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Giuseppe Moscati, la carità trasforma il mondo

Posté par atempodiblog le 6 novembre 2013

La carità trasforma il mondo
Giuseppe Moscati preferì il lavoro nell’ospedale alle glorie accademiche. Fu un medico, un laico, un cristiano che si adoperò per tutta la sua vita in un “amore” senza limiti per i poveri ammalati, membra sofferenti di Cristo.

di Maria Di Lorenzo – Madre di Dio

Giuseppe Moscati, la carità trasforma il mondo dans Pompei Blessed-Moscati

«Da ragazzo guardavo con interesse all’Ospedale degli incurabili, che mio padre mi additava da lontano dalla terrazza di casa, ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome, lenito in quelle mura. Un salutare smarrimento mi prendeva e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose, e le illusioni passavano, come cadevano i fiori degli aranceti che mi circondavano. Allora compreso tutto negli iniziati studi letterari, non sospettavo e non sognavo che, un giorno, in quell’edificio bianco, alle cui vetrate si distinguevano appena, come bianchi fantasmi, gli infermi ospitati, io avrei ricoperto il supremo grado clinico».
Ai tempi di Giuseppe Moscati, l’Ospedale degli incurabili era uno dei più famosi d’Europa. Era costituito da vari edifici, circondati da giardini, chiostri e fontane. Lì vi tenevano corsi universitari e vi insegnavano uomini famosi, della statura di Gaetano Rummo e Antonio Cardarelli. Oltre ad essere casa di cura era anche un centro di fede, pietà e misericordia. Un luogo fortemente legato alla vicenda e alla memoria di Giuseppe Moscati, il medico santo. Che aveva rinunciato alla cattedra universitaria per stare vicino agli ammalati, vero samaritano del Cristo sofferente. 

Ricco di virtù
Giuseppe Moscati nacque a Benevento il 25 luglio 1880; l’8 dicembre 1888, solennità dell’Immacolata, ricevette la Prima Comunione, e dopo aver conseguito alcuni anni dopo la maturità classica con ottimi voti, si iscrisse alla Facoltà di medicina: il 4 agosto 1903 conseguì la laurea con una tesi sull’urogenesi epatica, con il massimo dei voti e la lode, mentre la tesi veniva dichiarata degna di pubblicazione.
A 31 anni il dott. Moscati vinse il concorso di coadiutore ordinario negli Ospedali riuniti di Napoli, e da allora l’ospedale e i poveri che visitava gratuitamente a domicilio furono tutta la sua vita.
Libero da ogni ambizione terrena, dedicò tutto se stesso, il cuore e la mente, ai suoi infermi ed anche all’educazione dei giovani medici. Gruppi di giovani studenti e di giovani dottori infatti lo seguivano di letto in letto nelle sue visite agli ammalati, per poter apprendere il segreto della sua arte.
Ma questo “segreto” in realtà era assai semplice. Esso, prima ancora che nella scienza medica che pur possedeva perfettamente, era racchiuso nella sua vita di carità e nel profondo spirito di preghiera che animava la sua giornata terrena.
Scrivendo un giorno ad un collega, Moscati gli dice: «Pensate che i vostri infermi hanno soprattutto un’anima, a cui dovete sapervi avvicinare, e che dovete avvicinare a Dio; pensate che vi incombe l’obbligo di amore allo studio perché solo così potete adempiere al grande mandato di soccorrere le infelicità».
Molti di quelli che l’avevano conosciuto lo ricordavano in preghiera, inginocchiato dinanzi al Santissimo Sacramento nella chiesa del Gesù nuovo o di santa Chiara, particolarmente al mattino, prima di recarsi in ospedale. «Quanta dolcezza provo nel comunicarmi ai piedi della Madonna, mi sembra di diventare più piccolo e le dico le cose come sono». 

Devotissimo di Maria
L’Eucaristia era il centro della sua vita e a questa si univa una profonda devozione alla Madre di Dio. È stato ritrovato a tal proposito un commento di Giuseppe Moscati ai versetti dell’Ave Maria, che ci fa comprendere meglio la sua spiritualità mariana. Lo scritto non è datato e porta il titolo: Come recito l’Ave Maria.
In esso il futuro Santo scrive: «Per evitare distrazioni, e per recitare con maggiore fervore l’Ave Maria, sono solito riportarmi col pensiero ad una immagine, o meglio al significato di una immagine della beatissima Vergine, mentre pronuncio i vari versetti della preghiera contenuti nel Vangelo di Luca. E prego in questo modo: Ave, Maria, gratia plena… Il mio pensiero corre alla Madonna delle Grazie, così come è rappresentata nella chiesa di santa Chiara. Dominus tecum… Mi si presenta alla mente la Santa Vergine sotto il titolo del rosario di Pompei. Benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus… Ho uno slancio di tenerezza per la Madonna sotto il titolo del buon consiglio, che mi sorride così come è effigiata nella chiesa delle Sacramentine. Innanzi a questa immagine di lei ed in questa chiesa io feci abiura degli affetti impuri terreni. Benedicta tu in mulieribus… E se sto davanti al Tabernacolo mi rivolgo al Santissimo Sacramento: Benedictus fructus ventris tui, Jesus.
Sancta Maria, Mater Dei… Volo con l’affetto alla Madonna sotto il privilegio della Porziuncola di Francesco di Assisi. Ella implorò a Gesù Cristo il perdono dei peccatori; e Gesù le rispose di non poterle nulla negare, perché sua Madre! Ora pro nobis peccatoribus… Ho lo sguardo alla Madonna quando apparve a Lourdes, dicendo che bisognava pregare per i peccatori… Nunc et in hora mortis nostrae… Penso alla Madonna venerata sotto il nome del Carmine, protettrice della mia famiglia; confido nella Vergine che sotto il titolo del Carmine arricchisce di doni spirituali i moribondi e libera le anime dei morti nel Signore!».

Scienziato e santo
Il 12 aprile 1927, Martedì santo, il prof. Moscati, dopo aver partecipato, come ogni giorno, alla Messa e aver ricevuto la Comunione, trascorse la mattinata in ospedale per poi tornare a casa. Consumò, come sempre, un frugale pasto e poi si dedicò alle consuete visite ai pazienti nel suo studio. Ma verso le tre del pomeriggio si sentì male, si adagiò sulla poltrona, e incrociate le braccia sul petto spirò serenamente. Non aveva ancora compiuto 47 anni.
La notizia della sua morte si sparse velocemente, e il dolore di tutti fu grande. Soprattutto i poveri lo piansero a dirotto, perché con lui avevano perso anche il loro più grande benefattore.
La devozione per il “Medico santo” cominciò a crescere di giorno in giorno finché, tre anni dopo la sua morte, il 16 novembre 1930, in seguito all’istanza di varie personalità del clero e del laicato, l’Arcivescovo di Napoli concesse il trasferimento del suo corpo dal cimitero di Poggioreale alla chiesa del Gesù nuovo, tra due ali imponenti di folla. 

16 luglio 1931
La commozione e il rimpianto della gente si trasformarono presto in preghiera e in richieste di grazie fisiche e spirituali, che molti asserirono di aver ricevuto per la sua intercessione, finché il 16 luglio 1931 iniziarono i processi informativi presso la Curia di Napoli, primo atto ufficiale nel cammino verso la sua canonizzazione.
Dichiarato Venerabile nel 1973, fu beatificato da Paolo VI il 16 novembre 1975 e canonizzato da Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1987, mentre era in corso a Roma la VII Assemblea generale del Sinodo dei vescovi, che trattava della “Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, a 20 anni dal Concilio vaticano II”. Non poteva esserci una coincidenza migliore: Giuseppe Moscati era un laico che aveva svolto la sua missione nella Chiesa e nel mondo.

La sua festa liturgica venne fissata, in seguito, al 16 novembre di ogni anno
La canonizzazione del medico Giuseppe Moscati era stata fortemente auspicata da studiosi, medici e studenti universitari, che avevano davanti agli occhi come guida e modello la sua splendida figura di scienziato e di uomo di fede, impegnato a lenire le sofferenze degli uomini e a condurre gli ammalati a conoscere l’amore di Cristo.

