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L’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev mette in guardia l’Occidente

Posté par atempodiblog le 28 septembre 2017

“Prima del 1917 nessuno aveva mai pensato che sarebbe avvenuto il collasso di un impero cristiano secolare…”
L’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev mette in guardia l’Occidente
di Elizabeth Scalia/Aleteia USA – Aleteia
Tratto da: 
Radio Maria

L’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev mette in guardia l’Occidente dans Articoli di Giornali e News Hilarion
Il metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per i Rapporti Esterni della Chiesa ortodossa russa, parla all’incontro delle due camere del Parlamento russo. Ramil Sitdikov/Sputnik

Partecipando a Londra a una conferenza sul tema “Il Futuro Cristiano dell’Europa”, il metropolita Hilarion Alfeyev, alla guida del Dipartimento per i Rapporti Esterni della Chiesa ortodossa russa, Patriarcato di Mosca, ha parlato il 22 settembre presso l’ambasciata russa in Gran Bretagna, lanciando una sorta di avvertimento alle Chiese in Occidente.

Aprendo il suo intervento con il riconoscimento della persecuzione cristiana nel mondo e avvalendosi dei risultati di sondaggi recenti PEW e di altri studi, Hilarion ha dipinto un quadro difficile ma aggiornato e accurato di cosa stia affrontando attualmente il cristianesimo per via delle migrazioni e della secolarizzazione dell’Occidente, e ha anche delineato il futuro del cristianesimo se non si metterà in atto un profondo sforzo di evangelizzazione.

L’arcivescovo ha riflettuto sull’impatto che le migrazioni stanno avendo sull’Europa: “Secondo i dati dell’agenzia dell’Unione Europea Frontex, solo nel 2015 sono entrati nell’UE più di 1,8 milioni di migranti. Il numero di migranti in Europa è aumentato dai 49,3 milioni del 2000 ai 76,1 del 2015”.

“L’altro motivo per la trasformazione della mappa religiosa dell’Europa”, ha affermato Hilarion, “è la secolarizzazione della società europea. I dati di un sondaggio d’opinione britannico indicano che più della metà degli abitanti del Paese – per la prima volta nella storia – non è affiliata ad alcuna religione particolare”.

Questa tendenza non si estende alla Russia, dove è in ripresa un’identificazione con la fede, anche se “molti si definiscono ‘in qualche grado religiosi’ o ‘non troppo religiosi’. Ad ogni modo, il numero di persone che si dicono ‘molto religiose’ sta aumentando decisamente”.

Questa buona notizia è bilanciata dal rapido declino della pratica religiosa in Europa e in America del Nord, e Hilarion ha suggerito che la storia può offrire un grande insegnamento:

Vorrei ricordare a tutti voi che in Russia prima del 1917 nessuno aveva mai pensato che si sarebbe verificato il collasso di un impero cristiano secolare e che questo sarebbe stato sostituito da un regime totalitario ateo. E anche quando questo è accaduto, pochi credevano che fosse una cosa seria e che sarebbe durata a lungo.

Il declino attuale del cristianesimo nel mondo occidentale potrebbe essere paragonato alla situazione in vigore nell’impero russo prima del 1917.

La rivoluzione e i drammatici eventi che l’hanno seguita hanno avuto profonde radici spirituali, nonché sociali e politiche. Per molti anni l’aristocrazia e l’intellighenzia hanno abbandonato la fede, venendo poi seguiti dalle persone comuni.

Sua Santità il patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia lo ha detto nel gennaio scorso: “La rottura fondamentale nello stile di vita tradizionale – e parlo… dell’autocoscienza spirituale e culturale del popolo – è stata possibile solo perché qualcosa di molto importante era scomparso dalla vita delle persone, in primo luogo quelle che appartenevano all’élite. Malgrado la prosperità esteriore e i progressi culturali e scientifici, è stato lasciato sempre meno spazio nella vita delle persone per una sincera fede in Dio e una comprensione dell’importanza eccezionale dei valori che appartengono a una tradizione spirituale e morale.

Hilarion è sembrato riservare una condanna speciale alla resistenza alla religione dimostrata dall’Unione Europea:

E quando mezzo secolo dopo la creazione dell’Unione Europea si stava scrivendo al sua costituzione, sarebbe stato naturale per le Chiese cristiane aspettarsi che il ruolo del cristianesimo fosse uno dei valori europei da includere in questo documento, senza ledere la natura secolare delle autorità di un’Europa unificata.

Ma come sappiamo non è accaduto.

L’Unione Europea, quando è stata scritta la sua costituzione, ha rifiutato di menzionare la sua eredità cristiana anche nel preambolo del documento.

Credo fermamente che un’Europa che ha rinunciato a Cristo non sarà in grado di preservare la sua identità spirituale e culturale.

Il testo integrale del discorso dell’arcivescovo può essere letto qui.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2017

La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II
Comunque la pensiate sulle apparizioni di Medjugorje, vale la pena leggere questo capitolo, in cui Mirjana racconta il suo emozionante incontro con Giovanni Paolo II, un papa che aveva attraversato il secolo dei sanguinosi totalitarismi. Il papa che aveva iniziato il suo pontificato con le indimenticabili parole: “Non abbiate paura: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Il papa che aveva nel suo stemma le parole “Totus tuus”, rivolte a Maria, di cui era un ferventissimo devoto! Il papa che aveva detto che «l’umanità è a un bivio: può fare della terra un giardino, o un cumulo di rovine». Oggi queste parole appaiono ancor più profetiche. Ma veniamo al racconto.
di Claudio Forti – Trascrizione del capitolo 20 del libro Il mio cuore trionferà, autobiografia di Mirjana Soldo, edito dalla Dominus Production di Firenze, e uscito recentemente

La veggente Mirjana incontra Giovanni Paolo II dans Apparizioni mariane e santuari Il_mio_cuore_trionfer

Forse si pensa che un veggente che vede la Madonna non resti mai colpito da altre persone, ma non è così. Nel 1987, infatti, ebbi un incontro destinato a lasciarmi un effetto duraturo: conobbi un santo vivente. In quel periodo mi trovavo a Roma, essendo stata invitata da un sacerdote italiano. L’Italia di per sé è una meraviglia. Ero affascinata dalla sua storia. Riuscivo facilmente a immaginare i gladiatori intenti ad allenarsi nel Colosseo, e imperatori che tenevano i loro discorsi nel Foro romano. Ma mi incantarono ancor più gli innumerevoli luoghi sacri presenti nella città eterna. La visita nelle antiche catacombe mi fece capire quanta resistenza e coraggio avevano i primi seguaci della mia religione.
Osservando la Cappella Sistina e gli alti soffitti della Basilica di Santa Maria Maggiore, mi resi conto delle incredibili imprese compiute da tanti uomini di fede.
Pregando presso le tombe dei martiri e dei santi, e semplicemente sostando ai luoghi in cui così tanti prima di me erano vissuti e morti, mi venivano in mente i costanti avvertimenti della Madonna sulla brevità della vita su questa terra.

