Il “filo dall’alto”: la speranza teologale

Posté par atempodiblog le 20 mai 2015

La speranza teologale è il “filo dall’alto” che sostiene dal centro tutte le speranze umane

“Il filo dall’alto” è il titolo di una parabola dello scrittore danese Johannes Jørgensen. Parla del ragno che si cala dal ramo di un albero lungo un filo che lui stesso produce. Posandosi sulla siepe, tesse la sua rete, capolavoro di simmetria e di funzionalità. Essa è tesa ai lati da altrettanti fili, ma tutto è retto al centro da quel filo da cui è sceso. Se si tronca uno dei fili laterali, il ragno interviene, lo ripara e tutto è a posto, ma se si tronca il filo dall’alto (io una volta ho voluto verificare e ho visto che è vero)  tutto si affloscia e il ragno scompare, sapendo che non c’è più nulla da fare.

È un’immagine di quello che avviene quando si tronca il filo dall’alto che è la speranza teologale. Solo essa può “ancorare” le speranze umane alla speranza “che non delude”.

di padre Raniero Cantalamessa

La terra: una parte del Cielo dans Citazioni, frasi e pensieri eknh1f

Il filo del ragno
di Jens Johannes Jørgensen

In un radioso mattino di settembre un piccolo ragno giallo decise di costruire la sua tela. Girovagò a lungo ai margini del bosco, salì su un alto albero, poi si calò giù attaccandosi al suo filo lucente e si posò su una siepe spinosa. Lì cominciò a costruire la sua tela lasciando che il filo, lungo il quale era disceso, reggesse il lembo superiore di tutto l’impianto. Era un’opera bella e grande che si slanciava verso l’alto, e quasi scompariva nell’azzurro del cielo. Passavano i giorni e il ragnetto diventava grande. Quando le mosche scarseggiavano si vedeva costretto ad ampliare la tela; e questo gli era possibile proprio grazie a quel filo che scendeva dall’alto, del quale non si riusciva a vedere la fine.

Una mattina il nostro amico, vuoi per il freddo della notte, vuoi soprattutto per la fame arretrata, si svegliò di pessimo umore e così, di punto in bianco, decise di fare un giro d’ispezione sulla tela: controllò ogni angolo, tirò ogni filo, rimise tutto in ordine, finché notò nella parte superiore della rete un filo teso verso l’alto di cui non ricordava la funzione e nemmeno l’esistenza. Di tutti gli altri fili conosceva l’importanza, i punti di snodo, i ramoscelli dove erano stati fissati; ma quel filo inesplicabile non andava da nessuna parte. Il ragno cercò di osservare da ogni angolatura, si rizzò sulle zampette, guardò con tutti i suoi occhi… ma non riuscì a capire dove andasse a finire.

«A cosa serve questo stupido filo…», disse il ragno, «via i fili inutili!». Un colpo di mandibole e… patatrac!, tutto gli rovinò addosso. Aveva  dimenticato che, un lontano mattino di settembre, lui stesso era sceso giù da quel filo, e da lì aveva iniziato a tessere la sua tela. Ora, invece, si trovava a giacere sulle foglie della siepe spinosa, imprigionato nella sua stessa rete divenuta ormai un piccolo, umido cencio. Era bastato un solo istante per distruggere una magnifica opera e soltanto perché non era riuscito a capire l’importanza di quel “filo dall’alto”.

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Jens Johannes Jørgensen

Posté par atempodiblog le 20 mai 2015

Johannes Jørgensen
Testimoni

Svendborg, Danimarca, 1866 – 19 maggio 1955

Chi sapeva che il grande biografo di San Francesco d’Assisi, fosse il protagonista di una vita tanto travagliata alla ricerca della Luce suprema? I cenni biografici qui esposti mostrano il cammino di conversione e fede di un grande scrittore che trovò ad Assisi, anche grazie alla figura del Serafico Patriarca, la pace della Fede.


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È uno dei più grandi scrittori della Danimarca – e d’Europa – innamorato dell’Italia, come della sua seconda Patria, e biografo di santi, in primo luogo di san Francesco d’Assisi, e anche di santa Caterina da Siena e di san Giovanni Bosco. Ma è il suo itinerario a Cristo che impressiona ancora oggi e può indicarci la via. Già, la via della conversione a Cristo, che è l’unica per salvarci nel tempo e nell’eternità.

Una vita intensa
Nasce a Svendborg, isola di Fiona, in Danimarca, nel 1866, da famiglia luterana. Il padre è marinaio, pertanto spesso solo “ospite” a casa sua. Il ragazzo cresce appassionandosi di vane letture: Byron, Hein, Shelley, soprattutto Goethe, sono i suoi autori peferiti. Quanto al suo pensiero, passa dal panteismo al naturalismo, dal positivismo all’ateismo. Quindi legge Zola, Nietzsche, Pöe, Baudelaire, Verlaine e Huysmans. E arriva non alla vetta della Luce, ma sprofonda nell’abisso della disperazione: in fondo è un senza-Dio, ma Dio lo tormenta e nell’intimo ne sente il terrore e il fascino. Ancora giovane, fa amicizia con due convertiti: Morgens Ballin, giovanissimo, ebreo che ha trovato Gesù, il Cristo; il pittore Verkade, che si farà monaco benedettino a Beuron. Dalle nebbie del Nord Europa attraverso un lungo viaggio in Germania e in Svizzera, giunge in Italia. C’è tanta luce – di clima e di fede – nel nostro «bel paese che Appennin parte, / il mar circonda e l’Alpe», ma anche luce di pensiero, di fede e di santità. Per tre mesi, soggiorna ad Assisi e si accosta alla testimonianza incandescente di san Francesco, “il tutto serafico in ardore” per Gesù. Oltre alle biografie già citate, sono interessanti e coinvolgenti i suoi testi autobiografici, la monumentale Leggenda della mia vita (in 7 volumi), Il libro della vita, Dal pelago alla vita, Il pellegrinaggio della mia vita, dai quali attingeremo la sua storia d’anima. Nella sua giovinezza, passa nella notte e nella vertigine del dubbio e della disperazione: «Ero ben io che avevo cercato il fuoco e non c’era proprio da meravigliarsi se mi ero scottato. Nessuno diventa ateo, se non l’ha meritato. Ognuno ha – o non ha – la fede che si merita di avere. Soltanto chi è buono, accetta il Cristianesimo. Nessun altro al di fuori di me, ha sciupato la mia felicità». A 28 anni, nel 1894, scrive: «Sono inquieto della vita e della morte. Leggo tante cose con un bruciante desiderio di raggiungere la conoscenza della Verità». Un giorno, prega, come con un prolungato gemito: «O Dio, Tu che sei dietro a tutte le cose… rivelati a me». è allora che legge i libri di Léon Bloy e il capolavoro di Ernest Hello, L’uomo, e medita l’Imitazione di Cristo, e si avvicina sempre di più a Cristo: «Chi serve la Verità, adora Dio. Chi serve il Bene, adora Dio. Ma non si giunge alla Verità, alla Bellezza più alta, al Bene sommo, che per mezzo di Gesù Cristo». E ancora, la sua umile confessione: «Gesù Cristo è quella “luce suprema” di cui Goethe ha parlato nell’ora della sua morte, e che ora mi mostra i miei peccati, la mia insolvibilità, la mia sensualità, il mio egoismo, l’aridità del mio cuore, tutto il male insomma… Oh, esserne liberato una volta per sempre, tornare puro e rinnovato». Era partito da Copenaghen nel 1894. A Berlino, il primo “tocco” della grazia divina. Dalla camera vicina, sente il suo amico, Morgens Ballin, l’ebreo convertito, che dice le sue preghiere della sera. «Ecco – scrive – in questo momento, Ballin sta in ginocchio davanti al Crocifisso [quel Gesù che il sinedrio del suo popolo ha mandato al patibolo più infame] così come l’ho visto a Pasqua nella chiesa di Sant’Ansgar, con le mani giunte, rivolto all’altare». Joergensen si avvicina alla porta della camera per parlare con l’amico: «Poi indietreggiai, perché avevo sentito qualche parola: “Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi, peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Ecco, sta recitando il Rosario a Maria… Non ha che 23 anni e pensa già alla morte». A Lucerna, in Svizzera, il 24 giugno, per sfuggire a un uragano, si mette al riparo in una chiesa dove c’è la preghiera della sera: «Entrai – racconta – e vidi Gesù Sacramentato sull’altare in mezzo ai ceri che ardevano, e il canto di un prete: “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo”. Allora, anch’io giunsi le mani, mi inchinai, mi segnai con il segno della croce e esultai di gioia».

