Giubileo, ‘Missionari Misericordia’ rimetteranno scomuniche

Posté par atempodiblog le 9 mai 2015

Giubileo, ‘Missionari Misericordia’ rimetteranno scomuniche
Papa Francesco, nella Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Misericordiae vultus, afferma che durante la Quaresima dell’Anno Santo invierà in tutte le diocesi del mondo i “Missionari della Misericordia”, come “segno vivo di come il Padre accoglie quanti sono in ricerca del suo perdono”. “Saranno sacerdoti – spiega il Papa – a cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica”. Ma quali sono questi particolari peccati? Lo spiega, alla Radio Vaticana, don Arturo Cattaneo, sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei, teologo e canonista, docente alla Facoltà di Teologia di Lugano, che fa chiarezza anche sui compiti che avranno durante l’Anno Santo questi particolari presbiteri.
Tratto da: News.va

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Non solo peccati, ma delitti
“I peccati riservati alla Sede Apostolica – spiega il canonista – sono peccati che la Chiesa ritiene particolarmente gravi, perché danneggiano dei beni importanti che la Chiesa ritiene di dover proteggere in modo speciale. Perciò, li considera non solo dei peccati ma dei veri e propri ‘delitti’ per i quali viene quindi prevista una pena canonica. Chi commette questi delitti, infatti, incorre, in alcuni casi in maniera automatica, in una pena canonica, la più grave delle quali è la scomunica. Alcuni di questi delitti sono appunto ‘riservati’ alla Sede Apostolica, nel senso che solo quest’ultima può rimettere le pene corrispondenti”.

Ma quali sono questi delitti la cui remissione è riservata alla Sede Apostolica? “Attualmente – spiega don Cattaneo – secondo il Codice di diritto canonico, sono cinque. Ma Papa Benedetto XVI ha aggiunto una sesta fattispecie che riguarda la ‘violazione del segreto del conclave’.

I cinque previsti dal diritto canonico sono: la profanazione delle specie consacrate; la violenza fisica contro il Romano Pontefice; l’ordinazione episcopale senza il mandato pontificio (il cui caso più noto è quello che ha riguardato mons. Lefebvre); il tentativo di assoluzione del complice in un peccato contro il sesto comandamento; la violazione diretta del Sigillo sacramentale, cioè del segreto della confessione”.

Scomunica ‘automatica’
“In questi sei casi – conferma il canonista – la remissione della scomunica è riservata alla Sede Apostolica”. “Infatti – spiega don Cattaneo -, trattandosi di una pena di scomunica ‘latae sententiae’, chi commette uno di questi delitti è ‘automaticamente’ scomunicato, senza necessità che il Papa, un vescovo o un tribunale, dichiari o infligga la ‘scomunica’. La scomunica può anche venir dichiarata per maggior chiarezza, come è successo nel caso di mons. Lefebvre, ad esempio, anche se non era strettamente necessario ai fini canonici”.

“Normalmente – spiega ancora il canonista – il Papa concede al Penitenziere maggiore (che attualmente è il card. Piacenza) la facoltà di assolvere da queste pene”. “Esistono però altri peccati gravi che la Chiesa considera delitti e che comportano la pena della scomunica e che non sono però riservati alla Sede Apostolica ma al vescovo diocesano; in ogni diocesi c’è un penitenziere maggiore che ha la facoltà di assolvere da tali censure. Anche i cappellani delle carceri e degli ospedali hanno tale facoltà”.

Il caso dell’aborto procurato
“Il caso più noto di questi peccati che comportano la scomunica, ma la cui assoluzione non è riservata alla Sede Apostolica – aggiunge don Cattaneo – è quello dell’aborto procurato”. “E’ un caso particolare per cui è prevista la scomunica automatica, non solo per la madre che ha abortito, ma anche per il marito o i familiari che l’hanno indotta a procurare l’aborto e per il personale medico-sanitario che vi hanno cooperato positivamente”.

Le facoltà dei missionari
E qui il canonista osserva che a questi ‘Missionari della Misericordia’ verrà concessa la facoltà di assolvere da qualsiasi pena. “Dalla scomunica riservata alla Sede Apostolica, ma anche dalle altre scomuniche, che normalmente possono rimettere solo il vescovo diocesano o il canonico penitenziere diocesano”.

“Il principale effetto della scomunica – precisa il canonista – è il divieto di accedere ai sacramenti, compreso quello della Riconciliazione. Perciò, uno scomunicato non può ricevere l’assoluzione sacramentale se prima non gli è stata rimessa la pena della scomunica”. “Abitualmente il confessore – spiega don Cattaneo – non ha il potere di rimettere la scomunica. Perciò quando riceve un penitente e constata che è scomunicato, non può semplicemente assolverlo ma deve rinviarlo, secondo il caso, o al penitenziere apostolico o a quello diocesano, perché possa, prima di ricevere l’assoluzione sacramentale, essere assolto dalla pena”. “Qui – precisa il teologo – emerge l’interesse della figura dei ‘Missionari della misericordia’ che avranno la facoltà di rimettere direttamente la scomunica e poi di concedere l’assoluzione, per facilitare la riconciliazione dei fedeli”.

Riflettere sulla gravità dei peccati
“La creazione di questa figura – conclude il teologo – mi pare una bellissima idea del Papa. Da un lato per far riflettere i fedeli sulla gravità di certi peccati. Penso soprattutto a quello dell’aborto, che fra i delitti che comportano la scomunica è sicuramente il più frequente”. “Ma, al contempo, il Papa va incontro ai fedeli con questo gesto, facendo sì che sia più facile per loro accogliere la misericordia di Dio che si manifesta attraverso la Chiesa”.

