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Papa: Chiesa senza porte blindate, misericordia di Dio ha porta sempre aperta

Posté par atempodiblog le 19 novembre 2015

Papa: Chiesa senza porte blindate, misericordia di Dio ha porta sempre aperta
Niente porte blindate nella Chiesa, perché la porta della misericordia di Dio “è sempre aperta”. Questo l’invito di Papa Francesco all’udienza generale in Piazza San Pietro, durante la quale ha esortato i fedeli a varcare quella porta, alla vigilia del Giubileo, secondo gli incoraggiamenti del Sinodo dei Vescovi appena celebrato.
di Giada Aquilino – Radio Vaticana

papa fancesco

Chiesa: nente porte blindate, tutto aperto!
Di fronte a suoi figli e alle sue figlie “in cammino, a volte “incerti”, a volte “smarriti”, ancor di più “in questi tempi difficili” la Chiesa è chiamata “ad aprire le sue porte”. All’udienza generale dedicata alla famiglia, Papa Francesco riflette sul tema della ‘porta dell’accoglienza’, “alle soglie” del Giubileo della misericordia: ci sono “ancora” posti nel mondo – osserva – in cui “non si chiudono le porte a chiave”; ma ce ne sono “tanti” dove le porte blindate sono diventate “normali”:

“Non dobbiamo arrenderci all’idea di dover applicare questo sistema, che anche è di sicurezza, a tutta la nostra vita, alla vita della famiglia, della città, della società. E tanto meno alla vita della Chiesa. Sarebbe terribile! Una Chiesa inospitale, così come una famiglia rinchiusa su sé stessa, mortifica il Vangelo e inaridisce il mondo. Niente porte blindate nella Chiesa, niente! Tutto aperto! ».

Porta del nostro cuore riceva tutti
“Approfittiamo” dell’occasione dell’Anno Santo, esorta Francesco, per varcare “la soglia di questa misericordia di Dio che mai si stanca di perdonare, mai si stanca di aspettarci”: perché davanti a noi sta la porta santa, ma anche quella “grande” della misericordia di Dio. L’invito è dunque a entrare, con coraggio, “per questa porta”:

“Che sia anche la porta del nostro cuore per ricevere tutti, sia il perdono di Dio o dare il nostro perdono, accogliendo tutti quelli che bussano alla nostra porta”.

Chiese facciano uscire Gesù prigioniero delle nostre strutture
Al contempo l’esortazione è a “uscire con il Signore”:

“Se la porta della misericordia di Dio è sempre aperta, anche le porte delle nostre chiese, dell’amore delle nostre comunità, delle nostre parrocchie, delle nostre istituzioni, delle nostre diocesi, devono essere aperte, perché così tutti possiamo uscire a portare questa misericordia di Dio. Il Giubileo significa la grande porta della misericordia di Dio ma anche le piccole porte delle nostre chiese aperte per lasciare entrare il Signore – o tante volte uscire il Signore – prigioniero delle nostre strutture, del nostro egoismo e tante cose”.

Ospitalità e accoglienza, senza prepotenze né invasioni
Sottolinea come il Signore chieda sempre “permesso”, non forzi la porta. E lo sguardo del Papa va all’oggi:

“La gestione simbolica delle ‘porte’ – delle soglie, dei passaggi, delle frontiere – è diventata cruciale. La porta deve custodire, certo, ma non respingere. La porta non dev’essere forzata, al contrario, si chiede permesso, perché l’ospitalità risplende nella libertà dell’accoglienza, e si oscura nella prepotenza dell’invasione”.

Tanti hanno perso la fiducia di bussare alle porte del nostro cuore cristiano
La porta, aggiunge ancora Francesco, va aperta “frequentemente”, per vedere se fuori c’è qualcuno che aspetta e magari non ha né il “coraggio”, né la “forza” di bussare:

“Quanta gente ha perso la fiducia, non ha il coraggio di bussare alla porta del nostro cuore cristiano, alle porte delle nostre chiese… E sono lì, non hanno il coraggio, gli abbiamo tolto la fiducia: per favore, che questo non accada mai”.

Custodi delle porte abbiano accortezza e gentilezza
D’altra parte, riflette il Pontefice, la gestione della porta richiede “attento discernimento” ma deve pure “ispirare grande fiducia”. Per questo ringrazia “tutti i custodi delle porte”: dei condomini, delle istituzioni civiche, delle chiese, le cui “accortezza” e “gentilezza” offrono spesso “un’immagine di umanità e di accoglienza all’intera casa, già dall’ingresso”.

“C’è da imparare da questi uomini e donne, che sono custodi dei luoghi di incontro e di accoglienza della città dell’uomo! A tutti voi custodi di tante porte, siano porte di abitazioni, siano porte delle chiese, grazie tante! Ma sempre con un sorriso, sempre mostrando l’accoglienza di quella casa, di quella chiesa, così la gente si sente felice e accolta in quel posto”.

La Porta di Dio è Gesù 
Gesù, ricorda il Papa, “è la Porta di Dio”, è Lui che “ci fa entrare e uscire”:

“Sono i ladri, quelli che cercano di evitare la porta: è curioso, i ladri cercano sempre di entrare da un’altra parte, dalla finestra, dal tetto ma evitano la porta, perché hanno intenzioni cattive, e si intrufolano nell’ovile per ingannare le pecore e approfittare di loro. Noi dobbiamo passare per la porta e ascoltare la voce di Gesù: se sentiamo il suo tono di voce, siamo sicuri, siamo salvi”.

Chiesa ‘portinaia’ non padrona della casa del Signore
Ed è sempre il Signore, buon Pastore, ricorda il Papa ripercorrendo le letture odierne, che con la sua “voce” conduce le “pecore”, anche quelle che erano “sperdute nei boschi”, fino al guardiano, che ha il compito di aprire le porte:

“Le pecore non le sceglie il guardiano, non le sceglie il segretario parrocchiale o la segretaria della parrocchia; le pecore sono tutte invitate, sono scelte dal buon Pastore. Il guardiano – anche lui – obbedisce alla voce del Pastore. Ecco, potremmo ben dire che noi dobbiamo essere come quel guardiano. La Chiesa è la portinaia della casa del Signore, la Chiesa è la portinaia, non è la padrona della casa del Signore”.

Famiglie cristiane siano segno dell’accoglienza di Dio
Citando la Santa Famiglia di Nazareth, che ha ben compreso il significato di “una porta aperta o chiusa”, soprattutto “per chi aspetta un figlio, per chi non ha riparo, per chi deve scampare al pericolo”, la sollecitazione del Papa alle famiglie cristiane è a fare “della loro soglia di casa un piccolo grande segno della Porta della misericordia e dell’accoglienza di Dio”, in modo che la Chiesa sia riconosciuta “in ogni angolo della terra” come la custode di un Dio accogliente “che – afferma il Papa – non ti chiude la porta in faccia”.

Saluti finali: interessi politici o economici non prevalgano
Nei saluti finali nelle varie lingue, il Papa si rivolge tra l’altro ai pellegrini polacchi presenti e in particolare ai rappresentanti del Sindacato autonomo dei lavoratori “Solidarnosc”, ricordando che “da trentacinque anni” la loro realtà “si impegna a favore del mondo del lavoro, sia fisico, che intellettuale, nonché per la tutela dei diritti fondamentali della persona e delle società”. L’invito è ad essere “fedeli a questo impegno, affinché gli interessi politici o economici non prevalgano sui valori che costituiscono l’essenza della solidarietà umana”.

Il dono delle vocazioni
Quindi Francesco anticipa che sabato prossimo, 21 novembre, la Chiesa ricorda la Presentazione di Maria Santissima al Tempio.

“In tale circostanza ringraziamo il Signore per il dono della vocazione degli uomini e delle donne che, nei monasteri e negli eremi, hanno dedicato la loro vita a Dio. Affinché le comunità di clausura possano compiere la loro importante missione, nella preghiera e nel silenzio operoso, non facciamo mancare la nostra vicinanza spirituale e materiale”.

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Novena alla Madonna della Medaglia Miracolosa (da recitarsi dal 18 al 26 novembre)

Posté par atempodiblog le 18 novembre 2015

Novena alla Madonna della Medaglia Miracolosa
Può essere recitata, per le proprie necessità, in qualsiasi periodo dell’anno ed anche utilizzata in preparazione della festa, il 27 novembre, dal 18 al 26 novembre.

Novena alla Madonna della Medaglia Miracolosa (da recitarsi dal 18 al 26 novembre) dans Preghiere e84sgp

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre nostra, con la più viva fiducia nella tua potente intercessione, tante volte manifestata per mezzo della tua Medaglia, umilmente ti supplichiamo di volerci ottenere le grazie che con questa Novena ti chiediamo.

(Breve pausa per  formulare in silenzio le proprie richieste)

O Madonna della Medaglia  Miracolosa, che sei apparsa a S. Caterina Labouré, nell’atteggiamento di  Mediatrice del mondo intero e di ogni anima in particolare, noi mettiamo nelle tue mani e affidiamo al tuo cuore le nostre suppliche. Degnati di presentarle al tuo Divin Figlio ed esaudirle, se esse sono conformi alla Divina Volontà e utili alle anime nostre. E, dopo aver innalzato verso Dio le tue mani supplichevoli, abbassale su di noi e avvolgici coi raggi delle tue grazie, illuminando le nostre menti, purificando i nostri cuori, affinché da te guidati, raggiungiamo un giorno la beata eternità. Amen.

In conclusione, preghiera di San Bernardo da Chiaravalle

Ricordati, o piissima Vergine Maria, che non si è mai sentito dire che alcuno abbia fatto ricorso al tuo patrocinio, implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato. Animato da questa fiducia, anch’io ricorro a te o Madre, Vergine delle Vergini, a te vengo e, pentito, mi prostro davanti a te. Non respingere, o Madre del Verbo, la mia supplica, ma ascolta benigna ed esaudiscimi. Amen.

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Tutto è cominciato a Parigi, in Rue du Bac

Posté par atempodiblog le 18 novembre 2015

Tutto è cominciato a Parigi, in Rue du Bac
di Diego Manetti – La nuova Bussola Quotidiana

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La traccia Mariana ci porta ancora una volta in Fancia, terra benedetta da numerose apparizioni mariane: La Salette, nel 1846, Lourdes, nel 1858, Pellevoisin, nel 1876… Andiamo dunque in Francia e nello specifico a Parigi, in Rue du Bac, per le apparizioni occorse nel 1830 a Caterina Labouré, in seguito alle quali la santa fece coniare la famosissima “Medaglia Miracolosa” che è oggi diffusa in tutto il mondo, segno dell’amore e della fiducia nella Madonna nutriti da milioni di fedeli di ogni lingua, razza e nazione.