Cristo nella “Cattolica”
Comincia a leggere il Nuovo Testamento, prima il Vangelo di san Giovanni, poi gli Atti degli Apostoli: «Trovai tre parole che rischiararono ogni cosa per me. Maria Maddalena davanti a Gesù Risorto che lo chiama “Rabbonì” (Maestro mio!). Scoppiai in singhiozzi, come ella dovette fare. Poi la parola del ministro etiope a Filippo: “Credo che Gesù è il Figlio di Dio”. Infine quella di Pietro: “Saremo salvati dalla grazia del Signore Gesù Cristo”. In un lampo compresi come la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, ci guadagna la grazia divina per la Vita eterna». Comprende tutto il giovane Joergensen: «Soltanto in Gesù Cristo, l’uomo è veramente uomo, in quanto non può entrare nella società con Dio, se non mediante Gesù Cristo». Ora si affaccia in lui un altro pensiero: «La salvezza non è nella Scrittura né nel Vangelo, ma nell’unione nostra con Cristo. E dov’è l’unione con Lui se non nella sua Chiesa Cattolica? Affidati alla Chiesa e allora comprenderai la Scrittura». Ecco, che ora egli supera per sempre Lutero e lo dichiara ribelle ed eretico: «Dio non può aver fatto dipendere la salvezza dallo studio di un libro e dall’intelligenza che se ne ha. Gesù Cristo ha fondato la Chiesa perché l’unione con Gesù è la sola condizione della salvezza. Ecco perché si crede alla Chiesa come si crede a Cristo». Tutta la “riforma” protestante gli appare come folle ribellione a Gesù Cristo, non l’esaltazione della Sacra Scrittura, ma lo scardinamento della Scrittura, operato da Lutero, da Calvino e dai loro adepti: «Fu allora che di fronte alla loro confusione balzò dinanzi al mio sguardo la Chiesa Cattolica con la sua unità di dogmi, ereditati fin dall’inizio dei primi Apostoli, l’inizio della Chiesa. Nella splendida luce della storia universale, la Chiesa mi parve come la città posta sul monte. Decisi allora di ascendere alla santa Città di Dio». Il 16 febbraio 1896, a 30 anni di età, dopo lunga ricerca, preghiera e sofferenza, viene accolto nella Chiesa Cattolica. Il papa era Leone XIII cui succederà san Pio X: il Papa, Vicario di Cristo, la Roccia su cui Gesù ha fondato la Chiesa, quindi il Papa dogmatico nella Verità immutabile, datore di certezze incrollabili, mai di dubbi, anche se essere senza dogmi e dubitare (essere relativisti!) può far piacere al mondo e agli uomini di mondo posti in autorità. Finalmente, ha raggiunto la Verità nella sua totalità, in Cristo, unito per sempre a Lui nella Santa Chiesa Cattolica, unica vera Chiesa di Cristo. Vinto il buio dell’ateismo, superate per sempre l’angoscia e la disperazione dei senza-Dio, (possono essere anche “sazi”, ma sono sempre disperati i senza-Dio!), pur nel fragore delle guerre e delle vicissitudini del XX secolo, Johannes Joergensen diventa un luminoso testimone e seminatore di speranza.

La gioia della fede
Scrive una sessantina di opere geniali, piene di poesia e calde di amore, di dolcezza; una vera gioia leggerlo: poesie, saggi letterari, biografie dei campioni della Fede e della santità. Vivrà quasi sempre in Italia, nella sua diletta Assisi, a respirare il clima, anche fisico, del Santo da lui prediletto e conosciuto nella sua verità: san Francesco d’Assisi, immagine di Gesù, specchio di Gesù, un altro-Gesù, l’uomo che forse più di tutti, nella Chiesa è stato simile a Gesù, il Santo per il quale vale ciò che Dio Padre disse a santa Caterina riguardo san Domenico di Guzman: «Gesù è il mio Figlio Unigenito nella mia stessa natura, l’altro è mio figlio di adozione nella piena somiglianza al mio Unigenito». Non il Francesco di Sabatier, umanista, naturalista, ecologista, romantico, come fa comodo ai mistificatori di oggi. Nel 1926, Joergensen fu festeggiato per il suo 60° compleanno dalla piccola comunità cattolica della Danimarca, il cui Vescovo gli ripeté l’elogio che già gli aveva formulato Leone XIII nonagenario: «Lei è una gloria del popolo danese, perché non ha tenuto sepolti i talenti che sono i più belli di tutte le corone d’alloro». Poco prima egli aveva saputo che Vladimir Lenin, il “fondatore” nel sangue e nella menzogna dell’Unione sovietica con la terribile rivoluzione dell’ottobre 1917, aveva riconosciuto: «Compagni, se io avessi incontrato sette uomini come Francesco d’Assisi, non avrei scatenato la rivoluzione comunista». Gli anni della sua lunga esistenza dopo la conversione, li possiamo sintetizzare con due pagine stupende dei suoi scritti: «Ormai la gioia di Dio è in me, la sola vera gioia, la gioia di essere nella Verità e nell’amore. Dico solo una semplice preghiera: “Verità e amore non mi abbandonate!”. Con questa preghiera non possiamo ingannarci, e viviamo sicuri e moriamo tranquilli. “Verità e amore non mi abbandonate!”. Dinanzi a questa pura preghiera, tutte le tentazioni, tutte le inquietudini, tutti i dubbi, tutte le ombre e tutti i terrori, devono dileguarsi. Dio non può volere altro da noi, se non questo: che la nostra volontà sia pronta e facile a cedere al suo amore, e il nostro pensiero si lasci condurre docilmente dalla Verità. Questo è il santo stato di grazia, la parte migliore che non ci sarà tolta». Dalla sua insuperabile vita di san Francesco, la lezione sulla “letizia spirituale”: «San Francesco diceva che solo quelli che appartengono al diavolo, vanno a testa bassa: noi invece dobbiamo rallegrarci nel Signore. Quando l’anima è afflitta, sola e piena di pensieri, allora si volge ai piaceri del mondo. Invece voi vivete sempre in letizia. La quale deriva dalla purezza del cuore e dalla costanza nella preghiera». In una parola, la gioia, la speranza, per gli uomini del XX secolo e di tutti i secoli, è solo Gesù Cristo, e Lui Crocifisso. Nel 1955 volle rivedere, con le sue ultime energie, tutti i luoghi di san Francesco nella amatissima Assisi. Poi sentendo vicina “sorella morte”, a 89 anni, Johannes Joergensen si fece riportare in Danimarca, dove andò incontro al suo Cristo adorabile, nella città natale di Svendborg, il 19 maggio 1955. A un tempo che ormai si illudeva di poter dare agli uomini in difficoltà una specie di “amore” ma senza Verità, un “amore dimidiato”, che non salva ma confonde le anime, il grande Scrittore danese convertito da Lutero a Cristo nella Chiesa Cattolica, lasciava una preghiera di struggente attualità: «Verità e amore non mi abbandonate». Perché, sappiate, l’amore più grande è la Verità.

