La musica a Radio Maria

Posté par atempodiblog le 24 août 2013

La musica a Radio Maria
di Roberta Zappa – Radio Maria

La musica a Radio Maria dans Canti Roby-Zappa

…“Cara Radio Maria, ho 29 anni…potete indicarmi i titoli di alcuni canti bellissimi che sento spesso sulle vostre frequenze?…”

…“Sono Martina e ho la necessità di conoscere il testo del canto trasmesso questo pomeriggio per insegnarlo ai miei bambini di catechismo…”

…“Mi chiamo Leonardo e sto preparando una S. Messa per giovani, non trovo tre canti che voi avete inserito ieri, verso le 18.00…”

Quante e-mail e scritti riceviamo ogni giorno per la richiesta di informazioni su canti e musiche!

Un tesoro prezioso, l’archivio musicale di Radio Maria, ricco di:

- inni tradizionali mariani, eucaristici, e dedicati ai Santi, esprimono la pietà popolare e la devozione profonda, fanno nascere dal cuore la lode e l’invocazione;

- mottetti dei grandi compositori del Rinascimento, ad esempio le belle opere palestriniane;

- polifonia, il canto a più voci, conosciuto dai primi cristiani e i canti gregoriani in latino, la lingua ufficiale della Chiesa. Molte sono le corali diocesane e parrocchiali d’ogni parte d’Italia che ci inviano le loro realizzazioni su cd e noi siamo ben felici di farle conoscere agli ascoltatori di Radio Maria.

- canti dei movimenti ecclesiali, ad esempio del Rinnovamento nello Spirito, dei Neocatecumenali, Gen, Taizè e i giovani delle diverse comunità carismatiche cattoliche, melodie eseguite con grande professionalità, che invitano a lodare Dio con gioia, attraverso le belle voci e i tanti strumenti musicali;

- brani dei numerosi cantautori cattolici, veri artisti che compongono canti per diffondere il messaggio cristiano;

- brani delle giornate mondiali della gioventù e degli incontri del Papa con i giovani, pieni di gioia e ritmo, che esprimono tutta la testimonianza di fede dei ragazzi, le missioni, i cammini intrapresi, con la profondità nei contenuti;

- salmi e canoni che sulle musiche ripetono i ritornelli per invocare ed esprimere tutta la gioia, il dolore, l’amore a Dio;

- musiche che arrivano anche da terre lontane, come l’Africa, l’America latina; da ogni popolo in lingue diverse si eleva la lode al Creatore;

- cori di montagna, melodie semplici, come una preghiera. Nei tempi liturgici forti dell’anno, come l’Avvento, il Natale, la Quaresimae la Pasqua, i canti trasmessi da Radio Maria portano in ogni cuore dolcezza, serenità e raccoglimento, aiutando a vivere in profondità il mistero vissuto nel periodo specifico dell’anno;

- basi musicali, che con la loro dolcezza, commuovono e ispirano l’anima;

- musiche dei grandi autori contemporanei, con gli arrangiamenti moderni al pianoforte, che piacciono molto anche ai giovani.

Ogni singolo pezzo viene ascoltato con attenzione, selezionato e poi magari scelto per l’abbinamento alla lettura di un libro, o come sigla di un programma, intermezzo musicale o sottofondo ai momenti di preghiera. Canzoni per ragazzi e bambini che divertono anche i grandi! Insomma, in ogni momento del giorno e della notte, c’è una proposta anche per te, amico ascoltatore di Radio Maria.

“Chi canta, prega due volte” (Sant’Agostino)

“Nel canto, la Fede si sperimenta come esuberanza di gioia, amore, fiducia nell’attesa dell’intervento salvifico di Dio” (Giovanni Paolo II)

“L’armonia del canto e della musica, che non conosce barriere sociali e religiose, rappresenti un costante invito per i credenti e per tutte le persone di buona volontà, a ricercare insieme l’universale linguaggio dell’amore che rende gli uomini capaci di costruire un mondo di giustizia e di solidarietà, di speranza e di pace” (Papa Benedetto XVI)

Divisore dans San Francesco di Sales

I brani usati come sigle nelle trasmissioni a Radio Maria li trovate qui: Freccia dans Viaggi & Vacanze La musica di Radio Maria

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Sforzatevi di entrare per la porta stretta

Posté par atempodiblog le 24 août 2013

Sforzatevi di entrare per la porta stretta  dans Commenti al Vangelo 8dpg

Il testo del vangelo di oggi costituisce un forte richiamo alla consapevolezza e alla responsabilità dell’essere cristiani.

Il brano è introdotto dalla domanda di un anonimo (“un tale”) che fa riferimento a una questione molto dibattuta nel giudaismo del tempo di Gesù: le condizioni della salvezza; anche in Luca 10,25 e 18,18 viene ripetuta la domanda: “che devo fare per ottenere la vita eterna?”

Ora, al tempo di Gesù i farisei sostenevano che gran parte degli ebrei – anzi per alcuni rabbini tutti quanti – si sarebbero salvati, in forza della loro appartenenza al popolo eletto; nei circoli apocalittici, invece, prevaleva l’opinione opposta: solo pochi eletti osservanti si sarebbero salvati.

La domanda fatta al Nazareno verte dunque su questo interrogativo. Ma, come spesso accade nei Vangeli, Egli non risponde direttamente, non soddisfa la curiosità dell’interlocutore, non prende posizione sulla dibattuta questione teologica: si salveranno tutti, o molti, o pochi?

Gesù non risponde alla domanda, per far capire che il vero nocciolo della questione non sta lì e che il problema su cui interrogarsi è un altro; non deve importare a noi se si salvano in tanti o pochi, perché questo rientra nel mistero di Dio. Quello di cui ci dobbiamo preoccupare è ben altro, e cioè che la salvezza non è un fatto tranquillo e scontato per nessuno: né per chi allora osservava la Legge (gli ebrei), né per chi oggi si attiene a comandamenti e precetti della Chiesa (i cristiani); la salvezza non è automaticamente conferita per il solo fatto di appartenere al popolo di Dio.

Così da una domanda sugli “altri” (sono pochi o tanti “quelli” che si salvano?), il Maestro fa passare l’interlocutore a una domanda che riguarda invece proprio lui, di conseguenza ogni uomo, e dunque anche ciascuno di noi! Il Signore pertanto si rivolge a tutti con un chiaro imperativo: “Sforzatevi voi di entrare….”. Quindi: preoccupatevi della vostra situazione, del vostro impegno attuale, vedete di essere voi vigilanti (richiamo contenuto anche nel vangelo della 19° domenica anno C).

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta…” dice Gesù al v.24. Che cos’è questa porta stretta? L’immagine evoca certamente qualcosa di molto duro, difficile e impegnativo, mentre la porta larga fa venire in mente facilità e superficialità; ma soprattutto la via stretta è quella che, per chi si mette alla sequela di Gesù, passa attraverso il Getsemani e il Golgota: è la via dell’amore nella dedizione di sé e nella sofferenza. A questo deve essere preparato il discepolo di Cristo, a vivere la propria esistenza nell’amore, nel servizio e nel dono di sé; e, se gli verrà domandato, deve essere disposto (con l’aiuto della Grazia) persino a sacrificare la propria vita per amore.

