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Sant’Andrea delle Fratte: il santuario della Madonna del Miracolo

Posté par atempodiblog le 20 janvier 2014

Accanto all’altare della Basilica di Sant’Andrea delle Fratte c’è una placca, in francese, che recita così:
“Il 20 gennaio 1842, Alphonse Ratisbonne da Strasburgo venne qui da ebreo ostinato. Questa Vergine gli apparve così come tu la vedi. Cadde ebreo e si alzò cristiano. – Forestiero, portati a casa il prezioso ricordo della misericordia di Dio e del potere della Vergine”.

Sant’Andrea delle Fratte: il santuario della Madonna del Miracolo
di Cristina Mochi - Radici Cristiane

Giuseppe Moscati.

Un esterno austero, in semplici mattoni, contrasta con l’interno fulgido e brillante della chiesa dedicata a sant’Andrea, poi considerata santuario mariano dopo l’apparizione miracolosa della Vergine. Il candido campanile diventa monumentale ostensorio proteso verso il cielo: l’architettura si fa simbolo di Grazia, Borromini il suo umile servo.
L’episodio che ha inciso profondamente nella storia della chiesa e dell’intera cristianità è rappresentato dall’Apparizione della Vergine a S. Andrea delle Fratte, il 20 gennaio 1842, e la consecutiva conversione dell’ebreo Alfonso Ratisbonne.
Da quel momento le iniziative dedicate alla “Madonna del Miracolo”, come amava chiamarla il popolo romano, si moltiplicarono, portando all’istituzione del Rosario giornaliero e del Mese Mariano. Per la devozione e le molte conversioni, Papa Benedetto XV chiamò questo Santuario la “Lourdes Romana”.

Giuseppe Moscati.

Borromini elabora gli esterni
La chiesa di S. Andrea delle Fratte, sorta verso il Mille e denominata S. Andrea infra hortos, per il carattere rurale della zona, fu dedicata all’Apostolo protettore del Regno di Scozia e per questo fu affidata prima alla comunità scozzese, poi alla Confraternita del Sacramento, ed infine concessa, da Papa Sisto V, nel 1585, ai Minimi di San Francesco di Paola, all’indomani dello scisma della chiesa inglese.
Nel 1653 si decise il completamento secondo il progetto di Francesco Borromini, che intervenne prevalentemente sugli esterni: mascherò la cupola all’interno di un alto tamburo (mutilo purtroppo del lanternino), realizzò il campanile e la tribuna.
Priva di ogni superflua decorazione, realizzata preferendo al marmo la duttilità del mattone, l’architettura si traduce in una scultura dai caldi passaggi chiaro-scurali, plasmata com’è dalla luce. Superbo lo snello campanile, trasformato in fiaccola dell’Amor Divino, nel quale sono inserite le erme dei Cherubini, gli Angeli più vicini a Dio, a cui la tradizione cristiana ha affidato il difficile compito di tradurre l’immagine della Grazia Divina.
Una spiritualità sentita e profonda, quella del Borromini, che sa trasformarsi in “architettura parlante”. Anche gli interni di S. Andrea ci sanno svelare sorprese inaspettate.

Giuseppe Moscati.

Capolavori di Bernini all’interno
Di grande impatto scenografico sono i due Angeli di Gian Lorenzo Bernini, iniziati nel 1667 e posti ai lati dell’abside. L’Angelo con il cartiglio e quello con la corona di spine, dovevano far parte della serie di dieci Angeli con i simboli della Passione voluti da Papa Clemente IX per il Ponte Sant’Angelo.
Le due statue di S. Andrea delle Fratte, le uniche realizzate dal Bernini, ritenute troppo belle per essere sciupate dalle intemperie, rimasero nello studio del maestro e solo più tardi vennero destinate alla chiesa.
Giovan Battista Maini, invece, è l’autore della scultura rappresentante S. Anna morente, posta nel transetto a sinistra. L’opera ci appare come chiara ed efficace interpretazione del tipo berniniano della beata Ludovica Albertoni e della Trasverberazione di S. Teresa, motivi che sprigionano grande forza drammatica proposta con l’accentuazione espressiva del volto e dei gesti, secondo la descrizione dello stato estatico della stessa S. Teresa d’Avila, canonizzata nel 1622.