Un’occasione per riscoprire la Confessione
“Sono fiducioso che questo Anno Santo straordinario possa far riscoprire a molti fedeli la bellezza del sacramento della Misericordia, che è la Confessione”, conclude don Cattaneo.
“Quelli che abbiamo citato sopra sono infatti casi speciali, ma ci sono tanti fedeli che hanno perso di vista il valore di questo sacramento che può fare un gran bene, aiutare tanta gente”. “E il Papa, fin dall’inizio del suo pontificato, si è impegnato a invitare i fedeli a riconciliarsi con Dio, a non stancarsi di chiedere perdono. Mi auguro che uno dei frutti di questo Giubileo sia proprio quello di riavvicinare tanta gente alla bellezza e alla gioia della Riconciliazione”.

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 2e2mot5 dans Diego Manetti Perché alcuni peccati li assolve solo il Papa?

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Otto dei dieci figli diventano religiosi. I loro genitori saranno Beati

Posté par atempodiblog le 9 mai 2015

Otto dei dieci figli diventano religiosi. I loro genitori saranno Beati
I coniugi Bernardini si distinsero per un’intensa educazione cristiana
C’è anche una coppia di sposi modenesi tra i futuri beati e santi per i quali il Papa, ricevendo il cardinale Angelo Amato, ha autorizzato i decreti (Avvenire, 7 maggio).
Tratto da: Aleteia

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CHI ERANO SERGIO E DOMENICA
Papa Francesco ha infatti autorizzato la promulgazione dei decreti riguardanti le “virtù eroiche” del servo di Dio Sergio Bernardini, laico e padre di famiglia nato a Sassoguidano il 20 maggio 1882 e morto a Verica, entrambi nel modenese, il 12 ottobre 1966; e le “virtù eroiche” della Serva di Dio Domenica Bedonni in Bernardini, laica, vedova e madre di famiglia nata a Verica il 12 aprile 1889 e morta a Modena il 27 febbraio 1971 (Gazzetta di Modena, 7 maggio)

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EDUCAZIONE CRISTIANA
La loro storia è ormai molto nota, non solo nel modenese, ma in tutta Italia e affonda le proprie radici nella povertà di fine ’800: una storia duro lavoro nei campi della nostra montagna, di virtù famigliari, ma soprattutto educazione cristiana, che i Bernardini seppero tramandare ai figli in maniera del tutto eccezionale (Modena Today, 8 maggio).

GLI OTTO FIGLI CONSACRATI
Dei dieci figli della coppia pavullese, infatti, ben otto scelsero la vita religiosa: cinque entrarono nella congregazione delle Figlie di San Paolo, una si fece francescana (Sr. Igina, Sr. Agata, Sr. M.Amalia, Sr. Raffaella, Sr. Augusta, Sr. Teresa), due cappuccini, uno dei quali è arcivescovo emerito di Smirne (rispettivamente padre Sebastiano Bernardini e mons. Giuseppe Bernardini).

LA CAUSA PER LA BEATIFICAZIONE
La Congregazione per le Cause dei Santi diede, nel 2005, l’assenso all’apertura della causa in Diocesi di Modena. Il 20 maggio 2006, a Verica – scrive ancora Modena Today – si insediò il Tribunale Ecclesiastico sotto la presidenza dell’Arcivescovo mons. Benito Cocchi. La fase diocesana del processo informativo sulla Causa di Beatificazione e Canonizzazione si chiuse nel 2008 con l’invio della documentazione alla Congregazione di Roma.

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«RINGRAZIAMO IDDIO»
E’ molto nota una frase che amava ripetere Domenica: «Iddio ci ha tanto benedetti: non lo ringrazieremo mai abbastanza». Il loro legame con il Signore era intensissimo tutti i giorni. Domenica e Sergio vivono insieme 52 anni.
(www.coniugibernardini.it)

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Il santuario di Pompei accoglie 9 eritree in fuga

Posté par atempodiblog le 8 mai 2015

Il santuario di Pompei accoglie 9 eritree in fuga
di Avvenire

Il santuario di Pompei accoglie 9 eritree in fuga dans Apparizioni mariane e santuari santuario-Pompei

Nove donne eritree sono state accolte dal Santuario della Madonna di Pompei, presso “Casa Emanuel”, la comunità che ospita donne in difficoltà, gestanti e madri con i loro bambini.

Sbarcate in Sicilia, le nove migranti, di cui due madri, rispettivamente di una bambina di 3 anni e una di 5, sono giunte nella giornata a Salerno, trasportate da una nave della Marina Militare. Accolte dalle Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei e dalle operatrici, le nove eritree e le loro due bambine sono state trasferite alla “Casa Emanuel”, dopo i primi controlli medici e la prima assistenza. La più giovane ha 20 anni, la più adulta ne ha 25.

“Sono tutte donne scappate dalla difficile situazione del loro Paese – spiegano al Santuario – L’accoglienza delle migranti eritree si pone sulla scia del carisma del Fondatore del Santuario e delle Opere Sociali, il Beato Bartolo Longo. Continua, dopo più di 130 anni, infatti, l’opera di ospitalità e di assistenza che il Santuario mariano assicura agli ultimi, agli emarginati, a chi, per diverse problematiche, ha bisogno di aiuto”.

