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Un Papa che «spiazza» col Vangelo

Posté par atempodiblog le 28 septembre 2015

Un Papa che «spiazza» col Vangelo
Uno sguardo d’insieme al viaggio di Francesco nel cuore di una società e di una Chiesa polarizzate
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

papa francesco

Nella vignetta sono riprodotti un democratico e un repubblicano che discutono davanti a Papa Francesco. «Sul cambiamento climatico è con me», dice il primo. «Sulla vita è con me». Leggermente più distante c’è Gesù, che chiosa: «Scusatemi, ma io sono ben sicuro che sia con me».

È una sintesi di quanto accaduto in questi giorni, tanto più che ai due esponenti politici si sarebbero potuti sostituire senza problemi altrettanti prelati, uno progressista e uno conservatore.

Gli adepti della polarizzazione, i crociati in servizio permanente effettivo, quanti riducono la fede a ideologia, a sinistra come a destra, e faticano ad «afferrare» Francesco perché non riescono a inserirlo nei propri schemi precostituiti. Invece di partire dalla realtà, la interpretano con le lenti fuorvianti della semplificazione.

Come spesso accade, anche per la trasferta papale a Cuba e negli Stati Uniti ci sono stati due viaggi. Quello che hanno voluto vedere alcuni circoli mediatici e intellettuali, e quello della gente. Tanta gente, che si è riversata commossa nelle strade. Quella gente che sabato sera nel Boulevard Benjamin Franklin di Philadelphia dopo una veglia che assomigliava più a uno spettacolo hollywodiano, si è lasciata entusiasmare guardando al Papa e ascoltando le sue parole.

Francesco sa di vivere in un tempo in cui la lamentazione, il richiamo nostalgico al passato, i proclami e le contrapposizioni tipiche di certi «cultural warriors» servono soltanto a esaltare i propri seguaci. Non raggiungono il cuore dei tanti «feriti» del nostro tempo. Cioè non evangelizzano.

Nel cuore degli americani probabilmente rimarrà il poetico richiamo ai padri fondatori contenuto nel discorso al Congresso. Ma non c’è dubbio che due messaggi importanti Papa Bergoglio li ha dati nei discorsi ai vescovi. Quello ai vescovi degli Stati Uniti e quello ai vescovi e cardinali provenienti da tutto il mondo presenti all’incontro delle famiglie.

La famiglia oggi è attaccata, i giovani non si sposano più, gli Stati introducono legislazioni sulle unioni omosessuali. «Come pastori – ha detto Bergoglio – noi vescovi siamo chiamati a raccogliere le forze e a rilanciare l’entusiasmo per la nascita di famiglie più pienamente rispondenti alla benedizione di Dio, secondo la loro vocazione! Dobbiamo investire le nostre energie non tanto nello spiegare e rispiegare i difetti dell’attuale condizione odierna e i pregi del cristianesimo, quanto piuttosto nell’invitare con franchezza i giovani ad essere audaci nella scelta del matrimonio e della famiglia».

Con le sue parole e i suoi gesti Francesco indica la via per un cambiamento per passare da un «un cristianesimo che “si fa” poco nella realtà e “si spiega” infinitamente nella formazione», a un cristianesimo testimoniato come «buona notizia». Da cristiani che trovano la loro consistenza e talora si esaltano nel fare analisi di dottrina agli altri, a cristiani capaci di «perdere tempo» con le famiglie. Capaci di vicinanza a quelli che sono «perduti, abbandonati, feriti, devastati, avviliti e privati delle loro dignità».

Perché se l’annuncio del Vangelo è l’incontro con lo sguardo misericordioso di Gesù «anche una donna samaritana con cinque “non-mariti” – ha detto Francesco – si scoprirà capace di testimonianza» e magari «un maturo pubblicano si precipiterà giù dall’albero e si farà in quattro per i poveri ai quali – fino a quel momento – non aveva mai pensato».

I più grandi nemici di Gesù duemila anni fa non sono stati i peccatori, le prostitute, i pubblicani o i ladroni. Sono stati gli uomini di religione dell’epoca, i dottori della legge, coloro che si consideravano giusti e perfetti. Non avevano bisogno di salvezza, di misericordia, di aiuto. Sono gli stessi che oggi devono incasellare Papa Francesco nei loro piccoli schemi e pregiudizi, per non lasciarsi mettere in discussione, per non lasciarsi provocare, per non lasciarsi spiazzare.

Nel suo viaggio americano, in tanti hanno imparato a conoscere Francesco e la sua testimonianza che «spiazza». Con il Vangelo.

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Puljic: su Medjugorie, il Papa strumentalizzato

Posté par atempodiblog le 25 septembre 2015

Puljic: su Medjugorie, il Papa strumentalizzato
Il cardinale arcivescovo di Sarajevo ha lamentato una frettolosa e sommaria distorsione delle espressioni di Papa Francesco circa il pronunciamento sulle presunte apparizioni nella cittadina bosniaca. Il porporato, che è pure membro della commissione di studio voluta da Benedetto XVI, aggiunge: «Abbiamo fatto un bel lavoro, ora attendiamo le parole del Santo Padre»
di Giuseppe Brienza – La Croce – Quotidiano

medjugorje

Rientrando dal suo viaggio a Sarajevo, il 6 giugno scorso, Papa Francesco aveva accennato al “caso Medjugorje”, dal nome della piccola e povera località in Bosnia nella quale, il 24 giugno 1981, sarebbero iniziate le apparizioni della Madre di Dio, sotto il titolo di “Regina della Pace”, a sei bambini. Il Pontefice aveva ricordato l’ottimo lavoro fino allora realizzato dalla Commissione appositamente istituita da Benedetto XVI, presieduta dal cardinale Camillo Ruini, per fornire un responso in merito, annunciando che una decisione sarebbe stata resa nota presto. Dopo pochi giorni, in un’omelia a Santa Marta, Bergoglio era tornato a parlare delle apparizioni, senza riferirsi al caso di Medjugorje, affermando nel suo tipico stile provocatorio: «Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna ci manderà alle 4 del pomeriggio?». Nessuno si è mai sognato in Vaticano di presentare questa battuta come un’anticipazione delle risultanze della “Commissione Ruini” né, tantomeno, una opinione del Pontefice sulle specifiche apparizioni della “Gospa”. Eppure molti dei critici, “antipatizzanti” e scettici sul “fenomeno Medjugorjie” le hanno prese a pretesto per accreditare la loro versione della non soprannaturalità dell’evento. Anche la stampa laica ci ha dato giù parecchio in questo senso (cfr., ad es., Serena Sartini, Medjugorje, il Papa isola le veggenti, in Il Giornale, 25 giugno 2015), contribuendo ad alimentare la disinformazione e lo sconcerto tra i fedeli.

Alla domanda su cosa succederà con Medjugorjie, il cardinale Card. Vinko Puljic, Arcivescovo e Metropolita di Sarajevo e membro della commissione internazionale che sta esaminando il caso, ha sempre risposto nel passato di non poter dire nulla, assicurando nel contempo che prega la Vergine Maria per il miglior discernimento da parte della Chiesa.

La Metropoli di Sarajevo copre tutto lo Stato della Bosnia-Erzegovina, dove si trova anche Medjugorje. In alcune recenti dichiarazioni rilasciate al settimanale politico croato “7 Dnevno” (20 settembre 2015), il cardinale slavo è ritornato esplicitamente sull’argomento affermando in modo chiaro che, «Interpretando le dichiarazioni del Papa su Medjugorje, i media hanno agitato gli spiriti dei fedeli, dei pellegrini e dei sacerdoti legati a quel luogo di pellegrinaggio». «Mi rincresce molto che i media abbiano dato maggiore attenzione, ed anche in un modo errato, ad alcune dichiarazioni del Papa su Medjugorje, rispetto ai suoi messaggi molto più forti connessi ad altre problematiche della Bosnia Erzegovina – ha aggiunto Puljic, che è il primo cardinale bosniaco della storia -. Per dirla meglio, essi hanno distorto e manipolato alcune sue dichiarazioni su Medjugorje, sulle apparizioni della Madonna e su altre cose legate ad esse. Il Papa, tuttavia, ha soltanto voluto dire in qualche modo ad alcuni veggenti che non possono fare di ciò che vivono e delle loro esperienze uno show mediatico con la Madonna, ed annunciare come ed a che ora essa si manifesterà qui o là. È perciò inaccettabile interpretare come conclusiva una tale dichiarazione del Papa, cosa che determinati Media hanno fatto con molta celerità».

Al ritorno dalla sua visita pastorale nella capitale bosniaca, in effetti, il Santo Padre si era molto più diffusamente soffermato sui problemi della pace nel mondo minacciata dai trafficanti di armi, sul rapporto dei giovani con le nuove tecnologie e, infine, sulla controversia Francia-Vaticano riguardo alla nomina del nuovo ambasciatore subalpino. Nella sua conversazione in aereo con i giornalisti durante il volo Sarajevo-Roma, il Papa è stato sicuramente interpellato sull’attuale posizione della Chiesa in merito alle apparizioni di Medjugorje ma, molto laconicamente, ha risposto semplicemente che la Santa Sede stava per «prendere delle decisioni», che sarebbero state presto comunicate, mentre «per il momento si danno soltanto alcuni
orientamenti ai vescovi».

Sottolineando il «bel lavoro», consegnatogli dalla commissione d’inchiesta su Medjugorje, il Pontefice aveva poi riferito che il cardinale Gerard Müller, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, avrebbe convocato una riunione dicasteriale proprio sul tema delle apparizioni mariane nella località bosniaca. La commissione guidata dal cardinale Ruini, in effetti, ha terminato già da tempo il suo lavoro, consegnato appunto alla Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale sta continuando a svolgere ulteriori studi e approfondimenti. Il tema dovrebbe poi approdare alla plenaria della Congregazione ma, ora come ora, non pare esservi nessuna previsione di tempi e di modi specifici della conclusione. Le dichiarazioni del Card. Vinko Puljic su Medjugorje, quindi, vanno a nostro avviso salutate in modo molto positivo, soprattutto alla luce di giudizi negativi, anche da parte di buoni cattolici, che allo stato però troppo acriticamente sono anche pubblicamente espressi a proposito della veridicità delle apparizioni.

Dodicesimo di tredici figli, il cardinale Puljic è rimasto orfano di madre a soli tre anni. Dopo un anno dalla sua nomina ad arcivescovo, avvenuta il 19 novembre 1990, in Bosnia iniziarono i combattimenti. Durante l’assedio di Sarajevo si distinse per gli accorati appelli di pace alla comunità internazionale e la difesa dei diritti inalienabili della persona. Rischiò la vita, fu imprigionato per 12 ore dai militari serbi. Come segno di vicinanza alle popolazioni colpite dal conflitto armato, fu creato cardinale da Giovanni Paolo II nel Concistoro del 26 novembre 1994, a 49 anni.

