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Santa Maria della Pace, un luogo di preghiera

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2014

Il 24 gennaio la Chiesa celebra la festa di Santa Maria della Pace. Nella chiesa di Santa Maria della Pace a Roma riposano le sacre spoglie di San Josemaria Escrivá. Nella Cripta della chiesa è sepolto Mons. Álvaro del Portillo. Sono molti coloro che vi si recano a chiedere aiuto o a ringraziare per i favori ricevuti.

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Chiesa Prelatizia di Santa Maria della Pace
Un luogo di preghiera dove riposano le sacre spoglie di San Josemaria Escrivá.
Tratto da: San Josemaría Escrivá

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Il corpo di san Josemaria riposa in un’urna collocata sotto l’altare della Chiesa di Santa Maria della Pace. Milioni di persone in tutto il mondo ricorrono a San Josemaria per chiedere a Dio Nostro Signore grazie di qualsiasi tipo. E sono molti coloro che visitano la Chiesa Prelatizia per pregare o per ringraziare per le grazie ricevute attraverso la sua intercessione.

Il 31 dicembre del 1959, San Josemaria celebrò la prima Messa in Santa Maria della Pace, che in seguito all’erezione dell’Opus Dei come Prelatura personale diventò la Chiesa Prelatizia. La devozione di Mons. Escrivá alla Vergine è il motivo del titolo della chiesa e dell’immagine che la presiede. Nella cripta della Chiesa si trova la Cappella del Santissimo e vari confessionali. San Josemaria predicó con instancabile zelo la necessità di ricorrere ai Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia, doni di Dio ai suoi figli gli uomini, fonte di pace e di allegria perenni.

“La Madonna – così l’invoca la Chiesa – è la Regina della pace. Per questo quando la tua anima, l’ambiente familiare o professionale, la convivenza nella società o tra i popoli sono agitati, non cessare di acclamarla con questo titolo: “Regina pacis, ora pro nobis!” – Regina della pace, prega per noi! Hai provato, almeno, quando perdi la serenità?… – Ti sorprenderai della sua immediata efficacia”. San Josemaria Escrivá

Nella cripta è sepolto Mons. Álvaro del Portillo (1914-1994), Vescovo e primo successore di San Josemaría alla guida dell’ Opus Dei.

Orari di Santa Maria della Pace

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Sante Messe: Tutti i giorni alle ore 8.30, 12.00 e 19:30*. *La Santa Messa dalle 19.30 non si celebrerà durante i mesi di luglio ed agosto. 

Durante la Settimana Santa, dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua, si celebrerà la Santa Messa solo alle 8.30, tranne Giovedì, Venerdì e Sabato Santo. 

Viale Bruno Buozzi, 75 00197 Roma telefono 06-808961 

Apertura: Tutti i giorni dalle 8.30 alle 20.25 (dalle 14.00 alle 17.00, entrata da Via di Villa Sacchetti, 36) 

Nei giorni 16 e 17 luglio 2013 la Chiesa Prelatizia sarà chiusa per lavori di manutenzione 

Confessioni: In italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese. Se un gruppo vuole avvisare in anticipo del suo arrivo o un sacerdote desidera celebrare la santa Messa, si può chiamare il numero 06-808961. 

freccetta.jpg Mappa per raggiungere la chiesa

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Un cuore santo e misericordioso

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2014

Un cuore santo e misericordioso
Se il corpo di san Francesco di Sales riposa nella sua Annecy, il suo cuore, incorrotto e fonte di miracoli, è venerato oggi, dopo tante traversie, a Treviso, nel monastero delle Visitandine.
di Roberto de Mattei – Radici Cristiane

