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La storia di Lizzie Velasquez

Posté par atempodiblog le 30 janvier 2014

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Si chiama Lizzie Velasquez ed è una ragazza ventenne di Austin, Texas. È affetta da una rarissima malattia (sindrome di De Barsy) che le impedisce di ingrassare, poiché il suo corpo – benché sia costretta a mangiare ogni quarto d’ora – non può trattenere grassi (non ha mai pesato più di 28 chili). In questo video, Lizzie, che oggi è una “speaker motivazionale” e laureanda, narra la sua storia e anche dell’amara scoperta che un giorno fece vedendo un video su Youtube in cui era definita «la donna più brutta del mondo» e in cui le si consigliava il suicidio. Lizzie ha scritto tre libri in cui racconta la sua vita, con alcuni particolari che nel video non sono narrati, come, ad esempio il fatto che, da piccola, i suoi genitori dovessero utilizzare i vestiti delle bambole per vestirla, non esistendo indumenti adatti alla sua taglia. Grazie alla sua famiglia, Lizzie ha potuto affrontare le difficoltà della sua esistenza, frequentare la scuola, entrare a far parte del gruppo delle cheerleader e, soprattutto, imparare che un malato non è la sua malattia. Come ha detto lei stessa: «Dio mi ha fatto come sono per una ragione e non vorrei essere diversa. Affronto gli ostacoli sulla mia strada a testa alta e con il sorriso sulle labbra». E di certo l’ironia non le manca.

Tratto da: Tempi.it

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Charles Péguy, un poeta preso dal fascino di Maria

Posté par atempodiblog le 30 janvier 2014

Il canto d’amore di Charles Péguy
Un poeta preso dal fascino di Maria
La Madre di Dio che un giorno è diventata anche madre nostra («perché il Figlio ha preso tutti i peccati /ma la Madre ha preso tutti i dolori») ci riceve fra le sue braccia accoglienti e ci guida nel porto della volontà di Dio, se solo abbiamo «l’audacia», come scriveva il grande poeta francese, di affidare a lei le nostre vite.

di Maria Di Lorenzo – Madre di Dio

charles peguy

«Quando avremo recitato la nostra ultima parte,/ quando avremo deposto cappa e mantello, /quando avremo gettato maschera e coltello, /ricorda il nostro lungo peregrinare./ Quando ci caleranno nella fossa /e ci avranno offerto assoluzione e messa, /ricorda, o Regina di ogni promessa, /il nostro lungo cammino, il nostro peregrinare…».

La voce del poeta Charles Péguy attraversa tutto il XX secolo e porta in eredità a quello che si affaccia sulla scena del terzo millennio un seme di libertà. La libertà dei figli di Dio. Di Dio e di Maria. «Mistero, pericolo, gioia, disgrazia, grazia di Dio, scelta unica, responsabilità spaventosa, miseria, grandezza della nostra vita». Sono parole sue, estrapolate da un’opera che è un vero inno a Maria, Il portico del mistero della seconda virtù, data alle stampe il 22 ottobre 1911.
«Ascolta, bimba mia, – dice il poeta – ora ti spiegherò, ascoltami bene, /ora ti spiegherò perché, /come, in che/ la Santa Vergine è una creatura unica, rara./ Di una rarità infinita, fra tutte precellente, /unica fra tutte le creature. / Seguimi bene…».
E comincia, in sordina prima e poi con accenti sempre più appassionati, il suo canto d’amore alla Vergine:
«A colei che è infinitamente grande /perché è anche infinitamente piccola…/A colei che è infinitamente ricca/ perché è anche infinitamente povera…/A colei che è infinitamente alta/ perché è anche infinitamente discendente…/A colei che è infinitamente salva /perché a sua volta salva infinitamente…/ A colei che è tutta Grandezza e tutta Fede / perché è anche tutta Carità…/ A colei che è la più imponente / perché è anche la più materna…/ A colei che è infinitamente celeste /perché è anche infinitamente terrestre…/ A colei che è infinitamente gioiosa / perché è anche infinitamente dolorosa…/ A colei che è con noi / perché il Signore è con lei…/ Colei che è infinitamente regina /perché è la più umile delle creature…».