Questo è ciò che è richiesto per far parte del Regno di Dio, che – come ben ha messo in luce il Concilio Vaticano II° – non coincide con la Chiesa visibile, cui appartiene ogni battezzato.

“..vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti ….verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio” (vv.28-29).

Da chi è costituita questa folla sterminata d’ogni dove, di cui parla Gesù? Proprio da tutti quegli uomini di buona volontà che, pur senza conoscere la Legge e il Vangelo, sono continuamente alla ricerca della verità e della giustizia, vivono secondo i dettami della propria coscienza, che Dio ha immesso in ogni sua creatura e che porta a cogliere, amare e rispettare quei valori universali che ritroviamo in ogni civiltà. Ecco, questi sono coloro che, magari senza neppure saperlo, si troveranno al banchetto del Regno (tipica metafora biblica per indicare la vita eterna con Dio).

E – sorpresa! – forse avranno meritato anche di più di quei cristiani, osservanti e praticanti, che però sono troppo sicuri di sé, convinti che la salvezza sia loro dovuta in quanto battezzati, e incapaci di mettere in pratica il comandamento di Gesù: “Amate come Io vi ho amato!” (cfr. Giov. 15,12); ecco perché Gesù conclude: “ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi”.

Tratto da: Qumran2

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Sulla santificazione della Domenica

Posté par atempodiblog le 24 août 2013

“In questo mondo nel quale ora viviamo, affaticato e affannato, suoni il cantico della risurrezione! Si restituisca al lavoro ciò che lo distingue dalla pena; si renda al lavoratore ciò che lo distingue dal forzato e dal dannato; riabbia il popolo umano ciò che gli era già stato dato: la sua domenica!”.
Giovanni Pascoli

Sulla santificazione della Domenica dans Fede, morale e teologia mka5
Immagine tratta da: Fino alle 20. E chiusi di Domenica.

3e3w Lettera Apostolica DIES DOMINI del Santo Padre GIOVANNI PAOLO II all’Episcopato, al clero e ai fedeli sulla santificazione della Domenica

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Il Cammino dell’Angelo. Rivisitato il pellegrinaggio al Santuario sul monte Faito

Posté par atempodiblog le 23 août 2013

Il Cammino dell’Angelo
Rivisitato il pellegrinaggio al Santuario sul monte Faito

Il Cammino dell'Angelo. Rivisitato il pellegrinaggio al Santuario sul monte Faito dans Angeli ykf0

Riscoprire e attualizzare l’antica tradizione del pellegrinaggio devozionale legato al culto di San Michele, risalente al VI secolo. È lo scopo del Cammino dell’Angelo, giunto all’VIII edizione, che si è tenuto nei giorni scorsi sul Monte Faito (diocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia), presso il santuario dedicato a San Michele Arcangelo. L’iniziativa è nata nel 2006 grazie all’impegno di don Catello Malafronte, rettore del santuario, e di alcune associazioni, come il Club alpino italiano.

Un’antica tradizione. “San Michele apparve di notte al vescovo di Stabia Catello e al monaco benedettino Antonino, che si trovavano sul Faito, insieme con il popolo stabiese, per sfuggire alle razzie dei Longobardi – ha detto don Catello Malafronte, riferendo quanto ha tramandato l’Anonimo Sorrentino, la fonte medioevale che parla dei santi Antonino e Catello -. Ai due domandò di costruirgli un tempio dove vedevano ardere un cero. Alla domanda su chi fosse, rispose di essere l’Arcangelo Michele e scomparve”. Dopo il prodigio Catello e Antonino, proclamati in seguito santi e attuali patroni dell’arcidiocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia, fecero edificare un piccolo oratorio in legno dedicato all’Arcangelo Michele sulla sommità del Monte Aureo (oggi Monte Molare), la vetta più alta dei Lattari. Da allora è iniziata la tradizione del pellegrinaggio. “Oggi il Cammino dell’Angelo – ha spiegato il rettore del santuario – riprende la strada percorsa dai nostri patroni, ma in chiave attuale, perché offre l’opportunità di coniugare Vangelo e cultura, rispetto per la natura e spiritualità”. Tra le testimonianze sul pellegrinaggio del Faito, don Malafronte ha ricordato quella dello storico settecentesco Catello Parisi, il quale riporta che “nei giorni della dedicazione all’Arcangelo quasi l’intera popolazione stabiese, guidata dal vescovo, si trasferiva sul monte in prossimità del luogo dell’apparizione, dove alloggiava per una settimana in accampamenti provvisori”. Il culto di San Michele rimase vivo sino alla fine del 1800, quando il luogo divenne rifugio per i briganti. Per questo motivo, nel 1862 la statua dedicata a San Michele fu spostata nella cattedrale di Castellammare di Stabia. Nel 1950 il santuario è stato ricostruito, anche se non nello stesso posto del precedente, ma la statua è rimasta in cattedrale.

Ritrovare se stessi. Il pellegrinaggio a piedi al santuario di San Michele Arcangelo è partito da quattro località: Castellammare di Stabia, Vico Equense, Pimonte e Angri. Una volta arrivati sul Faito, uno dei momenti centrali è stato il convegno sul tema “Uomini di montagna, pellegrini di fede: custodi del creato e salvaguardia del patrimonio naturalistico”, al quale è intervenuto l’arcivescovo di Sorrento-Castellammare, monsignor Francesco Alfano. “La montagna – ha osservato – ricorda all’uomo che non è fatto per guardare solo a terra, ma per alzare lo sguardo verso il cielo”. Oggi la montagna è “da riscoprire per motivi ambientalisti, ecologici, ma anche di equilibrio psicologico”. Per l’arcivescovo, “mettersi in cammino per una scalata e affrontare le difficoltà del viaggio, gustando la bellezza del panorama, consente all’uomo di ritrovare se stesso, condizione indispensabile per incontrare Dio. Il Signore non annulla la nostra identità, anzi la potenzia”. “Nel nostro Cammino in compagnia dell’Arcangelo Michele – ha aggiunto l’arcivescovo – viene data alle persone la possibilità di mettersi in ricerca del Signore, aprendo gli occhi verso le bellezze del Creato, ma anche di cogliere ciò che è invisibile agli occhi, la presenza trascendente dell’Altissimo. Nell’itinerario verso il Faito, camminiamo alla ricerca di Dio, ma poi scopriamo che ci sta a fianco”. Questo ci deve anche “far aprire gli occhi su chi ci sta accanto, soprattutto chi vive nel disagio”. La montagna, infine, aiuta “a recuperare il valore del silenzio e a riscoprire la preghiera”.

a cura di Gigliola Alfaro – Agenzia SIR

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I Vangeli sono dei reportages, anche se a qualcuno non va