Prima di presentare i fatti, desidero premettere una nota relativa al significato delle apparizioni di Rue du Bac – così vengono solitamente indicate – nell’economia delle apparizioni mariane moderne. Intendo cioè riferirmi a quanto detto da Jean Guitton, grande intellettuale cattolico e Accademico di Francia, che proprio nel suo studio sulla Medaglia Miracolosa ebbe a definire gli eventi di Rue du Bac come l’inizio di un percorso di manifestazioni mariane sempre più frequenti e intense nel mondo, esordio di un ciclo di apparizioni della Madonna volte a mettere in guardia l’umanità dai piani di Satana, intenzionato a distruggere il pianeta sul quale viviamo e bramoso di condurre l’umanità alla dannazione eterna.  Quanto queste diaboliche intenzioni si siano tradotte in malvagi attacchi al mondo contemporaneo è sotto gli occhi di tutti: le guerre, i conflitti, ma anche gli odi e i rancori domestici, senza parlare poi della crisi della famiglia, della perdita dei valori, del dilagare dell’aborto e dell’eutanasia… insomma, uno scenario drammatico in cui davvero si scorge l’azione del Nemico, del Diavolo, scatenato come non mai. 

Ecco: Rue du Bac anticipa proprio questo attacco del Demonio al mondo, rivelando però che il mondo stesso è sotto la protezione della Madonna, di Colei che schiaccia la testa al Serpente. La Madonna è dunque venuta, da Rue du Bac in avanti, sulla terra, per mettere in guardia gli uomini dal rischio che essi vanno correndo ed esortandoli a ritornare a Dio. E quanto più si avvicina il culmine di questo attacco e lo scatenamento della battaglia decisiva, tanto più la Madonna si premura di apparire agli uomini e di far risuonare il suo materno invito alla conversione e ad abbandonarci fiduciosi in Lei per poter, guidati da Lei, vincere il Demonio partecipando di quella vittoria, totale e definitiva, che Cristo già ha ottenuto con la sua Morte e Resurrezione.Questa chiave di lettura spiegherebbe dunque non solo l’importanza di Rue du Bac come inizio di questo provvidenziale disvelamento anticipato dei piani del Diavolo, ma giustificherebbe altresì il moltiplicarsi delle apparizioni mariane e dei messaggi della Madonna in questi ultimi tempi.

Dicevamo di Rue du Bac, dunque. Prima di entrare nel vivo delle apparizioni, desidero premettere alcune notizie in merito allo strumento di cui la Madonna si è servita per trasmettere il Suo messaggio. Anche in questo caso si tratta di una persona umile, semplice, tutta capace di mettersi nelle mani della Madonna e, tramite essa, lasciarsi usare a maggior gloria di Dio. Stiamo parlando di Zoe Labouré, poi diventata Suor Caterina. Nata in Borgogna (Francia) il 2 maggio 1806, era la nona di undici figli. La mamma Louise muore a 42 anni, quando Zoe ne ha solo dieci.Rimasta orfana, la piccola sviluppa però una interna devozione mariana, riconoscendo a poco a poco nella Madonna Colei che, persa ormai la madre terrena, poteva davvero esserle Mamma Celeste.  Appena la sorella maggiore entra in convento a Parigi, nella congregazione delle Figlie della Carità, Caterina – la indichiamo ormai con il nome, a tutti più familiare, che avrebbe poi assunto da religiosa – si trova a dover badare ai fratelli più piccoli e ad aiutare il papà, Pierre, nei lavori della fattoria. Nonostante la difficoltà di questa vita fatta di lavoro e povertà, Caterina non fa mai mancare la preghiera e in essa sviluppa il desiderio di seguire le orme della sorella maggiore. Vinte le resistenze del padre, che preferirebbe poter contare sul suo aiuto per badare alla casa, Caterina entra dunque nell’ordine delle Figlie della carità.

Diciamo dunque una parola su questa realtà religiosa. La Compagnia delle Figlie della Carità fu fondata nel 1633 da San Vincenzo de’ Paoli e, anche grazie all’aiuto di santa Luisa de Marillac, si è poi diffusa in tutto il mondo, fedele alla propria vocazione missionaria e allo spirito dei fondatori secondo i valori della umiltà, della carità e della semplicità. Le apparizioni di Rue du Bac hanno senz’altro contribuito a far conoscere ancor più nel mondo il carisma di questa famiglia religiosa che, diffusasi capillarmente nei cinque continenti, è oggi presente in oltre 90 Paesi, compresi quelli più poveri, per un totale di circa 20.000 Figlie della Carità. Nel 1830 Caterina entra dunque nel convento delle Figlie della Carità di Parigi, in Rue du Bac, presso il quale svolgerà il proprio noviziato. Sarà un periodo ricchissimo di grazie celesti, poichè già il 6 giugno 1830, non molto tempo dopo il suo ingresso, Gesù le appare durante la Santa Messa, come un Re Crocifisso, privo di ogni ornamento, dando inizio a una presenza divina che, per la sua frequenza, diventerà per Caterina davvero familiare, poichè durante l’anno noviziato elle potrà vedere Gesù ogni volta che entrerà nella cappella. 

Proprio in quell’anno di noviziato si svolgeranno le apparizioni che porteranno Caterina a far coniare, secondo le indicazioni della Madonna, la Medaglia Miracolosa, apparizioni di cui parleremo in dettaglio tra poco. Su questi prodigiosi eventi la veggente conserverà sempre il massimo riserbo, non rivelando ad alcuno, in obbedienza al proprio direttore spirituale, le grazie delle quali il Cielo l’aveva favorità nel corso della sua vita. Frattanto venivano distribuite oltre un milione di medaglie miracolose, contribuendo a un notevole rafforzamento della devozione mariana, anche in virtù di eclatanti conversioni e prodigiose guarigioni. Le apparizioni ricevono il riconoscimento da parte dell’arcivescovo di Parigi, nel 1836. Soltanto dopo la morte di Caterina Labouré le sue consorelle seppero che era stata lei a vedere la Madonna e a ricevere l’incarico di diffondere la devozione alla Medaglia Miracolosa. Dopo una vita di silenzio e umiltà, trascorsa in lunghi anni di servizio ai poveri di un ospizio della zona est di Parigi, Caterina muore il 31 dicembre 1876. Il corpo della veggente viene tumulato nella cripta posta sotto la chiesa del convento di Rue du Bac. Quando è stato riesumato, nel 1933, lo si è trovato incorrotto. Le sue spoglie sono oggi esposte nelle stessa cappella dove Caterina ebbe le apparizioni della Madonna, non lontano dall’urna che contiene il cuore del fondatore della congregazione, San Vincenzo de Paoli. Caterina Labouré è stata beatificata da Pio XI nel 1933 e canonizzata da Pio XII nel 1947. Al momento della sua morte, nel 1876, si contavano nel mondo oltre un miliardo di Medaglie Miracolose distribuite tra i fedeli.

Veniamo dunque alle apparizioni che sono accadute nel 1830. Abbiamo già avuto modo di dire come l’intero anno del noviziato sia segnato da eventi prodigiosi: durante la preghiera in cappella Caterina ha per ben tre volte la manifestazione del cuore di San Vincenzo de’ Paoli, il fondatore delle Figlie della carità, che le appare dapprima bianco, poi rosso e infine nero, alternando così i colori della pace, del fuoco e delle tenebre che avrebbero colpito la Francia. Questo è un particolare di non poco conto, che permette di ribadire come le numerose apparizioni mariane in Francia, che abbiamo poco prima ricordato, siano senz’altro una benedizione per quella terra, ma anche segno del grande bisogno di protezione celeste per quel Paese. Altre apparizioni, come già abbiamo ricordato, riguardano direttamente Gesù, che Caterina poteva vedere nella Eucaristia, aldilà delle specie del pane, tanto da poter affermare: “Ho visto Nostro Signore nel Santissimo Sacramento, durante tutto il tempo del mio seminario, tranne a volte durante le quali dubitavo”. Significativa questa ultima affermazione, come a dire che oltre a essere un dono del Cielo queste manifestazioni necessitavano della sincera e robusta fede nella reale presenza di Gesù nell’Eucaristia per poter avere luogo… Avessimo una fede simile anche noi ogni volta che ci avviciniamo all’Eucaristia, allora sì che potremmo riconoscere nel pane consacrato Gesù Cristo realmente presente!

La prima delle apparizioni che porteranno alla devozione della Medagla Miracolosa avviene nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1830, allorchè un angelo guida Caterina nella chiesa del noviziato, dove le appare la Madonna. È bellissimo poter seguire direttamente il racconto che di questa prima apparizione fece Caterina stessa, redigendone un resoconto nel 1834: «Alle undici e mezzo mi sento chiamare per nome: “Suor Labouré! Suor Labouré!” Svegliatami, guardo dalla parte da dove proveniva la voce, che era dal lato del passaggio del letto. Tiro la tenda e vedo un bambino vestito di bianco, dai quattro ai cinque anni, il quale mi dice: “Venite in cappella, la Santa Vergine vi aspetta”. Immediatamente mi viene da pensare: 2mi sentiranno!” Ma quel fanciullo mi risponde: “State tranquilla: sono le undici e mezzo e tutti dormono profondamente. Venite che vi aspetto”. Mi affrettai a vestirmi e seguii il bambino che era restato in piedi senza spingersi oltre la spalliera del letto.  Il fanciullo mi seguì – o meglio, io seguii lui dovunque passava – tenendosi sempre alla mia sinistra. I lumi erano accesi dappertutto dove noi passavamo, il che mi sorprendeva molto. Rimasi però assai più meravigliata all’ingresso della cappella, quando la porta si aprì, appena il bambino l’ebbe toccata con la punta di un dito. La meraviglia poi fu ancora più completa quando vidi tutte le candele e tutte le torce accese, come alla Messa di mezzanotte. Però non vedevo ancora la Madonna. Il bambino mi condusse nel presbiterio, accanto alla poltrona del Signor Direttore, dove io mi posi in ginocchio, mentre il bambino rimase tutto il tempo in piedi. Poiché mi sembrava che passasse molto tempo, ogni tanto guardavo per timore che le suore vegliatrici passassero dalla tribuna».