Agostino Gemelli
Come aveva già intuito appena due anni dopo la sua morte, nel 1930, padre Agostino Gemelli che in un articolo apparso su Vita e Pensiero tracciava un ritratto di Moscati definendolo «una fusione perfetta e cosciente del cristiano, dello scienziato e dell’uomo». Un fenomeno, sottolineava Gemelli, abbastanza raro tra i cultori delle scienze mediche, ma Moscati «nel riconoscimento che Dio è autore dell’ordine materiale e di quello soprannaturale aveva trovato il mezzo per giungere alle armonie di scienza e fede». Come lui stesso, il “Medico santo”, aveva compreso e quindi affermato in uno scritto davvero illuminante del 1922: «Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo…».

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Novena a San Giuseppe Moscati (da recitarsi dal 7 al 15 novembre)

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La pace: nostra amica diletta

Posté par atempodiblog le 5 novembre 2013

La pace: nostra amica diletta
di Sant’Agostino
Tratto dal: Bollettino trimestrale Santa Chiara da Montefalco, n.1 – 2011 

La pace: nostra amica diletta dans Amicizia 1rgvE’ il momento questo di esortare la Carità vostra ad amare la pace secondo tutte le forze di cui il Signore vi fa dono, e a pregare il Signore per la pace. La pace sia la nostra diletta, la nostra amica; possiamo noi vivere, con essa nel cuore, in casta unione, possiamo con lei gustare un riposo pieno di fiducia, un sodalizio senza amarezze. Vi sia con essa indissolubile amicizia. Sia il suo abbraccio pieno di dolcezza. Non è difficile possedere la pace. E’, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica.
Quelli che amano la pace vanno lodati.
Quelli che la odiano non vanno provocati col rimprovero: è meglio cominciare a calmarli con l’insegnamento e con la strategia del silenzio. Chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace.
Facciamo un esempio: tu che ami questa luce visibile non ti adiri con i ciechi ma li compiangi. Ti rendi conto di quale bene tu godi, di quale bene essi sono privi e ti appaiono degni di pietà. Davvero non li condanneresti, anzi, se ne avessi la possibilità, che so io, una capacità medica, o anche un farmaco utile, ti affretteresti a far qualcosa per risanarli. Così, se ami la pace, chiunque tu sia, abbi compassione di chi non ama quello che tu ami, di chi non possiede quello che possiedi tu. Facciamo in modo di aiutare con ogni mezzo i malati d’occhi, con ogni sforzo, con ogni tentativo: anche loro malgrado, anche se resistono alla cura, e saranno felici quando avranno riacquistato la vista! Supponi che il malato si irriti con te.
Non stancarti di aiutarlo standogli vicino.
Se invece ami, tieni, possiedi la pace, puoi invitarne quanti vuoi alla partecipazione di questo possesso. Anzi, i suoi confini si allargano quanto più cresce il numero di coloro che la posseggono. Una casa terrena non contiene più di un certo numero di abitanti. In quanto alla pace essa cresce in proporzione del numero di chi ne usufruisce.

Che cosa buona è amare! Amare è già possedere.
E chi non vorrebbe veder crescere ciò che ama? Se vuoi con te pochi partecipi della pace, avrai una pace ben limitata. Ma se vuoi veder crescere questo tuo possesso, aumenta il numero dei possessori. O miei fratelli, in che misura è noto quello che vi ho detto, che amare la pace è possedere un bene; che lo stesso amarla è già possederla? Non ci sono parole adatte a magnificare, non ci sono sentimenti adeguati a meditare questa cosa straordinaria che amare è possedere. Considera gli altri beni per cui gli uomini si accendono di cupidigia. Li puoi vedere: c’è chi ama i terreni; chi l’argento, chi l’oro, chi la numerosa prole, chi case ricche, ben arredate, chi fondi molto ameni e di gran valore. Chi ama queste cose non per il fatto che le ama anche le possiede; può esserne totalmente sprovvisto chi le ama. Ma anche se non può avere, ama, si strugge dal desiderio di avere. Se poi comincia a possedere qualcosa è tormentato dal timore di perderlo. C’è chi ama gli onori, il potere. Quanti privati cittadini aspirano a raggiungere il potere! Ma il più delle volte si trovano all’ultimo giorno della loro vita senza aver raggiunto ciò che volevano. Allora, che prezzo avrà quel bene che potrai possedere appena lo amerai? L’acquisto del nostro tesoro non richiede prezzo. Non devi andare in cerca di un protettore per conseguirlo. Eccolo lì dove tu sei: basta che ami la pace, ed essa istantaneamente è con te.
La pace è un bene del cuore e si comunica agli amici, ma non come il pane. Se vuoi distribuire il pane, quanto più numerosi sono quelli per cui lo spezzi, tanto meno te ne resta da dare.
La pace invece è simile al pane del miracolo che cresceva nelle mani dei discepoli mentre lo spezzavano e lo distribuivano. E intanto abbiate la pace tra voi, fratelli. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso.
E tu, amico della pace, rifletti, e gusta per primo l’incanto della tua diletta. Ardi d’amore tu, così sarai in grado di attirare un altro allo stesso amore, in modo che egli veda ciò che tu vedi, ami ciò che tu ami, possegga ciò che tu possiedi. E’ come se ti parlasse la pace, la tua diletta, e ti dicesse: “Amami e mi avrai sempre. Attira qui ad amarmi tutti quelli che puoi: per un amore casto, integro e permanente; attira tutti quelli che puoi. Essi mi troveranno, mi possederanno, troveranno in me la loro gioia.
Quelli che non vogliono venire è perché non hanno occhi per vedere. Non vogliono venire perché il fulgore della pace abbaglia l’occhio malato della discordia”.
Bisogna procedere, nella cura, con precauzione, con delicatezza. Nessuno attacchi briga con loro. Nessuno voglia con la polemica difendere neanche la sua stessa fede. Dalla disputa può scattare una scintilla di lite ed ecco data l’occasione a chi la cerca. Insomma, se anche devi sentire un’ingiuria, tollera, sopporta, passa oltre. Ricordati che sei in funzione di medico.

Sei amico della pace?
Allora stà interiormente tranquillo con la tua amata. “Così – dirai – non c’è da far nulla?”. Certo che hai qualcosa da fare: elimina i litigi. Volgiti alla preghiera. Non respingere dunque l’ingiuria con l’ingiuria ma prega per chi la fa. Vorresti ribattere, parlare a lui, contro di lui.

Invece parla a Dio di lui.
Vedi che non è esattamente il silenzio che t’impongo. Si tratta di scegliere un interlocutore diverso; quello al quale tu puoi parlare tacendo: a labbra chiuse ma col grido nel cuore.
Dove il tuo avversario non ti vede, lì sarai efficace per lui. A chi non ama la pace e vuol litigare rispondi così con tutta pace: “Di quello che vuoi, odia quanto vuoi, detesta quanto ti piace, sempre mio fratello sei. Perché ti adoperi per non essere mio fratello? Buono, cattivo, volente, nolente, sempre mio fratello sei”.

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L’olio dei farisei

Posté par atempodiblog le 4 novembre 2013

L'olio dei farisei dans Citazioni, frasi e pensieri qakx

“Nessun uomo può essere veramente buono finché non conosce la propria malvagità, o quella che potrebbe avere; finché egli non ha esattamente compreso quale diritto egli abbia di esprimere tutti quei giudizi e questo disprezzo, e di parlare di ‘criminali’ come se fossero scimmie in una foresta lontana mille miglia; [...] finché egli non ha spremuto dalla sua anima l’ultima goccia dell’olio dei farisei; finché la sua unica speranza è proprio di aver catturato, in un modo o nell’altro, un criminale e di tenerlo chiuso al sicuro nel suo stesso corpo”.

-Gilbert Keith Chesterton-

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I riflessi morenti di un fuoco che deve incendiare il mondo

Posté par atempodiblog le 4 novembre 2013

I riflessi morenti di un fuoco che deve incendiare il mondo dans Citazioni, frasi e pensieri I-riflessi-morenti-di-un-fuoco-che-deve-incendiare-il-mondo

“Il portiere della storia non guarda le loro ragioni, ma guarda i loro visi. Per cancellare di colpo tante immagini deprimenti bastano dieci visi di monaci perduti in fondo  ad un monastero o quella contadina spagnola che intravidi un giorno nel più fitto segreto di una chiesetta di Toledo con le braccia allargate in un gesto sovrano, eretta come una regina, mentre pregava in ginocchio. Ma bisogna dunque frugare nei monasteri e nelle cappelle castigliane per raccogliere i riflessi morenti di un fuoco che deve incendiare il mondo?”.