Il fatto di essere una pellegrina in terra straniera mi diede la possibilità di acquisire una prospettiva nuova sull’esperienza dei pellegrini che venivano a Medugorje. E proprio mentre pensavo che quel mio viaggio non potesse essere migliore, il 20 di luglio mi trovai ad accompagnare in Vaticano un gruppo di giovani croati che erano andati in visita a Giovanni Paolo II.
Quel mattino, quando arrivammo, l’imponente cupola della Basilica di San Pietro era già illuminata dai primi raggi del sole. Arrivando presto, potemmo sistemarci in prima fila all’udienza papale che si sarebbe tenuta in Piazza San Pietro. Subito dopo arrivarono migliaia di altri pellegrini. Quando il papa comparve, la folla era in delirio.
Il pontefice camminò tra la gente benedicendo. Passando davanti a noi, mi mise la mano sul capo e mi benedisse. La benedizione finì prima che mi rendessi conto. Rimasi ferma, sorridente, al settimo cielo dalla contentezza, per aver ricevuto per la prima volta la benedizione da un papa.
Mentre il pontefice seguitava a camminare, il sacerdote che mi accompagnava disse ad alta voce: “Santo Padre, lei è Mirjana di Medugorje!”. Al che il papa si fermò, tornò indietro e mi diede un’altra benedizione. Io ero raggelata. I suoi occhi, di colore azzurro intenso, sembravano attraversarmi l’anima. Non sapendo trovare le parole, inchinai il capo e sentii tutto il calore della sua benedizione. Quando si allontanò mi volsi verso il sacerdote italiano e, scherzando, gli dissi: “Ha pensato che avevo bisogno di una doppia benedizione!”. Entrambi ci facemmo una risata.

Più tardi, quel pomeriggio, una volta tornata al mio albergo ancora stordita da tutta l’esperienza, rimasi senza fiato nel ricevere un invito personale del papa, che ci chiedeva di incontrarlo in privato l’indomani mattina a Castel Gandolfo. Ero così eccitata che non riuscii a prendere sonno. Come sarebbe andato il nostro incontro?
Cosa avrei detto? Avevo mille domande per la testa. Per un attimo mi calmai, ma subito dopo pensai ancora: “Domani incontrerò il papa”. E andai avanti così per tutta la notte.

Mirjana_e_Giovanni_Paolo_II dans Libri

Il giorno seguente andai a Castel Gandolfo poco prima delle 8, l’ora stabilita per l’incontro. Quel paesino fortificato, a circa 25 chilometri da Roma, è da secoli la residenza estiva dei papi. Il palazzo papale, appollaiato su una collina esposta al vento e circondato da giardini e da uliveti, si affaccia sul lago di Albano, le cui acque sono di un colore azzurro, simile agli occhi di Giovanni Paolo II.
Un uomo in divisa mi scortò fino alla fine del palazzo. Quando vidi il Santo Padre là ad aspettarmi, mi venne subito da piangere. Lui mi guardò e sorrise. Il suo sguardo era pieno di calore e di amore. Avevo la sensazione di essere in presenza di un santo, un vero figlio della Beata Vergine Maria. Avevo imparato a riconoscere qualcosa di speciale negli occhi delle persone che amavano la Madonna. Una tenerezza che solo la Madre celeste poteva trasmettere. E questo aspetto in Giovanni Paolo II era più forte che in qualsiasi altro.

Il papa mi fece sedere con lui. Dovetti convincermi che non stavo sognando. Avevo sempre pensato che incontrare il papa fosse una cosa impossibile per una persona insignificante come me. E adesso eccomi là, davanti a lui. Volevo salutarlo, ma ero troppo nervosa, anche per esprimere una sola frase. Il Santo padre mi strinse delicatamente la mano dicendomi: “Gin dobre”, (Buon giorno in polacco. Ndt). Non riuscii a capirlo.
Forse ero troppo emozionata e le mie orecchie mi stavano ingannando. O forse il mio cervello era andato in tilt. Ero mortificata. Avevo avuto l’occasione unica di incontrare il papa, ma non avevo idea di cosa mi stesse dicendo. Le sue parole assomigliavano al croato, ma non riuscivo a decifrarle. Presto capii che stava parlando in polacco. Le lingue slave, come il croato e il polacco, hanno in comune molte parole, quindi il papa voleva vedere se potevamo comunicare entrambi nelle nostre lingue madri. Purtroppo la cosa non funzionò, ma mi ricordai che c’era una lingua che conoscevamo entrambi.

«Santo padre, possiamo parlare in italiano?», chiesi. Sorrise e annuì: «Si, bene Mirjana, bene!». Parlammo di molte cose. Alcune posso rivelarle, altre no. E presto mi sentii completamente a mio agio alla sua presenza. Mi parlò con un affetto tale, che sarei rimasta lì con lui per ore a conversare. «Per favore, chiedi ai pellegrini di Medjugorje di pregare per le mie intenzioni!», disse. «Certo Santità!», lo rassicurai. «So tutto di Medjugorje. Ho seguito i messaggi sin dall’inizio. Per favore, dimmi come ci si sente quando appare la Madonna!», il papa mi ascoltò con grande attenzione mentre descrivevo quello che vivevo durante le apparizioni. Ogni tanto sorrideva e annuiva dolcemente col capo. «E quando scompare – conclusi – provo tanto dolore in quel
momento. L’unica cosa a cui penso è quando la rivedrò di nuovo».
Si chinò verso di me e disse: «Abbi cura di Medjugorje, Mirjana! Medjugorje è la speranza per il mondo intero».
Le parole di Giovanni Paolo II sembrarono confermare l’importanza delle apparizioni, e alla grande responsabilità che avevo in quanto veggente. Rimasi sorpresa dal tono convinto della sua voce e dal bagliore emanato dai suoi occhi ogni volta che nominava Medjugorje. Per non parlare della perfezione con cui pronunciava il nome di tale paese, sempre molto difficile da ripetersi per gli stranieri.

«Santo Padre – dissi -: vorrei che lei vedesse tutta la gente che viene da noi, e prega». Il papa si voltò fissando verso est, facendo un sospiro pensieroso, e disse: «Se non fossi papa sarei già andato da molto a Medjugorje», disse.
Non dimenticherò mai l’amore irradiato dal Santo padre. Con lui avevo sensazioni simili a quelle che avevo stando con la Madonna. Anche guardare nei suoi occhi, era come guardare in quelli di Maria.

In seguito un sacerdote mi confidò che il papa era interessato a Medjugorje fin dagli inizi, poiché prima ancora che iniziassero le apparizioni, Giovanni Paolo II aveva pregato la Madonna di apparire di nuovo sulla terra.
«Non posso farcela da solo, Madre – pregava -: in Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia e altri paesi comunisti, la gente non è libera di praticare la propria fede. Ho bisogno del tuo aiuto, Madre cara”!». (E quanto è vero anche oggi, non solo nei paesi comunisti, ma nelle terre islamiche, ma anche in paesi cristiani. Ndt).

