Piacenza.

Non poteva mancare nella sua lectio un riferimento a San Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, «grande ed esemplare confessore». «Dio ci perdona, anche se sa che peccheremo ancora», diceva il sacerdote. Non si tratta di «giustificare il peccato» spiega il cardinale, ma di basarsi sulla «realistica constatazione della fragilità umana e della ferita del “peccato delle origini”», che incide anche su facoltà superiori come intelligenza, libertà e volontà.

Alla luce di questo la Confessione si può definire «come uno “spazio di libertà”, anzi forse è il solo vero spazio di autentica libertà donato all’uomo», afferma il Penitenziere: «Non esiste altro luogo, sulla terra, come la Riconciliazione sacramentale, nel quale sia possibile fare un’analoga esperienza: non solo essere amati incondizionatamente, nonostante il proprio peccato, ma anche vedere distrutto il proprio peccato ed essere amati in modo pieno, in modo infinito».

In quest’orizzonte di libertà, «è possibile intuire la vocazione e scegliere di non seguirla», come accadde nell’episodio evangelico del “giovane ricco”. Gesù «non trattiene il proprio interlocutore con ulteriori ragionamenti persuasivi; continua ad amarlo, ma si arrende umilmente alle sue scelte». Il confessore è chiamato ad immedesimarsi in questo atteggiamento rispettando «le scelte del penitente». Non significa «condividerle e “benedirle”» bensì «accettare di non potersi sostituire alla sua libertà». È questo, sottolinea il cardinale, «un altro grande errore della cultura contemporanea»: pretendere «non solo che le aberrazioni siano rispettate, ma che siano condivise e benedette e che nessuno si permetta di dire il contrario, di affermare l’esistenza, almeno, di un’alternativa reale e possibile.

Solo il cristianesimo riesce ancora a distinguere adeguatamente, per amore, l’errore dall’errante».

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L’invenzione dell’universo

Posté par atempodiblog le 9 mars 2018

L’invenzione dell’universo
La creazione è un fatto logico e Dio c’entra eccome. Parla Guy Consolmagno, l’astronomo del Papa
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

L'invenzione dell'universo dans Articoli di Giornali e News I_Pilastri_della_Creazione
I “Pilastri della Creazione”: colonne di gas interstellare e polveri visibili nella Nebulosa Aquila, riprese nel 1995 dal telescopio spaziale Hubble

“Ciò che di Dio si può conoscere è agli uomini manifesto; Dio stesso lo ha manifestato loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute” (san Paolo, Lettera ai Romani 1, 19-20)

“La prima cosa che vedo quando guardo la notte è la bellezza delle stelle, come del resto può fare chiunque abbia gli occhi e possa alzare lo sguardo al cielo notturno. Ma subito dopo cerco di identificare tra quelle stelle i miei amici, chiamandoli per nome”, dice al Foglio Guy Consolmagno, sessantacinquenne gesuita di Detroit e direttore della Specola vaticana dal 2015. E’ un astronomo, ha studiato al Mit di Boston e insegnato a Harvard. Esperto di fama mondiale nel campo dei meteoriti, a lui è stata intitolata perfino un asteroide, il “4597 Consolmagno”. Si divide tra l’Italia e l’Arizona, nel cui deserto può trovare quel buio pesto che gli consente di ammirare lo splendore della volta celeste. Mica come qua, dove è le luci delle città disturbano ovunque: “L’inquinamento luminoso è un peccato contro il Creatore!”, ci tiene a sottolineare. Dopotutto ne va anche del suo lavoro.

Consolmagno ha coltivato la passione per le stelle fin dalla tenera età, quando componeva puzzle a tema e rimase folgorato da un libro: “Mi regalarono un volume meraviglioso sulle costellazioni scritto da H. A. Rey (meglio conosciuto come Curious George) che tra l’altro è stato recentemente tradotto in italiano con il titolo Trova le costellazioni che mi ha mostrato le costellazioni collegando le stelle da punto a punto”. Più avanti, la vocazione e l’idea, corroborata dal tempo e dall’esperienza, che scienza e religione debbano camminare insieme. “Mio padre, quando ero bambino, mi insegnò quali fossero le stelle più luminose – lui aveva prestato servizio nell’aeronautica durante la Seconda guerra mondiale, e si servì proprio delle stelle per orientarsi in una spedizione di bombardieri americani alle Hawaii e poi in Inghilterra. Quindi, quando vedo le stelle, penso anche a lui, che ad aprile compirà cent’anni. Le stelle sono davvero come vecchi amici, per me. Quando andai in Africa con il Corpo di pace statunitense, le stelle mi hanno impedito di essere nostalgico, ricordandomi che sono davvero a casa ovunque io possa vederle. Ma penso anche alla scienza che sta dietro a quello che vedo, stelle luminose come la Betelgeuse, o piccoli gruppi come le Pleiadi. Io studio i pianeti e le loro lune, e i pianeti sono facili da individuare anche a occhio nudo. Per cui è davvero divertente guardare Giove e poter dire che quel punto luminoso è l’argomento di quanto sto studiando chiuso nel mio ufficio. Ed è allora che capisco davvero la gloria di Dio nei cieli. Non solo – dice Consolmagno – lui ha fatto le stelle, ma ci creati in modo tale che potessimo vederle e persino capirle. Dio ci ha invitato a condividere la gioia e l’amore che c’è nella sua creazione. E questo mi dà ancora più gioia”.