Léon Bloy

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Nel piccolo cielo dell’anima

Posté par atempodiblog le 4 novembre 2013

Nel piccolo cielo dell'anima dans Citazioni, frasi e pensieri dlua

Quelli che sanno rinchiudersi nel piccolo cielo della loro anima, ove abita Colui che la creò e che creò pure tutto il mondo, e si abituano a togliere lo sguardo e a fuggire da quanto distrae i loro sensi, vanno per buona strada e non mancheranno di arrivare all’acqua della fonte”.

Santa Teresa d’Avila

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In autunno

Posté par atempodiblog le 3 novembre 2013

In autunno dans Citazioni, frasi e pensieri autunno

In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo. E tuttavia mi sembra la stagione più bella; volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci fosse qualcuno che mi ami come io ho amato l’autunno”.

Søren Kierkegaard

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Il Papa: nessun peccato può cancellarci dal cuore di Dio, lasciamoci trasformare da Gesù

Posté par atempodiblog le 3 novembre 2013

“Non c’è peccato o crimine” che possa “cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli”.
E’ quanto affermato da Papa Francesco all’Angelus in Piazza San Pietro, gremita di fedeli come di consueto la domenica. Il Papa si è soffermato sull’incontro tra Gesù e il pubblicano Zaccheo narrato dal Vangelo per ribadire che Dio sempre aspetta di veder rinascere nel cuore dei peccatori “il desiderio del ritorno a casa”.

di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

Il Papa: nessun peccato può cancellarci dal cuore di Dio, lasciamoci trasformare da Gesù  dans Commenti al Vangelo j8fzUn incontro che cambia la vita per sempre. Papa Francesco si è soffermato all’Angelus sull’incontro tra il Signore e il pubblicano Zaccheo. Incontro che avviene a Gerico, mentre Gesù è in cammino verso Gerusalemme:

“Questa è l’ultima tappa di un viaggio che riassume in sé il senso di tutta la vita di Gesù, dedicata a cercare e salvare le pecore perdute della casa d’Israele. Ma quanto più il cammino si avvicina alla meta, tanto più attorno a Gesù si va stringendo un cerchio di ostilità”.

Eppure, ha proseguito, proprio a Gerico accade “uno degli eventi più gioiosi narrati da san Luca: la conversione di Zaccheo”. Quest’uomo, ha detto il Papa, “è una pecora perduta, è disprezzato e scomunicato, perché è un pubblicano”, “amico degli odiati occupanti romani, ladro e sfruttatore”. A Zaccheo viene dunque impedito di avvicinarsi a Gesù per la sua cattiva fama, ma lui non si dà per vinto e si arrampica su un albero per poterlo vedere passare. “Questo gesto esteriore, un po’ ridicolo – ha osservato – esprime però l’atto interiore dell’uomo che cerca di portarsi sopra la folla per avere un contatto con Gesù”. Zaccheo stesso, ha soggiunto, “non sa il senso profondo del suo gesto” e “nemmeno osa sperare che possa essere superata la distanza che lo separa dal Signore”. Si rassegna “a vederlo solo di passaggio”:

“Ma Gesù, quando arriva vicino a quell’albero, lo chiama per nome: ‘Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua’ (Lc 19,5). Quell’uomo piccolo di statura, respinto da tutti e distante da Gesù, è come perduto nell’anonimato; ma Gesù lo chiama, e quel nome, Zaccheo, nella lingua di quel tempo, ha un bel significato pieno di allusioni: ‘Zaccheo’ infatti vuol dire ‘Dio ricorda’. E’ bello: ‘Dio ricorda’”.

Gesù va, dunque, nella casa di Zaccheo, “suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico” perché invece di visitare “le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio” da un pubblicano. Ed il Papa ha chiosato: “anche in quel tempo si chiacchierava tanto”. A costoro, Gesù risponde che va da Zaccheo proprio “perché lui era perduto”. “Anch’egli è figlio di Abramo”, aggiunge, e da ora nella sua casa, nella sua vita, entra la gioia:

“Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli. ‘Dio ricorda’, sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato; Egli è Padre, sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno”.

Guardiamo Zaccheo oggi sull’albero, ha esortato Papa Francesco: “è ridicolo”, ma il suo “è un gesto di salvezza”:

“Ed io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti, pensa che Uno ti aspetta, perché mai ha smesso di ricordarti, di pensarti. E questo è il tuo Padre, è Dio, è Gesù che ti aspetta. Arrampicati, come aveva fatto Zaccheo; sali sull’albero della voglia di essere perdonato. Io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare. Ricordartelo bene, eh! Così è Gesù”.

Anche oggi, ha detto ancora il Papa, lasciamoci come Zaccheo “chiamare per nome da Gesù”. Anche noi, ha riaffermato, “ascoltiamo la sua voce che ci dice: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’”, “nella tua vita” e “nel tuo cuore”.

“E accogliamolo con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall’egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo. Lasciati guardare da Gesù”.

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Ivan Dragicevic di Medjugorje: “La Madonna mi ha portato per due volte in Paradiso”

Posté par atempodiblog le 3 novembre 2013

“La Madonna mi ha portato per due volte in Paradiso”
Uno dei sei veggenti di Medjugorje rivela al direttore di Radio Maria: “È uno spazio senza confini, ci sono gli angeli e la gente cammina e canta”
di Padre Livio Fanzaga – Il Giornale (06/2013) – I segreti di Medjugorje. La Regina della Pace

Ivan Dragicevic di Medjugorje: “La Madonna mi ha portato per due volte in Paradiso” dans Medjugorje 4lztCiao Ivan, ci puoi descrivere com’è un’apparizione della Madonna?
«Vicka, Marija ed io abbiamo l’incontro con la Madonna ogni giorno. Ci prepariamo recitando il rosario alle 18 con tutta la gente nella cappella. Come si avvicina il momento, le 7 meno 20, io avverto di più la presenza della Madonna nel mio cuore.
Il primo segno del suo arrivo è una luce, una luce del Paradiso, un pezzo di Paradiso viene a noi. Appena arriva la Madonna non vedo più niente attorno a me: vedo solo lei! In quel momento non sento né spazio né tempo. In ogni apparizione la Madonna prega con le mani distese sui sacerdoti presenti; benedice tutti noi con la sua benedizione materna. Negli ultimi tempi la Madonna prega per la santità nelle famiglie. Prega nella sua lingua aramaica. Poi, segue una conversazione privata fra noi due. È difficile descrivere com’è un incontro con la Madonna. Ad ogni incontro mi rivolge un pensiero così bello che posso vivere di questa parola per un giorno».

Come ti senti dopo l’apparizione?
«È difficile trasmettere agli altri questa gioia. C’è un desiderio, una speranza, durante l’apparizione, e io dico nel cuore: “Madre, rimani ancora un po’, perché è così bello stare con te!”. Il suo sorriso, guardare i suoi occhi pieni d’amore… La pace e la gioia che sento durante l’apparizione mi accompagnano tutta la giornata. E quando la notte non posso dormire, penso: che cosa mi dirà la Madonna il prossimo giorno? Esamino la mia coscienza e penso se le mie azioni erano nella volontà del Signore, e se la Madonna sarà contenta? Il suo incoraggiamento mi dà una carica speciale».

La Madonna da più di trent’anni vi rivolge dei messaggi. Quali sono i principali?
«La pace, la conversione, il ritorno a Dio, la preghiera con il cuore, la penitenza con il digiuno, il messaggio dell’amore, il messaggio del perdono, l’eucarestia, la lettura della sacra scrittura, il messaggio della speranza. La Madonna si vuole adattare a noi e allora li semplifica per aiutarci a praticarli e viverli meglio. Quando ci spiega un messaggio ci mette molto impegno perché possiamo capirlo. I messaggi sono rivolti al mondo intero. La Madonna non ha mai detto “carissimi italiani… cari americani…”. Ogni volta dice “Cari figli miei”, perché siamo tutti importanti per lei. Alla fine dice: “Grazie cari figli, perché avete risposto alla mia chiamata”. La Madonna ci ringrazia».