«Finalmente giunse il momento. Il fanciullino mi avvertì, dicendomi: “Ecco la Santa Vergine, eccolala”. Sentii un rumore, come il fruscio di vesti di seta, venire dalla parte della tribuna, presso il quadro di San Giuseppe, e vidi la Santa Vergine che venne a posarsi sui gradini dell’altare dal lato del Vangelo. Era la Santa Vergine, ma a me sembrava Sant’Anna, solo il volto non era lo stesso. Io non ero certa se si trattasse della Madonna, ma il bambino mi disse “Ecco la Madonna!”. Dire ciò che provai in quel momento e ciò che succedeva in me, mi sarebbe impossibile. Mi sembrava di non riconoscere la Santa Vergine. Fu in quel momento che quel bambino mi parlò, ma non più con voce da bambino, ma come un uomo… Io, guardando la Santissima Vergine, spiccai allora un salto verso di Lei, ed inginocchiatami sui gradini dell’altare, appoggiai le mani sulle ginocchia della Santa Vergine. Quello fu il momento più dolce della mia vita. Dire tutto ciò che provai mi sarebbe impossibile. La Madonna mi spiegò come dovevo comportarmi col mio direttore e parecchie cose che non debbo dire. Mi insegnò il modo di regolarmi nelle mie pene e mostrandomi con la sinistra i piedi dell’altare, mi disse di andarmi a gettare ai piedi dell’altare ad espandervi il mio cuore, aggiungendo che là avrei ricevuto tutti i conforti di cui ho bisogno. (All’altare c’è Gesù e la Madonna rimanda sempre a Suo Figlio, NdR) La Madonna mi disse: “Figlia mia, il Buon Dio vuole incaricarvi di una missione. Essa sarà per voi fonte di molte pene, ma le supererete pensando che sono per la gloria del Buon Dio. Avrete la grazia; dite tutto quanto in voi succede, con semplicità e confidenza. Vedrete certe cose, sarete ispirata nelle vostre preghiere; riferitele a chi è incaricato di guidarvi”». 

(Senza voler rompere questa atmosfera d’incanto che si crea seguendo il racconto direttamente dalle voce di Santa Caterina, vorrei sottolineare quanto sia bella l’estrema confidenza che lega la veggente alla Madonna: appena ella vede la Vergine, ecco che si butta alle sue ginocchia, con affetto e tenerezza verso quella Madre che così spesso era stata l’unico sostegno di lei, che era rimasta orfana di madre a soli dieci anni, come abbiamo visto. Proseguiamo ora con il resoconto di Caterina…). «Io allora chiesi alla Santa Vergine la spiegazione delle cose che mi erano state mostrate (Caterina si riferisce ad alcune visioni avute precedentemente). E la Madonna rispose: “I tempi sono cattivi. Gravi sciagure stanno per abbattersi sulla Francia. Il trono sarà rovesciato. Tutto il mondo sarà sconvolto da disgrazie d’ogni specie (la Santa Vergine, dicendo questo aveva l’aspetto molto addolorato). Ma venite ai piedi di questo altare. Qui le grazie saranno sparse sopra tutte le persone che le chiederanno con fiducia e fervore: grandi e piccoli. Figlia mia, io mi compiaccio di spandere le mie grazie sulla Comunità. Io l’amo molto, ma provo pena. Ci sono degli abusi: la regola non è osservata. Vi è una grande rilassatezza nelle due comunità. Dillo a colui che è incaricato di voi, benché non sia ancora superiore. Egli fra qualche tempo sarà incaricato in modo speciale della Comunità. Egli deve fare tutto il possibile per rimettere la regola in vigore, diteglielo da parte mia. Che egli vegli sulle cattive letture, sulla perdita di tempo e sulle visite. Quando la regola sarà rimessa in vigore, vi sarà una Comunità che verrà ad unirsi alla vostra.  Sopraggiungeranno grandi mali. Il pericolo sarà grande. Ma non temete, la protezione di Dio è sempre là in una maniera particolare e San Vincenzo proteggerà la Comunità. Io stessa sarò con voi, ho sempre vegliato su di voi. Vi accorderò molte grazie. Arriverà un momento in cui il pericolo sarà grande e tutto sembrerà perduto, ma io sarò con voi. Abbiate fiducia. Avrete prove evidenti della mia visita e della protezione di Dio e di quella di San Vincenzo sulle due Comunità”. 

“Ma non sarà lo stesso per le altre comunità. Ci saranno vittime (dicendo questo la Santa Vergine aveva le lacrime agli occhi). Ci saranno vittime nel clero di Parigi: l’Arcivescovo morirà (di nuovo la Madonna versò lacrime). Figlia mia, la Croce sarà disprezzata… Scorrerà il sangue. Apriranno di nuovo il costato di Nostro Signore… (Qui la Santa Vergine non poteva più parlare, un gran dolore le era dipinto sul volto). Figlia Mia …il mondo intero sarà nell’afflizione”. Quanto tempo restai con la Madonna, non saprei dirlo. Tutto quello che so è che se ne andò scomparendo come un ombra che svanisce, io mi accorsi solo di qualcosa che si spegneva, e poi solo un’ombra che si dirigeva verso la tribuna, dalla parte da cui era venuta. Alzatami dai gradini dell’altare, mi accorsi del bambino, là dove l’avevo lasciato, il quale mi disse ‘Se ne è andata!’. Rifacemmo la stessa strada, trovando sempre tutti i lumi accesi e avendo quel bambino sempre alla mia sinistra.  Credo che quel bambino fosse il mio angelo custode, resosi visibile per farmi vedere la Santa Vergine, perché io infatti l’avevo molto pregato di ottenermi un tal favore. Era vestito di bianco e portava con sé una luce miracolosa, ossia era sfolgorante di luce, dell’età dai quattro ai cinque anni. Tornata a letto, sentii suonare le due e non ripresi più sonno.»

Questa prima apparizione è molto intensa. Da una parte, le parole della Madonna costituiscono un forte richiamo allo spirito e al carisma originari delle Figlie della carità per l’intera comunità di Caterina; dall’altra, si adombrano gravi sciagure sul futuro della Francia: nel luglio 1830 ha effettivamente luogo la rivoluzione di luglio che porta all’abdicazione di re Carlo X, costretto a fuggire in Inghilterra. Trascorsi alcuni anni all’insegna di rivendicazioni costituzionali avanzate dall’alte borghesia, si giungerà alle rivoluzioni del 1848 che insanguineranno l’Europa intera, fino alla proclamazione della Seconda Repubblica Francese che, dopo appena quattro anni, lascerà però spazio al Secondo Impero di Napoleone III (1852) che inaugurerà una politica dittatoriale e pesantemente lesiva della libertà religiosa e dei valori della fede cristiana. Questo per dire come il volto della battaglia che oppone Cristo al Demonio assuma i contorni, assai concreti, delle vicende storiche della Francia e della Europa di quel periodo. Nel settembre 1830 ha luogo la seconda apparizione e infine la terza, la più importante, il 27 novembre 1830. È questa la data che viene assunta come ricorrenza della memoria di tale ciclo di apparizioni. 

Suor Caterina si trova in meditazione, nella cappella, quando le appare dunque la Madonna, che la veggente stessa descrive così: «Stava in piedi, la sua veste era di seta e di color bianco aurora… Dal capo le scendeva un velo bianco sino ai piedi. Aveva i capelli spartiti e una specie di cuffia con un merletto di circa tre centimetri di larghezza, leggermente appoggiato sui capelli. Il viso era abbastanza scoperto; i piedi poggiavano sopra un globo, o meglio, sopra un mezzo globo, o almeno io non ne vidi che una metà. (In seguito Caterina dirà di aver visto anche un serpente di colore verdastro e chiazzato di giallo, sotto i piedi della Vergine, simbolo di quella inimicizia originaria di cui parla la Genesi, al cap. 3, laddove si dice della Donna che schiaccia la testa del serpente che le insidia il calcagno: proprio questa immagine si ripropone agli occhi di Caterina Labourè, che prosegue nella descrizione della Vergine Maria…). Le sue mani, elevate all’altezza della cintura, mantenevano in modo naturale un altro globo più piccolo che rappresentava l’universo. Ella aveva gli occhi rivolti al cielo e il suo volto diventò risplendente, mentre presentava il globo a Nostro Signore. Tutto ad un tratto le sue dita si ricoprirono di anelli, ornati di pietre preziose, le une più belle delle altre, le une più grosse e le altre più piccole, le quali gettavano dei raggi gli uni più belli degli altri, questi raggi partivano dalle pietre preziose; le più grosse mandavano raggi più grandi, e le più piccole raggi meno grandi, sicché tutta se ne riempiva la parte inferiore, e io non vedevo più i suoi piedi… Alcune pietre preziose non mandavano raggi… “Queste pietre che restano in ombra rappresentano le grazie che ci si dimentica di chiedermi’ mi disse la Vergine».

«Mentre io ero intenta a contemplarla, la Santissima Vergine abbassò gli occhi verso di me e intesi una voce che mi disse queste parole “Questo globo che vedete rappresenta tutto il mondo, in particolare la Francia ed ogni singola persona”… E la Vergine Santissima aggiunse ”Sono il simbolo delle grazie che io spargo sulle persone che me le domandano”. In quel momento… ecco formarsi intorno alla Santissima Vergine un quadro piuttosto ovale, sul quale in alto, a modo di semicerchio dalla mano destra alla sinistra di Maria, si leggevano queste parole scritte a lettere d’oro “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi”. Allora si fece sentire una voce che mi disse: “Fate coniare una medaglia su questo modello. Tutte le persone che la porteranno riceveranno grandi grazie, specialmente portandola al collo; le grazie saranno abbondanti per le persone che la porteranno con fiducia”. All’istante mi parve che il quadro si voltasse e io vidi il rovescio della Medaglia. Vi era la lettera M (che sta per Maria, NdR) sormontata da una croce senza crocifisso che aveva come base la lettera I (che sta per “Iesus”, NdR) . Più sotto poi vi erano due cuori, uno circondato da spine, l’altro trapassato da una spada. Dodici stelle infine circondavano il tutto. Poi tutto scomparve, come qualcosa che si spegne, ed io sono rimasta ripiena non so di che, di buoni sentimenti, di gioia, di consolazione».

Nel dicembre 1830 ha luogo la quarta e ultima apparizione. Caterina si trova ancora nella cappella, durante la preghiera, e, dopo aver sentito un fruscio familiare, ecco apparire la Vergine Maria, ancora una volta nell’ambito della immagine della Medaglia Miracolosa già vista il 27 novembre precedente. Indicando i raggi che escono dalle sue mani, la Madonna  dice alla veggente: «Questi raggi sono il simbolo delle grazie che la Santa Vergine ottiene per le persone che gliele chiedono… Non mi vedrai più». Si chiudono così le apparizioni a Caterina, la quale riferisce l’accaduto al proprio confessore, il Padre Aladel, che però intima alla religiosa di non pensare a queste cose. La reazione negativa è simile alla chiusura che, inizialmente, manifestano pure i suoi superiori dinnanzi alla richiesta di far coniare la Medaglia Miracolosa. Soltanto due anni dopo, grazie all’autorizzazione dell’arcivescovo di Parigi, mons. De Quelen, si procede a coniare i primi 1.500 esemplari della medaglia. È il 30 giugno 1832. Le grazie ottenute sono fin da subito così numerose –  soprattutto tra i malati di colera in seguito all’epidemia che ha colpito Parigi dal febbraio 1832 – che immediatamente si indica la Medaglia come “Miracolosa” e come tale la conosciamo ancora noi oggi. 

