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8 settembre: Natività della Beata Vergine Maria

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2015

8 settembre: Natività della Beata Vergine Maria

compleanno madonna

La Vergine Maria, fin dal primo momento della sua esistenza terrena, è la stella che illumina la notte dell’umanità, la lucerna che rischiara le tenebre di cui le creature hanno voluto —e vogliono— circondarsi a causa del peccato. Con la sua apparizione nel mondo, duemila anni fa, un lume di purezza e di bontà si accese sulla terra. Come l’aurora è annuncio della venuta del nuovo giorno, “così Maria fin dalla sua concezione immacolata ha preceduto la venuta del Salvatore, il sorgere del sole di giustizia nella storia del genere umano”. Da questa Vergine Immacolata nascerà la Stirpe che schiaccerà la testa del Serpente, Cristo Signore Nostro, che è sceso dal Cielo per riscattarci dal peccato e darci la sua stessa Vita, con lo Spirito Santo, affinché noi viviamo per Dio.

Per questa ragione, perché fosse degna di arrivare a essere la Madre di Dio, Maria fu concepita senza macchia di peccato originale, preservata immune da qualsiasi colpa personale, per quanto lieve potesse sembrare, e arricchita con ogni specie di doni e grazie dallo Spirito Santo. Quanto è meravigliosa Nostra Madre, figlie e figli miei! “Più di Te, soltanto Dio!”, ci piace ripeterle, sapendo che —come insegna la tradizione della Chiesa— de Maria numquam satis, mai potremo lodare ed esaltare la Vergine Santissima come Ella merita. Osiamo dire —perché ci ascolta!—: Madre, libera le tue figlie e i tuoi figli —tutti e ciascuno— da ogni macchia, da tutto ciò che ci allontana da Dio, anche a costo di soffrire, anche a costo della vita.

Beato Álvaro del Portillo

315fyfr dans Fede, morale e teologia

2e2mot5 dans Diego Manetti Nascita di Maria (di Maria Valorta)

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Migranti, il risveglio civile e cristiano dell’Europa

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2015

Un respiro antico e nuovo
Migranti, il risveglio civile e cristiano dell’Europa
di Marina Corradi – Avvenire

europa

C’è qualcosa che rimane addosso, guardando le foto delle stazioni di Vienna e di Monaco, con i bambini che scendono dai treni e avvolti in coperte azzurre stellate sorridono, ancora increduli di essere in un posto in cui li accolgano, in pace. Quel qualcosa è stupore per la brusca e per una volta benigna svolta che in pochi giorni ha ribaltato le drammatiche cronache dai Balcani; e, insieme, una quasi indicibile commozione, perché è da tanto tempo che quasi avevamo smesso di sperare, nel sentire pronunciare la parola « Europa ».

È da anni ormai che in questa nostra Unione vediamo poco più di una polverosa congerie di norme e vincoli, dimentica degli ideali per cui, dopo una guerra terribile e milioni di morti, era nata. Quasi sola era la voce del Papa che esortava all’accoglienza, come di nuovo, con forza, domenica all’Angelus; esortazione subito abbracciata dalla Chiesa italiana, che già all’emergenza migrazione da anni instancabilmente lavora. E anche l’Italia, e il suo soccorso generoso prima in mare, e poi a terra, era guardato da molti come un vano buonismo.

Oggi la gente in fuga che approda dalla Turchia in Grecia grida « Europa! ». Per la rotta dei Balcani arrivano a Vienna, e alzano due dita nella « v » di vittoria. Hanno perso ogni cosa, gli restano solo i figli: eppure esultano, perché otterranno asilo in Europa. In un mondo, con tutti i suoi affanni, in pace: dove le case sventrate di Aleppo torneranno solo la notte, negli incubi, e poi, al mattino, col sole si dissolveranno.