La Madonna dice che dobbiamo accogliere i suoi messaggi «col cuore»?
«Insieme con il messaggio per la pace, quello più ripetuto in questi anni è il messaggio della preghiera col cuore. Tutti gli altri messaggi si basano su questi due. Senza preghiera non c’è la pace, non possiamo riconoscere il peccato, non possiamo perdonare, non possiamo amare. Pregare col cuore, non in maniera meccanica, non per seguire una tradizione, non guardando l’orologio… La Madonna desidera che dedichiamo il tempo a Dio. Pregare con tutto il nostro essere perché sia un incontro vivo con Gesù, un dialogo, un riposo. Così possiamo essere pieni di gioia e di pace, senza pesi nel cuore».

Quanto vi chiede di pregare?
«La Madonna desidera che preghiamo ogni giorno tre ore. La gente quando sente questa richiesta si spaventa. Però quando parla di tre ore di preghiera non intende solo la recita del rosario, ma anche la lettura della sacra scrittura, la messa, l’adorazione del Santissimo e la condivisione familiare della Parola di Dio. Aggiungo le opere di carità e l’aiuto al prossimo. Ricordo che anni fa è venuta una pellegrina italiana dubbiosa a proposito delle tre ore di preghiera. Abbiamo conversato un po’. L’anno seguente è tornata: “La Madonna chiede sempre tre ore di preghiera?”. Le ho risposto: “Sei in ritardo. Adesso desidera che preghiamo 24 ore”».

Cioè, la Madonna chiede la conversione del cuore.
«Esatto. Aprire il cuore è un programma per la nostra vita, come la nostra conversione. Io non mi sono convertito di colpo: la mia conversione è un percorso per la vita. La Madonna si rivolge a me e alla mia famiglia e ci aiuta perché desidera che la mia famiglia sia un modello per gli altri».

La Madonna parla di un suo «piano» che si deve realizzare: sono già passati 31 anni, qual è questo piano?
«La Madonna ha un progetto preciso per il mondo e per la Chiesa. Dice: “Io sono con voi e insieme con voi voglio realizzare questo piano. Decidetevi per il bene, lottate contro il peccato, contro il male”. Non so fino in fondo che cos’è questo piano. Ciò non significa che io non debba pregare per la sua realizzazione. Non dobbiamo sempre sapere tutto! Dobbiamo fidarci delle richieste della Madonna».

In nessuno dei santuari che conosco vengono tanti sacerdoti come a Medjugorje…
«È segno che qui c’è la sorgente. Quei sacerdoti che vengono una volta, torneranno. Nessun sacerdote che viene a Medjugorje lo fa perché obbligato, ma perché ha sentito una chiamata».

In questo periodo, specialmente nei messaggi a Mirjana, la Madonna raccomanda di pregare per i pastori…
«Anche nei messaggi che dà a me sento questa preoccupazione per i pastori. Ma nello stesso tempo, con la preghiera per i sacerdoti, vuole portare speranza nella Chiesa. Ama i suoi “figli amatissimi” che sono i preti».

La Madonna ha fatto vedere ai veggenti l’aldilà per ricordarci che sulla terra siamo pellegrini. Ci racconti questa esperienza?
«Nel 1984 e anche nel 1988 la Madonna mi ha fatto vedere il Paradiso. Me lo ha detto il giorno prima. Quel giorno, ricordo, la Madonna è venuta, mi ha preso per mano e in un attimo sono giunto in Paradiso: uno spazio senza frontiere nella valle di Medjugorje, senza confini, dove si sentono canti, ci sono angeli e la gente cammina e canta; tutti vestono abiti lunghi. La gente appariva della stessa età… È difficile trovare le parole. La Madonna ci guida verso il Paradiso e quando viene ogni giorno ci porta un pezzetto di Paradiso».

È giusto dire, come ha detto anche Vicka, che dopo 31 anni «siamo ancora agli inizi delle apparizioni»?
«Tante volte i sacerdoti mi chiedono: perché le apparizioni durano così a lungo? Oppure: abbiamo la Bibbia, la Chiesa, i sacramenti… La Madonna ci chiede: “Tutte queste cose le vivete? Le praticate?”. Questa è la domanda a cui dobbiamo dare risposta. Veramente viviamo ciò che conosciamo? La Madonna è con noi per questo. Sappiamo che dobbiamo pregare in famiglia e non lo facciamo, sappiamo che dobbiamo perdonare e non perdoniamo, conosciamo il comandamento dell’amore e non amiamo, sappiamo che dobbiamo fare opere di carità e non le facciamo. La Madonna è così a lungo fra noi perché siamo testardi. Non viviamo quello che conosciamo».

È giusto dire che il «tempo dei segreti» sarà un tempo di grande prova per la Chiesa e per il mondo?
«Sì. Riguardo ai segreti non possiamo dire nulla. Posso solo dire che viene un tempo molto importante, in particolare per la Chiesa. Dobbiamo tutti pregare per questa intenzione».

Sarà un tempo di prova per la fede?
«Lo è già un po’ adesso».

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Il Cardinal Federigo Borromeo, testimone della tenerezza della Chiesa

Posté par atempodiblog le 2 novembre 2013

L’Innominato e il Cardinal Federigo
Proviamo ad immedesimarci con lo stato d’animo dell’Innominato; anzi entriamo nella scena sostituendoci a lui.
di Maria Vittoria Pinna. Curatore: Don Gabriele Mangiarotti – Cultura Cattolica

Il Cardinal Federigo Borromeo, testimone della tenerezza della Chiesa dans Alessandro Manzoni ynjeIl cuore è sconvolto, non capisco nulla, quell’uggia iniziale si è trasformata, dopo l’incontro con la fragile Lucia, in disperazione. Poi, quando tutto sembrava finire in una resa totale al nulla, quello strano duplice pensiero: e se l’altra vita non esiste?… e se invece esiste?
Era un’oscurità davvero insopportabile che un colpo di rivoltella non avrebbe risolto… Poi quell’immagine inspiegabilmente autorevole che sembrava schiacciarmi e ripeteva a voce non più supplichevole, ma decisa, autorevole e foriera di una strana speranza: Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia… Quindi il proposito di liberare la giovane: ma la pace all’animo tormentato non arrivava. Non ho nemmeno fatto in tempo a ripiombare nella disperazione che quello scampanio, quella folla gioiosa per le strade proprio sul far dell’alba, lungi dall’infastidirmi come un ostacolo al mio rimuginare, mi incuriosisce, nonostante il dispetto. Il bravo incaricato, mi spiega l’arcano: è in visita pastorale al paese il cardinal Federigo… un uomo… ma chissà cosa avrà quest’uomo che sembra dar tanta gioia alla gente… Ma… può darsi che abbia la capacità di dirmi qualcosa che plachi anche il mio tormento… (che strano: sono tanti piccoli fatti, ma passano in un secondo e mi resta soltanto il cuore pieno di angoscia e… di una speranza inspiegabile…)

