La festa del libro

Posté par atempodiblog le 24 avril 2015

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A Barcellona il 23 aprile si celebra in onore del loro patrono San Giorgio, una festa civile e culturale, che per i Catalani è molto sentita e radicata. Il Santo è diventato il protagonista della leggenda più famosa a Barcellona. San Giorgio riuscì con la sua spada ad uccidere il drago e a salvare la principessa; il sangue versato si trasformò in una rosa che Giorgio le donò, la principessa ricambiò regalando un libro. Da allora, offrire una rosa e un libro alle persone care nella festività di San Jordì, fa in modo che la giornata diventi un omaggio all’amore, all’amicizia e alla cultura. Il giorno del libro si celebra in Catalogna dall’anno 1926, ma grazie ad un’iniziativa degli editori catalani, il 15 novembre 1995 l’UNESCO ha dichiarato il 23 aprile “Giornata Mondiale del Libro e del diritto d’Autore”.

Tratto da: Radio Maria FB

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[...] Chi ama il libro, prende in mano, col sentimento di una tranquilla familiarità, quell’oggetto che così si chiama, stampato su carta e rilegato in tela o cuoio o pergamena. Lo sente come una creatura, che si tiene in onore e si cura, e della cui concretezza materiale si è lieti. Non è per lui solo il mezzo a uno scopo, sia pure il più spirituale, bensì qualcosa di pienamente compiuto in se stesso, saturo di significati molteplici e capace di dare con ricchezza. [...]

Romano Guardini – Elogio del libro

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[...] Leggere è una ricchezza per la persona e per la comunità. E’ una porta che ci apre alla conoscenza, alla bellezza, a una maggiore consapevolezza delle nostre radici, ai sentimenti degli altri che spesso ci fanno scoprire anche i nostri sentimenti nascosti [...]. Non è vero che la lettura sia stata e sia un’abitudine di personalità introverse. E’ vero il contrario: è una chiave per diventare cittadini del mondo, per conoscere esperienze lontane, per comprendere le contraddizioni e le storture, ma anche per comprendere le grandi potenzialità del mondo che ci circonda, dell’umanità che ci circonda. E’ un modo per far nascere speranze, per coltivarle, per condividerle. [...]

del Presidente Mattarella – Quirinale

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Ipocrisia

Posté par atempodiblog le 24 avril 2015

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Che bontà quella di certe persone!… — Sono disposte a «scusare» ciò che invece è solo degno di lode.

Quale errata concezione dell’obiettività! Mettono a fuoco le persone o le attività con le lenti deformate dei loro personali difetti e, con acida insolenza, criticano o si permettono di vendere consigli.

— Proposito concreto: nel correggere o nel consigliare, parlare alla presenza di Dio, applicando le stesse parole alla nostra condotta.

Non ricorrere mai al metodo — sempre deplorevole — di organizzare aggressioni calunniose contro qualcuno… E meno ancora con pretesti di moralizzazione, che mai giustificano un’azione immorale.

Finché interpreti con malafede le intenzioni altrui, non hai diritto di esigere comprensione per te stesso!

di San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: Solco, “Ipocrisia”

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La lezione di umanità di Gianni Morandi

Posté par atempodiblog le 23 avril 2015

La lezione di umanità di Gianni Morandi
Con pazienza e garbo il cantante risponde a tutti coloro che non sono d’accordo con lui, all’insulto oppone il sorriso
di Lucandrea Massaro – Aleteia

La lezione di umanità di Gianni Morandi dans Articoli di Giornali e News 2iuzwol

Quella faccia da bravo ragazzo, di cui è quasi impossibile intuire l’età vera, Gianni Morandi è un cantante della generazione di mia madre, qualche bella canzone, molte conosciute perché riproposte all’infinito in mille occasioni perché semplici, pulite anche quando non capolavori. Gianni Morandi ha anche una pagina su Facebook dove con costanza e senza sforzo giornalmente condivide una foto e un pensiero, poche righe, linguaggio alla “Mulino bianco” eppure non si sente mai l’odore del costruito, il puzzo della banalità. Solo qualche pensiero detto senza voler apparire più grande di ciò che si è, con semplicità. Per chi si occupa di social network un vero e proprio esempio di “self branding”, gestione diretta a differenza di altre star, della propria immagine su Facebook. 

Ieri Gianni ha scritto questo: 

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Si può essere più o meno d’accordo con quanto ci ricorda il buon Gianni, ma è uno stile che qualcuno potrebbe definire quasi da Vangelo, mai un grido, mai una parola fuori posto, l’appello al nostro di esempio, ricordarci i nostri passi falsi per non giudicare quelli altri, ma soprattutto la calma con cui risponde ad ognuno dei suoi numerosi fan, anche quando non senza violenza o arroganza rispondono al post: 

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E oggi riprende così…

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Grazie Gianni, per dimostrarci che un altro internet è possibile…

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Un gran segreto per i superiori

Posté par atempodiblog le 23 avril 2015

Un gran segreto per i superiori dans Don Giustino Maria Russolillo Beato-Giustino-Maria-Russolillo
Immagine tratta da: Mis ilustraciones

Grande virtù, e come un gran segreto, per i superiori è questo:

esigere tutta l’osservanza senza mai eccezioni, senza mai dispense, ma con riverenza grande ai soggetti, con dolcezza soprannaturale sempre, con serietà grave e amabile nei casi più duri, in modo che in essi appaia solo, come solo dev’esserci, lo zelo per la divina gloria, amore e volontà col più grande rispetto per le anime, in ogni loro atto e disposizione così da non avvertirsi mai nel superiore alcun moto, meno che regolato, meno che santo, sia nel comandare, sia nel correggere, sia nel proibire, sia nel concedere, alcun moto dico di vendetta, o di ira, o di gelosia, o di superbia ecc… ecc…

del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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Papa Francesco e la “guerra di Dio”