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Il cardinale Bagnasco: “Bisogna essere liberi dai luoghi comuni e dire le nostre verità”

Posté par atempodiblog le 8 mai 2015

Il cardinale Bagnasco: “Bisogna essere liberi dai luoghi comuni e dire le nostre verità”
Il presidente dei vescovi italiani e vice-presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee, analizza i temi all’esame dell’incontro annuale del Comitato congiunto Ccee-Kek. La preoccupazione per “le legislazioni che, fintamente tolleranti, poi diventano intolleranti verso la religione e, in particolare, la religione cristiana”. Il rifiuto della “dittatura del pensiero unico” e del “politicamente corretto”. La difesa dei valori, a partire dalla vita e il rischio di un’Europa “liquida”
di Maria Chiara Biagioni – Agenzia SIR

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“Europa, non gettare via il contributo che i cristiani del continente possono dare alla tua edificazione. Perché diventeresti una società non più libera ma schiava della solitudine e dell’isolamento. È questo il messaggio che sta emergendo a Roma dai rappresentanti delle Chiese cristiane europee riuniti per l’incontro annuale del Comitato congiunto Ccee-Kek, i due organismi europei che riuniscono le Chiese cattolica, anglicana, protestante, ortodossa. È papa Francesco a gettare per primo il sasso nello stagno. Ricevendo in Vaticano i membri del Comitato ha parlato della “sfida posta da legislazioni che, in nome di un principio di tolleranza male interpretato, finiscono con l’impedire ai cittadini di esprimere liberamente e praticare in modo pacifico e legittimo le proprie convinzioni religiose”. È il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani e vice-presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), ad ospitare a Roma l’incontro dei leader europei.

Eminenza, il Papa ha usato parole forti.

“Il Santo Padre ci ha parlato con molta chiarezza e paternità del rischio che l’Europa nel suo insieme non difenda abbastanza e fino in fondo la libertà religiosa ma agisca attraverso delle legislazioni che, fintamente tolleranti, poi diventano intolleranti verso la religione e, in particolare, la religione cristiana. È una realtà che tutti vediamo e che come cattolici, protestanti, ortodossi abbiamo analizzato molto seriamente e con una punta di preoccupazione seppure nella determinazione di essere lievito e sale delle nostre comunità”.

Aprendo i lavori del Comitato congiunto, Lei ha parlato della presenza nelle società europee di “sottili forme di dittatura”. Come si manifestano?
“Innanzitutto questa ‘dittatura del pensiero unico’ che anche il Santo Padre ha richiamato spesso, si esprime e si rivela nel cosiddetto ‘politicamente corretto’. Per cui se uno dice o non dice determinate cose che invisibilmente sono codificate dal pensiero dominante, viene messo alla gogna. Questa è una forma di persecuzione. Bisogna essere liberi, assolutamente liberi, rispettosamente liberi da quelli che sono i luoghi comuni e poter quindi dire certe cose e non dirne altre con libertà e direi anche biblicamente con parresia, cioè con il desiderio di aiutare la costruzione di una umanità migliore. Si tratta di dire le verità che per noi cristiani hanno la loro radice fondamentale e la loro perfezione in Gesù Cristo, ma non per questo sono confessionali”.

A quali verità fa riferimento?
“Ai valori. Ai valori della vita. Pensiamo, per esempio, alle leggi sull’eutanasia nelle sue diverse forme. Pensiamo alle leggi sull’aborto che è discusso in sede europea come possibile diritto fondamentale e che verrebbe quindi ad annullare la possibilità dell’obiezione di coscienza. Sarebbe una cosa gravissima. Pensiamo ancora alla discussione in sede europea circa il cosiddetto aborto post-partum, che è un infanticidio. Pensiamo al disfacimento e all’indebolimento dell’istituto familiare. Ovunque, in tutta Europa, è minata la famiglia fondata sul matrimonio religioso – per i cristiani e i credenti – o civile, che è la prima scuola di civiltà, di socialità, grembo naturale della vita. Pensiamo all’utero in affitto che è una cosa aberrante perché si sfruttano donne che per necessità affittano il loro corpo. È una cosa indegna per una civiltà, assolutamente indegna che viene invece contrabbandata quasi come un atto di benevolenza e di carità. Bisogna dire tranquillamente che è un’ipocrisia. E oltre tutto, è una possibilità solo per i ricchi, perché soltanto i ricchi possono affittare a caro prezzo un povero corpo di una donna”.

Un’Europa che ignora questi valori e non dà voce a chi la pensa diversamente, cosa è destinata a diventare?
“Purtroppo l’Europa se prosegue su questa strada, sulla strada di un forte soggettivismo etico, valoriale e antropologico, si spappola. Diventa una società liquida, come dice Bauman, dove non ci guadagna la persona perché la persona si troverà sempre più sola in una società di questo tipo dove tutto è equivalente, dove tutto è possibile, tutto e il contrario di tutto. In un contesto così, la persona non è più libera ma diventerà sempre più schiava della propria solitudine, del proprio isolamento. Non esisterà più una società solidale secondo la tradizione dell’Europa. Sarà estremamente grave, ma ne stiamo già vedendo alcuni indizi”.

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Padre Pio e la Madonna di Pompei

Posté par atempodiblog le 8 mai 2015

Padre Pio e la Madonna di Pompei dans Apparizioni mariane e santuari Padre-Pio-Bartolo-Longo-e-la-Regina-del-santo-Rosario

Padre Pio aveva una “stima grandissima” di Bartolo Longo, originario della provincia di Brindisi e fondatore del Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, e lo incoraggiava nelle sue iniziative.

In occasione dei 50 anni delle stimmate il Cappuccino ricevette da un devoto napoletano un bouquet di rose rosse, ne prese una e disse al donatore: “porta alla Madonna di Pompei questa rosa per me”.

Qualche giorno dopo padre Pio morì e la rosa, rimasta fresca, si richiuse in un bocciolo, che si conserva ancora.