Nel 1836 viene soddisfatta un’altra richiesta avanzata dalla Madonna nel corso delle apparizioni, tramite la fondazione dell’Associazione delle Figlie di Maria Immacolata. Sarà questo il segno della venuta di Maria tra gli uomini, cioè saranno proprio le Figlie di Maria Immacolata quella “traccia” del cammino di Maria che tante volte, cari amici, abbiamo visto esser costituita da un santuario o un edificio sacro posto a memoria del celeste evento. Questa volta però l’edificio sacro già sussiste, ed è la cappella del convento, in Rue du Bac, a Parigi, che ancora oggi si può visitare. Ecco perché, mi sembra di poter dire, la Madonna sceglie una traccia viva, affidando la memoria dell’accaduta a un’associazione religiosa specificamente fondata su sua indicazione. Tra le conversioni che vennero miracolosamente operare in virtù di questa medaglia miracolosa, non possiamo non citare quella dell’ebreo Alphonse de Ratisbonne (1812-1884), avvocato e banchiere. Di animo intriso di sentimenti di profonda ostilità al cristianesimo, si trovava a Roma nel 1842 per motivi di salute. Recatosi in visita presso la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, ebbe una visione della Madonna così come essa appare sulla medaglia fatta coniare da Santa Caterina. Profondamente impressionato da quanto accaduto, Ratisbonne si convertì e nel 1847 fu ordinato sacerdote, dapprima come gesuita e poi come membro dei “Sacerdoti di Nostra Signora di Sion”, congregazione di cui fondò una sede in Palestina.

Questi sono dunque i fatti, cari amici. Senz’altro molti di voi avranno con sé, anche in questo momento, una medaglia miracolosa (nella foto in prima pagina). Prendetela in mano e guardatela con attenzione.  Anzitutto campeggia in essa la scritta “O Maria concepita senza peccato pregate per noi che ricorriamo a Voi”. Questa scritta ha il valore di una profezia, se volete riferirla al fatto che nel 1858 la Madonna si presenterà a Bernadette proprio come “Immacolata Concezione”; parimenti, non si può non ricordare che appena quattro anni prima delle apparizioni di Lourdes, l’8 dicembre 1854, Pio IX aveva proclamato il dogma della Immacolata Concezione, riconoscendo come Maria, per una singolarissima grazia, avesse ottenuto il privilegio, i vista di essere strumento della Incarnazione di Dio, di essere senza peccato fin dal suo concepimento. Maria è senza peccato perché così può degnamente ricevere il Figlio di Dio e accogliere nel suo grembo il Verbo, il Cristo. Ma proprio in virtù di questa sua immacolatezza Maria è chiamata ad assumere un ruolo di primo piano nella lotta contro il demonio. In quanto Immacolato, il cuore della Madonna non è lambito in alcun modo dal veleno del Serpente antico, cioè dalla seduzione del peccato con la quale il diavolo cerca di distruggere l’amicizia che lega un’anima a Dio Padre. 

Questo ruolo di Maria è proprio evidenziato dal fatto che la Madonna si erga in piedi su un emisfero circondato dalle spire del serpente. Perché Maria è in piedi sul mondo? Perché Lei è la Regina, chiamata a vincere, nel nome di Suo Figlio Gesù, le potenze delle Tenebre, divenendo così Corredentrice, secondo quanto in particolare la Vergine ha rivelato a Ida Peerdeman nelle apparizioni della “Signora di tutti i popoli” avvenute ad Amsterdam dal 1945 al 1959.  Se osservate le braccia aperte della Vergine e i raggi che fuoriescono dalle mani della Madonna questa idea si fa ancora più chiara: la Madonna vince il demonio elargendo le grazie che Ella ottiene da Dio, intercedendo presso il Padre in favore di quanti a Lei ricorrono con fiducia e devozione. Il demonio viene sconfitto nel cuore di ogni uomo attraverso la scelta, individuale e responsabile, che avviene nel profondo dell’animo di ogni persona. Come a dire: Gesù ha già sconfitto il diavolo, una volta per sempre, ma ognuno di noi è chiamato, cari amici, a fare sua questa vittoria, e ciò è possibile in virtù delle grazie che Maria stessa ci ottiene, quale Celeste Mediatrice presso il Padre. Guardate ora il retro della medaglia. La croce, appoggiata sulla “I” di “Iesus”, sormonta la “M” di “Maria”. É come il riassunto di quanto presentato sull’altra faccia della medaglia, se così possiamo dire. La croce è infatti il simbolo della vittoria di Cristo sul peccato, sulla morte e quindi sul demonio, a causa del quale la morte è entrata nel mondo, come ricorda la Sacra Scrittura. La croce è la via per vincere il diavolo, il peccato e la morte, dunque, e questa croce “poggia” su Gesù perché sulla sua morte e resurrezione si fonda la possibilità, per ognuno di noi, di partecipare della sua vittoria e guadagnare la Gloria del Cielo. Ma questa vittoria di Gesù nella croce a sua volta “poggia” sulla “M” di Maria, come a dire che la Madonna è lo strumento di cui Gesù si serve per realizzare la sua vittoria. 

E non posso non ricordare in proposito quanto dice il Montfort nel suo bellissimo “Trattato della vera devozione a Maria”: come Gesù è venuto al mondo la prima volta attraverso Maria, così Egli deve tornarvi la seconda ancora per mezzo della Madonna. È proprio così dunque: Maria prepara la strada per il ritorno di Cristo. Ecco perché la Madonna è così presente in questi ultimi tempi, per guidare l’umanità confusa e sofferente – e ognuno di noi, cari amici – ad affrontare il tempo della prova restando saldi nella fede. Dicevo che è una vittoria che si gioca nel cuore, nell’intimo di ognuno. Perché di un combattimento spirituale si tratta. Ed ecco dunque i due cuori attraverso i quali questa vittoria sul Male si è realizzata, una volta per tutte, e può realizzarsi ogni giorno, per ogni uomo: il Cuore di Gesù, circondato di spine che ricordano la corona che il Crocefisso ha amato ricevere in nostro favore, e il Cuore di Maria, trapassato da quella spada che il vecchio Simeone aveva predetto accogliendo la Vergine al tempio (Lc 2, 35), simbolo di quei dolori che la Madonna ha saputo accogliere nel Suo Cuore in favore di ognuno di noi, rispondendo in pieno abbandono e illimitato amore a quell’incarico che Gesù le ha assegnato affidandole l’umanità intera, dalla Croce, quand’Ella era ai suoi piedi, insieme a Giovanni (Gv 19, 25-27). Notate poi come i due cuori siano circondati da dodici stelle, che richiamano le dodici stelle che ornano il capo della Donna vestita di Sole di cui parla l’Apocalisse al cap. 12, e che rappresentano i dodici apostoli, cioè la Chiesa, intendendo che l’intera Chiesa di Dio è chiamata a seguire l’invito della Madonna, associandosi alla missione salvifica di Cristo, unendo ogni fedele il proprio cuore ai cuori di Gesù e di Maria. 

Accogliamo questa medaglia con fede, cari amici, e portiamola con noi, magari al collo, con una catenina che ci ricordi il nostro non esser più schiavi del peccato e del demonio bensì l’esser divenuti, con il Battesimo, schiavi d’amore di Gesù e di Maria. Affidiamoci dunque alla preghiera, chiedendo la grazia di poter essere coraggiosi e perseveranti nella nostra scelta per Gesù e per Maria, in ogni giorno della nostra vita:

Preghiera di san Giovanni Paolo II  nella cappella di Ru du Bac

“O Maria concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi”. É la preghiera che tu o Maria hai ispirato a Santa Caterina Labouré, in questo luogo, 150 anni fa e tale invocazione, incisa sulla Medaglia, è ora portata e pronunciata da tanti fedeli in tutto il mondo! […] Tu sei benedetta tra tutte le donne!

Vergine Santa sei stata associata intimamente all’opera della nostra redenzione, unita alla croce del Salvatore; il tuo cuore è stato trapassato, accanto al Suo Cuore ed ora nella gloria del tuo Figlio, non cessi di intercedere per noi poveri peccatori.

Vegli sulla Chiesa di cui sei Madre, vegli su ciascuno dei tuoi figli. Ottieni da Dio per noi, le grazie simboleggiate dai raggi di luce, che escono dalle tue mani aperte, con la sola condizione che te le chiediamo che ci accostiamo a te con la fiducia, il coraggio, la semplicità di un bambino. Così ci conduci incessantemente verso il Tuo Divin Figlio.

Giovanni Paolo II (1980)

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La Chiesa e le religioni in rapporto alla salvezza

Posté par atempodiblog le 17 novembre 2015

La Chiesa e le religioni in rapporto alla salvezza

Cristo Re delluniverso

[...] Con la venuta di Gesù Cristo salvatore, Dio ha voluto che la Chiesa da Lui fondata fosse lo strumento per la salvezza di tutta l’umanità (cf. At 17,30-31). Questa verità di fede niente toglie al fatto che la Chiesa consideri le religioni del mondo con sincero rispetto, ma nel contempo esclude radicalmente quella mentalità indifferentista «improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che “una religione vale l’altra”»

Se è vero che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina, è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici. Tuttavia occorre ricordare «a tutti i figli della Chiesa che la loro particolare condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati».

Si comprende quindi che, seguendo il mandato del Signore (cf. Mt 28,19-20) e come esigenza dell’amore a tutti gli uomini, la Chiesa «annuncia, ed è tenuta ad annunciare, incessantemente Cristo che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte le cose». [...]

della Congregazione per la Dottina della Fede – Dominus Iesus

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Invito a superare se stessi, a essere forti

Posté par atempodiblog le 17 novembre 2015

alvaro portillo

Quando la missione di Cristo pare chiudersi nel fallimento più assoluto, e i discepoli lasciano solo il Maestro, la Madonna avanza con passo deciso nella peregrinazione della fede e crede, contro ogni speranza, che si realizzerà quanto Dio le ha detto a proposito di suo Figlio, che compirà la redenzione del genere umano. Ecce filius tuus… Ecce Mater tua: ci accetta come figli e noi, nella persona di San Giovanni, la riceviamo come Madre nostra. La fede, la speranza e l’ardente carità della Vergine sulla vetta del Golgota, che la rendono Corredentrice con Cristo in modo eminente, sono anche un invito a superare se stessi, a essere forti, soprannaturalmente e umanamente, di fronte alle difficoltà esterne; a insistere, senza scoraggiarsi, nell’azione apostolica, anche quando sembri che non ci siano frutti, o l’orizzonte appaia oscurato dalla potenza del male.