Posté par atempodiblog le 23 avril 2015

Papa Francesco e la “guerra di Dio”
Parole di conforto per una comunità religiosa che attraversa momenti difficili
di Zenit

Papa Francesco e la “guerra di Dio” dans Fede, morale e teologia 2957lte

Con l’elezione a vescovo di Roma, assumendo il nome pontificio di Francesco, sono stati pubblicati molti scritti precedenti di Jorge Mario Bergoglio. Tuttavia se essi non sono collocati nel contesto in cui furono composti, sfugge la comprensione di gran parte del loro significato. Ad esempio Silencio y palabra sono una serie di appunti «destinati a essere conforto a una comunità religiosa che attraversava momenti difficili» scritti allorquando fu rimosso dal collegio Máximo – dopo 25 anni di insegnamento – e inviato nella residenza dei gesuiti di Córdoba. Ecco come tutto ciò viene illustrato da quella che può essere definita quasi la prima biografia storica di papa Francesco, ossia dal libro di Austen Ivereigh, “Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio” (Milano 2014).

***

C’erano spesso casi, osservava Bergoglio, in cui Dio entrava in guerra con il nemico dell’umanità, ed era sbagliato intromettersi. In tali casi, «nel silenzio di una situazione di croce, ci viene chiesto solamente di proteggere il grano, non di strappare tutte le piantine di zizzania». E faceva riferimento a un’immagine dipinta sul soffitto della Cappella Domestica della residenza della Compagnia a Córdoba, che raffigura i novizi protetti dal mantello di Maria, e al di sotto si trovava questa scritta: Monstra te esse matrem («Mostra di essere madre»). Quando Dio voleva fare guerra, affermava Bergoglio, era importante non interferire, non lanciarsi in fazionalismi o dividere il mondo in buoni e cattivi, ma rifugiarsi «sotto il mantello della Santa Madre di Dio» e «vivere nella santa tensione tra memoria crucis e spes resurrectionis». […]

Nel dicembre del 1991 Bergoglio propose una meditazione sulla Terza Settimana, seguendo Gesù dall’Ultima Cena fino alla Crocifissione e alla sepoltura. Contemplando il cadavere di Gesù, Bergoglio osservò come fosse facile trovare rifugio spirituale in quel che era o avrebbe potuto essere, o richiedere un’immediata resurrezione, o rifiutare, in diversi modi, di accettare che il cadavere fosse effettivamente soltanto un cadavere. «Eppure è un cadavere, e la divinità si nasconde in esso e risorgerà. Questo spiega perché le vere riforme della Chiesa, avvenute nel tempo e che portano linfa vitale ai suoi aspetti morti, nascono al suo interno e non dall’esterno. I cambiamenti di Dio avvengono là dove non rimane altro che sperare contro ogni speranza».

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Onomastico Papa. Karcher: come San Giorgio lotta per il bene contro il male

Posté par atempodiblog le 23 avril 2015

Onomastico Papa. Karcher: come San Giorgio lotta per il bene contro il male
Fonte: Radio Vaticana

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La Chiesa ricorda oggi San Giorgio, una ricorrenza che viene festeggiata in modo particolare dai fedeli perché è anche il giorno dell’onomastico del Papa, Jorge Mario Bergoglio. In tale occasione, Alessandro Gisotti ha intervistato il cerimoniere pontificio, mons. Guillermo Karcher, sacerdote argentino, tra i più stretti collaboratori di Francesco, al quale è legato da oltre vent’anni:

R. – Pensare oggi, in questa festa onomastica, al Santo del Papa – essendo il suo nome di Battesimo Jorge – è bello, perché quando penso a lui, e lo vedo agire, posso dire che è un “San Giorgio moderno”, nel senso che è un grande lottatore contro le forze del male e lo fa con uno spirito veramente cristiano: è Cristo che vedo in lui che semina il bene, per combattere il male. E in questo è un esempio, perché lo faceva già a Buenos Aires e continua a farlo adesso con quella semplicità che lo caratterizza, ma che è così forte, così importante in questo momento del mondo, in cui ci vuole la presenza del bene.

D. – In Argentina, anche da cardinale, Francesco si presentava come padre, come padre Jorge. Ma anche ora che è Papa è fortissima questa dimensione della paternità sacerdotale, vero? 

R. – Sì, è vero, anche perché lui è un gesuita, è un padre, e continua ad esserlo. A me commuove ogni volta, ogni mercoledì, quando arrivano gli argentini e li sistemo in questo settore specialissimo, tantissimi lo chiamano “Padre; padre Jorge; Jorge” e veramente si nota la familiarità, questa amicizia che lui ha seminato in tanti anni a Buenos Aires, quando camminava per le strade della città e andava a visitare i posti più poveri della periferia della città, come continuano a sentirlo vicino e lui si rallegra e scambia – sempre con un sorriso, con un abbraccio, con uno sguardo paterno – questo saluto che esce dal cuore delle persone.

D. – Francesco gode di un grande affetto e anche di un’immensa popolarità, ma ovviamente non mancano le critiche, anche nel mondo cattolico. Lei ha mai visto il Papa dispiaciuto per questo?

R. – No, no… sono poche le volte che uno fa un commento… Lui ride e dice: “Va bene, meglio, conosciamo come sono fatte le persone”. Lui, però, ha questa libertà di spirito e questa fortezza interiore. Io penso che sia un unto dallo Spirito. Porta avanti un ministero affidato dalla Chiesa, per il bene della Chiesa e del mondo, e lo fa con serenità e con certezza d’animo.

D. – Il mondo è attratto dalla grande spontaneità di Francesco eppure nell’intimità il Santo Padre è un uomo di grande intensità spirituale, immerso nella preghiera. Lei può dirci qualcosa su questo, anche per la sua prossimità?