Tratto da: La voce di padre Pio

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Presto 3 nuovi Santi, Venerabili due sposi italiani

Posté par atempodiblog le 7 mai 2015

Presto 3 nuovi Santi, Venerabili due sposi italiani
La Chiesa avrà presto 3 nuovi Santi e 3 nuovi Beati. [...] Papa Francesco ha ricevuto il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando il dicastero a promulgare i relativi Decreti. Sette i nuovi Venerabili: tra di essi una coppia di sposi italiani.
di Avvenire

Presto 3 nuovi Santi, Venerabili due sposi italiani dans Articoli di Giornali e News Sergio_Bernardini-642x336_300

Il 23 settembre la canonizzazione di fra Junípero Serra
Tra i prossimi Santi c’è fra Junípero Serra, frate minore spagnolo, apostolo della California nel XVIII secolo, che il Papa canonizzerà il 23 settembre prossimo durante il suo viaggio negli Stati Uniti. Nel suo caso il Pontefice ha approvato la sentenza affermativa della Sessione ordinaria dei cardinali e vescovi membri della Congregazione.
Tra i Santi, don Vincenzo Grossi e Maria dell’Immacolata Concezione
Saranno Santi anche il sacerdote cremonese Vincenzo Grossi, fondatore dell’Istituto delle Figlie dell’Oratorio (Pizzighettone 9 marzo 1845 – Vicobellignano il 7 novembre 1917) e Maria dell’Immacolata Concezione (al secolo: Maria Isabella Salvat Romero), superiora generale delle Suore della Compagnia della Croce (Madrid 20 febbraio 1926 – Siviglia 31 ottobre 1998). Don Vincenzo fu per tutti esempio di amore nella povertà. Esortava a vivere il Vangelo nella gioia senza mai lamentarsi. Maria dell’Immacolata Concezione, pur essendo superiora generale cercava per sé i lavori più umili. Il suo ideale era quello di lavorare tanto senza apparire, contribuendo a creare una clima di fiducia e serenità.

Beati due martiri in Laos e un parroco italiano
Tra i Beati figurano due giovani martiri in Laos: il missionario oblato italiano Mario Borzaga e il catechista laico Paolo Thoj Xyooj, laotiano, uccisi in odio alla fede nel 1960. Il primo aveva 27 anni, il secondo 19. Padre Borzaga voleva raggiungere tutti per portare il Vangelo dell’amore: “non c’è più nulla da fare che credere e amare”, diceva. Sarà Beato anche don Giacomo Abbondo (Salomino 27 agosto 1720 – Tronzano 9 febbraio 1788). Don Abbondo è stato un parroco di campagna innamorato di Dio: ha speso la sua vita ad aiutare i parrocchiani a riscoprire la bellezza e la bontà di Dio.

Venerabili due sposi italiani, Sergio Bernardini e Domenica Bedonni
Infine, tra i nuovi Venerabili Servi di Dio c’è una coppia di sposi italiani, Sergio Bernardini (Sassoguidano 20 maggio 1882 – Verica 12 ottobre 1966) e Domenica Bedonni (Verica 12 aprile 1889 – Modena 27 febbraio 1971). Contadini nelle montagne del Modenese, educarono ad una fede semplice e all’amore per i poveri i loro 10 figli: 6 divennero religiose e due frati cappuccini: uno di essi sarà vescovo a Smirne, mons. Germano Bernardini. Un figlio adottivo nigeriano diventerà vescovo nel suo Paese. Intenso il testamento spirituale di Domenica che così esortava i figli: vi chiedo che siate santi e abbiate coraggio nella sofferenza. A Dio diceva:”Me li avete dati, Signore, io ve li ho allevati, ma sono vostri, benediteli!”.

Gli altri nuovi Venerabili sono: Giacinto Vera, Vescovo di Montevideo; nato al largo dell’Oceano Atlantico il 3 luglio 1813 e morto a Pan de Azúcar (Uruguay) il 6 maggio 1881; Antonio Antié, Sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori; nato a Prvic-Sepurine (Croazia) il 16 aprile 1893 e morto a Zagabria (Croazia) il 4 marzo 1965; Giulia Colbert in Falletti di Barolo, Laica, Vedova e Fondatrice della Congregazione delle Figlie di Gesù Buon Pastore; nata a Maulévrier (Francia) il 26 giugno 1786 e morta a Torino (Italia) il 19 gennaio 1864; Brigida Maria Postorino, Fondatrice dell’Istituto delle Figlie di Maria Immacolata; nata a Catona di Reggio Calabria (Italia) il 19 novembre 1865 e morta a Frascati (Italia) il 30 marzo 1960; Raffaela Maria di Gesù Ostia (al secolo: Raffaela Martínez-Cavavate Ballesteros), Monaca professa dell’Ordine delle Cappuccine di Santa Chiara; nata a Maracena (Spagna) il 31 marzo 1915 e morta a Chauchina (Spagna) il 29 maggio 1991.

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L’Italia a tavola

Posté par atempodiblog le 5 mai 2015

Meno carne, poco pane e più verdure: come cambia il nostro modo di cucinare
L’Italia a tavola
Le tendenze alimentari ieri e oggi. La crisi ha tagliato il budget per il cibo, ma non si rinuncia alla qualità. Giovani sempre più spesso tra i fornelli. Cresce la voglia di bio. E si fa in casa anche lo yogurt
di Alessandra Dal Monte, Isabella Fantigrossi – Corriere della Sera

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Maccheroni ai quattro formaggi o un abbondante piatto di lasagne al ragù. Con nonni, genitori e figli riuniti attorno alla tavola. Così cominciava il tipico pranzo di casa degli anni Sessanta. Adesso invece, dopo una veloce colazione e uno spuntino al bar, se si riesce ci si vede a cena. Dove un piatto unico può bastare. Dalla dieta sostanziosa degli anni del boom a quella più equilibrata e varia di oggi. Con porzioni più piccole, poca carne, più cereali e più verdure, magari bio. Perché la salute — ormai lo sappiamo — si cura anche mangiando. E di questi tempi un occhio al portafoglio è d’obbligo per tutti. Ecco come si nutrono gli italiani nel 2015.