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[Ma che sant'uomo!] La monaca di Watton

Posté par atempodiblog le 20 janvier 2014

[Ma che sant'uomo!] La monaca di Watton
Tratto da: Una penna spuntata

[Ma che sant'uomo!] La monaca di Watton dans Misericordia 2wnpq3c

Aelred di Rielvaux si lasciò scappare un mugolio di disperazione. “No, aspetta, non dirmelo. Non dirmelo. Vediamo se indovino. È successo al priorato di Watton”. Il segretario abbassò lo sguardo con aria imbarazzata. “Ehm. Proprio così, signore”. Aelred alzò gli occhi al cielo, come ad invocare un po’ di pazienza. “Ma ci credo”, sbottò. “In nome del cielo, si poteva anche immaginare. Ma a te, a naso, verrebbe mai in mente di far convivere, praticamente nello stesso edificio, un gruppo di giovani suore e un gruppo di giovani canonici?”. Il segretario continuò a fissarsi la punta degli stivali. “Ehm…”. “Ed è proprio una cosa generalizzata, eh!”, continuò Aelred. “Ho già convocato il fondatore dell’ordine, gli ho già fatto presente che una situazione del genere espone a pericoli tremendi: gli ho spiegato che ne va del buon nome della sua fondazione, gli ho spiegato che la paglia vicino al fuoco brucia e che la situazione non è sostenibile… e lui, testa dura, continua sulla stessa strada. Le suore si dedicano alla vita contemplativa e i canonici maschi le aiutano nei lavori pesanti, dice. Io non so come possa essere così incapace di vedere i rischi”. “Sì, ehm”. Il segretario tossicchiò, forse per farsi coraggio: “nello specifico, in questi mesi, i canonici maschi avevano lavorato proprio nei locali del convento delle suore, diverse ore al giorno, per far lavori di muratura”. Aelred si nascose il viso fra le mani, sospirando. “E”, si fece forza il segretario, “la suora in questione, forse, non era davvero vocata a questa vita. Qui, nella lettera, si parla di una ragazza che era entrata in monastero quando aveva quattro anni, come oblata, e che adesso sarebbe in età da marito”. “Fantastico”, commentò Aelred con sarcasmo: “mi sembra proprio il mix perfetto. E io cosa c’entro, in tutto questo?”. Il segretario tossicchiò di nuovo: era visibilmente imbarazzato. “Ecco: abbiamo ricevuto questa lettera da parte di Gilbert di Sempringham… il fondatore dell’ordine, insomma. Nella sua pergamena, Gilbert ammette che la situazione gli sta sfuggendo di mano e vi implora di intervenire, di indagare… voi che avete più esperienza, che siete a capo di un’abbazia da tanti anni…”. Poco ci mancò che Aelred scoppiasse a ridere. “Devo indagare? Cioè, vuole che gli spieghi nei dettagli cos’è successo?”. “. Cioè. No! Nel senso”. Il segretario era diventato leggermente violaceo. “È che la storia non finisce qui. Ci sono state delle complicanze”. “Oh misericordia. Peggio ancora di così?”. “Purtroppo sì, signore. Perché le consorelle a un certo punto si sono accorte degli incontri clandestini fra la monaca e questo canonico, al che le hanno parlato e le hanno ingiunto di smettere. E poi immagino che la ragazza abbia confessato i suoi peccati e abbia fatto penitenza, comunque fino a quel punto se la son sbrigati da soli nel convento”. “Eh. E dunque?”. Il segretario prese un profondo respiro. “E dunque, dopo qualche tempo la monaca di Watton s’è scoperta incinta”. “Oh, Signore”, sussurrò Aelred. “E a quel punto, stando alla lettera, le consorelle sono un po’ uscite di testa. Perché dicevano che una suora incinta gettava infamia su tutto il monastero, attirava l’ira di Dio sulla comunità, era una vergogna per il buon nome… insomma, alcune hanno proprio dato fuori di matto e hanno proposto di uccidere la suora incinta. Poi è intervenuta la frangia più moderata della comunità, che ha deciso di tenere con sé la consorella mettendola in stato di semi-reclusione”. “Ehm. Già meglio…”, mormorò Aelred, a voce bassa. “Sì, ehm. Diciamo che poi le consorelle fuori di testa sono andate a cercare il padre del bambino, e l’hanno trovato, e hanno costretto la suora incinta a castrarlo pubblicamente davanti a tutti per punizione di quello che aveva fatto…”. “Ma in nome del cielo!!”. “Ehm. Comunque lui sta bene. Cioè, è sopravvissuto. Ma il problema è un altro, cioè che hanno piazzato ‘sta suora incinta in una celletta isolata in cui vive in uno stato di semi-reclusione, a metà fra la penitenza e la punizione e la prevenzione di altri gesti sconsiderati, che Dio non voglia!… solo che, ehm, adesso la suora non è più incinta”. “Cioè, ha partorito?”, domandò Aelred. “No, no! Non ha partorito. È proprio che non è più incinta”. Aelred sgranò gli occhi, orripilato. “Mi stai dicendo che si è procurata un aborto?!”. “No! Cioè: è quello che si stanno chiedendo tutti, a quanto pare. Era già in stato avanzato di gravidanza: la sera prima aveva il pancione, il petto gonfio, tutti quei segni esteriori della gravidanza, e la mattina dopo era tornata alla normalità, come se niente fosse successo, e del bambino non c’era traccia. Lei asserisce di non aver fatto assolutamente nulla, e di non sapere dove sia suo figlio”. Sant’Aelred di Rielvaux guardò a lungo il suo segretario, che coraggiosamente ricambiò lo sguardo tenendo in mano la lettera. “È stato appunto in questo frangente che il fondatore dell’ordine ha richiesto l’aiuto di qualcuno con più esperienza, signore”.

