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Giudizi temerari

Posté par atempodiblog le 13 juillet 2014

Giudizi temerari dans Citazioni, frasi e pensieri 2dkbel5

Con insopportabile vanità si era creduta capace di penetrare i sentimenti nascosti di tutti; con imperdonabile arroganza aveva preteso di decidere il destino di tutti. Le era stato dimostrato di essersi sbagliata in tutto, e non certo perché si era limitata a non fare nulla, visti i guai che aveva provocato.

Jane Austen – Emma

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Il Papa della porta accanto

Posté par atempodiblog le 13 juillet 2014

Il Papa della porta accanto
Non solo le grandi riforme. Anche uno stile di vita che sta cambiando le secolari abitudini vaticane. All’insegna della sobrietà. Dai tagli sulle spese per gli abiti al ridimensionamento della corte, fino al caffè alla macchinetta e ai pranzi in mensa
di Filippo Di Giacomo – Il Venerdì di Repubblica

Il Papa della porta accanto dans Fede, morale e teologia 25k35gm

Da arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio amava deinirsi «un tipo casalingo». E proprio come tutti i casalinghi, non brilla di entusiasmo all’idea di dover lasciare casa. Lo scorso anno infatti è rimasto per l’intero periodo estivo in Vaticano e quest’anno pare intenzionato a replicare la permanenza nel «recinto di San Pietro», così come l’ha denominato il Papa Emerito, altro affezionato alla ben ritmata vita sacerdotale, fatta di impegni e di spazi per la preghiera ed il silenzio.

Francesco è un Papa abitudinario e, come già annunciato dalla sala stampa vaticana, quest’anno le eccezioni ai consueti ritmi di lavoro saranno solo due: a luglio verranno sospese le udienze del mercoledì e non sarà possibile l’ingresso dei gruppi di fedeli alle messe quotidiane nella cappella di Santa Marta. Ma quali sono le abitudini bergogliane introdotte, senza mezzi termini, nel pietrificato e ritualizzato mondo vaticano? Per i sessanta ospiti della «casa sacerdotale» più famosa del mondo cattolico l’arrivo di Papa Francesco è coinciso con una sorta di regressione allo stato seminaristico.

Il rispetto dell’orario, per i cosiddetti atti comuni (messa, meditazione, condivisione dei pasti e dei tempi di ricreazione) è infatti tipico delle case di formazione da cui i preti diocesani provengono e da cui sempre volentieri escono per poter vivere autonomamente nella propria parrocchia. Papa
Francesco li ha invece riportati a quel modello di «casa sacerdotale» che anche Benedetto XVI aveva stabilito di realizzare con l’attuale Vicario di Roma cardinale Agostino Vallini, pensando fosse la giusta soluzione affinché i circa due mila sacerdoti impegnati, a vari livelli, nelle strutture centrali della Chiesa, potessero vivere senza moleste distrazioni.

E in questa proposta di un comune stile di vita, si spiega anche l’abitudine di Papa Francesco di non indossare alcuna di quelle vanità clericali così care agli abitanti dei sacri palazzi. La sua tonaca è di fresco lana e la sua fascia è di semplice tela. Papa Francesco si veste con settecento euro: 650 per la
tonaca, 50 per la fascia, non usa più il costoso tessuto di mohair misto seta con cui si confezionano i cosiddetti «abiti corali» dei prelati di Curia. Per i cardinali e per i vescovi la mise, che tanto piace ai cultori della tradizione, ha infatti un prezzo elevato: per la talare 2 mila euro, per la fascia almeno
2-400 euro e per la cotta altri 7- 800.

I luoghi dove inciampano i vanitosi con la tonaca sono proprio la cotta e la fascia. Non a caso, al momento della sua consacrazione a vescovo, gli amici di un prelato si vantavano di avergli regalato una cotta ornata da un pizzo di Cantù, fatto a mano in un laboratorio di suore, costato quasi 9 mila euro. Per la fascia poi, gli elegantoni amano usare un tessuto impreziosito da onde di seta la cui confezione raggiunge spesso i mille euro.
Quella del Papa, ossia la fascia che Papa Francesco rifiuta di indossare, è ricamata a mano e vi è riprodotto il suo stemma, particolare che fa elevare il prezzo ben al di sopra dei mille euro.

Chi è avvezzo alle cose latino-americane non fatica a notare che i pantaloni neri che il Papa indossa sotto la tonaca sono simili ad una nota qualità di abiti «da lavoro» facilmente acquistabile in Argentina e in altri Paesi dell’area: sono, per così dire, pantaloni da operaio. Come le scarpe nere, sempre le stesse, che calza ormai da quasi un anno e mezzo. Con lui è terminata anche la leziosa abitudine clericale di portare le calze secondo il colore della propria dignità: bianco per il Papa, porpora per i cardinali, paonazzo per i vescovi, violaceo per i prelati.