Spendiamo di meno per comprare il cibo, soprattutto da quando c’è la crisi. Tra il 2006 e il 2014 i consumi delle famiglie per alimentari e bevande sono calati del 12,1 per cento (Rapporto Coop 2014 «Consumi e distribuzione»). Se nel 2011 sborsavamo 477 euro in media al mese, nel 2013 la cifra è scesa a 461. Una strategia di risparmio, certo. Ma non solo. Abbiamo anche imparato a evitare gli eccessi. «Subito dopo la guerra — spiega Alberto Capatti, storico della cucina e membro del comitato scientifico di Casa Artusi — gli italiani hanno compensato le privazioni cucinando, appena possibile, piatti grassi. La pasta era sempre accompagnata da salse e condimenti. La carne si mangiava quasi tutti i giorni». Poi sono arrivati gli anni Ottanta e la nouvelle cuisine. Abbiamo cominciato a imitare gli chef preparando in casa il filetto al pepe verde o il salmone «unilaterale» (cotto su un lato solo). Abbiamo imparato a prestare attenzione alla qualità dei prodotti e a diminuire le dosi. Due tendenze oggi all’apice: «Al centro della cucina attuale c’è la materia prima», dice Capatti. Insomma, invitiamo gli amici per provare insieme l’ultimo acquisto gourmet. «Trent’anni fa le nostre ricette prevedevano almeno un etto di pasta a testa — ricorda Paola Ricas, direttore de La Cucina italiana dal 1981 al 2006 —. Oggi invece al massimo 80 grammi». Anche Gualtiero Marchesi conferma: «Nel mio ristorante non si mangiano più di due piatti, al massimo si aggiunge il dolce. Mentre all’estero funziona ancora il menu degustazione da sette portate». Il pasto principale, poi, si è spostato alla fine della giornata: «Una volta si tornava a casa a mezzogiorno e le mamme cucinavano per tutti — spiega Ricas —. Adesso, come nel mondo anglosassone, ci ritroviamo attorno al tavolo la sera per il rito della cena». Ai fornelli ci stanno sempre di più anche gli uomini (il 38,8 per cento cucina spesso, solo l’8,5 mai) e pure la quasi totalità dei giovani.

Inoltre quasi 42 milioni di italiani preparano in casa pizza, dolci, conserve, pane e yogurt. Intanto i dati Istat fotografano un carrello ben diverso da quello di quarant’anni fa. Cala il consumo di carne, soprattutto bovina (dai 25 chili pro capite all’anno nel 2000 ai 19,3 del 2014) e aumenta quello di cereali (pasta, biscotti, riso). Crolla invece l’acquisto di pane: ne mangiamo sempre meno. Dal chilo abbondante a persona al giorno del 1861 — del resto c’era solo quello — ai 100 grammi scarsi degli ultimi mesi. Apprezziamo di più il pesce: nel 1973 rappresentava il 3,4 per cento del nostro carrello, oggi l’8,9. Cresce anche la passione per frutta e verdura: nel 2014, 22 milioni di italiani dichiarano di consumare più ortaggi rispetto a dieci anni fa (rapporto Saclà/Doxa). Insomma, mangiamo in modo più vario e sano. «Dopo anni passati a cibarsi solo di pastasciutta — sintetizza Ricas — il palato dell’italiano medio ha imparato ad assaggiare di tutto». Anche alimenti prima sconosciuti, come la quinoa, l’amaranto, il bulgur. O varietà nostrane riscoperte, dal cavolo nero toscano alle lenticchie umbre, dal bue grasso piemontese ai latticini campani. «Il cibo sta tornando indietro, sta recuperando la sua memoria storica — dice Oscar Farinetti, fondatore di Eataly —. Abbiamo finalmente capito che l’Italia ha una biodiversità pazzesca e stiamo puntando sulle materie prime eccellenti. Cuciniamo in modo meno elaborato ma andiamo al mercato per i prodotti freschi. Insomma, mangeremo anche poco pane e poca carne, ma più buoni». In effetti, dati alla mano, il 45,4 per cento degli italiani fa la spesa seguendo il criterio della qualità. E tra le tendenze alimentari c’è la dieta vegetariana (il 6,5 per cento della popolazione) e la voglia crescente di prodotti bio.

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Anniversario Superga. Padre Lombardi: amavo Grande Torino, tragedia per Italia

Posté par atempodiblog le 4 mai 2015

Anniversario Superga. Padre Lombardi: amavo Grande Torino, tragedia per Italia
di Radio Vaticana

Il 4 maggio del 1949, l’intera squadra di calcio del “Grande Torino” periva nella tragedia di Superga. L’aereo, che trasportava la compagine granata di ritorno da una partita amichevole in Portogallo, si schiantò ai piedi della Basilica della collina di Superga, vicino Torino. Il disastro causò clamore e dolore, non solo nel mondo sportivo, per la scomparsa di una squadra di “invincibili”, emblema di un’Italia che usciva faticosamente dalla Seconda Guerra Mondiale. Giancarlo La Vella ne ha parlato con il nostro direttore generale, padre Federico Lombardi, sostenitore granata sin da bambino:

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Immagine tratta da: Il napolista

R. - Io ero troppo piccolo per fare dei grandi ragionamenti su quell’evento. In realtà mi ricordo benissimo quel giorno e la notizia che arrivò. Io avevo sei o sette anni, ma tenevo già per il “Grande Torino” e, come gran parte dei ragazzini che abitavano a Torino in quegli anni, eravamo pieni di entusiasmo e orgogliosi di questa squadra che effettivamente rappresentava il vigore, l’impegno sportivo e anche la capacità di ottenere dei buoni risultati che gli sportivi sanno indicare quando sono dei grandi campioni anche ai giovani della loro epoca.

Quindi ricordo che questa notizia quel giorno piombò su di noi e su tutta la città come una nuvola nera, un momento di grandissima emozione e di grandissimo turbamento; la città rimase attonita e sconvolta. Noi guardavamo verso la collina di Superga esterrefatti, senza riuscire a renderci conto che poteva essere accaduta una cosa di questo genere.