Secondo quel sacerdote, il papa, quando venne a sapere che la Madonna era apparsa in una piccola località di un paese comunista, pensò immediatamente che Medjugorje fosse stata la risposta alle sue preghiere. La Dominus Production è una benemerita casa fiorentina che provvede al doppiaggio di film che, avendo un contenuto cattolico, non sono diffusi in italiano dai grandi media. Per questo ha provveduto alla doppiatura di
fil, come Cristiada, di cui ha fatto tradurre anche il libro; God’s not dead, Il missionario, e ora anche il libro “Il mio Cuore trionferà”, eccetera. Ndt). La si trova a questo link: http://www.dominusproduction.com/

Tratto da: Radio Maria

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Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2017

Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”
Francesco a S. Marta: «Non stia solo col gruppetto del partito». I cristiani sono chiamati ad accompagnare i governanti con la preghiera, non farlo è peccato
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti” dans Articoli di Giornali e News La_camera_dei_deputati

Bisogna pregare per chi governa. Anche se sbaglia. Non farlo è peccato. Allo stesso tempo, i governanti non devono tralasciare la preghiera, altrimenti restano solo col «gruppetto» del loro partito. Chi è ateo o agnostico, «si confronti». È l’appello di papa Francesco rivolto questa mattina nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, riportata da Radio Vaticana.

La riflessione del Pontefice si basa sulla Prima Lettura e sul Vangelo odierni. Oggi si legge rispettivamente che san Paolo consiglia a Timoteo di recitare preghiere per i governanti, e di un governante che prega: è il centurione che ha un servo malato.

Osserva il Vescovo di Roma: «Quest’uomo sentì il bisogno della preghiera», non soltanto perché «amava» ma anche perché «aveva la coscienza di non essere il padrone di tutto, non essere l’ultima istanza». È consapevole che su di lui c’è un altro che comanda; ha dei subalterni, i soldati, ma egli stesso è un subalterno. E lo sa bene. Perciò, prega.

Se il governante non prega, «si chiude nella propria autoreferenzialità o in quella del suo partito, in quel circolo dal quale non può uscire; è un uomo chiuso in se stesso. Ma quando vede i veri problemi, ha questa coscienza di subalternità, che c’è un altro che ha più potere di lui». Ma «chi ha più potere di un governante? Il popolo, che gli ha dato il potere, e Dio, dal quale viene il potere tramite il popolo. Quando un governante ha questa coscienza di subalternità, prega».

Papa Bergoglio evidenzia, quindi, l’importanza della preghiera del governante, «perché è la preghiera per il bene comune del popolo che gli è stato affidato».

Francesco cita il colloquio avuto proprio con un governante che tutti i giorni trascorreva due ore in silenzio davanti a Dio, sebbene fosse indaffarato.

Ovviamente, un amministratore deve domandare al Signore la saggezza e la grazia di poter governare bene.

Ribadisce il Papa: è «tanto importante che i governanti preghino» e chiedano a Dio di non togliere loro «la coscienza di subalternità» dal Signore e dal popolo: «Che la mia forza si trovi lì e non nel piccolo gruppetto o in me stesso».

E a chi è agnostico o ateo, Francesco dice: «Se non puoi pregare, confrontati, con la tua coscienza», con «i saggi del tuo popolo»; l’importante è «non rimanere da solo con il piccolo gruppetto del tuo partito», perché «questo è autoreferenziale».

Francesco ricorda che quando un politico compie qualche azione o scelta che non piace, viene criticato; al contrario, è lodato; in ogni caso – dice il Pontefice – è lasciato solo con il suo partito, con il Parlamento. Nota il Papa: «“No, io l’ho votato – l’ho votato dal mio” – “Io non l’ho votato, faccia il suo”. No, noi non possiamo lasciare i governanti da soli: dobbiamo accompagnarli con la preghiera. I cristiani devono pregare per i governanti. “Ma, Padre, come vado a pregare per questo, che fa tante cose brutte?” – “Ha più bisogno ancora. Prega, fa penitenza per il governante”. La preghiera d’intercessione – è tanto bello questo che dice Paolo – è per tutti i re, per tutti quelli che stanno al potere. Perché? “Perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”». Infatti, quando «il governante è libero e può governare in pace – assicura – tutto il popolo approfitta [beneficia] di questo».

Francesco termina esortando a un esame di coscienza: «Io vi chiedo un favore: ognuno di voi prenda oggi cinque minuti, non di più. Se è governante, si domandi: “Io prego a quello che mi ha dato il potere tramite il popolo?”. Se non è governante, “io prego per i governanti? Sì, per questo e per quello sì, perché mi piace; per quelli, no”. E hanno più bisogno quelli di questo! “Prego per tutti i governanti?”. E se voi trovate, quando fate l’esame di coscienza per confessarvi, che non avete pregato per i governanti, portate questo in confessione. Perché non pregare per i governanti è un peccato».

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Due secondi al cellulare sono 28 metri di guida alla cieca

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2017

Due secondi al cellulare sono 28 metri di guida alla cieca
di Peter Siegenthaler – SWI
Traduzione di Luca Beti

Due secondi al cellulare sono 28 metri di guida alla cieca dans Articoli di Giornali e News guida_con_il_telefonino
Neppure multe piuttosto salate sembrano avere un effetto dissuasivo per molti conducenti.  (Keystone)

Chi usa il cellulare al volante rischia gravissimi incidenti già a 50 km/h. Eppure, nonostante questo pericolo, multe severe e numerose campagne di sensibilizzazione, questo malvezzo è prassi corrente. Quale potrebbe essere allora la strategia giusta per sradicarlo?
Anche Lei ha rischiato di essere investito da un’automobilista poiché quest’ultima invece di osservare la strada, guardava lo schermo del suo cellulare? Avrebbe mandato anche lei questa smombi (neologismo composto dalle parole smartphone e zombi) a quel paese?

Ma sia sincero! Non ha mai ceduto alla tentazione di rispondere alla chiamata di un amico o di dare un’occhiata alle novità su Facebook mentre era alla guida dell’auto o in sella alla bicicletta?
Ci sono pedoni che non riescono a camminare e a usare contemporaneamente il cellulare senza cozzare contro un palo della luce o finire contro altre persone. E allora ci si chiede perché c’è gente che si ostini a fare due cose nello stesso tempo: guidare e servirsi dello smartphone. È un interrogativo sollevato in un video #ItCanWait (del governo della provincia Western Cape) nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione sudafricana che ha suscitato un grande interesse in tutto il mondo.

Se a una velocità di 50 chilometri all’ora guarda per due secondi il suo cellulare percorre 28 metri alla cieca. Queste disattenzioni possono costare la vita agli altri utenti della strada, soprattutto ai pedoni o ai ciclisti. Un crash test dell’azienda di assicurazioni AXA Winterthur mostra ciò che può succedere alla vittima a causa dell’imprudenza di un automobilista.
Nonostante queste conseguenze, gli smombi fanno ormai parte del traffico quotidiano. Nella sola Svizzera, la polizia registra annualmente oltre 10 mila incidenti, causati, in parte, da autiste e autisti distratti. La disattenzione al volante, oltre all’alcol e alla velocità, è infatti una delle tre cause principali di incidenti stradali con morti o feriti gravi nella Confederazione.
Il conducente rischia una denuncia accompagnata da una multa o il ritiro della patente se la polizia scopre che all’origine dell’incidente c’è l’utilizzo del telefonino. Stando all’Ufficio federale delle strade, nel 2016 quasi 1700 autisti hanno dovuto consegnare la loro patente, un numero che corrisponde a un aumento del 7,3 per cento rispetto all’anno precedente.
In Svizzera chi viene beccato mentre telefona al volante (senza vivavoce) è multato con un’ammenda di 100 franchi. C’è però una lobby molto forte che chiede un inasprimento del codice stradale con il ritiro automatico della patente o con almeno multe più severe per chi non si attiene alle regole.

