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Il gigante egoista

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2015

Il gigante egoista
di Oscar Wilde – Il principe felice e altri racconti

il gigante e Gesù

Tutti i pomeriggi, quando uscivano dalla scuola, i bambini avevano l’abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante.

Era un giardino spazioso e bello, con morbida erba verde. Qua e là sull’erba si trovavano bei fiori come stelle e vi erano dodici peschi che a primavera si aprivano in delicate infiorescenze rosa e perla e in autunno portavano ricchi frutti. Gli uccelli posati sugli alberi cantavano in così dolci suoni che i bambini solevano interrompere i loro giochi per ascoltarli. – Come siamo felici qui! – gridavano l’un l’altro.

Un giorno il Gigante fece ritorno. Era stato a far visita al suo amico orco di Cornovaglia e si era fermato da lui per sette anni. Una volta trascorsi i sette anni aveva detto tutto quello che aveva da dire, dato che la sua conversazione era limitata e così decise di rientrare al proprio castello. Quando tornò vide i bambini che giocavano nel giardino.

– Che cosa state facendo qui? – urlò con voce molto altera e i bambini fuggirono.

– Il giardino mio è il giardino mio, – disse il Gigante; – chiunque può capirlo e io non permetterò che nessuno ci giochi al di fuori di me –. Così vi costruì intorno un alto muro ed espose un cartello:

I TRASGRESSORI SARANNO PERSEGUITI PER LEGGE.

Era un Gigante molto egoista.

I poveri bambini ora non avevano dove giocare. Provarono a giocare sulla strada, ma la strada era piena di polvere e di duri sassi, e a loro non piaceva. Solevano girovagare attorno all’alto muro quando le lezioni erano finite e parlare di quel bel giardino là dentro. – Come eravamo felici là, – dicevano l’un l’altro.

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Poi venne la Primavera e il paese fu pieno di uccellini e boccioli. Solo nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Là gli uccelli non avevano voglia di cantare perché non c’erano bambini e le piante si dimenticavano di fiorire.

Una volta un bel fiore mise la testa fuori dal prato, ma quando vide il cartello fu così addolorato per i bambini che si immerse di nuovo nel terreno e si rimise a dormire. Gli unici a essere contenti erano Neve e Gelo. – La primavera ha dimenticato questo giardino, – esclamarono, – e così noi vivremo qui per l’intero anno –. La Neve coprì il prato con il suo grande manto bianco e il Gelo dipinse d’argento tutti gli alberi. Poi invitarono il Vento del Nord a stare con loro e lui accettò. Era impellicciato e ululava tutto il giorno per il giardino e soffiando buttava giù i comignoli. – Questo è un ottimo posto, – diceva. – Bisogna chiedere alla Grandine di farci visita.

Così venne la Grandine. Tutti i giorni per tre ore tamburellava sul tetto del castello, tanto da rompere la maggior parte delle tegole e poi correva tutto intorno per il giardino quanto più forte poteva. Era vestita di grigio e il suo respiro pareva ghiaccio.

– Io non riesco a capire perché la primavera stia arrivando così tardi, – diceva il Gigante Egoista mentre sedeva alla finestra a guardare il freddo giardino bianco. – Spero che ci sia un cambiamento del tempo.

Ma la Primavera non arrivò mai e nemmeno l’Estate. L’Autunno portò frutti d’oro a ogni giardino, ma al giardino del Gigante non ne portò. – È troppo egoista, – disse. Per questo motivo, là era sempre Inverno e il Vento del Nord e la Grandine e il Gelo e la Neve ballavano tra gli alberi.

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Un mattino il Gigante se ne stava a letto sveglio, quando udì una piacevole musica. Quel suono era tanto dolce per le sue orecchie che pensò fossero i musici del Re che passavano di là. In realtà era solo un fanello che cantava davanti alla sua finestra, ma da così tanto tempo non sentiva cantare un uccello nel suo giardino che gli sembrò fosse la musica più bella del mondo. Allora la Grandine smise di danzargli sulla testa e il Vento del Nord cessò di ululare e un delizioso profumo lo raggiunse attraverso gli scuri aperti. – Penso che alla fine sia arrivata la Primavera, – disse il Gigante; e saltò giù dal letto a guardar fuori.

Che cosa vide?

C’era una vista meravigliosa. Da un piccolo buco nel muro erano scivolati dentro i bambini e stavano seduti sui rami degli alberi. Su ciascuno degli alberi che riusciva a vedere c’era un bambino. E ad avere di nuovo dei bambini, gli alberi erano così felici che si erano coperti di germogli e muovevano gentilmente le braccia sopra il loro capo. Gli uccelli volavano là intorno e gorgheggiavano gioiosi e i fiori occhieggiavano dal verde dei prati e ridevano. Era una bella scena, solo in un angolo era ancora inverno. Era l’angolo più lontano del giardino e là se ne stava in piedi un bimbetto. Era così piccolo che non arrivava ai rami dell’albero e gli stava girando intorno piangendo amaramente. La povera pianta era ancora coperta di gelo e neve e il Vento del Nord le soffiava e ululava addosso. – Arrampicati, piccino! – diceva l’Albero e curvava i rami quanto poteva; ma il ragazzino era troppo piccolo.

