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A Rennes, mix perfetto di antico e moderno

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2015

A Rennes, mix perfetto di antico e moderno
Nella capitale della Bretagna una fervida vita culturale e tante occasioni di svago
Tratto da: In viaggio con Ansa.it

A Rennes, mix perfetto di antico e moderno dans Viaggi & Vacanze 2d817ht
La cattedrale di Saint Pierre, con la facciata e le due torri in granito alte 48 metri, domina il centro storico di Rennes

Di origine romana come il gallo, il dialetto locale, Rennes è la capitale della Bretagna ed esempio di sintesi perfetta tra antico e moderno. Città giovane e vivace nel dipartimento dell’Ille-et-Vilaine, offre ai turisti esempi architettura storica, arte contemporanea, una fervida vita culturale e tante occasioni per divertirsi in compagnia.

Il modo migliore per scoprire i suoi tesori è noleggiare una bicicletta in una delle 81 stazioni che costellano la città nei punti più strategici. Molto attenta all’ambiente, Rennes ha infatti un vero culto per il vélo, che qui è il mezzo di trasporto privilegiato dai cittadini. I più avventurosi potranno anche noleggiare una barca e muoversi lungo i numerosi canali che attraversano la città, godendo di scorci pittoreschi tra gli alberi maestosi e i coloratissimi palazzi che si specchiano nell’azzurro dell’acqua.

Il centro storico di Rennes è appollaiato su una collina. Tra vicoli e piazzette lastricate si respirano atmosfere medievali che portano indietro nel tempo. Qui è d’obbligo una visita alla cattedrale di Saint Pierre, con la facciata e le due torri in granito alte 48 metri che risalgono al XVI e XVII secolo. All’interno 40 colonne ioniche delineano la navata, mentre preziose decorazioni dorate creano una luce calda e suggestiva. L’edificio più importante è il palazzo del parlamento bretone, ora sede della corte d’appello cittadina. Imponente costruzione all’esterno, dentro custodisce numerosi dipinti che raccontano la storia della Bretagna. Gli appassionati di pittura non potranno poi rinunciare al Museo delle Belle Arti, che ospita circa 320 tele e sale dedicate a Picasso e alla scuola di Pont-Aven, diretta da Gauguin, che proprio nella suggestiva cittadina di Pont-Aven, nel Finistère, trovò l’ispirazione per molti suoi dipinti.

Circondata da una ricca vegetazione, Rennes regala anche verdi oasi di meravigliosa bellezza. Incantevole è il parco di Thabor, che si estende su una superficie di 10 ettari e dà linfa a un orto botanico con specie provenienti da tutto il mondo. Passeggiando tra i suoi viali sterrati si incontrano il giardino alla francese, ornato da statue e fontane, lo splendido roseto e una grande voliera con uccelli esotici dalle piume dei più svariati colori.

La vita cittadina è animata dai 60 mila studenti del centro universitario, che hanno portato Rennes a dotarsi di spazi ed eventi dedicati ai giovani. Teatri e caffè letterari sono disseminati per tutta la città e danno la conferma di quanto l’arte e la cultura siano importanti per le nuove generazioni. Anche il divertimento è assicurato: durante tutto l’anno, nei fine settimana, vanno in scena i Fest-Noz, i festival della notte, l’occasione per i ragazzi di incontrarsi, ballare e ascoltare musica.

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La categoria di prossimo ha per orizzonte l’uomo e non la propria cerchia…

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2015

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“Se potessimo vedere l’avversario politico, il vicino di casa con gli stessi occhi con cui vediamo i bambini, le mogli o i mariti, i padri o le madri, che bello sarebbe!”.

Papa Francesco

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“Nell’ambiente giudaico del tempo si discuteva su chi doveva essere considerato, per un israelita, il proprio prossimo. Si arrivava in genere a comprendere, nella categoria di prossimo, tutti i connazionali e i proseliti, cioè i gentili che avevano aderito al giudaismo. Con la scelta dei personaggi (un Samaritano che soccorre un giudeo!) Gesù viene a dire che la categoria di prossimo è universale, non particolare. Ha per orizzonte l’uomo, non la cerchia familiare, etnica, o religiosa. Prossimo è anche il nemico! Si sa infatti che i giudei infatti «non mantenevano buone relazioni con i samaritani!» (cfr. Gv 4, 9)”.

Padre Raniero Cantalamessa

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“Ma voi dite che i falli del prossimo sono numerosi; ed io vi rispondo che certe volte non sono che calunnie quelle che sembrano verità autentiche. Qualcosa sembrava, infatti, più vera che quella per cui fu accusata di adulterio la casta Susanna? Eppure noi sappiamo che era una solenne impostura. Ma siano pure anche vere: avremmo forse piacere che di noi o di qualche nostro congiunto fossero rivelati falli o mancanze, che sono veri, verissimi? No, certamente. Come, dunque, saremo così facili a propagandare le mancanze degli altri? La legge naturale, molto più la legge evangelica, non ci proibisce di fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi?”.

Sant’Agostino Roscelli

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Fidarsi è come addormentarsi tra le braccia di un amico

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2015

Fidarsi è come addormentarsi tra le braccia di un amico dans Citazioni, frasi e pensieri mcz1cj

Uno degli attentati più vergognosi che ci siano al mondo è di abusare del sonno; il sonno, disarmando l’uomo, lo lascia senza difese alla mercé di chi lo circonda. E un tradimento del genere è di una speciale bruttezza che rivolta il fondo dell’anima. Ora la fiducia è una sorta di sonno. Colui che ha confidato i suoi segreti, si addormenta tra le braccia dell’amico. Come esprimere l’indignazione al suo risveglio, se si risveglia, di fronte a un tradimento?

di Ernest Hello, L’homme

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La difesa dell’amante e la lode dell’amore

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2015

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La difesa dell’amante
Ci troviamo dunque di fronte ad una – la Maddalena – che non sa fare altro che esprimere il suo amore; si getta ai piedi di Gesù ama, piange, bacia in silenzio, oppure si getta ai piedi di Gesù e sta a sentire le sue parole, o spezza l’alabastro e profuma l’umanità di Gesù.

Osservate in tutti e tre i casi c’è qualcuno a cui questo fatto non piace, si risente e mormora esteriormente o interiormente, ma in tutti e tre i casi Gesù ha preso la sua difesa.

Chi mai ha difeso Gesù? Egli ha difeso tutta l’umanità di fronte al Padre, è vero, ma qui parliamo in un senso più usuale e più umile. Nostro Signore tutte e tre le volte prende le difese di quella persona.

