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Su Halloween, i Santi e l’insipienza di noi cristiani

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2017

Su Halloween, i Santi e l’insipienza di noi cristiani
di Costanza Signorelli – La nuova Bussola Quotidiana

Su Halloween, i Santi e l’insipienza di noi cristiani dans Articoli di Giornali e News halloween_party

“Tenete a casa i vostri figli quella notte, perché – anche senza volerlo e a loro insaputa – gioirebbero e danzerebbero per il Grande Cornuto, che appunto… è un cornuto. E che non può salvarli!”. Don Ermes Macchioni, sacerdote in Fontana di Rubiera (Reggio Emilia) ed attivissimo esorcista da oltre trent’anni, sulla cosiddetta “festa” di Halloween ha le idee molto chiare: “quella è la notte più esoterica e satanica di sempre”. Eppure, non è tanto con la festa pagana che il don se la prende perché “il mondo civile può celebrare quello che vuole”, ma è con “l’insipienza e l’incoerenza di noi cristiani”. Tutt’altro che una lamentela la sua: è la semplice (e sempre meno scontata) volontà del buon pastore di condurre il gregge verso una vita cristiana radicale e ben radicata nel Vangelo. E infatti don Ermes ha dato inizio a quella che – dalle sue parti – è ormai diventata una tradizione: la grande festa dei Santi nella sera del 31 ottobre. Sera in cui, per l’appunto, il calendario liturgico cristiano segna la vigilia di Ognissanti. Così: bambini e ragazzi, adulti e piccini, si trovano tutti insieme per festeggiare nel nome e nella gloria del Signore. La Nuova Bq lo ha intervistato per approfondire questa vincente iniziativa e per fare un po’ di chiarezza su Halloween che, molto spesso, è considerata una festa innocua anche dai credenti.

Intanto, don Ermes, ci racconti: com’è questa Festa dei Santi che si è inventato?
Circa dieci anni fa, quando ancora ero parroco nella chiesa di San Michele a Sassuolo, ho capito che era necessario offrire ai bambini e ai ragazzi una proposta positiva che si contrapponesse alla sempre più celebrata notte di Halloween. Fu così che iniziai a organizzare la festa dei Santi proprio nella sera del 31 ottobre, che è in assoluto la notte più esoterica e satanista dell’anno. Qualche anno fa io ho cambiato parrocchia, ma quella festa non ha mai smesso e continua tuttora. Si tratta di un momento di aggregazione semplice e gioioso, con giochi, canti, dolci e tutto quanto si possa trovare in un’autentica festa. E però, è una festa alla luce dei Santi! Ognuno sceglie il santo che più sente vicino alla propria storia personale, per esempio quello di cui porta il nome, e poi è chiamato a dare ragione di questa rappresentazione. Si apre così un momento di gioiosa catechesi sulla vita dei santi e sulla bellezza e l’importanza che la loro vita rappresenta nella storia della Chiesa. Ma anche nella nostra storia personale: i bambini, i ragazzi devono essere educati a guardare ai santi come veri modelli di vita. Poi, chi non si traveste da santo si deve vestire esclusivamente di bianco.

Insomma mi sembra di capire: niente travestimenti da maghi, streghe o morti che camminano…
Quanti sanno davvero perché ad Halloween ci si veste così? Cosa significa? Nel rituale originale di Halloween sta scritto: « Nella vigilia di Ognissanti i defunti uscivano dai sepolcri, per tornare ancora una volta con gli amici di un tempo a godere il tepore, il conforto e la gioia dell’amicizia. Che tutti quanti siano felici e colmi di gioia. Danziamo dunque e stiamo felici per tutti i nostri fratelli che hanno già varcato la soglia……proprio come accade oggi ». No! Questa è esattamente una catechesi al contrario, una catechesi cattolica rovesciata! Non accade per niente questo perché non può accadere: non esiste un auto-risurrezione! Il cristiano non può celebrare questo, nemmeno per scherzo. I nostri defunti non ritornano; essi sono viventi in Cristo (e speriamo tutti), ma non possono tornare da noi. Siamo noi che dobbiamo raggiungere il loro mondo. Attenzione: per raggiungere il loro mondo non serve la magia di streghe e fattucchieri, ma serve seguire Cristo, imparare a vivere come Lui e a morire come Lui. Noi cristiani non celebriamo i demoni, ma i Santi che sono vivi in Cristo!

Perciò un cattolico, per la sua stessa fede, dovrebbe opporsi alla festa di Halloween?
Io non mi presento contro Halloween, ma contro l’insipienza e l’incoerenza di noi cristiani. Cioè: uno è libero di fare come crede, il mondo civile può scegliere di fare tutte le feste che vuole. Però io dico: perché noi cristiani dobbiamo prendere parte a feste pagane?

Molti le risponderebbero: “per divertirsi, per far divertire i bambini, che male c’è?”
A parte che per divertirsi e far divertire i bambini ci son ben altri modi. Per esempio: venendo all’oratorio vestiti di bianco come nella nostra festa, i bambini e i ragazzi fanno tutto quello che fanno quelli vestiti di nero, i quali invece non sanno affatto quello che stanno facendo in quella notte.

Che cosa stanno facendo?
Bisogna sapere che la magia di Halloween è ben di più. Non è solo un fatto sociologico e commerciale, ma è un evento spirituale partecipando al quale, anche solo passivamente, cioè per moda, si commetterebbe un peccato d’idolatria. Poiché si renderebbe comunque un’adorazione implicita a satana, aderendo alla festa magica di quella notte. Noi battezzati respingiamo con forza tutto questo perché amiamo e teniamo dentro un altro tipo di Speranza, che sgorga come Sorgente perenne da un Sepolcro trovato vuoto, in un’alba di splendore accecante: l’Alba Pasquale!

Perché c’entra satana?
Sempre nel rituale originale di Halloween si parla di « decorare e drappeggiare », di « canti, musiche, recitativi…che si ispirino tutti alla morte, agli spiriti, ai fantasmi e alla magia, anche se non devono essere privi di toni di conforto e piacevolezza ». E ancora: « Sull’altare va collocato, fra gli strumenti necessari, anche un elmo cornuto o qualcosa che bene rappresenti questo concetto ». Domando allora: chi rappresenta codesto elmo cornuto?!? Ecco la preghiera del rituale: « Con questo, nella santa vigilia di Samhain, ti concedo il dominio e il potere, o Grande Cornuto, Dio dei regni tenebrosi ». Allora da esorcista io dico a tutti: non si può giocare con i dèmoni, nemmeno indirettamente! Ad Allen Kardec, che è il teorizzatore dello spiritismo e lui stesso grande spiritista dell’Ottocento, gli spiriti fecero questa confessione: “Quando voi ci tendete la mano per chiedere qualunque cosa, anche la più banale, per noi è un invito a farci avanti”.

Però poi c’è un paradosso: si accolgono feste come Halloween o simili, ma si parla sempre meno del diavolo a tutti i livelli, tanto più se si tratta di bambini o ragazzini. Don Ermes, occorre parlare del diavolo? Anche ai più piccoli?
Ma certo che occorre, io sono un esorcista! I genitori dovrebbero smetterla di pensare che il diavolo faccia paura ai loro figli, anche perché i loro figli tramite internet vanno proprio a cercare queste realtà! I genitori magari non se ne accorgono, ma proprio attraverso quei telefoni che i ragazzini hanno sempre tra le mani,  loro imparano, ad esempio, come fare i medium, come fare le sedute spiritiche e fanno anche ben altro… Perciò i genitori non si accorgono che i loro figli, purtroppo, sono molto più avanti di loro. Questo è problema veramente serio che come esorcista conosco bene! E poi aggiungo un’altra cosa.

Prego.
Se la Madonna di Fatima, la prima cosa che ha fatto con i veggenti – che avevano 7, 9 e 10 anni – è stata di fare vedere loro l’inferno. Proprio Lei che è “La Madre”, la prima cosa che ha fatto è stata di portarli a vedere l’inferno. E le nostre mamme cristiane? Perché allora si trattengono da questo?

Magari per paura…
Un cristiano non deve avere paura del diavolo! E’ il diavolo che ha paura di noi cristiani! Noi dobbiamo tenercelo lontano, non dobbiamo andarlo a cercare. Ma dobbiamo anche sapere che il diavolo ha paura di noi, perché se viviamo il nostro battesimo, se lo viviamo fino in fondo, il diavolo non può toccarci! Perciò bisogna cominciare ad educare i bambini sin da piccoli, non si può cominciare quando ormai il mondo li ha avvolti: la preghiera, i sacramenti, una catechesi sulla vita morale. E bisogna anche iniziare a insegnar loro a combattere il maligno che esiste e opera: per esempio, rinunciando a far star male gli altri, rinunciando all’orgoglio, rinunciando a vendicarsi, rinunciando a tutte quelle attività che si contrappongono alla domenica come giorno del Signore, magari ridimensionando un po’ il calcio etc… Ma più che la paura, la ragione per cui non si parla più del diavolo è un’altra.

Quale?
E’ venuta a mancare la fede. E’ venuta a mancare la frequentazione ai sacramenti, in particolare la Santa Messa. Non so dalle vostre parti, ma da noi alla domenica si va a fare la spesa al centro commerciale e non c’è più tempo di andare a messa. Io sono esorcista da trent’anni ormai: prima era difficile trovare dei posseduti, erano davvero pochi. Adesso quelli che, in un modo o in altro, sono caduti nelle mani del diavolo sono davvero tanti. Il diavolo oggi si sta dando un gran da fare e credo che gioisca tanto perché la fede si è intristita, la fede è stata abbandonata. Bisogna tornare con forza ai sacramenti e alla preghiera: le vere armi della vittoria contro il male!

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Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia

Posté par atempodiblog le 29 octobre 2017

Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia
di Costanza Signorelli – La nuova Bussola Quotidiana

Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia dans Articoli di Giornali e News Manuel_il_bambino_che_parlava_con_Ges_Eucarestia

Anche se nella sua giovanissima vita non avesse parlato a tu per tu con Gesù, la storia di Manuel resterebbe senza alcun dubbio un prodigio meraviglioso. Un bambino che a soli quattro anni affronta la malattia come fosse un’inesauribile storia d’Amore con il suo Gesù. Un piccoletto che offre il suo dolore innocente sino al sangue per «convertire più anime possibili». Un fanciullo che a 9 anni nasce al Cielo in festa, così sicuro del Paradiso tanto da non vedere più i confini tra Cielo e terra. Ecco, entrare nella storia di questo mistero basterebbe a sciogliere anche i cuori più induriti, «quelli che – dice Manuel - non conoscono il Tuo amore». E però quel bambino di Calatafimi, in quel paesello di 6 mila anime disperso fra le colline sicule dell’agro segestano, quel piccolo bambino, con il suo Gesù, ci parlava per davvero.

Certo, servirebbe narrare degli oltre 30 cicli di chemioterapia, del trapianto, delle operazioni e trasfusioni di sangue, delle metastasi diffuse, degli inenarrabili dolori sofferti nel dolce corpicino, ma neppure i racconti più dettagliati basterebbero per comprendere la Via Crucis che Manuel ha percorso per cinque anni, da quella mattina del 2005 in cui il piccolo si sveglia con un forte dolore alla gamba destra e una fastidiosa febbriciattola che gli toglie l’appetito. La diagnosi arriverà una manciata di giorni più tardi presso l’ospedale pediatrico di Palermo, dove Manuel viene trasportato d’urgenza per un tracollo repentino delle condizioni di salute: i referti medici parlano di “un’infiltrazione massiva di neuroblastoma di IV stadio che ha intaccato le creste iliache del bacino”. In una parola: tumore. A soli 4 anni. Eppure, leggendo le pagine del diario che mamma Enza ha ricomposto con le lettere del figlioletto e i racconti dei suoi testimoni, non si può che faticosamente arrendersi a quella che per il bambino restava una “semplice” evidenza: la battaglia di Manuel è stata gioiosa e gloriosa. In quella battaglia contro il male, combattuta con un fortezza dell’Altro mondo, in quella battaglia in cui è caduto e andato a morire, davvero Manuel ha vinto tra le potenti braccia di Dio Padre.