E sulla Spianata del Tempio a Gerusalemme, durante la recente visita nella Città Santa, prima di entrare nella moschea della Roccia, dopo aver rifiutato con un secco «faccio da solo» l’aiuto di chi voleva slacciargli e sfilargli le scarpe, Papa Francesco ha mostrato impavido un normalissimo calzino nero (le immagini televisive lasciano sospettare che fosse blu) imbiancato da una generosa dose di borotalco. Dopo 15 mesi dalla sua elezione anche per gli abitanti di Santa Marta scarpe calze e pantaloni del Papa non rappresentano più un problema.

Eppure solo nell’estate del 2013, vederlo girare in maniche di camicia per i corridoi, magari per andare a prendere il caffè ad una delle macchinette automatiche attive nella hall, fermandosi a scambiare quattro chiacchiere con le addette alla reception, aveva gettato nel panico buona parte dei
suoi coinquilini. «Bisogna essere normali» aveva spiegato Francesco ai giornalisti sul volo che lo portava a Rio de Janeiro, quando lo avevano visto salire a bordo con una borsa nera dove aveva riposto rasoio, breviario e un libro da leggere.

E la normalità di Papa Bergoglio è entrata in Vaticano sin dalla sera della sua elezione quando, dopo aver rifiutato di indossare la cotta, la mozzetta bordata d’ermellino e la «stola della testimonianza» (prezioso paramento con le immagini dei Santi Pietro e Paolo ricamate in oro) al cerimoniere che insisteva ha risposto: «Carnevale è finito Monsignore. Se vuole, queste cose le metta lei». Ma forse più che di carnevale si dovrebbe parlare di fiera delle vanità. Perché, se le mitre usate dal Papa sono facilmente reperibili nei negozi di articoli ecclesiastici ad un prezzo che non supera i 200 euro, e la sua croce e il suo anello insieme non superano i 300, quelle ancora esibite da porporati residenti in Vaticano, proprio durante le cerimonie in San Pietro, valgono facilmente dai 5 ai 15 mila euro.

La mitra copia della celebre Guglielmina di Leone XIII, un paramento donato a Papa Pecci dall’allora imperatore di Germania, è acquistabile in un noto negozio di Roma, vicino al Pantheon, a 8 mila euro e non sono rari i porporati che, nelle celebrazioni da loro presiedute, indossano mitre fabbricate in una abbazia toscana, quella di Rossano, ricamate a mano con fili d’oro in vendita a circa 20 mila euro l’una. I giornalisti che si occupano di informazione vaticana frequentano molto la sala stampa e poco la basilica vaticana, altrimenti comprenderebbero facilmente verso chi sono dirette le bordate di Papa Francesco.

Bordate entrate nel lessico quotidiano entro le mura leonine, e che riportano il concetto di normalità in un campo che, tra plurale maiestatico e formule auliche, sembrava circondarsi di nebbia ad ogni apparire di Papa.

Francesco è normale anche nel parlare, come quando, dopo la Pasqua del 2013, ricevendo un gruppo di pellegrini di Brescia nell’Aula Paolo VI, vide all’ingresso un cardinale e alcuni prelati che lo aspettavano e con un sorriso li avvertì: «Non avete niente di meglio da fare che perdere tempo con me? Non preoccupatevi, faccio da solo».

In realtà non è così: Papa Francesco ama essere aiutato. La sua segreteria conta cinque collaboratori e anche la sua casa civile, il covo di corvi che ha profanato il Ministero di Benedetto XVI, gode della silenziosa operosità di quattro addetti. Ufficialmente il segretario particolare del Papa è monsignor Fabian Pedacchio, un argentino che continua il suo lavoro nella congregazione dei vescovi, ufficio per il quale fu inviato dal su arcivescovo di allora, il cardinale Jorge Mario Bergoglio, anche per comprendere perché la Diocesi di Buenos Aires e la conferenza episcopale argentina non avessero voce in capitolo ogni qualvolta si trattava di scegliere un vescovo per una loro diocesi.

Il ruolo di secondo è stato attribuito all’egiziano Yoannis Lazhi Gaid, monsignore noto per un carattere arcigno e scarsa disposizione diplomatica, nonostante abbia alle spalle anni di servizio nelle rappresentanze della Santa Sede. Monsignor Battista Ricca, il più anziano del gruppo, mantiene i rapporti tra il Papa e lo Ior, istituzione nella quale lavora come prelato, mentre monsignor Tino Scotti, archivista della Segreteria di Stato, è il responsabile delle messe Papali di Santa Marta. Un altro sacerdote di Buenos Aires, monsignor Guillermo Javier Karcher, continua il suo lavoro nell’ufficio cerimoniale della Segreteria di Stato e, come cerimoniere pontificio, appare sempre molto vicino a Papa Bergoglio.

