Benedetto XVI: vi racconto la santità di Giovanni Paolo II, Papa e amico

Posté par atempodiblog le 8 mars 2014

Benedetto XVI: vi racconto la santità di Giovanni Paolo II, Papa e amico
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

Benedetto XVI: vi racconto la santità di Giovanni Paolo II, Papa e amico dans Articoli di Giornali e News

“Solo a partire dal suo rapporto con Dio” si può capire Karol Wojtyla. E’ uno dei passaggi dell’intervista a Benedetto XVI realizzata da Wlodzimierz Redzioch e contenuta nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II” delle Edizioni Ares, pubblicato in occasione della canonizzazione di Papa Wojtyla il prossimo 27 aprile. Nella lunga intervista, la prima dopo la rinuncia al ministero petrino, il Papa emerito riflette sulla personalità e la spiritualità del suo Predecessore e racconta il suo rapporto straordinario con il Papa polacco quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

“Santo Padre, Lei dovrebbe riposare”; e lui: “Posso farlo in cielo”. In questo scambio tra Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger, risalente alla visita di Papa Wojtyla a Monaco di Baviera nel 1980, c’è tutta l’intensità del rapporto tra i due straordinari servitori del Signore. Un rapporto a cui ci si accosta nella lettura della lunga intervista del Papa emerito a Wlodzimierz Redzioch. Benedetto XVI ricorda che il suo primo vero incontro con Karol Wojtyla avvenne nel 1978 ai tempi del Conclave, ma già al Concilio Vaticano II si erano “cercati”, lavorando entrambi alla Costituzione Gaudium et Spes. “Percepii subito con forza – osserva – il fascino umano che egli emanava e, da come pregava, avvertii quanto fosse profondamente unito a Dio”. Il racconto si sposta dunque in avanti di qualche anno quando, diventato Papa, Giovanni Paolo II chiama il porporato tedesco ad essere tra i suoi più stretti collaboratori come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. “La collaborazione con il Santo Padre – ricorda Ratzinger – fu sempre caratterizzata da amicizia e affetto” e “si sviluppò” sia sul piano ufficiale che su quello privato. Innumerevoli gli incontri tra i due e il Papa emerito confida che “era sempre bello, per ambedue, cercare insieme la decisione giusta” sulle grandi questioni per la vita della Chiesa.
La prima grande sfida, rileva, fu la “Teologia della liberazione” che si stava diffondendo in America Latina. L’opinione comune, afferma, era che “si trattasse di un sostegno ai poveri”, “ma era un errore”. La povertà e i poveri, spiega, “erano senza dubbio posti a tema dalla Teologia della liberazione e tuttavia in una prospettiva molto specifica”. Non era “questione di aiuti e di riforme, si diceva, ma del grande rivolgimento dal quale doveva scaturire un mondo nuovo”. Dunque, commenta Benedetto XVI, “la fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico”. A “una simile falsificazione della fede cristiana – annota – bisogna opporsi anche proprio per amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro”. Giovanni Paolo II, aggiunge, ci guidò “da un lato a smascherare una falsa idea di liberazione, dall’altro a esporre l’autentica vocazione della Chiesa alla liberazione dell’uomo”. Un’altra sfida, ricorda, era “lo sforzo per giungere a una corretta comprensione dell’ecumenismo” e il dialogo tra le religioni e ancora il legame tra Chiesa e scienza.
Benedetto XVI mette l’accento sull’importanza delle Encicliche di Giovanni Paolo II, a partire dalla prima, la Redemptor hominis, in cui “ha offerto la sua personale sintesi della fede cristiana”. Quindi, si sofferma lungamente sulla spiritualità del Beato Wojtyla. Una dimensione, evidenzia, “caratterizzata soprattutto dall’intensità della sua preghiera e pertanto era profondamente radicata nella celebrazione della Santa Eucaristia e fatta insieme a tutta la Chiesa”. Il Papa emerito non manca poi di dire la sua sulla santità di Karol Wojtyla. “Che Giovanni Paolo II fosse un santo – afferma – mi è divenuto di volta in volta sempre più chiaro”. C’è, spiega, “innanzitutto da tenere presente naturalmente il suo intenso rapporto con Dio, il suo essere immerso nella comunione con il Signore”. Di qui, soggiunge, “veniva la sua letizia, in mezzo alle grandi fatiche doveva sostenere e il coraggio con il quale assolse il suo compito in un tempo veramente difficile”. Giovanni Paolo II, ribadisce, “non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi”. Il “coraggio della verità”, prosegue, “è ai miei occhi un criterio di prim’ordine della santità. Solo a partire dal suo rapporto con Dio è possibile capire anche il suo indefesso impegno pastorale. Si è dato con una radicalità che non può essere spiegata altrimenti”.
Nell’ultima parte dell’intervista, Benedetto XVI rammenta il grande affetto che lo legava al futuro Santo. “Spesso – confida con grande umiltà – avrebbe avuto motivi sufficienti per biasimarmi o per porre fine al mio incarico di prefetto. E tuttavia mi sostenne con una fedeltà e una bontà assolutamente incomprensibili”. Il Papa emerito fa l’esempio della Dichiarazione Dominus Jesus, che suscitò, nelle parole di Ratzinger, “un turbine”. Giovanni Paolo II, rimarca, difese “inequivocabilmente il documento” che egli approvava “incondizionatamente”. Il mio ricordo, confida infine, è “colmo di gratitudine”. “Non potevo – rileva – e non dovevo provare a imitarlo, ma ho cercato di portare avanti la sua eredità e il suo compito, meglio che ho potuto”. Per questo, conclude, “sono certo che ancora oggi la sua bontà mi accompagna e la sua benedizione mi protegge”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Donna, solo il cristianesimo ti ama

Posté par atempodiblog le 8 mars 2014

Donna, solo il cristianesimo ti ama dans Citazioni, frasi e pensieri anh35i

Una delle grandi novità storicamente rilevabili apportate dal cristianesimo riguarda la concezione della donna. Sovente secondaria e marginale, almeno in linea di diritto, nel mondo greco; sotto perpetua tutela dell’uomo, padre e marito, nel mondo romano; ostaggio della forza maschile, presso i popoli germanici; passibile di ripudio e giuridicamente inferiore nel mondo ebraico; vittima di infiniti abusi e violenze, compreso l’infanticidio, in Cina e India; forma inferiore di reincarnazione nell’induismo tradizionale; sottoposta alla poligamia, umiliante affermazione della sua inferiorità, nel mondo islamico e animista; vittima presso diverse culture di vere e proprie mutilazioni fisiche; sottoposta al ripudio del maschio, in tutte le culture antiche, la donna diventa col cristianesimo creatura di Dio, al pari dell’uomo.

Per approfondire: freccetta.jpg stralci del capitolo “Il cristianesimo e le donne”, tratto dal libro di Francesco Agnoli «Indagine sul Cristianesimo»

 

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Francesco Agnoli, Libri, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Gesù e Maria, un’adesione totale al Padre

Posté par atempodiblog le 7 mars 2014

Come avrebbe potuto Gesù, essendo Dio nella sua persona, appetire qualcosa che non fosse Lui stesso e la sua massima glorificazione?!

Come avrebbe potuto Cristo, che è l’Infinita ed Eterna Perfezione per la sua persona divina, cercare qualcosa che non fosse vivere nel possesso e nel godimento di se stesso, comunicandoci tutto ciò che Egli viveva ed aveva in  pienezza?!

Tratto da: Dio è l’infinita vergintà – Madre Trinidad de la Santa Madre Iglesia (Con licenza ecclesiastica dell’Arcivescovo di Madrid)

Gesù e Maria, un'adesione totale al Padre dans Citazioni, frasi e pensieri 24fz7uw

Nel creare l’umanità di Cristo, Dio la fece tanto per sé in verginità trascendente, da non avere altra persona che quella divina.
L’umanità santissima di Cristo, creata per essere una adesione totale al Verbo del Padre, non poté appetire, volere, dire o cercare qualcosa che non fosse stata l’inesauribile, sovrabbondante ed infinita perfezione che erompe in verginità eterna.
Cristo è un grado di verginità tanto perfetto, tanto di solo Dio, tanto, tanto! da non avere altra persona di quella divina, essendo i movimenti della sua umanità un’adesione totale alla sua persona.
O verginità, verginità… capace di rendere Cristo, nella sua umanità, un’adesione così perfetta al Verbo del Padre, che non gli fa avere altra persona che quella divina…!
L’umanità santissima di Cristo, creata per essere una adesione totale al Verbo del Padre, non poté appetire, volere, dire o cercare qualcosa che non fosse stata l’inesauribile, sovrabbondante ed infinita perfezione che erompe in verginità eterna.
Cristo è un grido di verginità tanto perfetto, tanto di solo Dio, tanto, tanto! da non avere altra persona di quella divina essendo i movimenti della Sua umanità una adesione totale alla Sua persona.
[...]
Quando Dio nel creare la Vergine Le diede la capacità di essere Sua Madre, la fece ad immagine della Sua verginità. La verginità trascendente, nell’irrompere in Paternità divina, ha come frutto il Verbo Increato. La verginità di Maria, irrompendo in Maternità divina, ha come frutto il Verbo Incarnato.

Tratto da: Grandezza della verginità, di Madre Trinidad de la Santa Madre Iglesia (Con licenza ecclesiastica dell’Arcivescovo di Madrid)
Fonte: Clerus.org

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Libri, Madre Trinidad de la Santa Madre Iglesia, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Il santo proposito di San Giuseppe

Posté par atempodiblog le 7 mars 2014

Il fatto che l’Evangelista, pur evidenziando il proposito di verginità di Maria, la presenti ugualmente come sposa di Giuseppe costituisce un segno della attendibilità storica di ambedue le notizie.