C’è un reale imbarazzo nel dover selezionare alcuni stralci dell’esistenza di Manuel essendo la sua vita uno sterminato campo di spiritualità incarnata, in cui si possono raccoglie i fiori più preziosi. Una spiritualità così profonda sin nella sua più tenera età. Come racconta suor Prisca, in servizio presso l’ospedale di Palermo, dove il bambino viene subito sottoposto all’operazione di asportazione del tumore e ai primi cicli di chemioterapia: «Era piccolissimo, ma prima di fare la terapia veniva sempre in cappella e incontrandomi mi diceva: « Suor Prisca, portami in sacrestia, perché voglio vedere Gesù in Croce! ». Poi teneramente le prendevo in braccio e gli mettevo la testolina vicino al tabernacolo. Era felicissimo perché voleva essere il più caro amico di Gesù. E poi recitavamo insieme il Santo Rosario e con emozione lo ascoltavo ripetere le litanie a memorie». Il racconto della sorella francescana del Vangelo, che appartiene alle prime tappe di Manuel sulla via della Croce, è rivelatore di quello che accadrà al frugoletto nei tempi a venire: attraverso la recita assidua del Santo Rosario, la Madre Celeste lo condurrà per mano da Suo figlio. La ricezione di Gesù Eucarestia diventerà l’unico vero centro della sua esistenza, sino ad arrivare – negli ultimi tempi di vita terrena – a nutrirsi del solo corpo di Cristo.

E’ infatti la Mamma Celeste che dai primissimi giorni di malattia entra nei racconti del bambino in modo insistente. Dapprima perché – dice Manuel – le Ave Maria lo fanno «stare meglio»: chiede spesso di recitarle specialmente nei momenti di dolore perché «lo fanno passare» o in quelli di paura perché «donano la forza e la pace». Ma più passa il tempo, più i racconti di quella Madre speciale prendono corpo, si fanno vividi, quasi palpabili. Come in quel pomeriggio di settembre. Manuel è esausto nel corpo per le interminabili terapie e affranto nell’animo per non poter raggiungere gli amici all’apertura dell’anno scolastico, il piccolo chiede allora alla Madonnina una consolazione speciale. Un tripudio di fuochi d’artificio imprevisti si accenderà nel cuore della notte, sotto gli occhi increduli di mamma Enza che fissa il cielo sbigottita dalla finestra dell’ospedale: solo qualche ora prima aveva teneramente compatito quel figlio così sicuro che annunciav«Questa notte ci saranno i fuochi. La Madonnina mi farà questo favore, ne ho bisogno!»Sono incalcolabili le volte in cui il bambino, ricorrendo alla Sua santa protezione, viene esaudito sopra ogni aspettativa ed è altrettanto incalcolabile l’amore che Manuel nutre per la Regina del Cielo. Ancora: il 13 ottobre 2007, sarà proprio la Lei ad aiutare il figliolo ad incontrare per la prima volta il suo grande Amico Gesù. E’ il giorno della Prima Comunione: Manuel ha solo 6 anni, ma date le allarmanti condizioni di salute ed il suo inestimabile desiderio di ricevere il Corpo di Cristo, il piccolo ottiene dal vescovo il permesso di anticipare il Sacramento dell’Eucarestia che riceverà dal cappellano, padre Mario, presso la piccola chiesa del nosocomio. La giornata tanto attesa però non promette bene, al risveglio il bambino è visitato da pesanti dolori alla gamba tanto da non potersi alzare dal letto, teme perciò di non riuscire a recarsi in cappella. Verso mezzogiorno e contro ogni previsione il male sparisce. Manuel lo spiega così: «La Madonna ha detto: “Non può Manuel prendere Gesù zoppicando”. E così ha fatto la magia e mi ha fatto guarire. Grazie, Madonnina del mio cuore!».

Ed è proprio con l’Eucarestia che iniziano gli assidui colloqui con Gesù. Ogni qual volta il bambino riceve il Corpo di Cristo cade in profonda contemplazione: se in chiesa si sdraia sul tappeto ai piedi dell’altare, se costretto a letto dalle terapie o dai dolori si copre tutto col lenzuolo, sino in viso. Quando riemerge, il fanciullo riferisce con massimo riserbo alla mamma o ai due padri spirituale – padre Ignazio Vazzana e il carmelitano fra Giuseppe – i suoi colloqui con Gesù, che negli ultimi tempi si fanno sempre più assidui e raggiungono livelli impressionanti. Difficili da decifrare e perfino da credere possibili in un bambino così piccolo. Eppure sono accaduti. Come il dopo-Comunione di una mattina di agosto: Manuel ha appena ricevuto l’Ostia consacrata da Piero, il ministro dell’Eucarestia. Dopo il ringraziamento, dice alla mamma: «Gesù nella Comunione mi ha detto una frase bellissima: “Il tuo cuore non è tuo, ma il mio ed io vivo in te».Poi aggiunge: «Non ho capito bene queste parole, me le puoi spiegare?». La mamma non sa cosa rispondere, con la testa che viene bombardata da mille interrogativi. Che cosa sta succedendo a suo figlio? In quell’istante non gli riesce che di recitare l’illuminante frase di san Paolo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20). Il bisogno di stare con Gesù si fa totalizzante tanto da spingere Manuel a supplicare il vescovo di Trapani così: «Vescovo. Desidero tanto avere Gesù Eucarestia a casa mia! Così posso adorarlo quando voglio! Non ti preoccupare, il posto dove fare il tabernacolo c’è!». Nonostante l’insistenza, la richiesta non potrà essere esaudita, ma Manuel troverà consolazione nell’ «immensa felicità di poter servire la Messa» nella cappella della Curia, vestito con la tunica della prima Comunione. Qualche tempo più tardi la supplica al vescovo si trasformerà in un accorata disposizione: «Vescovo, per favore, puoi dire ai tuoi sacerdoti di abituare tutti ad almeno cinque minuti di silenzio per poter parlare e ascoltare Gesù nel proprio cuore? Pensa all’ultima persona che fa la Comunione, non ha nemmeno il tempo di dire “Ciao” a Gesù!»Il perché lo spiegherà in un’altra lettera che il piccoletto sentirà l’urgenza di scrivere a tutti, amici e non, con la sapienza di un teologo e l’autorità di un uomo di Dio: «Gesù è presente nell’Eucarestia. Lui si fa vedere e sentire nella santa Comunione. Non ci crederete? Provate a concentrarvi, senza distrarvi. Chiudete gli occhi, pregate e parlate perché Gesù vi ascolterà e parlerà al vostro cuore. Non aprite subito gli occhi perché questa comunicazione si interrompe e non torna mai più! Imparate a stare in silenzio e qualcosa di meraviglioso succederà! Una BOMBA DI GRAZIA!».

Cardinali, vescovi, sacerdoti, consacrate o semplici laici, chiunque sia innamorato di Gesù e sente parlare di Manuel desidera conoscerlo e trascorrere un po’ di tempo in sua compagnia. La casa e l’ospedale diventano un via-vai di amici e interi conventi alzano al Cielo suppliche e lodi per questo piccolo gigante della fede. Senza dubbio uno degli aspetti che più sconvolge e converte chi gli sta intorno, è il modo in cui Manuel vive la sofferenza: è un fiore sbocciato ai piedi della Croce per adorare e abbracciare Gesù. Una Croce in cui Manuel vede con inenarrabile chiarezza la sua missione«Mamma davvero esistono persone che non amano Gesù? Dobbiamo portare a Lui più anime possibili». Amore, sacrificio e offerta di sé sono realtà inscindibili per Manuel, come spiegherà candidamente un giorno alla sua mamma: «Per amare Gesù devi pregare molto, lavorare bene, studiare e fare sacrifici per offrirli a Gesù». Scarifici? Chiederà spiegazione la madre. «Per esempio - replica il bambino - non vuoi mangiare pasta con le zucchine e tu la mangi lo stesso e lo offri per amore di Gesù»Ecco cosa racconta don Ignazio che, dall’età di 7 anni sino alla fine, lo ha seguito come padre spirituale: «Manuel mi diceva sempre che Gesù gli aveva donato la sofferenza e che aveva bisogno di essa perché insieme dovevano salvare il mondo (dal momento che Gesù lo aveva proclamato GUERRIERO DELLA LUCE). Manuel ha sempre lottato come un vero guerriero, ad imitazione di Cristo, fino al dono di tutta la sua vita per la salvezza e la conversione di tutti. Ricordo ancora in maniera viva la grande capacità di sopportazione della sofferenza che aveva, solo per amore di Gesù. Diverse volte mi chiamava la mamma dicendomi di convincere Manuel a prendere almeno la Tachipirina per alleviare i dolori grandi che aveva. Lui mi rispondeva che voleva aspettare ancora un po’ di tempo prima di prenderla perché Gesù aveva di bisogno della sua sofferenza in quel giorno per salvare le anime. Verso la fine, quando dopo la scintigrafia, i medici si accorgono di due masse tumorali in testa, Manuel ci rivela un dono grande che Gesù gli aveva fatto. Manuel in quei giorni aveva forti dolori di testa e non sapeva cosa avesse realmente. Dopo una Comunione scoppia in pianto e confida alla mamma e poi a me ciò che Gesù gli aveva detto. Noi gli abbiamo chiesto cosa avesse, dato che piangeva, e lui ci disse che Gesù gli aveva fatto un regalo speciale ed essendo felice piangeva per questo: Gesù gli aveva donato due spine della sua corona e queste le aveva ora sul suo capo. Io sono rimasto scioccato nel sentire ciò, perché questo è umanamente inspiegabile. C’è stata una coincidenza perfetta dei fatti: due masse tumorali in testa e le due spine della corona di Gesù che le erano state donate sul capo».

E però, nonostante grandi dolori e sofferenze, gli amici quasi mai lo sentono lamentarsi, a tutti ripete che sta bene e – anche nelle peggiori condizioni – trova sempre un motivo per ringraziare. Il bambino emana gioia, speranza, lode e amore per la vita, combatte con il sorriso. Eppure è sulla Croce. Arrivano gli ultimi giorni, l’agonia. I valori dell’emoglobina scendono ai minimi storici. I medici sospendono anche le trasfusioni: è il segnale della capitolazione totale. Ciò nonostante il cuore del guerriero riesce a battere ancora per quattro giorni, con meraviglia dei medici. La mamma capisce subito: “Manuel, hai fatto un altro patto con Gesù vero?”. Il piccolo fa cenno di sì: evidentemente sta offrendo le sue ultime gocce di vita per qualcuno di cui nessuno conoscerà mai il nome. Alla madre avrà disposto ogni dettaglio: in quel giorno indosserà la tunica della Prima Comunione e al posto del cuscino la sua testa dovrà poggiare sulla Bibbia al passo di Geremia (17,14) dove sta scritto: «Guariscimi, Signore, e io sarò guarito; salvami e io sarò salvato, poiché tu sei il mio vanto». Le dice anche che ella non piangerà, anzi che nessuno dovrà perdersi in pianti e schiamazzi, ma che tutti insieme dovranno raccogliersi in preghiera, sicché i suoi funerali potranno rispecchiare la grande festa che lui vivrà nei Cieli. Quei Cieli che in terra sono più aperti di quanto non si possa immaginare. Il 20 luglio 2010 Manuel nasce in Paradiso.

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Sarà beato Romano Guardini?

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2017

Sarà beato Romano Guardini?
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

Sarà beato Romano Guardini? dans Articoli di Giornali e News Romano_Guardini

Le sue opere hanno ispirato Benedetto XVI e Papa Francesco. Ora, la diocesi di Monaco-Frisinga ha annunciato che il prossimo dicembre si aprirà la fase diocesana della sua causa di beatificazione. Comincerà così l’iter che potrebbe portare agli onori degli altari Romano Guardini, uno dei teologi di riferimento del XX secolo.

Così di riferimento che la sua biografa Hanna-Barbara Gerl lo definì “un padre della Chiesa del XX secolo”. Così di impatto che Benedetto XVI, da teologo, da cardinale e da Papa, ha detto di voler proseguire sulle strade aperte da Guardini, di cui era stato allievo. Così profondo che lo stesso Papa Francesco pensò di approfondirne il pensiero, durante i mesi che ha trascorso in Germania nel 1986.

La fase diocesana della causa di beatificazione si aprirà sabato 16 dicembre, con una Messa nella Cattedrale di Monaco.

Nato a Verona nel 1885, ma subito trasferito in Germania, a Magonza, fu ordinato sacerdote nel 1910, e ottenne il dottorato nel 1915 con una tesi su San Bonaventura, come tra l’altro fece Joseph Ratzinger molti anni dopo. Tra le sue varie opere, una serie di omelie sulla vita e la persona di Gesà Cristo, trascritte dallo stesso Guardini e confluite nel libro “Il Signore”.