Autore: Paolo Risso
Fonte: Il Settimanale di Padre Pio
Tratto da: Santi e beati

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Claudel cantò lo Spirito divoratore: la Pentecoste dall’analisi della teologia alla sintesi della poesia in un articolo di don Inos Biffi

Posté par atempodiblog le 18 mai 2015

La riflessione sulla Pentecoste dall’analisi della teologia
E Claudel cantò lo Spirito divoratore alla sintesi della poesia
di don Inos Biffi – L’Osservatore Romano

 Claudel cantò lo Spirito divoratore: la Pentecoste dall'analisi della teologia alla sintesi della poesia in un articolo di don Inos Biffi dans Fede, morale e teologia 2ln6zus

Dopo la Risurrezione di Gesù viene lo Spirito. Al termine dell’itinerario terreno del Figlio di Dio, il Padre, insieme con Lui e tramite Lui, elargisce il Dono. La pienezza dello Spirito non è data ai credenti, i «fiumi di acqua viva» (Giovanni, 7, 38) non scorrono, prima che Gesù sia stato glorificato, poiché è dal suo seno che sgorgano. E infatti, secondo Giovanni il Signore appare la sera di Pasqua ad alitare sui discepoli lo Spirito Santo. L’umanità è redenta e la storia del mondo “finisce” quando su tutti e per tutti lo Spirito è disponibile. Allora è compiuta la vicenda di Cristo e quella degli uomini. L’arcano disegno divino aveva esattamente questa sostanza e questo fine: creare una umanità che possedesse lo Spirito del Padre e del Figlio, che ricevesse il vincolo o l’amore, che li unisce e li rende presenti nell’umanità e nel cuore, o nell’esistenza, di ogni credente.

Dove c’è Gesù glorificato là c’è lo Spirito; dove c’è lo Spirito là c’è il Signore Gesù, che per mezzo dello Spirito è presente e opera. Non è facile parlare dello Spirito. Lo si avverte, ma non in una figura umana, com’è del Figlio, e non in una rappresentazione che all’uomo è immediata, quella della paternità com’è del Padre. Lo Spirito viene come alluso attraverso dei simboli: «un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, all’improvviso», «lingue come di fuoco», che si dividono ed eccitano la parola, ottenendo sorprendentemente l’unità e l’intesa, là dove ci si aspetterebbe l’incomprensione. È la prima grazia dello Spirito Santo: quella di poter credere e di poter riconoscere — come dice Paolo — che «Gesù è Signore» (1 Corinzi, 12, 3), quella di annunziare «le grandi opere di Dio» (Atti, 2, II).

Lasciati a noi stessi non avremmo la fede e non potremmo essere il Popolo di Dio: rimarremmo nella confusione, dove non è possibile capirsi, dove la lingua invece di comunione provoca rissa e isolamento, e dove la freddezza del cuore ci separa reciprocamente. Lo Spirito crea la Chiesa e la tiene insieme, e chi partecipa dello Spirito ne vive e ne rivela il mistero. A verificare questa dimensione e questa condizione “spirituale” per capire la Chiesa e per essere Chiesa ci induce oggi — dichiara Bernardo di Clairvaux — la «solennità dello Spirito Santo, che è come la realtà più dolce che esiste in Dio, che è la benignità di Dio, colui che è il principio della santità» (Sermo in die Pentecostes, I, 1). Se lo Spirito vince le resistenze reciproche e genera la comunione, allora si rivela con chiarezza sia la radice dei carismi sia la loro finalità: la radice è lo Spirito, di cui ogni grazia è manifestazione, e la finalità è il bene di tutta la Chiesa. Lo Spirito non chiude in sé, ma apre agli, altri. Ogni impegno e ogni lavoro non può servire l’interesse personale o la vanagloria. Su questa misura si diventa cauti prima di domandare il riconoscimento di un carisma, prima di pretenderne l’esercizio, e anche prima di stupirsi che non venga riconosciuto o che sia contestato.

Quando si tiene troppo a un “carisma”, la probabilità va nel senso che non sia autentico. Sul tema dello Spirito ci illuminano alcune riflessioni di san Tommaso, forse non molto note. Egli scrive: «Cristo appare a quanti sono radunati insieme; così lo Spirito discende su quelli che sono uniti tra loro: Cristo e lo Spirito si fanno presenti soltanto a coloro che sono legati dall’amore» (Super Euangelium Iohannis reportatio, 20, 4, n. 2529); «Molto felicemente Paolo attribuisce le grazie allo Spirito che è l’Amore, poiché ogni servizio è grazia che proviene dall’amore del Signore, al quale si serve» (Super I Ad Corinthios XI – XVI reportatio, 12, 1, n. 723); «Dalla forza dello Spirito Santo otteniamo di essere rigenerati e di essere ricreati per la salvezza» (ibidem, n. 734).

San Tommaso sta commentando le parole dell’Apostolo: «Tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» (1 Corinzi, 12, 13), e prosegue dicendo: «Questo abbeverarsi si può intendere del refrigerio interiore che lo Spirito Santo offre al cuore umano, estinguendo la sete dei desideri del peccato; oppure si può intendere della bevanda sacramentale, consacrata dallo Spirito» (Super I Ad Corinthios XI – XVI reportatio , n. 734). Infatti appartiene allo Spirito se i sacramenti non si risolvono in puri atti umani ma trascendono, nella loro intenzione e nel loro effetto, le possibilità che un uomo può raggiungere.

A Pentecoste si rinnova il senso del ministero come docilità allo Spirito del Signore, e la consapevolezza che nella Chiesa tutto riesce se viene dalla virtù dello Spirito: la Parola e la sua predicazione, i sacramenti con i loro riti, le opere con i loro traguardi. Allo stesso modo si ravviva il senso della Chiesa come mistero, luogo e manifestazione dello Spirito Santo contro ogni rischio di fraintendimento, quasi che a definirla e a farla consistere siano le nostre attività per se stesse o siano i nostri puri criteri, mentre la Chiesa è il segno della riuscita del Signore che agisce con lo Spirito Santo. Urge riportarsi a questa genesi, quando sembri che la Chiesa venga concepita come realtà che riesce all’uomo.

Ma lo Spirito anima la Chiesa inabitando l’anima dei giusti. È una inabitazione senza strepito, silenziosa, che purifica e stabilisce l’amicizia, iniziando e guidando la storia più preziosa e più segreta, quella che si svolge anzitutto agli occhi del Padre: una storia non facilmente programmabile, ricca di sorprese, poiché non è lo Spirito che dev’essere obbediente all’anima, ma l’anima allo Spirito. Allora abbiamo l’adorazione nel cuore e l’obbedienza che coincide con la vita (cfr. ibidem, n. 718). Un santo è un uomo “spirituale” la cui esistenza si muove per l’istigazione e l’inclinazione dello Spirito, il quale ha le sue vie, che sono sempre le vie di Gesù Cristo, ma non nella forma che immediatamente potremmo immaginare. Lo Spirito fa nascere la preghiera, il modo fondamentale di porsi di fronte a Dio, e ne provoca gli accenti. Lo Spirito spinge non tanto all’apparenza quanto alla “latitanza”, poiché la vita che egli sostiene è la vita “interiore”, che ha sempre, se è sana e autentica, una buona dose di distacco, di indifferenza e di segreto.