Si può supporre che tra Giuseppe e Maria, al momento del fidanzamento, vi fosse un’intesa sul progetto di vita verginale. Del resto, lo Spirito Santo, che aveva ispirato a Maria la scelta della verginità in vista del mistero dell’Incarnazione e voleva che questa avvenisse in un contesto familiare idoneo alla crescita del Bambino, poté ben suscitare anche in Giuseppe l’ideale della verginità.

Giovanni Paolo II

Per approfondire Freccia dans Riflessioni Una catechesi di Giovanni Paolo II su San Giuseppe

Marzo, mese consacrato a san Giuseppe dans Fede, morale e teologia Maria-e-Giuseppe

In forza della continua comunione che aveva con la Madonna, che possedeva tutte le virtù in un grado così eccelso che nessun’altra creatura potrebbe giungervi, tuttavia il glorioso San Giuseppe era quello che le si avvicinava maggiormente…

Tutti e due avevano fatto voto di conservare la verginità per tutta la vita; ed ecco che Dio vuole che siano uniti dal vincolo di un santo matrimonio, non per farli cedere o pentire del loro voto, ma per confermarlo e fortificarsi reciprocamente per perseverare nel loro santo proposito; perciò continuarono a vivere insieme in modo verginale tutto il resto della loro vita…

[…] Non c’è alcun dubbio, mie care Sorelle: San Giuseppe fu più valoroso di Davide ed ebbe una sapienza superiore a quella di Salomone; tuttavia, vedendolo ridotto a fare il falegname, chi avrebbe potuto pensarlo, se non fosse stato illuminato dalla luce celeste, tanto teneva chiusi i doni di cui Dio lo aveva arricchito?… È dunque fuor di dubbio che san Giuseppe è stato arricchito di tutte le grazie e di tutti i doni che richiedeva l’incarico che l’eterno Padre gli voleva affidare…

San Francesco di Sales – Trattenimenti Spirituali

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Libri, Riflessioni, San Francesco di Sales, San Giuseppe, Stile di vita | Pas de Commentaire »

L’ammirabile umiltà di San Giuseppe

Posté par atempodiblog le 7 mars 2014

L'ammirabile umiltà di San Giuseppe dans Citazioni, frasi e pensieri San-Giuseppe

La sua umiltà fu il motivo per il quale, come spiega san Bernardo, pensò di lasciare la Madonna quando La vide incinta; San Bernardo dice che san Giuseppe fece in se stesso questo ragionamento: «E che cosa è questo? lo so che Ella è vergine, perché insieme abbiamo riconfermato il voto di conservare la nostra verginità e purità, al quale sono certissimo che Ella non vuol mancare; l’altra parte io vedo ch’Ella sta per diventare madre. Come si possono conciliare insieme la maternità e la verginità, ossia che la verginità non impedisca la maternità? Oh! Dio! – certo deve aver detto a se stesso -, non sarà forse Lei quella gloriosa Vergine di cui par­lano i profeti, che concepirà e sarà madre del Messia? Ma, se è così, Dio non voglia ch’io rimanga con Lei, io che ne sono tanto indegno; è meglio che segreta­mente l’abbandoni a motivo della mia indegnità e che non abiti più a lungo in Sua compagnia». Sentimenti questi di un’ammirabile umiltà.

San Francesco di Sales – Trattenimenti spirituali

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Libri, Riflessioni, San Francesco di Sales, San Giuseppe, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Quaresima: un cammino verso la Pasqua

Posté par atempodiblog le 5 mars 2014

In questa Quaresima proviamo a non vivere solo di piacere, perché il piacere dura un istante, mentre noi abbiamo il diritto di vivere la gioia vera. Sono certa che qualcuno ha già fatto l’esperienza che rinunciando al piacere di quel “cioccolatino” che voleva tanto mangiarsi, di quella “consolazione” che Quaresima: un cammino verso la Pasqua dans Fede, morale e teologia elvira-marzo-okvoleva prendersi … ha provato la gioia, che non è passeggera, che dura tutta la vita! Dobbiamo essere generatori di gioia, e ne siamo capaci perché siamo in grado di dirci dei no”: magari cadiamo dieci volte, ma poi c’é quel momento che riusciamo a dirci di no” ed é una vittoria straordinaria!

Lì si genera la gioia, e non solo per noi. Gestiamo bene la nostra libertà in questi quaranta giorni! La Quaresima è un cammino, un percorso per arrivare a festeggiare nel giorno di Pasqua la nostra fede, un cammino di morte e Risurrezione! Noi possiamo dire di averlo già percorso questo passaggio, questo esodo verso la libertà: prima della Comunità eravamo nella morte, ora non più, perché l’“Alba della Risurrezione” sta sfolgorando su quelle tenebre e le sta vincendo! Il cammino quaresimale che percorreremo insieme sarà, se lo vogliamo, se lo crediamo, uno sperimentare la guarigione da ogni vero, profondo e interiore malessere. In questa “traversata del deserto” vogliamo dare spazio al silenzio della testa, dei sentimenti e del cuore. Ripuliamoci dalle banalità, dagli interessi, dalle ambizioni e dalle motivazioni “malate” del nostro fare e del nostro vivere. Diamo voce, spazio e vigore alla Carità! Per tanti di noi la parola Carità significa fare l’elemosina, dare qualcosa a qualcuno, ma non è così. La Carità è una persona con un volto, una voce, un cuore: è Dio Padre che in Suo Figlio Gesù si è fatto conoscere, vedere, ascoltare, toccare, facendosi uomo, persona come ciascuno di noi. Qualcuno dice che è un mistero, ma Gesù è l’unica verità luminosa, reale, operante, attuale in coloro che accolgono se stessi, alzando il capo e piegando le ginocchia, in un abbandono fiducioso e sereno a Colui che ci salva. Pertanto, percorrendo questo “deserto” é importante rendere attento l’orecchio del cuore per sentire, ascoltare, accogliere, con sorpresa a volte, i festosi, danzanti rintocchi delle campane che già ci annunceranno che Gesù, quel giovane crocifisso, Figlio di Maria di Nazareth, risorgerà! Il Signore della Vita ci accompagni, doloroso e luminoso, sofferente e misericordioso, forte e buono verso la luce sfolgorante della sua Vittoria.

di Suor Elvira Petrozzi

Publié dans Fede, morale e teologia, Madre Elvira Petrozzi, Quaresima | Pas de Commentaire »

Preghiera e digiuno preparano la Chiesa alle grandi battaglie

Posté par atempodiblog le 5 mars 2014

Preghiera e digiuno preparano la Chiesa alle grandi battaglie dans Fede, morale e teologia 24govhf

Il tempo di Quaresima ci riporta direttamente ai quaranta giorni che Gesù ha trascorso nel deserto prima di affrontare le tentazioni del diavolo. Benché non ne avesse bisogno, il Figlio di Dio ha temprato la sua umanità alla lotta col digiuno e la preghiera, perché ne comprendessimo l’importanza nel nostro combattimento quotidiano contro il potere delle tenebre. In particolare dobbiamo comprendere la necessità del digiuno nella nostra formazione cristiana, come ci attesta la pratica bi millenaria della Chiesa.
Digiuno e preghiera sono fra loro complementari e si sostengono l’un l’altro. Digiunare significa mortificare la fame di mondo e rinunciare all’effimero. Pregare significa far emergere in noi la fame di Dio e nutrirci della sua Parola.
Il digiuno è il momento dello svuotamento di se stessi. La preghiera è il momento in cui saziarci di Dio. Sono due realtà intimamente congiunte, come i movimenti di diastole e di sistole del cuore.
La nostra società ha smarrito il ricordo della forza che il digiuno infonde nel cuore di chi lo pratica. Digiunando, la volontà impara a rinunciare, prima alle piccole cose e poi alle grandi.
Chi ha la forza di rinunciare esce vittorioso dalle battaglie della vita, quelle terrene come quelle più propriamente spirituali.
La rinuncia disarma i nemici, li lascia con le mani vuote e li mette in fuga. La rinuncia assicura a chi la pratica la libertà e la pace.
In modo particolare, la rinuncia è l’arma della vittoria contro il diavolo, che vuole distruggere con quello che offre. Il ritorno alla pratica di un digiuno severo prepara la Chiesa alle grandi battaglie.

di Padre Livio Fanzaga

Publié dans Fede, morale e teologia, Padre Livio Fanzaga, Quaresima | Pas de Commentaire »

Andiamo nella solitudine a parlarci

Posté par atempodiblog le 5 mars 2014

L’esercizio del perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Beato-Giustino-Maria-Russolillo
Immagine tratta da: Mis ilustraciones

“Andiamo nella solitudine a parlarci, o Divino Amor mio! Nel deserto più ermo, nell’antro più raccolto, noi ci parleremo indisturbati, da soli… Nella stanza dell’anima dove nessuno può entrare, nemmeno gli spiriti angelici, ma soli io e Voi, solo Voi e io, e noi ci parleremo soli e indisturbati”.

Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Quaresima, San Giustino Maria Russolillo Apostolo delle Vocazioni | Pas de Commentaire »

Oscar al bluff «La grande bellezza». Ma si sa che il disprezzo del cattolicesimo fa sempre «cinema d’autore»

Posté par atempodiblog le 5 mars 2014

Oscar al bluff «La grande bellezza». Ma si sa che il disprezzo del cattolicesimo fa sempre «cinema d'autore» dans Articoli di Giornali e News 27wrjme

Più che un film, un video-clip di due ore. Tanto pretenzioso  quanto vacuo e mediocre.  La grande bellezza di Paolo Sorrentino, fresco premio Oscar, sembra una di quelle pellicole pensate  a tavolino per mietere premi al di fuori dell’Italia, specialmente dalle parti di Hollywood. C’è infatti tutto quello che serve per piacere al pubblico e alla critica internazionale, specialmente alla critica liberal statunitense: uno stile manieristico ed eclettico che assorbe spunti da Federico Fellini e da Terrence Malick, la caricatura dell’Italia e, immancabile, quella acida e becera del cattolicesimo, che fa sempre “cinema d’autore”.