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Il Cuore pulsante della fede salernitana: San Matteo e la Cripta del Duomo

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2015

Il Cuore pulsante della fede salernitana: San Matteo e la Cripta del Duomo
Una risorsa poco valorizzata: pochi in Italia e nel mondo sanno che San Matteo sia sepolto a Salerno
di Ernesto Farsetti – Citizen Salerno

duomo salerno

A Salerno “risiede” un personaggio straordinariamente importante: amico stretto di Gesù Cristo, ne condivise vita e sofferenza e alla sua morte ne scrisse le gesta nel suo magnifico Vangelo. Nel Medioevo, le sue spoglie furono trasferite da Casalvelino a Salerno, dove ancora oggi si trovano, all’interno della magnifica Cripta del Duomo. Nel corso dei secoli, la devozione dei salernitani verso San Matteo è cresciuta sempre di più, soprattutto a seguito di miracolose grazie elargite dall’Apostolo, che in più occasioni è stato additato quale salvatore della città (ad esempio, in occasione di assalti delle flotte saracene). Ma, oltre ai salernitani, pochi in Italia e nel mondo sanno che San Matteo sia sepolto a Salerno.

Si chiamava Levi, era nato a Cafarnao ed era un esattore delle tasse, per conto dei Romani che governavano Gerusalemme e la Giudea. Ma fu folgorato, proprio mentre era al banco delle imposte, dal passaggio di Gesù di Nazareth, e da quel momento cominciò a seguirlo. I teologi sostengono che questo “cambiamento” da esattore a discepolo abbia un significato metaforico: l’esattore è colui che esige (anche dal punto di vista etimologico, visto che “esatto” è participio passato del verbo esigere) dagli altri non solo denaro (come faceva Matteo) ma anche affetto, stima e qualunque altra cosa. Il discepolo di Cristo, invece, deve imparare a non esigere nulla, ma a dare al prossimo in maniera incondizionata.

Così inizia l’avventura di Matteo, che diventerà uno dei più grandi personaggi della storia del Cristianesimo: uno dei 12 apostoli e uno dei quattro evangelisti, ovvero autori del Vangelo. La sua biografia del Cristo, sinottica rispetto a quelle di Marco e Luca, è scritta con uno stile equilibrato e scarno, senza fronzoli, ma contiene alcuni dei passi più belli del Nuovo Testamento, come ad esempio “La Parabola del Figliol Prodigo”.

Matteo seguì Gesù sino alla Passione di quest’ultimo. Ne testimoniò, assieme agli altri Apostoli e alla Maddalena, la Risurrezione tre giorni dopo. E’ sulla base di questa testimonianza, sua e degli altri discepoli, della Risurrezione di Cristo che si basa l’intero Cristianesimo. E’ la Buona Notizia: si può risorgere dalla morte, c’è un Paradiso, come da allora la Chiesa si sforza di annunciare.

Matteo riportò la vita e le opere, la Passione e la Risurrezione di Gesù nel suo Vangelo, che è letto da migliaia di anni in tutto il mondo.

Dopo la morte del Maestro, Matteo fu inviato come Apostolo in Africa; giunse ad evangelizzare l’Etiopia, ma qui trovò la morte come martire.
Le sue spoglie furono trasferite in Francia, poi nel V secolo giunsero a Velia (l’antica città conosciuta come Elea, tra le più note della Magna Grecia). Per volere del Vescovo Attanasio, le reliquie del Santo furono trasferite a Casalvelino, presso la piccola chiesa di San Matteo.

Poi, per volere di Gisulfo I, nell’anno 954 furono trasferite a Salerno e depositate nella cripta della Vecchia Cattedrale.

Nel 1084 Roberto il Guiscardo, principe Normanno che aveva conquistato Salerno, fece costruire la Nuova Cattedrale, dedicata al Santo Stesso e a Santa Maria degli Angeli, in cui fu costruita una nuova cripta per contenere le “prestigiose” (per la casata Normanna) spoglie del Santo.

cripta duomo

Dobbiamo attendere la fine del XVI secolo, tuttavia, perché sorga la nuova Cripta, completamente restaurata e rivisitata in un meraviglioso stile barocco.
A progettarla fu il grande architetto Domenico Fontana, che fu assistito da suo figlio Giulio. Al centro della Cripta campeggia la statua bronzea di San Matteo, bifronte, opera di Michelangelo Naccherino nel 1605. E’ bifronte per ragioni logistiche: in questo modo le due “facce” di San Matteo potevano essere venerate sia da chi scendeva alla Cripta dalla Basilica superiore, sia da chi, dall’altro lato, assisteva alla Messa nella Cripta stessa. Tale statua, invece, ha generato il detto “San Matteo ha due facce”, che col tempo è diventato “I salernitani hanno due facce”, con riferimento alla loro presunta ipocrisia…

Si scende alla tomba di San Matteo da una doppia scala; il sepolcro è seminterrato. Una leggenda vuole che in alcuni periodi dell’anno tale sepolcro emani un liquido particolare, detto “manna” che avrebbe poteri miracolosi. In passato molte “grazie” sono state attribuite dai salernitani alla manna.
La Cripta è luminosissima; merito degli spettacolari affreschi del grande pittore barocco Belisario Corenzio, greco trapiantato a Napoli amatissimo ed attivissimo in quest’ultima città. Corenzio dipinse nelle volte varie scene tratte dal Vangelo di Matteo e della storia della città di Salerno.

Le decorazioni della Cripta sono magnifiche; i marmi sono opera del napoletano Francesco Ragozzino e risalgono al ‘700.

A sinistra della tomba di San Matteo vi è un’ampia cappella dove sono situati i sepolcri di tre martiri salernitani, Ante, Gaio e Fortunato. Secondo la leggenda i tre morirono a Salerno durante le persecuzioni dell’Imperatore romano Diocleziano, che li fece decapitare sulle sponde del Fiume Irno perché non avevano voluto prostrarsi dinanzi alla statua “divinizzata” dell’Imperatore. Accanto ad essi, vi è il sepolcro di San Felice, altro martire cittadino, decapitato nell’attuale Sala Abbagnano, all’epoca “Felline”, dove oggi sorge appunto la Chiesa di San Felice in Felline.

Nel mezzo della cappella vi è un ceppo, che, secondo la leggenda, fu utilizzato per far decapitare Ante, Gaio e Fortunato. La leggenda dice che, nelle giornate di tempesta, avvicinando l’orecchio al ceppo, è possibile ancora oggi sentire il rumore del sangue dei martiri che scorre…

Sulla parete dell’altro versante della cripta, a destra della tomba di San Matteo, sono raffigurate le statue dei Vescovi salernitani, in tutto venti.
In definitiva, la Cripta, meravigliosa e sfolgorante, è assolutamente un degno luogo di sepoltura per uno dei personaggi più noti della storia del Cristianesimo.

Sta però ora ai salernitani far conoscere al mondo ciò che quasi soltanto essi sanno: il grande San Matteo è sepolto a Salerno. Ci chiediamo: perché così pochi pellegrini vi si recano in preghiera durante l’anno, dall’Italia e dal mondo? Perché così poco turismo religioso, che potrebbe portare importanti introiti alle finanze cittadine?

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Il dovere di lottare contro i pregiudizi

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2015

otto frank e famiglia

“Non possiamo più cambiare quello che è avvenuto. L’unica cosa che possiamo fare è imparare dal passato e comprendere cosa voglia dire discriminare e perseguitare persone innocenti. Sono convinto che ognuno di noi abbia il dovere di lottare contro i pregiudizi”.

Otto Frank

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Le «Stimmate di san Francesco» di El Greco a Napoli

Posté par atempodiblog le 17 septembre 2015

Le «stimmate di san Francesco» di El Greco a Napoli
di Valerio Mariani
Tratto da: Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte

san francesco el greco
17 settembre: San Francesco d’Assisi, Impressione delle Stimmate (memoria)

In quella collezione di quadri antichi, oggetti preziosi, mobili, disegni e stampe che con raro e umanissimo gesto la famiglia Pagliara donò all’Istituto Superiore di Magistero «Suor Orsola Benincasa» di Napoli e che ora costituisce un privilegio di quell’ente di cultura, tra le opere più insigni brilla la splendida tavoletta firmata dal Greco, con le «Stimmate di san Francesco», tema assai caro all’artista, che replicò più volte ma che non ebbe, a mio parere, nelle varie soluzioni pittoriche, più acuta e sensibile interpretazione di questa, la quale ci si presenta in uno stato di eccezionale conservazione in tutto lo smalto dei suoi colori.

Per approfondire 2e2mot5 dans Diego Manetti Le «stimmate di san Francesco» del Greco a Napoli

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10 frasi di giovani santi per una santità senza età

Posté par atempodiblog le 16 septembre 2015

10 frasi di giovani santi per una santità senza età
Perché non si tratta di un ideale bello e nobile, riservato solo a pochi “eletti”
di Rafael Pérez del Solar
Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti
Tratto da: Aleteia

papa francesco giovani

Quando ero bambino, mia nonna aveva la sana abitudine di portarmi sempre alla Messa domenicale. Devo riconoscere che all’epoca non capivo cosa accadeva nell’Eucaristia e mi annoiavo abbastanza. Per questo, ho preso l’abitudine (per intrattenermi) di osservare le grandi immagini di legno o di gesso collocate ai lati dell’altare o nelle navate laterali della chiesa. Raffiguravano tutte persone che indossavano un abito: sacerdoti, suore e religiosi, dal volto serio e allo stesso tempo mistico.

In questo modo, mi sono fatto un’idea di quello che era la santità: un ideale molto bello e nobile, ma riservato ad alcuni “eletti” e che implicava il fatto di essere come minimo sacerdote o monaco.

Alla fine dell’adolescenza, tuttavia, ho conosciuto maggiormente Dio e ho scoperto a poco a poco la ricchezza della Chiesa, la sua varietà di carismi e l’immensa diversità dei santi che esistevano nel pianeta. Le loro testimonianze hanno acceso in me l’ideale che il cambiamento del mondo passi per la santità di ciascuno e per la testimonianza dell’Amore di Cristo.

Papa Francesco ci spiega il significato della santità:

“La santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano… Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questo la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. E ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova”.

Quanto è importante ricordare e curare questo dono di Dio, quel fuoco iniziale di chi incontra Dio fin da giovane! Sono i cuori giovani che portano con sé ogni entusiasmo e ogni forza per lottare per gli ideali che il Signore ha seminato nei nostri cuori.

Pier Giorgio Frassati, Chiara Luce Badano, Nennolina, Maria Goretti, Domenico Savio, Teresina di Lisieux, Giacinta e Francesco Marto, Laurita Vicuña, Santa Agnese e la Beata Imelda (e tanti altri giovani santi!), ciascuno di loro, in base al proprio stato di vita e alla propria età e consapevole delle proprie fragilità, è stato un giovane con un grandissimo amore per Dio, assolutamente convinto che l’Amore per Gesù e per gli altri sia ciò che cambia davvero i cuori e il mondo.