In realtà, nessuno dei componenti della segreteria svolge questo incarico a tempo pieno: aiutano il Pontefice fuori dai loro orari di lavoro, a titolo gratuito. Un’altra caratteristica della novità bergogliana: ognuno fa quello che deve fare, e quando può cerca di dare una mano dove c’è bisogno. Subito dopo la sua elezione, in una conversazione telefonica con un suo ex alunno e ora giornalista Jorge Milla, Papa Francesco confessò la sua preoccupazione per il fatto che «in Vaticano, il Papa ha molti padroni». Un pericolo questo che il vescovo di Roma, venuto quasi dalla fine del mondo, sembra non voler mai correre. D’altronde nelle sue apparizioni pubbliche, nonostante la presenza di ben cinque addetti, preferisce farsi accompagnare dal solo autista, scelto a caso tra uno dei quattro a lui assegnati.

Lo ha fatto persino per la prima visita uiciale al Quirinale. Un modo pratico per applicare l’antico assioma romano divide et impera. Principio che il Papa applica anche nel modo di parlare con chi abita fuori dal Vaticano. Le sue interviste ai diversi organi di stampa sembrano improntate ad un metodo Bergoglio che accetta la spontaneità, ma non l’improvvisazione. Se ai quotidiani nazionali ha affidato la sua proposta di tregua sui temi sensibili e sulle intromissioni nel campo della politica, ad un quotidiano catalano ha consegnato la sua opinione sulle spinte separatiste che avvelenano diverse regioni d’Europa.

Non è un caso se ad un giornale del Nord Italia, che aveva spalleggiato i teocon americani che lo vedevano comunista, ha spiegato la sua personale visione dell’economia e delle cose sociali o se ha utilizzato un quotidiano romano per trasmettere agli interessati le sue considerazioni su Roma: una
città decadente e male amministrata.

D’altronde, la sua ormai nota intervista a La Civiltà Cattolica, rilanciata da altre «pensanti» rivista della Compagnia di Gesù, è subito apparsa come una risposta ai suoi più tenaci oppositori nella Chiesa argentina: i confratelli gesuiti. Nemmeno a livello di comunicazione Papa Francesco accetta di pagare pegno ad un costruttore d’immagine, ad un opinion maker, benché i candidati (e le candidate) per questo ruolo a Roma sembrino crescere come funghi.

L’ultima settimana di giugno un cugino e omonimo di Papa Bergoglio, un Jorge Bergoglio anche lui, è venuto a trovarlo insieme ai suoi due figli. Come riferisce la stampa argentina hanno pranzato insieme a Santa Marta, e lo hanno trovato in splendida forma. Il giorno dopo però il Papa ha disdetto la visita al Gemelli e la Sala Stampa Vaticana, anche se inizialmente aveva annunciato solo un lieve ritardo, ha giustificato l’assenza per un’improvvisa indisposizione. In quello stesso pomeriggio il Papa aveva ricevuto la delegazione del Patriarcato di Costantinopoli, venuta a Roma per la festa dei Santi Pietro e Paolo.

L’improvvisa indisposizione non sarà dipesa dal fatto che, invece dei venti minuti previsti, l’incontro si è protratto molto più a lungo? Una decina di giorni prima aveva disdetto una serie di udienze a causa di una «improvvisa stanchezza». Anche quella mattina, ricevendo una sessantina di seminaristi e novizi dei frati francescani dell’Immacolata, istituto attualmente sotto tutela della Santa Sede, aveva iniziato un fitto dialogo di domande-risposte protrattosi per quasi due ore.

Normale è l’aggettivo che Papa Francesco attribuisce anche alla sua salute, ritenuta da molti misteriosa e periclitante. Dei suoi problemi polmonari ha spiegato più volte che da giovane aveva avuto delle cisti a un polmone ed è stato salvato da una suora che, intuendo la gravità del problema, lo aveva curato con una dose di antibiotico doppia rispetto a quella prescritta dal medico; ha confessato anche che il cambio di clima gli ha provocato una lombo-sciatalgia persistente e, come appare a occhio nudo, da quando è Papa ha preso molto peso: tra i 10 e i 14 chili. Non per nulla, un proverbio sudamericano dice: Los problemas, engordan, i problemi ingrassano. Che un Papa affronti molti problemi, anche questo è del tutto normale.

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