Ebbene, ci andrò. Cammino inquieto senza la mia solita scorta e non mi importa della stranezza della cosa per chi mi vede: nessuno ha in cuore il diavolo che mi tormenta…
Son qui nell’atrio in mezzo a una brigata di tonache nere che mi guardano con sospetto. A dire il vero nemmeno me ne accorgo, meglio: non mi preoccupo affatto. Voglio vedere quest’uomo e lo vedrò (ho sempre fatto quello che volevo e nessuno me lo ha impedito!)
Ecco che il Cappellano crocifero mi introduce nella stanza in cui il Cardinale aspetta di celebrare gli uffizi divini. Non so cosa farò, non so cosa dirò, ma ora sono davanti a lui . Un attimo e lui mi viene già incontro con fare premuroso e pieno d’affetto a braccia spalancate, come con una persona desiderata.
Non ho parole, ma anche lui mi guarda e tace: ma perché sono qui? Il tormento mi dilania… ma non ho nemmeno voglia di parlare. Sollevo lo sguardo e… avverto un… sentimento di venerazione imperioso e insieme soave, che, aumentando la fiducia, mitiga il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatte, e… gli impone silenzio.
Ha anche lui uno sguardo penetrante e dopo un po’ mi dice: “Oh!(…) Che preziosa visita è questa! E quanto vi devo esser grato di questa preziosa risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!”.
“Rimprovero” ,
ma cosa mi dice… “Certo, m’è un rimprovero (…) ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io”.
Ma lo sa chi sono io? Sì, lo sa, ma come può essere così accogliente per me? Ecco, mi parla: ma cos’è questo strano sentimento che mi allarga cuore e polmoni togliendomi quella oppressione insostenibile? e come mai non mi indispettisce il sentirmi ricordare le mie malefatte?… Nella sua voce non c’è rimprovero, c’è una dolcezza, una pacatezza, una sicurezza che nemmeno la mia cattiveria possono turbare… Mi accoglie per quello che sono!!! No, non lo merito… che faccio: piango? Ma come è liberante questo pianto… mi conosco… ora, ora capisco cosa sono stato veramente… Dio mio, perdono… ma come potrò rimediare a tanto male fatto?

Ormai la conversione per l’Innominato ha avuto il sigillo del confronto con una Presenza carica di messaggio: dentro la Chiesa questo tipo di conforto avviene dentro un sacramento, segno efficace del perdono di Dio alla nostra miseria.

Ciò detto invito tutti a leggere con attenzione queste pagine bellissime che testimoniano la tenerezza della Chiesa, incaricata da Dio di accogliere e abbracciare nel perdono tutti i suoi figli.
Con una raccomandazione. Non lasciatevi impressionare dalle espressioni del cardinale, che paiono un po’… auliche: tenete presente che siamo nel ’600 e gli ecclesiastici parlavano allora così. Quello che conta e commuove e dà speranza a chiunque è quell’atteggiamento pieno di premura, di attenzione, di accoglienza, di perdono, che solo la presenza di Cristo, vivo e presente nella Chiesa può dare.

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Capitolo XXIII de I Promessi Sposi freccetta.jpg L’Innominato e il Cardinal Federigo

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Dio giudice e Misericordioso

Posté par atempodiblog le 2 novembre 2013

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Si parlava della celebre frase di Dostoevskij: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. La pensava così anche il suo contemporaneo Alessandro Manzoni.

Nei “Promessi sposi”, infatti, uno dei personaggi più riusciti è utilizzato dal Manzoni proprio per rendere visibile questo concetto. Parlo dell’Innominato. Quest’uomo malvagio, indurito, ma non per sempre, dai suoi crimini, viene infatti introdotto dal poeta attraverso il paesaggio che lo circonda. L’Innominato infatti abitava “a cavaliere a una valle angusta e uggiosa” e “dall’alto del castellaccio non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto”. Questa breve descrizione, apparentemente geografica, dice già tutto quello che Manzoni pensa di Dio e della morale: l’uomo che non vede nulla “al di sopra di sé”, cioè l’uomo che si pone al di sopra del bene e del male, eliminando Dio dal suo orizzonte, vive già tutti i presupposti per divenire una creatura senza scrupoli e piena solo di se stessa. L’uomo che scarta Dio, in altre parole, siede al suo posto e rifiuta un giudizio su di sé, in nome della sua completa autonomia.

All’Innominato avviene dunque come ad un personaggio di  Dostoevskij, Sigalev: “Sono partito dalla libertà illimitata e finisco nel dispotismo assoluto”. Non vendendo mai alcuno “al di sopra di sé, né più in alto”, l’Innominato finisce inevitabilmente per porre se stesso sopra i propri simili.

Diciamolo subito. Si può finire male anche credendo in Dio. Don Abbondio ne è un esempio, così come lo è un personaggio di Chesterton che è solito passeggiare nella parte sopraelevata della sua chiesa, essendo un pastore. Di lì osserva, dall’alto al basso, tutti gli altri. Sino al punto di ritenere che la sua “bontà” gli permetta di ergersi a giudice di un suo fratello, ubriacone e peccatore; sino al punto di fulminarlo, dall’alto, lasciandogli cadere un martello in testa. 

Perché chi crede in Dio può benissimo farne una sorta di soprammobile, come fa don Abbondio, oppure può essere tentato di sentirsi buono e giusto (lui), in un mondo di peccatori (gli altri). La superbia, male per eccellenza, è dunque sempre in agguato. Per questo Dostoevskij fa dire a padre Zosima, ne “I fratelli Karamazov”: “Amate l’uomo anche con il suo peccato, perché questo riflesso dell’amore divino è il culmine dell’amore sopra la terra”. Non facile, certo.

Ma torniamo al nostro Innominato. Manzoni ne descrive in modo esemplare la conversione. Dice infatti che all’epoca del rapimento di Lucia da lui ordinato, l’Innominato è pervaso da una certa “paura”, “terrore” , “una non so qual rabbia di pentimento”. Cosa è successo di nuovo? Manzoni lo fa capire bene: ci si può credere dio, sino ad un certo punto; si può fare come se Dio non esistesse, finché si è forti, finché si ha successo, finché si calca la scena tra gli applausi del mondo.

Ma poi arriva la vecchiaia, si incomincia ad intravedere la morte, e sentirsi ancora dio si fa difficile. Come Dorian Gray: si può mettere la coscienza del peccato in soffitta per tanto tempo, ma poi ad un certo punto diventa insopprimibile la domanda: e poi?

L’Innominato vorrebbe scacciare i suoi pensieri, vorrebbe rituffarsi nell’azione, che tacita il rimorso e la paura, ma si trova “ingolfato nell’esame di tutta la sua vita”. Finché è colto da una considerazione che ci riporta all’inizio: ma se Dio esiste, quale sarà la mia sorte nell’eternità? Però, “se quella vita (nell’aldilà) non c’è, se è una invenzione dei preti; che fo io? Cos’importa quello che ho fatto? Cos’importa?”.

Se Dio non c’è, infatti, esiste solo la giustizia umana; ma sulla terra vince spesso la forza, l’ingiustizia: e l’Innominato, che lo sa, se lo chiede: “io vinco, che importa dunque il pentimento, il rimorso? Nessuno potrà mai chiedermi conto della mia vita. Neppure dopo la morte”. Ma il dubbio, la paura sono forti. E se invece Dio esiste?

Manzoni descrive sapientemente questi dilemmi, e decide di descrivere l’Innominato sul punto di suicidarsi, in preda alla disperazione. La tentazione umana, come quella di Giuda, è la mancanza di speranza; è la tentazione di fare ancora una volta come se Dio non esistesse, ergendosi a padroni della propria vita sino all’ultimo.  E’ stato il demonio a suggerirti il suicidio, dirà infatti Federigo Borromeo all’Innominato. Come avviene, allora la conversione? In due fasi. Anzitutto la disperazione di chi si riconosce finalmente malvagio, viene incrinata da una frase di Lucia: “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”.

E’ una frase dolcissima, teneramente cristiana: perdono e misericordia sono possibili al Dio che è giudice, quando non sembrano neppure più possibili all’uomo che sta, per la prima volta, giudicando se stesso. La verità di Dio Giudice, non può però essere separata dalla verità di Dio Misericordioso. Pronto a perdonare chiunque, sempre, sino all’ultima ora. Se c’è pentimento.  Poi, dopo le parole di Lucia, che riaccendono la speranza, un incontro: con Federigo che lo abbraccia e rende presente quel perdono. La Fede si diffonde per contagio.  Contagiano coloro che vivono un Dio giusto e misericordioso. Contagiano talora anche coloro che per una vita si sono seduti sul trono di Dio.