San Bernardo descrive così l’opera dello Spirito: «Solo lo Spirito Santo ti spinge a camminare con sollecitudine insieme con il tuo Dio. Egli scruta le profondità dei nostri cuori, opera il discernimento dei pensieri e delle intenzioni e non tollera nell’abitacolo del cuore, che è suo possesso, neanche una minima pagliuzza, ma subito la brucia con il fuoco del suo sguardo penetrante. Egli ammonisce la memoria, le ispira pensieri santi, allontana la nostra pigrizia e il nostro torpore; fa da maestro al nostro intelletto e muove la volontà, aiuta la nostra infermità» (Sermo in die Pentecostes, II, 8; I, 5).

Ma non solo dei teologi santi e dei mistici hanno interpretato così lo Spirito Santo. Lo hanno interpretato anche dei poeti cristiani. Claudel nel suo Hymne de la Pentecôte lo invoca con questi accenti:

«O sole della luce di Dio con noi! O bellezza della luce di Dio concepita prima dell’aurora! Guarisci questo occhio mortale! Risuscita questo cuore addormentato. Vieni, Spirito divoratore! Vieni, o morte della morte! Vieni, ansia dell’amore, punta che distrugge la pigrizia. Vieni, giudizio e gusto, scienza del bene e del male, forza ingenua dei Martiri, vibrazione dell’intelligenza e della conoscenza saporosa. O Dio, io sento la mia anima folle in me che piange e che canta».

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Non mettiamo limiti all’opera dello Spirito

Posté par atempodiblog le 17 mai 2015

 Non mettiamo limiti all’opera dello Spirito dans Citazioni, frasi e pensieri eimjit

Se avete un vaso con un certo liquore quand’è che si verserà fuori?

Quando è pieno, riboccante; ma se non è ancora pieno non può riversarsi a riempire gli altri.

Quando saremo arrivati a pienezza di grazia, a pienezza di amore, a pienezza di Spirito, il nostro bene si comunicherà agli altri.

Come dobbiamo desiderare di essere pieni di grazia e di Spirito Santo!

Possiamo arrivarci? Non solo possiamo, ma dobbiamo arrivarci.

“Chi crede in Me vedrà zampillare una fonte nell’anima sua”. E il Vangelo dice espressamente che con queste parole Gesù alludeva allo Spirito, che i suoi fedeli avrebbero ricevuto. Il Signore non cessa di comunicarci la sua vita, perché l’amore non dice mai basta.

E’ il nostro stile umano che ci fa volere il bene solo sino a un certo punto.

Vogliamo essere pazienti sino a un certo punto; essere raccolti sino a un certo punto!

Così facendo mettiamo limiti all’opera di santificazione del Signore.

Perché non andare oltre quel punto se il Signore ci vuole oltre e il Signore vuole allargarci, dilatare, colmare e rendere riboccanti le nostre capacità?

E continuando a crescere, questa pienezza di grazia trabocca e si riversa a bene degli altri.

del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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Alla missione dello Spirito Santo nella SS. Vergine Maria

Posté par atempodiblog le 15 mai 2015

Questa preghiera può essere recitata come novena in preparazione della solennità della Pentecoste.

Con Maria Immacolata verso il Santo Natale dans Avvento 1604kcw

Alla missione dello Spirito Santo nella SS. Vergine Maria
del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

Gloria eterna d’infinito amore a te, o adorabile Trinità, per la santificazione di privilegio, operata nella SS. Vergine Maria, in vista della dignità di vera Madre di Dio a cui l’hai predestinata! Ecco la missione di corredentrice del genere umano, di mediatrice di tutte le grazie, tutta propria della SS. Vergine Maria.

Ti credo, ti adoro e ti ringrazio, o divino Spirito del Padre e del Figlio, nella concezione immacolata della SS. Vergine Maria! Riconosco nel principio santissimo della vita di Maria, quella che era l’idea e disegno divino anche della nostra origine, secondo il divino Amore creante e elevante.

Grazie eterne a te, o divino Spirito santificatore, perché essendo stata la nostra origine e tutta la nostra vita profanata dal peccato, tu, per la grazia di Gesù salvatore e per mezzo dei santi sacramenti, non cessi di elevare la dignità della nostra natura, già mirabilmente creata, e ora più mirabilmente salvata.

Grazie eterne a te o divino Spirito Santificatore! Ti credo, ti adoro e ti ringrazio o divino Spirito del Padre e del Figlio, nella capacità e pienezza di grazie della SS. Vergine Immacolata, sempre armoniosamente crescente, con una docilità, fedeltà e generosità di corrispondenza a Te, o divino Amore, secondo tutti i tuoi desideri, esigenze e disegni.

Tu operasti nell’Immacolata questa dilatazione ed elevazione di pienezza della grazia dell’anima figlia di Dio, e per questo in specialissimo modo la unisti a Dio Padre, sicché fu trovata così accetta alla SS. Trinità, che tu, o Spirito e Amore, le fosti in special modo mandato dal Padre e dal Figlio.

Fosti in così special modo dato alla Piena di Grazie che, dopo il messaggio angelico tanto umilmente accolto, Tu, o Amore Dio Spirito Santo, la facesti tua sposa in un diluvio di nuova grazia, che dal cielo del soprannaturale filiale, la sollevava al cielo del soprannaturale nuziale, e da questo cielo tu la portavi ancora più in alto nel cielo stesso della Trinità, operando in essa l’incarnazione del Figlio di Dio.

Tu rendesti vera Madre di Dio quell’Immacolata e consacrata Vergine Maria, la nostra Beatissima Vergine madre Maria; e d’allora non cessi, o divino Spirito Amore, con la cooperazione di Maria SS. di formare il Corpo mistico di Gesù, di tutte le anime fedeli alla grazia.

La vita di grazia che è in Maria nella sua pienezza, tu ce la comunichi con la sua cooperazione di Madre della grazia e Mediatrice di tutte le grazie! La sua vita di grazia e di figlia di Dio, la sua vita di grazia e di sposa di Dio, la sua vita di grazia e di madre di Dio, tu ci infondi per mezzo di Maria.

Come il figlio deve somigliare alla madre, così tutto il Corpo mistico di Gesù dev’essere pur degno di Gesù, del suo Spirito e del suo Cuore! Vieni, o Santo Spirito e infondici l’umiltà, la purità, la carità di Maria, affinché anche noi corrispondiamo con la sua stessa fedeltà alla tua grazia.

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Teresa Manganiello: pregare per la conversione di chi ci fa soffrire

Posté par atempodiblog le 15 mai 2015

Teresa Manganiello: pregare per la conversione di chi ci fa soffrire
Tratto da: Blog Lourdes

Teresa Manganiello: pregare per la conversione di chi ci fa soffrire dans Stile di vita 20k85fn

La Beata Teresa Manganiello, undicesima di dodici figli, nasce a Montefusco, antica città regia” del Principato Ultra, oggi Provincia di Avellino, il 1° gennaio 1849; i suoi genitori erano Romualdo Manganiello e Rosaria Lepore, onesti concittadini” pieni di fede e di profonda pietà cristiana. Il giorno dopo riceve il Battesimo nella Chiesa Palatina di San Giovanni del Vaglio.
Il 15 maggio 1870, a 21 anni, vestì l’abito di terziaria e l’anno seguente fece la professione dei voti.
Sulla sua anima si abbatteranno valanghe di calunnie, di infamia, di malevolenze. La sua risposta fu la preghiera per i nemici.
Ecco la semplice preghiera con la quale Teresa si difendeva dalle tentazioni e dalle insinuazioni del male: Mamma bella, fate che non entri in me quello che Gesù non vuole”.
Il suo Padre Direttore spi­rituale la mise terribilmente alla prova con mal­trattamenti e rimproveri di ogni genere. Teresa si comunicava tutti i giorni. Ebbene, spesso, il Padre spirituale la minacciava pubbli­camente o la scacciava dall’altare, davanti ad una folla di popolo, come indegna della S. Comunione.
A volte, le fu imposto di far penitenza in pubbli­co e chiedere perdono, a compagne e a inferiori di età; di baciar loro le mani, in ginocchio e con la faccia per terra, esclamando: “Calpestate questa fetente!”.
La giovane Teresa, che tutto accettava, diceva: “Se l’anima mia è pura di tali macchie, non è una grazia del Signore?”.
Umiliazioni e contumelie furono accolte da lei come una grazia e come una benevolenza divina, sempre perdonando e pregando per i suoi denigratori, tanto da rispondere a chi gliene parlava: Preghiamo, preghiamo per i nostri nemici.  Non dubitatene, siatene certi, la nostra fermezza nei doveri, sarà per loro un mezzo di ravvedimento”.