Sotto il regime nazista, poté lavorare solo come istitutore privato, senza incarichi pubblici nelle università, dalla quale i nazisti lo pensionarono prematuramente. Ma in quei tempi guidò anche un movimento giovanile, il “Quickborn” (Sorgente di vita), che proponeva Cristo come guida della gioventù. Il movimento fu fonte di ispirazione per gli appartenenti al gruppo della Rosa bianca, un gruppo di studenti cristiani che si oppose alla Germania nazista in modo non violento, finché i principali membri del gruppo furono arrestati, processati e condannati a morte.

Guardini insegnò filosofia della religione a Berlino, Tubinga e Monaco. Per problemi di salute, dovette lasciare l’insegnamento nel 1962, e non poté partecipare come membro della commissione liturgia al Concilio Vaticano II. Ad ogni modo le sue idee di rinnovamento liturgico furono grande fonte di ispirazione, specialmente grazie al suo libro “Lo Spirito della Liturgia”. È stato anche uno dei cofondatori dell’Accademia Cattolica di Baviera. Morì l’1 ottobre 1962.

La prossima apertura della sua causa di beatificazione è stata annunciata il 24 ottobre dalla diocesi di Monaco-Frisinga, La diocesi ha annunciato anche che nello stesso giorno si aprirà la causa diocesana di Fritz Michael Gerlich (1883-1934), storico e giornalista convertito al cattolicesimo, oppositore del nazismo, incarcerato per questo nel 1933, trasferito nel campo di concentramento di Dachau nel 1934 e lì assassinato.

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A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, il martirio della Chiesa cattolica in Urss

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2017

A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, il martirio della Chiesa cattolica in Urss
Tadeusz Kondrusiewicz (Metropolita di Minsk e Mahilëu, Bielorussia  AsiaNews

A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, il martirio della Chiesa cattolica in Urss dans Articoli di Giornali e News A_100_anni_dalla_Rivoluzione_d_Ottobre_il_martirio_della_Chiesa

Un libro dello storico Jan Mikrut narra il modo in cui i cattolici latini e bizantini sono rimasti fedeli nel turbine della violenza atea sovietica, fino ad oggi. Il volume esce in occasione dei 100 anni dalla rivoluzione bolscevica

Fra il 7 e l’8 novembre 1917 i bolscevichi capeggiati da Lenin stabilirono un governo rivoluzionario (“Rivoluzione d’Ottobre”, secondo la data del calendario giuliano), mettendo fine all’impero zarista e instaurando la repubblica sovietica, divenuta poi l’Urss. A 100 anni da quella data, l’8 novembre, all’università Gregoriana sarà presentato il libro del prof. Jan Mikrut, dal titolo “La Chiesa cattolica in Unione Sovietica dalla Rivoluzione del 1917 alla Perestrojka” (Verona, Gabrielli Editori, 2017).  Con il contributo di diversi studiosi, esso narra il modo in cui i cattolici hanno potuto resistere al “tritacarne” del regime che voleva azzerare ogni religione, facendo emergere testimonianze eroiche di martiri e di comuni fedeli nelle comunità di rito latino e in quelle greco-cattoliche. La prefazione del libro è di mons. Tadeusz Kondrusiewicz, vescovo di Minsk e Mahilëu (Bielorussia). Per gentile concessione dell’autore, ne presentiamo alcuni stralci.

Il volume “La Chiesa cattolica in Unione Sovietica dalla Rivoluzione del 1917 alla Perestrojka”, a cura del prof. Jan Mikrut della Pontificia Università Gregoriana di Roma, presenta la Via Crucis che la Chiesa cattolica, di ambedue i riti, attraversò in quel periodo, in maniera cronologica e tematica. A percorrere quella Via Crucis furono numerosi personaggi già innalzati alla gloria degli altari, altri il cui processo di beatificazione è ancora in corso e migliaia di sconosciuti eroi della fede di cui non conosceremo mai la storia.

Mi ritornano in mente le memorie del compianto card. Kazimierz Świątek, vescovo di Pinsk in Bielorussia, il quale, raccontando il suo arresto, narrava un fatto particolare: …Ero detenuto nella prigione di Brest. Insieme a me vi era una mosca. Mi portava conforto e un po’ di gioia con il suo ronzio. Dopo un certo tempo, la mosca però si sedette sul parapetto e smise di dare dei segni di vita. Rimasi solo. Successivamente fui deportato in Siberia.

Una curiosa storiella mi arrivò dall’Ucraina. Dopo che Jurij Gagarin effettuò il primo volo spaziale i non credenti vollero approfittare di quel fatto per promuovere l’ateismo. E così uno di loro si presentò in una chiesa ortodossa imponendo al parroco di informare i fedeli che Jurij Gagarin era stato nello spazio e non aveva visto Dio e quindi Dio non esisteva. Minacciò che se il parroco non avesse fatto tale annuncio avrebbero chiuso la chiesa. L’umile sacerdote quindi, al termine della liturgia domenicale, disse ai suoi fedeli: Cari fedeli, Jurij Alekseevič Gagarin volò nello spazio ma non vide Dio. Il Signore però lo vide, lo benedì e pertanto Gagarin felicemente ritornò sulla terra.

Lavorando come vicario nella cappella della Porta dell’Aurora a Vilnius, non di rado accoglievo le testimonianze di fede delle persone semplici le quali, nonostante le persecuzioni, conservarono intatta la loro fede. Una volta nella sagrestia si presentò un’anziana signora che mi disse di aver pregato in ginocchio nella chiesa di S. Casimiro, trasformata di recente in un museo dell’ateismo. Gli si avvicinò un’impiegata del museo dicendo che non era lecito pregare in quel luogo poiché era un museo dell’ateismo. L’anziana signora rispose però risolutamente che anche se per qualcuno quello era un museo, per lei continuava ad essere una chiesa e quindi una casa di preghiera.

Mai mi dimenticherò della cerimonia di benedizione della prima pietra della nuova chiesa nella città di Marx sul Volga, che avvenne nei primi anni ’90 del secolo scorso. Prima della liturgia mi si avvicinarono delle persone anziane pregandomi affinché mettessi un semplice mattone al posto della pietra angolare. Quando chiesi il perché di tale desiderio, visto che di solito tutti desiderano che la pietra angolare provenga da un qualche luogo santo, allora mi raccontarono una storia davvero commovente. Durante le persecuzioni religiose in URSS la vecchia chiesa di Marx andò distrutta. Gli abitanti di quella città però portarono nelle proprie case dei mattoni provenienti dalle rovine. Li misero nei posti ben in vista e per lunghi decenni pregarono davanti a quei cotti. Così, proprio grazie a quei mattoni, la fede poté conservarsi ed essere tramandata ai giovani. Vogliamo che la nuova chiesa in costruzione conservi un legame con quella vecchia, distrutta, mi dissero.

Oggi la Chiesa cattolica in Russia ha delle proprie strutture e si sviluppa in maniera dinamica. Nonostante molte difficoltà è assai attiva nell’ambito pastorale, culturale ed editoriale. Centinaia di pubblicazioni in lingua russa, così come la prima Enciclopedia cattolica, anch’essa in russo, testimoniano la grande sollecitudine del clero per lo sviluppo del cattolicesimo e della Chiesa su quei territori.

La Chiesa greco-cattolica in Ucraina visse una situazione simile a quella della Chiesa latina e anch’essa fu costretta ad operare in clandestinità. Le testimonianze del martirio dei membri di quelle Chiese hanno un grande significato. Nonostante tutte le pressioni e persecuzioni, i cattolici non rinunciarono mai alla loro fedeltà alla Santa Sede.

Il volume “La Chiesa cattolica sul territorio dell’Unione sovietica. Dalla Rivoluzione del 1917 alla Perestrojka” racconta la difficile storia della Chiesa in quei territori. Dobbiamo ricordarci la nostra storia poiché essa è la nostra Madre maestra. Se non vi fossero stati gli eroi della fede ai tempi delle repressioni, non ci sarebbe stata una rinascita così rapida della Chiesa, condannata all’annientamento, e i territori cristianizzati già nel X secolo sarebbero divenuti un deserto spirituale. Poiché i tempi moderni confermano la massima di Tertulliano: il sangue dei martiri è il seme dei cristiani.

E nonostante, da un punto di vista umano, sembrasse che con la morte dell’ultimo sacerdote la Chiesa sarebbe sparita dalla mappa dell’URSS, Dio volle dimostrare che sa indicarci una strada diritta attraverso i meandri della storia. Poiché e Lui, e non qualcun altro, a mettere l’ultimo puntino sulla “i”.

Auspico che il presente volume diventi una testimonianza di fede ai tempi delle persecuzioni, così necessaria per il mondo moderno.

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La clinica dei baby trans, nuova frontiera della violenza

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2017

La clinica dei baby trans, nuova frontiera della violenza
di Tommaso Scandroglio – La nuova Bussola Quotidiana

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In Inghilterra pare che ci sia un boom di baby trans, cioè di bambini che voglio essere bambine e viceversa. A rivelarlo è la londinese Gender Identity Development Service, una clinica nata per trattare la cosiddetta disforia di genere, la quale informa che una cinquantina di bambini e pre-adolescenti ogni settimana varcherebbe la loro porta. Tra questi, nell’ultimo anno, si sono presentati anche due bambini di quattro anni, quattro di cinque anni e 17 bambini di sei. Un aumento di richieste del 24% negli ultimi sei mesi. Nel 2009 furono 97 i minori trattati da questa clinica, nell’anno sociale 2016/2017 ben 2016.

La clinica propone questo percorso da gender-Frankenstein. Prima che il bambino entri nella pubertà vengono prescritti dei bloccanti ormonali. In tal modo – fanno sapere dalla clinica – il minore non diventerà né maschio né femmina, ma rimarrà parcheggiato in un limbo sessuale in attesa che decida a quale sesso vorrà appartenere. In realtà i bloccanti arrestano “solo” lo sviluppo di alcuni caratteri morfologici ed endocrinologi, ma il bambino è già un maschio o una femmina e a dirlo sono in primis, ma non solo, i suoi cromosomi. C’è poi da aggiungere che gli effetti di questi bloccanti ormonali sono ad oggi per la gran parte sconosciuti, sia a livello fisico sia soprattutto a livello psicologico. Poi c’è una seconda fase: compiuti i 16 anni il bambino, se lo vuole, può assumere estrogeni per femminilizzarsi e la bambina testosterone per mascolinizzarsi. Questo può provocare effetti irreversibili come lo sviluppo dei tessuti mammari per i maschi. Infine si può approdare all’ultima fase: l’operazione chirurgica che ad esempio potrà eliminare il pene, rimpiazzato poi da una cavità vaginale artificiale.

La cantante Paloma Faith ha dichiarato che suo figlio nato a dicembre – di cui non vuole rivelare il sesso – dovrà diventare “gender neutral”, cioè sessualmente neutro, né maschio né femmina. Ha aggiunto che questo tragico destino toccherà anche ai suoi prossimi figli. C’è poi la storia di Tegan Dyason, all’anagrafe Tom Dyason, che sin dall’età di tre anni veniva vestito dalla madre come una femminuccia. Ora ne ha 8 di anni e porta gonnelline e trecce. Sua madre ha chiesto ad insegnanti, amici  e parenti di accettare la decisione e di non considerarla solo “come una fase” di transizione. Il piccolo ex Tom è in trattamento presso la Gender Identity Development Service dall’anno scorso. Il quotidiano inglese Mirror, che ha lanciato la notizia del boom di baby trans, ha poi raccolto anche la testimonianza della 30enne Kate che una decina di anni fa, dopo qualche ricerca su internet, ha iniziato ad assumere ormoni maschili ed oggi si è pentita della sua scelta. In merito ai piccoli transgender commenta: “Provo tristezza al pensiero di questo tipo di trattamento… sottoporre i bambini a questo trattamento potrebbe significare perpetuare in futuro un grave danno”. Lei stessa ammette che, con l’approvazione dei genitori, avrebbe sicuramente cercato l’aiuto di una clinica come quella londinese se ai suoi tempi fosse esistita, ma di certo – così ha dichiarato – se ne sarebbe poi pentita.

Il prof. Ashley Grossman, dell’Università di Oxford, e che ha in cura – si fa per dire – questi piccoli pazienti ha dichiarato riguardo a questa crescita esponenziale di richieste di cambiamento di sesso: “Questo è un massiccio aumento. Non sappiamo se si tratta di un aumento effettivo o se invece questi ragazzi in passato non sapevano proprio che questo servizio esistesse”. La direttrice del GIDS, la psicologa Dott.ssa Polly Carmichael, ha aggiunto: “Non esiste una sola spiegazione per l’aumento. Però sappiamo che nella nostra società ci sono stati notevoli progressi verso l’accettazione e il riconoscimento delle persone transgender e di genere diversificato, a cui si aggiunge una  maggiore conoscenza tra le persone sulle cliniche specializzate in questo campo”.