Tratto da: Il giudizio cattolico

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San Francesco di Sales, conosciuto in tutto il mondo, gode di una notorietà speciale in Italia, anche grazie a san Giovanni Bosco, che volle perpetuarne la memoria e lo spirito fondando la congregazione dei salesiani. Pochi sanno però che se il corpo di san Francesco di Sales riposa ad Annecy, il suo cuore, integro e incorrotto, è conservato in Italia, nella cittadina di Treviso. Vale la pena ripercorrerne il movimentato itinerario.
Il 28 dicembre 1622, il grande santo savoiardo moriva a Lione, colpito da un attacco apoplettico, all’età di 54 anni. Appena diffusasi la notizia, i fedeli accorsero in folla per venerare la sua salma che solo dopo una lunga contesa, fu restituita alla città di Annecy, dove aveva risieduto come vescovo della calvinista Ginevra e dove, con santa Giovanna di Chantal, aveva fondato l’ordine della Visitazione. Il cuore, che nell’operazione di imbalsamazione era stato trovato “grande, sano e completo”, fu lasciato alle suore visitandine di Lione che lo avevano ospitato negli ultimi giorni.
Il monastero di Lione, intitolato a Santa Maria di Bellecour, era stato fondato nel 1615. Mons. Marquemont, arcivescovo di quella città aveva rifiutato però l’idea originaria di Francesco di Sales, che era quella di dar vita ad una congregazione femminile di vita attiva, senza clausura.
Con quella docilità alla Provvidenza che caratterizza la sua spiritualità, il Santo accettò di mutare le regole primitive della Visitazione, che nel 1618 fu trasformata in Ordine religioso con voti solenni e clausura pontificia.
Ordine contemplativo dunque, destinato, per la sua straordinaria fioritura, a rendere nel XVII e nel XVIII secolo un servizio alla Chiesa complementare a quello che sul piano dell’attività educativa e culturale andavano svolgendo i gesuiti.
Le religiose di Lione, il “secondo” monastero della Visitazione, dopo quello di Annecy, avevano l’onore di conservare il cuore del fondatore, custodito in uno splendido reliquiario d’oro donato da Luigi XIII Re di Francia.
Nel 1658, quando il delegato del Papa Alessandro VII stese l’atto ufficiale di autentica del cuore lo trovò incorrotto, in ottimo stato ed effondente un profumo dolce e penetrante. Questa misteriosa fragranza era la stessa che ad Annecy diffondevano i suoi resti mortali, impregnando i chiostri e i viali, e che emanava tutto ciò che era appartenuto al Santo, come il cappello a Vienna e il breviario conservato a Nevers.
Il cuore di san Francesco di Sales divenne per i lionesi uno degli oggetti più cari di venerazione e di culto. Ogni anno, negli ultimi giorni di gennaio, veniva esposto pubblicamente per quattro giorni consecutivi, con un’immensa affluenza di popolo.

Nella tempesta rivoluzionaria
Chi avrebbe immaginato che il regno “cristianissimo” di Francia avrebbe presto abbracciato la via della rivolta e della scristianizzazione? La “figlia primogenita della Chiesa” celebrava i suoi Stati Generali, il 5 maggio 1789, in un clima ancora sacrale, ma dopo pochi mesi annunciava al mondo la soppressione degli ordini religiosi, la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, la Costituzione Civile del Clero, che la poneva in rotta aperta con Roma.
Dopo il 10 agosto 1792, anche per le visitandine di Lione la situazione si fece insostenibile. Le religiose vennero sottoposte a interrogatori e vessazioni di ogni genere e finalmente costrette alla dispersione e alla fuga.
Abbandonarono da un giorno all’altro tutto, ma non il loro bene più caro, la reliquia del fondatore, che da quel momento accompagnò la loro peregrinazione. Nei primi mesi del 1793, mentre Luigi XVI veniva condotto al patibolo e la Vandea si sollevava in armi, le suore, divise in piccoli gruppi, senza passaporti o commendatizie attraversarono la Francia e la Svizzera per giungere avventurosamente a Mantova, dove l’Imperatore del Sacro Romano Impero aveva offerto loro la possibilità di aprire un monastero.

Il cuore in Italia
L’accoglienza della popolazione fu calorosa, ma la tranquillità di breve durata. Agli inizi di aprile del 1796, il generale Bonaparte valicava le Alpi e dilagava nella Pianura Padana. Le religiose, incalzate dalle armate francesi, sempre portando con sé il cuore del Salesio, furono costrette ad un nuovo peregrinare che le portò in Boemia a Krumau, quindi a Vienna e finalmente, nel 1801, a Venezia.
Il cuore di san Francesco di Sales e le sue suore avevano possesso del monastero di San Giuseppe di Castello di Venezia, presso il quale esse tennero un educandato frequentato per quasi un secolo dalle migliori famiglie venete. A questa aristocrazia di sangue e di spirito appartennero nell’Ottocento modelli di visitandine come le madri Giulia Gaetana Thiene, Teresa Caterina Michiel, Giuseppina Antonietta Monico.
Si chiuse il secolo e il vento del laicismo e dell’anticlericalismo tornò a soffiare. In Italia prese di mira i beni religiosi e tra questi il monastero di San Giuseppe, che secondo le leggi del tempo apparteneva al demanio.
Pio X, che da cardinale le aveva protette, indusse le suore a costruire un nuovo monastero a Treviso, in località Le Corti, non lontano da quella Riese dove era nato e aveva trascorso la sua infanzia contadina.
Santo attira santo. Il 2 luglio 1913, festa titolare dell’ordine, mons. Giacinto Longhin vescovo di Treviso di cui è oggi in corso la causa di beatificazione, accoglieva il nuovo insediamento della comunità facendosene fino alla sua morte, nel 1936, l’infaticabile protettore.