Posté par atempodiblog le 23 août 2013

«Le Epistole, gli Atti degli Apostoli, tutto il resto del Nuovo Testamento non è che un grido: noi l’abbiamo veramente udito, noi l’abbiamo veramente visto! Se tutto non fosse che un simbolo, perché gli autori di queste pagine insisterebbero tanto, e così tante volte, sulla testimonianza?».
di Marie Christine Ceruti-Cendrier
Tratto da: Unione Cattolici Crisitiani Razionali

I Vangeli sono dei reportages, anche se a qualcuno non va dans Commenti al Vangelo ht06

Immaginate per un istante che vogliate distruggere il Cristianesimo. Come ve la cavereste? Il metodo più semplice, più rapido e più radicale sarebbe attaccare i Vangeli e, per meglio operare, pretendere che raccontino storie false mai accadute. Riflettete ancora sui metodi da usare per convincere la gente: basta affermare con sicurezza che sono stati scritti tardivamente da comunità (una comunità è più abile a modificare le cose nel gioco del passa parola) che non hanno mai né conosciuto nessuno dei testimoni, né vissuto nei luoghi degli avvenimenti. Bisognerà però poter spiegare da dove vengono queste leggende e avrete bisogno di trovare delle fonti: i miti pagani anteriori, i testi ebrei (anche posteriori ai Vangeli, tanto la gente non ne sa niente), potete anche immaginare l’esistenza di testi originari, o di tradizioni segrete conosciute e trasmesse da un’élite…

Purtroppo questo è realtà ed è cosi che vengono trattati i Vangeli, non solo da atei, anticlericali o laici di professione, ma anche nei seminari, nelle facoltà di teologia, nei circoli di pie persone che vogliono saperne di più sulla loro religione e persino nei catechismi per bambini. I danni sono enormi. E non c’è da stupirsi se, specialmente nei paesi più toccati, la pratica religiosa è spaventosamente calata, i preti abbandonano il sacerdozio e c’è anche da chiedersi se delinquenza, violenza, suicidi e depressioni in aumento non trovino là la loro spiegazione.

Era urgente agire e questo mio libro* si è fissato lo scopo di smascherare tutti gli inganni e le menzogne usate per screditare i Vangeli. Oltre alle truffe segnalate qui sopra, occorreva denunciare i “generi letterari” che permettono di trasformare i fatti in miti, screditare la “formgeschichte” che fa degli Evangelisti dei campioni di Lego, smentire le pseudocontraddizioni dei Vangeli, procedere al salvataggio dei miracoli e delle profezie, denunciare giochi di parole tendenziosi, rispondere all’accusa dei Vangeli modificati, dimostrare che gli Evangelisti non erano né sprovveduti né bugiardi… e altre cose ancora. Bisognava naturalmente mettersi unicamente sul piano della razionalità, della logica, delle scoperte scientifiche – specialmente archeologiche e filologiche – poiché gli avversari ponevano le loro idee (per non dire fantasie) sul piano della onnipotente scienza.

Ho ricevuto con gratitudine molte lettere di ringraziamento dopo la pubblicazione francese di questo libro da parte di persone che si sentivano smarrite, umiliate o addirittura vacillanti nella fede. Ho cercato anche di renderlo di facile lettura, con qualche punta di umorismo. Mi dispiacerebbe urtare qualcuno poiché devo riconoscere che i propagatori di queste idee ne sono le prime vittime, ma ho ancora di più in abominio che altri soffrano ben più terribili tormenti nella perdita della fede.

E non posso più sopportare l’oltraggio fatto a Colui che ha detto: “Sono la Via, la Verità e la Vita”.

* I Vangeli sono dei reportages, anche se a qualcuno non va - Mimep-Docete 2009, con prefazione della storica dell’antichità Marta Sordi

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Vicka di Medjugorje a Gerusalemme. L’apparizione unisce i fedeli in Israele

Posté par atempodiblog le 22 août 2013

L’apparizione unisce i fedeli in Israele
Circa 13.000 cristiani, ebrei e musulmani hanno pianto di gioia insieme quando la veggente Vicka Ivankovic-Mijatovic ha avuto l’apparizione in Mealia, Israele, il 21 agosto. Precedentemente, il gruppo di pellegrini di Vicka ha visitato i luoghi biblici vicino al mare di Galilea. Stanotte ci sarà l’apparizione nel giardino del Getsemani.
di Jakob Marschner, 22 aogosto 2013
Tratto da: Medjugorje Today
Traduzione a cura di Atempodiblog

Vicka di Medjugorje a Gerusalemme. L’apparizione unisce i fedeli in Israele dans Medjugorje pfxk
Processione iniziale a Mealia

L’apparizione pubblica di mercoledì della veggente di Medjugorje Vicka Ivankovic-Mijatovic era attesa da cristiani, ebrei e musulmani e ha anche riunito i tre vescovi di Galilea con preti ortodossi quando la Messa è stata celebrata. Gli organizzatori stimano che erano presenti 13mila persone.

“E’ stato il più grande evento realizzato dagli uomini in Galilea. Non abbiamo mai avuto prima questo incontro con Nostra Signora e un così grande numero di persone”, ha detto  Charbel Maroun il presidente del Movimento Mariano dei laici in Galilea a Medjugorje Today.

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Parte delle persone presenti

“Molte persone hanno pianto di gioia, pianto per la grazia che hanno sperimentato. Hanno sentito parlare di Medjugorje e se ne sono innamorati. Migliaia di giovani erano presenti. E uno dei mie collaboratori mi ha riferito di un numero enorme di confessioni”, ha detto.

La stazione della Tv libanese Télé Lumière ha trasmesso l’evento in diretta da una foresta in Mealia dove le differenze sono state accantonate per un giorno.

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Una mamma musulmana presenta suo figlio malato a Vicka

“C’erano molti musulmani”. Gli è piaciuto molto, hanno iniziato a piangere perché erano molto felici di essere presenti. C’erano anche molti membri dell’esercito italiano. Senza dar peso all’etnia o al background religioso, tutti erano presenti e felici riporta Charbel Maroun.

“Si poteva avvertire lo Spirito Santo in tutta la zona. La gente di Galilea non dimenticherà mai questo incontro. La maggior parte delle persone qui ha una devozione e una spiritualità debole, e così per molti era la prima volta che vedevano una così grande manifestazione di preghiera”.

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Santa Messa concelebrata dai 3 Vescovi di Galielea e da più di 40 sacerdoti

Durante l’apparizione di Vicka, la Vergine Maria ha chiesto ai presenti di pregare per la chiesa in Galilea.

“Vicka era molto, molto felice, e così Nostra Signora, nel vedere così tante persone. Ha pregato su di noi, ha benedetto tutti noi, e ci ha detto di pregare per la chiesa di qui”, ha detto Charbel Maroun.