Certo, dicono, la Germania ha bisogno di braccia, se vuole sostenere la sua crescita, e aprendo ai siriani – i più colti, e i più assimilabili, con i loro tratti occidentali – ha fatto i suoi conti; ma è mai esistita una migrazione che non avesse, per il Paese che spalancava le sue porte, un tornaconto economico? E che cos’altro potrebbe rimediare, in un’Europa sempre più canuta e senza figli, al vuoto demografico, se non l’arrivo di nuove genti, profughe, o migranti? Finora era stata soprattutto l’Italia, con tutti i suoi difetti ma anche la generosità della sua gente, a soccorrere. Ora ciò che vediamo sotto ai nostri occhi, nella brusca svolta impressa da Angela Merkel, è in fondo la riedizione moderna di quei movimenti che nei secoli hanno colmato le regioni d’Europa, quando per carestia, o epidemie, si creavano dei vuoti.

Nuove popolazioni, più o meno pacificamente, subentravano, e si amalgamavano a chi c’era prima. Recavano con sé la voglia di vivere e la tenacia di chi aveva lasciato la sua terra; quella forza, era ciò che portavano in dono alla patria nuova. E non stiamo noi, oggi, a guardare sbalorditi questi siriani che con i bambini in braccio hanno camminato per centinaia di chilometri, superato i muri di filo spinato, dormito per strada, sofferto la fame, eppure ce l’hanno fatta e sono qui, vivi? C’è un frammento di storia remota, in quei treni che arrivano alla Westbahnhof di Vienna, così come nelle preghiere di ringraziamento di quelli che sbarcano a Lampedusa.

Quanto al vuoto che questa gente va a colmare, non è stata carestia, né guerra: solo le culle vuote di un Occidente forse sazio, forse sfibrato. Dove gli ideali ereditati dai padri fondatori hanno lasciato il posto all’abitudine, dove la democrazia è data per scontata, e ciò che tiene forzatamente insieme sembra l’euro, più di ogni altra cosa.

E invece per la gente di Aleppo e Kobane, quella bandiera azzurra con le stelle è bella, anzi, meravigliosa. Ci fasciano i loro figli, perché in Europa potranno diventare grandi. Non come i mille Aylan di cui non sapremo il nome, perduti in fondo al mare, o sotto alle macerie. No, questi figli vivranno; perciò per quei padri e quelle madri l’Europa è una cosa grande. E forse, grazie a loro, potremmo tornare a credere un po’ di più anche noi, in questa Europa. Senza avere paura, come dice qualcuno, di una « invasione », e per di più di islamici: giacché sbarrare le nostre porte a quella gente, come grida il Papa, sarebbe stata la negazione stessa delle nostre radici cristiane.

Perché il cristianesimo non è bandiera su una rocca, ma vive nelle facce di chi lo testimonia: e a Lampedusa, o a Vienna, o nei mille luoghi in cui chi arriva è accolto, si tramanda questa testimonianza. A volte perfino immemore, magari come habitus « naturalmente » cristiano, ereditato in volti laici. In fondo, è questo il fiato dell’Europa che oggi ci commuove, alle stazioni di Vienna e Monaco, o sulle motovedette italiane nel Canale di Sicilia. Come l’eco di un respiro largo, e molto antico.

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Parrocchie aperte, la Chiesa si muove dopo l’appello del Papa sui migranti

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2015

Parrocchie aperte, la Chiesa si muove dopo l’appello del Papa sui migranti
Da Treviso a Siracusa massima disponibilità ad accogliere le famiglie di profughi dopo l’invito di Francesco di domenica scorsa all’Angelus
di Paolo Conti – Corriere della Sera

papa e migranti

L’invito del Papa ad accogliere i migranti ha avviato la complessa, vasta macchina della chiesa italiana: 27.133 parrocchie e 226 diocesi, 33.714 preti diocesani, 84.406 religiose professe, 7.723 istituti secolari. Ieri la Conferenza episcopale italiana, con una nota congiunta del presidente, cardinale Angelo Bagnasco, e del segretario, Nunzio Galantino ha assicurato a papa Francesco che la sua esortazione«trova le nostre chiese in prima fila nel servizio, nell’accompagnamento e nella difesa dei più deboli». Bagnasco e Galantino danno appuntamento al Consiglio episcopale permanente, che si riunirà dal 30 settembre al 2 ottobre, per «individuare modalità e indicazioni da offrire a ogni diocesi».