Ecco una piccola rassegna che ci può spingere a conoscere la loro vita e il loro esempio.

venerabile meo

Nennolina era una bambina che andava a scuola e scriveva lettere a Gesù che dettava alla sua mamma. È tornata alla casa del Padre dopo una grave malattia ad appena 7 anni.

san domenico savio

Domenico era chierichetto della Messa domenicale alla quale assisteva, ha fatto parte dell’Oratorio di Don Bosco e ha imparato fin da piccolo a compiere sacrifici alla Vergine e a vivere l’austerità. È tornato alla casa del Padre a 14 anni.

beato frassati

Pier Giorgio era un giovane laico di spiritualità domenicana che aiutava i bisognosi e faceva alpinismo con i suoi amici. È tornato alla casa del Padre a 24 anni.

beata chiara luce

Chiara “Luce” è stata una ragazza del Movimento dei Focolari che giocava a tennis, faceva escursioni e praticava il nuoto. È tornata alla casa del Padre a 18 anni dopo un cancro alle ossa e offrendo a Gesù la sua malattia.

imelda lambertini

Imelda Lambertini è stata una giovane religiosa domenicana del XIV secolo, entrata in convento da bambina e tornata alla casa del Padre dopo aver ricevuto la Prima Comunione a 13 anni.

sant'agnese

Sant’Agnese era una ragazza molto bella che ha deciso di offrire la propria vita e la propria verginità a Dio. Nel corso della persecuzione del V secolo, venne condannata a morte quando si scoprì che era cristiana.

beata laura

Laurita Vicuña frequentava una scuola salesiana e ha offerto la sua vita a Dio per la conversione della madre, che viveva in una condizione di peccato. È tornata alla casa del Padre a 12 anni dopo aver ascoltato il pentimento della madre.

beata giacinta

Giacinta e Francesco sono stati due dei piccoli testimoni delle apparizioni della Madonna a Fatima. Sono tornati alla casa del Padre rispettivamente a 9 e 10 anni.

santa teresina

Teresina era una giovane monaca carmelitana che dall’età di 14 anni ha imparato a offrire preghiere per i peccatori. L’anno successivo è entrata nella vita religiosa, scrivendo poi la Storia di un’anima. È tornata alla casa del Padre a 24 anni.

santa goretti

Maria Goretti era una giovane laica che ha subito il martirio per difendere la sua purezza, perdonando il suo assassino prima di morire, a 11 anni.

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Perché a volte abbiamo difficoltà a dire di NO?

Posté par atempodiblog le 16 septembre 2015

Un dono di amicizia implica un “sì” all’amico e implica un “no” a quanto non è compatibile con questa amicizia.

Benedetto XVI
no no

Perché a volte abbiamo difficoltà a dire di NO?
Ecco i motivi che ci portano a dire “SÌ”, anche contro la nostra volontà
Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti
Tratto da: Aleteia

Ho deciso di scrivere questo articolo pensando alle persone che dicono “SÌ” a qualcuno anche quando questo “SÌ” comporta qualche conseguenza negativa. Un giorno, un’amica mi ha invitato a una festa che si svolgeva in un posto le cui caratteristiche non mi facevano sentire a mio agio. No, non volevo andarci, non volevo stare con quelle persone – non è che sia antisociale, ma credo che a volte abbiamo bisogno della nostra privacy, di un po’ di tempo per stare da soli. Io con me stessa e nessun altro.

Avrei voluto dire “NO”, “NO, non voglio andare a quella festa!”, ma ci sono andata. E perché? Quando siamo arrivate è accaduto tutto ciò che avevo immaginato. Non mi sono sentita bene tutta la sera e non mi sono neanche goduta la festa. Ero di malumore, con il mal di testa. L’unica cosa a cui pensavo era a quando ce ne saremmo andate. E il giorno dopo ho iniziato a chiedermi perché avevo detto “SÌ” quando avrei potuto dire semplicemente “NO”.

Dopo quel giorno ho cominciato ad osservare alcune persone che dicevano sempre “SÌ” pur volendo dire “NO”, e sono arrivata a una mia conclusione: a volte diciamo “SÌ” per non ferire un amico o per non perdere l’immagine di persona cool. Diciamo di “SÌ” a quel figlio che resta accigliato, quello che fa un “ricatto emotivo” per ore (chi non lo ha mai fatto da bambino?)

Diciamo “SÌ” al momento di prestare quell’oggetto che in realtà non vorremmo prestare. Diciamo “SÌ” per andare da qualche parte quando l’unica cosa che avremmo voluto è rimanere a casa, a guardare quel film o quella partita di calcio. Fermatevi un attimo: quante volte avete già detto “SÌ” quando volevate dire “NO”?

Non posso tralasciare la psicologia per spiegare questo nostro comportamento. Esistono varie teorie, ma preferisco basarmi sulla teoria cognitiva comportamentale.

Ho già parlato altre volte delle “credenze centrali negative”, formate a partire dalle nostre esperienze, soprattutto quelle vissute durante l’infanzia. Il modo in cui interagisco con il mio ambiente, con le persone che mi circondano, fa sì che io crei automaticamente pensieri o convinzioni, positivi o negativi.

Ad esempio, un bambino che ha sentito molte volte la frase “Non ci riesci”, “Non sei capace”, probabilmente crescerà sviluppando la convinzione negativa di incapacità, spesso non percepita. Poi, in qualche momento della sua vita, si sentirà incapace di svolgere qualche compito. Un altro esempio è una persona che in un certo momento della vita è stata o si è sentita respinta. Probabilmente quella persona si sentirà rifiutata in altri aspetti, generalizzando fino a pensare che sarà sempre rifiutata.

Mi baserò su questa convinzione per spiegare uno dei motivi che fanno sì che le persone abbiano difficoltà a dire “NO”, ma esistono altre convinzioni che contribuiscono certamente alla cosa. Posso dire “SÌ” per aver paura di essere rifiutata, perché voglio usare strategie compensatorie (se assecondo, poi sarò amata/ho bisogno di fare questo per essere accettata/se dico “SÌ” quella persona mi vorrà più bene/ se dico “SÌ” lo conquisterò, …)

Sono solo alcuni esempi. Sono pensieri come questi, automatici, che spesso lasciamo passare inosservati ma influenzano totalmente la nostra vita e le nostre scelte.

Se vi siete identificati con il tema, vi invito a compiere una riflessione: ogni volta che pensate di dire “SÌ” a qualcuno quando invece vorreste dire “NO”, pensate in primo luogo se esiste qualche convinzione negativa, e se ce n’è qualcuna affrontatela; non permettete che qualcun altro prenda in mano le redini della vostra felicità.

Quante volte ci lasciamo sfuggire delle opportunità per il fatto di permettere che questi pensieri disfunzionali ci dominino? Non temete! Se avete qualche pensiero negativo o vi siete identificati con qualcuna di queste convinzioni, condivido con voi una delle mie citazioni preferite:

“Il pensiero positivo può venire naturalmente ad alcuni, ma può anche essere imparato e coltivato. Cambia i tuoi pensieri e cambierai il tuo mondo”
(Norman Vicent  Peale)

315fyfr dans Fede, morale e teologia

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Il gigante egoista

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2015

Il gigante egoista
di Oscar Wilde – Il principe felice e altri racconti

il gigante e Gesù

Tutti i pomeriggi, quando uscivano dalla scuola, i bambini avevano l’abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante.

Era un giardino spazioso e bello, con morbida erba verde. Qua e là sull’erba si trovavano bei fiori come stelle e vi erano dodici peschi che a primavera si aprivano in delicate infiorescenze rosa e perla e in autunno portavano ricchi frutti. Gli uccelli posati sugli alberi cantavano in così dolci suoni che i bambini solevano interrompere i loro giochi per ascoltarli. – Come siamo felici qui! – gridavano l’un l’altro.

Un giorno il Gigante fece ritorno. Era stato a far visita al suo amico orco di Cornovaglia e si era fermato da lui per sette anni. Una volta trascorsi i sette anni aveva detto tutto quello che aveva da dire, dato che la sua conversazione era limitata e così decise di rientrare al proprio castello. Quando tornò vide i bambini che giocavano nel giardino.

– Che cosa state facendo qui? – urlò con voce molto altera e i bambini fuggirono.

– Il giardino mio è il giardino mio, – disse il Gigante; – chiunque può capirlo e io non permetterò che nessuno ci giochi al di fuori di me –. Così vi costruì intorno un alto muro ed espose un cartello:

I TRASGRESSORI SARANNO PERSEGUITI PER LEGGE.

Era un Gigante molto egoista.

I poveri bambini ora non avevano dove giocare. Provarono a giocare sulla strada, ma la strada era piena di polvere e di duri sassi, e a loro non piaceva. Solevano girovagare attorno all’alto muro quando le lezioni erano finite e parlare di quel bel giardino là dentro. – Come eravamo felici là, – dicevano l’un l’altro.

315fyfr dans Fede, morale e teologia

Poi venne la Primavera e il paese fu pieno di uccellini e boccioli. Solo nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Là gli uccelli non avevano voglia di cantare perché non c’erano bambini e le piante si dimenticavano di fiorire.

Una volta un bel fiore mise la testa fuori dal prato, ma quando vide il cartello fu così addolorato per i bambini che si immerse di nuovo nel terreno e si rimise a dormire. Gli unici a essere contenti erano Neve e Gelo. – La primavera ha dimenticato questo giardino, – esclamarono, – e così noi vivremo qui per l’intero anno –. La Neve coprì il prato con il suo grande manto bianco e il Gelo dipinse d’argento tutti gli alberi. Poi invitarono il Vento del Nord a stare con loro e lui accettò. Era impellicciato e ululava tutto il giorno per il giardino e soffiando buttava giù i comignoli. – Questo è un ottimo posto, – diceva. – Bisogna chiedere alla Grandine di farci visita.

Così venne la Grandine. Tutti i giorni per tre ore tamburellava sul tetto del castello, tanto da rompere la maggior parte delle tegole e poi correva tutto intorno per il giardino quanto più forte poteva. Era vestita di grigio e il suo respiro pareva ghiaccio.

– Io non riesco a capire perché la primavera stia arrivando così tardi, – diceva il Gigante Egoista mentre sedeva alla finestra a guardare il freddo giardino bianco. – Spero che ci sia un cambiamento del tempo.

Ma la Primavera non arrivò mai e nemmeno l’Estate. L’Autunno portò frutti d’oro a ogni giardino, ma al giardino del Gigante non ne portò. – È troppo egoista, – disse. Per questo motivo, là era sempre Inverno e il Vento del Nord e la Grandine e il Gelo e la Neve ballavano tra gli alberi.

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Un mattino il Gigante se ne stava a letto sveglio, quando udì una piacevole musica. Quel suono era tanto dolce per le sue orecchie che pensò fossero i musici del Re che passavano di là. In realtà era solo un fanello che cantava davanti alla sua finestra, ma da così tanto tempo non sentiva cantare un uccello nel suo giardino che gli sembrò fosse la musica più bella del mondo. Allora la Grandine smise di danzargli sulla testa e il Vento del Nord cessò di ululare e un delizioso profumo lo raggiunse attraverso gli scuri aperti. – Penso che alla fine sia arrivata la Primavera, – disse il Gigante; e saltò giù dal letto a guardar fuori.

Che cosa vide?