***

L’abate di Rielvaux si inginocchiò davanti alla monaca di Watton, guardandola con dolcezza. Sembrava così incredibilmente piccola e spaventata, presa in mezzo a questa storia orribile e decisamente più grossa di lei. Aveva gli occhi rossi di chi ha pianto a lungo, e stava seduta su un pagliericcio nella sua piccola celletta. Un grosso catenaccio le stringeva il polso sinistro, impedendole di scappare. Aelred guardò la suora negli occhi, e accennò un sorriso per rassicurarla. “Dov’è il tuo bambino, sorella?”, le chiese a bassa voce. Gli occhi della suora si riempirono di lacrime, di nuovo. “Io non lo so, signore! Io non lo so, ve lo giuro su quanto ho di più caro al mondo!”. Aelred aprì la bocca e poi la richiuse senza aver detto niente, cercando disperatamente qualcosa di sensato da fare a quel punto. “Sorella, ehm”, iniziò molto cautamente. “Come è possibile che non lo sappiate? Voglio dire”, ed esitò: “eravate incinta, e siete chiusa in una stanza con un catenaccio che vi inchioda alla parete… come è possibile che di punto in bianco…?”. La monaca di Watton abbassò lo sguardo, singhiozzando. “Nessuno qui vi accusa di niente”, disse Aelred velocemente: “o quantomeno, io non vi accuso di nulla, non vi conosco e vi do credito di fiducia: sono stato inviato qui apposta per capire. Solo che, se voi non ci spiegate…”. La monaca singhiozzò: “io l’ho già spiegato, ma nessuno mi crede!”. “Ma può darsi che vi creda io, sorella”, ribatté Aelred a bassa voce. “Coraggio”. “È stato Henry Murdac, signore. È venuto nella mia cella”, singhiozzò la suora, “e ha portato con sé il bambino, dicendo che con lui sarebbe stato al sicuro, e che tutto sarebbe andato bene”. Seguì un silenzio di dieci secondi abbondanti. Aelred fissò la suora, che dal canto suo teneva lo sguardo fisso sul pagliericcio del suo letto. “Henry Murdac”, ripeté infine sant’Aelred, lentamente. “Sì, signore. Il vescovo di York”. Ci fu un altro lungo silenzio. “Henry Murdac è morto, sorella. Da anni”, disse Aelred con cautela. “Lo so”, fece la monaca rincominciando a piangere. “È stata un’apparizione: è venuto nella mia cella, di notte, per due volte; risplendeva di luce. La prima notte mi ha rassicurata, ha detto che sarebbe andato tutto bene e di prepararmi, e con un tocco ha spezzato la catena che mi legava il braccio destro”; ed effettivamente indicò, per terra, un moncone di catena che sembrava essersi rotta in due. “La notte successiva è tornato” – e gli occhi della suora erano pieni di lacrime – “ed era in compagnia di due donne, anch’esse splendenti di luce: una di loro, forse, era la Vergine Maria”. Aelred sgranò gli occhi: “attenta a quello che dici, sorella”. “Dico il vero!”, insisté la suora. “Loro…”. Prese un respiro profondo. “Mi sono improvvisamente sentita sgravata, ed ecco che una delle due donne teneva fra le sue braccia il mio bambino. Il vescovo Murdac mi ha detto che non ci sarebbe mai stato spazio, nel convento, per il bambino, e che io sarei stata costretta a fuggire col neonato subito dopo il parto, accompagnata da uno scandalo che mi avrebbe