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Papa Francesco risponde alle domande dei giornalisti

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2013

Papa Francesco risponde alle domande dei giornalisti
di Giacomo Galeazzi e Andrea Tornielli, inviati sul volo Rio de Janeiro-Roma – La Stampa

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Lobby gay, scandali finanziari, Ior, Vatileaks. Non c’è tema al quale Francesco si sia sottratto nell’ora e venti di botta e risposta con i giornalisti sul volo da Rio De Janeiro a Roma. Un confronto franco, senza nessun filtro da parte del Vaticano sugli argomenti, come accadeva invece in passato. Bergoglio è arrivato di buon passo e fresco come una rosa, nonostante un tour de force di una settimana e giornate intere passate ad abbracciare persone, fare discorsi, celebrare lunghe liturgie. Poco dopo il decollo da Rio, Francesco ha raggiunto la coda dell’Airbus 330 Alitalia dove viaggiano i giornalisti per sottoporsi al fuoco di fila delle loro richieste. Ha preso di petto anche le questioni più delicate o scottanti, anzi ha ringraziato per l’opportunità di chiarirle: le accuse di omosessualità rivolte a monsignor Ricca, il futuro della banca vaticana di cui non è esclusa la chiusura e i sacramenti ai divorziati risposati. E ancora, il ruolo della donna nella Chiesa, il lusso della Curia, fino al contenuto della borsa in cuoio nera che Francesco ha portato personalmente come suo bagaglio a mano. Bergoglio ha sorpreso tutti per la puntualità delle risposte e per la cordialità mostrata verso la stampa e ha rivelato di voler fare un viaggio di un giorno per andare a trovare i parenti in Piemonte. Ieri mattina, quando ormai l’aereo era prossimo all’atterraggio, il Papa si è nuovamente riaffacciato, da solo e senza prelati al seguito, per salutare i giornalisti. L’ennesima riprova del fatto che il nuovo Papa comunica benissimo e non ha bisogno di spin doctor o sherpa: ‘Dobbiamo essere normali’.

Il destino incerto dello Ior
« Io pensavo di trattare la questione l’anno prossimo, ma l’agenda è cambiata per i ben noti problemi da affrontare. Come riformarlo e sanare ciò che c’è da sanare? Ho nominato una commissione ‘referente’. Non so come finirà lo Ior: alcuni dicono che sia meglio avere una banca, altri che servirebbe un fondo di aiuto, altri ancora dicono di chiuderlo. Mi fido del lavoro delle persone della commissione che stanno lavorando su questo. Il presidente dello Ior rimane lo stesso di prima, invece il direttore e il vicedirettore hanno dato le dimissioni. Non saprei dire come finirà: si prova, si cerca, ed è anche bello, perché siamo umani, dobbiamo trovare il mezzo per fare questo bene. Ma di certo qualsiasi cosa diventerà lo Ior, le caratteristiche devono essere trasparenza e onestà. Deve essere così » .

La lobby gay (in Vaticano)
« Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato nessuno che mi dia la carta d’identità, in Vaticano, dove c’è scritto gay. Dicono che ce ne siano. Credo che qualcuno si trova. Ma si deve distinguere il fatto che una persona sia gay dal fatto di fare lobby. Se è lobby, tutte non sono buone. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte. Il problema non è avere queste tendenze, sono fratelli, il problema è fare lobby: di questa tendenza o lobby d’affari, lobby dei politici, lobby dei massoni, tante lobby… questo è il problema più grave » .

Le accuse contro monsignor Ricca
« Nel caso di monsignor Ricca ho fatto quello che il diritto canonico chiede di fare, che è l’investigazione previa. E in questa investigazione non c’è niente di quello di cui lo accusano, non abbiamo trovato niente. Questa è la risposta. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa. Vedo che tante volte nella Chiesa, fuori di questo caso e anche in questo caso, si vanno a cercare i peccati di gioventù, e questo poi si pubblica. Non i delitti, che sono un’altra cosa, l’abuso di minori per esempio è un delitto, non è un peccato. Ma se una persona, laica prete o suora, commette un peccato e poi si converte, il Signore perdona. E quando il Signore perdona, dimentica. Questo per la nostra vita è importante: quando noi andiamo a confessarci, e diciamo ‘ho peccato’, il Signore dimentica. E noi non abbiamo il diritto di non dimenticare, perché corriamo il rischio che anche il Signore non si dimentichi dei nostri peccati. Tante volte penso a San Pietro: ha commesso uno dei peccati peggiori, rinnegare Cristo, e dopo questo peccato lo hanno fatto Papa! ».