Scrive Giovanna Jacob:

Sorrentino non si dimentica mai di mettere nei suoi film i luoghi comuni folkloristici sull’Italia che tanto piacciono al pubblico cui cerca disperatamente di piacere. Nel Divo (Ita/Fra, Colore, 110’, 2008) Sorrentino rappresenta l’Italia così come se la immaginano gli stranieri, specialmente dopo lo scandalo del bunga bunga: marcia, corrotta, mafiosa e governata da mafiosi. Mancava solo la pizza e il mandolino. E l’anticlericalismo vuoto di La grande bellezza è esattamente un luogo comune sull’Italia, che per gli anglosassoni è una nazione marcia, corrotta e mafiosa a causa del cattolicesimo.

I personaggi del cardinal Bellucci (interpretato da Roberto Herlitzka), della “santa” (interpretata da Giusi Merli) e l’assistente della santa (interpretato da Dario Cantarelli) sono peggio che imbarazzanti. Il cardinale Bellucci sembra meno interessato a Dio e al diavolo che all’alta cucina. Egli si interessa in particolare alla cottura delle carni, che è una allusione facile, alla portata degli spettatori meno avveduti, ai “piaceri della carne”. E a proposito di piaceri della carne, la scena in cui una suora di clausura, nel corso di un incontro con la santa, lancia un sorriso smagliante ad un bel giovane di colore, membro della delegazione di una tribù africana, ha la stessa intensità satirica di una barzelletta che non fa ridere. Il messaggio è chiaro e gradito al pubblico internazionale ex protestante, specialmente anglosassone, cui Sorrentino cerca disperatamente di piacere: i religiosi sono dei repressi nevrotici. Quando Gambardella domanda al cardinale: «Eminenza, è vero che lei da giovane faceva l’esorcista?», il volto del cardinale sprofonda in un chiaroscuro tenebroso. Il messaggio è chiaro e gradito al pubblico di cui sopra: vero diavolo è chi fa credere al popolo che il diavolo esiste. Fanno pendant al vescovo-cuoco le tante figure di religiosi, e specialmente religiose, che vedi aggirarsi per la Roma di Sorrentino con sguardi derisori e infidi. Il messaggio è chiaro e gradito eccetera: la religione organizzata è un inganno.

Quando appare la “santa”, una sorta di caricatura di madre Teresa di Calcutta, il film sprofonda nella farsa. Il suo volto è devastato da una infinità di rughe, la sua bocca si apre solo per mostrare gengive quasi completamente nude, dai suoi occhi trasuda una demenza senile ad uno stadio molto avanzato. D’altra parte, la giovane suora che guarda alla santa con mistico e sofferto entusiasmo, sgranando occhi cerchiati per troppe veglie di preghiera, non appare tanto più lucida. Il messaggio è chiaro e gradito eccetera: per avere fede, speranza e carità bisogna essere irrazionali.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Preghiera nel giorno del digiuno

Posté par atempodiblog le 5 mars 2014

Preghiera nel giorno del digiuno, adattato da “Il digiuno” di Padre Slavko

Preghiera nel giorno del digiuno dans Digiuno 210nmh5

Invito della Madonna:
“Vorrei che la gente in questi giorni pregasse con me. E che preghi il più possibile! Che inoltre digiuni il mercoledì ed il venerdì; che ogni giorno reciti almeno il Rosario: i misteri gaudiosi, dolorosi, gloriosi…” (14.8.84)

qmvh dans Medjugorje

Signore Dio, creatore dell’universo e mio creatore!
Oggi ti voglio ringraziare perché hai dato al mondo un ordine così meraviglioso. Grazie per aver dato fertilità alla madre terra che produce per noi ogni tipo di frutti. Grazie per il cibo che viene preparato con i frutti della terra! Padre sono pieno di gioia per tutte le tue creature, per i frutti e ti rendo grazie! Grazie perché ogni giorno abbiamo bisogno di pane e perché ogni giorno abbiamo bisogno di dissetarci.

Padre grazie perché mi hai creato per nutrirmi ogni giorno dei frutti della terra, per crescere e servirti. Ti rendo grazie, Padre per coloro che con la loro intelligenza e le loro fatiche scoprono nuove possibilità di vita sulla terra. Grazie per coloro che posseggono tanti beni e ne danno agli altri. Grazie per coloro che al momento stesso di mangiare questo pane terreno sentono anche la fame del Pane celeste. Padre grazie anche per quelli che oggi non hanno di che nutrirsi, perché sono convinto che manderai il tuo aiuto tramite persone piene di bontà!

Padre oggi ho deciso di fare il digiuno. Con ciò non intendo disprezzare le cose che tu hai creato, non intendo rinunciarvi, ma desidero scoprirle nuovamente. Mi sono deciso per il digiuno perché hanno digiunato anche i tuoi profeti, perché ha digiunato anche tuo figlio Gesù Cristo, i suoi apostoli ed i suoi discepoli. Mi sono deciso per il digiuno perché ha digiunato anche la tua serva, la beata vergine Maria . Lei stessa mi ha invitato al digiuno:
“Cari figli! Oggi vi invito a digiunare col cuore. Vi sono molte persone che digiunano, ma fanno questo perché lo fanno gli altri. E’ diventata un’abitudine che nessuno vorrebbe interrompere. Chiedo alla Parrocchia di digiunare in segno di ringraziamento, perché Dio mi ha permesso di rimanere così a lungo in questa parrocchia. Cari figli! Digiunate e pregate col cuore! Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Oggi voglio imparare a rivolgermi di più verso di Te nonostante le cose che mi circondano. Col digiuno che liberamente ho scelto di fare oggi voglio pregarti per tutti coloro che soffrono la fame e per questo creano agitazioni nel mondo, ti offro il mio digiuno anche per la pace nel mondo. Arrivano le guerre perché siamo attaccati ai beni materiali e vogliamo difenderli, procurarceli e per questo arriviamo ad uccidere. Padre ti offro il mio digiuno per tutti coloro che sono schiavi del loro attaccamento ai beni materiali e non vedono alcun valore.
Ti prego per coloro che vivono in contrasto con gli altri perché accecati dalle loro ricchezze. Padre, con questo digiuno aprimi gli occhi per vedere tutte le cose che ho come tuo dono, poterti ringraziare e dare il giusto valore ad ogni cosa.

Padre, oggi ho deciso di nutrirmi di solo pane per comprendere meglio il valore del Pane celeste: la presenza di tuo Figlio nell’Eucarestia. Fa che attraverso il digiuno crescano in me fede e fiducia!

Padre mi sono deciso per il digiuno perché so che fa crescere in me il desiderio di Te. Attraverso il digiuno desidero ascoltare e vivere con più impegno la tua Paola. Con gioia e gratitudine ripenso alle parole di tuo Figlio: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”. Padre rendimi povero davanti a Te. Dammi la grazia di capire per mezzo del digiuno, come Tu mi sei necessario! Fa che mediante il digiuno cresca il mio desiderio per Te, che il mio cuore aneli verso di Te come la cerva anela alle sorgenti d’acqua e il deserto sospira le nuvole cariche di pioggia!

Padre fa che mediante questo digiuno cresca in me la comprensione e la solidarietà verso chi ha fame e sete, verso coloro non hanno beni materiali. Aiutami a capire cosa non mi serve delle cose che possiedo per darle a chi è nel bisogno.
Padre, donami la grazia di comprendere che sono pellegrino su questa terra e che quando passerò all’altro mondo non potrò portare nulla con me se non l’amore e le buone opere! Fa’ che pur avendo dei beni io sia consapevole di non avere nulla di mio, ma che tutto ho ricevuto come per esserne un amministratore fedele.

Padre dammi la grazia attraverso questo mio digiuno di diventare più umile e pronto a compiere la tua volontà. Perciò purificami dall’egoismo e dalla superbia, liberami da ogni cattiva abitudine, placa le mie passioni, accresci in me le virtù.
Padre fa’ che questo mio digiuno apra la mia anima alla Tua grazia che mi purifica e mi riempie.
Aiutami ad essere simile al Tuo Figlio in ogni tentazione ed in ogni prova, a respingere ogni seduzione del male accogliendo la Tua Parola.