Obiettivo 100 mila profughi
Tutto fa pensare che l’obiettivo fissato da Bagnasco, assorbire 100.000 profughi, verrà raggiunto. A Roma il cardinal vicario, Agostino Vallini, fa sapere di aver dato «indicazioni operative» per l’accoglienza nelle parrocchie. Il telefono di monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana romana, non fa che squillare: «Molte parrocchie mi annunciano di aver risistemato locali, aspettano istruzioni. Occorrerà metterci in contatto con le autorità pubbliche per risolvere, serenamente ma velocemente, molti problemi tecnici e organizzativi». Burocratici, insomma, legati alla registrazione degli stranieri, l’assistenza sanitaria e scolastica, la stessa agibilità dei locali destinati a casa -alloggio. Per ora c’è un assoluto, totale vuoto giuridico. Ma sono in tanti a essersi mossi, come don Giampiero Palmieri, parroco di san Frumenzio a Roma (Prati Fiscali) che ha concluso i lavori in tempi-record. L’arciprete di San Pietro, cardinal Angelo Comastri, conferma che le due parrocchie vaticane ospiteranno famiglie approdate a Lampedusa. Funziona a pieno ritmo la mensa del centro Astalli, dei padri Gesuiti (l’ordine del pontefice) che assicura 500 pasti al giorno nel cuore di Roma, a cento metri dalla casa di Berlusconi in via del Plebiscito. Papa Francesco l’ha visitata il 10 settembre 2013, due anni fa.

A Milano
Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, annuncia di aver messo a disposizione altri 6 immobili con 130 posti che si aggiungono ai 781 già indicati, e altre 10 parrocchie si sono dichiarate pronte. Anche Scola chiede «un passo in avanti sulle leggi e le regole che normano questa accoglienza». Il problema, insomma, c’è ed è urgente. Scola aggiunge altri interrogativi: «Perché i tempi per il rilascio dei documenti sono spesso così lunghi? Perché non si può permettere che i migranti, su base volontaria, possano partecipare col loro lavoro alle esigenze della comunità?»
A Genova, il cardinal Angelo Bagnasco ha dato un tetto a 70 profughi nel seminario arcivescovile: la diocesi ne alloggia in tutto 400. L’arcivescovo di Pompei, Tommaso Caputo, sta ospitando dodici donne e due bambini provenienti dall’Africa nella Casa Emanuel del santuario. L’arcivescovo di Firenze, cardinal Giuseppe Betori, ha chiesto «un ancor maggiore coinvolgimento di tutte le parrocchie»: ma già 100 persone sono alloggiate nelle strutture diocesane e parrocchiali fiorentine. Vicenza ed Avezzano accoglieranno famiglie di profughi in arcivescovado.

I 25 mila di Bosco Minniti
E poi ci sono le mille realtà di base, come la parrocchia siracusana di Bosco Minniti che dal 2008 a oggi ha visto transitare 25.000 profughi, tutti accolti nei locali parrocchiali. Racconta il parroco, Carlo D’Antoni: «Nei momenti di massimo flusso dormono in chiesa, nei sacchi a pelo, e al mattino dopo si torna alle normali attività ecclesiastiche. Non tutti i fedeli capiscono, c’è chi vorrebbe “starsene in pace”, Ma questo è il nostro preciso dovere, la chiesa è la casa di tutti». Don Aldo Danieli, parroco di Paderno di Ponzano, Treviso, ha spalancato da tempo le porte della sala parrocchiale: centinaia di migranti si sono avvicendati in attesa di una sistemazione. La piccola parrocchia di Mezzano, Caserta, 400 abitanti, affitterà un monolocale. Si muovono anche Comunità come la Papa Giovanni XXIII che ha collocato 800 immigrati nelle diverse strutture sparse sul territorio nazionale. L’esercito disarmato del Papa combatte così la sua battaglia.

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