Il professor Miroslav Djordjevic, esperto nel settore della disforia di genere, ha suggerito che l’aumento di richieste potrebbe essere in parte spiegabile come una moda tra i genitori. La Dott.ssa Miriam Stoppard ha infine aggiunto: “Sono sicura che l’accettazione universale delle persone LGBTQ abbia contribuito a legittimare e pubblicizzare la disforia di genere e il suo trattamento.

Queste ultime spiegazioni hanno un fondo di verità. Di teoria di genere, transessualità e liquidità sessuale si continua a parlare da anni anche a livello mass-mediatico. Le menti facilmente suggestionabili di alcuni genitori sono state quindi perfettamente plasmate da questo nuovo credo e gli stessi lo hanno applicato immediatamente ai propri figli. E’ bastato forse un atteggiamento un po’ effeminato del figlio, provare per gioco a mettersi in testo il cappello della mamma, prendere in mano una Barbie e nell’iperansiosa psiche dei genitori è scattato l’allarme gender: “Mio figlio vuole cambiare sesso!”. E come al primo attacco di tosse alcuni, facendosi prendere dal panico, chiamano il pediatra, altri, al manifestarsi di qualche lieve stranezza comportamentale, si sono rivolti alla clinica per disforia di genere.

In realtà ricercatori seri ci dicono, dopo aver revisionato 500 articoli scientifici, che “gli studi scientifici non supportano l’ipotesi che l’identità di genere sia una proprietà innata e umana fissa e indipendente dal sesso biologico, cioè che una persona è “un uomo intrappolato nel corpo di una donna » o « una donna è intrappolata nel corpo di un uomo », come se ci fosse un errore nel suo corpo e nei suoi genitali. Chiaramente non ha alcun supporto scientifico l’idea che un bambino di due anni, che ha espresso pensieri o comportamenti che sono identificati con il sesso opposto, possa essere bollato per la vita come transgender. E’ perverso credere che tutti i bambini con pensieri o comportamenti di genere atipici a un certo punto del loro sviluppo, in particolare prima della pubertà, dovrebbero essere incoraggiati a diventare transgender. (Lawrence S. Mayer – Paul R. McHugh, Sessualità e genere. Risultati di carattere biologico, psicologico e sociale, in The New Atlantis, 2016Come appuntavamo lo scorso gennaio “lo studio ha ricordato che solo un piccolo numero di bambini con problemi di disforia continua a presentare queste problematiche nell’adolescenza e nell’età adulta. Anche la Società Pediatrica Americana ha ribadito che il 98% dei bambini e l’88% delle bambine che presentano problematiche di questo tipo accettano senza difficoltà e in modo naturale il loro sesso biologico all’entrata dell’età puberale. Per gli altri esiste sempre l’accompagnamento psicologico se vogliono”.

Inoltre Mayer e McHugh hanno aggiunto che “ci sono poche prove scientifiche sul valore terapeutico degli interventi per ritardare la pubertà o per modificare i caratteri sessuali secondari degli adolescenti e “non vi è alcuna prova che si dovrebbero incoraggiare a diventare transgender tutti i bambini che esprimono idee o comportamenti atipici sul genere.

La creazione di baby trans è in fondo una forma recente di pedofilia. I bambini possono essere violentati fisicamente, sessualmente e dunque psicologicamente non solo con amplessi ma anche con ormoni, indumenti e giochi non adatti al loro sesso di appartenenza.

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Far pagare l’ingresso in chiesa come al museo significa che il Cattolicesimo ha fallito

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2017

Far pagare l’ingresso in chiesa come al museo significa che il Cattolicesimo ha fallito
Separare i fedeli dai turisti vuol dire rinunciare all’idea che qualcuno possa liberamente varcare una soglia attratto dall’arte e lì dentro trovare testimoniata la gloria di Dio, sotto forma di architettura o pittura o scultura
di Antonio Gurrado – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

Far pagare l’ingresso in chiesa come al museo significa che il Cattolicesimo ha fallito dans Articoli di Giornali e News Pagare_ingresso_chiesa

Non so come vi sentireste se andaste a pranzo da vostra madre e lei vi chiedesse di pagare il coperto. In compenso so come mi sono sentito cercando di entrare nelle chiese di Firenze, a margine della festa fogliante, e ricavandone soltanto file di turisti della domenica o strapuntini abborracciati per i fedeli, quei pittoreschi che volessero andare in casa di Dio a pregare ossia a sentirsi accolti. Si chiama ipocrisia questa quota gratuita con ingresso differenziato per i fedeli, quegli stravaganti, che vogliono continuare a utilizzare le chiese allo scopo per cui sono state costruite. Anzi, peggio. Nel momento in cui le chiese pretendono di trasformarsi in meri contenitori di opere d’arte e richiedono un biglietto d’ingresso agli ammiratori, significa che il Cattolicesimo ha abdicato al proprio compito: separando i fedeli dai turisti, ha rinunziato all’idea che qualcuno possa liberamente varcare una soglia attratto dall’arte o dall’ombra o dal riparo e lì dentro trovare testimoniata fisicamente la gloria di Dio, sotto forma di architettura o pittura o scultura.

Far pagare l’ingresso in chiesa come al museo implica avere rinunziato a sperare che qualcuno possa essere convertito dalla bellezza; bellezza intesa non come causa ma come tramite della conversione, esattamente come la bellezza di una persona non è la causa dell’innamoramento ma il tramite attraverso cui si arriva a un sentimento più complesso e duraturo. Non so come vi sentireste se stasera la vostra fidanzata vi dicesse: “Da me puoi ottenere gratuitamente affetto e compagnia in determinate ore del giorno ma per godere della mia bellezza, caro mio, d’ora in poi si paga”.

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Il ‘dio’ del male

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2017

Il ‘dio’ del male
Negando il soprannaturale, non si riconosce più l’Anticristo. Una presenza più che mai attuale.
“La menzogna non è mai tanto falsa come quando si avvicina molto alla verità. E’ quando la pugnalata sfiora il nervo delle verità che la coscienza cristiana urla di dolore”(G. K. Chesterton, “San Tommaso d’Aquino”)
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Articoli interessanti

Il 'dio' del male dans Anticristo Francis_Bacon_Studio_dal_ritratto_di_Innocenzo_X
Francis Bacon, “Studio dal ritratto di Innocenzo X, olio su tela (1953)

A volte, scriveva John Henry Newman, “il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare” . Parlare di Anticristo potrebbe richiamare l’idea di qualcosa di vecchio, d’antico, di ineluttabilmente superato dalla storia che avanza. Poi, scorrendo il Catechismo, si legge che “prima della venuta di Cristo, la chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il mistero di iniquità sotto la forma di un’impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”. Non si dice se sia reale. se sia una presenza fisica o una rappresentazione ideale dei male, del mistero d’iniquità. appunto. Ma è un mistero più che mai vivo. Da poco l`editore XY.IT ha mandato in stampa L’Anticristo, un saggio scritto cinquant’anni fa in tedesco da Reinhard Raffalt, giornalista, storico. musicologo. Erano gli anni della contestazione, della crisi della chiesa davanti alla modernità, del Papa Paolo VI che – oltraggiato dai suoi stessi vescovi dopo la promulgazione dell’enciclica Humanae vitae - parlava di “fumo di Satana entrato da qualche fessura nel tempio di Dio”.

Chi è l’Anticristo?
Chi è l’Anticristo? “L’uomo ultimo, perfettissimo, capace di fare tutto correttamente nell’ambito dei limiti ben visibili dell’esperienza e della ragione umana”, risponde Raffalt. “Non si tratta dunque in alcun modo di un diavolo. Al contrario: l’Anticristo realizza alla lettera l’esortazione evangelica. Amerai il tuo prossimo come te stesso. E tuttavia nega contemporaneamente il presupposto dell’amore del prossimo che nel Vangelo appare nella proposizione che precede l’appena citata: Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Una persona reale, dunque.

E allora torna alla mente il monologo del Grande Inquisitore di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: “Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui si deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani”, dice a Gesù tornato sulla terra il Grande Inquisitore. E’ calata la notte nello squallore della cella in cui il Messia era stato rinchiuso prima che la gente potesse riconoscerlo. Il vecchio ministro della chiesa, il capo della Santa Inquisizione, però ha subito capito che quello era davvero il figlio di Dio, a Siviglia, in pieno Sedicesimo secolo. Gli si avvicina, lo squadra per bene e lo accusa di essere tornato tra gli uomini a rovinare i suoi piani volti a creare un’armonica convivenza tra tutti i popoli.

Questo è giusto”, aggiunge: “Ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini, tu l’hai ancora accresciuta. Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene e il male? Nulla – sentenzia l’Inquisitore – è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi princìpi, per acquietare la coscienza umana una volta per sempre, tu hai scelto tutto quello che c”è di più inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se tu non li amassi per nulla. E chi ha mai fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la sua vita”. L’ideale evangelico è improponibile per lo sciagurato peccatore mondano, dice l’Inquisitore. “E se migliaia e decine di migliaia di esseri ti seguiranno in nome del pane celeste, che sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste?”.

Eccola la tentazione, il rimprovero di Satana nel deserto, “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”: dimostra la tua potenza con le cose di quaggiù. in modo che tutti possano onorarti e osannarti come loro re. E’ un monologo quello dell’Inquisitore, l’Anticristo che si proponeva di correggere Cristo, che illustra il piano per edificare un regno di questo mondo ove tutti potessero essere felici, senza l’illusione portata da quel falegname di Nazaret morto in croce. Gesù lo ascolta, non dice nulla. Si permetterà solo un gesto, alla fine: un bacio, come quello che lui, secoli e secoli prima aveva ricevuto da Giuda.

Com’è distante questo vegliardo dall’idea teorizzata da Origene, secondo cui l’Anticristo non aveva alcun tratto reale, bensì era poco di più che un simbolo di tutto ciò che nega la verità. No, l’Anticristo dostoevskijano è un uomo vivo, un essere razionale. Il male travestito da bene.

Il superuomo richiamato anche da Nietzsche, l’onnisciente e onnipotente “uomo del futuro narrato” da Solov’ev: “Il Cristo è stato il riformatore dell”umanità, predicando e manifestando il bene morale nella sua vita, io invece sono chiamato ad essere il benefattore di questa umanità, in parte emendata e in parte incorreggibile. Darò a tutti gli uomini ciò che è loro necessario”. Ecco il richiamo all’Inquisitore, il propiziatore della felicità terrena, che distribuisce pane vero che si può vedere e toccare, altro che il pane celeste. L’Anticristo è sempre uguale, si presenta bene: “ll nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali furono da lui incoraggiate in tutti i modi. La più importante di queste sue opere fu la solida instaurazione in tutta l’umanità dell’uguaglianza che risulta essere la più essenziale: l’uguaglianza della sazietà generale”, scrive Solov’ev.

Offre tutto a tutti: “Popoli della terra! Vi do la mia pace! Popoli della terra! Si sono compiute le promesse! L’eterna pace universale è assicurata! Ogni tentativo di turbarla incontrerà immediatamente una insuperabile resistenza. Giacché d’ora in poi c’è sulla terra una potenza centrale più forte di tutte le altre potenze, sia prese separatamente che prese insieme”. Convoca un concilio a Gerusalemme per l’unione di tutti i culti, ripete le promesse, assicura che nulla potrà più turbare l’armonia decisa da lui, il superuomo. Chiede a vescovi e padri, teologi e laici illuminati di salire sul palco con lui. In cambio d”ogni concessione chiede una cosa soltanto, “che dall’intimo del cuore riconosciate in me il vostro unico difensore e unico protettore”. La folla si sposta, sale, urla di gioia pronta a riverire l’imperatore. Pochi restano giù, il superuomo li guarda, tentenna e dice: “Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare. Che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. La risposta che dà lo starets Giovanni gli fa perdere ogni ritegno, cade l’abito bello con cui aveva nascosto la sua vera natura: “Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da lui, giacché noi sappiamo che in lui dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità”. E’ una risposta che sconcerta l’imperatore: Cristo stesso è ciò di cui l’uomo ha più caro. Non il pane bianco o i dogmi. Neppure i valori. No, solo Cristo. Cioè l’unica cosa che lui, l’Anticristo, non poteva dare. Una risposta che gli fa capire quanto la sua potenza mondana non sia nulla davanti all’infinito.