Ieri 21 agosto, Vicka e altri 550 partecipanti nel primo pellegrinaggio internazionale Maranatha hanno visitato i siti biblici presso il mare di Galilea: il luogo del sermone di Gesù sulle Beatitudini (Mt 5, 1-12), il luogo dove Gesù ha chiamato Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo a seguirlo (Mt 4, 18-22) e il luogo dove Gesù ha affidato l’autorità della Chiesa a San Pietro (Gv 21, 15-19).

L’apparizione a Vicka di giovedì (oggi, ndt) avrà luogo nel giardino del Getsemani dove saranno presenti solo i pellegrini di Maranatha. Prima dell’apparizione, durante il giorno, incontrerà il patriarca latino di Gerusalemme Fouad Boutros Ibrahim Twal.

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Salve Regina, Madre di Misericordia

Posté par atempodiblog le 22 août 2013

Salve Regina, Madre di Misericordia dans Fede, morale e teologia Nostra-Signora

Poiché la Vergine Maria fu esaltata ad essere madre del Re dei re, ben a ragione la santa Chiesa l’onora e vuole che da tutti sia onorata con il titolo glorioso di regina. «Se il figlio è re, dice sant’Atanasio, giustamente la madre deve essere considerata e chiamata regina». «Sin da quando Maria, scrive san Bernardino da Siena, diede il suo consenso accettando di essere madre del Verbo eterno, da allora meritò di diventare la regina del mondo e di tutte le creature». «Se la carne di Maria, dice sant’Arnoldo abate, non fu divisa da quella di Gesù, come può esser separata la madre dalla sovranità del Figlio? Si deve dunque reputare che la gloria del regno non solo sia comune tra la madre e il Figlio, ma persino la stessa». Se Gesù è re dell’universo, anche Maria è regina dell’universo. «Costituita Regina, con pieno diritto possiede il regno del Figlio». Sicché, dice san Bernardino da Siena, «quante sono le creature che servono Dio, tante debbono servire anche Maria; poiché gli angeli, gli uomini e tutte le cose che sono nel cielo e sulla terra, essendo soggette all’impero di Dio, sono anche soggette al dominio della Vergine gloriosa». Quindi, rivolto alla divina Madre, Guerrico abate così le parla: «Continua dunque, Maria, continua sicura a dominare; disponi pure ad arbitrio dei beni del Figlio tuo, mentre, essendo tu madre e sposa del re del mondo, a te è dovuto, come regina, il regno e il dominio sopra tutte le creature» Maria è dunque regina. Ma sappia ognuno, per comune consolazione, che è una regina dolce, clemente, incline al bene di noi miseri. Perciò la santa Chiesa vuole che in questa preghiera noi la salutiamo e la chiamiamo Regina della misericordia.

Sant’Alfonso Maria de Liguori

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Hail Holy Queen – Danielle Rose

Posté par atempodiblog le 22 août 2013

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Benedetto XVI per tre ore ieri a Castel Gandolfo tra passeggiata, rosario e concerto

Posté par atempodiblog le 21 août 2013

Benedetto XVI per tre ore ieri a Castel Gandolfo tra passeggiata, rosario e concerto
A distanza di sei mesi, la decisione di “nascondersi al mondo” fa ancora riflettere. Ma la verità, come ha affermato il Papa emerito in una visita privata, è che questa scelta è stata frutto di una “esperienza mistica” con Dio
di Salvatore Cernuzio – Zenit

Benedetto XVI per tre ore ieri a Castel Gandolfo tra passeggiata, rosario e concerto dans Riflessioni 2emo

Forse aveva bisogno di respirare un’aria diversa da quella dei Giardini Vaticani, o forse, sul finire della stagione, voleva rivedere quella villa che per otto estati l’ha accolto e godere della vista del lago di Albano. Sta di fatto che, ieri pomeriggio, Benedetto XVI si è concesso una breve gita a Castel Gandolfo, nella villa che è residenza estiva dei Pontefici fin da Urbano VIII e che l’ha ospitato per i primi due mesi dopo la rinuncia al ministero petrino.

Il Papa emerito – secondo quanto riferito da fonti vaticane – ha trascorso nella cittadina laziale circa tre ore, passeggiando nei giardini del palazzo, recitando il rosario e assistendo ad un concerto di pianoforte di musica classica. Ha poi fatto ritorno in serata in Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae, dove ha deciso di vivere “nascosto al mondo” dopo la storica decisione dell’11 febbraio.

Ad accompagnare Benedetto XVI ieri pomeriggio c’erano i suoi immancabili “angeli custodi”: le memores domini, Loredana, Carmela, Cristina e Manuela, le quattro laiche consacrate di Comunione e Liberazione che curavano l’appartamento, la cappella e il guardaroba di Ratzinger durante gli anni di pontificato, e che continuano ad assisterlo anche ora, dopo le dimissioni.

Già Papa Francesco aveva “ceduto” il suo posto nella villa sui Colli Albani al predecessore, invitandolo a trascorrere lì il periodo estivo, dal momento che lui sarebbe rimasto a Roma per ‘impegni di lavoro’. Il Papa emerito aveva tuttavia declinato l’invito, evitando quindi il possibile scalpore di un suo trasferimento e mantenendo il basso profilo desiderato.

Dopo circa sei mesi dall’annuncio che ha sconvolto il mondo, la decisione di Ratzinger di vivere nel nascondimento fa ancora riflettere e interrogare. Qualcuno ha avuto il privilegio di sentire dalle labbra del Papa emerito le motivazioni di questa scelta. Nonostante la vita di clausura, Ratzinger concede infatti – sporadicamente e solo in determinate occasioni – alcune visite privatissime nel Mater Ecclesiae. Durante questi incontri, l’ex Pontefice non commenta, non svela segreti, non si lascia andare a dichiarazioni che potrebbero pesare come ‘le parole dette dall’altro Papa’, ma mantiene la riservatezza che lo ha sempre caratterizzato.

Al massimo osserva soddisfatto le meraviglie che lo Spirito Santo sta facendo con il suo Successore, oppure parla di sé, di come questa scelta di dimettersi sia sta un’ispirazione ricevuta da Dio.

Così avrebbe detto Benedetto ad uno degli ospiti di questi rari incontri che il sottoscritto ha avuto la fortuna di incontrare, alcune settimane fa, a Roma. “Me l’ha detto Dio” è stata la risposta del Pontefice emerito alla domanda sul perché abbia rinunciato al Soglio di Pietro. Ha poi subito precisato che non si è trattato di alcun tipo di apparizione o fenomeno del genere; piuttosto è stata “un’esperienza mistica” in cui il Signore ha fatto nascere nel suo cuore un “desiderio assoluto” di restare solo a solo con Lui, raccolto nella preghiera.

Quello di Benedetto XVI, dunque, non è stato un fuggire dal mondo, ma un rifugiarsi in Dio e vivere del suo amore. Lo stesso Ratzinger – ha rivelato la fonte che preferisce rimanere anonima – ha dichiarato che questa “esperienza mistica” si è protratta lungo tutti questi mesi, aumentando sempre di più quell’anelito di un rapporto unico e diretto con il Signore. Inoltre, il Papa emerito ha rivelato che più osserva il “carisma” di Francesco, più capisce quanto questa sua scelta sia stata “volontà di Dio”.