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L’odio non va coltivato

Posté par atempodiblog le 17 novembre 2015

hillesum

“Dobbiamo respingere interiormente questa inciviltà: non possiamo coltivare in noi quell’odio perché altrimenti il mondo non uscirà di un solo passo dalla melma”.

di Etty Hillesum

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Dopo Parigi: o capiamo o moriamo

Posté par atempodiblog le 17 novembre 2015

Dopo Parigi: o capiamo o moriamo
di Mario Adinolfi – La Croce – Quotidiano

pregare per parigi

Sui fatti di Parigi la lettura obbligatoria del politically correct è: con quanto è avvenuto l’Islam non c’entra niente, non bisogna ragionare sul piano religioso, non è una guerra di civiltà, sono solo dei pazzi criminali che operano dentro una guerra di natura ideologica, politica, economica, noi alla fine vinceremo perché siamo il bene che contrasta il male. Ecco. Tutto questo, tutto quello che vi stanno tentando di inculcare in testa attraverso questa lettura tranquillizzante, è falso.

L’Islam c’entra e eccome se c’entra, quelli sono assassini ma non pazzi, uccidono e si fanno uccidere nel nome di un progetto religioso: imporre l’Islam e il Califfato islamico ovunque assoggettando o eliminando gli “infedeli”. Ideologia, politica ed economia sono conseguenze di questa premessa religiosa che individua nei “crociati” i nemici da uccidere e in Roma il prossimo territorio da mettere a ferro e fuoco, per ragioni appunto religiose. Roma sarà colpita come capitale della cristianità (è indicata esplicitamente come obiettivo nella rivendicazione dei fatti francesi) così come Parigi viene colpita in quanto “capitale della perversione” e ancora una volta tutto questo è dentro un impianto di natura religiosa. E tutta dentro l’Islam questa guerra viene combattuta per un’egemonia che il Califfato vuole conquistare presentando come biglietto da visita la violenza più efferata ed efficace contro i “crociati”, in maniera da sollevare le masse islamiche contro l’Occidente e contro i nemici interni all’Islam stesso, facendo di Al Baghdadi il punto di riferimento religioso (e di conseguenza evidentemente politico ed economico) di un territorio sconfinato che è l’erigendo Stato Islamico.

Stiamo comprendendo queste dinamiche? Abbiamo il coraggio di cominciare ad analizzare seriamente questi processi a partire da un’analisi politicamente scorretta della natura stessa della religione islamica? Sappiamo che il Corano come Libro Sacro direttamente dettato da Allah attraverso l’Angelo al Profeta non è interpretabile ma solo applicabile fondandosi sulla lettura letterale e questo dà formidabile forza agli imam che predicano l’odio e la jihad come guerra “santa” contro gli infedeli?

Ovviamente centinaia di milioni di islamici vogliono solo vivere in pace, sono “moderati” come piace dire agli analisti del politicamente corretto. Ma avete sentito voci della predicazione islamica levarsi oggi contro gli attentati di Parigi? Abbiamo sentito un Papa Francesco incredulo, con la voce rotta. Vi ricordate parole analoghe provenienti da qualche imam, con analoga emotiva partecipazione e intensità? Sotto la cenere del mondo islamico cova un sentimento anti-occidentale fortissimo. I nostri valori non sono i loro valori. Li contestano. Li disprezzano. Alcuni, li odiano.

E poi, quali valori? Per che cosa e per chi noi saremmo disposti a morire? In che cosa crediamo? Qual è il nostro orizzonte? Abbiamo preso un crocifisso e l’abbiamo immerso nel piscio e abbiamo detto che è opera d’arte, gli abbiamo dato plausi, patrocini, finanziamenti pubblici. Ai nostri figli abbiamo vietato di andare a una mostra sulla “bellezza divina” per non “turbare i non cattolici”. Al concerto di Parigi la band che si chiama Aquile della Morte di metallo canta canzoni in cui invoca il bacio del Diavolo. Purtroppo, li hanno presi in parola. La nostra libertà, unica trave a cui rimaniamo appesi quando ci chiedono in che valori crediamo, è diventata una sorta di licenza di fare un’idiozia dopo l’altra, non capendo che abbiamo bisogno di un orizzonte di senso, altrimenti il bacio diabolico ci travolgerà davvero. O capiamo o moriamo.

Capire vuol dire spingere l’Islam verso quel territorio di incontro con la ragione che sta pervicacemente rifiutando. Significa ripartire dal contrastatissimo discorso di Papa Benedetto XVI a Ratisbona, che invece era un discorso profetico: l’Islam deve seguire il percorso già compiuto dal cristianesimo, che non ha temuto la sfida della modernità, dell’illuminismo, della ragione. L’ha raccolta e anche attraverso di essa ha saputo rafforzarsi, rinunciando per sempre a coltivare qualsiasi opzione di natura violenta e diventando punto di riferimento per l’uomo alla ricerca di armonia e pace.

Certo un Occidente totalmente scristianizzato, che perde il rispetto per qualsiasi propria dimensione valoriale, che non riesce neanche a determinare i contorni della propria identità preferendo la prevalenza di un’idea di libertà che rende tutto “fluido” e perciò inconsistente, è un avversario che sarà travolto dal ferro e dal fuoco di una marea montante di giovani (ricordiamolo, chi ci uccide sono giovani e giovanissimi) che hanno in odio la nostra opulenza e la nostra assenza persino di coraggio.

A Parigi rispondiamo suonando Imagine di John Lennon per strada al pianoforte? Una canzone che inneggia alla cancellazione delle religioni? Non abbiamo veramente capito. Proprio di religione, forse solo di quello dovremmo oggi parlare. Del rapporto tra io e Dio. Tutto il resto, la nostra fuffa, la nostra paccottiglia quella sì ideologica fatta di canzonette e falsi miti di progresso, la nostra colossale incapacità di comprendere il sacro e dunque anche di vedere quanto un fenomeno di incredibile crudeltà è intessuto di motivazioni religiose (oh, eppure ce lo gridano sempre prima di ammazzarci “Allah u Akbar”), insomma la nostra ormai consolidata inabilità a analizzare e capire, rischia di condannarci sul serio. 

Eppure o capiamo o moriamo.

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Il pianista che suona Imagine: il nichilismo di chi ha smesso di chiedere aiuto

Posté par atempodiblog le 17 novembre 2015

Il pianista che suona Imagine: il nichilismo di chi ha smesso di chiedere aiuto
di Paolo Vites – Il Sussidiario.net

pianoforte parigi

STRAGE AL BACATLAN. Ognuno reagisce ai fatti della vita come vuole e come può. L’editorialista di un importante quotidiano sportivo ad esempio oggi ha scritto a proposito dei fatti di Parigi che i musicisti che si esibivano al momento del massacro al Bataclan se la sono data a gambe levate al primo scoppio e ne sono usciti illesi. Definisce anche il nome del gruppo (anzi usa “complesso” come si faceva ai tempi del festival di Sanremo del 1962) « mai apparso tanto cretino come l’altra sera “Aquile del Metallo Mortale”. A parte che non si traduce così, certamente i musicisti rock dovrebbero, in tali frangenti, trasformarsi in supereroi e uccidere i cattivi e non pensare, come hanno cercato di fare tutti quei poveretti che si trovavano nel locale, a salvare anche loro la pelle. Mah.

C’è invece chi ha reagito portando fuori del Bataclan un pianoforte e senza dire una parola si è messo per diverso tempo a suonare “Imagine”, la nota canzone di John Lennon. Un bel gesto: silenzio, nessun commento, solo la musica a ricordare quei poveri morti innocenti, uccisi proprio mentre ascoltavano della musica. 

Va bene così e gliene siamo grati, anche se l’uso perenne di una canzone che nell’immaginario comune è da decenni la canzone ufficiale della pace e dell’amore fraterno stona, se solo le persone cercassero di afferrare il senso vero delle parole.

Imagine, nel suo buonismo ingenuo post hippie (Lennon la scrisse nel 1971, quando il flower power stava appena cominciando a sfiorire) è piuttosto la canzone del nichilismo assoluto, del vuoto assoluto come unica possibilità di realizzare pace e amore e un mondo senza violenze.

Infatti per arrivare a ciò, alla pace, secondo la canzone è necessario eliminare tutto ciò che da sempre costituisce il cuore dell’uomo e che lo spinge al suo desiderio di felicità: paesi, popoli, culture e soprattutto religione. Senza le religioni cattive che spingono gli uomini da sempre a uccidersi, avremo finalmente costruito il mondo dell’amore. Ma su cosa? Lo stesso Lennon ne era consapevole e ci aveva scherzato sopra, idealmente ripudiandola:

“Imagine è virtualmente la canzone ufficiale del partito comunista: è antireligiosa, anticonvenzionale ma la gente l’ha accettata perché zuccherosa”. 

Ecco: una buona dose di saccarina sentimentale, che è più o meno quello a cui è ridotto oggi il cuore dell’uomo, diventando così facilmente manipolabile da ogni pubblicità televisiva, campagna sessuale, ideologia di turno e non ultimi i fanatici dell’odio assassino che in tanto vuoto si infilano a piacimento. Ogni strofa del brano si apre con una negazione:

“Immagina che non ci sia il paradiso (…); nessun inferno; immagina che non ci siano nazioni; e anche nessuna religione; immagina che non ci sia possesso”.

Un nirvana trasparente che rifiuta la realtà così come è, purtroppo oggi fatta di tanto male e poco bene, che rifiuta la colpa e la possibilità di redenzione, che appiattisce tutto nell’utopia. Non è un caso che negli anni 80, davanti alla crisi dei rapporti tra le superpotenze, lo slogan, “figli” di Imagine, che andava per la maggiore era “meglio rossi che morti”. E il rosso, allora, significava l’impero sovietico.

Lennon ha scritto cose più belle di Imagine che si potevano suonare davanti al Bataclan, ad esempio All You Need is Love, che dice tutto quello che c’è da dire: tutto quello di cui abbiamo bisogno è amore. I giornali e i media vari però in questi gironi dicono che tutto il mondo e i parigini in particolare stanno cantando Imagine. Ok, ma una cantante spesso “blasfema” come Madonna l’altra sera nel corso di un suo concerto in lacrime ha chiesto di cantare così: “Solo l’amore può cambiare il mondo, cantiamo insieme questa preghiera” e ha eseguito la sua Like a Prayer. Immagini di alcuni tg francesi hanno mostrato gruppi di persone per le strade di Parigi che cantavano Halleluja, un’altra preghiera profonda, questa volta di Leonard Cohen.