«Non vengo multato volentieri»
David Venetz, portavoce dell’influente organizzazione d’assistenza alle persone e ai veicoli Touring Club Svizzera, minimizza i rischi: «Quasi tutti posseggono uno smartphone. Per alcuni è uno strumento onnipresente, purtroppo anche mentre guidano», dice Venetz, che però non vuole sentire parlare di ritiro della patente. «È un provvedimento molto drastico. Dal nostro punto di vista, le disposizioni attualmente vigenti e le rispettive conseguenze in caso di recidiva sono sufficienti. L’importante è che le normative in vigore siano rispettate e applicate. In fondo tutti vogliono arrivare a destinazione senza incidenti, senza mettere in pericolo gli altri e sé stessi».
È vero: le persone responsabili non usano il cellulare mentre sono al volante. Per le altre, invece, servono divieti e sanzioni. Anche Venetz ha già usato il telefonino mentre guidava. «Per questo motivo ho dovuto pagare una multa», ammette il portavoce del TCS. «Nel frattempo evito di usarlo mentre sono in viaggio. A dirle la verità non pago volentieri multe».

Anche l’Associazione traffico e ambiente (ATA), che si impegna per la mobilità sostenibile, non si pronuncia a favore di sanzioni più severe. Il portavoce Matthias Müller, che dice di non usare il cellulare né in auto né in bici, sostiene la necessità di applicare multe corrispondenti alla gravità dell’incidente. Paragona l’utilizzo del telefonino in macchina al non rispetto del semaforo rosso, un’infrazione che in Svizzera viene sanzionata con una multa di 120 franchi. Inoltre l’applicazione è più importante della sanzione. Per questo motivo si devono aumentare i controlli della polizia e le campagne di sensibilizzazione.
Dello stesso avviso è anche Roadcross Svizzera, una fondazione che si impegna per una maggiore sicurezza e per le vittime di incidenti stradali. Il portavoce Stefan Krähenbühl ammette tuttavia che un inasprimento del codice stradale potrebbe migliorare la situazione. Anche per lui, i fattori decisivi sono però l’intensificazione dei controlli di polizia e le misure di sensibilizzazione.

«In questo momento sono in macchina»
L’iniziativa parlamentare «Multe disciplinari al posto di misure amministrative per infrazioni dovute a disattenzione e distrazione alla guida» del consigliere nazionale Erich Hess dell’Unione democratica di centro (UDC), inoltrata nell’autunno 2016 e firmata da 63 parlamentari, puntava invece a un allentamento delle sanzioni. «Queste misure amministrative comportano notevoli costi non solo per il conducente interessato ma anche per lo Stato dato che le autorità giudiziarie vengono fortemente sollecitate con tali procedimenti», ha motivato così Hess la sua iniziativa. Stando allo stesso parlamentare, «spesso queste violazioni riguardano solo casi di minore gravità (ad es. utilizzo non consentito del cellulare o del navigatore durante la guida)».

L’iniziativa parlamentare ha suscitato però il disappunto degli esperti della sicurezza stradale. Così, in febbraio il consigliere nazionale dell’UDC ha ritirato il testo, motivando la sua decisione con il fatto che la formulazione non era sufficientemente esatta e ricordando che si riservava la possibilità di ripresentare in futuro un intervento parlamentare analogo.
«Non dico che sia giusto usare il cellulare mentre si è alla guida. Ma che qualcuno debba consegnare la patente per questo mi sembra davvero un’esagerazione. È una punizione troppo severa per chi ha bisogno della patente di guida per lavoro».
Il consigliere nazionale ha risposto alla telefonata di swissinfo.ch mentre era alla guida: «Attenda un attimo, devo mettere il vivavoce. Sono in viaggio», ci ha detto Hess, sottolineando che quando è al volante usa il telefonino soltanto con l’applicazione «mani libere».

«Anche con il vivavoce»
L’Ufficio prevenzione infortuni (upi) consiglia di non usare il cellulare mentre si è in viaggio, nemmeno con il vivavoce. «Queste telefonate distraggono il conducente», spiega il portavoce di upi Marc Bächler.

C’è una bella differenza se il guidatore parla con chi lo accompagna in macchina o se si intrattiene con qualcuno mediante il telefonino. «Il passeggero vede se ci si avvicina a un incrocio pericoloso o se ci si trova in una situazione di guida difficile e per questo motivo smette di parlare».
Stando all’upi, nel 2008 tramite un’analisi di oltre 37 studi è stato possibile provare che il tempo di reazione di un conducente mentre parla al telefono o mediente il vivavoce aumenta di 0,2 secondi.

Gli incidenti possono costare caro 
Spesso non è possibile provare se l’uso del cellulare ha concorso a provocare un incidente, dice Monika Erb dell’Assicurazione Mobiliare a Berna. A volte però, chi ha causato un incidente ammette di essere stato distratto dall’impiego del cellulare mentre era alla guida. Altre volte ci sono testimoni. Altrimenti le autorità inquirenti riescono a ricostruire se il telefonino è stato usato nel momento in cui è avvenuto l’incidente. In questo caso, le assicurazioni di responsabilità civile possono ridurre le prestazioni almeno del 10 per cento a causa di un atto di grave negligenza. 
Jolanda Egger, portavoce della polizia cantonale di Berna, conferma che nell’ambito dell’accertamento dei fatti si verifica se all’origine di un incidente ci sia la disattenzione del conducente causata, per esempio, dall’utilizzo di strumenti elettronici.

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Belgio, eutanasia negli ospedali cattolici. «Chiesa conquistata dal secolarismo»

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2017

Belgio, eutanasia negli ospedali cattolici. «Chiesa conquistata dal secolarismo»
Intervista a fratel René Stockman, superiore generale della congregazione che in Belgio gestisce gli ospedali che hanno aperto all’eutanasia
di Leone Grotti – Tempi

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«Il secolarismo ha conquistato la Chiesa. Non ho più dubbi su questo». Anche se si trova in Africa per visitare le missioni dei Fratelli della Carità in Congo, il superiore generale della Congregazione, fratel René Stockman, dichiara a tempi.it di essere stato informato e di avere accolto con dolore («ma non sono sorpreso») la notizia che i Fratelli della Carità belgi non hanno intenzione di obbedire neanche al Papa. Dunque, andranno avanti a praticare l’eutanasia ai malati psichiatrici che la richiedono negli ospedali cattolici che gestiscono.

IL CASO. Il caso è scoppiato ad aprile, quando i Fratelli della carità belgi hanno pubblicato un documento aprendo per la prima volta all’iniezione letale da parte dell’ente cattolico nei suoi 15 ospedali. Fratel Stockman reagì «disapprovando completamente» l’iniziativa e definendola «incompatibile con la visione della Congregazione». Prima di tutto, spiega a tempi.it, «ho tentato più volte di dialogare con loro, ma hanno rifiutato, dicendomi di essere disposti a parlare solo del modo in cui avrebbero sviluppato l’eutanasia. Per me, invece, poteva esserci dialogo solo sull’essenza del problema e non sull’applicazione dell’eutanasia».