R. – Sì, è una persona che ha forgiato – lo dico, lo ribadisco sempre – una forte spiritualità, perché è un uomo di preghiera, un uomo di Dio. Pensiamo solo che ogni giorno dedica due ore, la mattina appena si alza, alla preghiera, alla riflessione. E poi vedo, facendo da cerimoniere, la differenza che c’è tra la sacrestia prima e dopo e la Messa prima e dopo. Mi spiego: lui è uno cui piace salutare tutti i seminaristi, i ministranti e lo fa – come lo vediamo in Piazza San Pietro – con tanto affetto. Una volta però indossati i paramenti liturgici, lui cambia: lo vediamo entrare in Basilica o recarsi all’altare in Piazza come l’uomo della preghiera, l’uomo concentrato su quello che sta per celebrare, il mistero eucaristico soprattutto. E lo stesso quando esce dalla navata centrale della Basilica, quando tutti lo osannano: “Francesco! Evviva! Ti vogliamo bene!”. Lui, però, va verso la sacrestia. Diciamo che fa una parentesi. E questo è esemplare anche per un prete, nel senso che noi stiamo con il popolo, ma quando dobbiamo stare con Dio, stiamo con Dio.

D. – Queste parole sono quasi uguali alle parole che il cardinale Dziwisz diceva come segretario di Giovanni Paolo II…

R. – Sì, posso dare testimonianza anche di Giovanni Paolo II, avendo fatto l’aiutante cerimoniere a suo tempo! Hanno questo in comune: questa presenza di Dio, che si rende forte nel momento opportuno.

D. – Lei era accanto al Papa la sera dell’elezione, reggeva il microfono da cui Francesco parlava per la prima volta Urbi et Orbi. Quale augurio si sente di fare al suo vescovo per il suo onomastico?

R. – Che continui ad essere se stesso, con la sua coerenza e la sua trasparenza. Che continui così, perché sta facendo tanto bene. L’augurio è che San Giorgio lo protegga e che lui continui nella battaglia per il bene, seminando il bene come sta facendo già adesso.

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Divorzio breve: la famiglia non va sciolta in un soffio

Posté par atempodiblog le 23 avril 2015

Ma la famiglia non va sciolta in un soffio, abbiamo perso l’eternità del “ti amo”
di Michele Brambilla – La Stampa

Divorzio breve: la famiglia non va sciolta in un soffio dans Articoli di Giornali e News wrb0wg

Se pensiamo a come la legge italiana regolava il matrimonio e la famiglia fino a una cinquantina di anni fa, davvero non possiamo non rallegrarci degli infiniti passi in avanti compiuti. Un tempo il matrimonio non era una storia fortunata, virtuosa e felice, ma un obbligo di legge; l’adulterio era un reato, più grave se commesso da una donna; la violenza carnale poteva restare impunita se il colpevole si impegnava a sposare la vittima.  

Molti non ci crederanno, ma era davvero così e basterebbe questo a far capire quale perverso equivoco ci fosse allora sul valore del matrimonio. Il divorzio era, a quei tempi, possibile secondo le modalità del film di Pietro Germi, cioè accoppando la moglie – solo il marito aveva il diritto di accoppare – dopo averla beccata sul fatto con l’amante. Via via, uno dopo l’altra, tutte queste assurdità sono state per fortuna spazzate via: l’adulterio resta un reato solo nelle teocrazie, il delitto d’onore non c’è più ed è arrivato il divorzio. Fino al divorzio breve, con il quale bastano sei mesi non solo per chiudere per sempre un matrimonio ma anche per contrarne uno nuovo. Credo che nessuno possa avere nostalgia delle leggi e del costume che furono.  

Ma premesso questo, premesso insomma che sicuramente nel cambiamento abbiamo guadagnato, è da conservatori, o peggio ancora da bigotti e reazionari, fermarsi un attimo a pensare anche – e sottolineo anche – che nel tempo abbiamo pure perso qualcosa?  

Non lo dico da un punto di vista della giurisprudenza o della politica. La politica deve legiferare e le leggi devono regolare in gran parte fenomeni che sono già presenti nella società. Così, il divorzio breve è solo una legge che prende atto di come oggi la maggior parte di noi italiani, ma più in generale di noi occidentali, concepisce il matrimonio e la famiglia: come un qualcosa che si può mettere insieme e disfare anche nel giro di un anno, pur con dei figli di mezzo magari, tanto la legge dice che è giusto così. Il rischio di essere fraintesi nel fare discorsi del genere è enorme, ma ri-pongo ugualmente la domanda: siamo sicuri di non avere perso qualcosa? 

Ad esempio l’idea che c’è pure una bellezza nello stare insieme nonostante le difficoltà che la vita inevitabilmente presenta. L’idea dunque che fare una famiglia è anche – pure qui l’anche è sottolineato – una storia di fatica, di sacrifici da compiere, di gesti e parole da perdonare, di rinunce, perfino di sopportazioni. Non è questione di chiedere l’eroismo. È questione di discernere fra il matrimonio-martirio, che nessuno vuole, e il matrimonio banalizzato, il matrimonio che si sta insieme finché si prova quello che si prova nei romanzi di Moccia, in un’eterna adolescenza. Chiunque si innamora prova il desiderio che quel che sta provando non finisca mai: e certo non si può esigere l’eternità dell’amore per legge, ma il «ti amo» dei tempi nostri, cioè a tempo determinato, magari a tutele crescenti, beh insomma, forse un po’ di fascino l’ha perso. Non si vuole ovviamente giudicare nessuno, solo constatare che oggi molto spesso ci si lascia alla prima difficoltà. 

Il divorzio breve, se giudicato in superficie, è certamente una legge utile, che semplifica molte situazioni che altrimenti si trascinerebbero per anni, con il loro codazzo di rancori. Se guardato un po’ più in profondità, è invece anche la spia di come siamo cambiati di fronte appunto a termini come fatica, sacrificio, rinunce, perdono, responsabilità, fedeltà a un impegno preso e a una parola data. Tutte cose che abbiamo smarrito non solo riguardo al matrimonio.