Austerità e caso Scarano
« Non potrei vivere da solo nel palazzo. L’appartamento papale è grande ma non è lussuoso. Ma io non posso vivere da solo con un piccolo gruppetto di persone. Ho bisogno di vivere con gente, di trovare gente. Per questo ho detto che sono motivi ‘psichiatrici’: psicologicamente non potevo e ognuno deve partire dal suo modo di essere. Comunque anche gli appartamenti dei cardinali sono austeri, quelli che conosco. Ognuno deve vivere come il Signore chiede di vivere. Ma un’austerità generale è necessaria per tutti quelli che lavorano al servizio della Chiesa. Ci sono santi in Curia, vescovi, preti e laici, gente che lavora. Tanti che vanno dai poveri di nascosto o che nel tempo libero vanno in qualche chiesa a esercitare il ministero. Poi c’è anche qualcuno che non è tanto santo e questi casi fanno rumore perché, come sapete, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. A me provoca dolore quando accadono queste cose. Abbiamo questo monsignore (il riferimento è a Nunzio Scarano, contabile dell’Apsa, ndr) che è in galera. Non è andato in galera perché assomigliava alla beata Imelda! » .

L’Argentina può attendere
« In America Latina credo che non ci sia possibilità di tornare, perché il Papa latinoamericano, il primo viaggio in America Latina … arrivederci! Dobbiamo aspettare un po’! Andare in Argentina: in questo momento io credo che si possa aspettare un po’, perché altri viaggi come quello a Gerusalemme hanno una certa priorità » .

Il caso Vatileaks
« Quando sono andato a trovare Benedetto XVI a Castel Gandolfo, ho visto che sul tavolino c’erano una cassa e una busta. Benedetto XVI mi ha detto che nella cassa c’erano tutte le testimonianze delle persone ascoltate dalla commissione dei tre cardinali sul caso Vatileaks, mentre nella busta c’erano le conclusioni, il riassunto finale. Benedetto XVI sapeva tutto a memoria. È un problema grosso, ma non mi sono spaventato! ».

Il contenuto della borsa di cuoio
« Non c’era la chiave per la bomba atomica… Sono salito sull’aereo portando la mia borsa perché sempre faccio così. Che cosa c’è dentro? Il rasoio, il breviario, l’agenda e un libro da leggere: ho portato un libro su Santa Teresina, della quale sono devoto. È normale portarsi la borsa, dobbiamo essere normali, dobbiamo abituarci a essere normali e sono un po’ sorpreso del fatto che l’immagine della borsa abbia fatto il giro del mondo ».

L’aereo papale senza il letto
« Quest’aereo non ha allestimenti speciali. Io sono avanti, una bella poltrona, comune, ma comune, quella che hanno tutti. Io ho fatto scrivere una lettera e una chiamata telefonica per dire che io non volevo allestimenti speciali sull’aereo: è chiaro? ».

Il Papa ‘ingabbiato’ e la sicurezza
« Sapeste quante volte ho avuto voglia di andare per le strade di Roma! Mi piaceva tanto. Era una mia abitudine di camminare, ero un prete ‘callejero’, un prete di strada. Ma questi della Gendarmeria sono buoni, tanto buoni, e adesso mi lasciano fare qualcosa di più…
A proposito di tutte le ipotesi fatte sulla sicurezza durante il viaggio in Brasile: non c’è stato un solo incidente in tutta Rio de Janeiro in questi giorni. E tutto è stato spontaneo. Con meno sicurezza, ho potuto abbracciare la gente. Ho voluto fidarmi di un popolo.
È vero che c’era il rischio che ci fosse qualche pazzo, ma c’è anche il Signore. Non ho voluto la macchina blindata perché non si può blindare un vescovo dal suo popolo. Preferisco la pazzia di questa vicinanza che fa bene a tutti ».