seguita per sempre. Ha detto che la situazione era troppo delicata, e che io ed il bambino avremmo fatto una brutta fine, abbandonati a noi stessi. E quindi ha detto che avrebbe provveduto a portare il bimbo in un posto dove sarebbe stato meglio… io vi giuro, mio signore, che non ho fatto assolutamente niente al bambino: l’ho visto e l’ho baciato, era sereno, se ne stava accoccolato fra le braccia della signora splendente di luce… stava bene…”. Per la seconda volta nell’arco di pochi minuti, Aelred boccheggiò alla disperata ricerca di qualcosa da dire. “Il vescovo Murdac era sempre stato il mio protettore, per così dire”, insisté la suora fra le lacrime. “Era lui che mi aveva portata al convento quand’ero bambina, quand’ero rimasta sola. È tornato tante volte a visitarmi, finché è stato in vita… e forse, anche dopo la morte ha voluto prendersi cura di me…”. Aelred si passò una mano fra i capelli, cominciando a presagire che quella sarebbe stata una lunga, lunga storia.

***

Una mezz’oretta più tardi, l’abate di Rielvaux era a colloquio con la madre superiora del monastero. “Non è possibile”, domandò cautamente, “che la ragazza abbia partorito durante la notte, e che qualcuno abbia provveduto a portare via il neonato?”. “No. Lo escludo”. L’anziana suora sembrava categorica. “Io stessa custodisco le chiavi della cella in cui è reclusa: nessuno avrebbe potuto entrare e uscire da quella stanza senza avvisarmi”. “Ecco: a proposito del trattamento vergognoso riservato alla sventurata ed al suo amante, si potrebbe aprire un capitolo a parte. Lodo il vostro zelo e apprezzo il vostro sdegno, ma tutto questo non è tollerabile. Ma per ora mi preme capire cosa ne è stato del bambino”, sospirò sant’Aelred, ed esitò. “Ed è possibile – scusate la domanda, ma sono obbligato a chiedere – è possibile che qualche consorella, nel corso di questi mesi, sia riuscita a far scivolare nel cibo della ragazza qualche… erba in grado di causare l’aborto…?”. “No! In nome del cielo, no! Non posso nemmeno immaginarlo!”. “E del resto” insistette l’uomo, cautamente, “entrando nella cella la mattina dopo, voi non avete trovato dei… resti… dei segni di sangue…?”. “No”, ripeté la suora. “Anzi: abbiamo ordinato alla consorella di spogliarsi; dovevamo capire. Il suo ventre era piatto e liscio, e il suo seno era tornato quello di una ragazza che non ha mai avuto latte”. Aelred soppesò le parole della suora, lanciando un’occhiata al crocifisso appeso al muro. “Avete mai preso in considerazione l’ipotesi che la ragazza dica la verità?”, domandò piano. La madre superiora batté i pugni sul tavolo per lo sdegno. “Che la Vergine Maria sia venuta a prendere il bambino di una suora rimasta incinta dopo aver infranto il voto di castità assieme a un frate, e che contestualmente abbia liberato la peccatrice dalle catene che la legavano alla cella? Come se la sciagurata fosse una povera vittima innocente?!”. Aelred accennò un mezzo sorriso. “Forse, la Vergine Maria non condivideva il trattamento che avevate in mente di riservare alla ragazza e al suo bambino?”.