“Vi lascio il mio spirito e il mio cuore”
Dopo tre secoli di storia movimentata, il cuore errabondo di san Francesco di Sales sembra aver trovato dunque il suo riposo nella aristocratica e tranquilla cittadina veneta.  Le eredi del monastero di Lione, che oggi sopravvive a Treviso, vivono raccolte, nella preghiera e nel silenzio, attorno al cuore del fondatore, che, poco prima di morire, aveva detto alle sue figlie: “Vi lascio il mio spirito e il mio cuore”.
Chi volesse gustare la profondità di questo spirito, non ha che da attingere direttamente alle fonti. Del grande scrittore e patrono dei giornalisti, numerose sono le opere recentemente ristampate, tra le quali i Trattenimenti e le Esortazioni (Città Nuova) rivolte alle suore della Visitazione, le incantevoli Lettere a Chantal (Rusconi), le battagliere Controversie (Morcelliana) e naturalmente i due capolavori: la Filotea e il Trattato dell’Amor di Dio, ( Paoline).
San Francesco di Sales, conosciuto come il santo del sentimento e della dolcezza, vi appare come l’uomo incrollabile nella difesa della fede e nell’amore esclusivo a Dio e alla sua giustizia. «Io – scriveva – sono l’uomo più affettuoso del mondo, e tuttavia non amo – credo – assolutamente nulla se non Dio e tutte le anime per Dio».

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“Beato Francesco di Sales salvami!”

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2014

“Beato Francesco di Sales salvami!”
Due fratelli devono attraversare un traballante ponte sopra un fiume in piena. Si raccomandano all’allora beato Francesco di Sales. Tuttavia, il più grande cade ed annega. Ma il giorno dopo…
di Alessandro Nicotra – Il Timone