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Pregare in Dio

Posté par atempodiblog le 22 avril 2015

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Pregheremo tanto meglio quanto più nel profondo della nostra anima è presente l’orientamento verso Dio. Quanto più esso diventa la base portante di tutta la nostra esistenza, tanto più saremo uomini di pace. Tanto più saremo in grado di sopportare il dolore, di capire gli altri e di aprirci a loro. Questo orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere, noi lo chiamiamo «preghiera continua». Ed è anche questo, in fondo, che intendiamo quando parliamo di «amore di Dio»; allo stesso tempo è la condizione più intima e la forza trainante dell’ amore del prossimo.

Questa autentica preghiera, il silente, interiore stare con Dio ha bisogno di nutrimento, ed è a questo che serve la preghiera concreta con parole, immaginazioni o pensieri. Quanto più Dio è presente in noi, tanto più potremo davvero stare presso di Lui nelle preghiere orali. Ma vale anche il contrario: la preghiera attiva realizza e approfondisce il nostro stare con Dio. Questa preghiera può e deve sgorgare soprattutto dal nostro cuore, dalle nostre pene, speranze, gioie, sofferenze, dalla vergogna per il peccato come dalla gratitudine per il bene ed essere così preghiera del tutto personale.

Benedetto XVI – Gesù di Nazareth, Ed. Rizzoli

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“Pregare Dio è un atteggiamento in fondo ateo, perché è un Dio che sta fuori di te, straniero a te. Pregare in Dio è, al contrario, l’atteggiamento cristiano che da sempre ci ha insegnato la liturgia: pregare “nello Spirito, per il Figlio, il Padre”. Chi ripensa trinitariamente la preghiera scoprirà ricchezze meravigliose. Il cristiano prega in Dio”.

“Preghiera è al tempo stesso il dialogo di Dio con Dio nel cuore dell’uomo e l’ingresso dell’orante nella Trinità divina: il cristiano non prega un Dio, ma prega in Dio”.

dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte

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La nostra Chiesa è Chiesa di martiri

Posté par atempodiblog le 21 avril 2015

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“In questi giorni, quanti Stefani ci sono nel mondo! Pensiamo ai nostri fratelli sgozzati sulla spiaggia della Libia; pensiamo a quel ragazzino bruciato vivo dai compagni perché cristiano; pensiamo a quei migranti che in alto mare sono buttati in mare dagli altri, perché cristiani; pensiamo – l’altro ieri – a quegli etiopi, assassinati perché cristiani … e tanti altri. E tanti altri che noi non sappiamo, che soffrono nelle carceri, perché cristiani… Oggi la Chiesa è Chiesa di martiri: loro soffrono, loro danno la vita e noi riceviamo la benedizione di Dio per la loro testimonianza”.

Ci sono, soggiunge, anche “i martiri nascosti, quegli uomini e quelle donne fedeli” alla “voce dello Spirito, che fanno strade, che cercano strade nuove per aiutare i fratelli e amare meglio Dio e vengono sospettati, calunniati, perseguitati da tanti ‘Sinedri moderni’ che si credono padroni della verità: tanti martiri nascosti!”:

“E anche tanti martiri nascosti che per essere fedeli nella loro famiglia soffrono tanto per fedeltà. La nostra Chiesa è Chiesa di martiri. E adesso, nella nostra celebrazione verrà da noi il primo martire, il primo che ha dato testimonianza e più: e salvezza, a tutti noi. Uniamoci a Gesù nell’Eucaristia, e uniamoci a tanti fratelli e sorelle che soffrono il martirio della persecuzione, della calunnia e dell’uccisione per essere fedeli all’unico pane che sazia, cioè a Gesù”.

Papa Francesco
Fonte: Radio Vaticana

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Papa Francesco: Dolore per nuova strage migranti, basta simili tragedie

Posté par atempodiblog le 20 avril 2015

Papa Francesco: dolore per nuova strage migranti, basta simili tragedie
Tratto da: Radio Vaticana

Cercavano una vita migliore, hanno trovato la morte. Ancora una strage di migranti, di proporzioni spaventose. Al Regina Caeli, la voce di Francesco si incrina per la commozione, mentre dal Canale di Sicilia giungono notizie terribili, centinaia di vittime nel naufragio di un’imbarcazione.

Il Papa che ha scelto Lampedusa come meta del suo primo viaggio apostolico torna a esprimere tutto il proprio dolore e a rivolgere un lancinante appello perché non si resti indifferenti dinnanzi a tragedie simili:

“Esprimo il mio più sentito dolore di fronte a una tale tragedia ed assicuro per gli scomparsi e le loro famiglie il mio ricordo nella preghiera. Rivolgo un accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre; cercano una vita migliore… Cercavano la felicità…”.

Quindi, Francesco chiede una preghiera silenziosa per le vittime, per i loro familiari e Piazza San Pietro ammutolisce. Decine di migliaia di persone in silenzio, unite spiritualmente al Papa in un momento intenso e commuovente, seguito da un’Ave Maria recitata con altrettanta emozione dai fedeli.

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Preghiera a santa Francesca Cabrini
Tratta da: Preghiere per la famiglia

O Santa Francesca Saverio Cabrini, patrona di tutti gli emigranti tu che hai preso con te il dramma della disperazione di migliaia e migliaia di emigranti: da New York, fino all’Argentina e in altre Nazioni del mondo. Tu che hai riversato in queste Nazioni i tesori della tua carità, e con affetto di madre hai accolto e consolato tanti afflitti e disperati di ogni razza e nazione, e a chi si dimostrava ammirato per il successo di tante opere di bene, rispondevi con sincera umiltà: “Tutte queste cose non le ha fatte forse il Signore?”.

Noi ti preghiamo, che i popoli apprendano da te ad essere solidali, caritatevoli e accoglienti con i fratelli che sono costretti ad abbandonare la loro Patria.

Ti preghiamo, anche che gli immigrati rispettino le leggi e che amino il prossimo accogliente.