«Ho ritrovato la fede!»
Grandezza e mistero di Maria. Un canto affascinante, il suo, che ha quasi l’andamento e il sapore di antiche litanie. Ma da dove nasceva questo elogio della Santa Vergine? Dobbiamo gettare un rapido sguardo sulla vita – vita in verità assai breve, appena 41 anni, e altrettanto tumultuosa – di questo grande poeta francese.
Charles Péguy, bisogna dirlo subito, appartiene alla schiera dei convertiti. E del convertito la sua dimensione di scrittore avrà sempre l’impronta, negli aspetti di assoluto rigore come nelle fulminanti accensioni liriche.
Nato a Orléans il 7 gennaio 1873, ancora in fasce perse il padre, sicché sua madre per sopravvivere dovette imparare il mestiere di impagliatrice di sedie. Charles potrà studiare grazie alle borse di studio.
A vent’anni si trasferisce a Parigi, a quel tempo ha già abbandonato ogni pratica religiosa. È un giovane colto, intelligente, che diventerà discepolo di Bergson. Sensibile alle questioni sociali, è acceso da un ideale che nell’ultimo scorcio dell’Ottocento ha i contorni rivoluzionari del socialismo.
Péguy aderisce al credo socialista con l’intensità della gioventù e tutto l’ardore del suo cuore appassionato, ma ne resterà presto deluso. Da tale disillusione prenderà corpo la crisi, salutare e risolutiva.
È l’irruzione nella sua vita della Grazia. Evento misterioso, come ogni conversione, ma evento indubbiamente segnato da Maria. La storia di tanti convertiti sta lì a dimostrarlo: dietro ogni «caduta da cavallo», dietro ogni ritorno alla fede, c’è sempre lo «zampino» di Lei, della Madonna.
È Maria che riconduce a Dio, per sentieri segreti e imprevedibili che solo Lei conosce. Persino il peccatore più incallito, e con un piede già nell’abisso, ci rammenta S. Massimiliano Kolbe e con lui S. Luigi Grignion de Montfort (cfr. Trattato della vera devozione a Maria, n. 100), si converte ed è salvo per intercessione della Vergine, che sa come sciogliere i cuori più induriti.
Come nel caso del colto e indifferente scrittore di Orléans. A un certo punto, infatti, Péguy scrive all’amico Joseph Lotte, della sua cerchia parigina di intellettuali socialisti, e gli confessa: «Ho ritrovato la fede…Sono cattolico…».
È il settembre del 1908. Ha 35 anni. Da questo momento fino al giorno della sua morte – che avverrà nell’estate del 1914, in guerra, durante la battaglia della Marna – Charles Péguy si dedicherà a diffondere la fede ritrovata, in scritti di forte ispirazione religiosa.
E’ un cattolicesimo, il suo, vissuto in forma mistica e rivoluzionaria. Un cattolicesimo che ha il suo centro di luce in Maria, icona della speranza. I suoi versi, spesso ieratici, a volte ridondanti, conservano tracce di echi biblici molto forti, tra l’epico e il profetico. Il suo stile, personalissimo e incisivo, è impossibile da imitare. E difatti egli è rimasto una voce pressoché unica nel panorama della letteratura europea del Novecento.

