San Pietroburgo, una finestra sull’Occidente

Posté par atempodiblog le 12 mars 2015

San Pietroburgo, una finestra sull’Occidente
La conformazione urbanistica della città è palesemente europea, anzi italiana: molti furono gli architetti, nostri connazionali, che vi lavoravano. La prima costruzione ad essere realizzata fu la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, che custodisce le tombe degli Zar. Compresi i santi martiri, trucidati dalla rivoluzione comunista. E poi la chiesa di S. Isacco, con la quarta cupola più grande al mondo. E la chiesa di santa Caterina, unica costruzione cattolica sopravvissuta al totalitarismo bolscevico.
di Luigi Vinciguerra – Radici Cristiane

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La Piazza del Palazzo venne progettata in stile impero dall’architetto napoletano Carlo Rossi per celebrare la vittoria di Alessandro I sugli invasori francesi (lo Zar è immortalato da un enorme colonna di 25 m al centro della piazza – uno dei più grandi monoliti esistenti al mondo – alla cui sommità si trova nuovamente il simbolo cittadino dell’angelo con la Croce).

Per quasi settant’anni, dal 1924 al 1991 la città più occidentale dell’Impero russo è stata conosciuta come Leningrado: vent’anni prima aveva già subito un cambiamento toponomastico, diventando Pietrogrado, in quanto il suffisso –burgo era percepito come “troppo tedesco” e quindi Nicola II preferì modificarlo con il suffisso slavo. Ciò non evitò che proprio tale città fosse al centro della rivoluzione d’ottobre, chiamata così l’azione di forza che dal 7 all’8 novembre 1917 (ma 25 e 26 ottobre secondo il calendario giuliano ancora in uso nell’Impero russo) avvenne a Pietrogrado, culminando nella presa del Palazzo d’Inverno, dove si era asserragliato il governo provvisorio, guidato dall’imbelle Kerenskji. Tale azione fu sollecitata da Lenin, giunto da due settimane nella città russa, la più vicina al confine con la Finlandia.
La città non è la più occidentale – anzi, addirittura “la finestra della Russia sull’Occidente” – solo in virtù della propria posizione geografica, dal suo affacciarsi sul Baltico, dell’essere il punto privilegiato degli scambi culturali e commerciali con il resto dell’Europa: la sua stessa conformazione urbanistica è palesemente europea; anzi, ad essere più precisi, è italiana, poiché lo Zar Pietro il Grande, dopo aver strappato i territori della Neva agli svedesi nel 1703 nel corso della cosiddetta Grande Guerra del Nord (1700 – 1721), affidò all’architetto ticinese Domenico Trezzini il compito di supervisionare il progetto (che coinvolse anche vari architetti italiani) di realizzare la nuova capitale dell’Impero russo. Pietro era un ammiratore della cultura occidentale e per favorire lo sviluppo della nuova capitale emanò un decreto che impediva la costruzione di edifici di pietra al di fuori della nuova città, che volle dedicare al Santo di cui portava il nome.
Così, in pochi anni, San Pietroburgo divenne il principale centro russo: la prima costruzione ad essere realizzata fu la fortezza di Pietro e Paolo, attualmente al centro della città, sul fiume Neva. All’interno di questo imponente complesso c’è la Cattedrale dei SS. Pietro e Paolo, caratterizzata dall’altissimo campanile, sul cui pinnacolo dorato, all’altezza di oltre 120 metri, svetta un angelo a grandezza quasi naturale che sorregge una Croce, uno dei simboli della città.
La chiesa – in uno stile denominato “barocco petrino” – fu Cattedrale (nel senso di sede vescovile: la Chiesa ortodossa utilizza il termine di cattedrale anche per indicare una chiesa importante, come una basilica) fino al 1859, quando cedette tale titolo alla chiesa di Sant’Isacco (in stile neoclassico). Nel 1919 i bolscevichi chiusero la cattedrale al culto, trasformandola cinque anni più tardi in un museo. All’inizio del nuovo millennio – nonostante in gran parte sia rimasta un’area museale – la chiesa è stata riaperta al culto.