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Il Papa ad un gruppo di studenti giapponesi: il dialogo, fondato sulla mitezza, porta alla pace

Posté par atempodiblog le 21 août 2013

Il Papa ad un gruppo di studenti giapponesi: il dialogo, fondato sulla mitezza, porta alla pace

L’incontro, il confronto e il dialogo sono strumenti di conoscenza e di pace se hanno come fondamento la mitezza. E’ quanto ha detto Papa Francesco incontrando stamani, nel Cortile di San Damaso in Vaticano, un gruppo di studenti e di professori del Collegio “Seibu Gauken Bunri Junior High School”, di Tokyo.
di Amedeo Lomonaco – Radio Vaticana

Il Papa ad un gruppo di studenti giapponesi: il dialogo, fondato sulla mitezza, porta alla pace dans Papa Francesco I wqjl

L’isolamento in se stessi non potrà mai tradursi in una crescita culturale. Papa Francesco, che durante la Gmg in Brasile aveva ricordato il proprio sogno da giovane “di andare missionario in Giappone”, indica nella conoscenza di altre culture una autentica opportunità di crescita:
“Se noi siamo isolati in noi stessi, abbiamo soltanto quello che abbiamo, non possiamo crescere culturalmente; invece, se noi andiamo a trovare altre persone, altre culture, altri modi di pensare, altre religioni, noi usciamo da noi stessi e incominciamo quell’avventura tanto bella che si chiama dialogo”.

Il dialogo – ha aggiunto il Pontefice – è molto importante perché nel confronto con le altre culture ed anche nel confronto sano con le altre religioni si matura e si cresce. La chiusura in se stessi, invece, può generare incomprensioni e litigi. Ma quale è allora – ha chiesto il Papa – l’atteggiamento più profondo per instaurare un dialogo veramente proficuo?
“La mitezza, la capacità di trovare le persone, di trovare le culture, con pace; la capacità di fare domande intelligenti: Perché tu pensi così? Perché questa cultura fa così? Sentire gli altri e poi parlare. Prima sentire, poi parlare. Tutto questo è mitezza… E sapete una cosa, una cosa importante? Questo dialogo è quello che fa la pace. Non si può avere pace senza dialogo”.

Nella mancanza di dialogo e nella chiusura in se stessi si annidano le insidie per l’uomo:

“Tutte le guerre, tutte le lotte, tutti i problemi che non si risolvono, con cui ci scontriamo, ci sono per mancanza di dialogo. Quando c’è un problema, dialogo: questo fa la pace. E questo è ciò che auguro a voi in questo viaggio di dialogo: che sappiate dialogare; come pensa questa cultura, che bello questo, questo non mi piace, ma dialogando. E così si cresce. Vi auguro questo e vi auguro un buon viaggio a Roma”.

Una studentessa giapponese ha quindi ringraziato il Papa:
“Siamo felici di avere la possibilità di incontrarLa e ascoltare le Sue parole; d’ora in poi metteremo in pratica nella nostra vita quello che abbiamo ascoltato da Lei”.


Parole alle quali è seguita la spontanea risposta di Papa Francesco:

“Grazie tante! Ma tu sei nata a Napoli? Ma parli bene l’italiano” …

Gli studenti giapponesi hanno quindi intonato l’inno della loro scuola. Dopo il canto, il Papa ha aggiunto:

“Ah, siete bravi, eh?, cantando! C’è il principio di reciprocità anche nel dialogo: quando uno dice una cosa, l’altro deve dire un’altra. Ma io non so cantare: non posso”.

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I Vangeli, un racconto di ciò che è avvenuto

Posté par atempodiblog le 21 août 2013

L'incredulità di Tommaso dans Commenti ai Vangeli festivi

“Apro i Vangeli e constato che in essi la fede è sempre una conseguenza. I Vangeli, che riassumono la Parola annunziata agli inizi, non sono una raccolta di proposizioni di fede, ma è un racconto di ciò che è avvenuto”.

Jean Guitton – Gesù. Ed. Elledicì

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Il cronista Giovanni

Posté par atempodiblog le 21 août 2013

Il cronista Giovanni
L’autore del quarto vangelo vide di prima persona quello che poi scrisse. Lo documenta un libro di un’archeologa ebrea francese.

Intervista di Antonio Socci a Jacqueline Genot-Bismuth per Il Sabato (1992)

Il cronista Giovanni dans Antonio Socci rwej

Ebrea-francese [...] agnostica, docente di giudaismo antico medievale alla Sorbona di Parigi, fondatrice del Centro di ricerca sulla cultura rabbinica. Jacqueline Genot-Bismuth ha pubblicato [...] un libro sulle più recenti scoperte archeologiche a Gerusalemme, dopo il volume «Un homme nommé Salut» (Oeil), dedicato alla figura di Gesù nel Vangelo di Giovanni. E all’impatto di Gesù con l’ebraismo del suo tempo. «Il Sabato» le ha chiesto la sua ricostruzione di quegli eventi.

Lei scrive che i farisei cominciano ad allarmarsi per Gesù con la resurrezione di Lazzaro. Perché?
Genot-Bismuth: Tutti credettero a quella resurrezione. Io non posso giudicare se essa vi fu o no, l’importante è rilevare che tutti ne furono colpiti. I farisei erano contrari al potere profetico. Di conseguenza produrre una resurrezione – essendo un potere profetico – voleva dire mettere in discussione tutto ciò contro cui si erano battuti. Significava dare scacco al giudaismo che seguiva la Torà esclusivamente scritta con l’interpretazione di cui essi erano i maestri. Dunque era il loro potere che era battuto in breccia da un giudaismo alternativo che arrischiava la forza in qualche modo rivoluzionaria della profezia.

Non era più ragionevole credere ai propri occhi?
Genot-Bismuth: Un difensore della Legge assoluta non poteva che opporsi al profetismo attivo: ora, la popolazione era effettivamente convinta che Gesù avesse resuscitato Lazzaro, e questo fatto provava la sua pretesa di essere profeta. Dunque ormai non era più che un nemico. È ovvio. Lui stesso doveva saperlo. Del resto dal Vangelo di Giovanni si evince chiaramente che Gesù era molto, molto politico. Quando si rende conto che provocava se ne va via da Gerusalemme perché capisce di essere in pericolo. Insomma fa scelte molto politiche e strategiche. Gesù non appare affatto come un ingenuo, un sognatore naïf, è realista, uno che sa calcolare i suoi rischi e verso la fine gioca il tutto per tutto.

Le ostilità fra farisei e sadducei, dentro il Sinedrio, erano molto forti. Ve ne furono anche nel processo a Gesù?
Genot-Bismuth: Non so dirlo perché non abbiamo il verbale del processo. Ma Paolo, per esempio, quando fu chiamato in giudizio dal Sinedrio riuscì scaltramente a mettere un gruppo contro l’altro facendola franca. Nel Vangelo di Giovanni si vede che nel Sinedrio ci sono farisei che stanno dalla parte di Gesù, come Nicodemo. D’altronde anche nella missione rogatoria del Sinedrio nei confronti di Giovanni Battista sul Giordano, si evidenziano i rappresentanti dei due partiti del Sinedrio. E ciascuno fa le sue domande.

