Leo Pettinari: “sono un mediano fortunato”
Posté par atempodiblog le 31 octobre 2013
Leo Pettinari
“Sono un mediano fortunato”
Sognava la Serie A, poi i dolori al petto e lo stop dei medici: carriera finita. Un verdetto duro, che però gli salva la vita. «Non mi sento miracolato». Eppure…
di Stefania Grimoldi – Credere

Medjugorje, Malattia, Miracolo. La formula delle 3M, giornalisticamente parlando, è troppo ghiotta per rinunciare a un titolo a effetto. Un po’ come chiedere a un toscano di rinunciare alla battuta dissacrante.
Leonardo Pettinari, pratese di nascita, calciatore di professione fino allo scorso gennaio, dribbla entrambe le tentazioni per raccontare e dare un senso alla sua storia. «Io mi definisco fortunato, miracolato proprio no. Anzi mi dà quasi fastidio quando lo vedo scritto, perché in fondo non è successo nulla». Se nulla si può definire la brusca interruzione di un traguardo professionale come quello di giocare in Serie A per una cardiomiopatia aritmogena, la patologia fatale al bergamasco Piermario Morosini. Ed è qui che il sarcasmo toscano può aiutare, anche di sponda, a rimettere le cose a posto e spiegare senza enfasi. «Qualche amico che non crede me l’ha detto: sei stato a Medjugorje e sei tornato malato. Io sono convinto invece che la prospettiva giusta sia quella opposta: dopo quel pellegrinaggio, il primo della vita in assoluto, la malattia si è rivelata. Sono stato fortunato, punto e basta».
Fortuna, fede, famiglia, un’altra bella formula per spiegare la nuova vita di Leonardo Pettinari. Ma nessuna semplificazione è lecita se a neanche 27 anni scopri di doverti reinventare le giornate, che la routine fatta di allenamenti e partite all’improvviso non c’è più, che la Serie A – annusata per la prima volta nel novembre 2011 con la maglia dell’Atalanta –, resterà per sempre un traguardo messo alle spalle in tutta fretta. «Per fortuna ho avuto più di un anno per abituarmi all’idea e nello stesso periodo mi stavo preparando al Matrimonio con Giusy. La mattina della sospensione, quando l’ho chiamata, lei stava provando l’abito da sposa… Certo, magari all’esterno sembravo sereno, sorridente, poi in casa soffrivo davanti alle partite in televisione».
L’ex centrocampista ha iniziato a percepire che qualcosa non andava nel giugno 2011, pochi giorni dopo la vittoria del campionato di B con l’Atalanta. Dopo una serie di accertamenti, da cui non è emerso nulla di preoccupante, Leonardo è passato al Varese. Quella biancorossa è stata la sua ultima maglia. Ripetuti attacchi di tachicardia l’hanno infatti costretto a un nuovo stop e solo allora la risonanza magnetica ha evidenziato la cicatrice sul ventricolo sinistro per cui gli è stata sospesa l’idoneità. Che non gli è stata restituita nemmeno dopo un ricorso, respinto a gennaio di quest’anno. «Che cosa mi ha aiutato? La mia famiglia mi ha cresciuto con valori solidi, mia mamma mi ha educato alla fede. Senza fanatismi. Sono un credente. Un peccatore, anzi. Perché non sono poi così assiduo nella pratica. Ma mi capita di rifugiarmi nella preghiera e questo mi consola e mi fa stare bene. Non prego solo per chiedere. Per questo riesco a dare un senso positivo alla mia vicenda. La diagnosi del problema al cuore è arrivata pochi mesi dopo il viaggio a Medjugorje che ho fatto nell’ottobre 2011, insieme a Giusy – mia moglie dal giugno 2012 –, i nostri genitori e Simone Tiribocchi, mio compagno all’Atalanta, con la moglie. È stato molto coinvolgente, non solo sotto il profilo religioso. In Bosnia, anche se sono passati vent’anni, si percepiscono ancora forti i segni del conflitto, non si può restare indifferenti».
La storia di Leonardo Pettinari è disseminata di segni, ma lui preferisce leggere solo quelli che gli è possibile comprendere. «No, non mi sono mai chiesto perché Morosini e non io. Sarebbe inutile, una domanda priva di senso. Quando nell’aprile del 2012 lui è morto in campo, con il Livorno, è stato tremendo. Avevamo la stessa età, la sua storia mi assomigliava e io sapevo già dei miei problemi. La sua morte ha costretto tutti a dei controlli più attenti. Non trovo giusto chiedersi di più». Tracciando il disegno del suo futuro, Pettinari lo colora ancora del verde di un campo di calcio. «Ho il patentino Uefa, mi iscriverò al corso allenatori. Amo il mio mondo, vorrei ricominciare con i bambini».
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«Avere una tomba su cui piangere, dove portare un fiore, è fonte di grande consolazione. Senza una tomba non è possibile elaborare un lutto tanto grande, come quello della perdita di un figlio. E questo vale per tutti, anche per i genitori dei bambini mai nati».






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