L’OPPOSIZIONE DEL VATICANO. Il superiore generale è stato costretto a rivolgersi al Vaticano «per sviluppare una strategia chiara». Dopo aver parlato con la congregazione degli Istituti di vita consacrata, la segreteria di Stato vaticana e la congregazione per la Dottrina della fede, da Roma è partita in accordo con papa Francesco la richiesta ufficiale ai Fratelli della carità belgi di fare un passo indietro e aderire per iscritto al magistero della Chiesa sull’intangibilità della vita umana. Il 12 settembre è arrivata la risposta dal Belgio: nessuna retromarcia, continueremo a sostenere l’eutanasia.

«SECOLARISMO CONQUISTA LA CHIESA». «È ovvio che quando scrivono che “l’eutanasia è coerente con la dottrina della Chiesa cattolica” si sbagliano completamente», continua fratel Stockman. «Sono completamente influenzati dalla mentalità del secolarismo. Non è possibile in alcun modo associare la parola “compassione” a “eutanasia”. Purtroppo, non ho più dubbi che il secolarismo abbia cominciato a conquistare anche la Chiesa». Anche i vescovi belgi si sono opposti alla ribellione dei Fratelli della carità locali, ma il punto è un altro per il superiore generale: «Chi è la Chiesa cattolica? I vescovi hanno diramato un comunicato, è vero, ma molte persone nella Chiesa locale camminano nella direzione di una tolleranza sempre più grande nei confronti dell’eutanasia. Purtroppo sono influenzati dall’ideologia della libertà assoluta, dell’autonomia e dell’autodeterminazione».

«BISOGNA ANDARE CONTROCORRENTE». Il punto più grave per fratel Stockman è che «da adesso anche nei nostri istituti sarà possibile essere uccisi con l’eutanasia e questa va completamente contro il nostro carisma. Ovviamente, dovremo prendere le misure necessarie e se non vogliono cambiare posizione non potranno più godere dello status di istituti cattolici, né potranno essere parte della nostra congregazione». In Belgio l’eutanasia è legale dal 2002 e negli anni è stata estesa a dismisura, tanto che oggi può essere richiesta anche dai bambini e da malati psichiatrici non terminali. La pressione della società e della politica su quelle poche istituzioni che ancora si oppongono è enorme, ma per il superiore generale dei Fratelli della carità «la missione di un istituto cattolico è proprio quella di andare controcorrente rispetto alle tendenze della società ed essere davvero luce in un mondo di oscurità. Questo è il suo compito».

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E il mondo con Lei si rinnova

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2017

E il mondo con Lei si rinnova
La natività di Maria nella tradizione bizantina
di S.E. Mons. Manuel Nin – L’Osservatore Romano

E il mondo con Lei si rinnova dans Fede, morale e teologia Nativit_della_Beata_Vergine_Maria

La festa della natività della Madre di Dio, l’8 settembre, è celebrata nelle Chiese d’oriente e d’occidente, e parecchi testi bizantini per questa festa sono entrati nell’ufficiatura romana. Inoltre, l’inizio dell’anno liturgico bizantino, l’1 settembre, situa la natività di Maria come la prima delle grandi feste, allo stesso modo che il 15 agosto, la sua dormizione, è l’ultima grande festa, e in qualche modo la conclusione, dell’anno liturgico. La celebrazione, preceduta il 7 da una pre-festa, prosegue fino alla vigilia dell’Esaltazione della croce il 13 settembre. E già dalla vigilia la liturgia sottolinea la gioia per la nascita di colei che diventa la madre del Verbo incarnato.

I titoli dati a Maria quasi sempre vengono messi in parallelo con quelli cristologici: «Con la tua natività, o immacolata, sono sorti sul mondo i raggi spirituali della gioia universale, che a tutti preannunciano il sole della gloria, Cristo Dio. La Vergine ricettacolo di Dio, la Madre di Dio pura, il vanto dei profeti, la figlia di Davide, nasce oggi da Gioacchino e da Anna la casta, e rovescia col suo parto la maledizione di Adamo che ci colpiva. Tu sei stata madre del creatore di tutti».

Un tropario della vigilia riunisce dodici titoli dati a Maria presi da testi veterotestamentari interpretati in chiave cristologica e quindi anche mariologica: l’immagine dei monti dai salmi, la mensa e il candelabro dal libro dell’Esodo, il trono dalle profezie di Isaia e di Daniele, il roveto ardente ancora dal libro dell’Esodo: «Gioisci, ricapitolazione dei mortali; gioisci, tempio del Signore; gioisci, monte santo; gioisci, mensa divina; gioisci, candelabro tutto luminoso; gioisci, vanto dei veri credenti, o venerabile; gioisci, Maria, madre del Cristo Dio; gioisci, tutta immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, dimora; gioisci, roveto incombusto; gioisci, speranza di tutti».

Nel vespro per due volte si mette in evidenza il mistero e la teologia della festa. Per confermare la professione di fede nella vera incarnazione del Verbo eterno di Dio, l’autore di questo testo, Sergio patriarca di Costantinopoli nel VII secolo, presenta in parallelo il cielo e la terra, la dimora di Dio e quella dell’uomo, la terra che diventa per l’incarnazione del Verbo di Dio nel grembo di Maria dimora del Dio vivo: «Oggi Dio, che riposa sui troni spirituali, si è apprestato sulla terra un trono santo; colui che ha consolidati i cieli con sapienza nel suo amore per gli uomini si è preparato un cielo vivente: perché da sterile radice ha fatto germogliare per noi, come pianta portatrice di vita, la madre sua. O Dio dei prodigi, speranza dei disperati, Signore, gloria a te».

Un altro testo, dello stesso Sergio, propone anche una lettura ecclesiologica. Maria è il luogo dove si congiungono le due nature nel Verbo di Dio incarnato e la Chiesa diventa luogo della bellezza: «Venite, fedeli tutti, corriamo verso la Vergine, perché ecco, nasce colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata a essere madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aronne che spunta dalla radice di Iesse, l’annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rinnova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio decoro. Il tempio santo, il ricettacolo della divinità, lo strumento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo l’immacolata nascita della Vergine».

L’anno liturgico bizantino si svolge tra le due grandi feste della Madre di Dio: la sua nascita e la sua dormizione. La vita di Maria percorre il mistero di Cristo, come quella della Chiesa che lo annuncia e lo celebra: «Oggi le porte sterili si aprono e ne esce la divina porta verginale. Oggi la grazia comincia a dare i suoi frutti, manifestando al mondo la Madre di Dio, per la quale le cose terrestri si uniscono a quelle celesti, a salvezza delle anime nostre. Oggi è il preludio della gioia universale. Oggi cominciano a spirare le aure che preannunciano la salvezza. La sterilità della nostra natura è finita, perché la sterile diventa madre di colei che resta vergine dopo aver partorito il creatore, di colei dalla quale colui che è Dio per natura assume ciò che gli è estraneo, e con la carne per gli sviati opera la salvezza».