Francesco Agnoli – Il Foglio

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Il “miracolo” di Francesca: una morte che genera vita

Posté par atempodiblog le 2 novembre 2013

La forza dell’amore
Il “miracolo” di Francesca: una morte che genera vita
di Giorgio Paolucci – Avvenire

Il “miracolo” di Francesca: una morte che genera vita dans Riflessioni t728In una società in cui la morte è argomento tabù perché non si riconosce più il significato della vita, accadono fatti che si portano dentro un carico di umanità così forte che è sufficiente guardarli per “capire”. Bisogna solo lasciarsi colpire dalla testimonianza che ne sgorga. Basta guardare, basta ascoltare. È tutta da guardare, è tutta da ascoltare la storia di Francesca Pedrazzini, che ha attraversato il mare di una malattia senza scampo con la certezza che Dio continuava a starle accanto. E vivendo così fino all’ultimo respiro, ha lasciato un segno incancellabile nel cuore di tante persone che l’hanno accompagnata nel suo calvario.

Una bella famiglia, la sua. Insegnante di diritto in una scuola superiore di Milano, sposata con Vincenzo, avvocato, tre figli, grintosa e appassionata sul lavoro e con gli amici, un amore speciale per il mare della Grecia. Una vita costellata di superlativi assoluti. Tutto “issimo”: la pizza buonissima, la persona incontrata simpaticissima, e che spesso diventava amicissima. Cercava la felicità ovunque, e se in una cosa ne percepiva anche solo un barlume, quella cosa diventata “issima”.

Un giorno di febbraio del 2011, mentre si toglie il maglione, avverte un fastidio al seno. Un sospetto, poi la visita ginecologica, gli esami, la scoperta di un piccolo tumore, l’intervento chirurgico, i medici che rassicurano – «complimenti, è guarita, tutto a posto». E invece dopo qualche mese il male rispunta, i marker tumorali sono alti, «è arrivato dappertutto, ossa e fegato», si sfoga con un’amica. Francesca va col marito a confidarsi con l’amico Claudio al monastero benedettino della Cascinazza, alle porte di Milano. Un dialogo essenziale. «Noi preghiamo per la tua guarigione – le dice il monaco – ma sappi che se non ci sarà questo miracolo, ce ne sarà uno ancora più grande».

Comincia un calvario fatto di radio e chemioterapia, ricoveri e periodi trascorsi a casa tra letto e divano, cortisone, gonfiori, complicazioni, le ossa che si fanno cristallo. Gli amici, tantissimi, si stringono a lei e alla famiglia. In una mail scrive a Clara: «Sono sopraffatta dalla carità di tutti verso di me e quindi dall’abbraccio di Gesù. Lo sai che si girano un file-excel con i turni mattino-pranzo-pomeriggio-sera? È incredibile, continua a chiamarmi gente che vuole venire a trovarmi». «Sopraffatta». Lo dice anche quando viene a sapere che il giro degli amici si è allargato al punto che c’è gente che prega e chiede la grazia della guarigione in America, Russia, Libano, Taiwan. Ad Anna, un’altra amica, confida che «la misericordia di Dio è grande, perché non passa giorno in cui non mi tiri fuori dalla disperazione. C’è sempre una persona, una telefonata, qualcosa che leggo che non permette alla tristezza di avere il sopravvento».

Si fa più intenso, più vero, il suo cammino nel movimento di Comunione e liberazione che aveva incontrato da ragazza e le aveva letteralmente riempito l’esistenza, aiutandola a riconoscere la presenza del Mistero in ogni circostanza. Una frase di Julián Carrón, il sacerdote spagnolo che guida Cl e al quale racconta della malattia, le resta nel cuore: «Vedi Francesca, tutti noi siamo malati cronici. Ma tu hai un’occasione in più per la tua maturazione, che non puoi perdere».

Anche quando il male si fa più aggressivo, Francesca vuole gustare la vita fino in fondo. A fine luglio 2012 l’ultima vacanza a Cefalonia, in Grecia: «Voleva guardare il mare, avere davanti una bellezza – ricorda il marito –. La notte prima di partire l’ha passata sveglia, sul terrazzo. C’era quella vista pazzesca, con la luna riflessa nell’acqua».

Pochi giorni dopo è di nuovo in ospedale, a Milano, dove rimarrà fino alla morte. Il 22 agosto niente visite, vuole dedicare tutto il giorno ai suoi bambini: Cecilia, 9 anni, Carlo 6, Sofia 3. Chiacchiere, scherzi, indovinelli, qualche lacrima. A Cecilia, che si infila nel suo letto, dice: «Vado in un posto bellissimo, sono contenta e curiosa. Mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una bella festa». Vincenzo, guardando oggi i suoi bambini, commenta: «Sono sereni, pieni di vita. La nostalgia c’è, ma non è un ostacolo. Mia moglie quel giorno ha fatto per loro più di quello che una madre può fare in cinquant’anni di amore e educazione». In ospedale sono stupiti dallo spettacolo di tanti amici attorno a quel letto, a parlare, ridere, piangere, pregare. Un medico dice alla madre di Francesca: «Una fede come quella di sua figlia non l’ho mai vista. Mi sarebbe piaciuto conoscerla un po’ di più. Le dica che quando sarà in Paradiso si ricordi dell’ultimo medico che l’ha curata». Il 23 agosto entra in coma, il tempo si fa breve. Vincenzo le dà un bacio e sussurra all’orecchio: «Non avere paura». Lei si riprende, apre gli occhi e dice a voce alta: «Io non ho paura».

Sono le sue ultime parole. E sono diventate il titolo di un libro scritto da Davide Perillo (edizioni San Paolo), che raccoglie decine di commoventi testimonianze e sta vendendo migliaia di copie. La vicenda di Francesca ha segnato il cuore di molti, ha favorito il riavvicinamento alla fede di qualcuno, ha lasciato a bocca aperta il taxista che accompagnava una delle sue amiche al funerale: «Che aria di festa, credevo fosse un matrimonio». Piccoli e grandi miracoli quotidiani che continuano ad accadere. Il monaco benedettino che Francesca aveva incontrato dopo avere saputo del tumore, le aveva detto: «Preghiamo per la tua guarigione, ma sappi che se non ci sarà questo miracolo, ce ne sarà uno ancora più grande». È andata proprio così.

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Maria e il ricordo dei defunti, un grande richiamo al Cielo

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2013

Maria e il ricordo dei defunti, un grande richiamo al Cielo dans Cardinale Angelo Comastri jaj4

Giovanni Peduto: C’è un legame, un rapporto tra Maria e le anime dei defunti?

Mons. Angelo Comastri: Certamente, Maria è la Regina del Paradiso, è la Regina dei Santi, come noi la chiamiamo. E noi desideriamo che tutte le anime siano in Paradiso, e anche quelle del Purgatorio sono orientate al Paradiso. Certamente, Maria è in Cielo assieme ai Santi accanto a Gesù e accanto alla Santissima Trinità; è chiaro che nel mese di novembre Maria è un grande richiamo al Cielo, così come anche il ricordo dei Defunti è un richiamo al Cielo, perché viviamo in un’epoca di grande amnesia dell’eternità.

Oggi sembra che l’umanità abbia dimenticato il destino ultimo. Per questo, quando si dimentica il Paradiso, il mondo diventa inferno, il mondo diventa invivibile. Il richiamo dell’Aldilà è indispensabile non per alienarci, ma per farci vivere bene l’“aldiquà”.

Tratto da: Radio Vaticana

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Giaculatorie a Madre Flora De Santis

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2013

Giaculatorie a Madre Flora De Santis dans Citazioni, frasi e pensieri Madre-Flora-De-Santis-Volto-Santo-Napoli

“Madre ,Flora fiamma d’amore, prega per noi Gesù Salvatore”.

“O Madre Flora, lampada d’amore, ottieni per noi grazie dal Signore”.

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Chiamati al Cielo. Dai nostri “sì” quotidiani al nostro “sì” ultimo

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2013

Chiamati al Cielo. Dai nostri “sì” quotidiani al nostro “sì” ultimo

Mons. Jean-Pierre Batut, Vescovo Ausiliare di Lyon
Tratto da: Ufficio Catechistico Bergamo

Chiamati al Cielo. Dai nostri “sì” quotidiani al nostro “sì” ultimo dans Fede, morale e teologia 9j5b

jgxd dans Festa dei Santi e commemorazione dei fedeli defuntiEcco il testo integrale della conferenza tenuta da Mons. Jean-Pierre Batut a Lourdes all’inizio di giugno (2009) sulla fede cristiana in relazione ai “Novissimi”, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Nostra traduzione a cura di Liliana Moretti:

Spesso pensiamo che il nostro “sì” stia dietro di noi: per esempio, che si sia già realizzato quando abbiamo impegnato la nostra vita nel matrimonio, nella vita religiosa, ecc. In realtà, il nostro “sì” è sempre davanti a noi, poiché dobbiamo acconsentire fino alla fine con ciò che abbiamo scelto. E il “sì” più difficile è quello che conclude la nostra vita.