Simone ti devo dire una cosa e gli dà una lezione efficace. Marta, Marta, perché ti turbi di tante cose? E voi altri – agli apostoli – perché volete farle dispiacere? Questa poveretta ha fatto bene. Ha fatto bene a non fare altro che amare e a concentrare tutti i suoi atti in un atto di amore.

La lode dell’amore
Infine quella grande lode: Ha amato molto! Come è possibile amare Dio molto? Chiunque ama si illude di essere amato molto perché misura l’altro da se stesso. Forse il Signore poteva avere illusioni?

Non possiamo crederlo, ma quando si tratta d’amore, egli vede le cose con un certo ingrandimento perché chi ama in Lui è lo Spirito Santo. Comunque Gesù non ha lodato l’amore di nessun altro; ha lodato la fede di altre creature, ma la fede è lodata in quanto è principio d’amore, qui invece ha lodato soltanto l’amore: Ha molto amato.

Ecco ciò che notiamo in quest’anima: si è tutta consacrata all’amore, e all’amore manifesto nel modo più sensibile, ciò che anche noi faremmo volentieri.

E perché non lo facciamo? Anche S. Francesco d’Assisi ci fa pensare ad applicare, anzi a trovare applicato questo principio: Che cosa ha fatto come fondatore? Proprio niente. Egli si è messo ad amare Gesù Cristo e gli altri gli sono andati dietro. S. Francesco è caro al Signore perché lo ama. Si è messo ad amare perdutamente e non ha fatto altro; il resto lo ha fatto il Signore.

del beato Giustino M. Russolillo

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2e2mot5 dans Diego Manetti Novena del Beato Giustino Maria della SS. Trinità Russolillo (dal 24 luglio al 1 agosto)

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Giudicare se stessi e non gli altri

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2015

“Beato chi giudica se stesso con la massima severità con cui giudica gli altri. Più beato ancora chi si mostra severo con se stesso e indulgente verso gli alti. E ancora più beato chi giudica se stesso e evita del tutto di giudicare gli altri”.

di G. G. Lanza del Vasto

Giudicare se stessi e non gli altri dans Apoftegmi dei Padri del deserto 10ngxlg

Abba Pafnuzio raccontò: «Mentre camminavo su una strada mi accadde di smarrirmi e di trovarmi vicino a un villaggio. Vidi alcune persone che facevano penose conversazioni. Io stetti in piedi a pregare per i miei peccati. Ed ecco, venne un angelo che reggeva una spada e mi disse:

“Pafnuzio, tutti quelli che giudicano i loro fratelli periscono per mezzo di questa spada; ma il tuo nome, perché non hai giudicato ma ti sei umiliato di fronte a Dio dicendo che tu hai peccato, è scritto nel libro dei viventi”».

Apoftegma dei Padri del deserto

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Il vero fine del compimento è la contemplazione

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2015

Il vero fine del compimento è la contemplazione dans Citazioni, frasi e pensieri 258m8u1

La scienza antica, la scienza di epoca vittoriana dei giorni di Charles Darwin, sosteneva quella bizzarra intuizione in base a cui tutto è credibile se avviene molto lentamente. Che è come dire che si può credere all’ippogrifo, a patto che a un cavallo sia cresciuta una piuma alla volta; o che si può credere all’unicorno, solo se il corno non salta fuori all’improvviso, ma comincia a svilupparsi come un piccolo brufolo. Ma, qualsiasi cosa sia, questa non è scienza moderna. La vera scienza moderna, la nuova scienza, per quel che può valere, tende sempre più ad avvicinarsi alla visione mistica di un disegno matematico, che potrebbe benissimo essere fuori dal tempo.

In base alle ultime teorie scientifiche, il cosmo sarebbe potuto nascere in sei giorni, o in sei secondi, o più probabilmente in meno sei secondi o forse nella radice quadrata di meno sei secondi. Io però non voglio mettermi a insistere sulla verità letterale dei sei giorni, perché la mia fede non lo richiede e qui non sto parlando della fede di nessuno. Voglio parlare delle grandi idee che quel simbolo suggerisce, ovvero il fatto che il potere creativo è stato tale per sei giorni e il settimo è stato contemplativo. Perché il vero fine di tutta la creazione è il compimento, e il vero fine del compimento è la contemplazione.

Gilbert Keith Chesterton
Tratto da: G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo

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Kandy, il profugo che si «sdebita» aiutando gli altri

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2015

Kandy, il profugo che si «sdebita» aiutando gli altri
Due giorni la settimana distribuisce frutta e verdura a famiglie in difficoltà; al suo paese, il Mali, il giovane ha perso padre e zio uccisi dai fondamentalisti
di Lino Cattabianchi – L’Arena

Kandy, il profugo che si «sdebita» aiutando gli altri dans Articoli di Giornali e News 2yjsc2s

Questo è il frutto del racconto dell’arrivo di Doucara Kandy, del Mali, rifugiato richiedente asilo, seguito dalla cooperativa «Spazio aperto» e in attesa di verifiche per il riconoscimento di stato. Lui parla il suo dialetto, ma anche un po’ di francese e ora sta imparando l’ italiano. La storia del suo arrivo è stata possibile raccontarla grazie al fatto che lui l’ha trascritta in inglese, con l’aiuto di amici, e poi è stata tradotta.

Doucara il giovedì e il sabato mattina, dalle 9 alle 11.30, aiuta i volontari di «Vivere con dignità», l’onlus che al centro sociale e parrocchiale di via don Calabria distribuisce frutta e verdura alle famiglie in difficoltà, italiane e straniere, circa 40 al giorno. Kandy ha 21 anni ed ha deciso di unirsi ai volontari per aiutare famiglie di Bussolengo.

«Kandy», spiega Anna Salomoni, fondatrice di Vivere con dignità, «vive la stessa condizione di bisogno economico e di dignità, con una grande voglia di solidarietà. Lo abbiamo accolto volentieri ed il suo è un contributo importante». Una storia alle spalle, quella di Kandy, che si incrocia col terrorismo e questo è il motivo per cui ha lasciare il suo paese per cercare un’altra possibilità.

«Io sono Doucara Kandy», racconta il giovane rifugiato, «vengo dal Mali e sono nato a Gao. Facevo l’allevatore. Un giorno, il gruppo terroristico MNLA (Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad) attaccò il nostro allevamento, uccise mio padre e scappò via con tutti gli animali. Decisi quindi di rimanere con mio zio che faceva l’autista tra Gao e Bamako. Lo stesso gruppo di ribelli lo attaccarono mentre stava lavorando: gli chiesero come mai c’erano donne e uomini sullo stesso autobus e gli dissero che ciò non andava bene, secondo i principi musulmani. Lui rispose che era cristiano: i ribelli uccisero anche lui. Mia madre morì quando ero piccolo: non mi rimaneva più nessuno in Mali».