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Papa Francesco: gli allenatori educhino i giovani ai valori autentici dello sport

Posté par atempodiblog le 15 mai 2015

Papa Francesco: gli allenatori educhino i giovani ai valori autentici dello sport
Educate i giovani ai valori autentici dello sport, no alla rivalità troppo accesa e all’aggressività: è questa l’esortazione di Papa Francesco nel Messaggio rivolto ai partecipanti al Seminario Internazionale di studio sul tema “Allenatori: Educatori di persone”, organizzato a Roma dalla sezione Chiesa e Sport del Pontificio Consiglio per i Laici.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa Francesco: gli allenatori educhino i giovani ai valori autentici dello sport dans Fede, morale e teologia 34dpx91

Buon allenatore è provvidenziale per educazione giovani
“La presenza di un buon allenatore-educatore – afferma Papa Francesco – si rivela provvidenziale soprattutto negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza, quando la personalità è in pieno sviluppo e alla ricerca di modelli di riferimento e di identificazione”, quando “è più reale il pericolo di smarrirsi dietro cattivi esempi e nella ricerca di false felicità”. “In questa delicata fase della vita – sottolinea – è grande la responsabilità di un allenatore, che spesso ha il privilegio di passare molte ore alla settimana con i giovani e di avere grande influenza su di loro con il suo comportamento e la sua personalità. L’influenza di un educatore, soprattutto per i giovani, dipende più da ciò che egli è come persona e da come vive che da quello che dice”.

Saggezza di relativizzare sia le sconfitte che i successi
Dunque, osserva il Papa – è molto importante “che un allenatore sia esempio di integrità, di coerenza, di giusto giudizio, di imparzialità, ma anche di gioia di vivere, di pazienza, di capacità di stima e di benevolenza verso tutti e specialmente i più svantaggiati”. Ed è “importante che sia esempio di fede” perché la fede “ci aiuta ad alzare lo sguardo verso Dio, per non assolutizzare alcuna delle nostre attività, compresa quella sportiva, sia essa amatoriale o agonistica, ed avere così il giusto distacco e la saggezza per relativizzare sia le sconfitte che i successi”. La fede, inoltre, “ci dà quello sguardo di bontà sugli altri che ci fa superare la tentazione della rivalità troppo accesa e dell’aggressività, ci fa comprendere la dignità di ogni persona, anche di quella meno dotata e svantaggiata”.

Sport non si snaturi sotto la spinta di tanti interessi
L’allenatore – rileva Papa Francesco – può dare un contributo assai prezioso per creare un clima di solidarietà e di inclusione nei confronti dei giovani emarginati e a rischio di deriva sociale” e “se ha equilibrio umano e spirituale saprà anche preservare i valori autentici dello sport e la sua natura fondamentale di gioco e di attività socializzante, impedendo che esso si snaturi sotto la spinta di tanti interessi, soprattutto economici, oggi sempre più invadenti”.

Allenatori siano autentici testimoni di vita e di fede vissuta
L’allenatore – si legge ancora nel messaggio – come “ogni buon formatore deve ricevere una sua solida formazione. È necessario formare i formatori”. Occorre perciò “investire le necessarie risorse per la formazione professionale, umana e spirituale degli allenatori”. “Come sarebbe bello – conclude il Messaggio del Papa – se in tutti gli sport, e a tutti i livelli, dalle grandi competizioni internazionali fino ai tornei degli oratori parrocchiali, i giovani incontrassero nei loro allenatori autentici testimoni di vita e di fede vissuta!”.

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Papa Francesco: Udienza, “anche il Signore chiede il permesso per entrare”

Posté par atempodiblog le 15 mai 2015

Papa Francesco:  Udienza, “anche il Signore chiede il permesso per entrare”  dans Fede, morale e teologia 1z1dahl

“Quando ci preoccupiamo di chiedere gentilmente anche quello che magari pensiamo di poter pretendere, noi poniamo un vero presidio per lo spirito della convivenza matrimoniale e famigliare”. Ne è convinto il Papa, che per spiegare la prima delle tre parole-chiave per la vita in famiglia ha detto che “entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto”. “La confidenza non autorizza a dare tutto per scontato” ha ammonito Francesco: “E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore”. A questo proposito il Papa ha citato le parole pronunciate da Gesù e contenute nel libro dell’Apocalisse: “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. “Anche il Signore chiede il permesso per entrare!”, ha commentato: “Non dimentichiamolo”. “Prima di fare una cosa in famiglia – ha aggiunto a braccio – diciamo: ‘Permesso, posso farlo, ti piace che io faccia così?’…”. “Quel linguaggio educato ma pieno d’amore, questo fa tanto bene alla famiglia”, ha commentato sempre fuori testo.

Tratto da: Agenzia SIR

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Comunità di gioia e pace, non comunità “divertenti”

Posté par atempodiblog le 15 mai 2015

Comunità di gioia e pace, non comunità “divertenti”
Le comunità paurose e senza gioia sono malate, non sono comunità cristiane: è quanto ha detto Papa Francesco nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. 

di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Comunità di gioia e pace, non comunità “divertenti” dans Fede, morale e teologia 20ti0iw

Chi ha paura non ha la libertà di guardare avanti
“Paura” e “gioia”: sono le due parole della liturgia del giorno. “La paura – afferma il Papa – è un atteggiamento che ci fa male. Ci indebolisce, ci rimpiccolisce. Anche ci paralizza”. Una persona che ha paura “non fa nulla, non sa cosa fare”. E’ concentrata su se stessa, affinché “non le succeda qualcosa di male”. E “la paura ti porta a un egocentrismo egoistico e ti paralizza”. “Un cristiano pauroso è una persona che non ha capito quale sia il messaggio di Gesù”:  

“Per questo Gesù dice a Paolo: ‘Non avere paura. Continua a parlare’. La paura non è un atteggiamento cristiano. E’ un atteggiamento – possiamo dire – di un’anima incarcerata, senza libertà, che non ha libertà di guardare avanti, di creare qualcosa, di fare del bene … no, sempre: ‘No, ma c’è questo pericolo, c’è quell’altro, quell’altro …’. E questo è un vizio. E la paura fa male”.

Per una comunità paurosa tutto è vietato
“Non avere paura è chiedere la grazia del coraggio, del coraggio dello Spirito Santo che ci invia”:

“Ci sono comunità paurose, che vanno sempre sul sicuro: ‘No, no, non facciamo questo, no, no, questo non si può, questo non si può …’. Sembra che sulla porta d’entrata abbiano scritto ‘vietato’: tutto è vietato per paura. E tu entri in questa comunità e l’aria è viziata, perché è una comunità malata. La paura ammala una comunità. La mancanza di coraggio ammala una comunità”.

Distinguere paura e timor di Dio
La paura – precisa poi il Papa – va distinta dal “timore di Dio”, che “è santo, è il timore dell’adorazione davanti al Signore e il timore di Dio è una virtù. Ma il timore di Dio non rimpiccolisce, non indebolisce, non paralizza: porta avanti, verso la missione che il Signore dà”.

