“In punta di piedi”, con discrezione e rispetto

Posté par atempodiblog le 27 février 2015

Benedizione delle famiglie: la chiesa a domicilio
La benedizione in punta di piedi: per conoscere le famiglie e far loro sapere che la parrocchia ha sempre le porte aperte.
Single e famiglie, studenti e anziani, diffidenti e devoti a padre Pio, immagini di santi e crocifissi appesi alle pareti, tra il gagliardetto della squadra di calcio e le foto delle vacanze. La benedizione pasquale offre un curioso spaccato della vita di un quartiere cittadino. All’arrivo del prete i più «aprono» ancora il loro cuore
di Graziella Teta – Toscana Oggi

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È  il tardo pomeriggio di un brumoso venerdì di febbraio. Don Luca Facchini, borsa a tracolla e aspersorio in mano, si avvia per il quotidiano incontro con gli abitanti dell’Unità Pastorale «Pisa Nova» (San Michele degli Scalzi e Sacra Famiglia). Come lui, in questo periodo tradizionalmente dedicato alla visita e alla benedizione delle famiglie prima della Pasqua, i sacerdoti delle parrocchie cittadine e della provincia dell’intera diocesi, si mettono «in cammino»: suonano campanelli di case e condomini, bussano ad ogni porta. Ma quante di quelle porte si aprono? Come sono accolti i preti? Come vivono le famiglie questa Chiesa che arriva «a domicilio»? Per trovare risposte, il cronista a sua volta ha bussato ad una parrocchia pisana, chiedendo di affiancare il sacerdote impegnato nelle visite per le benedizioni. L’appuntamento è davanti alla canonica: don Luca il vice parroco, uno dei numerosi laici che collaborano con la parrocchia e accompagnano nelle visite (stavolta è il turno di Paola Serraglini, catechista, insegnante neopensionata) e il cronista (in incognito).

Pronti, partiamo. Destinazione: il popoloso quartiere di Pisanova. Una signora affacciata alla finestra ci avvista: «Passate prima da me? Ho poco tempo, devo andare a lavorare». Accontentata. Presenta i figli: «Hanno terminato gli studi, ed ora sono alla ricerca di un’occupazione». I ragazzi osservano incuriositi il sacerdote, rimangono per la benedizione: don Luca asperge l’acqua benedetta e pronuncia la formula rituale – «la pace scenda su questa casa e su chi vi abita» – seguita da un momento di preghiera, recitando insieme un Padre nostro o un Gloria. Poi lascia un ricordo: la bella pubblicazione diocesana dedicata a San Ranieri, patrono della città e dell’Arcidiocesi di Pisa, realizzata per preparare i pisani a celebrare la ricorrenza dell’850° anniversario della morte (1160-2010). Le pagine, arricchite con riproduzioni a colori di opere d’arte, riportano il messaggio dell’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto, la sua preghiera di ringraziamento e una descrizione della vita del santo. Infine, i testi della benedizione della famiglia. Il piccolo dono è gradito. La signora ringrazia e porge al sacerdote la busta con un’offerta.

Alla porta successiva il campanello suona a vuoto: don Luca deposita sullo stuoino un cartoncino colorato, intitolato Benedizioni 2010, con il messaggio: «Ciao! Oggi siamo passati per incontrarti e per benedire la tua famiglia e la tua casa. Non ti abbiamo trovato, ma se vuoi possiamo ripassare. Puoi chiamarci in parrocchia». Seguono i recapiti telefonici, e le firme: don Piero, don Luca e la comunità delle suore.