***

Nessuno, al priorato di Watton, riuscì mai ad appurare cosa fosse successo davvero quella notte. Del resto, i miracoli non si provano con una indagine razionale. Certo è che, nella notte successiva, lo stesso Aelred inviò alcune sentinelle a sorvegliare, dall’esterno, la cella della reclusa, per controllare che la suora non avesse trovato un qualche modo per comunicare con l’esterno. Nessuno entrò e nessuno uscì dalla cella, quella notte: le sentinelle di Aelred furono pronte a giurarlo. Di conseguenza, nessuno comprese mai come fosse stato possibile che, la mattina dopo, all’interno della cella, fosse scomparsa nel nulla anche la seconda catena che, fino a poche ore prima, aveva avvinto il polso sinistro della suora. “È stato il vescovo Murdac!”, spiegò la monaca fra i singhiozzi, senza nemmeno avere il coraggio di allontanarsi da quel letto in cui era stata confinata. “Dovete credermi, io non ho fatto niente! Il vescovo ha detto che adesso ero libera: libera di cominciare una nuova vita, perché il mio peccato era stato perdonato!”.

Nessuno, al priorato di Watton, poté mai confermare le parole della ragazza – ma, del resto, qualcosa di inspiegabile era accaduto, in quelle notti. E immaginando che il Signore avesse scelto quei segni per manifestare la sua volontà, le monache di Watton agirono di conseguenza.

***

La monaca di Watton è stata, per così dire, la prima “storia bizzarra di buffi fatti medievali” che io abbia mai letto in assoluto. Frequentavo, all’epoca, la prima liceo classico; e la storia della suora incinta era inclusa in una raccolta di leggende medievali che mi era stata regalata per Natale da un amico di famiglia. Avrò avuto sedici anni, all’epoca; e, all’epoca, avevo riso molto per la trucida descrizione del modo in cui le suore di Watton avevano costretto all’evirazione il canonico libidinoso. Ché si è trattata di una lunga e trucida tortura dettagliatamente descritta a pro’ dei posteri, veh! A distanza di quasi dieci anni, ripensando a questa storia, sono molto più colpita da un altro particolare. Forse meno trucido, ma più significativo: questa sconcertante misericordia.

Innanzi tutto: la storia della monaca di Watton è “vera”, per così dire. Nel senso: ce la descrive proprio sant’Etelredo di Rielvaux, rievocando un episodio che, a suo dire, gli era realmente accaduto qualche anno prima: forse nel 1159; forse nel 1164. Comunque, in un’epoca abbastanza antica: in quegli anni, non è che si andasse tanto per il sottile con le suore (!) fornicatrici (!) che rimanevano incinte (!) di un canonico (!). Nel suo scritto, Etelredo di Rielvaux critica la durezza con cui i due peccatori erano stati trattati dai confratelli… però mi sa che era lui ad essere in minoranza: mi sa che l’atteggiamento comune, nei confronti di due peccatori di questo calibro, era comunque abbastanza impietoso, all’epoca. Per non parlare poi della reazione del popolino: immaginate lo sdegno, le battutacce, lo stigma su chi ha peccato e/o su chi ha messo i peccatori nelle condizioni di peccare! E invece, Etelredo di Rielvaux – evidentemente, sentendone il bisogno – se ne esce con questa strana storia di misericordia e di assoluzione, che se non sapessi che è originale mi sembrerebbe persino troppo “moderna” per esser vera.