Oh Maria, tu eri completamente libera nel tuo cuore, non eri legata ad alcuna cosa se non alla volontà del Padre: chiedi per me la grazia di fare un digiuno gioioso per cantare con te il cantico della riconoscenza! Fa’ che nella mia decisione di digiunare io sia forte e perseverante. La difficoltà e la fame che sentirò oggi le voglio offrire per tutti gli uomini. Maria, prega per me! Per tua intercessione e per la forza della tua protezione si allontanino da me ogni male ed ogni tentazione diabolica. Insegnami, o Maria, a digiunare ed a pregare perché di giorno in giorno divenga sempre più simile a te ed a tuo Figlio Gesù Cristo nello Spirito santo amen.

di Padre Slavko Barbaric
Tratto da: Info da Međugorje

Publié dans Digiuno, Medjugorje, Padre Slavko Barbaric, Preghiere, Quaresima | Pas de Commentaire »

Giordano Bruno: un grande mago spacciato per scienziato

Posté par atempodiblog le 4 mars 2014

Giordano Bruno: un grande mago spacciato per scienziato.
di Francesco Angoli – Libertà e Persona

Giordano Bruno: un grande mago spacciato per scienziato dans Articoli di Giornali e News Giordano-Bruno-un-grande-mago-spacciato-per-scienziato

Quando si parla di scienza e di Chiesa il tasso minimo di ideologia presente nell’aria esige che si faccia almeno un cenno a Giordano Bruno, e alla sua esecuzione in Campo dei Fiori. La fama del filosofo Nolano, infatti, è dovuta senz’altro al fascino della sua morte, da ribelle impenitente, più che alla sua produzione culturale, così intrisa di magia, di astrologia, di vitalismo panteistico e, per questo, in nulla moderna, né scientifica (F.Yates, « Giordano bruno e la tradizione ermetica », Laterza). Una fama, dunque, ottenuta dopo la morte, ma cercata con ossessione durante tutta la vita, con una presunzione astrale, « accentuata dalle pratiche magiche cui Bruno si dedica con crescente intensità e che sviluppano in lui un senso di onnipotenza materiale e intellettuale assoluta » (Matteo D’Amico, « Giordano Bruno », Piemme).

Tutta la sua esistenza, infatti, è in vista di una affermazione personale, per sé e per la sua visione del mondo, contro avversari di tutti i paesi e di tutte le confessioni, che divengono via via « porci », « pedanti », « barbari e ignobili ». Il giovane Bruno è già un personaggio non comune, che ama raccontare di essere stato aggredito, a sassate, dagli spiriti, e che ha il suo primo importante scontro teologico nel 1576 con un confratello domenicano, riguardo alla dottrina di Ario, e il secondo nella capitale del calvinismo, a Ginevra. Vi giunge nel 1579, in cerca di fortuna. Ma il suo comportamento è subito ambiguo ed aggressivo ad un tempo: da una parte abbraccia il calvinismo, per essere accettato nei circoli culturali e religiosi della città, e dall’altra attacca violentemente un professore del luogo, dando alle stampe un libello contro di lui, e, a quanto sostiene l’accusa, mentendo calunniosamente. Viene processato dai membri del Concistoro, non cattolico, ma calvinista, e costretto in ginocchio a lacerare il suo opuscolo, ammettendo la propria colpa. Lasciata Ginevra, che dunque non lo capisce, Bruno approda a Parigi nel 1581: la sua fama di esperto nell’ars memoriae gli vale la convocazione del re Enrico III, di cui diviene in breve intimo confidente. Dopo soli due anni Bruno finisce a Londra, presso l’ambasciatore francese Castelnau, in Salisbury Court, vicino al Tamigi. Qui, secondo le recenti indagini di John Bossy (« Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata », Garzanti ) svolge un lavoro di spionaggio contro l’ambasciatore francese di cui è ospite, a tutto svantaggio dei cattolici, arrivando addirittura a rivelare i segreti carpiti in confessione. Infatti, pur essendo già da tempo un feroce nemico del cattolicesimo e della Chiesa, considerati la causa della decadenza dell’Europa, Bruno si finge zelante sacerdote e celebra riti in cui non crede, nell’ambasciata francese, vantando poi d’altra parte la sua apostasia, presso la corte di Elisabetta. Nel suo arrivismo giunge a svelare alla regina l’esistenza di un complotto catto-spagnolo, in realtà inesistente, contro di lei: scrive di esserne venuto a conoscenza in confessione. Nessuno gli crede. A questo punto Bruno, sempre scalpitante, vuole una cattedra a Oxford. Come ottenerla? Si offre volontario, con una umile missiva, in cui si presenta così: « professore di una sapienza più pura e innocua, noto nelle migliori accademie europee, filosofo di gran seguito, ricevuto onorevolmente dovunque, straniero in nessun luogo, se non tra barbari e gli ignobili,…domatore dell’ignoranza presuntuosa e recalcitrante…ricercato dagli onesti e dagli studiosi, il cui genio è applaudito dai più nobili… ». Alla terza lezione verrà accusato di plagio e invitato a togliere il disturbo; le sue invettive feroci contro i londinesi, e contro il prossimo suo in genere, gli procurano, probabilmente, un breve arresto e determinano il ritorno precipitoso a Parigi.

 Ma qui, nel frattempo, il clima politico è cambiato, e i Guisa, la nobile famiglia a capo della Lega Cattolica, ha sempre maggior potere: Bruno non esita a mettersi al suo servizio, e a chiedere di essere riaccolto « nel grembo della Chiesa catholica ». In realtà, ancora una volta, fa il doppio gioco, tessendo rapporti con i protestanti, benché nello « Spaccio della bestia trionfante » del 1584 avesse deprecato violentemente, in mille maniere, la figura di Lutero. Nello stesso periodo viene accusato da Fabrizio Mordente, inventore del compasso differenziale, di volergli carpire l’invenzione: Bruno infatti ne è entusiasta, ma come già per Copernico, ritiene che ai disprezzati matematici sfugga il valore magico ed ermetico delle loro scoperte, che lui solo, invece, ha la capacità di comprendere! Scomunicato dalla Chiesa cattolica e dai calvinisti di Ginevra, cacciato da Oxford e da Londra, Giordano Bruno, nel 1586, dopo l’ennesima disputa finita in rissa, deve abbandonare precipitosamente anche Parigi, perché neppure il vecchio amico Enrico III è più intenzionato ad accoglierlo. La destinazione, questa volta, è la Germania, e in particolare la città protestante di Marburgo. Ancora una volta il filosofo di Nola ottiene, dietro pressanti richieste, una cattedra universitaria, ma, detto fatto, entra in conflitto col rettore, Petrus Nigidius, che lo aveva assunto e che ora lo licenzia. Con la grinta di sempre Bruno riparte, per approdare a Wittenberg, città simbolo del luteranesimo, dove, per cambiare, ottiene il diritto di tenere corsi universitari. E’ qui che Bruno cambia ancora casacca: in occasione del discorso di addio, dopo soli due anni di permanenza, polemiche, e tanti nemici, l’8 marzo 1588 tiene davanti ai professori e agli alunni dell’Università un elogio smaccato della figura di Lutero, contrapposta a quella del papa, presentato, secondo le migliori tradizioni del luogo, come un vero anticristo. « Come ha usato Calvino contro la Chiesa, così adesso usa Lutero: il cattolicesimo emerge come il vero grande nemico » (M.D’Amico, op.cit.).

Chiaramente il gioco può riuscire sperando che a Wittenberg non si conosca il libello bruniano di soli quattro anni prima, e cioè lo »Spaccio ». In esso infatti Bruno auspicava che Lutero e i suoi seguaci fossero « sterminati ed eliminati dalla faccia della terra come locuste, zizzanie, serpenti velenosi », essendo causa di guerre, disordini e discordie senza fine. Inoltre, tanto per toccare con mano la « scientificità » del personaggio, Bruno spiegava la metempsicosi, affermando che coloro i quali abbiano « viso, volto, voci, gesti, affetti ed inclinazioni, altri cavallini, altri porcini, asinini, aquilini… », « sono stati o sono per essere porci, cavalli, asini, aquile, o altro che mostrano »! Lasciata Wittemberg, Bruno approda a Praga, la città prediletta dall’imperatore Rodolfo II, che ne sta facendo una centrale di maghi, alchimisti ed occultisti da tutta Europa. Rodolfo è un tipo bizzarro, preda, spesso di allucinazioni e di crisi depressive. Ancora una volta Bruno cerca il potere, aspira a coniugare le arti magiche, di cui si ritiene in possesso, con alleanze potenti e concrete. C’è ormai in lui il desiderio di non rimanere un teorico, ma di passare all’azione, di essere ispiratore di un rinnovamento del mondo, di una palingenesi, che i segni dei tempi gli dicono vicina, e che lui vuole guidare, con compiti e ruoli non secondari. Ma vuoi per il suo caratteraccio, vuoi perché le vantate arti magiche in suo possesso non danno i frutti sperati e promessi, anche Praga viene presto abbandonata per la città protestante di Helmstadt, nel 1589. Chiaramente Bruno, brigando a suo modo, ottiene di poter insegnare nell’università locale, e per l’ennesima volta, pur fingendosi protestante e scagliandosi contro la Chiesa cattolica, suo bersaglio preferito, viene in breve scomunicato dal pastore della locale chiesa luterana! Ciò nonostante neppure in questa occasione gli viene a mancare quella disponibilità di denari « che gli permette di fare lunghi viaggi, di affittare appartamenti, di tenere a suo servizio, regolarmente, segretari diversi, di pubblicare opere voluminose, di vivere infine per lunghi periodi senza alcun lavoro fisso »: denari, ipotizza il D’Amico, che potrebbero giungere da quell’attività così redditizia di informatore segreto che aveva appreso a Londra.

Nel 1590 Bruno è a Francoforte, senza grande entusiasmo dei suoi allievi, che non riescono a comprendere quanto la miracolosa mnemotecnica bruniana sia da lui mal insegnata, o mal conosciuta. Dopo Francoforte, Zurigo, Padova, ed infine, nel 1591, Venezia. Nella città veneta è accolto con curiosità da una cerchia di nobili da salotto, ed in particolare da Giovanni Mocenigo, che è disposto ad ospitarlo e nutrirlo in cambio dei suoi « segreti ». Ma Bruno non è certo incline a fare il precettore privato: il suo desiderio sembra essere quello di usare le sue conoscenze magiche, espresse nei testi « De magia » e « De Vinculis », per assoggettare nientemeno che il pontefice Gregorio XIV ai suoi disegni di riforma religiosa e politica universale! Ritiene infatti di saper controllare e dominare le forze demoniche presenti nella natura e di poter soggiogare il prossimo con messaggi subliminali, formule magiche non percepibili dagli incantati: « ritmi e canti che racchiudono efficacia grandissima, vincoli magici che si realizzano con un sussurro segreto… » (« De Vinculis »). A Venezia Bruno concepisce dunque il suo folle disegno di « portare cambiamenti (politici) significativi, quantomeno nello scacchiere italiano ».