Cominciano per Kandy le peregrinazioni attraverso l’Africa. Prima in Algeria e poi, come tanti suoi coetanei, in Libia, a Tripoli, per cercare lavoro. «Qui», riprende, «fui arrestato dalla polizia, senza motivo. Mi misero in cella per sei mesi: dopo, la polizia ci permise di chiamare le nostre famiglie. Ma io non avevo più nessuno e fui lasciato in carcere altri sei mesi».

Al termine di questo anno, la scelta, drammatica di lasciare la Libia per l’Italia. Un viaggio sui barconi anche per Kandy, come i tanti che hanno tentato di attraversare il canale di Sicilia. «La barca era molto piccola. Rimanemmo al largo per un po’ e in questo tempo realizzammo che non c’era bussola e che ci eravamo persi. Il quinto giorno finalmente avvistammo il gruppo di salvataggio italiano. Fummo salvati e ci diedero cibo e acqua. E’ veramente incredibile quello che fanno i soccorritori italiani. Se torno in Mali rischio di morire».

Poi, l’arrivo a Bussolengo e la vita in attesa delle procedure previste dalla legge per chiedere asilo. E la decisione di mettersi a disposizione per dare una mano ai volontari di «Vivere con dignità». «L’ho chiesto io», conclude Doucara, «è un modo per dire grazie al paese che mi ospita e condividere la mia situazione con quella di altri che sono in difficoltà». Una goccia nel mare, certo. Ma il mare della solidarietà è fatto di tante gocce.

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Durante l’Adorazione siamo soli con Gesù

Posté par atempodiblog le 15 juillet 2015

Durante l'Adorazione siamo soli con Gesù dans Citazioni, frasi e pensieri b8ntih

Percy volse intorno gli occhi per qualche momento prima di dar principio alla preghiera. Inchinandosi alla magnificenza della cattedrale, al coro echeggiante, al modulare dell’organo, alla morbida e melodiosa voce del celebrante. A sinistra rosseggiavano le luci rifratte delle lampade accese davanti a Gesù Sacramentato, a destra dodici candele tremolavano sparse qua e là ai piedi delle scarne immagini, e su in alto pendeva la gigantesca croce, con quel macilento ed esangue Uomo Povero, che tutti coloro i quali miravano a lui, invitava al suo amplesso divino. Quindi nascose il volto fra le mani, mandò due lunghi sospiri, e si dispose a pregare.

Come era solito fare, cominciò la sua preghiera mentale con un deciso atto di rinuncia al mondo dei sensi: immaginando di doversi immergere dentro una superficie, egli usò tutte le sue forze per discendere nell’intimo del suo spirito. Il cadenzare dell’organo, il rumore dei passi, la durezza del banco… tutto, alla fine, gli parve estraneo ed esterno a sé. Sentì nella sua persona il solo cuore che palpitava; vide la sua mente forgiare immagini sempre nuove: troppo intense emozioni per poter essere espressa da atti sensibili.

Discese ancor più nell’intimità. Rinunciò a tutto ciò che era, a tutto ciò che possedeva. Gli parve che anche il suo corpo svanisse a poco a poco e che mente e cuore, trepidanti alla presenza di Dio, si trovassero docilmente uniti alla volontà del loro signore e protettore misericordioso.

Mandò nuovi sospiri sentendo la divina presenza alitargli dintorno, ripeté meccanicamente alcune parole, e cadde in quella calma che fa seguito al totale rinnegamento di sé. Così rimase per qualche tempo. Echeggiavano dall’alto la musica divina, il clangore delle trombe, il sussurro dei flauti: erano però, per Percy, come i vani rumori provenienti dalla strada che non turbano l’uomo abbandonato al sonno.

Si trovava, ora, dentro lo spessore delle cose, al di là dei confini accessibili al senso e alla riflessione. Si trovava in quel cuore: e quanto gli era costato questo cammino! In quella meravigliosa regione dove ogni realtà appare evidente, dove le percezioni vanno e vengono con la rapidità dei raggi luminosi, dove il potere della volontà tempra ora un gesto ora un altro, gli dà forma e lo esegue, dove tutte le cose sono raccolte in unità, dove il vero si conosce, si opera e diventa esperienza, dove la forma del mondo è posseduta attraverso l’essenza, dove la Chiesa e i suoi misteri sono conosciuti dal profondo, in una coltre nebbiosa di gioia.

 Percy era rapito in quell’estasi, quindi, tornato in sé, cominciò a parlare con Dio:

«Eccomi, o Signore, alla vostra presenza; io vi conosco!… Non c’è nessun altro. Siamo Voi e io… Tutto affido nelle vostre mani: il vostro sacerdote che ha tradito, il vostro popolo, il mondo e me stesso. Tutto, tutto io offro ai vostri piedi!…».

Poi tacque, per giudicare sé nella preghiera, finché non gli sembrò che tutto di sé fosse su un enorme pianura, ai piedi dell’alta montagna.

Allora continuò:

«Tenebre e afflizione sarebbero per me dimora, se non avessi la vostra grazia. Voi siete la mia liberazione! Accompagnatemi, passo dopo passo; portate a compimento la vostra opera in me! Sostenetemi, perché non abbia a cadere; se Voi allontanate la vostra mano da me, io non esisto più!».

Tratto da: Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson

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Per “sciogliere i nodi” della famiglia oggi. Storia di un culto sudamericano

Posté par atempodiblog le 13 juillet 2015

Per “sciogliere i nodi” della famiglia oggi. Storia di un culto sudamericano
Alcuni cenni sulla “Madonna che scioglie i nodi”, devozione tedesca approdata in Argentina grazie ad un giovane Bergoglio
di Carlo Bellieni – Zenit

Per “sciogliere i nodi” della famiglia oggi. Storia di un culto sudamericano dans Fede, morale e teologia 30c37ep

Si parla in questi giorni tanto di famiglia, e tanti sembrano avere ricette buone, alcune ottime. Ci viene da pensare che più che le ricette conti la memoria del significato reale e della reale forza della famiglia. Ricordiamo qui un avvenimento che può essere di aiuto.

La storia inizia in Germania nel 1700 circa, quando un nobile – si racconta – pregando la Madonna poté migliorare la relazione con sua moglie. Fece allora dipingere ad un artista un dipinto celebrativo e costui rappresentò la Madonna, in atto di schiacciare la testa del serpente-demonio, che tiene in mano una corda piena di nodi complicati, che però al passare dalle sue mani risultano sciolti e la corda liscia e rilassata.