Sui sacramenti ai divorziati risposati
« È un tema che torna sempre. Credo che questo sia il tempo della misericordia, questo cambio d’epoca in cui ci sono tanti problemi anche nella Chiesa, anche per le testimonianze non buone di alcuni preti. Il clericalismo ha lasciato tanti feriti e bisogna andare a curarli con la misericordia. La Chiesa è mamma, e nella Chiesa si deve trovare misericordia per tutti. E i feriti non solo bisogna aspettarli, ma bisogna andarli a trovare… I divorziati possono fare la comunione, sono i divorziati in seconda unione che non possono. Bisogna guardare al tema nella totalità della pastorale matrimoniale. Gli ortodossi ad esempio seguono la teologia dell’economia e permettono una seconda unione. Quando si riunirà il gruppo degli otto cardinali, nei primi tre giorni di ottobre, tratteremo come andare avanti nella pastorale matrimoniale. Il mio predecessore a Buenos Aires, il cardinale Quarracino, diceva sempre: ‘Per me la metà dei matrimoni sono nulli, perché si sposano senza sapere che è per sempre, perché lo fanno per convenienza sociale, etc…’. Anche il tema della nullità si deve studiare ».

Le donne nella Chiesa
« Una Chiesa senza le donne è come il collegio apostolico senza la Madonna. Il ruolo delle donne è l’icona della Vergine, della Madonna. E la Madonna è più importante degli apostoli. La Chiesa è femminile perché è sposa e madre. Si deve andare più avanti, non si può capire una Chiesa senza le donne attive in essa… Non abbiamo ancora fatto una teologia della donna. Bisogna farlo.
Per quanto riguarda l’ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato e ha detto no. Giovanni Paolo II si è pronunciato con una formulazione definitiva, quella porta è chiusa. Ma ricordiamo che Maria è più importante degli apostoli vescovi, e così la donna nella Chiesa è più importante dei vescovi e dei preti ».

Il rapporto con ‘nonno’ Benedetto XVI
« L’ultima volta che ci sono stati due Papi insieme non si parlavano ma lottavano per vedere chi era quello vero. Io a Benedetto XVI voglio tanto bene, è un uomo di Dio, un uomo umile, un uomo che prega. Sono stato tanto felice quando è stato eletto Papa, e poi abbiamo visto il suo gesto delle dimissioni… per me è un grande. Adesso abita in Vaticano e c’è chi chiede: ma non ti ingombra? Non ti rema contro? No, per me è come avere il nonno saggio in casa, è il mio papà. Quando in famiglia c’è il nonno, è venerato e ascoltato. Benedetto XVI non si immischia. Se ho una difficoltà posso andare a parlargli, come ho fatto per quel problema grosso di Vatileaks… Quando ha ricevuto i cardinali il 28 febbraio per accomiatarsi, ha detto: tra di voi c’è il nuovo Papa al quale io prometto fin d’ora la mia obbedienza. È un grande! »

Cose belle e brutte di questi mesi
« Tra le cose belle penso all’incontro con i vescovi italiani. Tra quelle dolorose che mi sono entrate nel cuore c’è stata la visita a Lampedusa, che mi ha fatto bene. Ho pensato con dolore a quelle persone morte in mare prima di sbarcare, che sono vittime di un sistema socio-economico mondiale. Ma la cosa peggiore che mi è capitata è una sciatica, che ho avuto nel primo mese, a causa della poltrona dove mi sedevo per ricevere. È stata dolorosissima e non la auguro a nessuno! ».