A tal fine progetta di rientrare nella Chiesa, di recarsi a Roma dal pontefice Clemente VIII, per dedicargli un’opera, e, come si diceva, probabilmente, per riuscire a condizionarlo tramite le arti magiche. Non c’è grande nobiltà nei mezzucci con cui, contraddicendo patentemente il suo credo, persegue i propri fini! Ma nello stesso 1591, cioè non appena si è fatto un po’ conoscere, viene denunciato al Santo Uffizio dal suo stesso ospite: al Mocenigo è bastato un attimo per rimanere deluso dagli insegnamenti di Bruno, e scandalizzato dalle sue bestemmie. Dopo i sogni di potenza, il filosofo nolano precipita dietro il banco degli imputati: in realtà è già abituato ai processi, alle abiure, alle fughe, e forse pensa, in cuor suo, di farla nuovamente franca. La tattica difensiva è abile. Consiste nell’ammettere alcune accuse, nell’attenuarne altre, e nel negare, infine, le più infamanti. Negare tutto sarebbe troppo sciocco, vista la possibilità per il tribunale di venire in possesso dei suoi scritti, e di indagare sul suo passato. Lo scopo è quello di « apparire persona rispettosa della autorità della Chiesa e della sua dottrina, anche se momentaneamente posto al di fuori di essa » (D’Amico). Arriva così a rinnegare alcune sue opere, e a presentare i suoi passati riavvicinamenti alla Chiesa, compiuti sempre e solo per convenienza politica, come testimonianza della sua sostanziale « ortodossia ». Il filosofo degli « eroici furori », in realtà, non ha nulla di eroico: « tutti li errori che io ho commesso…et tutte le heresie…hora io le detesto et abhorrisco… ». Come già coi calvinisti di Ginevra, il ribelle, la spia, l’arrivista in cerca di poltrone universitarie, dopo aver attaccato ed inveito con astio rabbioso, si inginocchia ed abiura, con pari teatralità e finta compunzione.

Ma Roma sospetta, e nel febbraio 1593 avoca a sé il processo, che, in totale, durerà otto lunghi anni: il tribunale inquisitoriale non emette condanne frettolose, ma procede con precisione e scrupolo, convocando testimoni, compulsando le opere, rispettando tutte le procedure, invitando ripetutamente ad abiurare. Bruno si dichiara disposto in più occasioni a cedere: la condanna, e l’affido al braccio secolare, arrivano dopo varie promesse di abiura, ed altrettanti ripensamenti. Nel giorno della condanna giunge al papa un memoriale di Bruno: perché, se aveva già deciso di affrontare la morte? Probabilmente il memoriale, che non conosciamo, conteneva l’ennesima disponibilità all’abiura: forse Bruno credeva di poter ancora dire e disdire, senza conseguenze. A cosa si deve, allora, questa improvvisa accelerazione del processo? Secondo la Yates, a un evento contemporaneo: l’arresto di un altro domenicano ribelle, Tommaso Campanella. Non bisogna infatti dimenticare l’epoca in cui ci troviamo: la Riforma ha portato alla ribalta prima Lutero, con le conseguenti guerre dei cavalieri e dei contadini, e poi personaggi come Matthison di Haarlem, un capo anabattista che si sentiva « incaricato della esecuzione del castigo divino contro gli empi, e mirava semplicemente al massacro universale », e il « profeta Hofmann » di Strasburgo, « il quale andava dicendo di voler fondare la Nuova Gerusalemme » e si accingeva a preparare la mobilitazione « dei cavalieri della strage che con Elia e Enoch appariranno impugnando la spada e vomitando fiamme per sterminare i nemici del Signore ».

Campanella è un tipo umano simile: filosoficamente molto vicino a Bruno, anch’egli ritiene che stia giungendo l’ora dei « grandi mutamenti, l’avvento dell’età dell’oro e della instaurazione della repubblica universale »: per questo organizza una congiura, in meridione, cercando l’alleanza dei Turchi, ed in particolare di feroci pirati come Bassàn Cicala, per realizzare uno stato magico, dittatoriale, di impostazione comunista. La congiura viene sventata nel 1599 (Francesco Forlenza, « La congiura antispagnola di Tommaso Campanella », Temi). Proprio tale nuova minaccia, religiosa e politica, accelera forse la condanna di Bruno, che morirà, alla fine, con dignità: ma dopo essere stato scacciato da almeno dieci città diverse, condannato da cattolici, calvinisti, protestanti e professori universitari; dopo essere stato spia, aver violato il segreto confessionale, aver ripudiato se stesso, per convenienza, innumerevoli volte, e, infine, dopo aver cercato, attraverso la magia e l’intrigo, di rovesciare l’ordine politico, non solo quello religioso, del suo tempo. Spacciarlo per un puro, un eroe, uno scienziato è un delitto contro la verità storica.

I miei tre brevi articoli su Giordano Bruno (la sua vita sul Foglio) hanno scatenato le ire di Giulio Giorello e di Nuccio Ordine, sul « Corriere della Sera » del 30 agosto e del I settembre. Il Giorello, per la verità, si è limitato alle invettive contro i cattolici in genere, di ogni secolo e luogo, per poi riferirsi alle mie osservazioni, definendole assai astrattamente « pettegolezzi da filosofia vista dal buco della serratura ». Poiché l’argomento mi sembra immaginifico, ma deboluccio e sbrigativo, mi permetto di saltarlo a piè pari, per considerare invece le argomentazioni del professor Nuccio Ordine. Costui, forse ritenendo di essere l’unico in Italia ad aver proseguito gli studi oltre le elementari, si è anzitutto offeso del fatto che qualcuno abbia parlato di Giordano Bruno, senza il suo permesso: per lui è automatico che io non abbia letto le opere del filosofo, ma solo « due o tre cattivi libri », forse degni di censura ecclesiastica nucciana (per quanto scritti da insigni studiosi, di cui, almeno la Yates, assai celebre a livello internazionale).

Non interessa nulla che io abbia citato negli articoli in questione, seppur brevemente per mancanza di spazio, opere scottanti e inequivocabili di Bruno come il « De Magia », il « De Vinculis » e « Lo Spaccio »! Ma la cosa più interessante è che il professor Ordine non contesta seriamente una sola delle mie affermazioni storiche. Rimane vero dunque che Bruno fu accusato di plagio a Oxford, scomunicato dai calvinisti e più volte dai protestanti; che abiurò in parecchie occasioni, rinnegando alcune sue opre, che si considerava il più grande sapiente esistente al mondo, che dovette scappare di città in città, non per sua scelta, ma perché sempre e dovunque indesiderato e mal sopportato (da Ginevra, da Parigi, da Oxford, Marburgo, Wittemberg, Helmstadt, Francoforte…). Sembra appurato, inoltre, che indossò e dismise l’abito domenicano più volte, allontanandosi dalla Chiesa, per poi riavvicinarsi, in qualche maniera, in più occasioni…Solo, secondo Ordine, non lo avrebbe fatto con opportunismo, ma con grande coraggio e rigore morale: un « libero pensatore », libero di vagare nel mare delle idee cangianti…

Nell’articolo del 30 agosto, per la verità, si mette anche in dubbio la tesi del Bossy, da me riportata come attendibile, non come certa, sull’opera di Bruno come spia in quel di Londra. Niente di sostanziale, insomma. Il I settembre, invece, il professor Ordine fa le pulci al libro di Anna Foa, in maniera un po’ accademica, sistemando più che altro alcune date. Al sottoscritto, forse perché indegno, sono riservate solo battutine, ma neppure una sola confutazione circostanziata: si parla di « crociata di Francesco Agnoli » che « propina invettive ai lettori del Foglio ». Un po’ di parole, insomma, che dovrebbero da sole, col loro suono e la loro evocatività, screditare l’idiota.