E il cuore del Gigante si sciolse quando guardò fuori. – Come sono stato egoista! – disse. – Ora so perché qui non veniva la Primavera. Metterò quel povero ragazzino in alto sull’albero e poi abbatterò il muro e il mio giardino sarà per sempre il campo di gioco dei bambini. Per sempre –. Era realmente molto dispiaciuto per quello che aveva fatto.

Così scese di nascosto le scale e aprì in silenzio la porta principale e uscì nel giardino. Ma quando lo videro, i bambini ne furono così spaventati che scapparono via e nel giardino ritornò inverno. Solo il bambinetto non scappò, perché aveva gli occhi così pieni di lacrime che non vide il Gigante avvicinarsi. E il Gigante gli girò dietro pian piano, lo prese in mano delicatamente e lo posò sull’albero. E l’albero si mise di colpo a fiorire e gli uccelli vennero a cantare là sopra e il bambinetto distese le braccia e cinse il collo del Gigante e lo baciò. E gli altri bambini, quando videro che il Gigante non era più cattivo, ritornarono di corsa e con loro arrivò la Primavera. – Ora è il vostro giardino, bambini, – disse il Gigante e prese una grande scure e buttò giù il muro. E a mezzogiorno, quando stava andando al mercato, la gente trovò il Gigante che giocava con i bambini nel giardino più bello che avessero mai visto.

Giocarono per tutto il giorno e alla sera ritornarono dal Gigante per salutarlo.

– Ma dov’è il vostro piccolo compagno? – egli disse. – Il bambino che ho messo sull’albero –. Il Gigante voleva bene più a lui perché l’aveva baciato.

– Non lo sappiamo, – risposero i bambini. – È andato via.

– Dovete dirgli di stare tranquillo e venire domani, – disse il Gigante. Ma i bambini dissero che non sapevano dove abitasse e prima non l’avevano mai visto; e il Gigante si sentì molto triste.

Tutti i pomeriggi, finita la scuola, i bambini venivano a giocare con il Gigante. Ma il bambinetto a cui il Gigante voleva bene non fu mai più rivisto. Il Gigante era molto cortese con tutti i bambini, ma desiderava quel suo primo piccolo amico e spesso parlava di lui. – Come mi piacerebbe vederlo! – soleva dire.

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Passarono gli anni e il Gigante diventò molto vecchio e debole. Non poteva più giocare e così stava su un seggiolone a guardare i bambini che giocavano e ammirava il suo giardino. – Ho molti bei fiori, – diceva, – ma i bambini sono i fiori più belli.

Una mattina d’inverno guardò fuori dalla sua finestra mentre si stava vestendo. Ora non odiava più l’Inverno perché sapeva che era solo la Primavera addormentata e che i fiori stavano riposando.

All’improvviso si strofinò gli occhi per lo stupore e rimase a guardare… a guardare… Era certo una visione meravigliosa. Nell’angolo più lontano del giardino c’era un albero tutto coperto di belle gemme bianche. I suoi rami erano tutti d’oro e ne pendevano frutti d’argento e là sotto c’era il ragazzino a cui aveva voluto bene.

Il Gigante scese con grande gioia per le scale e uscì nel giardino. Si affrettò ad attraversare il prato e si accostò al fanciullo. E quando gli fu vicino, diventò rosso in volto per l’ira e disse: – Chi ha osato ferirti? –. Perché sulle palme delle mani del fanciullo c’erano i segni di due chiodi e i segni di due chiodi erano pure sui piccoli piedi.

– Chi ha osato ferirti? – gridò il Gigante. – Dimmelo, che io possa sguainare la spada e ucciderlo.

– Ma no! – rispose il fanciullo. – Queste sono le ferite d’Amore.

– Chi sei tu? – chiese il Gigante. Uno strano timore lo invase ed egli cadde in ginocchio davanti al fanciullo.

E il fanciullo sorrise al Gigante e gli disse: – Tu mi hai fatto giocare una volta nel tuo giardino, oggi verrai tu con me nel mio, che è il Paradiso.

E quando quel giorno i bambini corsero là, trovarono sotto l’albero il Gigante che giaceva morto, tutto coperto di petali bianchi.

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La confessione del Papa: «Mi sono sentito usato»

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2015

La confessione del Papa: «Mi sono sentito usato»
Francesco parla dell’amicizia, dell’ambiente e dei fondamentalismi durante la prima intervista a una radio indipendente e non confessionale (FM Milenium) dell’Argentina
di Andrès Beltramo Álvarez – Vatican Insider

papa francesco

«Mi sono sentito usato da persone che si sono presentate come amiche e che io forse non avevo visto più di una o due volte in vita mia. Hanno usato questo per il loro vantaggio». Una confessione onesta di Papa Francesco sull’amicizia utilitaria. «A me, questo fa male», ha detto durante la prima intervista a una radio indipendente e non confessionale, FM Milenium dell’Argentina. Il dialogo è stato trasmesso ieri, domenica 13 settembre, a Buenos Aires.

Un’ora circa di conversazione tra Francesco e un suo amico da più di 15 anni: Marcelo Figueroa. Presbiteriano, si erano conosciuti nei tempi quando lui era il direttore delle Società Bibliche Argentine. Da allora hanno alimentato un’amicizia che è riuscita a sopravvivere anche nei momenti più difficili, come la malattia. «Diálogos para el encuentro» (dialoghi per l’incontro) è il nome del programma che si può ascoltare tutte le domeniche pomeriggio, sulla frequenza 106.7 FM.