Dopo la tragedia dell’11 settembre, così simile ai fatti di questi  giorni, Bruce Springsteen scrisse di getto una canzone dedicata a New York, “My city of Ruins”, la mia città di rovine. Senza paura di apparire un bigotto o un ingenuo, sottolineò quello di cui in quel momento c’era bisogno: 

“Con queste mani  io ti prego Signore prego di avere la forza,  prego per il tuo amore, prego per chi si è perduto, prego per questo mondo: avanti Signore risorgi”. 

E’ quello di cui c’è ancora bisogno perché l’uomo potrà anche immaginare paradisi perfetti sulla terra, ma siamo fatti di altro: di peccato e di bisogno di essere salvati dal male, che prima di tutto è il nostro male. Nel loro ultimo disco pubblicato da pochi mesi, gli Eagles of Death Metal avevano inciso una cover dei Duran Duran: si intitiola Save a Prayer. Il rock sa anche essere profetico. Dopo le stragi di Parigi, salviamo almeno una preghiera.

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Il coraggio di dire la verità ai ragazzi

Posté par atempodiblog le 16 novembre 2015

Il coraggio di dire la verità ai ragazzi
Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz: bisogna spiegare i fatti di Parigi senza ripararli dal dolore. E poi raccomandare loro di non odiare mai. Di fronte alle tragedie non bisogna mai girarsi dall’altra parte, come successe con la Shoah
di Paolo Conti – Corriere della Sera

uniti per parigi

«Bisogna avere il coraggio di spiegare ai nostri ragazzi cosa è accaduto a Parigi. Dicendo la verità e senza ripararli dal dolore e dal pericolo. Perché le nuove generazioni qui in Italia sono state troppo protette e isolate dal concetto di sofferenza, che invece fa parte reale, concreta della vita di tutti noi… Una responsabilità che hanno sia i genitori che i professori».
Liliana Segre ha un raro dono: quello di affrontare il racconto di quel «dolore indicibile» che fu la Shoah, con la semplice pacatezza che le riconoscono i tanti ragazzi delle scuole in cui lei ha narrato la sua tragedia di internata quattordicenne nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau con la matricola 75190 stampata sull’avambraccio, dopo essere partita il 30 gennaio 1944 dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano. Liliana Segre è tra i 25 sopravvissuti dei 776 bambini di età inferiore ai 14 anni deportati ad Auschwitz. Dagli anni Novanta, dopo un lungo tempo di silenzio e solo dopo essere diventata nonna, ha proposto la sua testimonianza in centinaia di scuole, e continua a farlo. E oggi riflette su quale sia il modo più adatto per raccontare ai ragazzi un lutto collettivo contemporaneo, quello di Parigi.

Liliana Segre, lei da anni accetta inviti nelle scuole e quindi conosce bene la mentalità dei ragazzi, le loro domande, i loro dubbi. Oggi riaprono le scuole. Come raccontare il massacro di Parigi? 
«Io non mi sono mai trovata ad affrontare questioni contemporanee. Ho sempre raccontato la mia storia, riscontrando spesso quanto i ragazzi siano disabituati a comprendere cosa sia accaduto con la Shoah nel Novecento, e che oggi si ripropone sotto altre forme».

Quale messaggio tenta di comunicare agli studenti? 
«Che di fronte a simili tragedie occorre trovare la forza di andare avanti partendo prima di tutto da se stessi. E che non bisogna mai girare la faccia dall’altra parte, come capitò a noi ebrei mentre venivamo deportati. Subito dopo raccomando di non odiare mai. Perché l’odio genera altro odio. Ultima cosa. Mai generalizzare».

Quindi, in queste ore…. 
«Mai generalizzare sull’Islam. Assurdo pensare che chi è fedele di quella religione è automaticamente un terrorista. Noi ebrei abbiamo vissuto sulla nostra pelle quali possano essere gli effetti di una generalizzazione. È stata la chiave dell’antisemitismo. Perciò oggi bisogna trovare le parole giuste per spiegare, per distinguere».

I professori si trovano oggi di fronte a un dilemma: come “insegnare” ai ragazzi i fatti di Parigi? 
«Dire la verità. Spiegare i fatti. Raccontarli senza troppe edulcorazioni. Le nuove generazioni sono completamente disabituate al dolore, al concetto stesso di tragedia. Sono tenute troppo al riparo, dai professori e dai genitori».

Forse come reazione dei padri e dei nonni a ciò che è accaduto nel Novecento in Europa. 
«È probabile che sia così. Ma c’è un eccesso di protezione che non aiuta i giovani a capire la realtà, quindi ad affrontarla un domani. Molte scuole organizzano viaggi a Dachau per spiegare cosa sia stato un campo di concentramento. La mattina le scolaresche vanno lì, ascoltano le guide, magari stanno attenti. E poi la sera… tutti in birreria».

Come in una qualsiasi gita scolastica… 
«Ecco, quando io sento dire che si organizza una “gita scolastica” a Dachau mi indigno. Ma quale gita? Semmai è una lezione di Storia. O un pellegrinaggio. E poi, trovo insopportabile questa abitudine di “consolare” i giovani la sera dopo aver toccato con mano la follia dello sterminio nazista. Molto meglio non partire, non andare. La vita non funziona così. Dopo i dolori non arrivano le caramelle di consolazione, come si fa con i ragazzi di oggi».

Lei ha fiducia nella capacità dei professori italiani di spiegare cosa sia accaduto a Parigi venerdì notte? 
«Esistono due categorie di professori. Quelli che avvertono una autentica missione per un lavoro importante. E gli altri, impiegati statali che più banalmente insegnano. Ai primi tocca il compito di riflettere e di aiutare i ragazzi a farlo. Ricorrendo alla verità, senza spaventarli inutilmente e spingendoli ad andare avanti, a riprendersi in mano la vita. Partendo, come ho già detto prima, da se stessi. Perché è lì il motore essenziale: la forza va trovata dentro di noi, sempre e comunque. E nelle scuole si dovrà dire che la strada non è certo chiudersi in casa e lasciare fuori il mondo».

Compito difficile, bisogna ammetterlo. 
«Certamente. Basta leggere proprio sul Corriere tante illustri opinioni per scoprire che non è necessario essere giovani per non sapere cosa fare di fronte al mistero di tutto questo odio».

Perché tutto questo odio, dice lei, in fondo è un mistero 
«Sì, in fondo è un mistero. Che spero abbia alla fine una soluzione» .

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Papa: pensiero unico vuol farci mettere all’asta identità cristiana

Posté par atempodiblog le 16 novembre 2015

Papa: pensiero unico vuol farci mettere all’asta identità cristiana
Il pensiero unico, l’umanismo che prende il posto di Gesù, l’uomo vero, distrugge l’identità cristiana. Non mettiamo all’asta la nostra carta d’identità: è la forte esortazione lanciata da Papa Francesco nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

papa francesco

La mondanità porta al pensiero unico e all’apostasia
La prima lettura del giorno, tratta dal primo Libro dei Maccabei, racconta di “una radice perversa” che sorse in quei giorni: il re ellenista Antioco Epìfane impone le usanze pagane in Israele, al “popolo eletto”, cioè alla “Chiesa di quel momento”. Papa Francesco commenta “l’immagine della radice che è sotto terra”. La “fenomenologia della radice” è questa: “Non si vede, sembra non fare male, ma poi cresce e mostra, fa vedere, la propria realtà”. “Era una radice ragionevole” che spingeva alcuni israeliti ad allearsi con le nazioni vicine per essere protetti: “Perché tante differenze? Perché da quando ci siamo separati da loro ci sono capitati molti mali. Andiamo da loro, siamo uguali”. Il Papa spiega questa lettura con tre parole: “Mondanità, apostasia, persecuzione”. La mondanità è fare ciò che fa il mondo. E’ dire: “Mettiamo all’asta la nostra carta d’identità; siamo uguali a tutti”. Così, molti israeliti “rinnegarono la fede e si allontanarono dalla Santa Alleanza”. E ciò “che sembrava tanto ragionevole – ‘siamo come tutti, siamo normali’ – diventò la distruzione”:

“Poi il re prescrisse in tutto il suo regno che tutti formassero un solo popolo – il pensiero unico; la mondanità – e ciascuno abbandonasse le proprie usanze. Tutti i popoli si adeguarono agli ordini del re; anche molti israeliti accettarono il suo culto: sacrificarono agli idoli e profanarono il sabato. L’apostasia. Cioè, la mondanità ti porta al pensiero unico e all’apostasia. Non sono permesse, non ci sono permesse le differenze: tutti uguali. E nella storia della Chiesa, nella storia abbiamo visto, penso ad un caso, che alle feste religiose è stato cambiato il nome – il Natale del Signore ha un altro nome – per cancellare l’identità”.

L’umanismo di oggi distrugge l’identità cristiana
In Israele vennero bruciati i libri della legge “e se qualcuno obbediva alla legge, la sentenza del re lo condannava a morte”. Ecco “la persecuzione”, iniziata da una “radice velenosa”. “Mi ha sempre colpito – afferma il Papa – che il Signore, nell’Ultima Cena, in quella lunga preghiera, pregasse per l’unità dei suoi e chiedesse al Padre che li liberasse da ogni spirito del mondo, da ogni mondanità, perché la mondanità distrugge l’identità; la mondanità porta al pensiero unico”:

“Incomincia da una radice, ma è piccola, e finisce nell’abominazione della desolazione, nella persecuzione. Questo è l’inganno della mondanità, e per questo Gesù chiedeva al Padre, in quella cena: ‘Padre, non ti chiedo che di toglierli dal mondo, ma custodiscili dal mondo’, da questa mentalità, da questo umanismo, che viene a prendere il posto dell’uomo vero, Gesù Cristo, che viene a toglierci l’identità cristiana e ci porta al pensiero unico: ‘Tutti fanno così, perché noi no?’. Questo, di questi tempi, ci deve far pensare: com’è la mia identità? E’ cristiana o mondana? O mi dico cristiano perché da bambino sono stato battezzato o sono nato in un Paese cristiano, dove tutti sono cristiani? La mondanità che entra lentamente, cresce, si giustifica e contagia: cresce come quella radice, si giustifica – ‘ma, facciamo come tutta la gente, non siamo tanto differenti’ -, cerca sempre una giustificazione,  e alla fine contagia, e tanti mali vengono da lì”.

Guardarsi dalle radici velenose che crescono e contagiano
“La liturgia, in questi ultimi giorni dell’anno liturgico” – conclude il Papa – ci esorta a stare attenti alle “radici velenose” che “portano lontano dal Signore”:

“E chiediamo al Signore per la Chiesa, perché il Signore la custodisca da ogni forma di mondanità. Che la Chiesa sempre abbia l’identità disposta da Gesù Cristo; che tutti noi abbiamo l’identità che abbiamo ricevuto nel battesimo, e che questa identità per voler essere come tutti, per motivi di ‘normalità’, non venga buttata fuori. Che il Signore ci dia la grazia di mantenere e custodire la nostra identità cristiana contro lo spirito di mondanità che sempre cresce, si giustifica e contagia”.