Flusser ipotizza che la condanna di Gesù da parte di Caifa fosse contro la Legge, fuori dall’ebraismo.
Genot-Bismuth: E’ una convinzione ideologica. La Mishna dice che quando uno pseudoprofeta si presenta come tale e si è certi che è uno pseudoprofeta deve subire il giudizio del Sinedrio e la condanna a morte. Tutto questo nella Mishna è molto chiaro.

Cosa teme, Caifa, da Gesù?
Genot-Bismuth: È una ragion di stato, la sua. Caifa è un uomo di governo che ragiona in termini di strategia. Prende la parola nel Sinedrio e dice: voi state dibattendo se è colpevole o no. A me non interessa. Io so che è uno pericoloso. Attirerà su di noi la vendetta dei romani, tutti noi siamo in pericolo dal momento che, alla fine, solleverà la gente contro i romani e contro di noi e il nostro regime. Lo dice chiaramente. Il suo è un giudizio politico. Del resto la carica di sommo sacerdote è nell’orbita del temporale, non è la religione come noi oggi la immaginiamo. È il regime di autonomia della Giudea che è negoziato con i romani, un’autonomia morale, la pax romana. Il sommo sacerdote è soprattutto un etnarca. E dunque ragiona in questo orizzonte politico. Le regole del gioco d’altronde erano chiare per Gesù stesso.

Cosa intende dire?
Genot-Bismuth: Sapeva benissimo di apparire come un sovversivo, che poteva essere visto come un agitatore politico, come i tantissimi messia o pseudo-messia che l’avevano preceduto o che saranno condannati a morte in seguito. Non c’era niente di straordinario, da questo punto di vista, in questa storia. Egli sapeva bene ciò che lo aspettava.

È curioso che lei – scrivendo due libri sul Vangelo di Giovanni – non contesti mai la storicità di ciò che il Vangelo riferisce. Sa che da Renan in poi…
Genot-Bismuth: Di Renan si possono leggere pagine antisemite terrificanti, veri abomini. E’ chiarissimo. La ragione essenziale che muove Renan e la scuola che nasce da lui è precisamente l’odio antisemita. Dichiara di voler fare di Cristo un “ariano” e che il cristianesimo non deve assolutamente nulla a quel popolo degenerato che sono i semiti. Allora gli è necessario negare tutto ciò che è storico di Gesù e della nascita del cristianesimo. Sono le stesse manipolazioni della verità storica in cui si specializzeranno personaggi come Stalin e oggi Le Pen.

Lei ha pubblicato testi rabbinici straordinariamente convergenti con san Giovanni sul racconto del processo a Gesù. E sostiene che il Vangelo di Giovanni è scritto da un contemporaneo, testimone oculare di quegli avvenimenti.
Genot-Bismuth: Il Vangelo si conclude con questa formula: «Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera». Una indicazione scarna come una nota d’archivio del tempo e che, senza dubbio, merita ben più credito di quanto glien’è stato accordato.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dichiara di essere il Figlio di Dio, uno con il Padre.
Genot-Bismuth: Sì, dunque di essere come Dio. Ma usa volutamente un’espressione ambigua, infatti ogni uomo poteva dirsi figlio di Dio. Di per sé era un’espressione accettata. Allora cosa intende Gesù quando si definisce Figlio di Dio? Egli afferma evidentemente la sua divinità («chi vede me, vede il Padre»). Ma gioca sull’ambiguità, è qualcosa di straordinario, usa, manipola il linguaggio in tutti i suoi sensi come un profeta. Di fatto Gesù alla fine si è sostituito a Dio e questo è il punto di non ritorno rispetto all’ebraismo: da qui comincia l’eresia o – secondo il punto di vista che si adotta – completamente un’altra cosa.

I più sostengono ancora oggi che il Vangelo di Giovanni è stato scritto molto tardi.
Genot-Bismuth: Io dico che è stato scritto da chi è stato testimone. Che egli prendesse abitualmente delle note durante gli avvenimenti mi pare evidente per la civiltà in cui era stato educato. Poi può darsi che, sulla base dei ricordi scritti, abbia composto il suo Vangelo in tarda età. Secondo me Giovanni ha dubitato per tutto il tempo, ha cominciato a credere veramente al momento in cui ha scoperto la tomba vuota.

Molti vedono nel suo Vangelo un’impronta ellenistica, soprattutto nel Prologo.
Genot-Bismuth: Solo perché usa il termine Logos. Ma allora anche Ben Sira (l’Ecclesiastico) è ellenistico. No, in realtà Logos è solo la traduzione dell’ebraico «davar» (atto/parola) ed è l’antichissima interpretazione della Genesi. Giovanni appare in una linea di interpretazione molto chiara, che lega la Genesi, l’interpretazione della Genesi fatta dal libro dei Proverbi e infine l’Ecclesiastico che due secoli dopo continua, riprende e amplifica i Proverbi. E poi, due secoli dopo, c’è Giovanni.

Il Prologo è la spiegazione del primo versetto della Genesi?
Genot-Bismuth: Il Targum Neophyti, in aramaico palestinese, traduce così Genesi 1,1: «Fin dall’origine il Verbo (davar) di YHWH creò con saggezza il cielo e…». Giovanni è legato a questa antica traduzione e apre così il suo Vangelo: «E il Verbo (davar) è stato un uomo di carne ed ha posto la sua tenda fra noi…». Propriamente l’incarnazione del davar, del Logos.

Nel libro «Un homme nommé Salut», lei pubblica documenti ebraici del I secolo, dove si parla di libri cristiani che possono far pensare ai Vangeli.
Genot-Bismuth: È un passo dello Sabat 116, vv (tratto dal Talmud completo). Ed è molto chiaro. Non solo parla di «awan-gelayon» e fa dei giochi di parole polemici su «evangelio», ma riporta addirittura una citazione esplicita di Matteo.

Cosa?
Genot-Bismuth: È riportato il dialogo fra un patriarca e un cristiano. E il cristiano ad un certo punto afferma: «È scritto nel Vangelo che “non sono venuto per abolire, ma per compiere”». Testuale. Se non si vuol accettare neanche questo è finita. Allora tutto è falso, nel mondo.

Molti sostengono che non è possibile che i Vangeli siano stati scritti prima del 70.
Genot-Bismuth: È un pregiudizio. Secondo me è più che plausibile. È stupido, per degli studiosi, l’espressione “non è possibile”. E poi come volete, in una civiltà che è l’inventrice della scrittura, che riferisce tutto al testo sacro, scritto, come potete immaginare che quel genere di fatti non sia stato messo per scritto molto presto? Ricordate che per esempio i sadducei non riconoscevano per niente l’oralità, volevano che tutto fosse scritto. Dunque se i cristiani volevano veramente far conoscere il loro annuncio occorreva da subito mettere per scritto.