L’artista era Johann Georg Melchor Schmidtner, un pittore che si era formato in Germania e poi a Venezia, tanto che il quadro è di buna fattura. Venne chiamato in tedesco “María als Knotenlöserin”, cioè Maria che scioglie i nodi. Il quadro fu poi donato ad un convento e dopo la distruzione di questo finì alla chiesa di San Peter am Perlach, ad Ausburg.

Ma la nostra storia ha un seguito latinoamericano. Nel 1984 un sacerdote gesuita che era andato a studiare in Germania riportò nella sua Buenos Aires una cartolina che rappresentava il quadro. Fu tanta la devozione del sacerdote, che il dipinto fu riprodotto dall’artista Ana Betta de Berti nella città argentina e fu posto nella chiesa di San José del Talar (calle Navarro 2460) l’8 dicembre 1996.

Il quadro suscitò così tanta impressione che venne anche riprodotto altrove a Buenos Aires, ad esempio nella cappella dell’Università del Salvatore e, con il permesso del cardinale Quarracino, nella parrocchia di San Giuseppe, in ragione del vincolo sponsale di questo santo con la Vergine. Ella viene oggi chiamata la Virgen Desatanudos, cioè “Sciogli-nodi”. La data principale di venerazione della Vergine in questa particolare accezione è per l’appunto l’8 dicembre, ma anche il 15 agosto e il 28 settembre e richiama grandi folle. Viene venerata col titolo di “Patrona dei matrimoni e dei conflitti nella vita delle persone e dei popoli”.

Da questo culto viene un suggerimento: oggi si parla di famiglia solo per farne oggetto di rivendicazioni o per farne una delle tante medaglie o titoli di cui ci si fregia nella vita. Invece della famiglia bisogna innamorarsene, coltivarla, farla rifiorire da consuetudini e opacità; e riconoscere i nodi che da soli non sappiamo sciogliere. Perché i nodi ci sono; ma non devono essere l’ultima parola. E come fiorisce una famiglia che supera i nodi insieme e che non viene lasciata sola nella periferia della tristezza o della povertà! Allora per lavorare sulla famiglia bisogna prima raccontare, mostrare, illustrare (e ringraziare) le belle famiglie che popolano l’Italia, l’Argentina e tanti paesi e che attraverso i mille nodi quotidiani sanno fiorire.

Questa storia di una devozione sudamericana però resterebbe una tra le tante senza un finale speciale, cioè svelare che il sacerdote gesuita che diede vita a questo culto, portando con sé l’immagine della Vergine Sciogli-nodi dalla Germania, era un giovane Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, così innamorato di una Madre della famiglia che ne guarda i nodi e le difficoltà.

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Gesù, al contrario di Satana, non vende fumo

Posté par atempodiblog le 13 juillet 2015

Di seguito uno stralcio del discorso di Papa Francesco, proveniente dal sito di Radio Vaticana, preparato per l’incontro con i giovani di Asunción e che il Santo Padre ha consegnato senza averlo pronunciato perché ha scelto di parlare interamente a braccio:

Gesù, al contrario di Satana, non vende fumo dans Anticristo 2zpnjno

[...] Nella Bibbia, il demonio viene chiamato il padre della menzogna. Quello che ti prometteva, o meglio ti faceva credere che facendo determinate cose saresti felice. E poi ti rendevi conto che non eri per niente felice, che eri andato dietro a qualcosa che lungi dal procurarti la felicità, ti ha fatto sentire più vuoto, più triste. Amici: il diavolo è un “venditore di fumo”. Ti promette, ti promette, ma non ti dà nulla, non mantiene mai nulla di ciò che promette. È un cattivo pagatore. Ti fa desiderare cose che non dipendono da lui, che tu le ottenga o no. Ti fa riporre la speranza in qualcosa che non ti renderà mai felice. Questo è il suo gioco, la sua strategia. Parlare molto, promettere molto e non fare nulla. E’ un gran “venditore di fumo” perché tutto quello che ci propone è frutto della divisione, del competere con gli altri, dello schiacciare la testa agli altri per ottenere le nostre cose. È un “venditore di fumo” perché, per raggiungere tutto questo, l’unica strada è mettere da parte i tuoi amici, non sopportare nessuno. Perché tutto si basa sull’apparenza. Ti fa credere che il tuo valore dipende da quanto possiedi.

Al contrario, abbiamo Gesù, che ci offre il suo gioco. Non ci vede fumo, non ci promette apparentemente grandi cose. Non ci dice che la felicità si trova nella ricchezza, nel potere, nell’orgoglio. Al contrario. Ci mostra che la strada è un’altra. Questo Direttore Tecnico dice ai suoi giocatori: Beati, felici i poveri in spirito, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, quelli che lavorano per la pace, i perseguitati per la giustizia. E termina dicendo loro, rallegratevi per tutto questo (cfr Mt 5,1-12).

Perché? Perché Gesù non ci mente. Ci indica una via che è vita e verità. Egli è la grande prova di questo. È il suo stile, il suo modo di vivere la vita, l’amicizia, la relazione con il Padre. Ed è ciò a cui ci invita. A sentirci figli. Figli amati.

Lui non ti vende fumo. Perché sa che la felicità, quella vera, quella che riempie il cuore, non si trova nei vestiti costosi che indossiamo, nelle scarpe che ci mettiamo, nell’etichetta di una determinata marca. Egli sa che la felicità vera sta nell’essere sensibili, nell’imparare a piangere con quelli che piangono, nello stare vicini a quelli che sono tristi, nel dare una mano, un abbraccio. Chi non sa piangere, non sa ridere e pertanto non sa vivere. Gesù sa che in questo mondo di così tanta competizione, invidia e aggressività, la vera felicità deriva dall’imparare ad essere pazienti, a rispettare gli altri, a non condannare né giudicare nessuno. Chi si arrabbia perde, dice il proverbio. Non consegnate il cuore alla rabbia, al rancore. Felici coloro che hanno misericordia. Felici coloro che sanno mettersi nei panni dell’altro, che hanno la capacità di abbracciare, di perdonare. Tutti abbiamo qualche volta sperimentato questo. Tutti in qualche occasione ci siamo sentiti perdonati. Com’è bello! E’ come tornare in vita, è come avere una nuova opportunità. Non c’è niente di più bello che avere nuove opportunità. È come se la vita cominciasse di nuovo. Per questo, felici quelli che sono portatori di nuova vita, di nuove opportunità. Felici quelli che lavorano per questo, che lottano per questo. Sbagli ne facciamo tutti, errori, a migliaia. Per questo, felici quelli che sono capaci di aiutare gli altri nei loro errori, nei loro sbagli. Che sono veri amici e non abbandonano nessuno. Essi sono i puri di cuore, quelli che riescono a vedere oltre le contrarietà immediate e superano le difficoltà. Felici quelli che vedono soprattutto il buono che c’è negli altri.