I suoi regni, i suoi troni, le sue marce trionfali “dell’Umanità unita” non valgono niente, sono polvere, proprio come le città che Satana nel deserto aveva mostrato a Gesù. Miraggi vani. Ora si comprendo quel silenzio opposto da Cristo al lungo monologo dell’Inquisitore, interrotto solo da un bacio finale.

Sono piani diversi, l”Anticristo – pur dandosi da fare – anche con la sua “ardente dedizione al bene comune”, non può fare nulla dinanzi a Cristo perché è quest’ultimo, come scriveva san Paolo, “la consistenza di tutte le cose. Tutto consiste in lui”. Senza di lui, nessuna opera bella o insieme di regole dotte e meditate può avere senso

ll mondo ideale dell’imperatore è lo stesso del Grande inquisitore di Dostoevskij ed è lo stesso del Padrone del mondo profeticamente narrato da Robert Hugh Benson all’inizio del Novecento. Un mondo in cui a Cristo si sostituisce un generico umanitarismo, dove la differenza tra le religioni è annullata, dove la tolleranza universale diviene il mantra predicato ovunque. Julian Felsenburgh è l’Anticristo di Benson, che vedrà proprio nella chiesa cattolica l’ltimo argine alla vittoria di questo filantropo, che come in Solov’ev ha i tratti del carismatico uomo politico cultore della pace mondiale. Una chiesa che però viene annientata, vinta dalle idee del progresso che Benson descrive già con incredibile lucidità: dall’eutanasia legalizzata alla crisi del sacerdozio, fino al punto da immaginare le due “strade simili a circuiti di gara, ognuna larga almeno quattrocento metri, immerse sei metri sottoterra”.

Il mondo e le opere dell’uomo trionfavano a vista d’occhio”; un mondo in cui l’uomo sente di aver raggiunto l’agognata perfezione e per questo può fare a meno di Dio. Vivendo proprio “come se Dio non esistesse”, scriveva al principio del millennio Giovanni Paolo II, la cui fotografia della realtà sembra una pagina tratta dal Padrone del mondo: “Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un”antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come il centro assoluto della realtà, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non e l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l`uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo, per cui non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell’edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana”. Karol Wojtyla la chiamava “apostasia silenziosa”, quasi fosse un’assuefazione, lenta ma progressiva e destinata a emergere con tutta la sua forza.

Benson descrive questo mondo, con tutti, dai ministri ai preti che si innamorano di Felsenburgh, che in lui ripongono false speranze. La fede è ormai già persa, non se ne discute neppure. Quel che è più grave e che s’è smarrita la capacità di riconoscere l’Anticristo perché si è scelto di negare il soprannaturale.

Si prenda Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, ambientato nell’ateismo di stato sovietico. All’inizio del romanzo, su una panchina presso gli stagni Patriarsie, due letterati, Berlioz e Bezdomnyj discutono di Gesù Cristo. “Bezdomnyj aveva tratteggiato il personaggio principale del suo poema, cioè Gesù, a tinte molto fosche, eppure tutto il poema, secondo il direttore, andava rifatto di sana pianta”, scrive Bulgakov: “Il suo era un Gesù del tutto vivo, un Gesù che un tempo aveva avuto una sua esistenza anche se, a dire il vero, era un Gesù  fornito di tutta una serie di attributi negativi. Berlioz invece voleva dimostrare al poeta che la cosa principale non era chi fosse Gesù, se fosse buono o cattivo, ma che questo Gesù storicamente non era mai esistito sulla terra e che tutti i racconti che si facevano su di lui erano semplici invenzioni, che si trattava di un normalissimo mito”. Sarà il diavolo in persona, sotto le mentite spoglie d’un cortese gentiluomo straniero poliglotta, a smentirli: “Tengano presente che Gesù è esistito”.

Il mondo ateo che nega Cristo e che per questo perseguita la chiesa ricorre un po’ ovunque nella letteratura moderna sull’Anticristo. Scorrendo le pagine di Solov’ev e di Benson sorge quasi spontanea la domanda su cosa si debba fare, nella disperazione ovvia e naturale che si prova dinanzi all’edificio che crolla. In cosa sperare, quali riferimenti fissare mentre l’apostasia e l’assuefazione diventano ordinarie. Scriveva Newman nel Biglietto Speech che lesse appena ricevuta la notizia della sua creazione cardinalizia, nel 1879, che “la chiesa non deve fare altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza da Dio”.

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Il lavoro che non vogliamo? Quello illegale che arricchisce soprattutto le mafie

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2017

Il lavoro che non vogliamo? Quello illegale che arricchisce soprattutto le mafie
Da anni la Chiesa lavora perché il lavoro da illegale possa diventare legale. E il lavoro legale, soprattutto quello dei giovani, è il principale strumento per arginare le mafie e un antidoto rispetto al rischio rappresentato dalla ludopatia, che – oltre ad essere una pericolosa dipendenza – costituisce una perversa illusione di guadagno per alcuni e un altro filone d’oro soprattutto per la criminalità
di Sergio Gatti* – Agenzia SIR

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Il lavoro è anche sfida di legalità. Soprattutto in alcuni contesti – e non solo quelli ai quali farebbero pensare antichi luoghi comuni – il lavoro rappresenta un antidoto alle mafie, lo strumento di contrasto più efficace all’economia illegale, la risposta per uno sviluppo possibile “autoprodotto” e per tale ragione sostenibile nel tempo.

L’Istat ha presentato pochi giorni fa i dati dell’Economia illegale, quella costituita essenzialmente dal fenomeno della prostituzione, del contrabbando e soprattutto del traffico di droga. “Nel 2015, le attività illegali considerate nel sistema dei conti nazionali – informa l’Istat – hanno generato un valore aggiunto pari a 15,8 miliardi di euro ovvero 0,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Tenendo in considerazione l’indotto (1,3 miliardi di euro), il peso di queste attività sul complesso del valore aggiunto si mantiene stabile all’1,2%. I consumi finali di beni e servizi illegali sono risultati pari a 19 miliardi di euro (+0,3 miliardi rispetto al 2014)”.

Il traffico di stupefacenti costituisce la tipologia di attività criminale più rilevante tra quelle illegali, con un valore aggiunto che nel 2015 si è attestato a 11,8 miliardi di euro (poco meno del 75% del valore complessivo di questa brutta fetta dell’economia nazionale). Il mondo della prostituzione realizza, sempre secondo l’Istat, un valore aggiunto pari a 3,6 miliardi di euro (poco meno del 25% dell’insieme delle attività illegali) mentre il valore aggiunto generato dalle attività di contrabbando di sigarette è pari a circa 0,4 miliardi di euro, con un incremento di poco inferiore a 100 milioni di euro rispetto al 2014. Le statistiche ufficiali riportano anche un dato dell’indotto connesso alle attività illegali, in particolare il settore dei trasporti e del magazzinaggio che ha generato un valore aggiunto pari a circa 1,3 miliardi di euro.

Il “lavoro illegale” è uno dei temi dei quali si discuterà a Cagliari, la tappa nazionale del cammino della 48ª Settimana Sociale dei Cattolici, che avrà anche un seguito dopo la quattro giorni dal 26 al 29 ottobre prossimo. Fa parte della sfera definita il “lavoro che non vogliamo” e alla quale sarà dedicata una mostra fotografica che sarà parte integrante del programma dei lavori e strumento centrale del registro “denuncia”, uno dei quattro sui quali si snoda il ragionamento, l’ascolto e l’elaborazione di questa Settimana Sociale.

E proprio alla denuncia dell’economia illegale e alle forme per reagire concretamente, l’associazione Libera contribuisce dedicando uno studio – chiuso in questi giorni – che verrà distribuito a tutti i partecipanti alla Settimana di Cagliari. Il fascicolo dal titolo “Libera il bene” (riferito anche alla questione dei beni confiscati) ha come sottotitolo “Dal bene confiscato al bene comune”. Con molti numeri, alcune storie e diverse infografiche Libera ha costruito un documento di particolare interesse e testimonia una parte significativa dell’impegno della Chiesa nella costruzione della legalità e della giustizia sociale e nella lotta alla corruzione.

Molto interessanti anche i profili relativi alla gestione dei beni confiscati, tema sul quale il nostro Paese vanta, purtroppo, un know how in termini legislativi e gestionali che altri Paesi europei riconoscono e chiedono di “importare”.

“Libera il bene” sarà distribuito a tutti i partecipanti e attirerà l’attenzione su una delle forme con le quali si manifesta la “Chiesa in uscita” o la “Chiesa con il grembiule”, come direbbe Papa Francesco. Una Chiesa che da anni lavora perché il lavoro da illegale possa diventare legale. E il lavoro legale, soprattutto quello dei giovani, è il principale strumento per arginare le mafie e un antidoto rispetto al rischio rappresentato dalla ludopatia, che – oltre ad essere una pericolosa dipendenza – costituisce una perversa illusione di guadagno per alcuni e un altro filone d’oro soprattutto per la criminalità.

(*) vice presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali e direttore generale di Federcasse

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L’Azione Cattolica della parrocchia San Massimo Vescovo è pronta a festeggiare HOLY-WEEN

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2017

L’Azione Cattolica della parrocchia San Massimo Vescovo è pronta a festeggiare HOLY-WEEN
Tratto da: Azione Cattolica San Massimo Vescovo Orta Di Atella

L'Azione Cattolica della parrocchia San Massimo Vescovo è pronta a festeggiare HOLY-WEEN dans Fede, morale e teologia Holy-_Ween_presso_AC_San_Massimo_Vescovo

Forse i più grandi ricordano com’era andare in chiesa con i propri nonni o genitori e sentirli riconoscere ad uno ad uno i santi affrescati sulle mura o fatti statue… Non esisteva Wikipedia né si era particolarmente colti, eppure ciò era possibile perché i santi facevano parte del vissuto quotidiano di ogni singolo cittadino!

Oggi come cristiani rischiamo di dimenticarci che i santi sono la parte più bella della nostra Italia; ci fa bene ricordare i loro volti, che ci dicono come la santità sia ancora oggi possibile in persone concrete, in carne ed ossa.

HOLY-WEEN è un’iniziativa interamente firmata AC che vuole semplicemente rispolverare e puntare i riflettori sulla bellezza della vita dei santi!

PROGRAMMA
MARTEDI 31 OTTOBRE

Dopo:
- aver scelto un santo a piacere
- aver conosciuto la sua storia
- aver indossato il costume e il simbolo che lo rappresenta
- esserti procurato una torcia… e un dolcino…

Ti aspettiamo:

- Alle ore 19:30 in Chiesa per un momento di preghiera e condivisione 
- al termine, spostamento al centro pastorale per festeggiare con giochi, balli e divertimento 
- saluti ore 22:00

Non mancare!

Parrocchia S. Massimo Vescovo
Via Chiesa, 20
CAP. 81030 – Orta di Atella (CE)

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22/10/2017 – NOTIFICAZIONE DEL VESCOVO DI POZZUOLI

Posté par atempodiblog le 22 octobre 2017

22/10/2017 - NOTIFICAZIONE DEL VESCOVO DI POZZUOLI

22/10/2017 - NOTIFICAZIONE DEL VESCOVO DI POZZUOLI dans Articoli di Giornali e News Credidimus_Caritati

NOTIFICAZIONE
Al clero, ai fedeli e alle associazioni e movimenti laicali della Diocesi

Il compito primario di un Vescovo diocesano è quello di difendere con fermezza l’integrità e l’unità della fede del popolo di Dio affidato alla sua cura pastorale (cf C.J.C can. 386 § 2).

Sono venuto a conoscenza che alcuni esponenti della cosiddetta “Chiesa Cattolica Ecumenica” celebrano azioni liturgiche simili a quelle della Chiesa Cattolica Romana nella cappella Santa Maria delle Grazie, detta Santissimo Nome di Gesù, ex riserva reale degli Astroni in Napoli – Agnano, di proprietà della Regione Campania.

Tali eventi determinano tra i fedeli stupore e disorientamento anche per l’uso di vesti e riti liturgici del tutto simili a quelli della Chiesa Cattolica Romana. Inoltre varie notizie circolate attraverso i mezzi di comunicazione su altri abusi, verificatisi nel territorio diocesano e altrove, hanno indotto a gravi equivoci circa la fede e i sacramenti.

Rendo quindi noto che:

- l’organizzazione denominata “Chiesa Cattolica Ecumenica” non ha alcun legame con la Chiesa Cattolica Romana; altresì, non facendo parte del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC), né a livello internazionale né a livello locale, fa uso dell’aggettivo “ecumenica” in senso improprio e illegittimo.