Eppure spesso si sente ripetere che la scienza, considerata la più alta espressione del razionalismo, non può contemplare la presenza di Dio, che viene ridotto a pura idea, a superstizione. Il direttore della Specola sorride: “Chi dice questo – inclusi diversi scienziati – ovviamente non sa cosa sia in realtà la scienza. Come funziona la ragione? Per essere in grado di affrontare ogni domanda in modo razionale è necessario partire con gli assiomi e le ipotesi. Bisogna avere fede in tali ipotesi e riconoscere che una o l’altra potrebbero anche essere sbagliate o incomplete. Bisogna avere anche fiducia nel fatto che si è svolto correttamente il ragionamento, avendo l’umiltà di ammettere che l’errore è possibile. Ecco perché testiamo le nostre conclusioni con ulteriori osservazioni e nuovi esperimenti. In altre parole – aggiunge Consolmagno – la scienza e quindi il ragionamento si basano sulla fede. E’ un’occupazione molto umana, piena di ogni sorta di emozioni umane, gioie e paure. Perché scegliamo di essere scienziati anziché agricoltori o banchieri? Perché scegliamo di lavorare in questo campo della scienza e non in un altro? Perché scegliamo di studiare un problema e non uno diverso? Tutte queste scelte sono fatte sulla base di una meravigliosa miscela di ipotesi e intuizioni basate sull’esperienza, sia la nostra sia quella dei grandi scienziati che ci hanno preceduto. Non ci sono due scienziati che fanno le stesse scelte”.

Ma come si decide quale scelta compiere? “Proprio con l’atto della contemplazione. Con un po’ di fortuna si trova un momento di calma per decidere dove ci stanno guidando le nostre intuizioni e per riflettere in modo profondo su ciò che stiamo tentando di fare. La buona scelta richiede la contemplazione”. Tuttavia, non è infrequente che il senso del contemplare sia equivocato e frainteso, “ed è anche abbastanza comune che le persone fraintendano cosa sia la religione. Ogni esperienza religiosa inizia proprio con un’esperienza, contattando cioè un determinato settore della realtà. E’ un evento, un ‘punto-dati’, se si vuole. Qualcosa di reale è successo, una vera scelta che dobbiamo fare ci attende. E poi cerchiamo di dare un senso a quell’esperienza, con la nostra ragione. E come vediamo, la ragione si basa su ipotesi elaborate in base a ‘criteri di fede’, informati dall’esperienza. Non solo la nostra esperienza, ma l’esperienza di noi stessi e di coloro di cui ci fidiamo”.

Secondo il direttore della Specola vaticana, “la scienza è un modo per incontrare Dio come creatore: è come una preghiera”. Bisogna chiedersi “chi sta realizzando questo incontro e dove si svolge? Io sono colui che sperimenta questo incontro, che sta avvenendo in questo universo fisico. Per parafrasare una vecchia canzone, io sono un ragazzo materialista che vive in un mondo materialista”. Ma – aggiunge – “se considero uno dei presupposti dai quali ero partito, il pensiero che questo mondo (e io in esso) sia il risultato di un atto deliberato di creazione da parte del Dio che sto cercando di incontrare, allora proprio come riesco a riconoscere Dylan o Dante dal modo in cui ha scritto il suo poema, allo stesso modo posso conoscere Dio dal modo in cui ha composto la poesia dell’universo”.

Precisa subito, Guy Consolmagno, che non sono idee sue: “San Paolo, cominciando la Lettera ai Romani, scrive che sin dal principio Dio si è rivelato nelle cose che ha creato. Si noti che sto parlando di poesia. La poesia è il modo in cui cerchiamo di esprimere qualcosa di più grande di quanto le parole possano contenere o esprimere: amore, paura, desiderio, gioia. Ogni documento scientifico è un’opera di poesia. Che cos’è, d’altra parte, un’equazione scientifica se non una metafora dei frammenti di realtà che si sta tentando di descrivere?”.