C’era una vista meravigliosa. Da un piccolo buco nel muro erano scivolati dentro i bambini e stavano seduti sui rami degli alberi. Su ciascuno degli alberi che riusciva a vedere c’era un bambino. E ad avere di nuovo dei bambini, gli alberi erano così felici che si erano coperti di germogli e muovevano gentilmente le braccia sopra il loro capo. Gli uccelli volavano là intorno e gorgheggiavano gioiosi e i fiori occhieggiavano dal verde dei prati e ridevano. Era una bella scena, solo in un angolo era ancora inverno. Era l’angolo più lontano del giardino e là se ne stava in piedi un bimbetto. Era così piccolo che non arrivava ai rami dell’albero e gli stava girando intorno piangendo amaramente. La povera pianta era ancora coperta di gelo e neve e il Vento del Nord le soffiava e ululava addosso. – Arrampicati, piccino! – diceva l’Albero e curvava i rami quanto poteva; ma il ragazzino era troppo piccolo.

E il cuore del Gigante si sciolse quando guardò fuori. – Come sono stato egoista! – disse. – Ora so perché qui non veniva la Primavera. Metterò quel povero ragazzino in alto sull’albero e poi abbatterò il muro e il mio giardino sarà per sempre il campo di gioco dei bambini. Per sempre –. Era realmente molto dispiaciuto per quello che aveva fatto.

Così scese di nascosto le scale e aprì in silenzio la porta principale e uscì nel giardino. Ma quando lo videro, i bambini ne furono così spaventati che scapparono via e nel giardino ritornò inverno. Solo il bambinetto non scappò, perché aveva gli occhi così pieni di lacrime che non vide il Gigante avvicinarsi. E il Gigante gli girò dietro pian piano, lo prese in mano delicatamente e lo posò sull’albero. E l’albero si mise di colpo a fiorire e gli uccelli vennero a cantare là sopra e il bambinetto distese le braccia e cinse il collo del Gigante e lo baciò. E gli altri bambini, quando videro che il Gigante non era più cattivo, ritornarono di corsa e con loro arrivò la Primavera. – Ora è il vostro giardino, bambini, – disse il Gigante e prese una grande scure e buttò giù il muro. E a mezzogiorno, quando stava andando al mercato, la gente trovò il Gigante che giocava con i bambini nel giardino più bello che avessero mai visto.

Giocarono per tutto il giorno e alla sera ritornarono dal Gigante per salutarlo.

– Ma dov’è il vostro piccolo compagno? – egli disse. – Il bambino che ho messo sull’albero –. Il Gigante voleva bene più a lui perché l’aveva baciato.

– Non lo sappiamo, – risposero i bambini. – È andato via.

– Dovete dirgli di stare tranquillo e venire domani, – disse il Gigante. Ma i bambini dissero che non sapevano dove abitasse e prima non l’avevano mai visto; e il Gigante si sentì molto triste.

Tutti i pomeriggi, finita la scuola, i bambini venivano a giocare con il Gigante. Ma il bambinetto a cui il Gigante voleva bene non fu mai più rivisto. Il Gigante era molto cortese con tutti i bambini, ma desiderava quel suo primo piccolo amico e spesso parlava di lui. – Come mi piacerebbe vederlo! – soleva dire.

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Passarono gli anni e il Gigante diventò molto vecchio e debole. Non poteva più giocare e così stava su un seggiolone a guardare i bambini che giocavano e ammirava il suo giardino. – Ho molti bei fiori, – diceva, – ma i bambini sono i fiori più belli.

Una mattina d’inverno guardò fuori dalla sua finestra mentre si stava vestendo. Ora non odiava più l’Inverno perché sapeva che era solo la Primavera addormentata e che i fiori stavano riposando.

All’improvviso si strofinò gli occhi per lo stupore e rimase a guardare… a guardare… Era certo una visione meravigliosa. Nell’angolo più lontano del giardino c’era un albero tutto coperto di belle gemme bianche. I suoi rami erano tutti d’oro e ne pendevano frutti d’argento e là sotto c’era il ragazzino a cui aveva voluto bene.

Il Gigante scese con grande gioia per le scale e uscì nel giardino. Si affrettò ad attraversare il prato e si accostò al fanciullo. E quando gli fu vicino, diventò rosso in volto per l’ira e disse: – Chi ha osato ferirti? –. Perché sulle palme delle mani del fanciullo c’erano i segni di due chiodi e i segni di due chiodi erano pure sui piccoli piedi.

– Chi ha osato ferirti? – gridò il Gigante. – Dimmelo, che io possa sguainare la spada e ucciderlo.

– Ma no! – rispose il fanciullo. – Queste sono le ferite d’Amore.

– Chi sei tu? – chiese il Gigante. Uno strano timore lo invase ed egli cadde in ginocchio davanti al fanciullo.

E il fanciullo sorrise al Gigante e gli disse: – Tu mi hai fatto giocare una volta nel tuo giardino, oggi verrai tu con me nel mio, che è il Paradiso.

E quando quel giorno i bambini corsero là, trovarono sotto l’albero il Gigante che giaceva morto, tutto coperto di petali bianchi.

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La confessione del Papa: «Mi sono sentito usato»

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2015

La confessione del Papa: «Mi sono sentito usato»
Francesco parla dell’amicizia, dell’ambiente e dei fondamentalismi durante la prima intervista a una radio indipendente e non confessionale (FM Milenium) dell’Argentina
di Andrès Beltramo Álvarez – Vatican Insider

papa francesco

«Mi sono sentito usato da persone che si sono presentate come amiche e che io forse non avevo visto più di una o due volte in vita mia. Hanno usato questo per il loro vantaggio». Una confessione onesta di Papa Francesco sull’amicizia utilitaria. «A me, questo fa male», ha detto durante la prima intervista a una radio indipendente e non confessionale, FM Milenium dell’Argentina. Il dialogo è stato trasmesso ieri, domenica 13 settembre, a Buenos Aires.

Un’ora circa di conversazione tra Francesco e un suo amico da più di 15 anni: Marcelo Figueroa. Presbiteriano, si erano conosciuti nei tempi quando lui era il direttore delle Società Bibliche Argentine. Da allora hanno alimentato un’amicizia che è riuscita a sopravvivere anche nei momenti più difficili, come la malattia. «Diálogos para el encuentro» (dialoghi per l’incontro) è il nome del programma che si può ascoltare tutte le domeniche pomeriggio, sulla frequenza 106.7 FM.

«Non ho mai avuto tanti ‘amici’ come adesso. Tutti sono amici del Papa. L’amicizia è qualcosa di molto sacro. Lo dice la Bibbia: ‘abbi uno o due amici’. Prima di considerare amico qualcuno, lascia che il tempo lo metta alla prova, per vedere come reagisce davanti a te», ha detto Jorge Mario Bergoglio, prima di chiarire che tutti vivono l’esperienza dell’amicizia utilitaria.

«L’amicizia è accompagnare la vita dell’altro da un presupposto tacito. In genere, le vere amicizie non devono essere esplicitate, succedono, e poi è come se si coltivassero. Al punto di far entrare l’altra persona nella mia vita come sollecitudine, come buon auspicio, come salutare curiosità di sapere com’è lui, la sua famiglia, i suoi figli», ha aggiunto.

Secondo il Pontefice, bisogna saper distinguere l’amicizia da altre forme di relazione come quella che si instaura tra colleghi. Anche se sono passati mesi o anni, ha spiegato, quando uno si ritrova con un amico si sente come se il tempo non fosse trascorso.

«Noi uomini, per il nostro peccato, per la nostra debolezza, fomentiamo la cultura dell’inimicizia. Dalla guerra fino alle chiacchiere di quartiere, o al lavoro. Uno degrada, calunnia o diffama l’altro con molta libertà, come se fosse la cosa più naturale al mondo, anche se non fosse vero, soltanto per avere un posto più potente o qualcos’altro», ha spiegato.

Francesco ha anche detto che, di fronte a questa tendenza all’inimicizia, bisogna spingere «l’amicizia sociale», che per lui si chiama «cultura dell’incontro». Ha anche riconosciuto che agli esseri umani «piace molto» diventare dei giudici per marcare le distanze, ma, ha ricordato, l’unico giudice è Dio.

Poi ha parlato del dialogo interreligioso, riconoscendo che ogni confessione ha il proprio «gruppetto di fondamentalisti», il cui «lavoro» è distruggere per un’idea, non per la realtà. Ha spiegato che questi fondamentalisti «allontanano a Dio dalla compagnia del suo popolo» e lo trasformano in un’ideologia. «Allora, nel nome di quel Dio ideologico, uccidono, attaccano, distruggono, calunniano. Per essere un po’ pratici, trasformano questo Dio in un idolo», ha ribadito.

E poi ha riflettuto sulla stessa idea, osservando che c’è oggi «un’oscurità trasversale», che nasconde l’orizzonte dell’umanità, rinchiude in delle ideologie e costruisce delle mura che impediscono l’incontro. «Metto un muro invece di tendere un ponte e lì l’amicizia dei popoli non può darsi», ha detto.

Ha anche parlato del suo rapporto con i fedeli, rivelando il bisogno che sente di avvicinarsi perché la gente lo rivitalizza, raccontandogli le sue pene, e lui riceve tutti. Ed è questo che devono essere i preti: dei ponti, ha spiegato, e che per quello si chiamano «pontefici». «Quando abbraccio la gente, è Gesù che abbraccia me! Ricevo una vita contenta, allegra, una testimonianza…».

«Quando un prete si isola, nella sua postura ieratica o nella sua postura legalista, o nella sua postura da principe – quando dico prete, dico vescovo, Papa…. – quando si allontana – ha scandito Francesco -, incarna in certa maniera quei personaggi ai quali Gesù dedica tutto il capitolo 23 del Vangelo di Matteo. Quei legalisti, farisei, sadducei, dottori della legge che si sentivano dei puri».

Si è anche detto «pescatore» e ha ammesso che deve lottare costantemente contro i suoi egosimi. E ha rivelato che tutto il buono che ha è stato un regalo; a volte si rivolge a Gesù e dice: «Ma dai, è tanto buona la gente, come pensa, quanto buona che è!».

Più avanti ha anche parlato del rapporto dell’essere umano con l’ambiente; purtroppo, ha detto, non sempre l’uomo è «amico» del creato, perché speso tratta la natura come il suo «nemico peggiore». E si è spiegato meglio ricordando che Dio ha detto: «Crescete, moltiplicatevi, dominate la terra, prendetevi cura della terra! Ma arriva un momento nel quale l’uomo si sente padrone, va oltre quello che vuol dire prendersi cura della terra e la tralascia. E così crea un’incultura, perché abusa della natura».

Figueroa, l’intervistatore, ha fatto una domanda sul capitolo due della «Laudato sì», dove Francesco denuncia un sistema che alimenta il degrado dell’ambiente, un sistema corrotto e perverso.

Al riguardo, il Papa ha spiegato: «È un sistema che, per il guadagno (perché in fondo c’è il guadagno, l’agnello e sempre d’oro, l’idolo è d’oro e si trova nel centro)… L’uomo è stato spostato dal centro e lì c’è il denaro. Non si ha in considerazione il creato, e tra esso l’uomo. La schiavitù, il lavoro schiavo, non prendersi cura del creato, non prendersi cura del re del creato. Cioè, abbiamo un rapporto cattivo con il creato in questo momento».