- Le ordinazioni diaconali, presbiterali ed episcopali della suddetta Chiesa, sono invalide e illecite e pertanto i sacramenti celebrati da ministri non lecitamente e validamente ordinati non hanno alcun valore e coloro che attentano alla celebrazione degli stessi, incorrono nella scomunica latae sententiae a norma del can. 1378 del Codice di Diritto Canonico.

Pertanto esorto vivamente tutti i fedeli a tenere in debita osservazione tale notifica per il bene spirituale personale e comunitario della nostra Chiesa, ricordando che coloro che dovessero partecipare ad una qualsiasi liturgia tenuta da organizzazioni come la suddetta “Chiesa Cattolica Ecumenica”, si pongono fuori della comunione con la Chiesa Cattolica Romana e con la Fede apostolica.

Esorto inoltre tutti i fedeli ed in particolare i Ministri ordinati, a vigilare e ad informare con chiarezza chiunque si presenti per chiedere motivazioni e delucidazioni e dispongo che la presente notificazione sia letta in tutte chiese parrocchiali e nelle rettorie della Diocesi domenica 22 ottobre p.v.

Auspico che questa doverosa presa di posizione contribuisca a rendere i fedeli informati e consapevoli.

Dato a Pozzuoli, dalla sede vescovile, il giorno ventidue del mese di ottobre dell’anno del Signore duemiladiciassette, XXIX domenica del Tempo Ordinario.

Boll. 2017, n. 75.

il cancelliere vescovile                                                                                          + Gennaro, Vescovo
Mons. Franco Bartolino

N.B.
In allegato il comunicato che in data 3 dicembre 2013 la Conferenza dei Vescovi della Campania ha diramato sempre al riguardo della sedicente “chiesa cattolica ecumenica” invitando i fedeli cattolici a diffidare di quanto promosso e operato da essa:

Conferenza_Episcopale_Campana dans Fede, morale e teologia

Conferenza Episcopale Campana
Comunicato della Conferenza Episcopale Campana

I Vescovi della Regione Campania, durante la riunione del 2 dicembre u. s., hanno appreso con sgomento e dolore la notizia che domenica 8 dicembre prossimo, solennità dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria, nei locali di un Bar in Torre Annunziata (NA), ci sarà una sedicente ordinazione di un presbitero e pastore (vescovo) della cosiddetta Chiesa Cattolica Apostolica Cristiana Ecumenica.

Noi Vescovi, chiamati dal Signore ad essere Pastori, Padri e custodi del popolo di Dio, avvertiamo tutti i fedeli cristiani cattolici che la Chiesa Cattolica Cristiana Ecumenica non è una vera Chiesa e sedicenti sacerdoti e vescovi non sono da ritenersi tali.

Le ordinazioni da loro conferite sono invalide e illecite.

I Vescovi sono nominati dal Papa e la consacrazione episcopale può essere conferita solamente su suo mandato almeno da tre Vescovi.

Non ci risulta, inoltre, che, in questa ingannevole organizzazione ci sia un sacerdote validamente ordinato; di conseguenza, nessun sacramento è validamente celebrato e conferito.

Dire di proclamare la stessa fede della Chiesa cattolica e attribuirsi ministeri non validamente e lecitamente ricevuti, è da ritenersi un abuso e una ingannevole raggiro nei riguardi dei fedeli, soprattutto più deboli e meno formati.

Pertanto, noi Vostri Pastori, condanniamo questa organizzazione e invitiamo tutti i fedeli:

- a non dare credito alle loro affermazioni;

- a non prendere parte alle loro “celebrazioni” in quanto sono da ritenersi prive di ogni presupposto religioso cristiano cattolico;

- a non chiedere e ricevete i “sacramenti” perché non validi e comunque illeciti.

La Vergine Immacolata ci liberi da questa ingannevole azione e ci ottenga di essere forti nella fede in Cristo Gesù che ci prepariamo, durante questo tempo di Avvento, ad accogliere nella gioia del Natale.

I vostri Vescovi vi assicurano la loro preghiera e vi benedicano.

Dalla Sede della Conferenza Episcopale Campana, in Pompei, 03 dicembre 2013.

I Vescovi della Regione Ecclesiale Campana

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La gauche, la bandiera europea, la Madonna

Posté par atempodiblog le 20 octobre 2017

La gauche, la bandiera europea, la Madonna
In Francia Mélenchon vuole toglierla perché richiama il cristianesimo
della Redazione de Il Foglio

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Jean-Luc Mélenchon, il tribuno della sinistra francese, mercoledì ha chiesto al governo di togliere la bandiera europea dal Parlamento. “Signor Presidente, non ha il diritto di imporre un emblema europeo confessionale in Francia”, ha detto Mélenchon. “E’ la Repubblica, non la Vergine Maria”. : la bandiera fu ideata dal disegnatore cattolico francese Arséne Heitz, che si ispirò al dodicesimo capitolo dell’Apocalisse: “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”.

La Vergine Maria? E’ folle l’idea di Mélenchon di fare piazza pulita della bandiera europea in quanto richiamerebbe l’iconografia cristiana. Ma l’attacco del leader di France Insoumise ha ricordato alla sinistra militante e alle élite qualcosa che preferirebbe dimenticare. La burocrazia di Bruxelles, infatti, ha riscritto l’origine della sua stessa bandiera: “La bandiera europea simboleggia l’Unione europea e, più in generale, l’identità e l’unità dell’Europa”, si legge sul sito della Ue. “Dodici stelle d’oro su sfondo blu. Sono gli ideali dell’unità, della solidarietà e dell’armonia tra i popoli dell’Europa. Il numero di stelle non ha nulla a che vedere con il numero di paesi membri, anche se il cerchio è un simbolo di unità. Il dodici è un numero simbolico che rappresentata la completezza. Si tratta inoltre ovviamente del numero dei mesi dell’anno e delle ore indicate sul quadrante dell’orologio”.

Invece ha ragione Mélenchon: la bandiera fu ideata dal disegnatore cattolico francese Arséne Heitz, che si ispirò al dodicesimo capitolo dell’Apocalisse: “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”. Gli europeisti farebbero bene a ricordarlo. Per sapere anche come rispondere ai vari Mélenchon.

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Italiani all’estero. Migrantes: sono quasi 5 milioni. 124mila nel 2016, +15,4%. E sono soprattutto giovani che non rientreranno più

Posté par atempodiblog le 19 octobre 2017

Italiani all’estero. Migrantes: sono quasi 5 milioni. 124mila nel 2016, +15,4%. E sono soprattutto giovani che non rientreranno più
Nel 2016 gli italiani espatriati all’estero sono stati più di 124mila; il 15,4% in più rispetto all’anno precedente. Attualmente sfiorano i cinque milioni. In dieci anni sono aumentati del 60.1%. La sfida è trasformare l’unidirezionalità in circolarità
di Giovanna Pasqualin Traversa – Agenzia SIR

Italiani all’estero. Migrantes: sono quasi 5 milioni. 124mila nel 2016, +15,4%. E sono soprattutto giovani che non rientreranno più dans Articoli di Giornali e News Migranti

Fuga obbligata ma anche voglia di riscatto. Sono le motivazioni che sempre più spingono gli italiani ad emigrare all’estero. E a partire non sono solo giovani, ma anche famiglie intere e pensionati. È la fotografia scattata dal Rapporto italiani nel mondo 2017 della Fondazione Migrantes. La ricerca, giunta alla dodicesima edizione, rivela come nel 2016 le iscrizioni all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) siano state 124.076 con un aumento di oltre 16mila unità rispetto all’anno precedente (+15,4%). Ad oggi i nostri connazionali iscritti sono quasi 5 milioni, l’8% del totale della popolazione italiana. “L’emigrazione italiana è tutt’altro che un capitolo chiuso della nostra storia, è una realtà attualissima e in continuo mutamento”, afferma il direttore generale di Migrantes, don Gianni De Robertis, auspicando “un’azione coraggiosa per costruire un mondo più giusto e solidale dove nessuno sia costretto a partire ma ognuno abbia il diritto di scegliere dove costruire la propria vita”.

Oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni (oltre 9mila in più rispetto all’anno precedente, +23,3%); un quarto tra i 35 e i 49 anni (quasi +3.500 in un anno, +12,5%), rivela il video sul Rapporto realizzato da Tv2000 e presentato dal direttore Paolo Ruffini. Partenze non solo individuali ma “di famiglia”, spiega la curatrice dell’indagine Delfina Licata, intendendo sia il nucleo familiare più ristretto, quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia “allargata”, quella cioè in cui i genitori – ormai oltre la soglia dei 65 anni – diventano “accompagnatori e sostenitori” del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale).

A questi si aggiunge il 9,7% di chi ha tra i 50 e i 64 anni, i tanti “disoccupati senza speranza” che sperano di trovare all’estero opportunità occupazionali concrete per mantenere se stessi e la propria famiglia. Una mobilità complessiva che dal 2006 al 2017 è aumentata del 60.1% passando da poco più di 3 milioni ai 4.973.942 di iscritti all’Aire al 1° gennaio di quest’anno, l’8,2% degli oltre 60,5 milioni della popolazione nazionale, “pari ai cinque milioni di immigrati residenti”, osserva Licata.

A livello continentale, oltre la metà dei cittadini italiani emigrati (2.684.325 milioni) risiede in Europa. A seguire America, Oceania, Africa e Asia. I primi tre Paesi con le comunità più numerose sono Argentina (804.260), Germania (723.846) e Svizzera (606.578), mentre il Regno Unito, in valore assoluto, si distingue per avere la variazione più consistente (+27.602 iscrizioni nell’ultimo anno). La Lombardia, con quasi 23mila partenze, si conferma la prima regione da cui gli italiani hanno lasciato l’Italia alla volta dell’estero, seguita da Veneto, Sicilia, Lazio e Piemonte. Per mons. Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei,“la libertà di partire non deve negare la libertà di restare o di ritornare nella propria patria”.

Commentando l’aumento dei giovani expat, nodo centrale “per la rinascita dell’Italia”, dice, “è l’occupazione giovanile” per la quale sono urgenti “misure concrete”. Altrimenti la mobilità, anziché essere “opportunità di crescita e arricchimento” continuerà ad essere, come negli ultimi anni, “unidirezionale” dall’Italia verso l’estero, con partenze sempre più numerose e con ritorni sempre più improbabili. La sfida, chiosa Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri: è“trasformare l’unidirezionalità in circolarità considerando come valori la cittadinanza plurima e le identità arricchite”.

Come quelle dei “giovani italiani all’estero che vogliono vivere insieme la cultura del proprio Paese pur non rinunciando ad inserirsi nelle realtà d’accoglienza”. Per Riccardi occorre “passare dall’italnostalgia, prospettiva difensiva ma perdente nel tempo, all’italsimpatia”. Cruciale la ridefinizione della propria identità. La globalizzazione, spiega, “ha provocato la ristrutturazione di tutte le identità. A volte in modo radicale. Non ha prodotto un mondo appiattito ma un mondo di identità che riprendono forza, si misurano, si ripensano”. In questo orizzonte l’Italia deve superare il “grave ritardo storico” che le ha impedito di “ricollocarsi con una nuova identità sugli scenari internazionali, un’identità che deve essere dialogica, multipla, capace di mescolarsi con altre culture mantenendo il proprio sapore”.

Ma non solo giovani o famiglie: una mobilità alla “ricerca di luoghi fiscalmente vantaggiosi e climaticamente più favorevoli” è quella, spiega Salvatore Ponticelli (Direzione centrale pensioni Inps), dei pensionati che decidono di trasferirsi all’estero. Quasi 380mila le pensioni pagate nel 2016 dall’Inps all’estero, in 160 Paesi, soprattutto in Europa ma anche in Canada, Usa, Australia, Germania, Francia.

A tirare le fila del dibattito è il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, auspicando che la conoscenza “scientifica” dei fenomeni migratori in entrata e in uscita possa aiutare la “nostra politica ad uscire dalla cultura degli slogan”.

Riferendosi all’attualità, “la cittadinanza – spiega – non è data solo dal territorio (ius soli) o dal sangue (ius sanguinis) ma è determinata da quanto si vive e si sperimenta nel corso della propria vita”; elementi culturali che creano “identità plurime, dinamiche, in costante arricchimento”. Concetti che “è importante riscattare da un ambito meramente socioculturale per farli diventare anche cultura vissuta”. Di qui l’auspicio che il Rapporto, “importante per sé, facendoci capire alcune realtà vissute dagli italiani nel mondo, ci aiuti a guardare con occhi diversi quanti stanno qui da noi”.