Un cristiano senza gioia non è cristiano
L’altra parola della liturgia è la “gioia”. “Nessuno potrà togliervi la vostra gioia” dice Gesù. E “nei momenti più tristi, nei momenti del dolore” – sottolinea il Papa – la gioia “diviene pace. Invece, un divertimento nel momento del dolore diviene oscurità, diviene buio. Un cristiano senza gioia non è cristiano. Un cristiano che continuamente vive nella tristezza, non è cristiano. E un cristiano che, nel momento delle prove, delle malattie, di tante difficoltà, perde la pace, qualcosa gli manca”:

“La gioia cristiana non è un semplice divertimento, non è un’allegria passeggera; la gioia cristiana è un dono, è un dono dello Spirito Santo. E’ avere il cuore sempre gioioso perché il Signore ha vinto, il Signore regna, il Signore è alla destra del Padre, il Signore ha guardato me e mi ha inviato e mi ha dato la sua grazia e mi ha fatto figlio del Padre … E’ quella la gioia cristiana. Un cristiano vive nella gioia”.

Comunità paurose e senza gioia sono malate
“Anche una comunità senza gioia – aggiunge il Papa – è una comunità ammalata”: forse sarà una “comunità divertente”, ma “ammalata di mondanità. Perché non ha la gioia di Gesù Cristo”. Così “quando la Chiesa è paurosa e quando la Chiesa non riceve la gioia dello Spirito Santo, la Chiesa si ammala, le comunità si ammalano, i fedeli si ammalano”. Il Papa conclude con questa preghiera: “Innalzaci, Signore, verso il Cristo seduto alla destra del Padre”, “innalza il nostro spirito. Toglici ogni paura e dacci la gioia e la pace”.

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Il mistero di Ghiaie di Bonate

Posté par atempodiblog le 13 mai 2015

Il mistero di Ghiaie di Bonate
dell’Associazione Gifra Vigevano

Il mistero di Ghiaie di Bonate dans Apparizioni mariane e santuari Ghiaie-001

Premessa
La catechesi del Gifra affronta il mistero delle apparizioni della Madonna a Ghiaie di Bonate, località a breve distanza da Bergamo in cui Adelaide Roncalli ha sostenuto – è scomparsa lo scorso agosto a 77 anni – di aver visto la Madonna dall’13 al 31 maggio 1944. All’epoca l’Italia era dilaniata dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra civile tra i reduci del ventennio fascista e i partigiani sostenuti dagli alleati. Ghiaie di Bonate si trovava all’interno della Repubblica di Salò e quindi sotto l’occhio attento di alleati e forze di occupazione naziste, a concreto rischio di bombardamento. Eppure Adelaide Roncalli, una bambina di 7 anni, fu capace di portare migliaia di pellegrini a testimoniare la propria devozione alla “Madonna delle Ghiaie”, che secondo la veggente sarebbe apparsa nove volte, dal 13 al 21 maggio e dal 28 al 31. Fin qui la cronaca dei fatti, tuttavia su quella che è stata definita la “Fatima di Lombardia” si è scatenato sin dal 1944 un duro confronto tra sostenitori e negatori delle apparizioni, ancora oggi non sopito. La Chiesa si è espressa sulla questione con un decreto dell’allora vescovo monsignor Adriano Bernareggi, datato 30 aprile 1948, nel quale si afferma che «non consta della realtà della apparizioni». Anche riguardo a questa pronuncia, confermata da tutti i successori di mons. Bernareggi, sono state fornite valutazioni differenti, contrapponendo da un lato chi vi legge una chiusura definitiva e dall’altro chi ritiene che il giudizio sia sospeso, analogamente a quanto accade oggi per Medjugorje.

Nota dell’autore
L’interpretazione, che contrappone non solo i fedeli, ma perfino i sacerdoti, è sottile, per cui chi scrive ritiene di prendere come riferimento le “Normae de modo procedendi in diudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationibus” della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicate il 25 febbraio del 1978 (dopo le apparizioni del 1944) e recanti le linee guida per la valutazione di apparizioni private, almeno in attesa di migliori e precisi chiarimenti. In esse si fa riferimento esclusivamente alle formule “constat de” e “non constat de” supernaturalitate, nel primo caso esprimendo un giudizio positivo e nel secondo caso esprimendo un giudizio negativo. In entrambi i casi c’è l’espressione di un giudizio e pertanto c’è un pronunciamento della Chiesa, che è possibile ritenere non definitivo solo perché in qualunque momento le autorità ecclesiastiche potrebbero decidere di riaprire il caso, cosa che per Ghiaie di Bonate non è accaduta.

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Dalla parte di Adelaide
Decisamente a favore della veridicità delle apparizioni è il relatore Alberto Lombardoni, autore del libro “Non mi hanno voluta!” che [...] ha messo in fila tutti i dati che a parere suo, e di molti fedeli, fanno pendere la bilancia verso Adelaide Roncalli. «Nella valutazione del caso – ha spiegato Lombardoni – la diocesi di Bergamo non ha preso in esame le 300 guarigioni, di cui 80 non ordinarie, che sono legate alle apparizioni di Ghiaie. C’è un documento del 1 giugno 1944 dell’allora mons. Testa – Gustavo, poi cardinale – in cui si fa riferimento a centinaia di guarigioni, persone visitate da medici. A Fatima, c’è stato un solo fenomeno solare concentrato solo sulla Cova da Iria, a Ghiaie ce ne sono stati sei, visti anche altrove, non solo in montagna a 50 chilometri di distanza, ma anche in Piemonte, Veneto e, da testimonianze, persino in Svizzera e in Germania». Per questo Lombardoni ha avviato un lavoro certosino fatto di raccolta di testimonianze e di documenti, a partire dai racconti di chi sostiene di aver assistito al fenomeno solare, come il sacerdote Attilio Goggi che in quei giorni era insegnante nella diocesi di Novara oppure il senatore Giuseppe Belotti di Bergamo che durante uno dei fenomeni si trovava con il vescovo Bernareggi, il quale «disse di entrare in chiesa per intonare il “Te Deum” di ringraziamento», come ricorda lo stesso Belotti in uno dei reportage presentati da Lombardoni, il quale ha raccolto anche le riprese originali di Vittorio Villa, nelle quali compare la giovane Roncalli. Un altro argomento portato dal relatore a favore delle apparizioni sono le guarigioni, in particolare quella del cieco Antonio Zordan, della rachitica Rita Azzuffi miracolata dalla sabbia di Ghiaie e del malato di leucemia Ettore Bonaldi, sacerdote che entrò in contatto con Adelaide Roncalli in ospedale nel 1966, quando questa era diventata infermiera dopo aver ricevuto, nel 1953, l’ordine di “svestizione” dalla diocesi di Bergamo, che le aveva impedito in due occasioni di entrare a far parte delle suore Sacramentine. Terzo punto che confermerebbe il racconto della veggente, le profezie fatte dalla Madonna, in particolare quella sulla fine della seconda guerra mondiale e quella sul rapimento di Pio XII ad opera dei nazisti, effettivamente progettato in quel periodo. «La Madonna – ha commentato Lombardoni – disse ad Adelaide “Io lo proteggerò ed egli non uscirà dal Vaticano”, riferendosi esplicitamente al Papa. Effettivamente nel ’44 ci sarà l’ordine di deportare il papa, non eseguito dal generale Wolff che si recherà di nascosto dal pontefice: come poteva saperlo una bambina? La Madonna rispose anche alla domanda sulla pace dicendo “se gli uomini faranno penitenza fra due mesi, altrimenti fra poco meno di due anni”. Adelaide aveva anche aggiunto “quel giovedì” e il 20 luglio del ’44 ci sarà l’attentato a Hitler nella “Tana del lupo”, la cosiddetta Operazione Valchiria. La Madonna non aveva detto che sarebbe finita la guerra con certezza».