E ha aggiunto: «Ricordo la frase di un dirigente politico molto importante nel mondo: ‘Non si tratta di prendersi cura del creato per formare un mondo migliore per i nostri figli, perché non ci sarà’. Se continuiamo a questi ritmi, non ci sarà. Si tratta di prendersi cura del creato per questo momento. Siamo di fronte all’irreversibile, ed è tragico. E, d’altra parte, non è invincibile (quest’ingiustizia, ndr), perché, anche se arrivasse la catastrofe, io credo nella terra nuova e nei cieli nuovi. Ho speranza e so che il creato sarà trasformato».

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Storie di filo spinato

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2015

Storie di filo spinato
Escludere, segregare. Ieri le mandrie della prateria, oggi profughi e migranti. In mezzo, le guerre
di Roberto Reja – Il Foglio

filo spinato
Barriere difensive sulla costa sud dell’Inghilterra durante la Seconda guerra mondiale. Due bambine guardano il mare al di là della rete di filo spinato

Da qualche tempo, la sera, finito il lavoro nella fattoria – perché a sessant’anni si dava ancora da fare nella sua proprietà, seicento ettari di terra vicino alla cittadina di DeKalb, in Illinois – da qualche tempo Joseph F. Glidden si rigirava con una certa cautela tra le mani quel filo di ferro intorno al quale aveva stretto altri piccoli pezzi di filo di ferro ritorti e tagliati obliquamente alle due estremità come minuscoli stiletti. Era un’idea che aveva appena cominciato a circolare, un marchingegno semplice che sembrava promettere un impiego efficace come recinzione: per tenere lontani gli animali allo stato brado dai terreni coltivati, per tenere chiusi e controllati i propri allevamenti. Ma c’era qualcosa che ancora non andava, ed era il motivo per cui Glidden si rigirava quel rosario di spine tra le mani: il filo di ferro liscio, era già stato sperimentato, si deformava e si allentava quando batteva forte il sole, e quei suoi anellini acuminati, per quanto stretti, alla lunga non ne volevano sapere di stare fermi. Doveva esserci una soluzione, lo spronava anche la moglie Lucinda. Va detto che nemmeno la prima sera, comunque, Glidden aveva usato per i suoi esperimenti le forcine per i capelli di lei, come si sarebbe ricamato più tardi. Verosimile, invece, che Lucinda gli chiedesse con insistenza un rimedio per gli animali che entravano liberamente nel giardino e le rovinavano piante e fiori. La soluzione arrivò, altrettanto semplice e anche per questo a suo modo geniale: un secondo filo di ferro intrecciato al primo, che garantiva una maggiore robustezza all’insieme e manteneva fisse le punte di ferro. Non era il primo, anche se per gli altri si trattava soprattutto di tentativi, non era nato dal niente, ma era quello il filo spinato che conosciamo ancora oggi.

Come le spine che proteggono un fiore: ci avevano provato con delle siepi di rovi, ma occorrevano quasi cinque anni perché crescessero. Come una corona di spine, se lo si guarda da un’altra prospettiva, tanto che non passò molto tempo dalla sua invenzione perché fosse chiamato “corda del diavolo”. Nodo e chiodo insieme. Pochi oggetti hanno una storia così controversa, un’immagine e un significato tanto negativi per l’uso che se n’è fatto. Perché nonostante la sua minaccia sia ben visibile e i suoi effetti per questo evitabili, il filo spinato è diventato da tempo, ormai, la raffigurazione stessa dell’oppressione. Più inquietante, sempre, di un muro. Limite che fa la voce grossa, che sottolinea con il suo carico simbolico i compiti che gli sono affidati: escludere o segregare. E pochi oggetti hanno una storia così lunga, sempre uguali a se stessi o appena evoluti nella macabra efficienza: le lame saldate di oggi al posto delle spine. Dalle praterie americane di fine Ottocento, per tenere a bada le bestie, ai confini dell’Ungheria, per fermare profughi e migranti, dalle frontiere di inconciliabili nemici, in medio ed estremo oriente, a quelle che dividono paesi poveri da altri ricchi, nelle Americhe. Sui muri di cinta delle caserme, nelle carceri a garantire (o solo a suggerire) la massima sicurezza. In certi paesi a isolare quartieri, a delimitare benessere e malessere sociale.

Semplice, economico, sufficientemente efficace per ciò che gli si chiede: così si spiega la longevità del filo spinato, che dopo quasi un secolo e mezzo sopravvive in tempi in cui un computer diventa obsoleto in pochi anni. Talmente semplice, anzi, che si potrebbe pensare sia nato molto prima di quel 24 novembre 1874 in cui Glidden ottenne il brevetto per la sua invenzione. L’avevano preceduto per la verità due francesi e un americano del New Jersey negli anni Sessanta con tentativi più rudimentali: punte da applicare nella parte superiore delle recinzioni in legno per evitare che fossero scavalcate, dunque per ragioni di sicurezza, più che di contenimento del bestiame, e altri tre americani, che volevano ovviare alla scarsità di pietra e legname per i recinti tradizionali, ma i cui prodotti non arrivarono mai a essere commercializzati.

Nell’autunno del 1873, un ulteriore esperimento, una striscia di legno chiodato da fissare a un filo come deterrente per il passaggio del bestiame, è in mostra alla fiera annuale della contea di DeKalb. Glidden e due amici, un taglialegna e un commerciante di ferramenta, ne rimangono colpiti. Tempo sei mesi e ciascuno dei tre presenta un suo progetto all’ufficio brevetti. Quello vincente è di Glidden. L’agricoltore, che da giovane avrebbe voluto fare l’insegnante, s’è ingegnato: i primi venti metri li ha prodotti aiutandosi con un macinino da caffè. Ma ora deve pensare più in grande. Studia una macchina per la produzione del filo spinato in larga scala, entra in società con Isaac L. Ellwood, il commerciante di ferramenta, e insieme fondano la Barb Fence Company. Start-up da manuale: il filo spinato ha un immediato successo, e i profitti crescono. Dalle 4.500 tonnellate del 1875 la produzione (ripresa poi dall’American Steel and Wire Company e all’inizio del Novecento dalla United States Steel) passa alle 135.000 del 1901. Glidden l’anno successivo vende la sua quota nell’azienda per 60.000 dollari alla Washburn and Moen Manufacturing Company di Worcester, Massachusetts, mantenendo le royalty del suo brevetto. Diventerà uno degli uomini più ricchi d’America.

L’America, negli anni immediatamente precedenti, sembrava essersi fermata sulla soglia del Mississippi. Dal fiume alle Montagne Rocciose si stendeva quello che veniva spesso definito il Grande deserto americano, un oceano d’erba abitato principalmente da nativi americani e da cowboy con le loro mandrie da portare dal Texas verso gli snodi ferroviari per i mercati del nord-est. Ma alla metà del secolo prese piede l’idea che gli Stati Uniti dovessero espandersi da costa a costa, e a muoversi verso ovest dovevano essere gli agricoltori, perché erano loro, a differenza degli allevatori, che potevano costituirsi in comunità e dar vita a insediamenti permanenti. Nel 1862 il presidente Lincoln firmava lo Homestead Act: la legge concedeva a ogni cittadino il diritto di proprietà su 80 ettari di terra pubblica, a condizione che li coltivasse e che vi si stabilisse per almeno cinque anni. La terra era fertile, ma le coltivazioni erano minacciate dai bovini allo stato brado, dalle mandrie di passaggio. I recinti di filo spinato contribuirono anche più della ferrovia, che nel 1869 aveva realizzato il primo collegamento transcontinentale, alla conquista della prateria e del West. L’impresa lasciò sul campo molte vittime: gli indiani d’America, costretti ad arretrare e chiusi nelle riserve; i bisonti, che erano la loro principale fonte di sostentamento, a un passo dall’estinzione; l’impero del bestiame, fondato sul pascolo libero, sull’“open range”, la legge non scritta del libero accesso all’erba e all’acqua, fortemente penalizzato. E in più la conquista significò la morte di un mito americano, quello del cowboy.

“Perché hai lasciato il Texas, non c’è anche là la prateria a perdita d’occhio?”, chiede un giovane al disincantato Dempsey Rae, Kirk Douglas nel western di King Vidor “L’uomo senza paura”. “Certo”, risponde con malinconia il cowboy, che ha trovato lavoro nel Wyoming dopo che suo fratello è morto a causa di una lite per la “corda del diavolo”, “ma là hanno messo il filo spinato. Prima era tutto aperto, fin dove arrivava lo sguardo, fin dove un cavaliere poteva andare o guidare la sua mandria. Niente poteva fermarti, nessun ostacolo”. Dopo il 1880, lo scontro tra vaccari e coloni si fece più duro: i bovini morivano, i cowboy tagliavano i recinti, una foto dell’epoca ce li mostra con in mano una cesoia, il volto celato da una maschera bianca. E qualche volta nella guerra del filo spinato ci scappava il morto. Sono di questo periodo le voci e gli aneddoti sulla signora Glidden, che Alan Krell, autore nel 2002 di “The Devil’s Rope – A cultural history of barbed wire”, ritiene una spolverata di femminilità tesa a ingentilire l’invenzione di un oggetto che nell’immaginario aveva già preso una piega piuttosto cupa. Niente, naturalmente, a confronto di quanto sarebbe successo dopo, quando l’avrebbero usato non più per le bestie ma per gli uomini.

Le prime tracce di un impiego del filo spinato in guerra risalgono al conflitto ispanico-americano del 1898: le truppe americane lo adoperano per proteggere i loro accampamenti. Durante la guerra russo-giapponese del 1904-1905 assumono grande importanza per entrambe le parti le fortificazioni temporanee. Réginald Kann, inviato francese tra le postazioni russe, vede “reti di fil di ferro e fili spinati, bocche di lupo semplici e con paletti, disposte su quattro file; mine interrate ad accensione elettrica, in una parola tutti i tipi standard di difesa erano stati utilizzati dando alle postazioni un aspetto formidabile”. Già l’anno successivo a quel conflitto lontano, un ufficiale francese può scrivere che “le difese accessorie riconosciute come le più efficaci per la guerra di campagna sono le reti di fil di ferro. Pressoché invalicabili e invulnerabili al fuoco dell’artiglieria, esse rappresentano l’ostacolo più serio per l’assalitore”.

Tutto vero, se applicato a buona parte della guerra che sarebbe scoppiata di lì a meno di un decennio. In realtà, nonostante quelle note premonitrici, nonostante il filo spinato fosse nominato nel regolamento dell’esercito britannico fin dal 1888, i reparti che andarono in combattimento nell’estate del 1914 non ne erano muniti, perché quasi tutti, dagli alti comandi in giù, si aspettavano una guerra rapida, su fronti mobili, che sarebbe durata al più tardi fino a Natale. Fu all’inizio dell’autunno, quando si scavarono le prime trincee, che i soldati cominciarono a usarlo recuperandolo alla meglio dai villaggi vicini. Ma ci si rese subito conto dell’efficacia di una tale barriera protettiva e l’industria prese a produrre filo spinato specificamente per uso bellico: quello utilizzato fino a quel momento nei campi aveva di regola sette coppie di spine per metro, mentre il nuovo tipo militare veniva realizzato con quattordici o più. I fanti lanciati all’assalto ne sperimentarono tutte le insidie.