Certamente fu una scossa molto grande e, come sempre, il dolore fu profondissimo per tutta la città, ma anche per l’Italia, che fu colpita da questa tragedia. Ma ricordo anche che, in tempi molto brevi, si manifestò una grande volontà di riprendere e di continuare a raccogliere un’eredità di natura sportiva, ma certamente dal valore anche umano, che avevamo ricevuto da questa squadra così ammirata giustamente da tutti.

Quindi una tragedia che, però, fu anche occasione di impegno morale, non solo sportivo, per continuare a raggiungere i risultati, a riprendere la vita del Paese, che si stava rialzando e ricostruendo dopo le gravi tragedie della guerra. Quindi una notizia terribile, una grande tragedia, un dolore profondissimo e sconvolgente, ma anche un’occasione per riaffermare la continuità di un impegno.

D. – Il grande Torino di Valentino Mazzola, forse caso unico di una squadra apprezzata non solo dai suoi sostenitori, ma da tutta Italia e forse da tutta Europa, anche se all’epoca non c’erano le coppe internazionali. Una squadra che, nonostante all’epoca si giocasse molto in difesa, invece aveva fatto dell’attacco la sua tattica di gioco …

R. – Percepivo questo valore di una squadra con cui ci si identificava molto profondamente, sia da parte dei ragazzi, dei giovani, ma anche della città e in un certo senso della stessa società italiana. Il tempo della ricostruzione, dopo la guerra, è stato un periodo in cui abbiamo potuto apprezzare moltissimo l’impegno puro, non ancora contaminato da esperienze negative di corruzione o di altro e quindi un impegno estremamente positivo, che poteva indicare orizzonti e ideali alla società che si rialzava dopo la tragedia della guerra.

D. – Un periodo quello in cui forse anche l’antagonismo con gli juventini era molto affievolito vista la grandezza di questa squadra; una Juventus che poi continua a vincere anche oggi e quindi il nome della città di Torino viene comunque tenuto alto …

R. – Sì, effettivamente c’è una grande tradizione sportiva dovuta a tutte e due le squadre con una sana rivalità, ma diciamo che a volte si manifesta in termini piuttosto intensi, ma mi auguro sempre rispettosi ed onesti.

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Argentina, candidato agli altari in giacca e cravatta

Posté par atempodiblog le 4 mai 2015

Argentina, candidato agli altari in giacca e cravatta
Parla il postulatore della causa Shaw, l’imprenditore argentino «ricco ma santo» citato dal Papa in una recente intervista
di Andrea Bonzo – Vatican Insider

Argentina, candidato agli altari in giacca e cravatta dans Articoli di Giornali e News 2vxrpyw

Potrebbe essere il primo beato al mondo «in giacca e cravatta». E se lo dice il Papa, c’è da crederci. «Sto portando avanti la causa di beatificazione di un ricco imprenditore argentino, Enrique Shaw che era ricco, ma santo», ha rivelato il pontefice in una recente intervista con l’emittente messicana Televisa. «Una persona può avere denaro», ha affermato Francesco, spiegando come la sua frequente condanna al «dio denaro» non vuole essere un’accusa ai ricchi in quanto tali. «Dio il denaro lo concede perché lo si amministri bene. E quest’uomo lo amministrava bene. Non con paternalismo, ma facendo crescere quelli che avevano bisogno del suo aiuto».

Le parole del Papa su Shaw, passate quasi inavvertite sui media europei, hanno avuto molta eco in Argentina. «Per noi è stata una grande allegria che il Papa lo abbia menzionato», conferma a Terre d’America il postulatore Juan Navarro Floria. «Conosceva perfettamente la situazione; è stato lui a chiedere a Roma di aprire la causa quando era ancora Arcivescovo di Buenos Aires», riferisce Navarro Floria, avvocato e docente di Diritto ecclesiastico. «Ha iniziato la causa qui come Arcivescovo e l’ha ricevuta a Roma, da Papa. È bello che la senta propria».

Enrique Shaw potrebbe essere il primo imprenditore al mondo a essere dichiarato beato. Ragioni ce ne sono. La biografia di questo argentino lo vede fortemente impegnato nella difesa dei diritti degli operai e nel difficile tentativo di coniugare impresa e valori cristiani. Una figura modernissima, commenta Navarro Floria. «Un laico, un padre di famiglia, dirigente della società civile impegnato nella chiesa del suo tempo. Insomma, un nostro contemporaneo, quando solitamente i santi appartengono ad altre epoche, anche dal punto di vista iconografico».

Shaw, rampollo di una famiglia altolocata di Buenos Aires, dopo una breve parentesi in marina («fu tra i primi ufficiali a dare la comunione ai soldati, quando la pratica era mal vista nell’esercito argentino» ricorda Navarro Floria), decise di dedicarsi agli affari al termine della seconda guerra mondiale. Nel 1952 fondò, insieme ad altri imprenditori, l’Associazione Cristiana dei Dirigenti di Impresa (Acde), ancora molto attiva e facente parte dell’Uniapac, l’Unione mondiale degli Imprenditori cattolici, il cui presidente attuale è proprio un argentino. Fu inoltre tra i fondatori dell’Università Cattolica argentina, presidente dell’Azione cattolica del suo paese e fondatore del Movimento familiare cristiano.

Ma la sua fede gli causò anche problemi. Nel 1955, durante la fase finale del primo governo di Perón, Shaw fu tra le persone imprigionate in seguito all’ondata di violenze che si scatenò in Argentina contro esponenti cattolici, religiosi e laici, e durante la quale vennero anche incendiate diverse chiese e la curia di Buenos Aires. «Fu un momento drammatico, perché nessuno poteva sapere cosa sarebbe successo», spiega Navarro Floria. Ma anche in quel caso Shaw diede dimostrazione di altruismo. «Raccogliendo il materiale per la causa di canonizzazione ci siamo imbattuti in testimonianze molto belle. Per esempio, la gente raccontava di come Shaw regalasse ai compagni di cella i materassi che la sua famiglia gli portava perché stesse più comodo. Lo stesso faceva con il cibo, si prendeva cura dei compagni di prigionia».