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E Marco scrisse subito

Posté par atempodiblog le 20 août 2013

Da un autore pagano del primo secolo la conferma che il vangelo di Marco fu scritto pochi anni dopo la morte di Gesù. Come attesta la tradizione cristiana primitiva.
Un punto a favore della credibilità storica del Vangelo.
di Marta Sordi – Il Timone

E Marco scrisse subito dans Commenti al Vangelo E-Marco-scrisse-subito

L’ identificazione, da parte di J. O’Callaghan nel 1972, ribadita poi da C. P. Thiede agli inizi degli anni ’90, di un frammento papiraceo in lingua greca (7Q5), trovato nella grotta 7 di Qumran, con Marco 6,52-53, ha riaperto, come è noto, nonostante le molte contestazioni, il problema della datazione dei Vangeli e di quello di Marco in particolare.
La scrittura del frammento, studiata prima dell’identificazione con il Vangelo, aveva imposto una datazione non posteriore al 50 d.C.; la grotta, inoltre,risultava chiusa dopo il 68; l’identificazione del frammento con un passo di Marco scompaginava così, se convalidata, tutte le ipotesi, date per certe dagli esegeti, della composizione tarda del Vangelo e confermava invece pienamente i dati conservati dalla tradizione cristiana primitiva: Papia di Gerapoli, vissuto tra la fine del I secolo e la prima metà del II (apud Euseb. H. E. II, 15 e III, 39,15) e Clemente di Alessandria (apud Euseb. H. E. II, 15 e VI, 14,6) affermavano infatti che Marco aveva scritto il suo Vangelo, su richiesta dei Romani, che avevano ascoltato la predicazione di Pietro, all’inizio del regno di Claudio (nel 42, secondo la traduzione di Gerolamo del Chronicon di Eusebio).
Una citazione dello stesso passo di Clemente (p. 9 Staehlin) spiegava che i Romani, da cui era partita la richiesta erano Cesariani e cavalieri, ut possent quae dicebantur memoriae commendare. Si trattava di persone della classe dirigente romana, abituate alla comunicazione scritta e la richiesta da loro rivolta a Marco è perfettamente comprensibile; specialmente se si tiene conto del fatto che, nel 42/43, mentre Claudio era assente per la spedizione in Britannia, il governo di Roma era tenuto da L. Vitellio, che nel 36/37, come legato di Siria, aveva avuto occasione di occuparsi dei cristiani a Gerusalemme. Il desiderio di avere ulteriori informazioni sulla nuova “setta” giudaica poteva rientrare nelle normali preoccupazioni per l’ordine pubblico del governo di Roma. Ciò che fu allora appurato dovette tranquillizzare i Romani che, da quel momento e fino al 62, in Giudea come nelle province, cercarono di impedire azioni persecutorie derivate da accuse giudaiche contro i Cristiani. La data del 42/43 è  innanzitutto, secondo Papia e Clemente, la data dell’arrivo di Pietro a Roma: una conferma dell’importanza di questa data per la Chiesa di Roma è che al 42/43 risale, secondo Tacito (Ann. XIII, ro 32), la conversione di Pomponia Grecina, la moglie di Aula Plauzio, il legato le che precedette in Britannia Claudio, ad re una superstizio externa che è certamente il cristianesimo. Ma ciò che ci interessa ora è la stesura del Vangelo di le Marco: si è detto che 7Q5 non fa che a, confermare, con l’autorità di un documento contemporaneo, ciò che sapevamo già da autorevoli fonti del II secolo, che solo l’ipercritica, da tempo el superata negli studi di storia antica, ma ancora presente negli studi delle origini cristiane, ha troppo a lungo e ingiustamente sottovalutato. Paradossalmente, anche se 7Q5 non fosse un frammento di Marco, le testimonianze di Papia e di Clemente dovrebbero indurci ad ammettere come probabile la venuta di Pietro a Roma nel 42 e la stesura in quell’occasione del Vangelo di Marco.
Ma un’ulteriore e importante conferma ci viene ora da un autore pagano, quel Petronio autore del Satyricon, che scrive nel 64/65 e mostra di conoscere il testo marciano, come ha dimostrato, con ottimi argomenti, I. Ramelli in un articolo pubblicato su Aevum nel 1996. Contatti fra i Vangeli e passi del Satyricon erano stati già notati in passato, per la crocifissione, la risurrezione, l’eucaristia, ma erano stati spiegati come pure coincidenze o con interpretazioni antropologiche. Il passo studiato dalla Ramelli (Sat. 77,7-78,4) riguarda l’unzione durante la cena di Betania (Me 14,3-9), un episodio, cioè, la cui importanza non è così grande da poterne spiegare la conoscenza da parte dei pagani in base a semplici voci, come quelle che circolavano in quell’epoca a Roma sui flagitia attribuiti dal volgo ai Cristiani nel 64, come dice Tacito (Ann. XV, 44x) parlando dell’incendio. Qui i contatti sono tali che già il Preuschen, agli inizi del XX secolo, aveva pensato a una dipendenza reciproca, attribuendo però a Marco l’imitazione di Petronio: l’evidente assurdità dell’ipotesi (dato il carattere di sprezzante parodia del passo di Petronio) ne aveva determinato il rifiuto.
Il giudizio è necessariamente diverso se il Vangelo di Marco era già noto nel 64/65 e se ammettiamo che è petronio a parodiare Marco e non Marco a imitare Petronio: c’è l’ampolla di nardo, che solo Marco conosce fra gli evangelisti (i sinottici parlano di un vaso di unguento non specificato, Giovanni parla di una libbra di nardo); c’è la prefigurazione da parte di Trimalcione di un’ unzione funebre, in un contesto che parla continuamente – ma senza giustificazione apparente, visto che Trimalcione dichiara che vivrà ancora 30 anni di morte; c’è, poco prima (ib. 74, 1/3),dalla consuetudine pagana) come profeta di sventura e come index, accusatore. Se Petronio conosce il testo di Marco e intende parodiarlo (e la cosa non ci sorprende alla corte di Nerone, dove, come risulta da Paolo [FiI4,22] il cristianesimo era ben noto), anche gli altri accenni di Petronio che sembrano implicare la conoscenza del cristianesimo diventano importanti: penso in particolare al cap. 141, in cui Eumolpo chiede nel suo testamento che i suoi eredi mangino il suo corpo, e alla novella della matrona di Efeso (cap. III), con il trafugamento del corpo di un crocifisso e la sua « rianimazione » al terzo giorno: un motivo anticristiano reso attuale dal cosiddetto editto di Nazareth, se, come sembra probabile, l’editto è di Nerone e rivela l’ accettazione, da parte del governo romano, delle accuse giudaiche ai discepoli di Cristo di aver trafugato il corpo del loro Signore, come attesta Matteo (28,15).
La parodia di Petronio è dunque la miglior conferma delle notizie della tradizione cristiana del II secolo sull’antichità del Vangelo di Marco.