“Centinaia di morti, molti della trentasettesima brigata, erano sparpagliati come i resti di un naufragio. La maggior parte era morta sul territorio e sulla rete dei fili spinati nemici come dei pesci presi in una rete. Pendevano in posture grottesche. Alcuni sembravano pregare; erano morti in ginocchio e il reticolato aveva impedito la caduta”, scriveva un soldato britannico. Quella del corpo, ancora vivo o morto, aggrovigliato e lacerato tra i fili spinati è un’immagine ricorrente nell’inferno disperante della terra di nessuno. Il corpo del nemico o del compagno d’armi, un corpo talvolta da salvare a rischio della propria vita. (Emotivamente edulcorato nel passaggio dalla persona all’animale e trasferito su un terreno meno gravido di orrore, è uno dei cardini narrativi di “War Horse”, il film del 2011 in cui Steven Spielberg ha raccontato l’epopea di un cavallo negli anni della Prima guerra mondiale: Joey, che si è messo a galoppare all’impazzata sul campo di battaglia, supera le trincee e finisce intrappolato nel reticolo di spine della no man’s land. Il cavallo non ha divisa: un soldato inglese e uno tedesco usciranno timidamente dalle loro trincee per andare a liberarlo).

Nell’arco di poco tempo migliaia di chilometri di filo spinato avvolgono le fortificazioni e marcano la terra di nessuno: un regolamento francese del 1915 stabilisce un minimo di due linee parallele di picchetti a distanza di circa tre metri, uno britannico del ’17 prescrive per un reticolato uno spessore minimo di nove metri. “Idea geometrica geniale, la rete di fil di ferro consiste proprio nel togliere il superfluo, l’imponente, a vantaggio della pura efficacia, svuotando la muraglia difensiva e lasciandone soltanto un sottile scheletro metallico. E’ facile da riparare o da sostituire. Si può lavorare alle reti di notte o con la nebbia…”, scrive Olivier Razac nella sua “Storia politica del filo spinato” (2001). E tuttavia, indipendentemente dal fatto che l’artiglieria sempre più pesante e l’avvento del carro armato avranno in qualche modo ragione anche di questa barriera difensiva, il filosofo francese nota che il filo spinato è sì un aspetto saliente nel ricordo della Grande guerra, “ma nella misura in cui la sua evocazione non condensa, metaforicamente, l’essenziale del senso della guerra, né della guerra di trincea, non si può dire che ne sia diventato un simbolo… Diventerà simbolo universale solo dopo aver assunto un ruolo decisivo al centro stesso della catastrofe moderna, nell’esperienza totalitaria assoluta dei campi di concentramento e di sterminio nazisti”.

Storie di filo spinato dans Articoli di Giornali e News

Nei campi nazisti – già a partire dal primo, Dachau, sorto nel 1933 – il sistema di segregazione è piuttosto omogeneo ed è affidato quasi interamente al filo spinato. Le baracche, le torrette esterne di sorveglianza intervallate ogni ottanta metri, un doppio recinto di fili spinati carichi di corrente elettrica alto circa quattro metri. E’ tutto, o quasi. E’ l’essenziale. E’ il limite, il muro nella sua forma più dispotica: reclude, ha perso ogni valenza protettiva o di difesa, stabilisce una gerarchia indiscutibile (là dove, nelle trincee della Grande guerra, garantiva almeno, nel bene e nel male, la parità dei contendenti). E ancora una volta si può dire economico, facile da installare, facile da smontare e ora anche mortalmente efficace quando è carico di corrente elettrica. Da solo basta a evocare l’universo concentrazionario, e specularmente, una sua falla a negarlo. “La libertà. La breccia nel filo spinato ce ne dava l’immagine concreta”, disse Primo Levi dopo la liberazione da Auschwitz. “Questa espressività – aggiunge Olivier Razac – ha consentito di non riconoscere, quando non si voleva vederle, alcune forme concentrazionarie, perché mancava il filo spinato”. Joë Nordmann non aveva creduto alla testimonianza di Margarete Buber-Neumann sui lager sovietici: che un campo potesse essere grande come due volte la Danimarca era “incomprensibile” per una mente offuscata dall’ideologia. “Ma di che cosa parlava dunque? Era quello un campo di concentramento staliniano? Senza mura, senza fili spinati?”.

“E’ il miglior recinto del mondo. Leggero come l’aria. Più forte del whisky. Meno caro della polvere da sparo. Tutto in acciaio e lungo molti chilometri”, strillava John W. Gates, primo grande venditore di filo spinato nel diffidente Texas di fine Ottocento. Il filo spinato conserva buona parte di questo suo imprinting ed è tuttora largamente utilizzato, più di quanto in fondo ci aspetteremmo. Ma forse il suo tempo si sta davvero esaurendo, per cedere il passo a tecnologie più sofisticate. Anche se nuovi sistemi di controllo dello spazio ancora più leggeri e meno visibili e con la fedina simbolica immacolata potrebbero rivelarsi più subdoli e infidi, molto più pericolosi.

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Una lezione di tennis (e molto più)

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2015

Una lezione di tennis (e molto più)
L’impresa di Flavia Pennetta e Roberta Vinci agli Us Open, ovvero la rivincita della classe e della ragione sulle urla e sui muscoli
de Il Foglio

pennetta vinci

Flavia Pennetta ha conquistato il trofeo degli US Open di tennis, battendo in finale la connazionale Roberta Vinci 7-6, 6-2. Per Pennetta è la prima vittoria in un torneo dello Slam. Prima di ricevere il premio, la tennista italiana ha annunciato di volere lasciare il tennis dopo questo trionfo storico per lei e per lo sport italiano.

Non era mai successo che due tennisti italiani arrivassero a giocarsi una finale dello Slam. Ci sono riuscite Flavia Pennetta e Roberta Vinci, scese in campo sabato sera a New York per giocarsi gli Us Open.

Per farcela, le due pugliesi, «due atlete senza muscoli e centimetri impressionanti, hanno giocato un tennis delizioso, intelligente, vario, frastornando in semifinale la numero 1 e la numero 2 del mondo. Così riportando il tennis alla normalità, cioè a servizio, risposta, dritto, rovescio, volée» (Vincenzo Martucci) [1].

Stefano Semeraro: «È la rivincita di un tennis ragionato, molto made in Italy, che si è fatto strada nella tonnara di picchiatrici-urlatrici che è diventato il tennis moderno. Forse la più grande sorpresa dello sport di tutti i tempi (pensateci), probabilmente una delle imprese più esaltanti dello sport italiano, da conservare nello stesso scaffale dei trionfi del calcio, di Federica Pellegrini, di Valentino Rossi» [2].

Non è la prima volta che un’italiana conquista uno Slam (al momento in cui questo giornale va in stampa il match di New York non si è concluso). Nel 2010 Francesca Schiavone iscrisse il proprio nome nell’albo del Roland Garros. Martucci: «Ma la terra rossa è la nostra madre terra, dove crescono i tennisti, e dove la Schiavone ha giocato anche la finale del Roland Garros 2011 e la Errani quella del 2012, oltre che quella dei due trionfi Slam di Nicola Pietrangeli e di quello di Adriano Panatta. Ma il cemento, dove si disputano gli Us Open, è un campo più duro, sotto tutti i punti di vista, è un campo moderno, se vogliamo più globale» [1].

Flavia Pennetta, prima italiana nella storia a entrare nella «top ten», numero 10 nell’agosto 2009. Era stata già in semifinale a New York nel 2013 e quattro volte nei quarti (2008, 2009, 2011 e 2014) [3].

Prima d’ora Roberta Vinci non era mai arrivata nemmeno a una semifinale di un torneo dello Slam [3].

Andrea Tundo: «Tutto inizia sulle sponde di due mari, l’Adriatico e lo Ionio, che in Puglia distano appena 70 chilometri. È lo spazio che corre tra Brindisi e Taranto, dove Flavia e Roberta nascono a un anno di distanza. Quanto basta per potersi sfidare in singolare nei tornei giovanili e combattere fianco a fianco in doppio. Amiche per la pelle e per la racchetta, queste Sorelle d’Italia capaci di prendersi New York al crepuscolo della loro carriera, 33 e 32 anni. Iniziate al tennis dai papà, Oronzo e Angelo, nei circoli tennis delle due città» [4].

Riccardo Crivelli: «Sono fortissime, imbattibili e perdono soltanto quando si sfidano una contro l’altra: 11, 12, 13 anni, non esiste categoria d’età in cui non passino con il piglio delle dominatrici. E proprio le tante partite tra di loro, invece di rinfocolare la rivalità, accendono l’amicizia. Lontane da casa, insieme nelle nazionali juniores, perfino nelle stesse camere d’albergo, inseparabili. La consacrazione internazionale arriva con il successo al Roland Garros Under 18 nel 1998» [5].

Poi il salto nel professionismo. Semeraro: «Una faglia che le ha separate, complice l’anno di stop di Flavia per colpa del tifo. Roberta cambiò allora compagna di doppio, incrociando prima la francese Testud poi per anni formidabili Sara Errani, ma è sempre rimasta ad allenarsi in Italia, fra Roma e Palermo dove ha trovato il suo attuale coach, Francesco Cinà. Flavia per diventare grande è emigrata in Spagna. Si sono perse e ritrovate su questa rotta molto produttiva, dalla Puglia alla East Coast, incrociandosi nei tornei, aiutandosi in Fed Cup. Scambiando e mescolando sogni» [6].

«A 19 anni ho preso il tifo mangiando una forchettata di bianchetti crudi, olio e limone. Due settimane d’incubazione, 41˚ di febbre, 21 giorni d’ospedale. In quel periodo, avendo molto tempo per pensare, feci una scommessa con me stessa: dedicarmi al tennis anima e corpo per una stagione. Se non avessi fatto il salto di qualità, avrei smesso. Alla fine del 2002 ero la numero 93» (Flavia Pennetta) [7].

Crivelli: «Sarà così per qualche anno, con la Pennetta che scala subito le classifiche approdando a 22 anni tra le prime 50 del mondo, mentre la storia d’amore con lo spagnolo Carlos Moya, già numero uno del mondo, fa il giro planetario delle copertine, mentre Roberta brilla per talento ma non per risultati, o almeno quelli attesi, fermata spesso da un’innata timidezza» [5].

«Mi entusiasmai la prima volta che vidi su un campo, a Bari, un’adolescente bella come un’attrice tipicamente mediterranea, diciamo Antonella Lualdi, che tirava diritti e rovesci quasi fosse la Evert. “Mi pare incantevole, oltre che promettente”, dissi ad un mio ignoto coetaneo che seguiva sorridendo lo spettacolo. “Tanto carina che, avessi quarant’anni meno, mi proporrei non solo come suo coach, ma come suo sposo”. Il signore si presentò “Oronzo Pennetta, papà di Flavia”. Sono passati, da allora, una quindicina d’anni» (Gianni Clerici) [8].

Nel 2011 Roberta Vinci diventa la prima e unica giocatrice italiana a vincere in singolare un torneo Atp su ogni superficie, anche se il doppio continua ad essere la sua specialità [5].

Tre anni fa, mentre i suoi colleghi giocavano gli Us Open, Flavia Pennetta postava una foto col polso fasciato. Si era appena operata a Barcellona, era il 31 agosto del 2012. Era scesa fino al 166 posto nel ranking mondiale. «Se non torno subito tra le prime cento, smetto», prometteva [5].