«Non ho mai avuto tanti ‘amici’ come adesso. Tutti sono amici del Papa. L’amicizia è qualcosa di molto sacro. Lo dice la Bibbia: ‘abbi uno o due amici’. Prima di considerare amico qualcuno, lascia che il tempo lo metta alla prova, per vedere come reagisce davanti a te», ha detto Jorge Mario Bergoglio, prima di chiarire che tutti vivono l’esperienza dell’amicizia utilitaria.

«L’amicizia è accompagnare la vita dell’altro da un presupposto tacito. In genere, le vere amicizie non devono essere esplicitate, succedono, e poi è come se si coltivassero. Al punto di far entrare l’altra persona nella mia vita come sollecitudine, come buon auspicio, come salutare curiosità di sapere com’è lui, la sua famiglia, i suoi figli», ha aggiunto.

Secondo il Pontefice, bisogna saper distinguere l’amicizia da altre forme di relazione come quella che si instaura tra colleghi. Anche se sono passati mesi o anni, ha spiegato, quando uno si ritrova con un amico si sente come se il tempo non fosse trascorso.

«Noi uomini, per il nostro peccato, per la nostra debolezza, fomentiamo la cultura dell’inimicizia. Dalla guerra fino alle chiacchiere di quartiere, o al lavoro. Uno degrada, calunnia o diffama l’altro con molta libertà, come se fosse la cosa più naturale al mondo, anche se non fosse vero, soltanto per avere un posto più potente o qualcos’altro», ha spiegato.

Francesco ha anche detto che, di fronte a questa tendenza all’inimicizia, bisogna spingere «l’amicizia sociale», che per lui si chiama «cultura dell’incontro». Ha anche riconosciuto che agli esseri umani «piace molto» diventare dei giudici per marcare le distanze, ma, ha ricordato, l’unico giudice è Dio.

Poi ha parlato del dialogo interreligioso, riconoscendo che ogni confessione ha il proprio «gruppetto di fondamentalisti», il cui «lavoro» è distruggere per un’idea, non per la realtà. Ha spiegato che questi fondamentalisti «allontanano a Dio dalla compagnia del suo popolo» e lo trasformano in un’ideologia. «Allora, nel nome di quel Dio ideologico, uccidono, attaccano, distruggono, calunniano. Per essere un po’ pratici, trasformano questo Dio in un idolo», ha ribadito.

E poi ha riflettuto sulla stessa idea, osservando che c’è oggi «un’oscurità trasversale», che nasconde l’orizzonte dell’umanità, rinchiude in delle ideologie e costruisce delle mura che impediscono l’incontro. «Metto un muro invece di tendere un ponte e lì l’amicizia dei popoli non può darsi», ha detto.

Ha anche parlato del suo rapporto con i fedeli, rivelando il bisogno che sente di avvicinarsi perché la gente lo rivitalizza, raccontandogli le sue pene, e lui riceve tutti. Ed è questo che devono essere i preti: dei ponti, ha spiegato, e che per quello si chiamano «pontefici». «Quando abbraccio la gente, è Gesù che abbraccia me! Ricevo una vita contenta, allegra, una testimonianza…».

«Quando un prete si isola, nella sua postura ieratica o nella sua postura legalista, o nella sua postura da principe – quando dico prete, dico vescovo, Papa…. – quando si allontana – ha scandito Francesco -, incarna in certa maniera quei personaggi ai quali Gesù dedica tutto il capitolo 23 del Vangelo di Matteo. Quei legalisti, farisei, sadducei, dottori della legge che si sentivano dei puri».

Si è anche detto «pescatore» e ha ammesso che deve lottare costantemente contro i suoi egosimi. E ha rivelato che tutto il buono che ha è stato un regalo; a volte si rivolge a Gesù e dice: «Ma dai, è tanto buona la gente, come pensa, quanto buona che è!».

Più avanti ha anche parlato del rapporto dell’essere umano con l’ambiente; purtroppo, ha detto, non sempre l’uomo è «amico» del creato, perché speso tratta la natura come il suo «nemico peggiore». E si è spiegato meglio ricordando che Dio ha detto: «Crescete, moltiplicatevi, dominate la terra, prendetevi cura della terra! Ma arriva un momento nel quale l’uomo si sente padrone, va oltre quello che vuol dire prendersi cura della terra e la tralascia. E così crea un’incultura, perché abusa della natura».

Figueroa, l’intervistatore, ha fatto una domanda sul capitolo due della «Laudato sì», dove Francesco denuncia un sistema che alimenta il degrado dell’ambiente, un sistema corrotto e perverso.

Al riguardo, il Papa ha spiegato: «È un sistema che, per il guadagno (perché in fondo c’è il guadagno, l’agnello e sempre d’oro, l’idolo è d’oro e si trova nel centro)… L’uomo è stato spostato dal centro e lì c’è il denaro. Non si ha in considerazione il creato, e tra esso l’uomo. La schiavitù, il lavoro schiavo, non prendersi cura del creato, non prendersi cura del re del creato. Cioè, abbiamo un rapporto cattivo con il creato in questo momento».