È stata una leggenda inventata a tavolino? Ah, alcuni storici suggeriscono anche questa ipotesi: grazie a un miracolo di questo tipo, il monastero di Watton non era più “quel covo di peccatori dove le suore fornicano coi frati”; anzi, diventava “quel luogo di misericordia dove il Signore Iddio ha operato grandi prodigi”. Vabbeh, d’accordo: mettiamo in campo pure quest’ipotesi.

Ma a livello pastorale, a me piace tantissimo la storia della monaca di Watton. Veniamo messi a parte di questo miracolo, ma poi il predicatore non ci racconta nient’altro sul destino della suora. Sarà rimasta in convento con le sue consorelle, ad espiare i suoi peccati? Si sarà fatta una nuova vita da qualche altra parte, magari in un paese in cui nessuno conosceva i suoi trascorsi? E il bambino: che fine ha fatto? È volato in cielo con la Madonna, perché il Signore lo chiamava a sé? È stato affidato miracolosamente alle cure di una coppia sterile, capace di prendersi cura di lui meglio di quanto avrebbe potuto fare, all’epoca, una suorina altomedievale senza nessun parente ad aiutarla? Non lo so. Non lo sa nessuno. Sant’Etelredo non ce lo dice, il futuro delle due creature è ammantato da un velo di riserbo e di discrezione. Non ci interessa e non deve interessarci: non è questo l’insegnamento che voleva trasmetterci il Santo di Rielvaux.

E non è sorprendente che questa lezione oggi arrivi a noi, in diretta da un’omelia di un abate altomedievale?

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IL CASO/ La suora incinta e le domande sulla vocazione ridotte a “bar sport”

Posté par atempodiblog le 20 janvier 2014

IL CASO/ La suora incinta e le domande sulla vocazione ridotte a “bar sport”
di  Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

IL CASO/ La suora incinta e le domande sulla vocazione ridotte a “bar sport” dans Articoli di Giornali e News 2z83lsk

Parliamoci chiaro: la notizia di una suora del Salvador di 31 anni che a Rieti, denunciando al 118 dolori addominali, si è scoperta essere incinta, ricorda o una di quelle barzellette che mirano ad ammantare di cinismo la vocazione religiosa, o un’inquietante pagina di Arrigo Boito che – più di cent’anni fa – metteva in guardia dal considerare la realtà come univoca e si divertiva a scandalizzare i ben pensanti, rivelando gli scheletri nell’armadio delle fanciulle apparentemente immacolate.

Il pretesto, infatti, è solare: insinuare il sospetto che la religione altro non sia che una gigantesca messa in scena condita di ipocrisia, un coacervo di perversioni che – sotto l’abito canonico – prende la forma mostruosa del potere e si ripara, grazie al sistema giudiziario ecclesiastico, da ogni tipo di conseguenza. È accaduto con i preti pedofili e accade ogni qual volta un uomo (o una donna) di Chiesa incorre in una condotta non consona alla propria scelta di vita.

La questione, tuttavia, abbraccia almeno tre dimensioni che non possono essere equivocate. Da un lato c’è la responsabilità pubblica. Un religioso non può pensare di avere la stessa “privacy” di un ottimo elettricista; un uomo di Chiesa sa bene che ogni suo gesto – per quanto intimo e nascosto – risulta nel nostro tempo come un “gesto pubblico”. Non serve spostare la riflessione sul diritto alla riservatezza di ogni cittadino: chi abbraccia una certa vita sceglie di non appartenersi più, di vivere di fronte a tutti. Su questo noi “uomini del sacro” abbiamo una responsabilità maggiore, oggettivamente ineludibile. La coscienza di questa responsabilità può crescere nel tempo, ma non può mai essere evitata, soprattutto come tematica cardine per gli anni della formazione.