Francesco Paolo Giordano: «Dietro quell’accenno di resa da parte di Flavia, c’era molto di più del semplice timore di non competere più ad alti livelli. A un certo punto, le delusioni le piombarono addosso una dietro l’altra. Come se a lanciarle fosse una macchina spara-palline, il “drago”, come lo chiama Agassi. Nel 2007, la brindisina si reca a Bastad, per fare una sorpresa al suo fidanzato Carlos Moya. Lo scopre con un’altra, e tanto basta per farla precipitare in uno stato catalettico. “Il pensiero mi consumava come un’erbaccia. La gente provava pietà per me e io non riuscivo a difendermi neanche da questo. Era come se avessi perso il gusto delle cose. Cercavo di anestetizzarmi nei confronti della vita, per non avvertire dolore. Non sentivo neanche quello fisico. Un esempio stupido: persino quando facevo la ceretta, non sentivo niente”» [9].

A inizio 2015, scoppia la coppia di doppio Errani-Vinci, e la discesa per quest’ultima sembra non finire più. Ad aprile, mentre la nazionale italiana di tennis rimane in serie A di Fed Cup battendo gli Stati Uniti di Serena Williams con la Pennetta eroina del punto decisivo, la Vinci, ufficialmente infortunata a un ginocchio, non è neppure in tribuna a fare il tifo [5].

Prima di questi Us Open Flavia Pennetta era la numero 26 del mondo, Roberta Vinci la numero 43 [2].

Vinci, un metro e 63 d’altezza per 60 chili. Pennetta, un metro e 72 per 58 chili [10].

Ci sono solo due giocatrici tra le prime 50 che giocano il rovescio a una mano, Roberta Vinci e Carla Suárez Navarro [11].

Clerici: «Flavia e Roberta giocano l’una il rovescio bimane, l’altra conserva un back-hand addizionale, un colpo insolito quanto elegante e efficace. Flavia è più attaccante dal fondo, Roberta pare addirittura attratta dalla rete, dove le volée non sono certo inferiori allo smash. È proprio la capacità di volleare ad aver fatto di Robertina una spalla ideale alla solidità nei rimbalzi di Sara Errani, consentendo alle due i grandi risultati nel doppio, addirittura 4 titoli di tornei Slam» [12].Una lezione di tennis (e molto più) dans Sport dans Stile di vita

Lea Pericoli: «Tecnicamente sono due atlete diverse. Roberta gioca il tennis di un tempo: fantasia, tocco, la perfezione della volée. Sembra uscita da un manuale classico. Flavia ha uno stile più moderno, ma quello che le accomuna è la grinta, l’impegno, la passione che mettono in quello che fanno. È straordinario poi vederle sempre protagoniste a 32 e 33 anni. La verità è che loro due sanno “ragionare” di tennis in campo, mentre le tante bambine prodigio di oggi spesso sanno solo picchiare tanto che finiscono per picchiarsi da sole» [13].

a cura di Luca D’Ammando

Note: [1] Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport 12/9; [2] Stefano Semeraro, La Stampa 12/9; [3] Gaia Piccardi, Corriere della Sera 12/9; [4] Andrea Tundo, il Fatto Quotidiano 12/9; [5] Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport 12/9; [6] Stefano Semeraro, La Stampa 10/9; [7] Gaia Piccardi, Corriere della Sera 1/12/2008; [8] Gianni Clerici, la Repubblica 12/9; [9] Francesco Paolo Giordano, Unidici 10/9; [10] Gianni Valenti, La Gazzetta dello Sport 12/9; [11] Fabio Severo, Unidici giugno 2014; [12] Gianni Clerici, la Repubblica 17/3; [13] Lea Pericoli, La Stampa 10/9.

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Il sacerdote deve rispettare i fedeli

Posté par atempodiblog le 13 septembre 2015

Il sacerdote deve rispettare i fedeli
del Servo di Dio don Dolindo Ruotolo

don dolindo

Il sacerdote deve mostrare profonda stima e rispetto dei suoi fedeli, pensando che sono creature di Dio, e che saranno innanzi a Lui la sua gloria, rappresentando essi il frutto delle sue fatiche e il titolo della sua eterna ricompensa. Il trattarli con rispetto profondo e soprannaturale li spinge a rispettarlo e ad amarlo come padre delle anime loro, e li induce più facilmente a mettere in pratica i suoi insegnamenti. Anche le persone più umili del popolo s’ingentiliscono quando sono trattate con rispetto, e persino i fanciulli si sentono costretti ad una maggiore educazione innanzi al ministro di Dio.

Il sacerdote deve perciò trattare con lo stesso garbo e rispetto tanto i nobili che il popolo, tanto gli uomini che le donne, tanto i vecchi che i fanciulli. Deve evitare qualunque parola volgare, deve dare a tutti del voi o del lei, deve invitarli a sedere se gli parlano, deve alzarsi nel licenziarli, quando è possibile, per mostrare loro la propria deferenza.

Per la strada deve sempre prevenirli nel saluto, e il suo saluto deve essere sempre profumato da un gesto di bontà, da un sorriso, da un inchino, da una parola santa. Deve conciliarsi la fiducia dei piccoli col mostrare di interessarsi di loro, col mettere magari loro la mano sul capo in segno di benedizione e, quando può, col dispensare loro un’immaginetta sacra, che li richiami all’amore delle cose sante. Quanto bene può fare un sacerdote che si comporta così, e che riguarda i suoi fedeli come anime, anime redente dal Sangue di Gesù Cristo!

Egli, che tante volte porta Gesù vivo e vero sul cuore portandolo agli infermi, deve pensare con gioia che cammina con Gesù per andare con Lui alla ricerca delle anime. «Andiamo, Gesù – deve dire esultando – andiamo insieme alla salvezza delle anime». Ed anche quando non porta Gesù vivo e vero sul cuore, egli lo ha nel cuore per il suo santissimo carattere sacerdotale, e deve riguardarsi come un soldato suo, che in ogni passo deve marciare alla conquista delle anime.

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La misericordia è il modo come perdona Dio

Posté par atempodiblog le 13 septembre 2015

padre misericordioso

La Beata Madre Speranza è stata un segno prezioso per la Chiesa, perché si è fatta annunciatrice dell’Amore Misericordioso di Dio per gli uomini, il dono che contiene tutti gli altri, che abbiamo ricevuto dal nostro Divino Salvatore. Non può essere un caso che a dichiarare Beata Madre Speranza sia stato proprio Papa Francesco, che sin dal suo primo Angelus domenicale ha fatto della proclamazione della misericordia di Dio il tema centrale del suo ministero pastorale.

Infatti, la Beata Madre ha voluto in questo luogo «far conoscere a tutti che Dio è un Padre che ama, perdona, dimentica e non tiene in conto i peccati dei suoi figli quando li vede pentiti», e Papa Francesco, in quella prima occasione, ci ha ricordato che «il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza… pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito» (Angelus, 17 marzo 2013).

L’umile pentimento dell’uomo è la fessura attraverso cui la misericordia di Dio può penetrare in un cuore indurito, la porta sulla nostra vita che possiamo aprire a Dio; «La misericordia è qualcosa di difficile da capire», ma essa «è il modo come perdona Dio». Ascoltando queste parole del Santo Padre, diventa facile comprendere il nome che Madre Speranza ha voluto per questo luogo, con la sua intitolazione all’Amore Misericordioso; infatti, Dio, che è Amore, si dona a noi, ci raggiunge con la dolcezza della sua misericordia, come la lettera di una persona cara, consegnata da un postino premuroso e sorridente.

del Card. Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione del Clero

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San Massimiliano Maria Kolbe: “Quanto è buona l’Immacolata”

Posté par atempodiblog le 12 septembre 2015

RIFLESSIONI: “Quanto è buona l’Immacolata” – di San Massimiliano Maria Kolbe
Tratto da: Luci sull’Est

immagine madonna della misericordia arzilla

Carissimi figlioli, come desidererei dirvi, ripetervi, quanto è buona l’Immacolata, per poter allontanare per sempre dai vostri piccoli cuori la tristezza, l’abbattimento interiore e lo scoraggiamento.

La sola invocazione ‘Maria’, magari con l’animo immerso nelle tenebre, nelle aridità e perfino nella disgrazia del peccato, quale eco produce nel Suo cuore che tanto ci ama!

E quanto più l’anima è infelice, sprofondata nelle colpe, tanto più questo rifugio di noi poveri peccatori la circonda di amorevole e sollecita protezione.

Ma non affliggetevi affatto se non sentite tale amore. Se volete amare, questo è già un segno sicuro che state amando; ma si tratta solo di un amore che procede dalla volontà. (SK 509).

San Massimiliano Maria Kolbe

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L’inno di Alessandro Manzoni per la memoria del nome di Maria

Posté par atempodiblog le 12 septembre 2015

Il nome di Maria
di Alessandro Manzoni

Tacita un giorno a non so qual pendice
Salia d’un fabbro nazaren la sposa;
Salia non vista alla magion felice
D’una pregnante annosa;

E detto: “Salve” a lei, che in reverenti
Accoglienze onorò l’inaspettata,
Dio lodando, sclamò: Tutte le genti
Mi chiameran beata.

Deh! con che scherno udito avria i lontani
Presagi allor l’età superba! Oh tardo
Nostro consiglio! oh degl’intenti umani
Antiveder bugiardo!

Noi testimoni che alla tua parola
Ubbidiente l’avvenir rispose,
Noi serbati all’amor, nati alla scola
Delle celesti cose,

Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne
L’alta promessa che da Te s’udia,
Ei che in cor la ti pose: a noi solenne
È il nome tuo, Maria.

A noi Madre di Dio quel nome sona:
Salve beata! che s’agguagli ad esso
Qual fu mai nome di mortal persona,
O che gli vegna appresso?

Salve beata! in quale età scortese
Quel sì caro a ridir nome si tacque?
In qual dal padre il figlio non l’apprese?
Quai monti mai, quali acque

Non l’udiro invocar? La terra antica
Non porta sola i templi tuoi, ma quella
Che il Genovese divinò, nutrica
I tuoi cultori anch’ella.

In che lande selvagge, oltre quei mari
Di sì barbaro nome fior si coglie,
Che non conosca de’ tuoi miti altari
Le benedette soglie?

O Vergine, o Signora, o Tuttasanta,
Che bei nomi ti serba ogni loquela!
Più d’un popol superbo esser si vanta
In tua gentil tutela.

Te, quando sorge, e quando cade il die,
E quando il sole a mezzo corso il parte,
Saluta il bronzo, che le turbe pie
Invita ad onorarte.

Nelle paure della veglia bruna,
Te noma il fanciulletto; a Te, tremante,
Quando ingrossa ruggendo la fortuna,
Ricorre il navigante.

La femminetta nel tuo sen regale
La sua spregiata lacrima depone,
E a Te beata, della sua immortale
Alma gli affanni espone;

A Te che i preghi ascolti e le querele,
Non come suole il mondo, né degl’imi
E de’ grandi il dolor col suo crudele
Discernimento estimi.

Tu pur, beata, un dì provasti il pianto,
Né il dì verrà che d’oblianza il copra:
Anco ogni giorno se ne parla; e tanto
Secol vi corse sopra.