E ha aggiunto: «Ricordo la frase di un dirigente politico molto importante nel mondo: ‘Non si tratta di prendersi cura del creato per formare un mondo migliore per i nostri figli, perché non ci sarà’. Se continuiamo a questi ritmi, non ci sarà. Si tratta di prendersi cura del creato per questo momento. Siamo di fronte all’irreversibile, ed è tragico. E, d’altra parte, non è invincibile (quest’ingiustizia, ndr), perché, anche se arrivasse la catastrofe, io credo nella terra nuova e nei cieli nuovi. Ho speranza e so che il creato sarà trasformato».

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Storie di filo spinato

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2015

Storie di filo spinato
Escludere, segregare. Ieri le mandrie della prateria, oggi profughi e migranti. In mezzo, le guerre
di Roberto Reja – Il Foglio

filo spinato
Barriere difensive sulla costa sud dell’Inghilterra durante la Seconda guerra mondiale. Due bambine guardano il mare al di là della rete di filo spinato

Da qualche tempo, la sera, finito il lavoro nella fattoria – perché a sessant’anni si dava ancora da fare nella sua proprietà, seicento ettari di terra vicino alla cittadina di DeKalb, in Illinois – da qualche tempo Joseph F. Glidden si rigirava con una certa cautela tra le mani quel filo di ferro intorno al quale aveva stretto altri piccoli pezzi di filo di ferro ritorti e tagliati obliquamente alle due estremità come minuscoli stiletti. Era un’idea che aveva appena cominciato a circolare, un marchingegno semplice che sembrava promettere un impiego efficace come recinzione: per tenere lontani gli animali allo stato brado dai terreni coltivati, per tenere chiusi e controllati i propri allevamenti. Ma c’era qualcosa che ancora non andava, ed era il motivo per cui Glidden si rigirava quel rosario di spine tra le mani: il filo di ferro liscio, era già stato sperimentato, si deformava e si allentava quando batteva forte il sole, e quei suoi anellini acuminati, per quanto stretti, alla lunga non ne volevano sapere di stare fermi. Doveva esserci una soluzione, lo spronava anche la moglie Lucinda. Va detto che nemmeno la prima sera, comunque, Glidden aveva usato per i suoi esperimenti le forcine per i capelli di lei, come si sarebbe ricamato più tardi. Verosimile, invece, che Lucinda gli chiedesse con insistenza un rimedio per gli animali che entravano liberamente nel giardino e le rovinavano piante e fiori. La soluzione arrivò, altrettanto semplice e anche per questo a suo modo geniale: un secondo filo di ferro intrecciato al primo, che garantiva una maggiore robustezza all’insieme e manteneva fisse le punte di ferro. Non era il primo, anche se per gli altri si trattava soprattutto di tentativi, non era nato dal niente, ma era quello il filo spinato che conosciamo ancora oggi.

Come le spine che proteggono un fiore: ci avevano provato con delle siepi di rovi, ma occorrevano quasi cinque anni perché crescessero. Come una corona di spine, se lo si guarda da un’altra prospettiva, tanto che non passò molto tempo dalla sua invenzione perché fosse chiamato “corda del diavolo”. Nodo e chiodo insieme. Pochi oggetti hanno una storia così controversa, un’immagine e un significato tanto negativi per l’uso che se n’è fatto. Perché nonostante la sua minaccia sia ben visibile e i suoi effetti per questo evitabili, il filo spinato è diventato da tempo, ormai, la raffigurazione stessa dell’oppressione. Più inquietante, sempre, di un muro. Limite che fa la voce grossa, che sottolinea con il suo carico simbolico i compiti che gli sono affidati: escludere o segregare. E pochi oggetti hanno una storia così lunga, sempre uguali a se stessi o appena evoluti nella macabra efficienza: le lame saldate di oggi al posto delle spine. Dalle praterie americane di fine Ottocento, per tenere a bada le bestie, ai confini dell’Ungheria, per fermare profughi e migranti, dalle frontiere di inconciliabili nemici, in medio ed estremo oriente, a quelle che dividono paesi poveri da altri ricchi, nelle Americhe. Sui muri di cinta delle caserme, nelle carceri a garantire (o solo a suggerire) la massima sicurezza. In certi paesi a isolare quartieri, a delimitare benessere e malessere sociale.

Semplice, economico, sufficientemente efficace per ciò che gli si chiede: così si spiega la longevità del filo spinato, che dopo quasi un secolo e mezzo sopravvive in tempi in cui un computer diventa obsoleto in pochi anni. Talmente semplice, anzi, che si potrebbe pensare sia nato molto prima di quel 24 novembre 1874 in cui Glidden ottenne il brevetto per la sua invenzione. L’avevano preceduto per la verità due francesi e un americano del New Jersey negli anni Sessanta con tentativi più rudimentali: punte da applicare nella parte superiore delle recinzioni in legno per evitare che fossero scavalcate, dunque per ragioni di sicurezza, più che di contenimento del bestiame, e altri tre americani, che volevano ovviare alla scarsità di pietra e legname per i recinti tradizionali, ma i cui prodotti non arrivarono mai a essere commercializzati.