E qui arriva la seconda dimensione da considerare: quella educativa. Nei mesi in cui infuriava la pedofilia come “scandalo nella Chiesa” sono state elaborate analisi profondamente errate che ancora oggi ci portiamo dietro: il problema di ogni fragilità affettiva – perfino della perversione più sconveniente – non sta infatti nell’impianto dogmatico e morale del cattolicesimo (in rimedio al quale ieri si diceva “fate sposare i preti” e oggi si sussurra “date una famiglia alle suore”), il problema affettivo è una questione dell’uomo, legata all’uomo. Senza voler “scaricare il barile” su nessuno, si può tranquillamente affermare che certi mostri sono il prodotto culturale e antropologico della nostra epoca, non l’esito di una presunta castrazione operata dalla fede. È l’uomo che oggi su questo tema ha bisogno di essere educato, non la Chiesa che deve “aggiornarsi”.

A riprova di ciò possiamo citare la notizia diffusa ieri dalla Santa Sede sui casi, più di 400, di sacerdoti cattolici ridotti allo stato laicale per motivi legati alla sfera affettiva negli ultimi due anni. Non mi risulta che pari provvedimenti siano stati assunti nel mondo della scuola o dello sport dove, per dovere di verità, i numeri dei casi di abuso sui minori sono nettamente maggiori di quelli registrati in passato in seno alla Chiesa, come non mi risulta che il biasimo collettivo per scelte di vita affettivamente difficili raggiunga il mondo delle donne in carriera o degli uomini consacrati al proprio lavoro.

Il cruccio del mondo è quello di trovare il modo di emarginare tutto ciò che disturba o che mette in discussione il sistema, mentre la vera emergenza è quella di un’umanità incapace di amare, affettivamente schiava delle mode e dei ricatti provenienti dai modelli relazionali dell’occidente. Tutto questo rende la dimensione educativa prioritaria per qualunque comunità ecclesiale: ogni storia deve essere sostenuta e protetta, affinché la persona possa degnamente abbracciare le scelte che compie, sviluppando una sensibilità e una maturità adeguata alla propria stagione della vita.

Il caso della suora di Rieti non è preoccupante per lo scivolone morale in cui è occorsa la religiosa, ma per un’esperienza della fede che si rivela incapace di accogliere tutte le domande e il dramma dell’uomo, fino al punto da muoverlo a cercare in altro la propria soddisfazione e la propria consistenza umana. A questo livello non sono pochi gli interrogativi che sorgono sulla cascata di vocazioni che giungono dai paesi del Sud del mondo e che sono accolte, dai vari ordini e dalle congregazioni religiose, spesso in modo acritico e devozionale.

Infine, credo che sia anche fondamentale ricordare che in questa vicenda c’è una dimensione personale ineffabile. Nessuno sa che cosa ci sia nel cuore di quella donna. Far diventare la sua storia tema da “bar sport” o vicenda da strumentalizzare risulta alquanto meschino e grottesco, al punto tale che alla fine non si sa se l’immaturità affettiva sia maggiormente attribuibile alla giovane mamma o ai suoi illustri, e interessati, censori.

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Ma la speranza non va da sé

Posté par atempodiblog le 20 janvier 2014

Ma la speranza non va da sé dans Charles Péguy rsx204

Ma la speranza non va da sé.
La speranza non va da sola.
Per sperare, bambina mia,
bisogna esser molto felici,
bisogna aver ottenuto,
ricevuto una grande grazia…
La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità…
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
E a trascinarli.

Charles Péguy – Il portico del mistero della seconda virtù
Tratta da: Lo Straniero

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