Liz, tu hai nominato Chikitunga, questa Serva di Dio paraguayana. Hai detto che era come tua sorella, tua amica, il tuo modello. Ella, come tanti altri, ci mostra che il cammino delle Beatitudini è un cammino di pienezza, un cammino possibile, reale. Che riempie il cuore. Essi sono i nostri amici e modelli che hanno ormai terminato di giocare in questo “campo”, ma diventano quei giocatori indispensabili che uno osserva per dare il meglio di sé. Essi sono la prova che Gesù non è un “venditore di fumo”, che la sua proposta è di pienezza. Ma, soprattutto, è una proposta di amicizia, di vera amicizia, quell’amicizia di cui tutti abbiamo bisogno. Amici nello stile di Gesù. Però non per rimanere in noi stessi, ma per andare “in campo”, per andare a fare altri amici. Per “contagiare” l’amicizia di Gesù nel mondo, dovunque vi trovate, al lavoro, nello studio, nel divertimento, in whatsapp, facebook o twitter. Quando andate a ballare, o bevendo una buona bibita. In piazza o giocando una partita nel campo del quartiere. Là è dove stanno gli amici di Gesù. Non vendendo fumo, ma con perseveranza. La perseveranza di sapere che siamo felici, perché abbiamo un Padre nei cieli.

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Il Papa ai carcerati: «Davanti a voi c’è un uomo perdonato e salvato dai suoi molti peccati»

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2015

Il Papa ai carcerati: «Davanti a voi c’è un uomo perdonato e salvato dai suoi molti peccati»
Francesco ha visitato l’istituto di detenzione di Palmasola, il più pericoloso dell’America Latina. È autogestito e vi entrano liberamente le famiglie dei detenuti ma anche le prostitute, droga e armi
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

Il Papa ai carcerati: «Davanti a voi c'è un uomo perdonato e salvato dai suoi molti peccati» dans Andrea Tornielli 52mmv6

«Davanti a voi c’è un uomo perdonato dai suoi molti peccati…». Papa Francesco entra nel carcere più pericoloso dell’America Latina, nel settore PS 4, dove i detenuti convivono con le loro famiglie. In migliaia l’accolgono, con canti e palloncini bianchi e gialli. Bergoglio ascolta le testimonianze di tre carcerati. Una di loro, Anna Lia Parada, si commuove chiedendo al Papa di «intercedere per noi, per i nostri diritti», dopo aver raccontato la realtà delle centinaia di detenute, molte delle quali incinte, e molte altre malate. «Ammettiamo le nostre colpe per i delitti commessi, ma come donne subiamo l’abuso di potere, imploriamo nel tuo nome giustizia! Che tu sia il nostro intermediario perché si compia in Bolivia un indulto per le donne incinte e per le donne che devono scontare 30 anni e hanno già scontato un terzo della pena».

È considerato uno dei peggiori carceri dell’America Latina ma rappresenta anche un caso unico: qui a Palmasola i detenuti – 5500 detenuti, tra cui 2 italiani – dal 1989 si auto-gestiscono. La prigione si è trasformata in una città: i familiari possono entrare e uscire, ma entrano ed escono anche armi e droga. Francesco conclude il suo viaggio in Bolivia con quest’ultimo appuntamento pubblico, per manifestare la sua vicinanza ai carcerati.

«Non potevo lasciare la Bolivia senza venire a trovarvi, senza condividere la fede e la speranza che nascono dall’amore offerto sulla croce. Grazie per avermi accolto».

«Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre».

«Egli è venuto a mostrarci, a rendere visibile l’amore che Dio ha per noi. Per voi, per me. Un amore attivo, reale. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta».

Francesco ha quindi ricordato l’esperienza di Pietro e Paolo che «sono stati anche prigionieri. Sono stati anche privati della libertà. In quella circostanza, c’è stato qualcosa che li ha sostenuti, qualcosa che non li ha lasciati cadere nella disperazione, nell’oscurità che può scaturire dal non senso. È stata la preghiera. Personale e comunitaria. Loro hanno pregato e per loro pregavano. Due movimenti, due azioni che insieme formano una rete che sostiene la vita e la speranza. Ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare. Una rete che sostiene la vita, la vostra e quella dei vostri familiari».

«Quando Gesù entra nella vita – ha aggiunto il Papa – uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare».

«E se in qualche momento ci sentiamo tristi, male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto. Tutti possiamo affidare a Lui le nostre ferite, i nostri dolori, anche i nostri peccati. Nelle sue piaghe, trovano posto le nostre piaghe. Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate. Egli è morto per voi, per me, per darci la mano e sollevarci. Parlate, con i sacerdoti che vengono, parlate… Gesù vuole risollevarci sempre».

Una certezza che «ci spinge a lavorare per la nostra dignità. La reclusione non è lo stesso di esclusione, perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società. Sono molti gli elementi che giocano contro di voi in questo posto – lo so bene -: il sovraffollamento, la lentezza della giustizia, la mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, la violenza… E ciò rende necessaria una rapida ed efficace alleanza fra le istituzioni per trovare risposte. Tuttavia, mentre si lotta per questo, non possiamo dare tutto per perso. Ci sono cose che possiamo già fare ora».

Francesco ha detto che qui a Palmasola, nel Centro di Riabilitazione, «la convivenza dipende in parte da voi. La sofferenza e la privazione possono rendere il nostro cuore egoista e dar luogo a conflitti, ma abbiamo anche la capacità di trasformarle in occasione di autentica fraternità. Aiutatevi tra di voi. Parlate tra di voi. Non abbiate paura di aiutarvi fra di voi. Il diavolo cerca la rivalità, la divisione, le fazioni. Lottate per andare avanti».

«Mi piacerebbe chiedervi – ha detto Bergoglio – di portare i miei saluti ai vostri familiari. È tanto importante la loro presenza e il loro aiuto! I nonni, il padre, la madre, i fratelli, la moglie, i figli. Ci ricordano che vale la pena vivere e lottare per un mondo migliore».

Il Papa ha concluso con «una parola di incoraggiamento a tutti coloro che lavorano in questo Centro: ai dirigenti, agli agenti della Polizia penitenziaria, a tutto il personale. Fate un servizio pubblico fondamentale. Avete un compito importante in questo processo di reinserimento. Il compito di rialzare e non di abbassare; di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere. Un processo che chiede di abbandonare una logica di buoni e cattivi per passare a una logica centrata sull’aiutare la persona. Creerà condizioni migliori per tutti. Poiché un processo vissuto così ci nobilita, ci incoraggia e ci rialza tutti. Per favore, vi chiedo di continuare a pregare per me, perché ho anch’io i miei errori e devo fare penitenza. Grazie».