Nell’autunno del 1873, un ulteriore esperimento, una striscia di legno chiodato da fissare a un filo come deterrente per il passaggio del bestiame, è in mostra alla fiera annuale della contea di DeKalb. Glidden e due amici, un taglialegna e un commerciante di ferramenta, ne rimangono colpiti. Tempo sei mesi e ciascuno dei tre presenta un suo progetto all’ufficio brevetti. Quello vincente è di Glidden. L’agricoltore, che da giovane avrebbe voluto fare l’insegnante, s’è ingegnato: i primi venti metri li ha prodotti aiutandosi con un macinino da caffè. Ma ora deve pensare più in grande. Studia una macchina per la produzione del filo spinato in larga scala, entra in società con Isaac L. Ellwood, il commerciante di ferramenta, e insieme fondano la Barb Fence Company. Start-up da manuale: il filo spinato ha un immediato successo, e i profitti crescono. Dalle 4.500 tonnellate del 1875 la produzione (ripresa poi dall’American Steel and Wire Company e all’inizio del Novecento dalla United States Steel) passa alle 135.000 del 1901. Glidden l’anno successivo vende la sua quota nell’azienda per 60.000 dollari alla Washburn and Moen Manufacturing Company di Worcester, Massachusetts, mantenendo le royalty del suo brevetto. Diventerà uno degli uomini più ricchi d’America.

L’America, negli anni immediatamente precedenti, sembrava essersi fermata sulla soglia del Mississippi. Dal fiume alle Montagne Rocciose si stendeva quello che veniva spesso definito il Grande deserto americano, un oceano d’erba abitato principalmente da nativi americani e da cowboy con le loro mandrie da portare dal Texas verso gli snodi ferroviari per i mercati del nord-est. Ma alla metà del secolo prese piede l’idea che gli Stati Uniti dovessero espandersi da costa a costa, e a muoversi verso ovest dovevano essere gli agricoltori, perché erano loro, a differenza degli allevatori, che potevano costituirsi in comunità e dar vita a insediamenti permanenti. Nel 1862 il presidente Lincoln firmava lo Homestead Act: la legge concedeva a ogni cittadino il diritto di proprietà su 80 ettari di terra pubblica, a condizione che li coltivasse e che vi si stabilisse per almeno cinque anni. La terra era fertile, ma le coltivazioni erano minacciate dai bovini allo stato brado, dalle mandrie di passaggio. I recinti di filo spinato contribuirono anche più della ferrovia, che nel 1869 aveva realizzato il primo collegamento transcontinentale, alla conquista della prateria e del West. L’impresa lasciò sul campo molte vittime: gli indiani d’America, costretti ad arretrare e chiusi nelle riserve; i bisonti, che erano la loro principale fonte di sostentamento, a un passo dall’estinzione; l’impero del bestiame, fondato sul pascolo libero, sull’“open range”, la legge non scritta del libero accesso all’erba e all’acqua, fortemente penalizzato. E in più la conquista significò la morte di un mito americano, quello del cowboy.

“Perché hai lasciato il Texas, non c’è anche là la prateria a perdita d’occhio?”, chiede un giovane al disincantato Dempsey Rae, Kirk Douglas nel western di King Vidor “L’uomo senza paura”. “Certo”, risponde con malinconia il cowboy, che ha trovato lavoro nel Wyoming dopo che suo fratello è morto a causa di una lite per la “corda del diavolo”, “ma là hanno messo il filo spinato. Prima era tutto aperto, fin dove arrivava lo sguardo, fin dove un cavaliere poteva andare o guidare la sua mandria. Niente poteva fermarti, nessun ostacolo”. Dopo il 1880, lo scontro tra vaccari e coloni si fece più duro: i bovini morivano, i cowboy tagliavano i recinti, una foto dell’epoca ce li mostra con in mano una cesoia, il volto celato da una maschera bianca. E qualche volta nella guerra del filo spinato ci scappava il morto. Sono di questo periodo le voci e gli aneddoti sulla signora Glidden, che Alan Krell, autore nel 2002 di “The Devil’s Rope – A cultural history of barbed wire”, ritiene una spolverata di femminilità tesa a ingentilire l’invenzione di un oggetto che nell’immaginario aveva già preso una piega piuttosto cupa. Niente, naturalmente, a confronto di quanto sarebbe successo dopo, quando l’avrebbero usato non più per le bestie ma per gli uomini.

Le prime tracce di un impiego del filo spinato in guerra risalgono al conflitto ispanico-americano del 1898: le truppe americane lo adoperano per proteggere i loro accampamenti. Durante la guerra russo-giapponese del 1904-1905 assumono grande importanza per entrambe le parti le fortificazioni temporanee. Réginald Kann, inviato francese tra le postazioni russe, vede “reti di fil di ferro e fili spinati, bocche di lupo semplici e con paletti, disposte su quattro file; mine interrate ad accensione elettrica, in una parola tutti i tipi standard di difesa erano stati utilizzati dando alle postazioni un aspetto formidabile”. Già l’anno successivo a quel conflitto lontano, un ufficiale francese può scrivere che “le difese accessorie riconosciute come le più efficaci per la guerra di campagna sono le reti di fil di ferro. Pressoché invalicabili e invulnerabili al fuoco dell’artiglieria, esse rappresentano l’ostacolo più serio per l’assalitore”.