Il lavoro di vescovo e di Papa
« Fare il lavoro di vescovo è una cosa bella. Il problema è quando qualcuno cerca quel lavoro, questo non è tanto bello. C’è sempre il pericolo di pensarsi un po’ superiori agli altri, di sentirsi un po’ principe. Ma il lavoro di vescovo è bello: deve stare davanti ai fedeli, in mezzo ai fedeli e dietro ai fedeli. Facendo il vescovo a Buenos Aires sono stato felice. Ero tanto felice. E come Papa? Anche. Quando il Signore ti mette lì, se tu accetti di fare quello che il Signore ti chiede, sei felice’ ».

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È il Signore che opera. Padre Leopoldo Mandic

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2013

“Preferisco sbagliare per troppa bontà che per troppo rigore”.
San Francesco di Sales

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San Leopoldo Mandic

È il Signore che opera
«… nel confessionale, non dobbiamo fare sfoggio di cultura, né dobbiamo dilungarci in spiegazioni, altrimenti roviniamo quello che il Signore va operando». Così raccomandava padre Leopoldo Mandic, il confessore della misericordia di Dio
Fonte: di Stefania Falasca – 30giorni
Tratto da: Sursum Corda

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Una delle ultime foto di padre Leopoldo Mandic

Confessarsi da lui era cosa breve. Anzi brevissima. Non si dilungava mai in parole, spiegazioni, discorsi. Aveva imparato dal Catechismo di san Pio X che la brevità è una delle caratteristiche di una buona confessione. Eppure il suo confessionale è stato per più di quarant’anni una specie di porto di mare per le anime. Tanti erano quelli che andavano, che assiduamente lo frequentavano. Padre Leopoldo era sempre lì, dodici, tredici, quindici ore al giorno. Confessava e assolveva oves et boves, cioè tutti. E di quella sua amabile delicatezza, di quell’umiltà semplicissima, fiduciosa nell’infinita misericordia di Dio e nell’azione della grazia che opera attraverso i sacramenti, sono testimoni quanti lo conobbero. La sua celletta confessionale è rimasta com’era, lì dove tuttora si trova, accanto alla chiesa di Santa Croce, nel convento dei frati Cappuccini a Padova. Una piccola stanza con tutte le poche cose che hanno fatto la sua vita: un inginocchiatoio, un crocifisso, un’immagine della Madonna, la stola, la sedia. Neanche la furia dei bombardamenti, che nel maggio del 1944 rasero al suolo la chiesa e il convento, è riuscita a demolirla. Da tanta distruzione solo quel confessionale rimase miracolosamente illeso. Due anni prima della sua morte, avvenuta il 30 luglio 1942, padre Leopoldo, confidandosi con un amico, aveva predetto i bombardamenti che avrebbero colpito Padova. «E questo convento?», chiese quel signore; «padre, anche questo convento sarà colpito?». «Purtroppo, anche il nostro convento sarà duramente colpito» rispose con un filo di voce padre Leopoldo. «… Ma questa celletta no, questa no. Qui il Padrone Iddio ha usato tanta misericordia alle anime… deve restare a  monumento della Sua bontà».
Leopoldo Mandic è stato proclamato santo il 16 ottobre 1983. Elevato vox populi agli onori degli altari. Dalla morte alla canonizzazione sono trascorsi solo quarantun anni: una delle canonizzazioni più rapide del nostro secolo.