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I cristiani che fanno dell’identità una questione di superiorità

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2015

I cristiani che fanno dell’identità una questione di superiorità
Tratto da: Radio Vaticana

I cristiani che fanno dell'identità una questione di superiorità dans Fede, morale e teologia 24n1dtf

[...] Il secondo atteggiamento davanti al grido di Bartimeo – dice il Papa – è quello di chi gli ordina di stare  zitto, di  non disturbare. Sono quelli che rimproverano sempre: “Sono i vescovi, i sacerdoti, le suore, il Papa … con il dito così”. “È l’atteggiamento di coloro che di fronte al popolo di Dio, stanno continuamente a rimproverarlo, a brontolare, a dirgli di tacere. Dategli una carezza per favore, ascoltatelo, ditegli che Gesù gli vuole bene …  ‘Ma non si può fare, signora, cos’ha questo bambino che piange mentre io predico?’. Come se il pianto di un bambino non fosse una sublime predica!”.

“È il dramma della coscienza isolata, di coloro che pensano che la vita di Gesù è solo per quelli che si credono adatti, ma in fondo hanno un profondo disprezzo per il popolo fedele di Dio”. “Sembrerebbe giusto che trovino spazio solo gli ‘autorizzati’, una ‘casta di diversi’ che lentamente si separa, differenziandosi dal suo popolo. Hanno fatto dell’identità una questione di superiorità”: “non sono più pastori, ma sono capitani” che sempre pongono “barriere al popolo di Dio”. E questo atteggiamento “li ha allontanati, non solo dal grido della loro gente, o dal loro pianto, ma soprattutto dai motivi di gioia. Ridere con chi ride, piangere con chi piange, ecco una parte del mistero del cuore sacerdotale e del cuore consacrato”. [...]

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Morto il card. Biffi. Il Papa: amò tenacemente la Chiesa

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2015

Morto il card. Biffi. Il Papa: amò tenacemente la Chiesa
Un vescovo che “ha servito con gioia e sapienza il Vangelo e ha amato tenacemente la Chiesa”. Papa Francesco ricorda così, in un telegramma di cordoglio, la scomparsa del cardinale emerito di Bologna, Giacomo Biffi, spentosi la notte scorsa, nella clinica felsinea dove era ricoverato da tempo, all’età di 87 anni. Per circa vent’anni – dal 1984 al 2003 – fu capo dell’arcidiocesi di Bologna come “guida sollecita e saggia”, scrive Francesco, che ne ricorda “l’instancabile servizio” alla “formazione umana e cristiana di intere generazioni”, sottolineando in particolare il “linguaggio diretto e attuale” col quale il porporato si poneva “al servizio della parola di Dio”. I funerali del cardinale Biffi saranno celebrati martedì mattina a Bologna nella cattedrale di San Pietro alle 10.30, presieduti dal cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra.
di Luca Tentori – Radio Vaticana

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“Si può allora anche dire che tutte le religioni hanno del buono e che tra esse si può scegliere a proprio gusto come si sceglie un libro da leggere o una musica da ascoltare. Si può dire, purchè non ci si dimentichi che il cristianesimo è un’altra cosa. Il cristianesimo è un fatto e i fatti non si scelgono, i fatti sono”.

Parole decise di un insegnamento chiaro e forte. Correva l’anno 1995 quando il cardinale Giacomo Biffi le rivolse ai giovani della sua città d’adozione: Bologna. A 87 anni, l’arcivescovo emerito del capoluogo emiliano, è morto questa notte in una casa di cura. Milanese, o meglio ambrosiano, è stato una figura di spicco dell’episcopato italiano negli anni ‘80 e ‘90. Era nato il 13 giugno del 1928, un dono di Sant’Antonio di Padova alla sua famiglia, come amava ricordare. Ordinato sacerdote per le mani del cardinal Ildefonso Schuster nel 1950 fu insegnante di teologia, parroco a Milano e ausiliare della diocesi meneghina fino al 1984 quando fu nominato arcivescovo di Bologna. Dopo le reticenze iniziali per l’incarico si innamorò presto della sua nuova Chiesa e decise di rimanervi a trascorrere gli ultimi anni della sua vita anche quando terminò il suo servizio pastorale nel 2003 per raggiunti limiti di età. Il suo pensiero di teologo e pastore non passava indifferente negli ambienti ecclesiali e della società Nel 1989 e nel 2007 ha predicato gli esercizi spirituali di quaresima a San Giovanni Paolo II a Benedetto XVI:

“Tre cose noi non dobbiamo dimenticare: la prima è che non siamo degli innocenti, siamo dei salvati. La seconda cosa è che possiamo ancora cadere. Ma noi sappiamo che il Signore è fedele e che vuol darci come dono quella perseveranza che non è nelle possibilità dell’uomo che confida in se stesso. La terza cosa è che di fronte alla debolezza e alle cadute dei nostri fratelli dobbiamo avvertire una specie di corresponsabilità che ci porti a condolerci con loro e talvolta anche a soffrire al loro posto. Al tempo stesso dobbiamo sentirci investiti e assimilati dall’onda della divina pietà, in modo da diventare nei confronti di chi sbaglia raffigurazione della misericordia del Signore”.

Ironico, pungente e schietto preferiva la sintesi alle frammentazioni del sapere e del pensiero teologico. Definì la sua Bologna “sazia e disperata”, organizzò nel 1997 il Congresso eucaristico nazionale a cui partecipò Giovanni Paolo II, rilesse le avventure di Pinocchio, era innamorato di Sant’Ambrogio e in uno dei suoi ultimi libri si definì un “italiano cardinale”. Difficile raccogliere in poche battute il suo impegno e il suo pensiero. Chiara la sua fede escatologica e il suo deciso cristocentrismo.

“La notte sta calando sulle illusioni umane. Essi non sanno o hanno dimenticato che il Signore è veramente risorto ed è con noi vivo e attivo tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Fateglielo sapere voi! Se vi impegnate in questo spenderete bene la vostra unica vita”.

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Addio all’arcivescovo Giacomo Biffi. Il teologo di una «città sazia e disperata»

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2015

Lutto in Curia
Addio all’arcivescovo Giacomo Biffi
Il teologo di una «città sazia e disperata»
Aveva 87 anni, si è spento dopo una lunga malattia
Tratto dal: Corriere di Bologna

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BOLOGNA - È morto all’età di 87 anni l’arcivescovo emerito di Bologna, Giacomo Biffi. E’ stato cardinale dal 1984 al 2003, quando lasciò per sopraggiunti limiti di età. Da tempo ricoverato a Villa Toniolo dove aveva subito un difficile intervento chirurgico con l’asportazione di una gamba, le sue condizioni di salute erano peggiorate giovedì scorso, poi un lieve miglioramento prima del crollo. Biffi si è spento alle 2,40 della scorsa notte. Aveva compiuto 87 anni lo scorso 13 giugno e recentemente aveva ricevuto anche una lettera di Papa Francesco : «Sono stato informato delle Sue condizioni di salute e desidero esprimerLe la mia profonda vicinanza in questo momento di sofferenza», aveva scritto Bergoglio.