(*) con la collaborazione di Raffaele Iaria

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Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”)

Posté par atempodiblog le 13 octobre 2017

Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”)
Solo grazie a Maria la fede cristiana può calarsi totalmente nella storia. Come dimostrano le apparizioni in Portogallo e, oggi, le preghiere dei polacchi
di Valerio Pece – Tempi

Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”) dans Apparizioni mariane e santuari Santo_Rosario

«Una volta che pregavo per la Polonia, udii queste parole: “Amo la Polonia in modo particolare e, se ubbidirà al Mio volere, l’innalzerò in potenza e santità. Da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo alla Mia ultima venuta”». Così scriveva santa Faustina Kowalska sul suo Diario della Divina Misericordia. Era il 1938. Nessuno può sapere se l’iniziativa partita dai laici polacchi e prontamente appoggiata dalla locale Conferenza episcopale (parliamo del milione di fedeli che sabato 7 ottobre hanno recitato il Rosario lungo il confine: una catena umana lunga 3.500 chilometri) sia proprio quella “scintilla” di cui parla suor Faustina Kowalska. È molto probabile, però, che la commovente impresa del popolo polacco servirà a chiudere definitivamente i conti con una certa teologia mariana, quella «che negli ultimi Cinquanta anni ha subìto un’amarissima epoca glaciale», per usare l’espressione del noto teologo tedesco George Söll. Il tempo, insomma, avrebbe dato ragione ai fedeli legati alla Tradizione, strappando Maria da un certo “minimalismo teologico”.

La crisi però è durata molto, forse troppo. Grave l’allarme lanciato da padre De la Potterie, biblista belga, secondo cui «è un fatto indiscutibile che la Mariologia non trovi quasi più posto nei programmi di studio teologico», perché, come ammette il teologo spagnolo Ignacio Calaguig, «venne rifiutata dai trattati dei teologi progressisti». Già nel ’79 il francescano Antonio Baslucci parlava della crisi mariologica come di «un vero iconoclastismo teologico ai danni della pietà cristiana», mentre René Laurentin, la più grande autorità mondiale in materia, più recentemente ha riferito di una mariologia «ormai ridotta a uno scheletro, a un ectoplasma». Anche il cardinal Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I, parlò di atteggiamento “schifiltoso” da parte di molti teologi, tanto che in una famosa udienza, a chi si mostrava incredulo di fronte alla potenza del Rosario, pur ripiegando sul suo proverbiale umorismo rispose con un significativo riferimento biblico: «Naam siro, grande generale, per guarire dalla lebbra disdegnava il bagno nel Giordano suggerito da Eliseo. Qualcuno fa come Naaman: “Sono un gran teologo, un cristiano maturo, che respira Bibbia a pieni polmoni, e mi si propone il Rosario?”».

Gli allarmi lanciati da molti teologi dicono che la débâcle della mariologia post-conciliare è stata deleteria, al punto che non ne ha risparmiato una certa involuzione nemmeno l’operato di figure di indubbio fascino e carisma. Dopo essersi schierato a favore di divorzio e aborto, il frate servita (e poeta) David Maria Turoldo, sulla piazza del valtellinese santuario mariano di Tirano, con un gesto eclatante, «per indicare che col Concilio tutto si rinnova – così racconta lo scrittore toscano Tito Casini – ha spezzato la corona del Rosario». Proprio quel Rosario («salterio dei poveri e compendio di tutto il vangelo» secondo le parole di Pio XII) che è la preghiera che sta maggiormente a cuore alla Madonna, se è vero che a Lourdes e a Fatima è apparsa con il Rosario in mano chiedendone la recita. Perfino gli scritti di monsignor Tonino Bello, per molti altri versi figura straordinaria, non può dirsi che abbiano aiutato la mariologia a risollevarsi dalla “svolta antropologica” rahneriana, quella che ha portato la teologia a misurare Maria non più alla perfezione di Dio, ma all’imperfezione dell’uomo. Nel suo Maria donna dei nostri giorni (San Paolo, 1993) il vescovo pugliese per anni presidente di Pax Christi scriveva di un’adolescente da immaginare «mentre nei meriggi d’estate risale dalla spiaggia, in bermuda». Di una «donna feriale» che «come tutte le mogli avrà avuto momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com’era, non sempre avrà capito i silenzi», e che nella casa di Elisabetta «pronunciò il più bel canto della teologia della liberazione». Siamo molto lontani dalla “Donna vestita di sole”, dalla Theotókos, dall’Immacolata, colei che distruggerà ogni eresia schiacciando la testa del serpente.

Sono i frutti a dire che la mariologia moderna – sulla carta più fondata biblicamente, più elevata spiritualmente e più ricca pastoralmente – abbia palesemente fallito. Un voluminoso studio del clarettiano padre Angel Pardilla indica che, tra il 1965 e il 2005, proprio gli istituti più innervati della nuova teologia mariana sono stati pressoché dimezzati: dai Servi di Maria (che hanno perduto il 61 per cento) ai Monfortiani (scesi del 51 per cento). Senza contare i Missionari Oblati di Maria (-40 per cento) e i Marianisti (-54 per cento). Nell’approfondita indagine di padre Pardilla in realtà un’eccezione esisteva: l’unico istituto di impronta mariana in continua crescita, in effetti mantenutosi fedele alla mariologia di sempre, erano i Francescani dell’Immacolata. L’ordine è stato commissariato nel 2013.

De Maria numquam satis, su Maria non si dirà mai abbastanza, tanto che «se vogliamo essere cristiani dobbiamo essere mariani» (Paolo VI). Se i polacchi fedeli a Maria sono addirittura arrivati ad essere sotto attacco, bisognerebbe riflettere non poco su quanto scriveva Henry Newman, che da teologo anglicano qual era confessò di essere stato tenuto lontano dalla Chiesa cattolica per quella che la Riforma protestante chiamava con dispregio “mariolatria”. Nel suo Ipotesi su Maria Vittorio Messori ricorda che il cardinal Newman, da buon inglese empirico, venne convertito al cattolicesimo semplicemente dall’osservazione dei fatti. «Se diamo uno sguardo all’Europa – scriveva il beato Henry Newman – vediamo che hanno smesso di adorare il suo Divin Figlio, per passare ad un banale umanesimo, non i popoli che si sono distinti per la devozione a Maria, ma proprio quelli che l’hanno rifiutata. I cattolici, ingiustamente accusati di adorare una creatura al posto del Creatore, lo adorano ancora. Mentre i loro accusatori, che avevano preteso di adorare Dio con maggior purezza e fedeltà alla scrittura, hanno cessato di adorarLo».

Con l’“evento-Fatima”, di cui oggi, venerdì 13 ottobre 2017, si ricordano solennemente i 100 anni dall’ultima apparizione, siamo spettatori di una religione totalmente calata nella storia, in cui a Covra da Iria oltre 70 mila persone hanno assistito al miracolo del sole, e dove Maria ha mostrato l’Inferno ai tre piccoli pastorelli. Chi nega l’Inferno – che, come affermava Karl Ranher, esiste solo «sulla carta ma non nella realtà» – si appella alla “dottrina della Misericordia”, in forza della quale sussisterebbe un’incompatibilità tra l’infinita bontà di Dio e la possibilità di una dannazione eterna. Paradossalmente, però, a scompaginare le carte è proprio colei che la Chiesa presenta come l’“Apostola della Divina Misericordia”, santa Faustina Kowalska, la suora polacca canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II. La sua impressionante descrizione dell’Inferno (dove sarebbe stata trasportata da un angelo), esattamente come quella di Lucia di Fatima, a un occhio appena attento, della tanto strattonata Divina Misericordia costituirebbe proprio un segno tangibile. Sarebbe, cioè, l’antidoto contro il veleno somministrato con la negazione di quel dogma di fede (l’Inferno è de fide, piaccia o no a Eugenio Scalfari, che con uno zelo degno di miglior causa su Repubblica ha affermato che il Santo Padre in persona lo avrebbe «abolito»). Il ricordare all’uomo la necessità impellente della sua conversione nonché il suo possibile destino eterno in caso di ostinato rifiuto di Dio – esattamente il cuore del messaggio di Fatima – non può, dunque, non essere considerato “misericordia”, per giunta salvifica.

Nel 1967 la stessa suor Lucia piangeva calde lacrime sul calo della devozione al Cuore Immacolato di Maria. Intrigante, sul punto, è il racconto del vescovo slovacco Paolo Hnilica, colui che si batté per inserire la condanna del comunismo nella Costituzione dogmatica Gaudium et Spes e che nel 1984, secondo la richiesta fatta dalla Vergine a Fatima, si recò sulla Piazza Rossa di Mosca per consacrare segretamente la Russia al Cuore Immacolato di Maria. Così scriveva monsignor Hnilinca: «Nel giorno del 50esimo anniversario delle apparizioni incontrai suor Lucia insieme con il Vescovo di Fatima, il quale ci invitò a visitare le tombe dei due Beati, Francesco e Giacinta. Il vescovo mi tirò la veste e disse: “Guardi Lucia!”. La guardai e vidi che piangeva amaramente. E il vescovo: “Piange perché sua cugina Giacinta sul letto di morte le disse: ‘Lucia, ricordati di quello che ha detto la Madonna: Vengo presto a prendervi, tu rimarrai più a lungo con l’unico scopo di diffondere la devozione al Cuore Immacolato di Maria’”. Il vescovo continuò: “Suor Lucia piange perché si sente fallita”».

I cattolici polacchi – e quelli italiani che su invito dell’Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani (Aiasm) il 13 ottobre pregheranno il Rosario in tutta Italia – hanno semplicemente compreso quella verità che Vittorio Messori ha così sintetizzato: «Se dimentichiamo quella radice umana che è Maria, il messaggio di Gesù si degrada in spiritualismo, moralismo, come dimostra la drammatica deriva protestante. Oggi, quando è in gioco la stessa possibilità di credere, è urgente ritrovare la presenza di una Donna che tiene al riparo dall’errore e rafforza le basi della fede». Quella Maria che oggi fa così paura, diventata improvvisamente “divisiva” anche tra gli stessi cattolici, non è il «tumore del cattolicesimo» (secondo la devastante espressione dell’osannato Karl Barth), ma nient’altro che la materna difesa e la precisa conferma della più pura e genuina cristologia. È per questo che su Maria, nemica di tutte le eresie, non si dirà mai abbastanza.

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Nostra Signora tra le Rivoluzioni: Fatima ci salva

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2017

Nostra Signora tra le Rivoluzioni: Fatima ci salva
di Riccardo Barile – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

Nostra Signora tra le Rivoluzioni: Fatima ci salva dans Apparizioni mariane e santuari Fatima

Tantissimo si può scrivere su Fatima, beninteso restando nei limiti delle apparizioni o rivelazioni «permesse come da credere piamente con fede solo umana, secondo la tradizione che veicolano, confermata da idonee testimonianze e documenti» (Congregazione dei Riti 12.5.1877). Va da sé che il sottoscritto “ci crede” e scrive per quelli che “ci credono”.

La ricorrenza quest’anno del centenario della Rivoluzione di Ottobre sollecita a cogliere il fatto che Fatima si incastona tra due rivoluzioni: del Portogallo prima e della Russia poi. Infatti all’inizio delle apparizioni il Portogallo era giunto al culmine di un processo politico che ne prevedeva la scristianizzazione; a sua volta un mese dopo l’apparizione conclusiva ebbe luogo in Russia la Rivoluzione di Ottobre con gli stessi intenti, ma con maggior incidenza internazionale. E forse la Madonna non scelse a caso le date delle apparizioni.

TRA DUE RIVOLUZIONI

In Portogallo dal 1833 il partito liberale si fece sempre più forte. Il 5 ottobre 1910 cadde la monarchia con Manuele II, nipote della regina Maria Pia di Savoia. Nello stesso anno fu emanata la legge della separazione della Chiesa dallo Stato a firma di Afonso Augusto da Costa (1871-1937), ministro della giustizia e poi tre volte primo ministro. Nel 1911 Costa dichiarò che in pochi decenni sarebbe scomparso dal paese ogni influsso religioso cristiano.

Il 24 maggio 1911 san Pio X intervenne con l’Enciclica Iamdudum in Lusitania (Già da tempo in Portogallo) denunciando un «odio implacabile verso la religione cattolica», che di fatto comportava: separazione della Chiesa dallo stato; persecuzione di vescovi ed espulsione di religiosi; eliminazione di festività religiose e dell’insegnamento cristiano nelle scuole con programmi atei; difficoltà burocratiche nell’aiutare economicamente le parrocchie e organizzazioni laiche per la gestione delle stesse; intromissioni nella educazione e nei programmi di scuola dei seminaristi; difficoltà a far circolare i documenti papali o romani; benefici per i preti che si fossero sposati e per le rispettive mogli e figli ecc. (EE 4/346-353).