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Correva l’anno 1623 ed era il 30 di aprile quando Francesco e Girolamo Genin, decisero di tornare a casa dai genitori sfuggendo dal temuto insegnante di latino, il signor Crozet. Costui, infatti, soleva punirli duramente quando non imparavano le lezioni.
I piccoli Genin, dunque, partirono di nascosto e di primo mattino per lasciare Les Ollièrs, paesino a sud di Ginevra, e giunsero così davanti al fiume Fier: un freddo fiume montano che spesso, in primavera e con lo sciogliersi delle nevi, si gonfiava e straripava prima di sfociare nel Rodano.
I due fratelli, rispettivamente di tredici e di quattordici anni, fissavano sconsolati sia l’impeto del fiume in piena, sia il piccolo ponte formato da tre assi di legno, non fissate tra di loro ed alquanto insicure. Se volevano tornare a casa quel ponte era la loro unica possibilità. “Esitammo a salirvi, temendo per la nostra vita; ma la paura di ricadere nelle mani del signor Crozet ci fece superare quel timore” dichiarerà in seguito Francesco.
Sarà che il fatto accadeva a poca distanza da Annency, località in cui era stato tumulato, nel 1622, l’allora beato Francesco di Sales che in vita era stato vescovo di Ginevra; sarà che a quel tempo erano ancora vivi quegli strani sentimenti da “fanatici, ignoranti e bigotti” che fan chiedere protezione a beati e santi, fatto sta che, prima di tentare l’attraversamento, i due giovani si inginocchiarono e chiesero protezione al servo di Dio e loro conterraneo Francesco di Sales. Gli fecero persino un voto: se avessero passato indenni il fiume avrebbero visitato la sua tomba ed ascoltato la Messa nella chiesa della Visitazione ad Annency. Girolamo, il più grande dei due, salì per primo ed arrivò al centro del ponte e del fiume. E proprio lì avvenne la disgrazia: un passo falso, il tempo di gridare “Beato Francesco di Sales, salvami!”, poi la faccia contro le assi del ponte ed infine la caduta in acqua. Subito il fratello tredicenne corse sul ponte per prestare aiuto a Girolamo. Ma finì a sua volta in acqua, sebbene non distante dalla riva. Francesco, invocando anch’egli e più volte l’omonimo beato, riuscì a mettersi in salvo e, rialzatosi, corse per centinaia di metri lungo il fiume, per riuscire a scorgere Girolamo… Nulla. Il fiume e la corrente l’avevano fatto sparire. Non rimaneva che tornare a Les Ollièrs, per avvertire il signor Puthod, parroco cui erano stati affidati dai genitori. Ma non trovando né Puthod né Crozet, Francesco lasciò detto al sagrestano di riferire loro della disgrazia e nel frattempo si diresse al fiume con alcuni compaesani che volevano aiutarlo. Davanti al ponte si erano già raggruppati molti abitanti di Ornay, il vicino paese che Francesco aveva attraversato in precedenza riferendo tra le lacrime quanto era successo. Ad ormai più di quattro ore dall’accaduto, si continuò a cercare il corpo di Girolamo più per dargli cristiana sepoltura che per la speranza di ritrovarlo vivo.
Si stava per desistere, quando giunse tale Alessandro Raphin, noto ed esperto nuotatore subacqueo conosciuto nella regione come abile ripescatore di corpi annegati. Ma dopo due tentativi falliti anche Raphin voleva desistere; l’acqua era troppo fredda e lui era ormai stremato. Per oltre un’ora si cercò di trovare lungo il fiume, un’ansa od una buca dove il cadavere poteva essere rimasto impigliato. E proprio in una buca assai profonda, il signor Raphin, dopo essere stato convinto a fare un ultimo tentativo, si gettò e rinvenne il cadavere di Girolamo. Il corpo del ragazzo appariva alla vista di tutti i numerosi presenti esanime, bluastro, gonfio, pieno di contusioni e quasi irriconoscibile. Sempre Raphin si caricò il corpo sulle spalle e lo portò a Ornay dove depose in un fienile. Il parroco locale constatò, dopo accurato esame, che il ragazzo era sicuramente morto e fece scavare una tomba nel cimitero della chiesa. Per il funerale bisognava però aspettare l’arrivo del parroco tutore dei Genin. Invero non ci fu da aspettare molto, ma erano già le sei di sera e quindi si decise che la cerimonia funebre sarebbe stata celebrata l’indomani. Il parroco Puthod si fece raccontare tutta la storia sin nei dettagli e quando udì dell’invocazione al beato Francesco di Sales ebbe un sussulto. Poco prima, infatti, mentre stava pregando nel fienile, presso la salma di Girolamo, aveva fatto il seguente voto: “se Dio si compiacerà di ridare la vita al morto per glorificare il suo vero Servo Francesco di Sales, reciterò in loro onore nove messe per nove giorni di fila sulla tomba del beato”. Durante la notte venne celebrata la veglia funebre ed al mattino seguente si preparò al funerale. Del resto, quel corpo annegato il giorno prima appariva sempre più malridotto ed irriconoscibile. Eppure…
Quando Girolamo Genin stava per essere sollevato e deposto nella bara, prima lo si vide alzare un braccio e, subito dopo, lo si sentì pronunciare: “O beato Francesco di Sales!”. Tutti rimasero sorpresi e meravigliati.
Alcuni dei presenti fuggirono, altri persero i sensi e solo in pochi trovarono il fiato ed il coraggio per gridare al miracolo.
Girolamo venne aiutato ad alzarsi e sebbene presentasse parecchie contusioni era vivo! Bevve, si ripulì dalla sabbia del fiume, mangiò e raccontò che, prima di alzarsi, gli era apparso il Beato Francesco di Sales che l’aveva benedetto. Il 4 maggio i fratelli Genin ed il parroco Puthod si recarono ad Annency per tener fede al proprio voto. Un altro miracolo attendeva Girolamo che, dopo essersi coricato sulla tomba d el Servo di Dio, sentì sparire di colpo tutti i dolori e le contusioni di cui ancora soffriva. Nel maggio 1665 Francesco di Sales venne canonizzato e fra i presenti alla cerimonia vi era pure il risorto Girolamo.
Questo miracolo è ben documentato dalle deposizioni dei numerosi testimoni che vi assistettero direttamente. Teniamo conto, infine, che solo Dio può risuscitare veramente un morto. Solo il creatore delle leggi della natura può derogarvi.

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