LA BIOGRAFIA - Biffi era nato a Milano il 13 giugno 1928, aveva compiuto gli studi scolatici nei seminari dell’Arcidiocesi Ambrosiana e fu ordinato sacerdote il 23 dicembre 1950 dall’arciverscovo cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. Si laureò in teologia nel 1975 con una tesi su «La colpa e la libertà nell’odierna condizione umana». Prima di arrivare in via Altabella fu anche segretario della Commissione episcopale della Cei. Guidò l’arcidiocesi bolognese dall’84 fino al 2003 quando lasciò l’incarico per sopraggiunti limiti di età . Come suo successore fu nominato il cardinale Carlo Caffarra. Nel 1989 Biffi predicò gli esercizi spirituali al Santo Padre Giovanni Paolo II e nel 2007 guidò gli esercizi spirituali di Benedetto XVI e della Curia romana. Nel 1985 definì Bologna «sazia e disperata», espressione che lo rese famoso anche fuori dei confini emiliani.

NEL CONCLAVE 2005 - «A ogni votazione ricevo sempre un solo voto. Se scopro chi è quel cretino che si ostina a votarmi giuro che lo prendo a schiaffi». Parole che Biffi avrebbe pronunciato il cardinale durante una cena con altri porporati a Casa Santa Marta, a conclave in corso, il 19 aprile 2005, dopo la terza fumata nera. E un confratello, perplesso, gli rispose: «Eminenza, ormai è chiaro chi stiamo eleggendo come nuovo Papa ed è anche abbastanza evidente che questo candidato abbia scelto di votare per lei. Quindi se vorrà ancora mantenere il suo proposito sarà costretto a prendere a schiaffi il Papa». Biffi rimase senza parole: Joseph Ratzinger aveva deciso di votare per lui. È un aneddoto di retroscena raccontato negli scorsi anni dal giornalista cattolico Francesco Grana e ripreso da vari siti dedicati a Benedetto XVI. A dimostrazione della stima che il pontefice emerito nutriva per il cardinale.

LE REAZIONI - «Fine teologo, ha saputo interpretare i cambiamenti del tempo, mettendoci in guardia da una società che rischiava di disgregarsi di fronte alle mutate condizioni della nostra comunità. Le sue parole hanno lasciato un’impronta indelebile», è stata la reazione del sindaco di Bologna, Virginio Merola. Mentre il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini: «La notizia della morte di sua eminenza il cardinale Giacomo Biffi – ha commentato – ci rattrista profondamente. É stata una personalità di altissimo livello, che ha rappresentato non solo per la città ma per l’intera collettività emiliano-romagnola un costante punto di riferimento».

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Stepinac, l’arcivescovo della discordia

Posté par atempodiblog le 9 juillet 2015

Stepinac, l’arcivescovo della discordia
«Non è lecito sterminare zingari ed ebrei perché apparterrebbero a razze inferiori. Se si accettano i princìpi nazisti, che sono senza fondamento, ci sarebbe ancora sicurezza per un qualche popolo della terra?». Così tuonava l’arcivescovo di Zagabria nella sua cattedrale. Era il 25 ottobre 1942. Nel 1998 Giovanni Paolo II lo beatificò, ma la strada per la canonizzazione è irta di rancori

di Giuseppe Brienza  – La Croce – Quotidiano

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Le speranze dei cattolici croati di vedere canonizzato il beato cardinale Alojzije Stepinac, arcivescovo di Zagabria e martire del comunismo titino, si sono molto affievolite dopo che, il 28 maggio scorso, l’inviato speciale del Papa cardinale Kurt Koch, si è incontrato a Belgrado con il Presidente della Serbia, il nazional-socialista Tomislav Nikolić, dal quale ha tratto reazioni alquanto negative rispetto alla canonizzazione di Stepinac. Nikolić, noto per aver professato ammirazione assoluta per il comunismo cubano (ed è stato infatti il primo presidente della Serbia che ha visitato l’isola di Castro dopo la disintegrazione della ex- Iugoslavia), ha affermato «che la canonizzazione di Stepinac distruggerebbe tutto ciò che di buono è stato fatto finora per migliorare i rapporti tra la Croazia e la Serbia». L’arcivescovo di Zagabria, così come tutti i cattolici di varie nazionalità perseguitati dal regime comunista ex-Iugoslavo, scontano ancora l’ostracismo dei serbi-nazionalisti che considerano l’essere fedele alla Chiesa di Roma sinonimo di “ustascia”, cioè appartenente al movimento fascista fondato da Ante Pavelić che fu a capo del primo Stato Indipendente di Croazia.

Quando San Giovanni Paolo II portò nel 1998 agli altari l’arcivescovo di Zagabria molte furono le proteste che si levarono dagli ambienti anticattolici che accusarono il papa d’aver beatificato un “criminale di guerra”. Alcune pubblicazioni accusarono persino il prelato d’esser stato un fiero sostenitore della politica degli ustascia e di aver taciuto o persino benedetto la loro pulizia etnica (si veda a tal proposito il libro di Marco Aurelio Rivelli “L’arcivescovo del genocidio”).

Sulla base di queste mistificazioni, “Toma”, questo è il soprannome dell’attuale presidente serbo, ha lanciato un chiaro messaggio al card. Koch ed al Vaticano a proposito del definitivo riconoscimento della santità dell’arcivescovo di Zagabria: «dopo che avete contato i chicchi di grano in una mano, metteteli nell’altra mano e contateli di nuovo». Un messaggio che, ha osservato il traduttore italiano delle omelie del cardinale Stepinac, è apparso molto chiaro: «la Chiesa non deve canonizzare Stepinac senza il consenso dei serbi – che, evidentemente, non ci sarà mai –, altrimenti le tensioni tra serbi e croati, e di conseguenza tra la Chiesa ortodossa e quella cattolica, potrebbero di nuovo acuirsi» (Guido Villa, Stepinac, chi non vuole la canonizzazione, in La Nuova Bussola Quotidiana, 5 luglio 2015).

Il cardinale Koch ha proposto la formazione di un gruppo di esperti della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa serba, per indagare su tutte le circostanze storiche relative alla vita ed all’opera di Stepinac, cercando così, attraverso l’approfondimento ed il dialogo fra tutte le parti coinvolte, di creare un’atmosfera di collaborazione e di superamento dei vari veti.