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“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2017

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”
Un milione di persone alla messa nel Parco Simón Bolívar di Bogotà: Francesco cita quanti si sono impegnati per favorire il processo di pace, che hanno «preso il largo» come Pietro. A fine celebrazione, incontro con cardinali e vescovi del Venezuela
di Andrea Tornielli – La Stampa

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita” dans Andrea Tornielli Santo_Padre_Francesco_in_Colombia

Una pioggia battente ha irrigato in modo abbondante il Parco Simón Bolívar dove Papa Francesco celebra la sua prima messa colombiana, nello stesso luogo dove la celebrò 31 anni fa san Giovanni Paolo II e dove lo hanno atteso 1 milione di fedeli. È la messa votiva per la pace e la giustizia, che corona la prima densa giornata interamente trascorsa a Bogotà. Una giornata che ha avuto proprio la pace e la riconciliazione al centro. Come già accaduto ieri e come si è ripetuto stamane, tantissime persone sono scese in strada per salutare Francesco al suo passaggio: l’accoglienza è stata calorosa e straordinaria.

Dopo aver percorso i vari settori a bordo della papamobile, Bergoglio nei pressi della sacrestia è stato accolto da un gruppo di disabili. Quindi ha avuto inizio la liturgia. Nell’omelia il Papa ha commentato il brano evangelico dove si racconta di Gesù che predica sul Mar di Galilea. «Tutti vengono ad ascoltarlo; la parola di Gesù – dice Francesco – ha qualcosa di speciale che non lascia indifferente nessuno; ha il potere di convertire i cuori, di cambiare piani e progetti. È una parola confermata dall’azione, non sono conclusioni scritte a tavolino, espressioni fredde e staccate dal dolore della gente, e perciò è una Parola che serve sia per la sicurezza della riva sia per la fragilità del mare».

Bergoglio suggerisce quindi una similitudine: «Questa amata città, Bogotá, e questo bellissimo Paese, la Colombia, presentano molti degli scenari umani descritti nel Vangelo. Qui si trovano moltitudini che anelano a una parola di vita, che illumini con la sua luce tutti gli sforzi e mostri il senso e la bellezza dell’esistenza umana». Ma ci sono anche le tenebre, avverte Francesco. «Anche qui, come in altre parti del mondo, ci sono fitte tenebre che minacciano e distruggono la vita: le tenebre dell’ingiustizia e dell’inequità sociale; le tenebre corruttrici degli interessi personali o di gruppo, che consumano in modo egoista e sfrenato ciò che è destinato al benessere di tutti; le tenebre del mancato rispetto per la vita umana che miete quotidianamente l’esistenza di tanti innocenti, il cui sangue grida al cielo; le tenebre della sete di vendetta e di odio che macchia di sangue umano le mani di coloro che si fanno giustizia da soli; le tenebre di coloro che si rendono insensibili di fronte al dolore di tante vittime».

Parole che fotografano le piaghe purtroppo presenti nel Paese. «Tutte queste tenebre, Gesù le disperde e le distrugge con il suo comando sulla barca di Pietro: “Prendi il largo”». «Noi possiamo – continua Francesco – invischiarci in discussioni interminabili, fare la conta dei tentativi falliti ed elencare gli sforzi finiti nel nulla; come Pietro, sappiamo cosa significa l’esperienza di lavorare senza nessun risultato». Il Papa ricorda che anche la Colombia ha conosciuto questa realtà, quando per un periodo di sei anni ebbe 16 presidenti e «pagò caro le sue divisioni» e «anche la Chiesa in Colombia ha fatto esperienza di impegni pastorali vani e infruttuosi…, però come Pietro, siamo anche capaci di confidare nel Maestro, la cui parola suscita fecondità».

Il comando di gettare le reti, spiega ancora il Papa, «non è rivolto soltanto a Simon Pietro; a lui è toccato di prendere il largo, come quelli che nella vostra Patria hanno per primi riconosciuto quello che più urge, quelli che hanno preso iniziative di pace, di vita. Gettare le reti comporta responsabilità. A Bogotá e in Colombia si trova in cammino un’immensa comunità, che è chiamata a diventare una rete robusta che raccolga tutti nell’unità, lavorando per la difesa e la cura della vita umana, particolarmente quando è più fragile e vulnerabile: nel seno materno, nell’infanzia, nella vecchiaia, nelle condizioni di disabilità e nelle situazioni di emarginazione sociale. Anche le moltitudini che vivono a Bogotà e in Colombia possono diventare vere comunità vive, giuste e fraterne se ascoltano e accolgono la Parola di Dio».

«C’è bisogno – conclude Francesco – di chiamarci gli uni gli altri, di mandarci dei segni, come i pescatori, di tornare a considerarci fratelli, compagni di strada, soci di questa impresa comune che è la patria». Al termine della messa il Papa ha salutato i cardinali e alcuni vescovi del Venezuela, intrattenendosi con loro a parlare della situazione del Paese. Prima della fine del viaggio molti si attendono qualche parola di Francesco sulla grave situazione venezuelana.

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La preghiera è la chiave segreta dell’incontro con Dio

Posté par atempodiblog le 7 septembre 2017

Non parlate, ma pregate
La preghiera è a chiave segreta dell’incontro con Dio
Tratto da: Radio Maria Fb

Messaggio di Medjugorje del 25/08/2017
“Cari figli!
Oggi vi invito ad essere uomini di preghiera. Pregate fino a quando la preghiera diventi per voi gioia e incontro con l’Altissimo. Lui trasformerà il vostro cuore e voi diventerete uomini d’amore e di pace.
Figlioli, non dimenticate che Satana è forte e vuole distogliervi dalla preghiera. Voi, non dimenticate che la preghiera è la chiave segreta dell’incontro con Dio. Per questo sono con voi, per guidarvi. Non desistete dalla preghiera.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

La preghiera è la chiave segreta dell’incontro con Dio dans Apparizioni mariane e santuari Padre_Livio_e_Marija

Testo della telefonata tra la veggente Marija e P. Livio (25/08/2017)

P. Livio: Questo messaggio è un grande appello alla preghiera.
Marija: Sì, praticamente tutto il messaggio è un invito alla preghiera, perché, come ha detto la Madonna, la preghiera è la chiave segreta dell’incontro con Dio. Vediamo che in tutti questi anni la Madonna ci sta chiamando a questo; fin dall’inizio ha cominciato a pregare con noi e ci invita a pregare.

P. Livio: C’è proprio un cammino nella preghiera: arrivare a far sì che la preghiera diventi per noi gioia, come dice la Madonna, questo è il punto di arrivo, fatto di molta perseveranza quotidiana.
Marija: La Madonna dice: “Vi invito ad essere uomini di preghiera”. Diceva già all’inizio: “Non parlate, ma pregate. Con la vostra vita date l’esempio. Io penso che la Madonna stia ritornando a questo: non parlare, ma pregare; così la preghiera diventa gioia e il nostro cuore diventa amore e pace. E di questo diventeremo testimoni.