Shaw fu un lavoratore instancabile, che nell’azienda di cui fu amministratore delegato, le «Cristallerie Regolleau», ideò un – per l’epoca innovativo – fondo pensionistico e una mutua per garantire servizi medici, sussidi per malattia e prestiti per urgenze in casi di matrimoni, nascite o morti per i 3400 operai.

Un imprenditore che fu sempre coerente con i valori in cui credeva, anche quando si scontravano con le dure leggi del mercato, tema quest’ultimo particolarmente caro a papa Francesco. Un esempio fu quanto accadde nel 1961, quando l’azienda diretta da Shaw venne ceduta a capitali statunitensi; i soci d’oltremare decisero di licenziare 1200 persone. Shaw, già malato del tumore che l’avrebbe ucciso un anno dopo, a soli 41 anni, «si oppose – benché sapesse fosse la decisione economicamente più razionale – dicendo che prima avrebbero dovuto licenziare lui», spiega Navarro Floria. «Quindi ideò un piano che prevedeva il mantenimento di tutto il personale destinando alcuni operai ad altre mansioni fino a quando il momento di crisi non sarebbe stato alle spalle. In quell’occasione viaggiò addirittura negli Stati Uniti per affrontare gli azionisti e convincerli a non licenziare gli impiegati. Ha sempre privilegiato questo aspetto» assicura il Postulatore argentino.

Il profilo imprenditoriale di Shaw ha portato due storici spagnoli, Gustavo Villapalos e Enrique San Miguel, a paragonarlo, nel libro «Il Vangelo degli audaci», ad altri cattolici che si sono distinti nel XX secolo per il loro impegno sociale e politico, personaggi del calibro di Konrad Adenauer, Robert Kennedy o Aldo Moro.

Shaw imprenditore e Shaw studioso della dottrina sociale della Chiesa e della teologia francese. «Fu un precursore dello spirito del Concilio», sintetizza Navarro Floria. Le sue idee le espresse in congressi, conferenze, pubblicazioni e scritti. Un lascito monumentale. «Uno dei lavori più difficili della causa di canonizzazione è stato riunire tutti gli scritti di Shaw, che sono stati inviati a Roma nel 2013 e approvati dalla Congregazione per la Causa dei Santi nel gennaio del 2015. Per noi è stata una gioia che il Papa lo abbia citato – osserva Navarro Floria – anche perché è una causa che sente sua, l’ha aperta qui nel 2005, quando era arcivescovo di Buenos Aires e l’ha ricevuta a Roma da Papa».

Rimane da designare il relatore per la positio, a cui sta lavorando la postulatrice a Roma, Silvina Correale, puntualizza Navarro Floria. È il primo passo perché Shaw venga dichiarato venerabile. A quel punto bisognerà aspettare il miracolo. Segnalazioni di grazie ricevute ce ne sono, ammette il postulatore dando prova di cautela, «ma bisogna essere sicuri; qui siamo già in un campo che non dipende più dalla volontà umana…».

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Papa: Dante luce nella “selva oscura”

Posté par atempodiblog le 4 mai 2015

Papa: Dante luce nella “selva oscura”
di Avvenire

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Un “profeta di speranza” e un “annunciatore” della liberazione per ogni uomo e donna. È quanto Papa Francesco scrive di Dante Alighieri, nel giorno in cui in Italia si celebrano solennemente i 750 anni dalla nascita del sommo poeta. In un messaggio inviato al cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Francesco ricorda l’ammirazione nutrita nei secoli dai Pontefici nei riguardi dell’Alighieri.

Dante Alighieri, ovvero il poeta della “possibilità di riscatto”, del “cambiamento profondo”, per il quale nessuna “natural burella” – nessuna umana debolezza – potrà risultare così impraticabile da impedire all’uomo che lo vuole di riuscire “a riveder le stelle”. C’è un’eco forte delle sue convinzioni nel ritratto che Francesco fa del celeberrimo autore della “Commedia”.

Il Papa della misericordia ravvisa nei versi immortali di Dante un aspetto potente di quel rinnovamento che nasce da un cuore che si apre a una dimensione più grande. “Ci invita ancora una volta – scrive nel suo messaggio – a ritrovare il senso perduto o offuscato del nostro percorso umano e a sperare di rivedere l’orizzonte luminoso in cui brilla in pienezza la dignità della persona umana”. Del resto, osserva, tutta la Commedia può essere letta “come un grande itinerario, anzi come un vero pellegrinaggio, sia personale e interiore, sia comunitario, ecclesiale, sociale e storico”.  Come un “paradigma di ogni autentico viaggio in cui l’umanità è chiamata a lasciare quella che Dante definisce”,  in una strofa del Purgatorio, “l’aiuola che ci fa tanto feroci”.

Il Messaggio del Papa è un compendio di quanto in passato i suoi predecessori abbiano detto, citato e attinto dal Vate fiorentino per conferire un tratto di bellezza a un aspetto del loro magistero e soprattutto per ammirare come la fede avesse potuto ispirare parole così intramontabili. Ad esempio Benedetto XVI, che per il sesto centenario della morte di Dante, proprio indicando il “ben poderoso slancio d’ispirazione” che “egli trasse dalla fede divina, esortò a considerare “l’importanza di una corretta e non riduttiva lettura dell’opera di Dante soprattutto nella formazione scolastica ed universitaria”.

O Paolo VI che 50 anni fa, chiudendo il Vaticano II impresse nella sua Lettera Apostolica Altissimi cantus quell’affermazione recisa: “Nostro è Dante! Nostro, vogliamo dire, della fede cattolica”, individuando  nella Commedia un fine “pratico e trasformante”, poiché – affermò – l’opera “non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma in alto grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso”.