Mi spiace: penso si potrebbe discutere in altro modo, con altro rispetto, almeno per i fatti, e con altro amore per la verità e l’educazione (come invece è accaduto col senatore Contestabile, su Il Foglio). Mi permetto però di tornare su Bruno, per ribadire non solo che non fu un eroe puro, coerente e senza macchia, come già detto, ma soprattutto che non fu assolutamente uno scienziato moderno: su questo mi trovo in accordo con personaggi come Giovanni Reale, Dario Antiseri, Paolo Rossi, Cecilia Gatto Trocchi, A. Koyrè e molti altri. Proprio il Koyrè infatti, nel suo celebre « Dal mondo chiuso all’infinito universo », afferma: « la concezione bruniana del mondo è vitalistica e magica: i suoi pianeti sono esseri animati in libero movimento attraverso lo spazio secondo una reciproca intesa come quelli di Platone o del Patrizi. Bruno non è assolutamente un pensatore moderno ». Il concetto è semplicissimo: per Bruno « natura est deus in rebus », o, con altre parole,  » Iddio tutto è in tutte le cose », come avevano ben capito gli Egizi, che adoravano il sole, la luna, ma anche i coccodrilli, le lucertole, i serpenti e le cipolle… (« Lo Spaccio »). Da una simile concezione, antica quanto la magia e l’animismo, nuova in nulla, scientifica ancor meno, scaturisce l’antichissima idea, presente anche nel « Timeo » platonico, dei pianeti e degli astri non come entità materiali, regolate e mosse secondo leggi fisiche, ma come « dei visibili », « grandi animali », « dei figli di dei ». Così la teoria di Copernico, « aurora » che ha aperto la strada a lui stesso, « sole de l’antiqua vera filosofia » (« Cena delle ceneri »), interessa al Nolano, unico a suo dire ad averla veramente compresa, solo perché gli permette di scorgere, nella Terra che si muove, un principio vitale, un’ « anima propria » mossa da una vita divina, in perfetta coerenza con le dottrine astrologiche. Cosa vi è di scientifico, di moderno, nel credere a stelle e a pianeti animati e divini, capaci di conseguenza, evidentemente, di agire sull’arbitrio umano? Esattamente nulla. Bruno non avanza, ma retrocede terribilmente. Retrocede rispetto a Copernico, che aveva parlato di « macchina del mondo », per eliminare, come scrive il Koyrè nell’introduzione al « De revolutione orbium caelestium » (Einaudi), l’ »astro-biologia degli antichi ». Retrocede anche rispetto alla scuola francescana di Oxford, che secoli prima aveva iniziato a proporre, con Giovanni Buridano, l’innovativa dottrina dell’“impetus”, come possibile spiegazione della meccanica dei corpi celesti. Buridano, infatti, confutando l’insegnamento aristotelico e arabo al riguardo, aveva sostenuto che l’ininterrotto movimento delle sfere celesti non era dovuto a delle anime, e neppure alle intelligenze motrici, bensì ad una forza, un’impetus iniziale, il cui permanente effetto era permesso dalla mancanza di resistenza del mezzo. Si era in qualche modo già vicini all’idea di forza fisica, di forza d’inerzia, capace di muovere i pianeti: per questo il Duhem riconduce « alla teorizzazione buridaniana dell’impetus la data d’inizio della scienza moderna, perché comportò l’abbandono della credenza nella natura divina delle potenze motrici dei cieli” (inutili, se esiste un Dio creatore). Analogamente lo Jammer, sempre a proposito dell’origine della scienza moderna, sottolinea l’importanza di Buridano, come “uno dei primi a ribellarsi alla concezione neoplatonica delle forze intese come enti divini” (mentre Newton sarebbe “colui che diede il colpo di grazia alla teoria delle forze astrologiche”; introduzione a Giovanni Buridano, « Il cielo e il mondo », Rusconi).

Anche le ricerche di Keplero si sarebbero mosse nella stessa direzione, per rinnegare l’idea di un modo animato, magico, « grande animale », caratterizzato da pianeti divini: tutte teorie, ripeto, proprie del modo pagano e della magia rinascimentale, incompatibili con un approccio scientifico e matematico. Nel 1605, confutando implicitamente Bruno, morto da soli 5 anni, Keplero scriverà a Herwart von Hohenberg: “Sono molto occupato nello studio delle cause fisiche. Il mio scopo è dimostrare che la macchina celeste può essere paragonata non ad un organismo divino ma piuttosto ad un meccanismo d’orologeria…in quanto quasi tutti i suoi molteplici movimenti si compiono grazie a una sola forza magnetica, molto semplice, come nell’orologio tutti i moti (sono causati) da un semplice peso. Inoltre io dimostro come questa concezione fisica vada presentata per mezzo del calcolo e della geometria”. « Macchina », « meccanismo », non « organismo divino » né « grande animale »: quanto dista, da questo modo scientifico di vedere l’universo materiale, il vitalismo pampsichista e magico di Bruno?

P.S. In questi giorni è uscito un libro di Paolo Rossi, forse il massimo filosofo della scienza in Italia, intitolato « Il tempo dei maghi » (Raffaello Cortina editore), all’interno della collana diretta dallo stesso Giulio Giorello. Leggendo questo studio, inconfutabile, trovo esposte esattamente le « mie » stesse considerazioni. Paolo Rossi infatti si prende un po’ gioco dei « devoti bruniani », semplicemente andando a leggere quelle opere scomode, a partire dal titolo, che i più preferiscono occultare, o quantomeno stravolgere: « si può sostenere che Bruno non è un mago senza mai occuparsi di opere intitolate De Magia o Theses de magia e del mezzo migliaio di pagine delle opere magiche di Bruno? ». Per Rossi non esiste un Bruno moderno, né un Bruno scienziato, né un Bruno precorritore di alcunché, quanto, semmai, un uomo profondamente legato, per suo stesso dire, alla « sapienza antica » e alla magia: cioè ad un « sapere segreto e riservato a pochi », un « sapere miracoloso (nel senso che dà capacità straordinarie) », intriso di demoni e di fantasmi (vedi capitolo intitolato « Si può ‘sdemonizzare’ la magia di Bruno? »). Nel De Magia, per fare un esempio, Bruno sostiene come un assioma che « nella scala naturae, Dio influisce sugli dei, gli dei sugli astri o corpi celesti che sono divinità corporee, gli astri sui demoni che abitano gli astri, i demoni sugli elementi, gli elementi sui corpi misti o composti, i corpi misti sui sensi, i sensi sull’anima, l’anima su ogni essere animato ».

Siamo di fronte, evidentemente, al pampsichismo tradizionale, origine di ogni credenza magica: da quella nei talismani, all’astrologia, alla pratica, assai tenebrosa, di vincoli spirituali istituibili attraverso formule, e capaci di permettere ai maghi nientemeno che di « penetrare nel corpo » di « colui che vogliono ammaliare », agendo sulla sua ombra. Per non parlare poi della credenza bruniana nelle proprietà magiche di lapilli e gemme, « di alterar il spirito ed ingenerar novi affetti e passioni ne l’anima, non solo nel corpo », e nella possibilità per i negromanti di trarre effetti straordinari dalle ossa dei morti (De la causa). Detto questo ricordo due episodi della vita di Bruno. Il primo, spesso taciuto, è il suo progetto di tornare cattolico, fingendo di abiurare le eresie professate, per andare a Roma e incontrare papa Gregorio XIV, allo scopo di condizionarlo con le sue arti magiche, di renderlo suo « alleato » nella Riforma politica e spirituale del mondo di cui si ritiene il grande profeta. Come pensa di fare? Semplicemente Bruno crede che sia possibile al mago, vero e proprio venator animarum, ottenere « un dominio totale sulle anime e sui corpi altrui », sino ad avvincere un soggetto « in tutte le sue facoltà e parti » (De vinculis in genere). Il secondo episodio è la sua condanna a morte, dopo varie dichiarazioni di pentimento, presentate e ritrattate.

Proprio riguardo a ciò Rossi conclude: « Mi è sempre apparso strano che solo una minoranza degli interpreti abbia collegato l’improvvisa, tardiva decisione di Bruno di scegliere, di fronte ai suoi giudici, la via di una assoluta intransigenza con la sua affermazione di essere dotato di ali e di poter nutrire disprezzo per il dolore e per la morte: come si è visto la quindicesima delle contractiones consente di allontanarsi dalle sensazioni fino al punto di non avvertire più il dolore » corporale e di rimanere impassibili di fronte a qualsiasi condanna (Sigillus). La domanda su Bruno, allora, non è se fu un mago, ma se lo fu sino alla fine.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Francesco Agnoli, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Le frittelle di Carnevale (castagnole)

Posté par atempodiblog le 4 mars 2014

Le frittelle di Carnevale (castagnole)
Ricetta tratta da: L’arte di cucinare di Monica Zappa – Radio Maria

Le frittelle di Carnevale (castagnole) dans Carnevale Castagnole

Ingredienti:
500 g. di farina
150 g. di zucchero
4 uova
200 ml. di latte
1 bustina di lievito per dolci
1 limone
1 bicchierino di liquore all’anice
zucchero a velo q.b.
olio di semi di arachide q.b.


Preparazione:

In una terrina sbattete le uova energicamente aiutandovi con la frusta, incorporatevi lo zucchero e continuate a montare fino ad ottenere un composto chiaro e spumoso. Aggiungete quindi la scorza di un limone, il latte, un pizzico di sale e il liquore all’anice. Continuate a mescolare l’impasto e, quando sarà omogeneo, incorporatevi a poco a poco tutta la farina setacciata e alla fine la bustina di lievito.

Quando il composto sarà vellutato, lasciatelo riposare qualche minuto nella terrina e intanto mettete a scaldare l’olio in un tegame con i bordi alti. Non appena l’olio sarà ben caldo (dovrà raggiungere almeno i 180°C) con un cucchiaio prendete un po’ di impasto e immergetelo nell’olio bollente. Fate friggere le palline di pasta rigirandole di tanto in tanto, fin quando non saranno dorate su tutta la superficie.
Scolate le frittelle su della carta assorbente e disponetele su un piatto da portata. Spolverizzatele con lo zucchero a velo e servite.

Accorgimenti:
Prestate molta attenzione, nella preparazione dell’impasto, ad evitare la formazione di grumi. Oltre alla farina, setacciate anche il lievito prima di aggiungerlo agli altri ingredienti.

Varianti:
Per ottenere delle frittelle ancora più golose, a fine cottura potete riempirle di crema pasticcera aiutandovi con una siringa per dolci.