P. Livio: La Madonna ci chiede di pregare col cuore…
Marija: Dall’inizio ha detto: “Ogni preghiera che fate col cuore è buona e piace a Dio”. Non ha indicato una preghiera in particolare, ma chiede sempre di pregare col cuore. Ci ha detto che essa è la chiave segreta dell’incontro con Dio e per questo ci sta ripetendo: “Pregate! Pregate! Pregate! Pregate finché la vostra vita diventi preghiera”.

La Madonna ripete ancora: “Pregate fino a quando la preghiera diventi per voi gioia”. All’inizio ci vuole uno sforzo perché non siamo abituati, ma poi, quando cominciamo ad avere l’esperienza di Dio, diventa tutto più facile: davvero la preghiera è la chiave segreta. Quando raggiungiamo questo incontro con Dio, diventiamo uomini di amore e di pace, testimoni appassionati che parlano di Dio alle persone.

P. Livio: La Madonna ha detto che la preghiera più importante è la S. Messa.
Marija: Sicuramente! Il culmine del nostro incontro con Dio avviene nella S. Messa, nell’Eucaristia. Ricordo la catechesi di un sacerdote: diceva che non siamo coscienti che il Signore è con noi quando ad esempio, durante la S. Messa, il sacerdote dice: “Il Signore sia con voi”. E noi rispondiamo automaticamente: “E con il tuo spirito”. Dovremmo gridare di gioia! Così avviene nella preghiera: se siamo coscienti che essa è la chiave per incontrare Dio, a quel punto il pregare diventa una gioia.

P. Livio: Santa Teresa d’Ávila pregando il Padre nostro, quando pronunciava la parola “Padre”, non riusciva più ad andare avanti. Sentire le parole col cuore. Ad esempio quando diciamo: Signore ti amo”, in quel momento il mio cuore deve traboccare di amore. Se le parole non hanno eco nel cuore, rimangono parole vuote.
Marija: Sì, però io dico che, anche se sono parole vuote, è bene ripeterle, perché prima o poi entrano nel cuore. Come la preghiera del pellegrino russo: “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”. Ripetendola diventa vita. La Madonna dice: “Pregate per coloro che non hanno incontrato Dio”.  Se noi l’abbiamo incontrato con la nostra vita, la nostra testimonianza, il nostro esempio, possiamo aiutare altri ad incontrare Dio.

P. Livio: La Madonna dice di affidarle nella preghiera tutti i nostri problemi, le nostre croci, tutte le difficoltà. Cosa vuol dire affidare alla Madonna tutte queste cose che ci opprimono specie al mattino?
Marija: La Madonna anche in questo messaggio ha detto: “Per questo sono con voi, per guidarvi”. Lei ci sta guidando, istruendo. Ci dice: “Non siete soli, non siete abbandonati, Dio è con voi… Dio mi ha mandato… mi ha permesso di essere con voi!”. Ci dice anche: “Non desistete dalla preghiera, perché è la chiave per entrare nel cuore di Gesù”.

P. Livio: Dobbiamo avere dei momenti precisi di preghiera: al mattino, alla sera, il S. Rosario in famiglia, la Messa almeno alla domenica, perchè poi sarà più facile che la preghiera personale nasca spontaneamente durante il corso della giornata.
Marija:
E’ vero. La Madonna prima con noi ha cominciato con 7 Pater, 7 Ave, 7 Gloria e il Credo. Poi pian piano ha aggiunto un Rosario, poi il Rosario completo come preghiera biblica, dove contempliamo la vita di Gesù. Ha inoltre raccomandato di leggere ogni giorno un brano della Sacra Scrittura. Poi ha detto di leggere la vita dei santi per imitarli. Ci ha chiamato a quella che Lei chiama Scuola di preghiera e Via della santità. La Madonna desidera che attraverso la preghiera incontriamo Dio e Lei stessa. Poi ha detto: “Con la preghiera e col digiuno anche le guerre si possono fermare. Non solo le guerre nel mondo, ma anche le guerre nei cuori.

Da noi c’era il comunismo, oggi ci sono anche il materialismo e il modernismo… tanti attacchi con cui satana vuole distruggere la famiglia, la patria… vuole distruggere Dio, togliere Dio dalla società, dai cuori, dai giovani, dalle famiglie, dalle scuole, dalle parrocchie, ovunque. Mentre la Madonna ha detto: “Senza Dio non avete né futuro, né vita eterna”.

P. Livio: Io ho letto tanti libri di spiritualità, di mistici, di santi, ma per me i messaggi di Medjugorje sono il più grande poema mai scritto sulla preghiera. Mai ho trovato altrove una tale profondità. Veramente la Madonna è una maestra di preghiera come nessun altro al mondo lo è mai stato, a parte suo Figlio Gesù. Non dimentichiamo che c’è in atto una grande apostasia nel mondo, specialmente in occidente, non solo tra i semplici cristiani, ma anche in migliaia di sacerdoti – per questo la Madonna pensa che la Chiesa si possa rinnovare soltanto a partire dalla preghiera. Ho capito bene anche che, nonostante le mie responsabilità la cosa più importante che devo fare durante la giornata è l’incontro con Dio nella preghiera. Se non si capisce questo, non riusciamo a mettere in pratica il piano della Madonna.
Marija: Sono d’accordo con te. La Madonna sta bussando al cuore di ciascuno di noi, anche dei lontani o di coloro che sono andati in crisi (incontro persino sacerdoti e suore in crisi perché troppo attaccati alle azioni e alle cose materiali a scapito della preghiera).

La Madonna vuole riportarci alla preghiera, alla parte spirituale, perché noi facciamo tante azioni, ma poca preghiera. Per questo lei insiste così tanto. Io credo che la preghiera possa cambiare il mondo, credo profondamente nella sua forza: “Con la preghiera e col digiuno anche le guerre si possono allontanare”.

Marija ha quindi pregato il Magnificat e il Gloria.
Padre Livio ha concluso con la benedizione.

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«Quella ragazza ha le corna», nel napoletano dilaga la gogna su Instagram

Posté par atempodiblog le 5 septembre 2017

La nuova frontiera del cyberbullismo
«Quella ragazza ha le corna», nel napoletano dilaga la gogna su Instagram
di Ferdinando Bocchetti – Il Mattino

«Quella ragazza ha le corna», nel napoletano dilaga la gogna su Instagram dans Articoli di Giornali e News Cyberbullismo

La nuova frontiera del cyberbullismo, sbarcata su Instagram sotto forma di «Storie» in cui viene raccontata la vita sentimentale e sessuale di decine di studenti iscritti negli istituti superiori di Napoli e provincia, preoccupa non poco genitori, insegnanti e forze dell’ordine. Polizia e carabinieri, sebbene non sia stata presentata ancora alcuna denuncia da parte delle vittime, sono già al lavoro per capire la portata del fenomeno nel tentativo di arginarlo.

Già nella giornata di ieri i militari hanno acquisito decine di screenshot contenenti le offese, gli insulti e gli sfottò di pessimo gusto postati nelle ultime ventiquattro-trentasei ore, tutti corredati dai nomi e cognomi degli adolescenti, perlopiù minorenni. Il prossimo passo sarà quello di monitorare i vari profili che hanno lanciato in rete le «Storie», mettendo alla gogna e bullizzando di fatto decine di ragazzi che per 24 ore – questa la durata di una story sul social network – hanno visto il loro nome accostato ad offese, parolacce e performance sessuali. 