Di nobile stirpe bosniaca
Nato nel 1866 in Dalmazia, a Castelnuovo di Cattaro, Adeodato Mandic era di nobile stirpe bosniaca. Prese nome di fra Leopoldo entrando nel seminario dei frati Cappuccini a Bassano del Grappa. A ventiquattro anni è ordinato sacerdote e da questo momento in poi, prima a Venezia, poi a Bassano, Thiene e dal 1909 stabilmente a Padova, non fa altro che attendere al sacramento della penitenza. Per i suoi superiori  non poteva fare altro: statura un metro e trentotto, costituzione debolissima, stentato e un po’ goffo nel camminare… Fisicamente era un nulla e per di più anche impacciato nella lingua poiché aveva lo “sdrùcciolo”, cioè mangiava le parole, e questo difetto si sentiva soprattutto quando pregava o doveva ripetere le formule a memoria, tanto che in pubblico non poteva dire neanche un «oremus». Cosa non da poco in un ordine di predicatori qual è quello dei Cappuccini! «Tante volte» ricordò al processo un suo confratello «si meravigliava egli stesso che  professori universitari, uomini importanti, persone molto qualificate venissero proprio da lui, “povero frate”; e tutto egli, con grande umiltà, attribuiva alla grazia del Signore che per mezzo suo, “meschino ministro pieno di difetti”, si degnava di fare del bene alle anime». Tutti quelli che lo hanno conosciuto ricordano questa sua umiltà sincera, piena di riconoscenza e gratitudine. A Padova, a tarda sera di un giorno di Pasqua, un giovane sacerdote incontrò padre Leopoldo che quasi non si teneva in piedi dalla stanchezza per le tante ore passate in confessionale. Con tono di filiale compassione gli disse: «Padre, quanto sarà stanco…»; «e quanto contento…», riprese lui con dolcezza. «Ringraziamo il Signore e domandiamogli perdono, perché si è degnato di permettere che la nostra miseria venisse a contatto con i tesori della sua grazia».
Davanti alla porticina del suo confessionale ogni giorno un folto gruppo di persone di tutte le classi sociali era lì ad attenderlo. Analfabeti e rozzi contadini, professionisti, sacerdoti e religiosi, magnati dell’industria e professori, tutti aspettavano in silenzio il loro turno e tutti padre Leopoldo accoglieva sempre con la stessa premura, la stessa delicata discrezione, specialmente chi si riavvicinava alla confessione dopo tanto tempo. «Eccomi, entri pure, s’accomodi… l’aspettavo sa… » si sentì dire un signore di Padova che da molti anni non si accostava ai sacramenti. E tanto era impacciato e confuso che, entrato nel confessionale, invece di mettersi in ginocchio andò a sedersi sulla sedia del prete; padre Leopoldo non disse niente, si mise lui in ginocchio al posto del penitente e  ascoltò così la sua confessione. Ed era, la sua, una delicatezza attenta a non umiliare inutilmente, comprensiva della fragilità umana: «Non abbia riguardo, veda, anch’io, benché frate e sacerdote, sono tanto misero» disse a un altro. «Se il Padrone Iddio non mi tenesse per la briglia farei peggio degli altri … Non abbia nessun timore». E a quel tale che aveva grosse colpe da confessare e a cui costava molto vuotare il sacco, dire certe miserie: «Siamo tutti poveri peccatori: Dio abbia pietà di noi…». Glielo diceva con un tono tale che quell’uomo si sentì immediatamente incoraggiato ad accusarsi con sincerità. Spesso ripeteva ai penitenti: «La misericordia di Dio è superiore a ogni aspettativa», «Dio preferisce il difetto che porta all’umiliazione piuttosto che la correttezza orgogliosa».

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La chiesa e il convento dei Cappuccini a Padova, fotografati prima della loro distruzione nel bombardamento aereo del 14 maggio 1944 