Publié dans Carnevale, Cucina e dintorni, Monica Zappa | Pas de Commentaire »

Don Mauro Mergola: “apro la chiesa anche di notte, sarà la movida spirituale”

Posté par atempodiblog le 3 mars 2014

Don Mauro Mergola: “apro la chiesa anche di notte, sarà la movida spirituale”
L’arcivescovo tra i ragazzi nei pub «Ho parlato di Dio e di rispetto»
di Marco Bardesono – Corriere della Sera
Tratto da: Incontri di “Fine Settimana”

Don Mauro Mergola: “apro la chiesa anche di notte, sarà la movida spirituale” dans Articoli di Giornali e News 2hp1v6p

Con la coppola nera calata sulla fronte, l’arcivescovo Cesare Nosiglia è entrato, poco dopo la mezzanotte di sabato in un pub di San Salvario, il quartiere multietnico della città, luogo della movida. Ne è uscito dopo mezz’ora e si è recato in un secondo locale, poi in un terzo. Così fino alle due del mattino, «per parlare di Dio ai ragazzi». Un fuori programma; l’epilogo di un’iniziativa che qualche ora prima sembrava fallita. L’avevano organizzata i giovani dell’oratorio Santi Pietro e Paolo e l’idea era stata del parroco, don Mauro Mergola: «Se i ragazzi affollano la piazza ed esagerano con l’alcol, occorre offrire un’alternativa. Quindi apro la chiesa anche di notte, sarà la movida spirituale».

Alle 23, quando l’arcivescovo è arrivato alla guida della sua vecchia Punto, ad attenderlo erano in pochi: i giovani dell’oratorio e il loro prete, qualche fedele e gli agenti del commissariato che con la loro presenza avevano allontanato i pusher che spesso spacciano in Largo Saluzzo, cuore del quartiere, a due passi dalla stazione. Lì c’è la chiesa di don Mauro, attorno sono fioriti pub e discoteche dove di notte si ritrovano migliaia di giovani e a cento metri c’è la moschea più grande della città. Dunque una parrocchia isolata e circondata, da anni avamposto della fede.

Sabato sera neppure il calciobalilla sul sagrato o la musica new age diffusa dagli altoparlanti (attenzione ai pericoli della musica new age, per approfondire cliccare qui), hanno attirato l’attenzione del popolo della movida. Nosiglia è entrato in chiesa, si è inginocchiato e ha recitato il rosario. Tutto sembrava finito lì: «Le bettole sono piene, ma la chiesa è vuota», si lamentava agli inizi del 1800 Jean-Marie Baptiste Vianney, da poco curato d’Ars. «Ma se le osterie sono piene — rifletteva il santo che la Chiesa indica come il patrono dei parroci — è perché i cuori sono vuoti». Cesare Nosiglia, tra lo stupore di tutti, terminate le decine del rosario, si è alzato dal banco e ha detto: «E ora cominciamo la movida». L’accoglienza nei locali è stata calda.

L’arcivescovo ha avuto modo di informare che «poco distante c’è una chiesa aperta fino a tardi e sarebbe bello incontrarsi anche lì». Qualcuno lo ha chiamato Santità e ciò gli ha offerto la possibilità di spiegare in modo simpatico che «l’alcol può fare brutti scherzi e che è meglio non abusarne», benché la Chiesa non condanni i bevitori (moderati), tant’è che è con il vino che si celebra la messa. «Ma la moderazione e il rispetto sono necessari, ad esempio — ha detto Nosiglia — verso le persone che vivono in questo quartiere e che hanno il diritto di riposare, così da non essere vittime di schiamazzi per tutta la notte».

L’arcivescovo ha anche ammesso che «la movida, con tutti gli eccessi, non riguarda soltanto persone che non conoscono Dio.
Ci sono ragazzi che vanno in parrocchia, ma spesso si lasciano andare. Ci si può divertire senza mai dimenticare Dio. E la chiesa aperta è la testimonianza della Sua presenza».

Quando poi il prelato si è ritirato, il messaggio era stato recepito con chiarezza: «Non basta aprire le porte del tempio, bisogna spalancare quelle del cuore».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Gesù Vero Dio e vero uomo

Posté par atempodiblog le 3 mars 2014

Gesù Vero Dio e vero uomo

Gesù Vero Dio e vero uomo dans Fede, morale e teologia Cristo-Re-dell-Universo

L’Io di Gesù Cristo è un io divino. Quando ti rivolgi a Gesù Cristo come a un Tu, ti rivolgi al Verbo, a Dio. Il “Tu” di Cristo è un “Tu” Divino. L’Io di Cristo è un Io divino. In Gesù Cristo non ci sono due Io (un “io” divino e un “io” umano), c’è un “io” divino soltanto che opera attraverso la natura umana, la quale natura umana ha un corpo e un’anima e quindi Gesù Cristo ha anche un’anima creata, perché è vero uomo. L’uomo ha un’anima e un corpo, ma quest’anima è sorretta dall’Io divino. Quindi l’Io divino opera anche attraverso l’intelligenza umana, attraverso la volontà umana e un corpo umano. Quindi la natura umana in Gesù Cristo è uno strumento attraverso cui opera la divinità, questo è molto importante. E’ fondamentale. Tutti gli Io, compreso quello della Madonna sono io creati, “io” umani. L’Io di Gesù Cristo è un Io divino, tanto che la Chiesa ha condannato Nestorio che diceva che in Gesù Cristo c’erano un io divino e un io umano. In Gesù c’è una sola persona, la persona divina.

Questo è importante perché se si vacilla su questo cade il Cristianesimo, perché se l’io di Gesù Cristo non è un io divino, se la Sua persona non è una persona divina… cade il Cristianesimo. Cade perché Gesù Cristo sarebbe un uomo e se è un uomo… sarebbe un profeta e non il Figlio di Dio.
Lungo il corso della storia della Chiesa c’è stata una grande lotta per affermare la divinità di Gesù Cristo, infatti  le eresie dei primi secoli, tutte in qualche modo, hanno tentato di sgretolare la divinità di Gesù Cristo e in alcuni casi sono state così diffuse, specialmente l’arianesimo del IV secolo che negava la divinità di Gesù Cristo.  San Girolamo dice che improvvisamente la Chiesa Cattolica si svegliò ariana, la stragrande maggioranza dei vescovi era ariana, ma non il Papa, non sant’Attanasio e non tanti altri… La lotta di sant’Ambrogio con gli ariani la sanno tutti.

I primi Concili Ecumenici si sono fatti tutti su questo punto: affermare la fede in Gesù Figlio di Dio. Anche l’espressione “Maria Madre di Dio” vuol dire che quel Bambino che da Lei è nato è Dio. L’identità di una persona è il suo “io” e l’Io di Cristo è un Io divino. Noi questo lo vediamo nel Vangelo di san Giovanni, quando Gesù disse: “prima che Abramo fosse, Io sono”. Quell’“Io sono” è il nome che Dio rivelò sul monte Siani o quando nel Getzemani chiede chi cercassero e poi Lui rispose “Io sono” e stramazzano per terra.

Noi professiamo la divinità di Gesù Cristo vero Uomo e vero Dio. La fede non solo ha vacillato nel passato, ma vacilla tutt’ora. Benedetto XVI ha lamentato, in un suo discorso, che proprio questa fede centrale è continuamente corrosa. Si cerca di dire che era talmente uomo da dimenticare di essere Dio.

Una suora che mi diceva che dove va a studiare teologia si insegna che Gesù Cristo studiando la Sacra Scrittura si è accorto di essere Dio. La navicella della fede fa naufragio.

Noi crediamo che Gesù è il Verbo di Dio fatto uomo, il Figlio di Dio fatto uomo. Quando la domenica diciamo il Credo… diciamolo con il cuore: “Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato”… generato da che? Emana dal Padre prima di tutti i secoli ed è della stessa sostanza del Padre. Gesù è Dio, un unico Dio.

Ecco perché il Credo che noi diciamo è quello niceno-costantinopolitano che esprime la fede della Chiesa dei primi secoli contro le eresie. Siccome dicevano è simile al Padre… no: della stessa sostanza del Padre.
Quindi  Dio da Dio e non creatura da Creatore. La Chiesa fin dall’inizio è stata precisa ad affermare la fede che è nei Vangeli. L’affermazione di essere Dio l’ha fatta Gesù Cristo ed è per quello che lo hanno ucciso, perché volevano lapidarlo? “Noi ti lapidiamo non per quello che tu fai, ma perché tu essendo uomo ti fai Dio”.

Tratto da una catechesi giovanile (del 2006) di Padre Livio Fanzaga ai microfoni di Radio Maria

Divisore-blog dans Padre Livio Fanzaga

Dal Catechismo

III. Vero Dio e vero uomo

464 L’evento unico e del tutto singolare dell’incarnazione del Figlio di Dio non significa che Gesù Cristo sia in parte Dio e in parte uomo, né che sia il risultato di una confusa mescolanza di divino e di umano. Egli si è fatto veramente uomo rimanendo veramente Dio. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. La Chiesa nel corso dei primi secoli ha dovuto difendere e chiarire questa verità di fede contro eresie che la falsificavano.

465 Le prime eresie più che la divinità di Cristo hanno negato la sua vera umanità (docetismo gnostico). Fin dall’epoca apostolica la fede cristiana ha insistito sulla vera incarnazione del Figlio di Dio «venuto nella carne». Ma nel terzo secolo, la Chiesa ha dovuto affermare contro Paolo di Samosata, in un Concilio riunito ad Antiochia, che Gesù Cristo è Figlio di Dio per natura e non per adozione. Il primo Concilio Ecumenico di Nicea nel 325 professò nel suo Credo che il Figlio di Dio è «generato, non creato, della stessa sostanza (homousios) del Padre», e condannò Ario, il quale sosteneva che «il Figlio di Dio veniva dal nulla» e che sarebbe «di un’altra sostanza o di un’altra essenza rispetto al Padre».