Questa nuova forma di cyberbullismo non interessa soltanto i comuni di Marano e Mugnano, ma è ben più estesa. Basta iscriversi su Instagram ed effettuare una semplice ricerca con la parola chiave «gossip», per ottenere decine di risultati: si va da Gossip Qualiano a Gossip Vomero, da «Gossip Pianura e dintorni» a Gossip Giugliano. La descrizione dei profili è sempre la stessa: «Mandate in diretta i vostri gossip, tutti gli scoop di cui siete a conoscenza sulle persone del Vomero», si legge sul profilo Gossip Vomero che, al contrario degli altri, si preoccupa quanto meno di non indicare il cognome dei protagonisti.

Ancor più «gentili» si mostrano invece i creatori dei profili di «Gossip Pianura e dintorni», che promettono di «pubblicare gli inciuci, coprendo i nomi e lasciando solo le iniziali». Anche il modus operandi è pressoché identico: si parte lanciando in rete una storia che riporta la scritta «Via al gossip». A quel punto sono gli stessi followers del profilo ad inviare, in tempo reale, l’inciucio o il pettegolezzo sul ragazzino o ragazzina di turno. In un cerchio, alimentato da centinaia di adolescenti, in cui tutti sono potenzialmente vittime e carnefici. 

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Cosa vuol dire: ti perdono

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2017

Cosa vuol dire: ti perdono

Cosa vuol dire: ti perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Tolkien_e_Lewis
2 settembre, anniversario della nascita in Cielo di J.R.R. Tolkien

Dio ti benedica per la tua bontà. E [...] sii così generoso da regalarmi i dolori che ti ho causato, cosicché io possa condividere tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Non so se riesco a spiegarmi. Ma io credo che sia nel nostro potere, come cristiani, di fare effettivamente questi doni. L’esempio più semplice: se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato [...].

Sarebbe splendido, chiamati a giudizio, per rispondere a innumerevoli accuse di aver fatto del male al proprio fratello, scoprire inaspettatamente che molte male azioni non sono state compiute! E che invece si ha avuto una parte nel bene scaturito dal male. E non meno splendido sarebbe per chi ha dato. Un’eterna interazione di sollievo e gratitudine [...].

Che cosa accade quando il colpevole è genuinamente pentito, ma chi ha sofferto a causa sua è così profondamente risentito da non concedere il perdono? È un pensiero tanto terribile, da dissuadere chiunque dal correre il rischio di causare inutilmente il male.

da una lettera di J.R.R.Tolkien a C.S.Lewis dal quale si attendeva il perdono di un torto, da J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, lettera 113, pp. 146-147
Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

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Educatori di giorno, ubriachi di notte

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2017

Educatori di giorno, ubriachi di notte
La riflessione e la provocazione sui temi della formazione e del rapporto nel campo della formazione.

Il grave problema dell’abbuffata alcolica è purtroppo significativamente presente anche tra i ragazzi e le ragazze che frequentano, a vario titolo, le comunità cristiane e interessa anche coloro cui si affidano compiti educativi o di animazione.
di Marco Brusati – La voce e il tempo. Arcidiocesi di Torino Editrice Prelum S.r.l. (31/08/2017)

Educatori di giorno, ubriachi di notte dans Articoli di Giornali e News La_voce_e_il_tempo_riflesisone_su_educatori

L’83% dei ragazzi e delle ragazze fa regolarmente abbuffate alcoliche, chiamate scientificamente “Heavy Episodic Drinking” (HED), letteralmente “pesanti bevute episodiche”. Il dato emerge da una ricerca dell’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria di Bologna. Il fenomeno viene chiamato anche “Binge Drinkink”, ovvero bevuta da baldoria, proprio per evidenziare che “l’abuso di alcol si concentra nei fine settimana e nei contesti di svago (discoteche, feste, pub e simili)”, secondo gli psicologi che hanno curato la ricerca. I ragazzi e le ragazze tendono ad autogiustificare il proprio atteggiamento, considerandolo di poco conto, mentre ci viene spiegato che “lo stato di alterazione portato da un’abbuffata alcolica può causare una difficoltà nel gestire gli impulsi e le relazioni affettive, familiari e sessuali. Ansia e tendenza alla depressione e all’aggressività sono alcuni possibili sintomi: diviene difficile governare la rabbia”.

Un altro studio, riportato su Frontiers of Psychology, ha evidenziato che le abbuffate alcoliche riducono le aree del cervello che svolgono un ruolo chiave nella memoria, nell’attenzione, nel linguaggio, nella consapevolezza e nella coscienza. Sulla rivista Psiconline, infine, lo psicoterapeuta Enrico Magni sostiene che la sfida all’ultimo bicchiere serve “per provare sul proprio corpo la capacità di soddisfare le sollecitazioni, vincere paure” sentendosi più sicuri di sé; tuttavia, va vista come “una via di fuga per chi fatica ad accettarsi, riconoscere i propri limiti, adeguarsi alla realtà, costruire relazioni, progettare il futuro”.

Il grave problema dell’abbuffata alcolica, in un sondaggio eseguito da Hope su un campione rappresentativo di parrocchie italiane, è purtroppo significativamente presente anche tra i ragazzi e le ragazze che frequentano, a vario titolo, le comunità cristiane e interessa anche coloro cui si affidano compiti educativi o di animazione.

Le vacanze sono ormai alla frutta. Lo si capisce dall’improvvisa rianimazione dei gruppi Whatsapp parrocchiali, che, dopo un coma bimestrale, iniziano a far girare informazioni sul nuovo anno pastorale per catechisti, animatori o volontari. Così ragazzi e ragazze rientrano nel recinto parrocchiale: se ne erano perse le tracce al termine degli oratori estivi, grosso modo a metà luglio, quando erano loro gli educatori dei bambini, quando erano loro a scandire i tempi delle giornate comunitarie. Ritornano, a volte, e questo è un bene, anzi, è il primo bene.

Ma abbiamo il coraggio di chiedere come hanno riempito i mesi dedicati all’otium? Si sono sentiti in obbligo di rispettare l’undicesimo comandamento, ovvero “ricordati di divertirti alle feste”? E come? Va chiesto e va capito, con delicata passione educativa, non per condannare, escludere o emarginare, non per curiosare nella loro vita, ma per partire dal loro vissuto concreto e riformulare una proposta liberante dalla schiavitù della cultura dello sballo, che ha bisogno di morti e feriti per affermarsi, come evidenziano le risse mortali nei luoghi del divertimento e i tanti, troppi ricoveri per coma etilico. Va chiesto e va capito, per non eludere il compito primario di una comunità cristiana che è quello di dare senso alla vita che non si esaurisce nell’attimo presente ma va oltre, oltre tutto, addirittura oltre la morte. E per il rispetto che dobbiamo ai ragazzi e alle ragazze, alla loro dignità e alla loro capacità di fare cose grandi, non possiamo illuderli di poter essere educatori di giorno e ubriachi di notte.

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