«Non roviniamo con le nostre spiegazioni ciò che il Signore opera»
Credendo fermamente nell’efficacia della grazia che il  Signore stesso comunica attraverso i sacramenti, padre Leopoldo su di un punto solo fu costantemente irremovibile: la brevità della confessione. Delle volte, è vero, nei giorni di scarso concorso, si intratteneva con una persona magari mezz’ora, o perché s’interessava dei suoi studi o del suo ufficio o per intrattenersi con quei chierici o quelle anime che lo chiedevano come guida spirituale. Ma la confessione, come tale, era sempre breve. E i penitenti testimoniano questa sua brevità e semplicità di parole. Scrive un monsignore di Padova: «La confessione con il padre Leopoldo era ordinariamente brevissima. Egli ascoltava, perdonava, non molte parole, spesso anche in dialetto quando si rivolgeva a persone non istruite, qualche motto, uno sguardo al crocifisso, talvolta un sospiro. Sapeva che in via ordinaria le confessioni lunghe sono a scapito del dolore, e sono, il più delle volte, accontentamento di amor proprio, pertanto sulla modalità della confessione si atteneva a quanto indicato nel catechismo della dottrina cristiana». In una lettera indirizzata a un sacerdote, padre Leopoldo scrive: «Mi perdoni padre, mi perdoni se mi permetto… ma vede, noi, nel confessionale, non dobbiamo fare sfoggio di cultura, non dobbiamo parlare di cose superiori alla capacità delle singole anime, né dobbiamo dilungarci in spiegazioni, altrimenti, con la nostra imprudenza, roviniamo quello che il Signore va in esse operando. È Dio, Dio solo che opera nelle anime! Noi dobbiamo scomparire, limitarci ad aiutare questo divino intervento nelle misteriose vie della loro salvezza e santificazione».
Sempre esortava i suoi penitenti ad avere fede, a pregare, ad accostarsi frequentemente ai sacramenti. Ma il piccolo frate, nelle penitenze, inutile dirlo, era magnanimo e diceva a chi gli obiettava di darle facili: «Oh è vero… e bisogna che dopo soddisfi io… ma è sempre meglio il purgatorio che l’inferno. Se chi viene da noi a confessarsi, col dargli poca penitenza deve poi andare in purgatorio, dandogliela grave non c’è pericolo che si disgusti e vada a finire all’inferno?». E così ordinariamente dava tre Ave Maria e tre Gloria Patri. Poco dava ai laici lontani dalla vita della Chiesa e poco dava anche alle anime che per loro vocazione hanno tante preghiere da dire ogni giorno. Un sacerdote un giorno gli chiese se non fosse il caso di assecondare il desiderio di una brava figliola di portare addosso qualche strumento di penitenza. Il buon padre subito rispose che non era affatto un desiderio da assecondare. «Ma scusi, padre, lei non la conosce: non è un’anima qualunque, è un’anima d’oro, seria…». E padre Leopoldo rimaneva ancora più deciso nel rifiuto. E l’altro insisteva. Allora il prudente confessore fece questa domanda: «Mi permetta, mi permetta: lei porta il cilicio?». «No!». «E allora? Caro padre, abituiamo i penitenti a ubbidire ai comandamenti di Dio e al loro dovere. Ce n’è abbastanza, ce n’è abbastanza! E i grilli via!».
Magnanimo, padre Leopoldo, lo era anche nell’assoluzione: non la negava davvero a nessuno. E di quelle rarissime volte che l’ebbe fatto si pentì sempre. Alcuni giorni prima di morire un sacerdote gli chiese: «Padre, c’è stata qualche cosa che vi ha procurato tanto dispiacere?». Egli rispose: «Oh! Sì… purtroppo sì. Quando ero giovane, nei primi anni di sacerdozio, ho negato tre o quattro volte l’assoluzione».

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L’esterno della celletta-confessionale  di padre Leopoldo, rimasta indenne dopo il bombardamento che distrusse la chiesa dei Cappuccini a Padova  nel 1944