Supplica il Sacro Cuore di Gesú, che gli uomini delle diverse nazioni della terra apprendano che sono fratelli e figli dello stesso Padre celeste, e che sono chiamati a formare una sola famiglia. Allontana da essi: le divisioni, le discriminazioni, le rivalità o inimicizie eternamente occupate a vendicare antiche ingiurie. Fa che tutta l’umanità possa essere unita dal tuo amorevole esempio. Santa Francesca Saverio Cabrini, noi tutti ti chiediamo infine, di intercedere presso la Madre di Dio, di ottenere la grazia della pace in tutte le famiglie e tra le nazioni della terra, quella pace che viene da Gesù Cristo, Principe della Pace. Amen

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Novena a Santa Caterina da Siena

Posté par atempodiblog le 20 avril 2015

Questa novena può essere recitata in preparazione della festa della Santa, il 29 aprile, dal 20 al 28 aprile, o in qualsiasi momento per le proprie necessità. L’unica condizione per la validità della novena è che sia fatta tutta intera con determinazione, con costanza e senza interruzione per nove giorni consecutivi.

Preghiera a Santa Caterina da Siena Patrona d’Italia e d’Europa
Tratta da: Caterinati

Novena a Santa Caterina da Siena dans Preghiere 128
G. Tiepolo, Kunsthistorische Museum, Vienna

O sposa del Cristo, fiore della patria nostra, Angelo della Chiesa sii benedetta.

Tu amasti le anime redente dal Divino tuo Sposo: come Lui spargesti lacrime sulla Patria diletta; per la Chiesa e per il Papa consumasti la fiamma di tua vita. Quando la peste mieteva vittime ed infuriava la discordia, tu passavi Angelo buono di Carità e di pace. Contro il disordine morale, che ovunque regnava, chiamasti virilmente a raccolta la buona volontà di tutti i fedeli.

Morente tu invocasti sopra le anime, sopra l’Italia e l’Europa, sopra la Chiesa il Sangue prezioso dell’Agnello.

O Caterina Santa, dolce sorella patrona Nostra, vinci l’errore, custodisci la fede, infiamma, raduna le anime intorno al Pastore. La Patria nostra, benedetta da Dio, eletta da Cristo, sia per la tua intercessione vera immagine della Celeste nella carità nella prosperità, nella pace.

Per te la Chiesa si estenda quanto il Salvatore ha desiderato, per te il Pontefice sia amato e cercato come il Padre, il consigliere di tutti.

E le anime nostre siano per te illuminate, fedeli al dovere verso L’Italia, l’Europa e verso la Chiesa, tese sempre verso il cielo, nel Regno di Dio dove il Padre, il Verbo il Divino amore irradiano sopra ogni spirito eterna luce, perfetta letizia. Così sia.

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Prender per Cielo il proprio cervello

Posté par atempodiblog le 16 avril 2015

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[...] Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il piú degno che l’uomo possa esercitare; ma che purtroppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso, che chi fa piú del suo dovere possa far piú di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c’era di reale, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta.

Al sentire il gran caso di Lucia, e tutto ciò che, in quell’occasione, si diceva della giovine, le venne la curiosità di vederla; e mandò una carrozza, con un vecchio bracciere, a prender la madre e la figlia. Questa si ristringeva nelle spalle, e pregava il sarto, il quale aveva fatta loro l’imbasciata, che trovasse maniera di scusarla. Finché s’era trattato di gente alla buona che cercava di conoscer la giovine del miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti versi, tant’esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così, e ch’era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette arrendere: molto piú che Agnese confermava tutte quelle ragioni con altrettanti “sicuro, sicuro”.

Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grand’accoglienza, e molte congratulazioni; interrogò, consigliò: il tutto con una certa superiorità quasi innata, ma corretta da tante espressioni umili, temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualità, che, Agnese quasi subito, Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevate dal rispetto opprimente che da principio aveva loro incusso quella signorile presenza; anzi ci trovarono una certa attrattiva. E per venire alle corte, donna Prassede, sentendo che il cardinale s’era incaricato di trovare a Lucia un ricovero, punta dal desiderio di secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s’esibì di prender la giovine in casa, dove, senz’essere addetta ad alcun servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l’altre donne ne’ loro lavori. E soggiunse che penserebbe lei a darne parte a monsignore.

Oltre il bene chiaro e immediato che c’era in un’opera tale, donna Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse piú considerabile, secondo lei; di raddirizzare un cervello, di metter sulla buona strada chi n’aveva gran bisogno. Perché, fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s’era subito persuasa che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca insomma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei. La vista di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che, in fondo, come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell’arrossire ogni momento, e quel rattenere i sospiri… Due occhioni poi, che a donna Prassede non piacevan punto. Teneva essa per certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e stante questo, si proponeva di cooperare a un così buon fine. Giacché, come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello. Però, della seconda intenzione che abbiam detto, si guardò bene di darne il minimo indizio. Era una delle sue massime questa, che, per riuscire a far del bene alla gente, la prima cosa, nella maggior parte de’ casi, è di non metterli a parte del disegno. [...]

Tratto dal CAP. XXV de ‘I promessi sposi’ di Alessandro Manzoni

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I pregiudizi: il cielo e il cervello

«Le idee fisse sono come i crampi ai piedi: il rimedio migliore è camminarci sopra». (Soeren Kierkegaard)

La maggior parte delle persone crede di pensare, mentre in realtà organizza semplicemente i propri pregiudizi. «Con le idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non erano quelle che le fossero meno care». Così ironizzava Alessandro Manzoni su un personaggio minore del suo capolavoro, I promessi sposi.

Il profilo di donna Prassede affiora idealmente anche nell’osservazione del filosofo e psicologo statunitense William James (1842-1910) che oggi proponiamo. Egli punta su quella deviazione del pensiero che è il pregiudizio. Se è vero che il concetto elaborato attraverso il pensiero è fondamentale nella ricerca, è altrettanto vero che molto spesso il punto di partenza è un preconcetto e attorno ad esso si elabora un pensare che in realtà si trasforma in un circolo vizioso. In pratica si gira attorno alla propria idea fissa per difenderla, sostenendola con argomentazioni faziose. Dobbiamo riconoscere che un po’ tutti abbiamo «talora inconsapevolmente» i nostri pregiudizi intoccabili, che non verranno mai scalfiti dalle obiezioni altrui.