Maria icona della speranza
Il portico del mistero della seconda virtù rappresenta la seconda parte di un trittico in versi che il poeta volle dedicare alle virtù teologali: fede, speranza e carità, comprendente Il mistero della carità di Giovanna d’Arco (1910) e Il mistero dei Santi Innocenti (1912).
Delle virtù teologali, secondo il poeta, è la speranza la più gradita a Dio, forse perché è anche la più difficile: «La Fede è una sposa fedele. / La Carità è una Madre / la Speranza è una bambina da nulla», scrive Péguy, «eppure è questa bambina che traverserà i mondi…».
La speranza, «singolare mistero, il più misterioso», precede quindi la fede e la carità, e corrisponde alla «infanzia del cuore». E’ qualcosa di «più dolce del sottile germoglio d’aprile», dice il poeta; essa «vede quello che non è ancora e che sarà, / ama quello che non è ancora e che sarà», ed è per l’appunto la «seconda virtù» a cui si fa cenno nel titolo. Una virtù che discende da Maria, la quale «ha preso a carico e in tutela / e in commenda per l’eternità / la giovane virtù Speranza».
Che cosa significa? Significa che la Madre di Dio un giorno è diventata anche madre nostra («perché il Figlio ha preso tutti i peccati /ma la Madre ha preso tutti i dolori») e, tra le sue braccia accoglienti, ci riceve e ci guida al porto sicuro della volontà di Dio, se appena abbiamo l’ardire («l’audacia», egli scrive) di affidarle le nostre vite.
«E lei, che li aveva presi, – continua – aveva / tanti figli sulle braccia. /Tutti i figli degli uomini. / Da quel primo piccino che aveva portato in braccio / Quel piccolo uomo che rideva come un tesoro / e che dopo le aveva causato tanto tormento /perché era morto per la salvezza del mondo…».
Maria è l’immagine della tenerezza di Dio verso tutti noi, suoi figli, «noi che non siamo nulla, noi che entriamo nella vita e subito ne usciamo, / come dei girovaghi entrano in una fattoria per un pasto soltanto, / per una pagnotta e per un bicchiere di vino». Creature effimere che durano un giorno, infelici, a contatto col dolore e la morte, anelanti a una difficile se non impossibile innocenza del cuore.
Eppure, dice Péguy, proprio all’uomo, a questo «pozzo d’inquietudine», Dio ha fatto dono di sé («spaventoso amore, spaventosa carità»). È questo il suo mistero, il mistero della seconda virtù: che «il Creatore ha bisogno della sua creatura…/ Colui che è tutto ha bisogno di ciò che non è nulla…».

Maternità universale
E’ il mistero di Dio, l’essenza per noi inspiegabile della sua gratuità, che poi fa tutt’uno col mistero di Maria, il suo essere compresenza e armonia degli opposti: purezza e al tempo stesso coscienza della miseria umana, senso di finitudine e salvezza donata a piene mani.
«A tutte le creature – scrive il poeta – manca qualche cosa, e non soltanto di non essere Creatore. / A quelle che sono carnali, lo sappiamo, manca di essere pure. / Ma a quelle che sono pure, bisogna saperlo, manca di essere carnali./ Una sola è pura essendo carnale. / Una sola è carnale essendo pura. / E’ per questo che la Santa Vergine non è solo la più grande benedizione che sia caduta sulla terra / ma la più grande benedizione discesa in tutta la creazione…».
Anche gli angeli, è vero, sono puri, dice Péguy, però non conoscono la materia, non hanno corpo, questo nostro corpo impastato di fango e di cenere che sempre ci inchioda alla terra. Maria, al contrario, pur essendo immacolata, «pura come Eva prima del primo peccato», ha sperimentato la realtà della carne, ed è in grado di capire quella pesantezza tutta umana del vivere. «E finché ci sarà un riparo, /cioè un ovile, / Essa è la madre del pastore eterno».
Maria, madre del Buon Pastore, è per l’uomo garanzia perenne di soccorso, e proprio in virtù della sua maternità, che è di carattere soprannaturale e, perciò, universale. A Lei, quindi, ci si può affidare infallibilmente, con la certezza di arrivare a Dio; a Lei si ricorre, infine, nell’ora estrema per trarne speranza di salvezza. «Quando avremo lasciato sacco e corda, / quando avremo tremato gli ultimi tremiti, / quando avremo rantolato gli ultimi dolori, / ricorda la tua misericordia. / Nulla ti chiediamo, o Rifugio dei peccatori, / solo l’ultimo posto nel tuo purgatorio, / per piangere a lungo la nostra tragica storia, / e contemplare da lontano il tuo splendore…».

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L’ambrosia del demonio

Posté par atempodiblog le 30 janvier 2014

L'ambrosia del demonio dans Anticristo n5sdmo

“Il peccato contro la speranza, il più mortale di tutti, è forse il meglio accolto, il più accarezzato. Ci vuole molto tempo per riconoscerlo, e la tristezza che lo annunzia e lo precede è così dolce! E’ il più ricco degli elisir del demonio, la sua ambrosia”.

di Georges Bernanos

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Amicizia nuova

Posté par atempodiblog le 30 janvier 2014

Amicizia nuova
Nella familiarità nata tra cattolici ed ebrei per far fronte alla persecuzione nazista in Italia
di Anna Foa – L’Osservatore Romano