Anco ogni giorno se ne parla e plora
In mille parti; d’ogni tuo contento
Teco la terra si rallegra ancora,
Come di fresco evento.

Tanto d’ogni laudato esser la prima
Di Dio la Madre ancor quaggiù dovea;
Tanto piacque al Signor di porre in cima
Questa fanciulla ebrea.

O prole d’Israello, o nell’estremo
Caduta, o da sì lunga ira contrita,
Non è Costei, che in onor tanto avemo,
Di vostra fede uscita?

Non è Davidde il ceppo suo? Con Lei
Era il pensier de’ vostri antiqui vati,
Quando annunziaro i verginal trofei
Sopra l’inferno alzati.

Deh! a Lei volgete finalmente i preghi,
Ch’Ella vi salvi, Ella che salva i suoi;
E non sia gente né tribù che neghi
Lieta cantar con noi:

Salve, o degnata del secondo nome,
O Rosa, o Stella ai periglianti scampo,
Inclita come il sol, terribil come
Oste schierata in campo.

Con Maria verso il Santo Natale dans Don Giustino Maria Russolillo mariaimmacolata

L’inno di Alessandro Manzoni per la memoria del nome di Maria
«E UBBIDIENTE L’AVVENIR RISPOSE»
di Mons. Inos Biffi – L’Osservatore Romano

Secondo il progetto contenuto in un manoscritto cartaceo, conservato nella sala manzoniana della biblioteca Braidense, tra i dodici inni programmati Manzoni intendeva comporne due in onore di Maria: quello per la festa dell’Assunzione e quello per la memoria del suo nome, ricorrente nella liturgia il 12 settembre. In realtà solo quest’ultimo vide la luce – tra il novembre 1812 e il 19 aprile 1813. E manifesta tutta la semplice e ardente pietà dello scrittore, da poco ridiventato credente, verso la Vergine.

Si potrebbe dire, in sintesi, che Il Nome di Maria traduca in delicatissima poesia il vangelo lucano della Visitazione, il mistero dell’umiltà e della grandezza della Madre di Dio, e il rifrangersi nell’universale devozione cristiana della sua profezia - “Tutte le genti / Mi chiameran beata” -.

La pacata bellezza dell’inno, modellato sul ritmo contemplativo della saffica, attrae già dalla prima strofa, dove, con tocco agile e delicato, il poeta ci fa
apparire dinanzi in tutta la sua suggestion e la trasparente immagine di Maria nel suo ascendere raccolto alla casa di Elisabetta: “Tacita un giorno a
non so qual pendice / Salia d’un fabbro nazaren la sposa; / Salia non vista alla magion felice / D’una pregnante annosa”.

«Il Manzoni – commenta il cardinale Giovanni Colombo da finissimo conoscitore del poeta lombardo - con una paroletta di sole tre sillabe – “Tacita” - dà
inizio a questa lirica. Felice scoperta: basterebbe questo sdrucciolo silenzioso per darci la misura del suo gusto e del suo genio. Il fascino di bellezza, che ad alcune parole ricorrenti nelle prime strofe della poesia sembra conferire una vaga indeterminatezza, riempie di stupore.
“Un giorno”: quale non si sa; “a non so qual pendice”: neppure il poeta saprebbe indicarcela. “Salìa… Salìa”: vuol significare l’agile fretta; “d’un fabbro nazaren”: a Nazaret i falegnami saranno stati più d’uno; ma qui non è lui che conta, è la sua sposa. Ed ella va “non vista”, tanto era umile e raccolta in sé (…) Anche “inaspettata” è una di queste parole che acquistano fascino dall’indeterminatezza da cui sono velate».
In questo incontro tra le due madri Manzoni si sofferma in particolare sull’annunzio profetico di Maria: “Tutte le genti / Mi chiameran beata”. L’“età superba” - come egli qualifica con secca e sferzante definizione l’umanità priva della luce e della pietà cristiana - nel suo “tardo consiglio” e nel suo umano “antiveder bugiardo”, sicuramente avrebbe schernito questo presagio divinamente ispirato al cuore dell’“inaspettata” nella casa di Elisabetta.

Quanti però sono destinati a vivere nell’amore e a porsi alla scuola di Dio e dei suoi misteri – “Noi serbati all’amor, nati alla scola / Delle celesti cose” -
possono attestare che il tempo si è docilmente piegato al preannunzio della Vergine – “Ubbidiente l’avvenir rispose”.
Il poeta passa, così, all’esaltazione e al saluto del nome di Maria, Madre di Dio: un nome solenne e incomparabile; caramente ripetuto in ogni età, anche la più rude; insegnato di padre in figlio; invocato universalmente e onorato anche nei luoghi remoti e incolti, che pure conoscono “le benedette soglie” dei suoi “miti altari”: miti, perché spirano e trasfondono nell’anima serenità e confidenza, a dire anche “la preferenza – di Manzoni – per la gentilezza delle piccole cose” (Giovanni Colombo).
Ma altri “bei nomi”, insieme con quello di “Maria”, sono riservati alla Madonna: “O Vergine, o Signora, o Tuttasanta / – esclama il poeta nella sua ammirata contemplazione - Che bei nomi ti serba ogni loquela!”. Né mancano popoli, per quanto altezzosi, che si gloriano di essere sotto la sua protezione: “Più d’un popol superbo esser si vanta / In tua gentil tutela”: e qui sentiamo l’eco dell’antica antifona: Sub tuum praesidium, mentre possiamo notare la felice scelta dell’aggettivo “gentile” riferito alla salvaguardia di Maria, per dirne ancora il garbo affabile e attento.
La strofa che segue, nel suo ritmo sciolto e composto, è di un fascino incantevole nella rievocazione del suono di campana che tre volte al giorno – al mattino, a mezzogiorno e al tramonto – chiama i fedeli alla preghiera mariana, come “racchiudendo nel nome di Maria l’intera giornata del cristiano” (Valter Boggioni): “Te, quando sorge, e quando cade il die, / E quando il sole a mezzo corso il parte, / Saluta il bronzo che le turbe pie / Invita ad onorarte”.

Ed è l’invocazione degli umili e degli indifesi, con i loro “preghi” e le loro “querele”, che il poeta si sofferma poi a illustrare. Sul mondo di questi offesi e umiliati egli vede, particolarmente inchinata, la tenerezza materna della Vergine. Potremmo dire:
sui piccoli dei Promessi Sposi, trascurati dal mondo, che “col suo crudele / discernimento” distingue il dolore “degl’imi / e de’ grandi”, ma cari alla Provvidenza di Dio e alla cura della Vergine. In particolare, il poeta indugia «a contemplare tre quadretti: quello del fanciulletto che la chiama “nelle paure ella veglia bruna”, del navigante che ne invoca il soccorso nei momenti della burrasca, della femminetta che le affida la sua “spregiata lacrima”. È questa la parte più intensa della poesia. Ogni volta che il Manzoni nella vita umana vissuta immerge i simboli religiosi, questi perdono la loro fredda astrattezza e suscitano le vibrazioni più profonde».
Del resto, la Vergine stessa ha fatto l’esperienza delle lacrime: “Tu pur, beata, un dì provasti il pianto”, e “quello che in quest’inno ci commuove, è
ciò che vi è di più semplice: la preghiera che si appella alla Madre divina per una nostra comunione al suo soffrire” (G. Colombo).
Il ricordo del pianto di Maria non si è spento lungo i secoli ed è rimasta viva – “come di fresco evento” - la memoria della sua allegrezza, rievocata nell’antifona pasquale Regina caeli, laetare.

E questo non sorprende. Il poeta coglie la ragione profonda di questa lode unica e primeggiante verso Maria: essa è “di Dio la Madre” e insieme la “fanciulla ebrea”, che “piacque al Signor di porre in cima”, e ama intrattenersi su questa origine della Vergine.
Colei che noi veneriamo – “in tanto onor avemo” - è frutto della fede ebraica: “Di vostra fede uscita”, è detto con espressione felicissima. Maria proviene, infatti, dal “ceppo” di Davide ed era riferito a lei il preannuncio della vittoria della donna sul serpente: “Era il pensier de’ vostri antiqui vati, / Quando annunziaro i virginal trofei / Sopra l’inferno alzati”.

Maria “è madre particolarmente degli ebrei” (G. Colombo): per questo essa è il motivo della speranza per la “prole d’Israello”, esortata a implorare da lei – “che salva i suoi” - il dono della salvezza, ardentemente invocata anche nell’inno sacro La Passione, come frutto del “sacro / Santo Sangue”.

Si potrebbe parlare di comunione ecumenica tra ebrei e cristiani come grazia che viene da Maria. Nessuno, infatti, dovrà mancare al lieto canto che così saluterà la Vergine: “Salve, o degnata del secondo nome” - il nome più glorioso, dopo quello di Cristo -, “O Rosa, o Stella ai periglianti scampo”, “Inclita come il sol”, “terribile come / Oste schierata in campo”. Vengono in mente le invocazioni delle litanie del Rosario: Rosa mystica, Stella matutina, Turris davidica, Auxilium christianorum: Maria speranza, riparo e difesa contro il male. Ma se “la venerazione alla Vergine Maria da parte del Manzoni ha nell’Inno Sacro dedicato al suo Nome l’espressione più alta”, essa “non è un atto isolato”.

Osserva ancora Giovanni Colombo: «Il riferimento a Maria, una costante della sua meditazione, è inseparabile dalla sua riscoperta della fede in Cristo. Nel Natale il Manzoni contempla l’adorante Vergine Madre che par non tocchi il “Pargolo”, quasi per timore di sciuparlo, dopo la divina ascesa alla maternità; nella Passione prega Maria “regina de’ mesti” perché il nostro “patire”, unito a quello del Figlio, sia “pegno” della eterna gioia; nella Risurrezione invita la Vergine, che fu “nido” di Dio, all’esultanza della Pasqua; nell’Ognissanti celebra l’Immacolata (la “tuttasanta”), cioè la piena di grazia; nei Promessi Sposi è attestata l’“umile” preghiera mariana del rosario, che dà l’avvio al sacrificante voto di Lucia prigioniera dell’innominato». Non solo: il nome di Maria “commuove la sua rozza carceriera, nel cui animo si illumina il rimorso di un passato che pareva perduto per sempre”, e fu poi il nome che, secondo la promessa di Renzo, fu dato alla bambina dei due sposi che venne alla luce prima che finisse l’anno del matrimonio.

Del resto – scrive sempre Colombo, che ci ha fatto da guida impareggiabile in questo commento – «in casa Manzoni si doveva conoscere questa predilezione del capo famiglia verso la Vergine Maria, se Giulietta, una sera del settembre 1827, in prossimità della festa liturgica del nome di Maria, insistette per avere – e ottenne – quei cantabili Versi improvvisati sopra il nome di Maria, e se in occasione della prima comunione della figlia Vittoria, le raccomandava la devozione alla Vergine, con queste parole commoventi per la fede con cui un tal padre le scriveva e per il recente angoscioso lutto della morte di Enrichetta: “Senti in questa felice tua e santa occasione, una più viva gratitudine, un più tenero affetto, una più umile riverenza per quella Vergine, nelle cui viscere il nostro Giudice s’è fatto nostro Redentore”».

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