Anche San Giovanni Paolo II – rammenta il Papa – ha fatto “spesso” riferimento alle opere dell’Alighieri e nella prima Enciclica, Lumen fidei, scrive Francesco, “ho scelto anch’io di attingere a quell’immenso patrimonio di immagini, di simboli, di valori costituito dall’opera dantesca” quando per “descrivere la luce della fede, luce da riscoprire e recuperare affinché illumini tutta l’esistenza umana, mi sono basato proprio sulle suggestive parole del Poeta, che la rappresenta come «favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla”.

In definitiva, conclude Papa Francesco, “onorando Dante Alighieri come già ci invitava a fare Paolo VI, noi – è la considerazione di Francesco – potremo arricchirci della sua esperienza per attraversare le tante selve oscure ancora disseminate nella nostra terra e compiere felicemente il nostro pellegrinaggio nella storia, per giungere alla méta sognata e desiderata da ogni uomo: ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’”

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Il Papa a Ostia: visita alla parrocchia Regina Pacis

Posté par atempodiblog le 4 mai 2015

“Fede non è ipocrisia”. Così il Papa alla Regina Pacis di Ostia
Il Papa a Ostia: visita alla parrocchia “Regina Pacis”. Testo integrale dell’omelia

di Radio Vaticana

Il Papa a Ostia: visita alla parrocchia Regina Pacis dans Commenti al Vangelo 1z6dvlf

Una parola che Gesù ripete spesso, soprattutto durante l’Ultima Cena, è: “Rimanete in me”. Non staccatevi da me, rimanete in me. E proprio la vita cristiana è questo rimanere in Gesù. Questa è la vita cristiana: rimanere in Gesù. E Gesù, per spiegarci bene cosa vuol dire con questo, usa questa bella figura della vite: “Io sono la vite vera, voi i tralci”. E ogni tralcio che non è unito alla vite finisce per morire, non dà frutto; e poi è buttato fuori, per fare il fuoco. Servono tanto per questo, per fare il fuoco – sono molto, molto utili – ma non per dare frutto. Invece i tralci che sono uniti alla vite, ricevono dalla vite il succo di vita e così si sviluppano, crescono e danno i frutti. Semplice, semplice l’immagine. Ma rimanere in Gesù significa essere unito a Lui per ricevere la vita da Lui, l’amore da Lui, lo Spirito Santo da Lui.

E’ vero, tutti noi siamo peccatori, ma se noi rimaniamo in Gesù, come i tralci con la vite, il Signore viene, ci pota un po’, perché noi possiamo dare più frutto. Lui sempre ha cura di noi. Ma se noi ci stacchiamo da lì, non rimaniamo nel Signore: siamo cristiani a parole soltanto, ma non di vita; siamo cristiani, ma morti, perché non diamo frutto, come i tralci staccati dalla vite. Rimanere in Gesù vuol dire avere la voglia di ricevere la vita da Lui, anche il perdono, anche la potatura, ma riceverla da Lui. Rimanere in Gesù significa: cercare Gesù; pregare; la preghiera. Rimanere in Gesù significa accostarsi ai sacramenti: l’Eucaristia; la riconciliazione. Rimanere in Gesù – e questo è il più difficile di tutti – significa fare quello che ha fatto Gesù, avere lo stesso atteggiamento di Gesù.

Ma quando noi spelliamo gli altri per esempio, o quando noi chiacchieriamo, non rimaniamo in Gesù: Gesù mai lo ha fatto questo. Quando noi siamo bugiardi, non rimaniamo in Gesù: mai lo ha fatto. Quando noi truffiamo gli altri con questi affari sporchi che sono alla mano di tutti, siamo tralci morti, non rimaniamo in Gesù. Rimanere in Gesù è fare lo stesso che faceva Lui: fare il bene, aiutare gli altri, pregare il Padre, curare gli ammalati, aiutare i poveri, avere la gioia dello Spirito Santo.

Una bella domanda per noi cristiani è questa: “Io rimango in Gesù o sono lontano da Gesù? Sono unito alla vite che mi dà vita o sono un tralcio morto, che è incapace di dare frutto, dare testimonianza?”

E, anche, ci sono altri tralci, di cui Gesù non parla qui, ma ne parla da un’altra parte: quelli che si fanno vedere come discepoli di Gesù, ma fanno il contrario di un discepolo di Gesù, e sono i tralci ipocriti. Forse vanno tutte le domeniche a Messa, forse fanno faccia di immaginetta, tutte pie, eh, ma poi vivono come se fossero pagani. E a questi Gesù, nel Vangelo, li chiama ipocriti.

Gesù è buono, ci invita a rimanere in Lui. Lui ci dà la forza e se noi scivoliamo in peccati – ma tutti siamo peccatori – Lui ci perdona, perché Lui è misericordioso. Ma quello che Lui vuole sono queste due cose: che noi rimaniamo in Lui e che noi non siamo ipocriti. E con questo una vita cristiana va avanti.

E cosa ci dà il Signore se rimaniamo in Lui? Lo abbiamo sentito: “Se rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. Ma, una forza nella preghiera “Chiedete quello che volete”, cioè la preghiera potente che Gesù fa quello che chiediamo. Ma se la nostra preghiera è debole – come “Eh sì è in Gesù, ma non è in Gesù…” – la preghiera non dà i suoi frutti, perché il tralcio non è unito alla vite. Ma se il tralcio è unito alla vite, cioè “se voi rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete, vi sarà fatto”. E questa è la preghiera onnipotente. Da dove viene questa onnipotenza della preghiera? Dal rimanere in Gesù; dall’essere unito a Gesù, come il tralcio alla vite. Che il Signore ci dia questa grazia.

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