Desidero parlarvi di ciò che si identifica a volte con le realtà ultime, cioè l’incontro di Dio che è lo scopo della nostra vita. Perché? Perché non ne parliamo abbastanza! Affermiamo, naturalmente, il fatto “attendo la resurrezione dei morti e la vita del modo che verrà; ritornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”… Ma non parliamo abbastanza del come.

Quindi, occorre parlarne: se non lo facciamo, favoriamo ogni genere di credenze in sostituzione, come la reincarnazione, che vengono a riempire un vuoto, ma che non hanno niente a che vedere con la fede cristiana.

Inoltre, i fini ultimi sono uno dei campi nei quali, come cristiani, abbiamo le cose più originali da dire. Abbiamo una quantità di cosa da dire in tanti altri campi: l’Europa, la crisi economica…. Ma in questi settori altri possono dire le nostre stesse cose, e dirle perfino meglio. Sui fini ultimi, se noi tacciamo, nessuno potrà dire al posto nostro ciò che abbiamo da dire.

1. L’insegnamento della Chiesa conduce in primo luogo alla resurrezione

La sola Scrittura è avara di dettagli su ciò che ci attende dopo la morte. Il teologo ortodosso Jean-Claude Larchet scrive: “La Scrittura sottolinea il carattere imprevedibile della morte (“voi non conoscete né il giorno né l’ora” Mt. 15,13). Essa ci dà delle indicazioni sulla sua origine (Rm 5,12). Ci annuncia la resurrezione futura dei corpi e la vita eterna del Regno che viene, ma non ci dà praticamente informazioni sul periodo che separa la morte di ogni persona dal giudizio finale e universale e dalla resurrezione alla fine dei tempi”. Lazzaro, in effetti, non ci ha lasciato delle memorie che ci raccontano ciò di cui aveva fatto esperienza al momento della sua morte e durante i suoi tre giorni nella tomba. Tuttavia, la tradizione della Chiesa ha chiarito il dato della Scrittura.  Il Catechismo della Chiesa cattolica (CCC) raccoglie questa eredità.

  • Il CCC inizia con l’affermare la fede nella resurrezione, e cita San Paolo: “Se il Cristo non è resuscitato, vana è la nostra predicazione, vana anche la vostra fede” (1Cor 15, 12-14). Egli sottolinea poi che Gesù ha legato la fede nella resurrezione alla sua stessa persona (“Io sono la Resurrezione e la Vita” Gv 11, 25), così che essere testimone del Cristo porta ad essere testimone della sua resurrezione (cf. At 1,22).
  • Il CCC si pronuncia quindi sul come della resurrezione. Lo fa partendo dalla resurrezione del Cristo, e afferma due cose essenziali:

- il Cristo è resuscitato con il suo stesso corpo (Lc 24,39)

- la sua resurrezione non è il semplice ritorno a una vita terrena: egli ha ormai un “corpo di gloria” (Fil 3,21), un “corpo spirituale” (1Cor 15, 44)

Ciò che vale per il Cristo vale anche per noi. Siamo certi che al momento della resurrezione noi resusciteremo nel nostro corpo e non nel corpo di un altro: ognuno potrà riconoscere gli altri ed essere riconosciuto da loro, come ci riconosciamo in questa vita. Allo stesso tempo, vivremo con un corpo glorioso, sottratto alle leggi dello spazio e del tempo e alle leggi della corruzione.

  • Infine, nella fede cristiana, non potrebbe esserci che la resurrezione del mio corpo. Nell’intervallo tra la morte e la resurrezione, non andrò ad abitare altri corpi. Quando sarà terminato il corso unico della nostra vita terrestre, noi non torneremo più ad altre vite terrene: gli uomini non muoiono che una volta (Eb 9,27). Non c’è “reincarnazione” dopo la morte (CCC 1013).

 2. La definizione della morte e la questione dell’anima

  • La medicina ha delle cose da dire a proposito della morte: essa la constata, con l’arresto della funzioni vitali, l’elettroencefalogramma, ecc. La filosofia ha tentato di definire la morte secondo altri criteri e la teologia non ha temuto di riprenderli. E’ così che la teologia, riprendendo una formula che risale a Platone, definisce la morte come “la separazione dell’anima e del corpo” (CCC 1005; 1016). Questa definizione fa parte della Tradizione della Chiesa. Si sono cercate altre definizioni, ma l’idea de “separazione dell’anima e del corpo” resta la più soddisfacente:

- perché essa dà conto del fatto che la morte riguarda il corpo: quest’ultimo non più che un cadavere;

- perché essa afferma allo stesso tempo che, nella morte, sopravvive qualcosa della persona.

Essa infatti non è totalmente annientata. Ciò è molto importante, perché significa che la resurrezione finale non sarà una nuova creazione a partire dal nulla (che sarebbe il caso se, una volta scomparso il corpo, non restasse nulla), ma la riunione di ciò che era stato separato: dell’anima immortale con un corpo ricreato certamente, ma che è il corpo di quest’anima, e non quello di un’altra. Di conseguenza, nel giorno finale io ritroverò il mio corpo. Ma cos’è questo “io”? Non il corpo, perché esso sarà scomparso nell’intervallo. E se è altra cosa che non il corpo, perché non chiamarlo anima?

         Negli ultimi decenni si è constatato un’allergia alla parola “anima”, alla quale si rimprovera di essere troppo filosofica. Nella Scrittura si trovano degli equivalenti a tale parola. D’altra parte, se si sopprime l’anima, si è condotti ad affermare come sopra che Dio ricreerà un giorno un essere nuovo senza rapporto con il mio essere presente, oppure si è costretti a dire che il momento della morte è già quello della resurrezione, contro cui l’apostolo Paolo metteva già in guardia:

         “Imeneo e Fileto….si sono allontanati dalla verità, pretendendo che la resurrezione è già avvenuta, rovesciando così la fede dei più” (2Tm 2,18).

Ma questo pone la domanda di sapere ciò che succede all’anima per il tempo che essa resta senza il suo corpo – quello che si chiama in termini classici “l’anima separata”.

3. La morte e il giudizio “singolo”

La morte è il momento dell’incontro, e questo incontro è un giudizio. Con ciò non bisogna intendere la nostra comparizione davanti a un tribunale, ma l’esperienza di vedere la nostra vita tutta insieme nella verità quando noi vedremo il Cristo. Un passaggio del vangelo di Matteo è particolarmente chiaro a tale proposito. Si tratta della profezia detta del “giudizio finale”, al capitolo 25, nella quale ogni essere umano, nell’incontro con il Cristo, prende coscienza dal fatto stesso che tutti gli atti della sua vita trovano il loro senso in riferimento al Cristo: “avevo fame e voi mi avete dato da mangiare…”. Prima del giudizio “finale”, questa stessa esperienza è fatta da ciascuno al momento della sua morte. E’ un giudizio nel quale la dimensione corporale non interviene e che si chiama il giudizio particolare (“particolare” nel senso di “individuale”).

Ogni uomo riceve nella sua anima immortale il suo riconoscimento eterno, dal momento della sua morte, in un giudizio particolare che riferisce la sua vita al Cristo

  • attraverso la purificazione;
  • per entrare immediatamente nella beatitudine del Cielo;
  • per dannarsi in eterno.

(CCC 1022)

Abbiamo un esempio di questo giudizio nel vangelo: si tratta del “buon ladrone” al quale Gesù dice: “oggi, tu sarai con me in paradiso” (Lc 22,43). Il “paradiso” significa due cose:

1/la beatitudine con il Cristo; 2/ non già la resurrezione, ma l’attesa della resurrezione.

Tutto questo significa che non c’è e non può esserci “sonno della morte”, se si intende con questo uno stato di incoscienza tra la morte e la fine del mondo. Come dice l’apostolo Paolo, i morti vivono nel Cristo.