Tutto vero, se applicato a buona parte della guerra che sarebbe scoppiata di lì a meno di un decennio. In realtà, nonostante quelle note premonitrici, nonostante il filo spinato fosse nominato nel regolamento dell’esercito britannico fin dal 1888, i reparti che andarono in combattimento nell’estate del 1914 non ne erano muniti, perché quasi tutti, dagli alti comandi in giù, si aspettavano una guerra rapida, su fronti mobili, che sarebbe durata al più tardi fino a Natale. Fu all’inizio dell’autunno, quando si scavarono le prime trincee, che i soldati cominciarono a usarlo recuperandolo alla meglio dai villaggi vicini. Ma ci si rese subito conto dell’efficacia di una tale barriera protettiva e l’industria prese a produrre filo spinato specificamente per uso bellico: quello utilizzato fino a quel momento nei campi aveva di regola sette coppie di spine per metro, mentre il nuovo tipo militare veniva realizzato con quattordici o più. I fanti lanciati all’assalto ne sperimentarono tutte le insidie.

“Centinaia di morti, molti della trentasettesima brigata, erano sparpagliati come i resti di un naufragio. La maggior parte era morta sul territorio e sulla rete dei fili spinati nemici come dei pesci presi in una rete. Pendevano in posture grottesche. Alcuni sembravano pregare; erano morti in ginocchio e il reticolato aveva impedito la caduta”, scriveva un soldato britannico. Quella del corpo, ancora vivo o morto, aggrovigliato e lacerato tra i fili spinati è un’immagine ricorrente nell’inferno disperante della terra di nessuno. Il corpo del nemico o del compagno d’armi, un corpo talvolta da salvare a rischio della propria vita. (Emotivamente edulcorato nel passaggio dalla persona all’animale e trasferito su un terreno meno gravido di orrore, è uno dei cardini narrativi di “War Horse”, il film del 2011 in cui Steven Spielberg ha raccontato l’epopea di un cavallo negli anni della Prima guerra mondiale: Joey, che si è messo a galoppare all’impazzata sul campo di battaglia, supera le trincee e finisce intrappolato nel reticolo di spine della no man’s land. Il cavallo non ha divisa: un soldato inglese e uno tedesco usciranno timidamente dalle loro trincee per andare a liberarlo).

Nell’arco di poco tempo migliaia di chilometri di filo spinato avvolgono le fortificazioni e marcano la terra di nessuno: un regolamento francese del 1915 stabilisce un minimo di due linee parallele di picchetti a distanza di circa tre metri, uno britannico del ’17 prescrive per un reticolato uno spessore minimo di nove metri. “Idea geometrica geniale, la rete di fil di ferro consiste proprio nel togliere il superfluo, l’imponente, a vantaggio della pura efficacia, svuotando la muraglia difensiva e lasciandone soltanto un sottile scheletro metallico. E’ facile da riparare o da sostituire. Si può lavorare alle reti di notte o con la nebbia…”, scrive Olivier Razac nella sua “Storia politica del filo spinato” (2001). E tuttavia, indipendentemente dal fatto che l’artiglieria sempre più pesante e l’avvento del carro armato avranno in qualche modo ragione anche di questa barriera difensiva, il filosofo francese nota che il filo spinato è sì un aspetto saliente nel ricordo della Grande guerra, “ma nella misura in cui la sua evocazione non condensa, metaforicamente, l’essenziale del senso della guerra, né della guerra di trincea, non si può dire che ne sia diventato un simbolo… Diventerà simbolo universale solo dopo aver assunto un ruolo decisivo al centro stesso della catastrofe moderna, nell’esperienza totalitaria assoluta dei campi di concentramento e di sterminio nazisti”.

Storie di filo spinato dans Articoli di Giornali e News

Nei campi nazisti – già a partire dal primo, Dachau, sorto nel 1933 – il sistema di segregazione è piuttosto omogeneo ed è affidato quasi interamente al filo spinato. Le baracche, le torrette esterne di sorveglianza intervallate ogni ottanta metri, un doppio recinto di fili spinati carichi di corrente elettrica alto circa quattro metri. E’ tutto, o quasi. E’ l’essenziale. E’ il limite, il muro nella sua forma più dispotica: reclude, ha perso ogni valenza protettiva o di difesa, stabilisce una gerarchia indiscutibile (là dove, nelle trincee della Grande guerra, garantiva almeno, nel bene e nel male, la parità dei contendenti). E ancora una volta si può dire economico, facile da installare, facile da smontare e ora anche mortalmente efficace quando è carico di corrente elettrica. Da solo basta a evocare l’universo concentrazionario, e specularmente, una sua falla a negarlo. “La libertà. La breccia nel filo spinato ce ne dava l’immagine concreta”, disse Primo Levi dopo la liberazione da Auschwitz. “Questa espressività – aggiunge Olivier Razac – ha consentito di non riconoscere, quando non si voleva vederle, alcune forme concentrazionarie, perché mancava il filo spinato”. Joë Nordmann non aveva creduto alla testimonianza di Margarete Buber-Neumann sui lager sovietici: che un campo potesse essere grande come due volte la Danimarca era “incomprensibile” per una mente offuscata dall’ideologia. “Ma di che cosa parlava dunque? Era quello un campo di concentramento staliniano? Senza mura, senza fili spinati?”.