Lo scrittore francese Anatole France di un suo personaggio, un illustre accademico, notava che «si lusingava di essere un uomo senza pregiudizi; e questa pretesa è già di per sé un grande pregiudizio». Cerchiamo, allora, con coraggio di vagliare le nostre idee, soprattutto quelle più care, confrontandole con quelle ad esse antitetiche per scoprire se resistono alla luce di un vero, spietato, fondato giudizio.

di Mons. Gianfranco Ravasi – Avvenire

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Quando nel romanzo compare donna Prassede, non può non venire in mente qualche nostra vecchia zia un po’ brontolona e saccente, alla quale in fondo vogliamo bene, anche se… preferiamo stare alla larga, se possibile: è il risultato di alcune sapienti pennellate con le quali il Manzoni tratteggia questo indimenticabile personaggio, messo là apposta a… perseguitare la povera Lucia.

L’avvio è come di consueto molto tranquillo e assolutamente non fa presagire questo ulteriore dramma per la nostra protagonista femminile: “Poco distante da quel paesetto, villeggiava una coppia d’alto affare”…ma poi arriva subito la frecciatina: “Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene” [naturalmente il Manzoni riporta i giudizi di quel popolo che nella sua semplicità si basava unicamente sulle apparenze… e le cose non sono molto cambiate: tutti i tempi si assomigliano!]. Ma leggiamo subito dopo il giudizio benevolo e anche tagliente dell’autore: “mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che purtroppo può guastare, come tutti gli altri”. Certo che se il far del bene diventa un mestiere part time, può guastare. E vediamo ora l’affondo quasi impietoso, se non fosse in un contesto così pacifico e inoffensivo: “Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso vanno come possono. Con le idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve fare con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata: Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care…”.

Una gentildonna come lei, dunque, molto inclinata a far del bene, e certamente abbastanza partecipe degli eventi del tempo, appena sa di Lucia e della sua prodigiosa liberazione, decide di avere anche lei la sua piccola parte in questi fatti così inusitati. A dire il vero, il suo proposito non è del tutto gratuito e disinteressato; il suo bravo interesse l’aveva anche se in assoluta buona fede: Oltre il bene chiaro e immediato che c’era in un’opera tale, donna Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse più considerabile, secondo lei; di raddrizzare un cervello, di metter sulla buona strada chi n’aveva bisogno.

Ed ecco la nobile missione di raddrizzare il cervello e mettere sulla buona strada la povera Lucia: fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s’era subito persuasa che una giovine che aveva potuto promettersi a un poco di buono (…), qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi e ti dirò chi sei: ancora il solito proverbio, che altrove abbiamo definito come espressione della mediocrità di un popolo, e che qui diventa ancor più evanescente perché si basa su delle premesse alquanto labili: il “sentito dire” generico delle notizie sensazionali che via via si arricchiscono di particolari di assoluta fantasia.

Risulta inoltre interessante lo sguardo che donna Prassede ha nei confronti di Lucia; sguardo fortemente condizionato da quelle passioni, quei giudizi, quelle idee, poche ma tenaci, che ormai facevano parte della sua forma mentis. Ed ecco una descrizione di Lucia assolutamente superficiale, ma ritenuta esauriente dalla anziana e testarda nobildonna: non che in fondo non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o rispondere secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee.


Dove sta l’errore di donna Prassede? E come evitare un simile errore di valutazione?

Il primo errore consiste nel fatto che la nostra nobildonna parte da un’ipotesi negativa nel giudicare i fatti; e questo è un punto di partenza che chiude il cuore e l’intelligenza alla comprensione della realtà.
Quanto all’errore di valutazione, c’è da rilevare una notevole imprudenza, nonostante l’età avanzata, nel valutare sulla base di pregiudizi non verificati seriamente.

Autore: Pinna, Maria Vittoria  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte:
CulturaCattolica.it ©

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Papa Francesco: chi non sa dialogare vuol far tacere

Posté par atempodiblog le 16 avril 2015

Papa Francesco: chi non sa dialogare vuol far tacere
Chi non sa dialogare non obbedisce a Dio e vuole far tacere quanti predicano la novità di Dio: è quanto ha affermato il Papa nella Messa del mattino celebrata nella Cappella di Casa Santa Marta.

di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

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Obbedire a Dio è il coraggio di cambiare strada
La liturgia del giorno ci parla dell’obbedienza. L’obbedienza – osserva il Papa – “tante volte ci porta per una strada che non è quella che io penso che deve essere, ce n’è un’altra”. Obbedire è “avere il coraggio di cambiare strada, quando il Signore ci chiede questo”. “Chi obbedisce ha la vita eterna”, mentre per “chi non obbedisce, l’ira di Dio rimane su di lui”.

Così nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, i sacerdoti e i capi ordinano ai discepoli di Gesù di non predicare più il Vangelo al popolo: si infuriano, sono “pieni di gelosia” perché alla loro presenza avvengono miracoli, il popolo li segue “e il numero dei credenti cresceva”. Li mettono in carcere, ma di notte, l’Angelo di Dio li libera e tornano ad annunciare il Vangelo. Fermati e interrogati di nuovo, Pietro risponde alle minacce del sommo sacerdote: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. I sacerdoti non capivano:

“Ma questi erano dottori, avevano studiato la storia del popolo, avevano studiato le profezie, avevano studiato la legge, conoscevano così tutta la teologia del popolo di Israele, la rivelazione di Dio, sapevano tutto, erano dottori, e sono stati incapaci di riconoscere la salvezza di Dio. Ma come mai questa durezza di cuore? Perché non è durezza di testa, non è una semplice testardaggine. E’ qui la durezza… E si può domandare: come è il percorso di questa testardaggine, ma totale, di testa e di cuore?”.