Un’altra porta si apre, ma l’anziano non ci accoglie: «grazie, non mi interessa», dice laconico. Poi saranno tanti altri volti: di un operaio single che si prepara la cena («ed anche il pranzo da portare al lavoro domani, questa settimana faccio il turno di notte»), di una giovane mamma con tre figli e quarto in arrivo, di un’anziana vedova («sono piena di acciacchi», lamenta), di nonni e nipotini riuniti in cucina, davanti ad un piatto di pastasciutta («non aspettiamo i genitori per cenare, arrivano tardi dal lavoro, i bambini devono andare a nanna presto»). E ancora, il vedovo ben contento di ricevere una visita: «la solitudine si sente»; il sacerdote s’informa sulla sua salute: «sto bene, esco a camminare tutti i giorni»; forse, avrebbe bisogno di un aiuto domestico… «in casa mi arrangio da solo; la signora straniera che si occupava delle pulizie mi faceva sparire crocifissi e santini». La coppia di mezz’età ci accoglie con calore, mostrando con orgoglio le foto della numerosa famiglia, quattro figli e sette nipoti. L’uomo, immigrato dal Sud tanti anni fa, si commuove mentre racconta di aver affrontato una grave malattia («ho pregato tanto Padre Pio»). Un’altra coppia s’affanna a spiegare le peripezie affrontate per trovare casa («ma l’alloggio è piccolo, 45 metri quadrati, abbiamo dovuto dar via parte dei mobili, non c’è abbastanza spazio»). Un’anziana, devota a Giovanni Paolo II, ci riceve con il cappotto addosso perché fa freddo, il riscaldamento funziona male. Un’altra signora apre la porta ma, quando vede la tonaca, declina con un leggero sorriso, e richiude. «Lasci stare don, è di un’altra religione», non manca di far sapere la dirimpettaia. Ancora volti giovani e anziani, cani che abbaiano, televisori sempre accesi (talvolta anche durante la benedizione); ancora immagini di madonne, santi e cristi appesi alle pareti, tra il gagliardetto della squadra di calcio e le foto delle vacanze. Qui, annota don Luca, le persone sono accoglienti, semplici; non stupisce che la fede sconfini nella devozione.

Ovunque, aggiunge, entriamo in punta di piedi: per conoscere le famiglie e far loro sapere che la parrocchia ha sempre le porte aperte. Il bilancio alla fine del giro è positivo: su una trentina di visite, pochi gli assenti e i rifiuti. Ma oltre due ore, su e giù per le scale di questi palazzi popolari, tirati su oltre vent’anni fa, ci restituiscono tante storie di vite spesso difficili, afflitte da problemi diffusi: lavoro che manca, solitudine, malattie. Emergono tante povertà, materiali e spirituali. «Illuminate», per qualche istante, dal sacerdote che si fa prossimo a tutti.

Un’occasione preziosa per conoscere i più deboli
Se lo ricorda bene don Piero Dini, parroco di S. Michele degli Scalzi e Sacra Famiglia e direttore del Centro pastorale diocesano per l’evangelizzazione e la catechesi, il periodo quaresimale delle «benedizioni» di dieci anni fa. «Era il mio primo anno qui ed è stata un’esperienza forte. Andavo da solo, casa per casa, suonando ad ogni campanello: a chi mi apriva mi presentavo e dicevo “se credi, preghiamo insieme”. Se non erano credenti, era comunque un’occasione di conoscenza reciproca. Negli anni, ho trovato accoglienza anche da parte di famiglie di diverse fedi e paesi di provenienza. Ma non sono mancate, e non mancano, le porte chiuse: persone che, attraverso l’uscio – senza aprirlo – rifiutano la visita, accampando ogni genere di scusa. Per gli anziani è spesso un conforto ricevere il sacerdote (quando superano la diffidenza dell’estraneo che bussa alla porta), mentre con i giovani, gli studenti, è più difficile stabilire un contatto». Un’esperienza preziosa che don Dini ha riversato nel consiglio pastorale parrocchiale: «Quest’anno – spiega – abbiamo voluto dare un “taglio” diverso: non solo benedizioni per coloro che hanno fede, ma desiderio di incontrare e conoscere meglio le famiglie del territorio e, nel contempo, di far conoscere il “volto della chiesa”: di noi sacerdoti, delle suore, dei laici-testimoni. L’intento è offrire supporto (anche concreto, indicando casi particolari di povertà e solitudine al centro di ascolto della Caritas o alla San Vincenzo), manifestando alle persone il volto gioioso e semplice di una chiesa vicina, che si interessa ai loro problemi». Così ogni giorno (nel nuovo orario, dalle 17,30 in poi, in modo da incontrare anche chi lavora), si muovono tre gruppi che visitano un centinaio di famiglie. Don Piero è affiancato dal vice parroco don Luca Facchini, dalle suore francescane missionarie di Gesù Bambino che operano nella parrocchia della Sacra Famiglia e dai numerosi laici impegnati nelle attività delle due parrocchie, che costituiscono la vasta unità pastorale «Pisa Nova» (circa 14 mila abitanti, dalle Piagge ai quartieri più periferici), espressione delle più diverse situazioni economiche, sociali e culturali. Decine di strade, un lungo itinerario suddiviso in oltre cinquanta tappe, che si snoda attraverso un fitto calendario di visite (annunciate dalla lettera del parroco, già distribuita in anticipo nelle cassette della posta da una squadra di volontari). Altra novità di quest’anno, il questionario (curato da don Dini: cinque domande su fede, chiesa, preti), lasciato alle famiglie in occasione delle visite, da riconsegnare compilato in parrocchia: «Un’iniziativa di valore pastorale, più che un lavoro di ricerca, che vuole essere uno strumento per capire meglio come poter svolgere il mio ministero di sacerdote e parroco». Una «scintilla per far nascere un dialogo», la definisce don Piero.
Graziella Teta