“E’ il miglior recinto del mondo. Leggero come l’aria. Più forte del whisky. Meno caro della polvere da sparo. Tutto in acciaio e lungo molti chilometri”, strillava John W. Gates, primo grande venditore di filo spinato nel diffidente Texas di fine Ottocento. Il filo spinato conserva buona parte di questo suo imprinting ed è tuttora largamente utilizzato, più di quanto in fondo ci aspetteremmo. Ma forse il suo tempo si sta davvero esaurendo, per cedere il passo a tecnologie più sofisticate. Anche se nuovi sistemi di controllo dello spazio ancora più leggeri e meno visibili e con la fedina simbolica immacolata potrebbero rivelarsi più subdoli e infidi, molto più pericolosi.

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Una lezione di tennis (e molto più)

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2015

Una lezione di tennis (e molto più)
L’impresa di Flavia Pennetta e Roberta Vinci agli Us Open, ovvero la rivincita della classe e della ragione sulle urla e sui muscoli
de Il Foglio

pennetta vinci

Flavia Pennetta ha conquistato il trofeo degli US Open di tennis, battendo in finale la connazionale Roberta Vinci 7-6, 6-2. Per Pennetta è la prima vittoria in un torneo dello Slam. Prima di ricevere il premio, la tennista italiana ha annunciato di volere lasciare il tennis dopo questo trionfo storico per lei e per lo sport italiano.

Non era mai successo che due tennisti italiani arrivassero a giocarsi una finale dello Slam. Ci sono riuscite Flavia Pennetta e Roberta Vinci, scese in campo sabato sera a New York per giocarsi gli Us Open.

Per farcela, le due pugliesi, «due atlete senza muscoli e centimetri impressionanti, hanno giocato un tennis delizioso, intelligente, vario, frastornando in semifinale la numero 1 e la numero 2 del mondo. Così riportando il tennis alla normalità, cioè a servizio, risposta, dritto, rovescio, volée» (Vincenzo Martucci) [1].

Stefano Semeraro: «È la rivincita di un tennis ragionato, molto made in Italy, che si è fatto strada nella tonnara di picchiatrici-urlatrici che è diventato il tennis moderno. Forse la più grande sorpresa dello sport di tutti i tempi (pensateci), probabilmente una delle imprese più esaltanti dello sport italiano, da conservare nello stesso scaffale dei trionfi del calcio, di Federica Pellegrini, di Valentino Rossi» [2].

Non è la prima volta che un’italiana conquista uno Slam (al momento in cui questo giornale va in stampa il match di New York non si è concluso). Nel 2010 Francesca Schiavone iscrisse il proprio nome nell’albo del Roland Garros. Martucci: «Ma la terra rossa è la nostra madre terra, dove crescono i tennisti, e dove la Schiavone ha giocato anche la finale del Roland Garros 2011 e la Errani quella del 2012, oltre che quella dei due trionfi Slam di Nicola Pietrangeli e di quello di Adriano Panatta. Ma il cemento, dove si disputano gli Us Open, è un campo più duro, sotto tutti i punti di vista, è un campo moderno, se vogliamo più globale» [1].

Flavia Pennetta, prima italiana nella storia a entrare nella «top ten», numero 10 nell’agosto 2009. Era stata già in semifinale a New York nel 2013 e quattro volte nei quarti (2008, 2009, 2011 e 2014) [3].

Prima d’ora Roberta Vinci non era mai arrivata nemmeno a una semifinale di un torneo dello Slam [3].

Andrea Tundo: «Tutto inizia sulle sponde di due mari, l’Adriatico e lo Ionio, che in Puglia distano appena 70 chilometri. È lo spazio che corre tra Brindisi e Taranto, dove Flavia e Roberta nascono a un anno di distanza. Quanto basta per potersi sfidare in singolare nei tornei giovanili e combattere fianco a fianco in doppio. Amiche per la pelle e per la racchetta, queste Sorelle d’Italia capaci di prendersi New York al crepuscolo della loro carriera, 33 e 32 anni. Iniziate al tennis dai papà, Oronzo e Angelo, nei circoli tennis delle due città» [4].

Riccardo Crivelli: «Sono fortissime, imbattibili e perdono soltanto quando si sfidano una contro l’altra: 11, 12, 13 anni, non esiste categoria d’età in cui non passino con il piglio delle dominatrici. E proprio le tante partite tra di loro, invece di rinfocolare la rivalità, accendono l’amicizia. Lontane da casa, insieme nelle nazionali juniores, perfino nelle stesse camere d’albergo, inseparabili. La consacrazione internazionale arriva con il successo al Roland Garros Under 18 nel 1998» [5].

Poi il salto nel professionismo. Semeraro: «Una faglia che le ha separate, complice l’anno di stop di Flavia per colpa del tifo. Roberta cambiò allora compagna di doppio, incrociando prima la francese Testud poi per anni formidabili Sara Errani, ma è sempre rimasta ad allenarsi in Italia, fra Roma e Palermo dove ha trovato il suo attuale coach, Francesco Cinà. Flavia per diventare grande è emigrata in Spagna. Si sono perse e ritrovate su questa rotta molto produttiva, dalla Puglia alla East Coast, incrociandosi nei tornei, aiutandosi in Fed Cup. Scambiando e mescolando sogni» [6].

«A 19 anni ho preso il tifo mangiando una forchettata di bianchetti crudi, olio e limone. Due settimane d’incubazione, 41˚ di febbre, 21 giorni d’ospedale. In quel periodo, avendo molto tempo per pensare, feci una scommessa con me stessa: dedicarmi al tennis anima e corpo per una stagione. Se non avessi fatto il salto di qualità, avrei smesso. Alla fine del 2002 ero la numero 93» (Flavia Pennetta) [7].