La tomba degli Zar
Ma la chiesa dei SS. Pietro e Paolo non è importante solo in quanto prima costruzione di San Pietroburgo, per l’imponenza del campanile o per il particolare stile “barocco petrino”: il motivo il motivo che rende unica e meta di pellegrinaggi è costituito dalla presenza della tombe degli Zar. Da Pietro il Grande a Nicola II (con le sole eccezioni di Pietro II e Ivan VI) tutti i sovrani russi riposano sotto le volte di questa chiesa. A fianco dell’ultimo Zar hanno trovato sepoltura anche tutti i membri della Famiglia Reale martirizzati ad Ekaterinburg il 18 luglio 1918 a Casa Ipatiev.
Va notato che la Chiesa ortodossa russa – a differenza, aggiunge qualcuno polemicamente, di ciò che è avvenuto da parte della Chiesa cattolica nei confronti di Luigi XVI e Maria Antonietta – ha elevato Nicola II all’onore degli altari fin dal 1981 assieme agli altri martiri di Ekaterinburg: infatti risultano santi anche la Zarina Alessandra, i loro cinque figli Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e Alexei, nonché ilmedico di corte Eugenio Botkin, il garzone Alexei Trupp (che era cattolico), il cuoco Ivan Kharitonov, la domestica della Zarina Anna Demidova ed anche due servi uccisi nel settembre 1918, la dama di compagnia Anastasia Hendrikova e l’insegnante privata Catherin Adolphovna Schneider (protestante).
La data della canonizzazione non è un errore di chi scrive: si tratta proprio del 1981, cioè quando l’Unione Sovietica sembrava ancora imbattibile: la canonizzazione, per di più con il titolo di “vittime dell’oppressione dall’Unione Sovietica” avvenne infatti all’interno della Chiesa ortodossa fuori dalla Russia, quella cioè in esilio. Nel 2000 la Chiesa ortodossa russa “ufficiale”, finalmente libera dal giogo comunista, riconobbe la canonizzazione ed aggiunse ai martiri della Famiglia Imperiale, il titolo di “portatori di passione della Chiesa Ortodossa Russa”. La canonizzazione si estese anche ad altri martiri dell’oppressione dell’Unione Sovietica, uccisi il giorno successivo ad Alapaevsk, a 180 km da Eketerinburg: la Granduchessa Elizaveta Fëdorovna, sorella di Alessandra; i Principi Ivan, Igor Konstantinovič e Kostantin Konstantinovič, il Granduca Sergej Michajlovič e il principe Vladimir Pavlovič Paley; il segretario personale del Granduca Sergio, Fyodor Remez, e ruor Varvara Jakovleva.
Tornando alle tombe imperiali, va aggiunto che ai santi martiri – traslati a San Pietroburgo nel 1998 – si aggiunsero nel 2006 anche i resti della Zarina madre, Maria Feodorovna, nata Dagmar di Danimarca e consorte di Alessandro III, la cui parentela con Giorgio V d’Inghilterra non fu forse estranea alla sua salvezza (di fatto fu l’unica rappresentante della Corona russa a salvarsi dalla rivoluzione bolscevica). Morta in Danimarca nel 1928 ed ivi sepolta, venne fatta traslare, anche grazie all’intervento di Vladimir Putin, affinché riposasse accanto al marito, come da ella auspicato.
Le tombe imperiali, protette da una cancellata, sono oggetto di continui omaggi da parte dei visitatori. Qualcosa di simile accade anche ai confini opposti della Russia “occidentale”, all’inizio della Siberia: infatti è meta di continui pellegrinaggi pure la chiesa sul Sangue ad Ekaterinburg, eretta dieci anni fa sul luogo della strage (Casa Ipatiev, dove fu consumato l’eccidio, venne fatta abbattere dall’allora presidente del locale Partito Comunista Boris Elstin, per evitare gli omaggi dei visitatori).

Altri monumenti
Tra gli altri monumenti di San Pietroburgo spicca la chiesa di S. Isacco, che vanta la quarta cupola più grande del mondo (dopo S. Pietro a Roma, S. Maria del Fiore a Firenze e S. Paolo a Londra) ed il Palazzo d’Inverno, sede del museo Hermitage (il più grande del mondo), che reca ancora vestigia degli appartamenti imperiali (i “bolari” del Partito imponevano agli altri la povertà, ma a se stessi riservavano comodità regali, per cui molti mobili degli Zar sono giunti fino a noi).

La notevolissima collezione di quadri venne regolarmente acquistata dagli Zar, che usavano comprare, anziché depredare come facevano altri eserciti rivoluzionari, portatori di “libertà, fraternità ed uguaglianza” e razziatori di opere d’arte… E, a proposito di Napoleone, un’altra notevole costruzione – ed attuale cattedrale cittadina – è la chiesa di Nostra Signora di Kazan, costruita in omaggio alla vittoria del1812 e al cui interno si trova la tomba del pietroburghese Michail Illarionovič Kutuzov, il generale che costrinse l’imperatore “dei Francesi” a capitolare. Durante il comunismo era stata trasformata in “museo dell’ateismo”.
La Piazza del Palazzo, progettata in stile impero dall’architetto napoletano Carlo Rossi per celebrare la vittoria di Alessandro I sugli invasori francesi (lo Zar è immortalato da un’enorme colonna di venticinque metri al centro della piazza – uno dei più grandi monoliti esistenti al mondo – alla cui sommità si trova nuovamente il simbolo cittadino dell’angelo con la Croce), presenta da un lato il Palazzo d’Inverno, dall’altro il Palazzo dell’Ammiragliato, al cui centro si trova l’Arco della Vittoria, anch’esso celebrativo del successo bellico contro Napoleone.
Va infine ricordata la chiesa di Santa Caterina, l’unica costruzione cattolica sopravvissuta al comunismo (sotto la cui oppressione fu adibita a deposito di motociclette). Prima della rivoluzione bolscevica a S. Pietroburgo si contavano almeno dieci parrocchie cattoliche: un numero perfettamente comprensibile, se si pensa anche solo a quanti artisti italiani vi venissero a lavorare e vi stabilissero assieme alle loro botteghe, come il fiorentino Bartolomeo Rastrelli (cui si deve il Palazzo d’Inverno) ed il veneziano Alberto Cavos (che progettò gli interni del Teatro Bolscioj di Mosca prima e del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, ultimati i quali venne commissionata a Giuseppe Verdi l’opera lirica La forza del destino). Tutti questi artisti, come quelli citati in precedenza, morirono a San Pietroburgo: segno tra l’altro dell’affezione, che avevano sviluppato verso questa meravigliosa città.

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