4. Purgatorio, Cielo e Inferno

          Il Purgatorio

La Chiesa, in particolare nel Secondo Concilio di Lione  (1274)  ha stabilito la sua infallibilità sulla questione del purgatorio.

Anche se la parola “purgatorio” è introdotta solo a partire dal XII secolo, l’affermazione di una purificazione dopo la morte è già presente nel giudaismo. Essa si esprime indirettamente attraverso la preghiera per i defunti, come la si trova in 2Mac 12, 44-45 (e nel Nuovo Testamento: 1Cor 15,29 e 2Tm 1,18): se questa preghiera ha un senso, è proprio perché i defunti sono in un processo (e non in un luogo, poiché il purgatorio non è un luogo) di purificazione.

Allo stesso modo con cui dà conto del giudizio, l’incontro con il Cristo spiega questa purificazione: in effetti, questo incontro nella luce piena mi farà percepire in piena verità la differenza tra l’amore del Cristo e l’indigenza dell’amore che è stata presente nella mia vita. La percezione di una tale differenza è una fonte di sofferenza, ma si tratta di una sofferenza che nasce dal desiderio di rispondere pienamente all’amore di cui sono amato.

Nel Credo, l’affermazione “disceso agli Inferi” corrisponde a quella del Limbo dei padri: tra la morte del Cristo e la sua resurrezione, la discesa agli Inferi (cioè nel luogo di soggiorno dei morti, e non “nell’Inferno”) esprime l’atto con il quale il Cristo, nel mistero della sua morte, unisce ogni essere umano (che abbia conosciuto il Cristo o meno) alla sua per proporgli la salvezza.

Poiché Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è realmente unica, cioè divina, dobbiamo considerare che lo Spirito Santo offre a tutti, nel modo che Dio conosce, la possibilità di essere associati al mistero pasquale (del Cristo – (Vaticano II, Gaudium et Spes, 22).

La predicazione sul purgatorio è oggi più urgente che mai: la credenza nella reincarnazione, che nello spirito di molti gioca il ruolo di una «seconda possibilità» data a qualcuno, (mentre nelle spiritualità orientali, dalle quali deriva, essa è piuttosto una fatalità) ha, in effetti, preso il posto del purgatorio molto più della resurrezione propriamente detta.

         Il Cielo

Citiamo ancora il Catechismo:

Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono pienamente purificati, vivono per sempre con il Cristo. Sono per sempre simili a Dio perché lo vedono come esso è (cf. 1Gv 3,2), “faccia a faccia” (1Cor 13,12;  Ap 22,4). Questa vita perfetta con la Trinità è chiamata il Cielo (CCC 1023-1024).

Il Cielo non è rappresentabile più del purgatorio: più che un luogo, il Cielo è una Persona, il cui contatto rende beati e immortali. Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono nel Cristo supera ogni comprensione e ogni rappresentazione. La Scrittura ci parla per immagini: vita, luce, pace, festa di nozze, vino del regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: “Ciò che l’occhio non ha visto, ciò che l’orecchio non ha sentito, ciò che non è percepito dal cuore dell’uomo, tutto ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,9; CCC 1027).

          L’Inferno

Gesù nel Vangelo parla della “Gheenna”, del “fuoco che non si spegne” (Mt 5,22; 29; 13,42-50). Nella profezia del giudizio finale, troviamo questa parola terribile: “allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il demonio e i suoi angeli” (Mt 25,41).

Il fatto che il Cristo stesso si preoccupi di parlarci dell’inferno come di un rischio reale per noi, deve farci riflettere. Le sue affermazioni ci rivelano l’abisso della nostra stessa libertà che, perché capace del meglio, è anche capace di dire a Dio un “no” irreversibile. Non c’è paragone fra il Cielo e l’inferno, poiché noi siamo fatti per il primo e non per il secondo; ma c’è una capacità di rifiuto già attuata nel “demonio e i suoi angeli” e della quale l’amore di Dio stesso non può che prendere atto. All’opposto della comunione per la quale noi siamo fatti, l’inferno è la solitudine assoluta, l’abisso insondabile di una separazione eterna da Dio e da tutti gli altri.

Occorre sottolineare che la Chiesa, quando ha proclamato molte persone “beati” o “santi”, non ha mai voluto dire niente di chi fosse dannato. La Chiesa, in effetti, deve riporre speranza per tutti: “La Chiesa prega perché nessuno si perda… Se è vero che nessuno può salvarsi da solo, è anche vero che “Dio vuole che tutti siano salvati” (1Tm 2,4) e che per Lui “tutto è possibile” (Mt 19,26)” – (CEC 1058).

5. La fine dei tempi e il giudizio finale

          La differenza tra il giudizio particolare e il giudizio finale risiede nel fatto che il giudizio finale coincide con la fine dei tempi. Esso rappresenta la dimensione universale del giudizio. Il giudizio finale stesso sarà preceduto dalla venuta del Cristo nella gloria e dalla resurrezione (cf. Gv 5,28-29). Tutto il senso della storia sarà allora rivelato. Il giudizio finale interverrà con il ritorno glorioso del Cristo. Il Padre solo ne conosce il giorno, lui solo decide della sua venuta. Attraverso il Figlio Gesù-Cristo, pronuncerà allora la sua parola definitiva sulla storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’economia della salvezza, e comprenderemo i cammini mirabili attraverso i quali la sua Provvidenza avrà condotto ogni cosa verso il suo Fine Ultimo (CCC 1040).

          Ciò che avverrà, allora, è quello che la Scrittura chiama “i cieli nuovi e la terra nuova” (Ap 21,1). Nelle immagini che ci presenta l’Apocalisse, colpisce vedere la dimensione comunitaria di ciò che è annunciato, così come l’insistenza sulla vittoria della Vita (Ap 21,2)

Di tutti questi punti, possiamo ricordare:

          che la nostra intera vita, in un senso, è una preparazione alla morte

          che allo stesso tempo non ne dovremmo sottostimare l’importanza e il valore, poiché tutto ciò che noi viviamo nella nostra vita sulla terra impegna per l’eternità.

          che non sarebbe cristiano vedere nella morte il male assoluto: da un punto di vista cristiano, la morte è il momento in cui Dio chiama l’uomo verso di Lui. Essa è “nostra sorella morte corporale” (San Francesco d’Assisi)

          che è legittimo, e non morboso, desiderare fin da ora come san Paolo “essere con il Cristo” (Fil 1,23), o ancora voler “vedere Dio”, secondo l’espressione di santa Teresa d’Avila. Sarebbe piuttosto allarmante che non ci pensassimo mai e che ci lasciasse indifferenti.

“La vita cristiana intera è un’attesa. Il cristiano sa che è fatto per le cose più grandi… La vita cristiana è una vita nascosta. Ma, quando il mondo sarà ripiegato come una tenda, la realtà fino ad allora nascosta sarà manifestata. Per il cristiano questa vita consiste nel darsi poco a poco dei modi di vita divini. E l’educazione che si persegue fino all’ora della morte, perché tutta la vita umana non è che un’adolescenza, consiste, secondo la parola di Jean Guitton, “in questa disciplina attraverso la quale si prepara il bambino alla sua vita temporale, l’adulto alla sua vita eterna, perché ciò che egli vede egli abbia l’impressione di aver già visto”.

Non bisogna che siamo spaesati arrivando in cielo. La nostra vita è un apprendistato. Si tratta di imparare i rudimenti di ciò che un giorno dovremo esercitare. Quindi cerchiamo già nella preghiera di balbettare ciò che sarà più tardi la “conversazione celeste” con Dio e i suoi angeli; quindi occorre sgrossare la nostra intelligenza così incollata al mondo dello spazio e del tempo e acclimatarla poco a poco alle cose divine con l’azione dei doni dello Spirito Santo; quindi la carità è l’inizio maldestro di quella comunione completa che riunirà tutti i santi. Così facendo, cominciamo a fare ciò che dovremo fare per sempre. E’ la nostra vera vita che si abbozza. Tutto comincia” (Card. Jean DANIELOU, 1905-1974).

+ Jean-Pierre Batut

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