Chi non sa dialogare non obbedisce a Dio
“La storia di questa testardaggine, l’itinerario – sottolinea il Papa – è quello di chiudersi in se stessi, è quello di non dialogare, è la mancanza di dialogo”:

“Questi non sapevano dialogare, non sapevano dialogare con Dio, perché non sapevano pregare e sentire la voce del Signore, e non sapevano dialogare con gli altri. ‘Ma perché interpreti questo così?’. Soltanto interpretavano come era la legge per farla più precisa, ma erano chiusi ai segni di Dio nella storia, erano chiusi al suo popolo, al loro popolo. Erano chiusi, chiusi. E la mancanza di dialogo, questa chiusura del cuore, li ha portati a non obbedire a Dio. Questo è il dramma di questi dottori di Israele, di questi teologi del popolo di Dio: non sapevano ascoltare, non sapevano dialogare. Il dialogo si fa con Dio e con i fratelli”.

Chi non dialoga vuol far tacere quelli che predicano la novità di Dio
E il segno che rivela che una persona “non sa dialogare”, “non è aperta alla voce del Signore, ai segni che il Signore fa nel popolo” – afferma il Papa – è la “furia e la voglia di far tacere tutti quelli che predicano in questo caso la novità di Dio, cioè Gesù è risorto. Non hanno ragione, ma arrivano a questo. E’ un itinerario doloroso. Questi sono gli stessi che hanno pagato i custodi del sepolcro per dire che i discepoli avevano rubato il corpo di Gesù. Fanno di tutto per non aprirsi alla voce di Dio”:

“E in questa Messa preghiamo per i maestri, per i dottori, per quelli che insegnano al popolo di Dio, perché non si chiudano, perché dialoghino e così si salvino dall’ira di Dio che, se non cambiano atteggiamento, rimarrà su di loro”.

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Armeni, il massacro del passato che Ankara non vuole affrontare

Posté par atempodiblog le 15 avril 2015

La storia
Armeni, il massacro del passato che Ankara non vuole affrontare
Un genocidio di cui gli attuali governanti e i turchi di oggi non hanno alcuna colpa. Ma negandolo si comportano come se fossero colpevoli
di Antonio Ferrari – Corriere della Sera

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Spesso basta un accenno per provocare la reazione della Turchia. Reazione quasi sempre scomposta, perché Ankara si rifiuta, ostinatamente, di riconoscere che nel suo lontano passato (un secolo fa) c’è una macchia indelebile, che si chiama «genocidio del popolo armeno». Genocidio di cui gli attuali governanti e i turchi di oggi non hanno alcuna colpa, ma negandolo si comportano come se fossero colpevoli. Infatti processano scrittori, giornalisti, intellettuali: insomma tutti coloro che non si sottopongono alla censura delle istituzioni.

Che vi sia stato un «genocidio» è fuor di dubbio. Si può definire altrimenti lo sterminio di quasi un milione e mezzo di armeni, nel 1915? Allora la Turchia, che nella Prima guerra mondiale era alleata della Germania, e ormai consapevole della definitiva disintegrazione dell’Impero Ottomano, decise una ruvida operazione di pulizia etnica, lanciando una feroce campagna. Con un preciso obiettivo: eliminare in maniera radicale quell’indisponente minoranza cristiana (una delle più antiche), che osava contrastare il potere centrale del gigante musulmano. Un’operazione dettata da mostruoso cinismo. Le deportazioni cominciarono proprio come sarebbe accaduto, pochi decenni dopo, per gli ebrei. Lo stesso Adolf Hitler, nel 1939, si riferì allo sterminio degli armeni come ad un fatto «di cui ormai nessuno parla più». Si salvarono soltanto coloro che riuscirono a fuggire dalle città e dalle campagne più esposte, che cercarono di nascondersi, o che furono protetti da qualche coraggioso «Giusto» (ve ne erano tantissimi anche in Turchia), pronto ad aiutare le vittime mettendo in pericolo la propria vita. Nella dolce Aleppo, la città siriana che ora è semidistrutta dalla terribile guerra civile, c’è un albergo (chissà se le sue mura sono ancora in piedi) che si chiama «Baron» e che ospitò clandestinamente centinaia di armeni, distribuendoli poi nelle case di coloro che rifiutavano il diktat del potere centrale.

Fino a qualche anno fa, in Turchia, era un gravissimo reato parlare, a qualsiasi titolo, del genocidio armeno. Bastava una dichiarazione (il caso di Orhan Pamuk), o un romanzo (il caso di Elif Shafak) per venir denunciato e doverne rispondere, in tribunale, come un qualsiasi criminale. Adesso che tra Turchia e Armenia vi è una certa normalizzazione dei rapporti, la tensione si è stemperata. Complici le passate qualificazioni per il mondiale di calcio, quando le due nazionali si sono incontrate, e i rispettivi capi di Stato si sono scambiati le visite stringendosi la mano. Numerosi studiosi turchi dicono d’essere pronti a discutere di quella macchia di cent’anni fa (l’anniversario è il prossimo 24 aprile). Molti ormai accettano l’idea che vi fu un «massacro sistematico» del popolo armeno, anche se alcuni sostengono che la popolazione armena, in territorio turco, non arrivava al milione di persone. Qualcuno si spinge fino ad accettare quella parola, «genocidio». Certo, per le sensibilità di Ankara, è stata come una frustata il duro e autorevole richiamo di papa Francesco, che ha parlato di quello armeno come del primo genocidio del 20esimo secolo, seguito da quello degli ebrei e, ora, quello dei cristiani massacrati dagli integralisti islamici assassini.