Gli studi degli ultimi anni stanno mettendo sempre più in luce il ruolo generale di protezione che la Chiesa ha avuto nei confronti degli ebrei durante l’occupazione nazista dell’Italia. Da Firenze, con il cardinal Dalla Costa su cui si tiene questo convegno, proclamato Giusto nel 2012, a Genova con don Francesco Repetto, anch’egli Giusto, a Milano con il cardinal Schuster, e via via fin naturalmente a Roma dove la presenza del Vaticano, oltre all’esistenza delle zone extraterritoriali, consentì il salvataggio di migliaia di ebrei. Proprio a proposito di Roma il lavoro recente di Andrea Riccardi ha messo in luce molti aspetti importanti di questa vicenda, dalle modalità con cui fu portata avanti l’opera di ricovero e salvataggio dei perseguitati, che erano tali da non poter essere il frutto soltanto di “iniziative dal basso” ma erano chiaramente coordinate oltre che consentite dai vertici della Chiesa, al fatto che essa non si limitava agli ebrei, più a rischio degli altri, ma si estendeva a tutti coloro che erano in pericolo (la mezza Roma che nascondeva l’altra mezza), al fatto evidente che i nazisti erano ben consapevoli di quello che succedeva nei conventi: la partita si giocava sul filo del rasoio e non riguardava solo la possibilità di dar rifugio agli ebrei, ma il rapporto tra Chiesa e nazisti, e cioè la possibilità che il regime nazista ponesse d’un colpo fine alla presenza di uno Stato neutrale, il Vaticano, nel cuore della Roma occupata. Si cancella così l’immagine proposta negli anni Sessanta di un Papa indifferente alla sorte degli ebrei o addirittura complice dei nazisti.

Amicizia nuova dans Articoli di Giornali e News 5ecux5Vorrei mettere qui in rilievo che questa più recente immagine dell’aiuto prestato agli ebrei dalla Chiesa nasce non da posizioni ideologiche filocattoliche, ma soprattutto da ricerche puntuali sulla vita degli ebrei durante l’occupazione, dalla ricostruzione di storie di famiglie o di individui. Dal lavoro sul campo, insomma. Il rifugio nelle chiese e nei conventi emerge in continuazione dai racconti dei sopravvissuti, percorre come un filo rosso le testimonianze orali raccolte negli anni in Italia (come il corpo vastissimo delle testimonianze di ebrei italiani rese alla Shoah Foundation), si ritrova presente nella maggior parte delle memorie dei contemporanei. È raccontato come un dato di fatto, appartiene al campo delle evidenze, con tutte le diversità delle situazioni, dai conventi che chiedono una retta a quelli che accolgono gratis gli ebrei, che a loro volta danno una mano nel lavoro quotidiano come nel caso delle ragazze ebree che aiutano a fare scuola ai bambini nella scuola delle Maestre Pie Filippini a Roma Ostiense, raccontato da Rosa Di Veroli. È insomma un’immagine che è il frutto non del dibattito sul tema Chiesa e Shoah ma anche e soprattutto della ricerca volta ad illuminare la vita e il percorso degli ebrei sotto l’occupazione nazista.

La dibattuta quaestio storiografica su Pio XII e gli ebrei ha per molti decenni frenato la ricerca e spostato sul terreno ideologico ogni tentativo di fare chiarezza sui fatti storici. Penso che per fare storia del rapporto della Chiesa con gli ebrei nell’Italia occupata sia innanzi tutto necessario sgombrare il campo da questa questione. Cioè, la domanda principale non può essere quella del rapporto tra lo “spirito profetico” di un Papa e i compromessi diplomatici di un altro Papa, ma quella su quanto e fino a che punto e anche con quante opposizioni interne la Chiesa e il Papa fossero alla guida dell’opera di salvataggio degli ebrei italiani. Le due questioni sono distinte e vanno, io credo, tenute distinte.