Ricorda
La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massima che i quattro vangeli, di cui afferma senza alcuna esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza ».
(Concilio Vaticano Il, Costituzione Dei Verbum sulla divina Rivelazione, 19).

Divisore dans San Francesco di Sales

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La storicità dei Vangeli

Posté par atempodiblog le 20 août 2013

La storicità dei Vangeli dans Antonio Socci hsk2

Voglio prendere spunto da un paio di notizie arrivate da Israele. Le ha riportate il Jerusalem Post il 21 e il 23 dicembre (2004) e si possono trovare sintetizzate in questa pagina web: http://www.israele.net/sections.php?section_cat=13
La prima riguarda la scoperta a Gerusalemme di una parte della celebre piscina di Siloe, quella menzionata nel Vangelo di Giovanni nella quale Gesù guarì un uomo cieco dalla nascita. Ed ecco la seconda notizia: la Israel Antiquities Authority ha recentemente scoperto i resti del villaggio di Cana dove Gesù compì il suo primo miracolo cambiando l’acqua in vino durante una festa di matrimonio. In alcuni edifici sono stati trovati utensili e i resti di un mikve, un bagno rituale ebraico.

Non è qui il caso di approfondire i particolari che pure sono affascinanti. Tuttavia queste due piccole notizie – che documentano tangibilmente come siano fedeli ai fatti i resoconti del Vangelo – ci mettono ancora una volta, appassionatamente, sulle tracce di quell’Uomo di Nazaret che giganteggia nelle pagine del Vangelo. Riportano alla luce le pietre su cui lui ha camminato, i luoghi che hanno sentito risuonare la sua voce, la terra con cui ha guarito un povero cieco. Tutto esattamente come riferiscono i resoconti evangelici. E’ bene ricordare la colossale importanza che le scoperte archeologiche moderne hanno assunto dopo due secoli di tentata demolizione della credibilità storica dei fatti riportati nei Vangeli. Scoperte clamorose. A cominciare dal più antico frammento del Vangelo, il famoso 7Q5, che riporta un versetto di Marco che fu composto prima del 50 d.C. Ma anche tutti gli altri ritrovamenti archeologici.
Il padre Ignace De La Potterie sj, uno dei grandi esperti di Giovanni, faceva un lucido esempio a questo proposito:
“Fin dalla metà del secolo scorso, la Scuola di Tubinga (David Fr., Strass, Walter Bauer, Ferdinand Ch. Baur) aveva imposto l’idea che nessuno dei redattori dei Vangeli fosse un testimone oculare, tanto meno un apostolo. Quello di Giovanni veniva attribuito a un qualche filosofo ellenizzante dell’Asia Minore o dell’Egitto. Nel 1930 il modernista italiano Adolfo Omodeo, in La mistica giovannea, l’unica opera italiana citata da Rudolf Bultmann, sosteneva ancora che Giovanni era stato scritto da uno gnostico in Egitto, intorno al 120. In questa temperie mentale la precisione delle descrizioni topografiche palestinesi risultava difficile da spiegare, se non addirittura scomoda. E allora si tendeva a interpretarla in modo mitico, fittizio. Esempio: nel capitolo quinto, la guarigione del paralitico avviene nei pressi di una piscina miracolosa che Giovanni chiama Betesda, ‘che ha cinque portici’ (quinque porticus habens). Ricordo di aver studiato, da giovane, su un libro di cento anni fa in cui questo passo veniva interpretato come una simbologia pitagorica…. Dall’inizio del Novecento i numerosi scavi compiuti in Palestina hanno dato conferme archeologiche ai luoghi descritti da Giovanni. La fontana con cinque portici, che doveva essere un simbolo pitagorico, è stata trovata presso il Tempio di Gerusalemme” (Storia e mistero, Sei 1997, pp. 10-11).

Evidentemente è facile intuire che delle descrizioni così precise di Gerusalemme potevano essere fatte solo da un ebreo che viveva in quella città prima della sua distruzione da parte dei Romani, nel 70 d.C. Dunque anche le pietre confermano (gridano!) ciò che Giovanni scrive a chiare lettere, cioè di essere un testimone oculare dei fatti: “ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo visto con i nostri occhi e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della Vita… lo annunziamo anche a voi” (1Giov 1,1). E Pietro conferma che essi, gli apostoli, non sono “andati dietro a favole artificiosamente inventate”, ma “siamo stati testimoni oculari della sua grandezza” (2Pt 1,16). Quando – alcuni anni fa – riportai alla luce la clamorosa scoperta di padre José O’Callaghan sul 7Q5 – la reazione di molti esegeti fu velenosa (soprattutto di quelli ecclesiastici, perché i papirologi laici accettarono tranquillamente e laicamente la scoperta). Uno di questi biblisti (rimasto famoso per un incredibile svarione scientifico) sibilò su un giornale: “Continua, in modo spesso scomposto e frenetico, l’interesse per il Gesù della storia”. Gli rispose per le rime il grande De La Potterie (vedi AAVV, Vangelo e storicità, p. 165). Io da parte mia devo confessare e lo dichiaro qui apertamente che quell’interesse “scomposto e frenetico per il Gesù della storia” è tutt’altro che sparito. Non si è mai attenuato, ma casomai si è ingigantito con gli anni. Quell’Uomo di nome Gesù, vero uomo e vero Dio, nostro Salvatore, nostro buon Pastore (che porta sulle sue spalle ognuno di noi), è la nostra passione. La sua storia, i suoi gesti, la sua presenza, il suo volto sono l’unica perla preziosa che vale la pena cercare nella vita. Null’altro. Come diceva Charles Moeller, che don Giussani ci ha fatto conoscere: “io credo che non potrei più vivere se non Lo sentissi più parlare”.

di Antonio Socci

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Le mani amorosamente tese di Maria

Posté par atempodiblog le 19 août 2013

Le mani amorosamente tese di Maria dans Apparizioni mariane e santuari Mani-tese-della-Madonna

Caterina Labouré non ha parlato del volto inaccessibile, ma ha ben descritto le mani di Maria. Ha detto che le mani della Vergine, dopo che il globo era scomparso, si sono distese. La Medaglia Miracolosa è caratterizzata da questa ostensione delle mani verso la terra.

Questo gesto delle mani distese sarà identico a quello della Vergine di Lourdes nell’apparizione del 25 marzo e lo si ritroverà nell’apparizione di Pontmain il 17 gennaio 1871.

Il simbolismo delle mani tese è quello dell’accoglienza, più precisamente della compiacenza; è il gesto con il quale un potente desiste, lascia cadere lo scettro e la spada per dare le sue mani offerte. Sono un significato di indulgenza, di bontà soccorrevole e amorosa. Le mani aperte disegnano l’essere disarmato, offerto, che si offre ad un’altra offerta nata dalla gratitudine.

Jean Guitton – La medaglia miracolosa al di là della superstizione. La Vergine a rue du Bac

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