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Il contenuto delle apparizioni
«Cosa ha detto – ha interloquito Lombardoni – la Madonna a Ghiaie? Tante cose. Ha parlato di famiglia, di doveri dei figli, di amore verso il prossimo, di pace, del papa, dei “peccatori ostinati che fanno soffrire il mio cuore perché non pensano alla morte”. Adelaide dice che la Sacra Famiglia si manifesta in mezzo a una chiesa, con un asino, una pecora bianca, un cavallo “del solito colore marrone” e un cane maculato. Le quattro bestie sono inginocchiate e muovono il muso come se pregassero, rivolte verso la Sacra Famiglia. Il cavallo a un tratto si allontana e si dirige verso un campo di gigli, intenzionato a calpestarli, san Giuseppe lo raggiunge, lui tenta di dissimulare le sue intenzioni, ma si fa ricondurre accanto agli altri animali. Chi era il cavallo? Il capofamiglia, una persona cattiva, avida di dominio, che voleva distruggere il semplice candore dei gigli». Delle apparizioni e dei messaggi tuttavia non esiste alcuna interpretazione teologica perché «nessun teologo finora ha voluto interpretarle».

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Una vita difficile
Quello che resta, al di là delle valutazioni, è un’esistenza travagliata per una bambina strappata alla famiglia all’età di sette anni e sottoposta a pressioni psicologiche notevoli, in primis da quel don Luigi Cortesi «giovane professore del seminario di Bergamo» che, secondo quanto riporta il vaticanista Andrea Tornielli, «quasi da solo si mise a investigare» e lo fece in maniera quanto meno inusuale.

«Don Cortesi – ha confidato Lombardoni – ha ammesso lui stesso di aver condotto esperimenti che sarebbero stati considerati sacrilegi, tra cui, secondo le mie ricerche, ci fu anche l’ipnosi. Suscitò in Adelaide l’incubo del peccato mortale e dell’inferno, la interrogò giorno e notte, anche senza farla mangiare, in confessione gli diede una penitenza per l’intera vita, fino a strappargli una ritrattazione scritta il 15 settembre del 1945. Adelaide la ritrattò il 12 luglio del 1946, ma questo secondo testo non fu preso in considerazione. Inoltre Adelaide, ancora bambina, nel 1947 fu sottoposta a processo ecclesiastico, cinque sedute più una seduta tecnica intermedia di cui non furono informati neppure i genitori».

Del trattamento inconsueto di cui fu destinataria Adelaide Roncalli era consapevole anche papa Giovanni XXIII, che in una lettera al vescovo di Faenza monsignor Giuseppe Battaglia scrisse: «ciò che vale… è la testimonianza della veggente: e la fondatezza di quanto asserisce a 21 anni e in conformità alla sua prima asserzione a 7 anni: e ritirata in seguito alle minacce, alle paure dell’inferno fattele da qualcuno». Parole di dubbio, anche se occorre ricordare che pure papa Roncalli fu sempre cauto sulla possibilità di riaprire il caso.

Nota del relatore Lombardoni
Prima del 1978, – i fatti di Ghiaie di Bonate sono avvenuti nel 1944 –, sulle manifestazioni soprannaturali, la Chiesa, poteva esprimersi con tre formule: «constat de supernaturalitate», con la quale riconosceva la soprannaturalità di un evento; «constat de non supernaturalitate», con la quale escludeva la soprannaturalità di un evento; e infine «non constat de supernaturalitate»,  con la quale si diceva che al momento non si era in grado di affermare che i fenomeni erano di origine soprannaturale, ma neppure si era in grado di smentire categoricamente tale possibilità, lasciando aperta la possibilità di eventuali riconoscimenti futuri. Dal 1978, però, la formula «constat de non supernaturalitate» non è più menzionata nel più recente documento della Chiesa sull’argomento, e cioè «Normae S. Congregationis pro doctrina fidei de modo procedendi in diudicandis praesumptis». Quindi per Ghiaie di Bonate sarebbero ancora in vigore le norme antecedenti al 1978. In merito al «non constat de supernaturalitate» del decreto di mons. Bernareggi del 1948, Lombardoni ha proiettato un intervento a Rai2 dell’esperto mariologo,
Padre Angelo Tentori, scomparso recentemente, che spiega che non si tratta di un giudizio negativo, ma di un giudizio sospensivo (altrimenti Bernareggi avrebbe usato la formula «constat de non supernaturalitate». Quindi, il caso è ancora aperto. Lombardoni ha tra l’altro rivelato dell’esistenza di una Commissione istituita un paio di anni fa, fuori diocesi, dal vescovo di Bergamo mons. Beschi, che avrebbe il compito di rivedere il Caso Ghiaie.

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San Leopoldo, ministro generoso del perdono di Dio

Posté par atempodiblog le 12 mai 2015

San Leopoldo, ministro generoso del perdono di Dio dans Fede, morale e teologia opviop

Uno straordinario ministro del perdono di Dio. San Leopoldo, bastava vederlo, sentirne anche solo il nome, per essere spinti ad avvicinarlo e aprirgli la propria coscienza. Ancora giovane, all’inizio del ministero sacerdotale, al suo confessionale fu un accorrere di gente. Così nei vari conventi dove passò, anche se a Padova il movimento assunse forme crescenti e veramente eccezionali. Numerosissimi penitenti – di ogni estrazione sociale e culturale – si riunivano davanti alla porta del suo confessionale, disposti a lunghe attese, desiderosi di poter sentire da lui la parola del perdono, di avere un consiglio illuminato per la propria vita.

San Leopoldo Mandić fu confessore ricercato per le doti di sapienza e scrutazione dei cuori, dovute alla frequentazione dei testi biblici e patristici, ma soprattutto per la benevola accoglienza dei penitenti. Chi lo ebbe come confessore, ne lodò l’«accoglienza singolare», la «pazienza incredibile», la «delicatezza imperturbabile», il «grande senso di comprensione», il «grande cuore», l’«umanità nell’ascoltare». Se qualche penitente si lasciava sopraffare dalle lacrime o turbare da scrupoli, usava dire: «Stia tranquillo, metta tutto sulle mie spalle, ci penso io», e si addossava preghiere, veglie notturne, digiuni e privazioni volontarie.

Dei suoi penitenti si sentiva soprattutto «amico». Già al primo incontro si era da lui accolti come vecchie conoscenze, tanta era la cortesia, la cordialità. Padre Leopoldo «seppe fare della sua cella-confessionale, al dire di molti penitenti, un “salottino della cortesia”. Egli si mostrava pieno di bontà e di comprensione con quanti andavano a inginocchiarsi ai suoi piedi» (papa Paolo VI). Qualche volta, se avvertiva timidezza o diffidenza, con spontanea umiltà non esitava a farsi incontro, anche materialmente, alzandosi dalla sua poltrona.

Il prof. Ezio Franceschini, docente universitario a Padova e poi rettore all’Università Cattolica di Milano, che fu suo penitente, ricordò il dolore provato da padre Leopoldo quando venne tacciato di lassismo. Gli confidò il frate: «Dicono che do troppo facilmente l’assoluzione, anche a chi non ne ha le dovute disposizioni». Allargando le braccia, soggiunse: «Mi guardi, signore. Le pare che se un peccatore viene a inginocchiarsi davanti a me lo possa fare per me e non per il Padrone Iddio?». Nella sua straordinaria semplicità, naturalezza e serietà d’intenti, padre Leopoldo accompagnò e guidò molti alla «misura alta» della vita cristiana, cioè alla santità. Consapevole che è Dio il primo artefice in quest’opera, diceva: «Dio è la guida di ogni anima, e ogni anima ha la sua via. Lo Spirito Santo è il primo direttore di spirito e resta sempre il primo; i santi li fa lui… A noi spetta solo il dovere di riconoscere e assecondare la sua azione e non intralciarla con le nostre meschine vedute». Tale opera di Dio, egli la riconobbe e favorì in molte anime: sacerdoti, religiosi e religiose, professionisti, padri e madri di famiglia.