Numerosi storici e osservatori internazionali si interrogano, da decenni, sulle ragioni di tanta ostinazione. Ambasciatori e consiglieri di una delle più efficienti diplomazie del mondo, quella turca appunto, si fanno un punto d’onore di spiegare e rintuzzare le critiche che si affollano su Ankara. In discussione non c’è soltanto il problema linguistico o terminologico («genocidio» o «massacro sistematico»?), quanto un’accusa che, all’inizio del secolo scorso, fu rivolta agli armeni: quella di essere stati al fianco del più grande nemico della Turchia, la Russia. Che vi siano state compagnie di soldati inquadrate nelle Forze armate di Mosca è indubbio. Ma tutto ciò non giustifica ovviamente lo sterminio di un popolo. Anche oggi che l’Armenia è uno Stato indipendente, e che si pone come un ponte tra l’Eurasia e la Ue, la Russia è sempre al centro degli interessi economici di Erevan, come ha spiegato il presidente armeno ieri al Corriere.

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Poco tempo per evitare il peggio

Posté par atempodiblog le 15 avril 2015

Cosa fare in Libia
Poco tempo per evitare il peggio
Il cordoglio e la pietà per quanti vengono  inghiottiti dal  cimitero che chiamiamo Mediterraneo si uniscono ormai all’ansia della fretta e alla paura dell’impotenza
di Franco Venturini – Corriere della Sera

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Il cordoglio e la pietà per quanti continuano ad essere inghiottiti in quell’immenso cimitero che chiamiamo Mediterraneo si uniscono ormai all’ansia della fretta e alla paura dell’impotenza. Sono «soltanto» dieci i morti di ieri. Ma negli ultimi quattro giorni i migranti sono stati quasi settemila. E siamo soltanto in aprile, all’alba della buona stagione. Chi dedica ai flussi migratori dalla Libia una attenzione professionale ritiene che l’Italia abbia due mesi, tre al massimo, prima che sulle nostre coste meridionali si abbatta uno tsunami di diseredati: 250.000 secondo gli ottimisti, 500.000 per chi crede che a mettersi in moto sarà un «bacino» più ampio costantemente alimentato dal moltiplicarsi delle guerre, dal Corno d’Africa allo Yemen, dalla Siria più che mai in fiamme all’Iraq dove si tenta di contenere l’Isis. Per avere un termine di paragone, nel 2014 la cifra corrispondente fu di 170.000 per tutto l’anno.

Inevitabilmente, se le cose andranno così, molti moriranno nel tentativo di raggiungere l’Europa toccando le rive italiane. A loro andrà ancora una volta il nostro dolore, mentre Guardia costiera, Marina militare e tanti altri si dedicheranno a salvare i più fortunati. Ma non ci si può più fermare a questo. L’arrivo di una massa di immigrati senza precedenti tenderà a destabilizzare la nostra politica interna favorendo i partiti del tanto peggio tanto meglio, assorbirà risorse economiche che non ci sono, farà piovere sull’Europa sacrosante indignazioni, ma l’Europa poco farà per darci una mano, inaridita com’è dalle competenze nazionali e dalla scarsità di mezzi e di volontà politiche . L’ opinione pubblica italiana non deve farsi travolgere. Deve invece pensare al costo delle guerre e delle miserie, anche di quelle lontane. Ma soprattutto, se è vero che abbiamo due o tre mesi di tempo, dobbiamo identificare nella Libia il primo interesse nazionale italiano e tentare, con i nostri alleati, di battere sul tempo i negrieri del XXI secolo. Si dice che siano ventimila i miliziani libici che gestiscono i campi di coloro che attendono il barcone di turno. Gestiscono, cioè torturano, violentano, estorcono denaro dalle famiglie d’origine e poi consegnano i disgraziati agli scafisti. Non sarebbe impossibile colpire la loro logistica, ma chi ci coprirebbe le spalle? Quale governo libico legittimerebbe la nostra azione? Come potremmo evitare di unire tante altre bande e tante altre milizie contro lo straniero, per di più ex colonizzatore?

Il negoziato e la politica anche per questo tengono ancora banco. Perché in Libia, se si vuole evitare un disastro ancora più grande e indirizzare tutti contro l’espansione territoriale dell’Isis, bisogna far nascere un unico interlocutore. E bisogna farlo imponendo un limite di tempo alle rivalità, alle vendette, alle ambizioni smodate delle fazioni che hanno sin qui messo i bastoni tra le ruote al rappresentante dell’Onu Bernardino León. Ad Algeri è cominciato ieri il secondo round di incontri tra parlamentari di parti opposte. Domani si tornerà anche al più importante tavolo di Rabat, e León spera di strappare un accordo sulla sua complessa proposta istituzionale: un governo di unità con a capo un presidente, e al suo fianco un consiglio presidenziale composto da tecnici indipendenti; un Parlamento basato su quello odierno di Tobruk ma arricchito da una fetta di quello di Tripoli; un Consiglio di Stato e una assemblea costituzionale. Ottimo per trovare un posto a tutti, ma potrebbe funzionare? Certamente no se l’ex generale Haftar continuerà a fare la guerra con l’appoggio di Egitto ed Emirati, trovandosi di fronte gli islamisti foraggiati dal Qatar e dalla Turchia. Certamente no se si accentuerà la tendenza alla disgregazione politica e militare presente su entrambi i fronti, a tutto vantaggio dell’Isis.

L’onda anomala di umanità straziata e straziante è ormai alle porte, lo spazio ancora a disposizione della diplomazia è minimo. E anche l’uso della forza non può essere oggetto di facile retorica, se si tiene in conto che una operazione di peace keeping in Libia, con l’accordo dell’Onu e dopo un eventuale successo negoziale, richiederebbe da sessantamila a settantamila uomini pronti a combattere e a morire, non soltanto ad istruire o ad assistere. Dalla Libia, per un verso o per l’altro, è in arrivo una sfida alla tenuta del nostro fronte interno. Quello stesso fronte che subisce involuzioni deleterie in altri Paesi mediterranei, a cominciare dalla Francia con il riciclato Front National e dalla Grecia con la neonazista Alba Dorata.

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