466 L’eresia nestoriana vedeva in Cristo una persona umana congiunta alla Persona divina del Figlio di Dio. In contrapposizione ad essa san Cirillo di Alessandria e il terzo Concilio Ecumenico riunito a Efeso nel 431 hanno confessato che «il Verbo, unendo a se stesso ipostaticamente una carne animata da un’anima razionale, [...] si fece uomo». L’umanità di Cristo non ha altro soggetto che la Persona divina del Figlio di Dio, che l’ha assunta e fatta sua al momento del suo concepimento. Per questo il Concilio di Efeso ha proclamato nel 431 che Maria in tutta verità è divenuta Madre di Dio per il concepimento umano del Figlio di Dio nel suo seno; «Madre di Dio [...] non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine, ma, poiché nacque da lei il santo corpo dotato di anima razionale a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne».

467 I monofisiti affermavano che la natura umana come tale aveva cessato di esistere in Cristo, essendo stata assunta dalla Persona divina del Figlio di Dio. Opponendosi a questa eresia, il quarto Concilio Ecumenico, a Calcedonia, nel 451, ha confessato:

«Seguendo i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e di corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l’umanità, “simile in tutto a noi, fuorché nel peccato”;generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza, nato da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l’umanità.
Un solo e medesimo Cristo, Signore, Figlio unigenito, che noi dobbiamo riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. La differenza delle nature non è affatto negata dalla loro unione, ma piuttosto le proprietà di ciascuna sono salvaguardate e riunite in una sola persona e una sola ipostasi».

468 Dopo il Concilio di Calcedonia, alcuni fecero della natura umana di Cristo una sorta di soggetto personale. Contro costoro, il quinto Concilio Ecumenico, a Costantinopoli, nel 553, ha confessato riguardo a Cristo: vi è «na sola ipostasi [o Persona]…, cioè il Signore (nostro) Gesù Cristo, uno della Trinità». Tutto, quindi, nell’umanità di Cristo deve essere attribuito alla sua Persona divina come al suo soggetto proprio, non soltanto i miracoli ma anche le sofferenze e così pure la morte: «Il Signore nostro Gesù Cristo, crocifisso nella sua carne, è vero Dio, Signore della gloria e uno della Santa Trinità».

469 La Chiesa così confessa che Gesù è inscindibilmente vero Dio e vero uomo. Egli è veramente il Figlio di Dio che si è fatto uomo, nostro fratello, senza con ciò cessare d’essere Dio, nostro Signore:

«Id quod fuit remansit et quod non fuit assumpsit – Rimase quel che era e quel che non era assunse», canta la liturgia romana. E la liturgia di san Giovanni Crisostomo proclama e canta: «O Figlio unigenito e Verbo di Dio, tu, che sei immortale, per la nostra salvezza ti sei degnato d’incarnarti nel seno della santa Madre di Dio e sempre Vergine Maria; tu, che senza mutamento sei diventato uomo e sei stato crocifisso, o Cristo Dio, tu, che con la tua morte hai sconfitto la morte, tu che sei uno della Santa Trinità, glorificato con il Padre e lo Spirito Santo, salvaci!».

IV. Come il Figlio di Dio è uomo?

470 Poiché nella misteriosa unione dell’incarnazione «la natura umana è stata assunta, senza per questo venir annientata», la Chiesa nel corso dei secoli è stata condotta a confessare la piena realtà dell’anima umana, con le sue operazioni di intelligenza e di volontà, e del corpo umano di Cristo. Ma parallelamente ha dovuto di volta in volta ricordare che la natura umana di Cristo appartiene in proprio alla Persona divina del Figlio di Dio che l’ha assunta. Tutto ciò che egli è e ciò che egli fa in essa deriva da «uno della Trinità». Il Figlio di Dio, quindi, comunica alla sua umanità il suo modo personale d’esistere nella Trinità. Pertanto, nella sua anima come nel suo corpo, Cristo esprime umanamente i comportamenti divini della Trinità:

«Il Figlio di Dio [...] ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato».

L’anima e la conoscenza umana di Cristo

471 Apollinare di Laodicea sosteneva che in Cristo il Verbo aveva preso il posto dell’anima o dello spirito. Contro questo errore la Chiesa ha confessato che il Figlio eterno ha assunto anche un’anima razionale umana.

472 L’anima umana che il Figlio di Dio ha assunto è dotata di una vera conoscenza umana. In quanto tale, essa non poteva di per sé essere illimitata: era esercitata nelle condizioni storiche della sua esistenza nello spazio e nel tempo. Per questo il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha potuto accettare di «crescere in sapienza, età e grazia» (Lc 2,52) e anche di doversi informare intorno a ciò che nella condizione umana non si può apprendere che attraverso l’esperienza. Questo era del tutto consono alla realtà del suo volontario umiliarsi nella «condizione di servo» (Fil 2,7).

473 Al tempo stesso, però, questa conoscenza veramente umana del Figlio di Dio esprimeva la vita divina della sua persona. «Il figlio di Dio conosceva ogni cosa; e ciò per il tramite dello stesso uomo che egli aveva assunto; non per la natura (umana), ma per il fatto che essa stessa era unita al Verbo [...]. La natura umana, che era unita al Verbo, conosceva ogni cosa, e tutto ciò che è divino lo mostrava in se stesso per la sua maestà». È, innanzi tutto, il caso della conoscenza intima e immediata che il Figlio di Dio fatto uomo ha del Padre suo. Il Figlio di Dio anche nella sua conoscenza umana mostrava la penetrazione divina che egli aveva dei pensieri segreti del cuore degli uomini.

474 La conoscenza umana di Cristo, per la sua unione alla Sapienza divina nella Persona del Verbo incarnato, fruiva in pienezza della scienza dei disegni eterni che egli era venuto a rivelare. Ciò che in questo campo dice di ignorare, dichiara altrove di non avere la missione di rivelarlo.

La volontà umana di Cristo

475 Parallelamente, la Chiesa nel sesto Concilio Ecumenico ha dichiarato che Cristo ha due volontà e due operazioni naturali, divine e umane, non opposte, ma cooperanti, in modo che il Verbo fatto carne ha umanamente voluto, in obbedienza al Padre, tutto ciò che ha divinamente deciso con il Padre e con lo Spirito Santo per la nostra salvezza. La volontà umana di Cristo «segue, senza opposizione o riluttanza, o meglio, è sottoposta alla sua volontà divina e onnipotente».

Il vero corpo di Cristo

476 Poiché il Verbo si è fatto carne assumendo una vera umanità, il corpo di Cristo era delimitato. Perciò l’aspetto umano di Cristo può essere «dipinto».  Nel settimo Concilio Ecumenicola Chiesa ha riconosciuto legittimo che venga raffigurato mediante venerande e sante immagini.

477 Al tempo stesso la Chiesa ha sempre riconosciuto che nel corpo di Gesù il «Verbo invisibile apparve visibilmente nella nostra carne». In realtà, le caratteristiche individuali del corpo di Cristo esprimono la Persona divina del Figlio di Dio. Questi ha fatto a tal punto suoi i lineamenti del suo corpo umano che, dipinti in una santa immagine, possono essere venerati, perché il credente che venera «l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto».

Il cuore del Verbo incarnato

478 Gesù ci ha conosciuti e amati, tutti e ciascuno, durante la sua vita, la sua agonia e la sua passione, e per ognuno di noi si è offerto: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Ci ha amati tutti con un cuore umano. Per questo motivo, il sacro cuore di Gesù, trafitto a causa dei nostri peccati e per la nostra salvezza, «praecipuus consideratur index et symbolus [...] illius amoris, quo divinus Redemptor aeternum Patrem hominesque universos continenter adamat – è considerato il segno e simbolo principale [...] di quell’infinito amore, col quale il Redentore divino incessantemente ama l’eterno Padre e tutti gli uomini».

In sintesi

479 Nel tempo stabilito da Dio, il Figlio unigenito del Padre, la Parola eterna, cioè il Verbo e l’immagine sostanziale del Padre, si è incarnato: senza perdere la natura divina, ha assunto la natura umana.

480 Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, nell’unità della sua Persona divina; per questo motivo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini.

481 Gesù Cristo ha due nature, la divina e l’umana, non confuse, ma unite nell’unica Persona del Figlio di Dio.

482 Cristo, essendo vero Dio e vero uomo, ha una intelligenza e una volontà umane, perfettamente armonizzate e sottomesse alla sua intelligenza e alla sua volontà divine, che egli ha in comune con il Padre e lo Spirito Santo.

483 L’incarnazione è quindi il mistero dell’ammirabile unione della natura divina e della natura umana nell’unica Persona del Verbo.

Divisore-blog dans Riflessioni

Inoltre Freccia dans San Giovanni Crisostomo Gesù (di Antonio Socci)

Publié dans Fede, morale e teologia, Padre Livio Fanzaga, Riflessioni, San Giovanni Crisostomo | Pas de Commentaire »

L’uomo è capace di conoscere Dio

Posté par atempodiblog le 3 mars 2014

 L'uomo è capace di conoscere Dio dans Citazioni, frasi e pensieri fo3yp4

«“Signore, che cos’è l’uomo per  esserti manifestato a lui?”… Grande felicità per l’uomo, conoscere il proprio Creatore. In questo noi ci differenziamo dalle fiere e dagli altri animali, perché sappiamo di avere il nostro Creatore, mentre essi non lo sanno». Vale la pena meditare un po’ queste parole di Origene, che vede la differenza fondamentale tra l’uomo e gli altri animali nel fatto che l’uomo è capace di  conoscere Dio, il suo Creatore, che l’uomo è capace della verità, capace di una conoscenza che diventa relazione, amicizia. È importante, nel nostro tempo, che noi non dimentichiamo Dio, insieme con tutte le altre conoscenze che abbiamo acquisito nel frattempo, e sono tante! Esse diventano tutte problematiche, a volte pericolose, se manca la conoscenza fondamentale che dà senso e orientamento a tutto: la conoscenza di Dio Creatore.

Benedetto XVI

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia | Pas de Commentaire »

12345