Anche il beato papa Giovanni Paolo II, nell’omelia per la canonizzazione di padre Leopoldo, rievocando alcune sue espressioni, evidenziò il profilo esemplare del confessore: «In questo sta la sua grandezza. In questo suo scomparire per far posto al vero Pastore delle anime. Egli manifestava così il suo impegno: «Nascondiamo tutto, anche quello che può avere apparenza di dono di Dio, affinché non se ne faccia mercato. A Dio solo l’onore e la gloria! Se fosse possibile, noi dovremmo passare sulla terra come un’ombra che non lascia traccia di sé”. E a chi gli chiedeva come facesse a vivere così, egli rispondeva: “È la mia vita!”».

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«Noi non abbiamo che da ammirare e da ringraziare il Signore che offre oggi alla Chiesa una così singolare figura di ministro della grazia sacramentale della Penitenza; che richiama da un lato i sacerdoti a ministero di così capitale importanza, di così attuale pedagogia, di così incomparabile spiritualità; e che ricorda ai fedeli, fervorosi o tiepidi e indifferenti che siano, quale provvidenziale e ineffabile servizio sia ancor oggi, anzi oggi più che mai, per loro la Confessione individuale e auricolare, fonte di grazia e di pace, scuola di vita cristiana, conforto incomparabile nel pellegrinaggio terreno verso l’eterna felicità».

Papa Paolo VI, Omelia per la beatificazione di padre Leopoldo

Tratto dal: Santuario di san Leopoldo Mandic

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Mariatona mondiale: 12, 13, 14 maggio

Posté par atempodiblog le 11 mai 2015

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Cari amici,
in questo mese di maggio, dedicato in modo speciale alla Madonna, tutte le 72 Radio Maria faranno la “Mariatona”, per infondere nuovo vigore a questo straordinario progetto di evangelizzazione e di promozione umana in ogni parte del mondo. Saranno tre giorni molto intensi, durante i quali gli ascoltatori sono invitati a riflettere sul meraviglioso dono di Radio Maria, grazie al quale sono sostenuti nella fede e nel cammino di ogni giorno. La Madonna non poteva fare un regalo migliore al suo popolo di umili devoti! Sarà bello ascoltare le testimonianze su quello che Radio Maria dà ogni giorno a tanta gente.

Nel medesimo tempo saranno tre giorni di mobilitazione, perché ognuno dia un sostegno speciale a Radio Maria, che vive solo con le offerte e i sacrifici dei suoi ascoltatori. La divina Provvidenza infatti opera, in via ordinaria, attraverso il cuore degli uomini.

Facciamo tutti, nella misura delle possibilità, il nostro pezzetto di strada che va dalla casa alla Posta e dalla casa alla Banca, per permettere a Radio Maria di  andare avanti in questi momento di grande necessità.

Chi non ne ha la possibilità sappia che la preghiera è un aiuto preziosissimo per una Radio che ha la missione di evangelizzare.

Un grazie di cuore a tutti gli ascoltatori che divengono anche sostenitori. Dobbiamo sentirci tutti più responsabili perché questa grande opera di Maria continui a illuminare la mente e a confortare il cuore di tante persone.

Vostro Padre Livio
Tratto da: Radio Maria

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Per scoprire come aiutare Radio Maria cliccare sui link sottostanti:

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L’ARTE DI CUCINARE/ Un dolce speciale per la festa della Mamma: la torta delle rose.

Posté par atempodiblog le 10 mai 2015

L’ARTE DI CUCINARE/ Un dolce speciale per la festa della Mamma: la torta delle rose.
di Monica Zappa – Radio Maria Fb

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Storia: La torta delle rose è un dolce tipico della tradizione culinaria mantovana. Le sue origini storiche risalgono alla fine del XV secolo, la torta delle Rose fu infatti creata in occasione delle nozze tra Francesco II di Gonzaga e Isabella D’Este, fu talmente apprezzata da tutti i Signori dell’epoca che da quel momento entrò a far parte della cultura gastronomica mantovana e ancora oggi è riproposta secondo l’antica ricetta. Realizzata con una pasta lievitata ricca di burro e zucchero che viene arrotolata, assume la forma di un cesto di boccioli di rose. Un dono gustoso da offrire alla mamma in occasione della sua festa!

Ricetta
Ingredienti:

500 g di farina;
200 g di zucchero;
125 g di latte;
180 g di burro;
2 uova
1/2 limone grattugiato
25 g lievito di birra
1 bustina di vanillina

Sbattete le uova in una terrina insieme a 120 grammi di zucchero, finché non diventeranno spumose; poi aggiungete 80 g di burro liquefatto, il lievito stemperato nel latte tiepido e la bustina di vanillina (senza dimenticare il limone!). Versate la farina sulla spianatoia, fate la fontana e versate il composto realizzato in precedenza, amalgamando bene il tutto e lasciando poi riposare l’impasto per almeno 30 minuti. Intanto preparate la farcitura sbattendo in un’altra terrina lo zucchero rimasto (80 grammi) con il burro morbido.

Ora arriva il momento della preparazione delle rose:
dividete l’impasto in 7 parti e spianatele con il mattarello per ottenere 7 dischetti; spalmate la farcitura sui dischetti e arrotolateli come fossero cannelloni; poi arrotolate ogni cannellone come se voleste fare una girella. Sistemate le girelle in una teglia rotonda mettendone una al centro e le altre intorno. Infornate per 40 minuti a 180 °C.

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I giudizi temerari

Posté par atempodiblog le 10 mai 2015

I giudizi temerari dans Citazioni, frasi e pensieri bey1wi

“Nessuna legge ancora ordina di intromettersi nel santuario dei cuori e di giudicarne i pensieri, le intenzioni, le idee, perché Dio solo può conoscere l’interno dell’uomo”.

di Sant’Agostino Roscelli

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“Quante persone ‘devote’, che al mattino fanno la Comunione e poi cadono in giudizi temerari e in ogni sorta di maldicenze, più o meno abilmente celate!”.

della beata Elisabetta della Trinità

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“Credo che non siano poche le volte che con leggerezza si attribuiscono mali morali ad altri senza avere la sicurezza che quanto si dice sia vero; forse basandosi su supposizioni, impressioni soggettive o commenti ascoltati, si fanno affermazioni che lasciano intravedere un dubbio sull’onore dell’altro. A volte anche tacitamente, con un gesto, si può aprire la porta a che si metta in dubbio la buona reputazione di una persona. Quanto danno si può fare con questo!

Per non parlare della calunnia, in cui si emette un giudizio falso con l’unico obiettivo di danneggiare qualcuno. È molto doloroso vedere come dando giudizi falsi si danneggia la reputazione delle persone, cosa a cui poi è molto difficile rimediare”.

di padre Enrique Granados

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Maria è nostra Madre

Posté par atempodiblog le 9 mai 2015

Maria è nostra Madre dans Fede, morale e teologia Madonna

Non a caso né invano i devoti di Maria la chiamano “Madre”. Sembra che non sappiano invocarla con altro nome e non si stancano mai di chiamarla così. E’ giusto, perché Maria è veramente nostra madre, non carnale, ma spirituale delle nostre anime e della nostra salvezza.

di Sant’Alfonso Maria De Liguori – Le Glorie di Maria

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