Crivelli: «Sarà così per qualche anno, con la Pennetta che scala subito le classifiche approdando a 22 anni tra le prime 50 del mondo, mentre la storia d’amore con lo spagnolo Carlos Moya, già numero uno del mondo, fa il giro planetario delle copertine, mentre Roberta brilla per talento ma non per risultati, o almeno quelli attesi, fermata spesso da un’innata timidezza» [5].

«Mi entusiasmai la prima volta che vidi su un campo, a Bari, un’adolescente bella come un’attrice tipicamente mediterranea, diciamo Antonella Lualdi, che tirava diritti e rovesci quasi fosse la Evert. “Mi pare incantevole, oltre che promettente”, dissi ad un mio ignoto coetaneo che seguiva sorridendo lo spettacolo. “Tanto carina che, avessi quarant’anni meno, mi proporrei non solo come suo coach, ma come suo sposo”. Il signore si presentò “Oronzo Pennetta, papà di Flavia”. Sono passati, da allora, una quindicina d’anni» (Gianni Clerici) [8].

Nel 2011 Roberta Vinci diventa la prima e unica giocatrice italiana a vincere in singolare un torneo Atp su ogni superficie, anche se il doppio continua ad essere la sua specialità [5].

Tre anni fa, mentre i suoi colleghi giocavano gli Us Open, Flavia Pennetta postava una foto col polso fasciato. Si era appena operata a Barcellona, era il 31 agosto del 2012. Era scesa fino al 166 posto nel ranking mondiale. «Se non torno subito tra le prime cento, smetto», prometteva [5].

Francesco Paolo Giordano: «Dietro quell’accenno di resa da parte di Flavia, c’era molto di più del semplice timore di non competere più ad alti livelli. A un certo punto, le delusioni le piombarono addosso una dietro l’altra. Come se a lanciarle fosse una macchina spara-palline, il “drago”, come lo chiama Agassi. Nel 2007, la brindisina si reca a Bastad, per fare una sorpresa al suo fidanzato Carlos Moya. Lo scopre con un’altra, e tanto basta per farla precipitare in uno stato catalettico. “Il pensiero mi consumava come un’erbaccia. La gente provava pietà per me e io non riuscivo a difendermi neanche da questo. Era come se avessi perso il gusto delle cose. Cercavo di anestetizzarmi nei confronti della vita, per non avvertire dolore. Non sentivo neanche quello fisico. Un esempio stupido: persino quando facevo la ceretta, non sentivo niente”» [9].

A inizio 2015, scoppia la coppia di doppio Errani-Vinci, e la discesa per quest’ultima sembra non finire più. Ad aprile, mentre la nazionale italiana di tennis rimane in serie A di Fed Cup battendo gli Stati Uniti di Serena Williams con la Pennetta eroina del punto decisivo, la Vinci, ufficialmente infortunata a un ginocchio, non è neppure in tribuna a fare il tifo [5].

Prima di questi Us Open Flavia Pennetta era la numero 26 del mondo, Roberta Vinci la numero 43 [2].

Vinci, un metro e 63 d’altezza per 60 chili. Pennetta, un metro e 72 per 58 chili [10].

Ci sono solo due giocatrici tra le prime 50 che giocano il rovescio a una mano, Roberta Vinci e Carla Suárez Navarro [11].

Clerici: «Flavia e Roberta giocano l’una il rovescio bimane, l’altra conserva un back-hand addizionale, un colpo insolito quanto elegante e efficace. Flavia è più attaccante dal fondo, Roberta pare addirittura attratta dalla rete, dove le volée non sono certo inferiori allo smash. È proprio la capacità di volleare ad aver fatto di Robertina una spalla ideale alla solidità nei rimbalzi di Sara Errani, consentendo alle due i grandi risultati nel doppio, addirittura 4 titoli di tornei Slam» [12].Una lezione di tennis (e molto più) dans Sport dans Stile di vita

Lea Pericoli: «Tecnicamente sono due atlete diverse. Roberta gioca il tennis di un tempo: fantasia, tocco, la perfezione della volée. Sembra uscita da un manuale classico. Flavia ha uno stile più moderno, ma quello che le accomuna è la grinta, l’impegno, la passione che mettono in quello che fanno. È straordinario poi vederle sempre protagoniste a 32 e 33 anni. La verità è che loro due sanno “ragionare” di tennis in campo, mentre le tante bambine prodigio di oggi spesso sanno solo picchiare tanto che finiscono per picchiarsi da sole» [13].

a cura di Luca D’Ammando

Note: [1] Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport 12/9; [2] Stefano Semeraro, La Stampa 12/9; [3] Gaia Piccardi, Corriere della Sera 12/9; [4] Andrea Tundo, il Fatto Quotidiano 12/9; [5] Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport 12/9; [6] Stefano Semeraro, La Stampa 10/9; [7] Gaia Piccardi, Corriere della Sera 1/12/2008; [8] Gianni Clerici, la Repubblica 12/9; [9] Francesco Paolo Giordano, Unidici 10/9; [10] Gianni Valenti, La Gazzetta dello Sport 12/9; [11] Fabio Severo, Unidici giugno 2014; [12] Gianni Clerici, la Repubblica 17/3; [13] Lea Pericoli, La Stampa 10/9.

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