La sfida? non scoraggiarsi davanti al «no, grazie»
Accoglienza, rifiuto, abitudine. Questo l’atteggiamento delle famiglie davanti al parroco che viene a benedire. Anche nei paesi di Pastina e Pomaia, dove i modi di vivere e di pensare si stanno lentamente adeguando a quelli della città. «Questo è il quarto anno che andrò nelle case – spiega don Amedeo Nannini -. Sono in tutto 250 o 300 quelle da visitare». Non molte, ma l’impegno è tanto per un prete che, 4 giorni su 7, vive a Pisa. «Trovo due categorie di persone: chi mi aspetta – a volte un po’ per “routine” - e chi si rifiuta totalmente di farmi entrare. Bisogna trovare motivi di nuovo interesse per chi è già “abituato”, e creare relazioni con chi proprio non vuole saperne…per prima cosa noi preti non dobbiamo cedere alla tentazione di non andare, per timidezza o per paura del “no”».

La campagna ormai non è più un’«oasi» di devozione: «trovo persone che in chiesa non vedo mai, ma che magari hanno delle richieste: “regolarizzare” una convivenza, battezzare un figlio… l’importante è non essere stavolta noi parroci a “chiudere la porta”, a non rompere queste fragili relazioni con dei “no” secchi: come potremmo altrimenti annunciare la “buona notizia”? Solo la visita alle famiglie ci consente di incontrare proprio tutti».
C.G.

«Mi muovo da solo. La gente si “confida” più volentieri»
«Sono arrivato qui quindici anni fa. Da allora le cose sono cambiate. In meglio. Piano piano la gente ha imparato a conoscermi e, generalmente, mi accoglie in casa volentieri». Il bilancio tracciato da monsignor Mario Stefanini, parroco di San Piero a Grado dal 1994, è positivo: «la benedizione delle famiglie è ancora l’unico mezzo veramente efficace per incontrare tutti gli abitanti del territorio». Sono 900 le case che don Mario visita tutti gli anni.

«Una visita che faccio da solo. Prima mi accompagnavano dei chierichetti, oggi gli impegni, la scuola, lo sport non lo permettono più. Ma forse è meglio così: la gente si sente meno imbarazzata se vuole parlare di qualche problema». E i problemi ci sono: il lavoro che manca, le malattie, le separazioni: se ne parla con il parroco, che ascolta e… «prende nota» dei piccoli e grandi drammi dei suoi parrocchiani: perché nessuno resti sconosciuto o venga dimenticato. Il calendario delle visite viene diffuso presto, a dicembre. Ciononostante qualcuno non apre: «ma non sono molti quelli che non si fanno trovare: in media uno ogni 4 o 5. In alcune case trovo una persona da sola – magari un figlio adolescente – lasciata ad aspettare il prete, mentre gli altri sono al lavoro: è segno che comunque la visita interessa».

E chi non crede? «Passo comunque. Li saluto, con tanti ho fatto amicizia». Benedizioni anche come mezzo per tenere aggiornato lo stato d’anime della parrocchia: «incontro famiglie nuove, appena arrivate, giovani sposi». Anche qui qualche coppia convivente, che non chiude la porta in faccia al prete: «a loro dico “vi aspetto in parrocchia, quando volete sono a disposizione…”».
Caterina Guidi

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