Nel 1917 Afonso Augusto da Costa era di nuovo al governo, un terzo mandato che curiosamente quasi coincise con il periodo delle apparizioni: queste coprirono il lasso di tempo dal 13 maggio al 13 ottobre e nello stesso anno Costa fu primo ministro dal 25 aprile all’8 dicembre. Poi, dopo un nuovo colpo di stato, fu esiliato a Parigi dove morì.

In Russia invece la Rivoluzione di ottobre seguì di un mese l’ultima apparizione del 13 ottobre 1917, quando con l’insurrezione del 7-8 novembre (25-26 ottobre secondo il calendario giuliano vigente in Russia) i bolscevichi inaugurarono il governo rivoluzionario sotto la presidenza di Vladimir Lenin († 1924), governo che, dopo una guerra civile, si consolidò definitivamente nel 1921-1922. E cominciarono anni di ateismo civile e culturale con persecuzioni ai cristiani: sotto Lenin, sebbene nel febbraio 1922 il Patriarca Tykhon avesse invitato a consegnare gli oggetti di valore delle chiese per soccorrere la popolazione, furono messi a morte 2691 preti, 1962 monaci, 3447 monache, 2 metropoliti e 40 vescovi; sotto Josif Stalin († 1953) furono chiuse tantissime chiese di campagna e nel 1932 fu varato un piano quinquennale che prevedeva: «Con il 1° maggio 1937 la nozione stessa di Dio sarà cancellata dalla mente del popolo»; sotto Nikita Kruscev († 1971) fu instaurato un clima di controllo statale che portò alla chiusura di circa 15.000 chiese, 5 seminari, 55 monasteri.

I BAMBINI VEGGENTI E LA POLITICA

Aljustrel, paese natale di Lucia, Giacinta e Francesco, era uno sperduto villaggio dove i fermenti culturali e politici arrivavano attutiti. La presenza del governo era avvertita solo quando i giovani venivano prelevati per andare in guerra con il rischio di morirvi. Molti bambini, e all’inizio i veggenti con loro, erano analfabeti. Lucia farà difficoltà a datare certi avvenimenti dell’infanzia «perché in quel tempo io non sapevo ancora nemmeno il giorno dei mesi» (Lettera del 18.5.1941). Dalle testimonianze sembra che i veggenti non avvertissero la politica massonica e anticristiana del governo e neppure sapessero dov’era la Russia.

Di fatto i veggenti sperimentarono l’arresto e la reclusione da parte del sindaco di Vila Nova de Ourém Artur de Oliveira Santos a metà agosto 1917 e Lucia nel 1918 o 1919 fu impedita di recarsi a Cova da Iria da due militari a cavallo in quanto «il governo non vedeva di buon occhio lo svolgersi degli avvenimenti»; sempre Lucia mentre si trovava a Lisbona sospettò di essere ricercata dal governo (II Memoria): questi pochi cenni si limitano a constatare l’opposizione a Fatima, ma non raggiungono la percezione di una politica massonica anticristiana più vasta. Anche quando il 25.3.1997 – a 80 anni dalle apparizioni – Lucia firma il libro Scritti e ricordi (Ed. Vaticana 2017), la descrizione del paese d’infanzia (pp. 23-33) è cristianamente idilliaca e senza il minimo cenno alla situazione politica. Per cui, se la Madonna apparendo toccò questo tasto, si trattò veramente di una iniziativa sua e non dei veggenti.

LA MADONNA INTERVIENE

Le apparizioni della Madonna furono precedute da tre apparizioni di un angelo nel 1916. Nella seconda l’angelo chiese ai veggenti preghiera e sacrifici per uno scopo: «Attirate così la pace sulla vostra patria. Io sono il suo Angelo custode, l’angelo del Portogallo». L’angelo riprese la categoria degli “angeli delle nazioni” (Dn 10,13), insinuando ai veggenti che le sorti della loro nazione non erano solo nelle mani dei governanti di turno. Nello stesso senso il 13 luglio 1917 la Madonna promise: «In Portogallo si conserverà sempre il tesoro della fede ecc.» (IV Memoria), promessa che supponeva un pericolo reale per la fede. E furono il pellegrinaggio e la fede suscitati a Fatima che cambiarono in meglio la situazione (alcuni però leggono il “ecc.” come premessa di qualcosa che non è ancora stato manifestato).

Nella stessa apparizione del 13 luglio, quella del “segreto” (reso pubblico dalla Santa Sede: EV 19/986-989) la Madonna citò la Russia: «verrò a chiedere la consacrazione della Russia», la quale «si convertirà e (gli uomini) avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa» (EV 19/988). Era la “politica” della Madonna per la Rivoluzione di ottobre e il suo seguito! Pio XII consacrò la Russia con la Lettera apostolica Sacro vergente anno (7.7.1952: EE 6/1990-2009) e Giovanni Paolo II con un Affidamento del 1981, ripetuto nel 1982 e 1984 (EV 19/981-982). A detta di mons. Bertone, «Suor Lucia confermò personalmente che tale atto solenne e universale di consacrazione corrispondeva a quanto voleva nostra Signora» (EV 19/983), ma ad oggi non tutti sono d’accordo.

La Madonna preannunciò una seconda guerra mondiale e mostrò una processione verso una Croce con l’uccisione di un vescovo vestito di bianco e altri sacerdoti e fedeli (EV 18/989).

COME E PERCHÉ LA MADONNA INTERVENNE

Come mai la Madonna intervenne? Perché l’uomo è sociale e se una società, la sua cultura, il suo governo ecc. contrastano la fede, la fede di molti rischia di spegnersi. Ora, nel momento in cui le forme di governo cambiano, il rischio è di allontanare Dio e così capitò quando il popolo chiese un re e Dio disse a Samuele: «Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro» (1Sam 8,7). Certi profondi cambiamenti politici sono opportuni e talvolta necessari, ma è proprio qui che si insinua la concupiscenza umana (1Gv 2,16) come desiderio di dominio e oppressione (Mt 20,25) producendo anche sugli altri una «affermazione di sé contro gli imperativi della ragione» (CCC 377). Ed ancora è qui che si insinua l’azione del demonio.

La Madonna non sponsorizzò nessun sistema politico, ma chiese atteggiamenti contrari e correttivi verso quanto sopra. Chiese la comunione riparatrice ai primi sabati del mese e, «in modo sorprendente per persone provenienti dall’ambito culturale anglosassone e tedesco», la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato e a tutti la devozione a questo stesso Cuore, nel quale volontà di Dio «diviene il centro informante di tutta quanta l’esistenza» (Card. J. Ratzinger, Commento teologico: EV 19/1012). Chiese la penitenza e la preghiera per i peccatori.

In questo modo la società poteva cambiare assetto politico, ma conservando il riferimento a Dio. Soprattutto si evitava di assolutizzare il cambiamento e mentre esso avveniva i cuori restavano fissi dove è la vera gioia: «ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia» (Domenica XXI ordinario). Senza dimenticare di pregare e sacrificarsi, perché «molte anime vanno all’inferno perché non hanno nessuno che si sacrifichi e preghi per loro» (IV Memoria).

FATIMA UN MESSAGGIO DI SVENTURA?

Anche se le rivoluzioni produssero sventure, c’è in Fatima una positività.

La positività stessa che la Madonna interviene nella nostra storia anche politica, certo non di suo ma per iniziativa divina e per ricondurre al Padre per Cristo nello Spirito.

La positività della apparizione finale (13 ottobre 1917), quando san Giuseppe e Gesù Bambino e poi adulto – nostro Signore – «parevano benedire il mondo» (IV Memoria).

La positività del “segreto” (13 luglio 1917), che, dopo la visione delle sofferenze e dei martiri sotto un grande Croce, così termina: «sotto i due bracci della Croce c’erano due angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio» (EV 19/989). L’allora card. Ratzinger, nel già citato Commento teologico, ne traeva la conclusione che «nessuna sofferenza è vana, e proprio una Chiesa sofferente, una Chiesa dei martiri, diviene segno indicatore per la ricerca di Dio da parte dell’uomo (…): dalla sofferenza dei testimoni deriva una forza di purificazione e di rinnovamento, perché essa è attualizzazione della stessa sofferenza di Cristo e trasmette nel presente la sua efficacia salvifica» (EV 19/1019).

Tutto questo all’interno delle rivoluzioni, ma vissute con il messaggio di Fatima.

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Schönborn: “Amoris laetitia è in linea con il Catechismo di Wojtyla”

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2017

Schönborn: “Amoris laetitia è in linea con il Catechismo di Wojtyla”
Il cardinale arcivescovo di Vienna è stato segretario di redazione del testo approvato da Giovanni Paolo II esattamente 25 anni fa
di Jacopo Scaramuzzi – Vatican Insder

Schönborn: “Amoris laetitia è in linea con il Catechismo di Wojtyla” dans Cardinale Christoph Schönborn Cardinale_Christoph_Sch_nborn

Con la sua esortazione apostolica sulla famiglia Amoris laetitia «Papa Francesco è totalmente in linea con il Catechismo». Lo afferma il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e figura-chiave dei due Sinodi sulla famiglia (2014-2015), in un passaggio di una intervista a Kathpress in occasione dei 25 anni della approvazione del Catechismo della Chiesa cattolica da parte di Giovanni Paolo II (11 ottobre 1992), testo del quale il porporato è stato «segretario di redazione».

Schönborn, che il Papa ha più volte citato come riferimento teologico sullaAmoris laetitia e che nei mesi scorsi è già intervenuto a commento dei dubbi («dubia», in latino) indirizzati da quattro cardinali alla esortazione apostolica del Papa sulla famiglia , risponde ad una domanda relativa al fatto che gli ultimi 25 anni hanno portato sviluppi, ad esempio tramite i due sinodi sulla famiglia, la riscoperta del «Dio misericordioso» e, appunto, la Amoris laetitia.

«Vale la pena notare – afferma Schönborn– che la terza parte del Catechismo, che tratta della morale, fornisce esattamente i presupposti che Papa Francesco fa valere nella Amoris laetitia: egli cita a più riprese il Catechismo, la sezione del Catechismo sulla morale, dove accanto alla chiara formulazione delle norme viene anche rivolto lo sguardo alla vita della persona, alla natura condizionata del comportamento umano, alla libertà della persona, alla responsabilità della persona, alle condizioni di vita e alla situazione concreta nella quale ha luogo l’azione morale della persona. È stato un grande passo, direi quasi una svolta, il fatto che il Catechismo qui abbia dedicato una più forte attenzione al soggetto che concretamente agisce, alla persona in azione, e non solo alla oggettività delle norme».

«Penso che il dibattito sulla Amoris laetitia sarebbe molto più pacifico se i critici studiassero approfonditamente la morale fondamentale del Catechismo, che è totalmente orientata a Tommaso d’Aquino: vale a dire che ogni azione morale accade in una storia, nella storia di una persona concreta, con le specificità, le possibilità, le premesse, le circostanze di vita, i limiti e le possibilità della propria libertà. Guardare da vicino ad essa e renderla visibile e percepibile quale spazio vitale concreto in cui si deve realizzare l’ideale concreto del matrimonio cristiano: questo, io credo, è l’importante contributo della Amoris laetitia, che si fonda totalmente sulla prima sezione della terza parte del Catechismo che tratta delle condizioni dell’agire umano. Suggerisco vivamente – conclude l’arcivescovo di Vienna – di leggere questa parte del Catechismo come introduzione della Amoris laetitia. In tal modo si comprenderà velocemente che Papa Francesco è totalmente in linea con il Catechismo».

Nell’intervista a Kathpress Schönborn si rammarica tra l’altro del fatto che nel mondo germanofono persistano antichi pregiudizi attorno al Catechismo. È un testo, afferma, che «spesso – grazie a Dio non dovunque – viene guardato un po’ dall’alto in basso. Con un po’ di ironia e con un antico e ripetuto pregiudizio secondo il quale è preconciliare. Ma l’idea stessa del catechismo non è un’idea preconciliare. Siamo nell’anno di Lutero. Il grande successo di Lutero è stato decisamente il “Piccolo Catechismo” e anche il “Grande Catechismo”. L’idea geniale di Lutero è stata di riassumere la fede in brevi dichiarazioni e poi presentarla in un catechismo più grande per coloro che dovevano trasmettere la fede in modo più elaborato. Ma perché nel mondo tedesco il catechismo non sia più ricevuto, per me appartiene ai “Mysteria”, i segreti che non posso spiegare, ma che mi dispiacciono».

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