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“Imagine” di John Lennon: Utopia pacifista intrisa di ideologie totalitarie

Posté par atempodiblog le 16 novembre 2015

“IMAGINE” DI JOHN LENNON: UTOPIA PACIFISTA INTRISA DI IDEOLOGIE TOTALITARIE
Inneggia a un mondo senza Dio dove finalmente vivere in pace: ma questo programma è già stato realizzato da comunismo e nazionalsocialismo… e non è stato un mondo migliore!
di Gabriele D’Amato
Fonte: Gabblog
Tratto da: Basta Bugie

Imagine Lennon

Imagine di John Lennon è stata decretata più e più volte (anche ufficialmente credo) la canzone del secolo scorso. Certo, non si può dire che la sua melodia non sia sublime, e a un orecchio poco attento anche i suoi testi sembrerebbero vera poesia. Ma esaminandoli attentamente si può evincere come sia sottile e ben nascosto il messaggio che, subliminalmente (mica tanto subliminale poi), arriva alle nostre orecchie (…).

DUE MESSAGGI CHIARI: IL PARADISO (E DIO) E L’INFERNO (E IL DIAVOLO) NON ESISTONO
Immagina non ci sia il Paradiso
prova, è facile
Nessun inferno sotto i piedi
Sopra di noi solo il Cielo
Immagina che la gente viva per il presente

Sembra quasi che John volesse convincerci che senza il Paradiso saremmo stati meglio. È facile dice lui! Quasi come a volere toglierci un peso; quella speranza che assilla ogni uomo: ci sarà il Paradiso, oppure no? Non pensarci dice John! Immagina, non ci sarebbe nemmeno l’Inferno, solamente il cielo terreno sopra di noi! Con due menzogne riesce quasi a farci credere che sia meglio come ci racconta.
In realtà, la prima affermazione, atta a negare il Paradiso è un messaggio subliminale che vuole farci credere che non solo il Paradiso (e quindi il Regno di Dio) non esista, ma di conseguenza anche Dio stesso. Questo per fare perdere la fede agli uomini. Un classico pensiero ateo tanto di moda ai tempi di John e tornato in voga oggi giorno, in cui qualche stolto si ostina a credere e a volere fare credere ad altri che senza Dio si sta meglio, ma soprattutto che non c’è bisogno di lui.

Il secondo passo è poi una classica influenza demoniaca, in cui il diavolo insidia il povero John a scrivere e cantare questa orrenda nenia mascherata da grande canzone, con l’obiettivo di nascondere la sua esistenza. Niente inferno e quindi niente diavolo. Raggiunto così l’obiettivo primario del diavolo, che è quello di fare credere agli uomini di non esistere. Infine una piccola speranza, che per come gira tutta la prima fase della canzone sembra quasi una figata: “solo il cielo sopra di noi”. Agli uomini spetta molto di più di un cielo terreno! Spetta il Regno di Dio!
Immagina poi che la gente viva solo per il presente. Svuotala di tutto! Niente speranze, niente sogni, niente passato e niente futuro, niente memoria e niente esperienza. Solo oggi, solo adesso! Potrebbe sembrare quasi avere relazione con alcune scritture che dicono che ad ogni giorno basta la sua pena, ma questo non significa che gli uomini debbano vivere solo il presente! [...]

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Papa: vicino al dolore della Francia, tutto questo « non è umano »

Posté par atempodiblog le 14 novembre 2015

Papa: vicino al dolore della Francia, tutto questo “non è umano”
La condanna totale della “violenza che non può risolvere nulla” e una preghiera di “conforto” per chi è stato colpito da così “orribili attacchi”, rivolti alla Francia e “alla pace di tutta l’umanità”. Sono alcune delle parole con le quali Papa Francesco ha espresso in un comunicato ufficiale e poi in telegramma a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il suo profondo sgomento per la terribile strage che ieri sera ha insanguinato Parigi – sei attacchi armati in simultanea, rivendicati dall’Is, che hanno fatto, bilancio provvisorio, 128 morti e oltre 250 feriti, dei quali cui un centinaio in gravi condizioni. Il Papa ha voluto commentare quanto accaduto anche in breve colloquio telefonico con il direttore di TV2000, Lucio Brunelli.
di Alessandro De Carolis – Radio Vaticana

parigi

Se fosse possibile personificare il dolore più incredulo, basterebbe ascoltare le parole del Papa e ancor più quello che, tra una parola e l’altra, dicono i suoi silenzi:

“Io sono commosso ed addolorato e non capisco … ma queste cose sono difficili da capire, fatte da esseri umani…”.

“Questo è un pezzo…”
Lo sgomento di Francesco è il sentimento del mondo civile, che ha dovuto assistere alla mattanza di Parigi. Una città trasformata in un arena senza scampo, gente inerme che passa dalla vita alla morte freddamente crivellata come in uno di quei videogame barbari, dove si gode nel fare a pezzi chiunque si pari davanti al mirino. Pezzi come la terza guerra mondiale che da tanto tempo si combatte, quella che il Papa va ricordando a tutti:

“Eh sì, questo è un pezzo. Ma non ci sono giustificazioni per queste cose (…) Questo non è umano…”.

Attacco alla pace dell’umanità
Francesco aveva già esecrato di primo mattino l’orrore scatenato nella capitale francese. Lo aveva fatto attraverso le parole di padre Federico Lombardi. “Siamo sconvolti da questa nuova manifestazione di folle violenza terroristica e di odio che condanniamo nel modo più radicale insieme al Papa e a tutte le persone che amano la pace”, aveva affermato il direttore della Sala Stampa Vaticana.

“Preghiamo per le vittime e i feriti e per l’intero popolo francese. Si tratta di un attacco alla pace di tutta l’umanità che richiede una reazione decisa e solidale da parte di tutti noi per contrastare il dilagare dell’odio omicida  in tutte le sue forme”.

“Voglio tanto bene” alla Francia
Nelle parole del telegramma giunto più tardi e indirizzato all’arcivescovo di Parigi, il cardinale André Vingt-Trois, c’è ovviamente spazio per l’invocazione a “Dio, Padre di misericordia”, cui Francesco affida le vittime e le loro famiglie, come ripete più volte nella conversazione telefonica:

“Per questo sono commosso e addolorato e prego. Sono tanto vicino al popolo francese, tanto amato, sono vicino ai familiari delle vittime e prego per tutti loro (…) sono vicino a tutti quelli che soffrono e a tutta la Francia, cui voglio tanto bene”.

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Pellegrini verso l’eternità con zaini pieni di opere d’amore

Posté par atempodiblog le 14 novembre 2015

Pellegrini verso l’eternità con zaini pieni di opere d’amore
Tratto dal commento di Padre Livio Fanzaga al messaggio della Madonna di Medjugorje del 2 novembre 2015
Fonte: Medjugorje Liguria

Gesù

La Madonna, che, quando Suo Figlio guarda cosa c’è nel nostro cuore, vuole che tutti quanti i Suoi figli siano pieni di bontà e di amore, non di odio e di indifferenza. Non odio e indifferenza verso gli altri, non giudizio, non condanna, non cattiveria, non invidia, non gelosia, in noi non entrino i veleni del male, dell’odio, della cattiveria, della vendetta, ma che ci sia il perdono, la comprensione, ci sia la compassione, ci sia l’aiuto, ci sia la bontà, ci sia la disponibilità. La Madonna sa già che ci chiederemo come sia possibile questo.

Molte volte sentiamo ribollire in noi i fermenti del male e la Madonna ci dice: “non scoraggiatevi, non perdete la speranza, non perdete la forza”, perché il diavolo lavora molto su questo, per dire che amare è impossibile, “voi lo potete fare”, con l’aiuto di Dio ovviamente, possiamo far sì che la vita, invece di essere una vita protesa come i cani affamati a sbranare gli altri,possa essere una vita protesa ad aiutare gli altri, contrastando quindi la cupidigia, l’invidia e la cattiveria che c’è nel mondo.

“Io vi incoraggio e benedico”, la Madonna ci dice: “molti miei figli cercano nella vita l’avidità, i beni, a spese degli altri, cioè la sopraffazione, l’ingordigia…, sappiate che tutte queste cose che purtroppo molti dei miei figli mettono al primo posto, cioè le cose di questa terra, “tutto scomparirà”, scomparirà tutto ciò che noi mettiamo al primo posto che non sia l’amore, “e resteranno solo l’amore e le opere dell’amore”.

L’amore e le opere dell’amore “vi apriranno le porte del Paradiso, Io vi attenderò presso quelle porte perché voglio abbracciare tutti i miei figli”.

Cerchiamo di guardare nel nostro zaino, siamo pellegrini verso l’eternità, siamo pellegrini verso la morte, o se vogliamo verso il passaggio fatale, verso il passaggio di quel confine oltre il quale incomincia l’Eternità! Quando arriveremo ai confini dell’Eternità, ricordiamoci, guardiamo cosa abbiamo nello zaino, là c’è la dogana; tutto ciò che abbiamo nello zaino che non sia l’amore e le sue opere, dovremo svuotarlo e di là nello zaino porteremo soltanto l’amore e le opere d’amore.

Allora, sbrighiamoci a svuotare lo zaino dalle cose inutili o addirittura dalle cose cattive. Riempiamo lo zaino di amore, di solidarietà, di bontà, di opere buone, piccole o grandi che siano, ma che con disponibilità e atteggiamento di bontà dobbiamo mettere nel cuore all’inizio della giornata, per diffonderlo tutto il giorno. Così, cari amici, riempiamo il nostro zaino di ciò che porteremo nell’aldilà e di cui gioiremo per tutta l’Eternità.

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Delitto di Ancona, siamo “pronti” a che i nostri figli diventino assassini?

Posté par atempodiblog le 14 novembre 2015

Delitto di Ancona, siamo “pronti” a che i nostri figli diventino assassini?
di Davide Tartaglia – Il Sussidiario.net

omicidio di ancona

“Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti”.

Queste parole di Philip Roth, da Pastorale Americana, sono le prime che mi sono venute in mente di fronte allo strazio imponderabile che ha improvvisamente raggiunto una tranquilla famiglia di Ancona. Una famiglia per bene: Fabio Giacconi, quarantanovenne sottufficiale dell’Aeronautica, ridotto ad un’agonia ormai senza speranze, e Roberta Pierini, sua moglie, uccisa da due colpi di pistola esplosi dall’appena maggiorenne Antonio Tagliata, fidanzato della figlia Martina, ragazza di soli sedici anni e presunta complice del suo amato.

