Ci mancava “la guerra dei papi”

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2017

Ci mancava “la guerra dei papi”
L’editoriale di Claudio Mésoniat sull’accanimento mediatico che vuole schierare a tutti i costi Benedetto XVI contro Francesco.
di Claudio Mésoniat – Il giornale del popolo

Ci mancava “la guerra dei papi” dans Articoli di Giornali e News Abbraccio_tra_Papa_Francesco_e_Benedetto_XVI
Abbraccio tra il papa emerito Benedetto XVI e papa Francesco. © EPA

“Benedetto contro Francesco”. Ci siamo: è scoppiata, finalmente, la “guerra dei Papi”. Non dev’essere sembrato vero ai “grandi” giornali, ai siti scafati e a qualche vaticanista in tuta mimetica ormai da mesi, la notiziona di un necrologio firmato da Ratzinger in memoria dell’amico cardinal Meisner, da poco scomparso. Meisner era uno dei quattro cardinali che avevano sottoposto a papa Francesco i cinque dubia su un passaggio dell’Amoris Laetitia. Ecco dunque Ratzinger che si schiera; tanto più che il Papa emerito usa nel suo breve testo l’immagine della barca nella tempesta per descrivere la situazione della Chiesa, di oggi come di ciascuno dei 20 secoli passati (barca, aggiunge Benedetto, che Cristo non abbandona mai, con riferimento all’episodio evangelico che ha dato la stura a infinite riprese dell’immagine nautica). Quanto basta, ai narratori di questa quarta guerra mondiale tra Papi, per intercettare una chiara allusione del Papa emerito all’attuale comandante della nave, che sta conducendo la Chiesa al naufragio. Peccato che a poche ore da questa montatura mediatica intervenga il segretario di Benedetto a smentire tutto, denunciando la “strumentalizzazione” delle parole del vecchio pontefice. Ma non è finita qui. Dopo un paio di giorni esce il rapporto sugli abusi perpetrati da alcuni sacerdoti nel collegio dei Cantori di Ratisbona (orrori da cui peraltro il fratello di Ratzinger è pienamente scagionato) e subito uno stuolo di complottisti cerca di connettere grottescamente i due episodi per lasciare intendere che il secondo sia conseguente al primo «quasi potesse trattarsi della contromossa di una spectre “bergogliana” contro i resistenti “ratzingeriani”» (Tornielli).

Come sappiamo, il giornalismo estivo si arrampica anche sulle pareti di sesto grado pur di mettere qualcosa sotto i denti della rotativa. Mi chiedo tuttavia perché tanto accanimento nel voler schierare a tutti costi Benedetto e Francesco l’un contro l’altro armati. Accanimento che non credo si debba imputare primariamente al mondo laico e anticlericale. Siamo in gioco noi, cattolici: ammettiamolo. E neppure secondo una dialettica di fazioni (ci sono anche quelle, soprattutto tra i “professionisti” della fede, ecclesiastici e teologi). C’è una faglia che ci attraversa tutti nel profondo, ciascuno di noi a tratti è “bergogliano” e a momenti “ratzingeriano”, secondo accezioni riduttive nelle quali i due protagonisti non si riconoscerebbero affatto. L’appello al Papa “nuovo” ci serve per autorizzare una nostra adesione selettiva alla dottrina e alla morale,  mentre il Papa “della tradizione” ci serve per scansare il pressante invito di Francesco a una conversione di cui non riusciamo a capire il significato o non vogliamo affrontare il rischio. In realtà Bergoglio non ha come obbiettivo quello di una rivoluzione dottrinale. E Ratzinger non ha mai proposto un cristianesimo come affermazione di principi e difesa di valori che i credenti hanno in tasca e gli altri dovrebbero solo riconoscere.

Per entrambi i Papi l’ordine del giorno è uno solo: testimoniare una fede vissuta in un momento storico contrassegnato da un cambiamento d’epoca. Cos’è una fede vissuta? Incontro e rapporto con Cristo, sorgente di pace e di letizia, per usare parole care a entrambi. Ci dicono qualcosa? Questa, a buon conto, è la conversione. E i valori che hanno fatto grande la civiltà occidentale? La libertà, la solidarietà, la famiglia, il lavoro, la vita stessa? Non c’è più evidenza condivisa, c’è grande confusione in proposito. Vanno riscoperti, questi valori, in un cammino comune nel quale i cristiani hanno da proporre, prima di una teologia e di una filosofia, la carne della loro umanità trasformata dalla fede. Nessuno meglio di Ratzinger ci ha fatto prendere coscienza di questo “cambiamento d’epoca” (la fine drammatica del grande progetto illuminista) di cui Bergoglio continua a parlarci. Ma nessuno meglio di papa Francesco ha preso sul serio, alla lettera, la “lezione” di Benedetto. E volendo indicare alla sua Chiesa una via nuova per riguadagnare la grande eredità del proprio passato, ha inaugurato uno stile nuovo –e rischioso- nell’interpretare il proprio ruolo di Papa. Per temperamento più vicino a Giovanni Paolo che a Benedetto, Francesco ha deciso di abbattere gli ultimi muretti e colonnati che isolavano la figura ieratica del successore di Pietro dal suo popolo. La sua povertà consiste nel “vivere alla giornata” convinto che l’incontro con un barbone o con un ricco giornalista in crisi esistenziale (alludo all’ex direttore di Repubblica) possa offrire spunti decisivi alla propria personale conversione non meno dei colloqui, cui non si sottrae affatto, con un presidente degli Stati Uniti o un cardinale prefetto di congregazione; ma mezz’ora a Trump e mezz’ora ai bambini di una parrocchia periferica di Roma, pieni di domande per il Papa. Io penso che Benedetto si stia godendo lo spettacolo di questo suo successore e discepolo. Senza dover negare le differenze che la storia e la cultura del primo Papa non europeo stanno facendo venire a galla. Ma di questo, che non è affatto causa di dissidio ma fonte di ricchezza, parleremo un’altra volta.

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