L’attuale presidente della Croazia Kolinda Grabar Kitarović, da parte sua, si è un po’ lavata le mani della questione e di questa che appare a tutti gli effetti una “persecuzione tardiva” della memoria del beato cardinale Stepinac, lamentandosi addirittura che la costituzione della commissione di esperti proposta dalla Chiesa cattolica «avrebbe dovuto essere presa molto prima» (art. cit.).

Ma perché spaventa così tanto la canonizzazione del beato Alojzije Stepinac? Innanzitutto perché la sua vicenda si inserisce a pieno titolo in tutti quei passaggi della storia Iugoslava dell’ultimo secolo che, come da noi del resto, sono ancora soggetti versioni di comodo se non a “vulgate” ideologiche di vari ex-, post-, neo-comunisti, oggi spesso riciclati in salsa nazionalista. Non sono poi neanche da trascurare, naturalmente, gli strascichi del conflitto che ha caratterizzato, fin dalla fondazione nel 1918, croati e serbi come cittadini di quel primo Stato unitario slavo che, più tardi, fu chiamato Iugoslavia. Ma, ci pare, che il segno predominante dell’attuale ostracismo a Stepinac rimane l’ottusa insofferenza ad una Fede ed una fedeltà che vanno oltre le categorie umane dell’etnia e del territorio. Tanto è vero che, in questo clima, una sorte simile rispetto a quella dello “stop” subito dalla canonizzazione di Stepinac, è stata riservata alla causa di beatificazione, recentemente avviata, del cardinale Franjo Kuharić, arcivescovo di Zagabria dal 1970 al 1997 e ordinato dallo stesso Stepinac, assieme ad altri 21 giovani seminaristi croati, proprio sessant’anni fa, il 15 luglio 1945. Al card. Kuharić i serbi rimproverano infatti l’appoggio dato all’azione militare “Tempesta”, conclusa dalla NATO il 5 agosto del 1995 e celebrata piuttosto in Croazia come “Giornata della vittoria”.

Come dimostrato dall’abbondante documentazione storica che lo riguarda, sintetizzata peraltro da un “Quaderno de L’Osservatore Romano” (cfr. Giampaolo Mattei, Il cardinale Alojzije Stepinac. Una vita eroica, Città del Vaticano 1999), la figura del beato Stepinac è assolutamente limpida. Pur accogliendo favorevolmente l’indipendenza della Croazia proclamata nel 1941, egli conservò una lucida capacità di giudizio sul regime ustascia, avvertendo che la benedizione di Dio poteva scendere sul Paese e sul popolo croato «solamente se si fosse osservata la Legge di Dio quale espressa nei Dieci Comandamenti» (art. cit.). In diverse omelie Stepinac condannò coraggiosamente le stragi di serbi, ebrei e rom attuate dalle milizie di Pavelić, denunciando la politica razziale del governo croato attuata su imitazione di quella della Germania nazista.

Stepinac arrivò a sospendere “a divinis” alcuni preti della sua diocesi per essersi macchiati di atrocità, attivandosi in tutto e per tutto non appena ebbe sentore delle deportazioni degli ebrei. Così scrisse ad esempio una lettera al ministro dell’interno Andrija Artuković per dirgli che: «Se effettivamente questa iniziativa è stata concepita mi prendo la libertà di rivolgermi a te per prevenire, grazie alla tua autorità, un attacco illegale a cittadini che non sono responsabili di nulla».

L’arcivescovo non si limitò solo a proteste e reclami privati, ma agì a più riprese in loro favore: prese sotto la sua protezione degli ebrei nascondendoli nella tenuta vescovile di Brezovica, organizzò il trasporto di decine di bambini verso la Turchia, procurò cibo, vestiario, passaporti ad altri e tentò di convincere il ministro d’Italia in Croazia, Raffaele Casertano, ad accogliere dei giovani ebrei. Stepinac giunse persino a denunciare pubblicamente l’Olocausto: «Tutte le razze e tutte le nazioni sono state create a immagine di Dio (…) Non è lecito sterminare zingari ed ebrei perché apparterebbero a razze inferiori. Se si accettassero i principi nazisti, che sono senza fondamento, ci sarebbe ancora qualche sicurezza per un qualche popolo della terra?» come dichiarò il 25 ottobre 1942 nella cattedrale di Zagabria.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in un clima di inaudita violenza contro la Chiesa cattolica, Stepinac fu arrestato dalle autorità comuniste una prima volta il 17 maggio 1945, e trattenuto in carcere fino al 3 giugno. Il giorno dopo la sua liberazione, egli fu convocato da Tito, il quale gli offrì la guida di una cosiddetta “Chiesa cattolica popolare”, separata da Roma, con la promessa di una posizione di onore nel nuovo Stato jugoslavo a guida comunista. Stepinac rifiutò, firmando in questo modo la sua condanna. Fu quindi di nuovo arrestato, sottoposto a un processo-farsa e condannato a sedici anni di reclusione in regime di carcere duro. Dopo cinque anni di prigionia nel carcere di Lepoglava, sottoposto a continui maltrattamenti, umiliazioni e a diversi tentativi di avvelenamento, fu assegnato al confino nella parrocchia natia di Krašić, non lontano da Zagabria, dove fu tenuto prigioniero fino al 1960 a causa di una malattia contratta in carcere, ma esiste la testimonianza di un carceriere che afferma d’averlo avvelenato (cfr. Giovani Sale, “Il cardinale Stepinac, un sostenitore dei «Diritti di Dio» e dell’uomo”, La Civiltà Cattolica 5 dicembre 1998).

L’arcivescovo Stepinac non fu affatto un criminale di guerra e, se di lui si ha un’immagine diversa, come ha ipotizzato lo storico liberale Sergio Romano, ciò è dovuto alla persistenza della vulgata comunista negli studi storici slavi e, purtroppo, anche italiani.

Stepinac si batté coraggiosamente prima contro il nazismo e poi contro il comunismo e, come riconosciuto da Pio XII nella lettera apostolica ‘Dum maerenti animo’ (29 giugno 1956), la sua vicenda è associata a quella degli altri grandi Pastori martiri dei sistemi atei del Novecento. «Ci rivolgiamo anzitutto a voi – scrisse papa Pacelli -, diletti figli Nostri, cardinali di santa romana Chiesa, Giuseppe Mindszenty, Luigi Stepinac e Stefano Wyszynski, che noi stessi abbiamo rivestiti della dignità della romana porpora per gli insigni meriti da voi acquistati nel disimpegno dei doveri pastorali e nella difesa della libertà della Chiesa».

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