E a proposito di opere poetiche, il direttore-astronomo cita la Genesi, il suo inizio, “uno dei grandi poemi su Dio e la Creazione. Ovviamente questo non è un libro di testo scientifico… la scienza non era ancora stata inventata quando la Genesi fu scritta. Questo libro ci dice cose meravigliose sulla Creazione. Innanzitutto, ci dice che Dio decise di creare un universo. Insomma, non è accaduto per errore, a differenza di quello che pensavano i babilonesi. E’ fatto in modo logico, passo dopo passo, giorno dopo giorno. E la prima cosa creata è stata la luce, così che nulla di quanto realizzato resti nell’oscurità”. Qui il nostro interlocutore si ferma e scandisce bene le parole: “Dio ama la logica. Nell’incipit del Vangelo di Giovanni noi leggiamo ‘in principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio’. Verbo in greco si dice logos, la radice di logica. Dio è quindi identificato con la Ragione”. Il culmine di tutto, però, si raggiunge al settimo giorno, “quando noi ci fermiamo a contemplare questo universo nel quale siamo stati messi. La contemplazione potrebbe essere poesia o preghiera. O anche scienza”.

A proposito di scienza e di scienziati, è d’obbligo la domanda sull’assunto di Stephen Hawking, secondo cui – dopo aver per un attimo tentennato dinnanzi all’ipotesi dell’esistenza divina – le prove a disposizione dicono che l’universo non ha bisogno di alcun creatore, che il Big Bang deriva da null’altro se non dalle leggi della fisica. Consolmagno accetta la sfida e confuta scientificamente: “Consideriamo l’idea di Hawking in modo logico. Lui dice che il Big Bang potrebbe essere il risultato di una fluttuazione quantistica dello spazio-tempo, una fluttuazione quantistica della gravità. Assume quindi che le persone religiose identifichino l’origine dell’universo intesa come Big Bang con l’atto di creazione divina. Quindi conclude che non esiste alcun Dio. Ma se si segue il suo stesso ragionamento, si capisce che non è vero. Se Dio è la cosa che inizia il Big Bang e la cosa che inizia il Big Bang è la gravità, allora deve concludere che la gravità è Dio”.

Il fatto è che, spiega ancora Consolmagno, Hawking “fraintende due concetti. Pensa che la creazione sia solo il punto di partenza, e pensa che dio sia la cosa che dà il via a tutto. Ma un dio responsabile del Big Bang universale non sarebbe altro che un dio della natura, come Giove o Cerere, che scagliavano fulmini o propiziavano la crescita dei raccolti. Insomma, un’altra forza accanto alla gravità e all’elettromagnetismo. Hawking ha ragione a non credere in un tale dio. Nessun cristiano dovrebbe farlo, abbiamo respinto le divinità della natura degli antichi romani e greci (soffrendo le persecuzioni) e dobbiamo respingere anche quell’idea di dio. Neanche io ci credo, così come non credo a tante altre idee di dio che circolano nel mondo. Insomma, io e Hawking sul punto non siamo così distanti. Ma il Dio della Genesi è colui che è già presente prima che lo spazio e il tempo fossero creati. Sì, ci sono le leggi della fisica da usare per spiegare come funzionano le cose. Dio però è fuori dal tempo e l’atto di volontà che ha reso possibile l’esistenza di questo universo è un atto che non è circoscrivibile ad alcun luogo o momento. La creazione avviene in ogni momento, sempre. Ogni secondo che esiste in modo che possiamo essere consapevoli della sua esistenza è un miracolo. Non c’è ragione alcuna, all’interno della natura stessa, per spiegare perché la natura possa esistere”.

Complicato? “Questo – osserva il direttore della Specola vaticana – è un fondamento classico della filosofia e anche della ragione, legato all’idea che ogni atto razionale debba partire da assiomi che sono al di fuori del campo della ragione, provandoli o confutandoli. Il significato di questo universo, insomma, non può essere trovato nell’universo”.

Guy Consolmagno a questo punto ci tiene ad aprire una parentesi, un inciso neanche troppo marginale che riguarda Georges Lemaître, l’astrofisico belga che per primo, negli anni Venti, avanzò la teoria del Big Bang, venendo schernito da buona parte della comunità scientifica perché lui era un prete cattolico: pensavano che volesse dimostrare la storia della creazione della Genesi. “Lemaître – il quale è stato ricordato nel 2016 con convegni, pubblicazioni e studi a cinquant’anni dalla morte avvenuta a Lovanio, ndr – aveva capito bene questo fatto e infatti si rifiutò di identificare il punto d’origine del Big Bang con l’atto della creazione divina. Naturalmente, a differenza di Stephen Hawking, Georges Lemaître aveva anche studiato teologia e filosofia. Era un prete, oltre che uno scienziato con dottorato in matematica e astrofisica”.

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