Nel romanzo sopracitato dello scrittore statunitense, la follia omicida della giovane Merry si abbatte su un piccolo ufficio postale del paese uccidendo due uomini, come protesta contro l’insopportabile America degli anni sessanta, contro la guerra in Vietnam, probabilmente contro se stessa e la sua idiosincratica insicurezza, evidenziata da una balbuzie inguaribile. Probabilmente verso suo padre Seymour Levov, il padre perfetto, l’uomo che incarnava il sogno americano del successo, della tranquillità familiare, del benessere come paradiso terrestre. Quello del vecchio Levov è un risveglio brusco. La follia omicida della giovane figlia lo costringe a fare i conti con la morte, con l’imprevedibilità del destino, innanzitutto con la domanda di senso sul dolore, sul tempo, sul nulla. Domande che il vecchio aveva definitivamente espulso dalla sua vita programmata, costruita e oliata alla perfezione.

Ma nemmeno questa possibilità è stata concessa alla coppia di mezz’età marchigiana. Il giovane Tagliata, quello che sarebbe potuto essere il loro genero, il loro unico genero, li ha lasciati in una pozza di sangue senza nemmeno il tempo di porsi quell’ultima domanda, quella più terribile ed essenziale: “cosa ci facciamo qui?”, “a chi abbiamo dato la nostra vita?”, “a chi affidare quest’ultimo respiro?”.

Forse a Fabio, in coma irreversibile, sarà dato il tempo di quest’ultimo passo, il tempo di un’ultimo barlume di coscienza nel pallore delle mura dell’ospedale. Fabio, come tutti i padri del mondo, desiderava il meglio per la sua bambina. Fabio, come i padri di tutti i tempi, desiderava il miglior uomo al fianco della sua piccola. E forse Antonio non rispondeva proprio al canone del maresciallo. Il ragazzo di cui si era innamorata la giovane Martina aveva alle spalle una famiglia turbolenta, un passato oscuro. Forse troppo oscuro da sopportare anche per un ragazzo dalla scorza tanto apparentemente dura quanto profondamente fragile come Antonio.

Antonio Tagliata ha i capelli da bullo della scuola, da chi si difende da solo dai colpi della vita, e come unica arma ha le nocche della mano che allena con la boxe; e chissà, chissà cos’aveva visto negli occhi di Martina, chissà quale possibilità, chissà quale destino lontano dalla durezza della strada e dalla violenza a cui il padre l’aveva abituato. Lo stesso destino che ognuno di noi ha immaginato dentro ogni amore, anche quello più passeggero e flebile, anche dentro l’infatuazione adolescenziale che durava appena gli ultimi venti giorni di agosto. Ma sarebbero stati felici, ne erano certi Antonio e Martina. Perlomeno erano certi che avrebbero fatto di tutto per esserlo, lo esigevano a tutti i costi. Lo esigeva il loro amore. Lo esigeva la loro libertà impazzita. Fino al corto circuito. Fino a quell’insana idea, che come un virus avrà assalito l’intreccio amoroso dei giovani. Una linea sottile, superata la quale l’io sembra diventare onnipotente, padrone ultimo di sé e dell’altro: “uccidiamoli, saremo finalmente liberi, io e te. E nessun altro. Poi ce ne andremo, senza sapere bene né dove, né come, né quando”.

La pistola procurata chissà come — da un nomade di dubbia provenienza, confessa Antonio —, gli otto colpi (Martina ricorda perfettamente il numero, due sulla madre, sei sul corpo del padre che fuggiva verso il balcone alla ricerca di aiuto) e poi il vortice del non senso, del vuoto, del nulla. Il sogno crivellato in quegli otto colpi. Al silenzio dei due killer pian piano si sostituisce il chiacchiericcio dei media. Il tribunale degli spettatori con pop-corn e Coca Cola, noi, quelli aldilà dello schermo.

Senza rendersi conto che questo non è un film. Senza rendersi conto che un fatto del genere non si liquida con qualche commento come quello della folla che fila via dal multisala, prendendo la parte di uno dei protagonisti; questa è realtà. E questa è una tragedia che riguarda tutti. Girando per i social network si percepisce subito chiaro che lo scivolamento nella soap opera o nel compatimento pietistico è la conseguenza di un atteggiamento a monte, l’atteggiamento di una strenua difesa. Per arginare l’ombra spaventosa dell’incomprensione, dello sconcerto, della terra che ci frana sotto i piedi. La difesa della nostra vita tranquilla, della nostra vita di onesti lavoratori, di figli accondiscendenti e ubbidienti, di genitori accoglienti.

La difesa dal rischio di doversi accorgere che in fondo non siamo proprio quello che pensiamo di essere, di scoprire che la tragedia di Martina, Antonio, Fabio e Roberta è la tragedia di ognuno di noi. E’ irresistibile la tentazione di prendere il nostro male, estirparlo e riversarlo nei corpi perforati e ormai inermi dei due genitori o nei corpi svuotati dei due giovani. 

E’ irresistibile la tentazione di rifiutare l’accaduto come qualcosa che in fondo non ci interessa, ridurlo a qualcosa di esterno, che riguarda “loro”, che riguarda quegli efferati assassini, ragazzi senza speranza, o al massimo riguarda i loro genitori, troppo duri e irreprensibili. Senza renderci conto che, se anche ognuno nella propria barricata, in fondo ci troviamo tutti nello stesso angusto recinto.

Ma quegli efferati assassini, questa volta, sono proprio i nostri ragazzi.

Martina andava a scuola tutti i giorni, senza mai saltare un’ora di lezione all’Iis Vanvitelli Stracca Angelini. Sedeva affianco ai nostri figli, faceva ginnastica insieme a loro, prendeva l’autobus, tornava a casa, andava al cinema e sognava una famiglia. Il vuoto di Antonio e Martina è il nostro vuoto.

Il peccato di Antonio e Martina è il nostro peccato. Dice il testo di una canzone: “non è morto il male nel mondo e noi tutti lo possiamo fare, non è difficile essere come loro”. Si riferiva ai criminali dei campi di sterminio di Auschwitz, penso che ripeterebbe oggi le stesse parole.

E’ questa la nostra tentazione, quella di chiudere la partita, di circuire l’ignoto, di bloccare l’imponderabile prima che venga a bussare alle porte della nostra vita borghese, chiedendoci che cosa speriamo, chiedendoci cosa salva il rapporto con i nostri genitori, con i nostri figli; chiedendoci su che cosa abbiamo fondato il breve tempo che ci è concesso su questa terra.

Ma se vogliamo vivere da uomini, se vogliamo che quei corpi non siano caduti invano, se vogliamo nutrire la speranza che ci sia un destino buono anche per la gioventù irrimediabilmente spezzata di quei due ragazzi, non possiamo perdere l’occasione di lasciarci interrogare fino al midollo dalla crudezza dello strazio che ha investito queste due famiglie.

Non possiamo perdere l’occasione di chiederci che cosa può salvarci e metterci nelle condizioni di stare di fronte all’incomprensibilità del dolore e della tragedia di tutti noi.

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L’anticristianesimo in mostra

Posté par atempodiblog le 13 novembre 2015

L’anticristianesimo in mostra
di Giuliano Guzzo

guzzo

Niente visita alla mostra «Bellezza Divina» in corso a Palazzo Strozzi, a Firenze, per i bambini della scuola elementare Matteotti, importante presidio alle porte del centro: è per venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche dato il tema religioso della mostra, fanno sapere dal consiglio interclasse con cui è stata presa la decisione. Intanto a Lucca, dal 21 novembre prossimo, prenderà il via una mostra fotografica Photolux con esposto anche Andres Serrano, autore di «Piss Christ» («Cristo di piscio», letteralmente), una fotografia del 1987 che mostra un Crocifisso immerso nell’urina: ma di scuole che abbiano escluso di voler visitare questa seconda mostra – che pare abbia persino il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo, oltre che del Comune di Lucca e della Provincia – al momento non si ha notizia.

Sono i piccoli ed enormi paradossi di questo tempo apparentemente dominato da variopinto pluralismo ma in realtà estremamente coordinato, persino conformista, quando si tratta di esibire ostilità al Cristianesimo. Come si spiega il fenomeno? Certamente gli errori – gli orrori, in alcuni casi – di alcuni uomini di Chiesa possono aver generato in molti ostilità verso la religione cristiana. Ma l’atteggiamento ben più benevolo che il mondo della cultura – lo stesso che non fa mistero del proprio anticristianesimo – per esempio riserva generalmente al comunismo, dei cui orrori non si è mai parlato abbastanza a dispetto delle decine di milioni di vittime innocenti, conferma come il problema sia di altra natura e come le colpe che si rimproverano ai cristiani, più che altro, siano pretesti dietro ai quali serpeggia altro.

Su cosa esattamente sia questo “altro” si potrebbero scrivere libri, ma voglio azzardare un’ipotesi per spiegare contemporaneamente l’ostilità laica, per così dire, al Cristianesimo e lo scarso attaccamento di cui non di rado gli stessi cristiani, in nome del Dialogo – divinità nuova ma sostenuta da devozione fervente -, danno prova rispetto al proprio Simbolo.

L’ipotesi, in sé semplice, è che ancora oggi ci si vergogna di Gesù Cristo. Così come duemila anni fa venne preso a bastonate e sputi oggi la Sua immagine viene vilipesa, e come allora i suoi, a partire da Pietro, si vergognarono di Lui lasciandolo solo oggi è più facile incontrare battezzati inclini a spiegare quanto siano belli amore e perdono, o persino a sconsigliare mostre dal sapore cristiano, piuttosto che pronti a ripetere senza esitazione chi sia, Lui solo, «la Via, la Verità e la Vita».

Se siamo insomma al punto in cui siamo, con l’anticristianesimo dentro e fuori le mostre, non è per un deficit di cultura democratica o per una sovrabbondanza di egoismo; né c’entrano la scarsa conoscenza della Costituzione o il tramonto delle buone maniere. Il guaio è difatti più serio e deriva dal fatto che l’uomo – dalla Giudea all’Unione Europea – in fondo non è poi così cambiato. C’è sempre una immensa difficoltà a fare i conti con Gesù perché Costui non è entità astratta e non può essere liquidato come questione filosofica, essendo stato un uomo convinto di essere il Figlio di Dio; non ha detto “amico”, “simpatizzante”, “emissario”, no: ha preteso di essere proprio il Figlio di Dio. E il fatto che per questo abbia accettato una morte orrenda mentre invece l’uomo non riesce ad accettare neppure una vita agiata senza sperimentare tormenti, disturba. Lasciando intatta la stessa domanda di allora: «Quid est veritas?».

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