L’indagine sulle modalità concrete dell’aiuto agli ebrei, sulla presenza degli ebrei nei conventi e nelle chiese, sulla vita degli ebrei dentro i rifugi ecclesiastici, comincia a mettere in luce un aspetto su cui, mi sembra, poco si è riflettuto finora, quello del cambiamento di mentalità che ne può essere derivato, un tema su cui qualche spunto si può trovare nel libro di Andrea Riccardi su Roma. Infatti, è vero che ebrei e cristiani avevano convissuto per secoli, tra le mura dei ghetti e nelle antiche giudecche, in Italia e particolarmente a Roma, ma questa convivenza aveva raramente coinvolto degli ecclesiastici. Ora, di necessità per l’urgenza della persecuzione, preti ed ebrei dividevano lo stesso cibo. Le donne ebree passeggiavano nei corridoi dei conventi di clausura, gli ebrei imparavano il Padre Nostro e si infilavano la tonaca come precauzione in caso di irruzioni tedesche e fasciste. Rosa Di Veroli, richiesta di pregare insieme con gli altri in chiesa, lo faceva ma recitando sottovoce lo Shemà. C’era un’effettiva speranza da parte cristiana di toccare il cuore indurito degli ebrei e spingerli al battesimo? E quegli ebrei che si battezzarono, lo fecero in seguito ad una vera richiesta o per il fascino di un mondo che non conoscevano e che offriva loro protezione? E ci viene in mente la Lia Levi di Una bambina e basta, attratta per un breve momento dal battesimo. Parliamo ovviamente dei casi di conversione nei conventi, non di quelle conversioni, vere o simulate che fossero, fatte nel 1938 nella speranza di evitare i rigori delle leggi razziste, quando il cardinal Schuster battezzava all’alba gli ebrei in Duomo e i giornali antisemiti più radicali, con Farinacci, vedevano in questi battesimi “il cavallo di Troia degli ebrei nella società ariana e cristiana“.

Tutto questo mette certamente in moto nelle due parti esitazioni e timori nei confronti di un rapporto tanto stretto e quotidiano. Nei sacerdoti e soprattutto nelle suore questi timori possono prendere la strada dell’impulso verso la conversione, inserendosi così su un filone più consolidato e tradizionale di rapporto. Così, la quotidianità e l’attenzione trovano giustificazione e conforto nella speranza di portare un ebreo al battesimo. Negli ebrei, invece, il timore direi atavico di essere spinti verso la conversione porta talvolta (emergono casi del genere nella documentazione orale) a non prendere nemmeno in considerazione l’idea di trovare rifugio in un’istituzione ecclesiastica. Ma può succedere che nulla di tutto questo si realizzi. Che dire, a Roma, della chiesa di San Benedetto al Gazometro, dove molti ebrei trovarono rifugio, e del suo parroco allora giovanissimo, don Giovanni Gregorini, che trovava il tempo di fare ogni giorno due chiacchiere con uno dei rifugiati ebrei, uomo di una certa età e molto religioso, parlando con lui delle rispettive religioni, e dei loro rapporti? Qui, dalle due parti, c’è rispetto reciproco e curiosità dell’altro.

Insomma, io credo che questa familiarità nuova e improvvisa, indotta senza preparazione dalle circostanze, in condizioni in cui una delle due parti era braccata e rischiava la vita ed era quindi bisognosa di maggior “carità cristiana”, non sia stata senza conseguenze sull’avvio e sulla recezione del dialogo. Un dialogo molto più tardo, certo, e avviato soprattutto a livello teorico (pensiamo a Jules Isaac e all’insegnamento del disprezzo), mentre questo ci appare come un dialogo dal basso, fatto di pasti consumati insieme e di discorsi senza pretese, anche per superare le ansie di un rapporto sconosciuto fino a quel momento. Così, le suore di un altro convento romano aggiungevano il lardo alla zuppa comune solo dopo averla distribuita alle ebree rifugiate da loro. Anche questa è una forma di dialogo dal basso, mi sembra.

Nel primo dopoguerra, nel momento in cui prevaleva la rimozione, questo processo dialogico è stato in parte bloccato, da una parte perché gli ebrei erano intenti a ricostruire il proprio mondo e la propria identità dopo la catastrofe, dall’altra perché i cattolici sembravano esser tornati sulle posizioni tradizionali in cui la speranza della conversione era più forte del rispetto. È forse questa chiusura dei primi anni dopo la Shoah ad impedire lo sviluppo di quel dialogo dal basso, alla pari di quello ai livelli più alti, come dimostra il fallimento dell’incontro di Jules Isaac con Pio XII. Comunque fosse, agli inizi degli anni Sessanta, con Il vicario di Hochhuth, su questo processo sarebbe stata proiettata l’ombra della leggenda nera di Pio XII, con il risultato di intralciare e opacizzare la memoria e il peso di quel primo percorso comune. Oggi è il momento giusto per riprendere a indagarlo.

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