«Che riposino… lo farò io per loro»
Tutti lo conoscevano per la sua bontà: el padre Leopoldo, o benedeto! Queo sì ch’el xe bon! L’è un santo diceva la gente. Tanto che quando nel 1923 i superiori lo trasferirono a Fiume, per i padovani fu lutto cittadino. Ma tanto fecero, tanto insistettero che i superiori dovettero ritornare sulle decisioni prese e rimandarlo dopo breve tempo a Padova. Anche i giovani chierici gli volevano bene. Nel 1910, l’anno seguente al suo arrivo a Padova, padre Leopoldo fu infatti nominato direttore dei chierici del seminario maggiore dei Cappuccini. Incarico dal quale fu poi presto esonerato. Racconta un suo confratello: «Per i seminaristi nutriva un grande affetto e si mostrava assai paterno con loro e li incoraggiava sempre sollecitandoli nella speranza. La nostra regola era molto austera. All’una di notte ci si alzava per la recita del mattutino e d’inverno, col freddo rigido, costava assai… E lui pensava a quei giovani poverini… Più di una volta ricordo che padre Leopoldo andava dal padre superiore perché anticipasse la recita del mattutino alla sera: “Superiore, guardi che stanotte farà freddo…”. “Ma padre, la temperatura non è scesa sotto lo zero”. “Oh, ma questa notte lo farà…”. “Lasciamoli dormire”, diceva al superiore, “che riposino… lo farò io per loro”. E si curava che stessero in salute, che mangiassero bene, che non fossero  ripresi dai superiori per qualche manchevolezza durante il pranzo, com’era costume fare». Scrive l’allora superiore generale dei Cappuccini: «Sapendo egli quanto bene gli volevo, aveva in me grande confidenza e spesso mi diceva: “Padre provinciale, se mi permette, veda di non gravare la coscienza dei frati, soprattutto dei giovani frati, con prescrizioni che non siano proprio necessarie, perché, vede, poi bisogna osservarle le prescrizioni dei superiori. Se non sono proprio necessarie sono un laccio per i deboli… Mi perdoni sa, mi perdoni…”».
Di quanta misericordia, di quanto amore fosse capace il cuore del piccolo frate, anche per coloro che non lo meritavano, lo dice questa dolorosa circostanza che riguarda un chierico espulso bruscamente dal convento per aver compiuto deliberatamente atti gravissimi. A raccontarla è un sacerdote: «Portatomi in convento, incontrai padre Leopoldo che era appena uscito dall’ospedale. Mi chiamò nel suo confessionale e mi scongiurò, in nome di Dio, di accogliere quel “poveretto” e di pregare il superiore della casa di trattarlo bene per salvare in lui almeno la fede. Piangendo mi disse più volte: “Si salvi la fede, si salvi la fede!”. Poi, inceppandosi ogni tanto per l’emozione, continuò: “Dica, dica a quel poveretto che io pregherò per lui. Gli dica che domani nella santa messa mi ricorderò di lui, anzi… anzi gli dirà che la celebrerò tutta proprio per lui e lo benedirò sempre. Gli dirà che padre Leopoldo gli vuol sempre bene!…”. Rimasi commosso anch’io al sentire un cuore così ripieno di evangelica carità. Solo le madri trovano espressioni così accorate quando un figlio degenere si allontana da loro». Ma a qualcuno intanto, questa bontà senza misura, cominciò a sembrare eccessiva accondiscendenza, e iniziò a storcere il naso.

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Padre Leopoldo nella sua celletta-confessionale

«Paron benedeto, questo cattivo esempio me l’avete dato voi»
Cominciarono così le critiche per la larghezza con cui trattava i penitenti, anche i più recidivi nella colpa, per  la generosità del perdono. Lo rimproveravano di essere troppo sbrigativo contentandosi persino di sommaria accusa, tanto da tacciarlo di lassismo di principi morali. Ai chierici venne perciò sconsigliato apertamente di confessarsi da lui. Le critiche giunsero all’orecchio del piccolo frate e un giorno un sacerdote gli disse: «Padre, ma lei è troppo buono… ne renderà conto al Signore!… Non teme che Iddio le chieda ragione di eccessiva larghezza?». E padre Leopoldo indicando il crocifisso: «Ci ha dato l’esempio Lui!  Non siamo stati noi a morire per le anime, ma ha sparso Lui il Suo sangue divino. Dobbiamo quindi trattare le anime come ci ha insegnato Lui col Suo esempio. Perché dovremmo noi umiliare maggiormente le anime che vengono a prostrarsi ai nostri piedi? Non sono già abbastanza umiliate? Ha forse Gesù umiliato il pubblicano, l’adultera, la Maddalena?». E allargando le braccia aggiunse: «E se il Signore  mi rimproverasse di troppa larghezza potrei dirgli: “Paron benedeto, questo cattivo esempio me l’avete dato voi, morendo sulla croce per le anime, mosso dalla vostra divina carità”».
«Mi dicono che sono troppo buono» scrive a un sacerdote suo amico «ma se qualcuno viene a inginocchiarsi davanti a me, non è questa sufficiente prova che vuole avere il perdono di Dio?».
Le critiche furono ben presto spazzate via. L’allora canonico teologo di Padova monsignor Guido Bellincini  inviò subito una lettera al convento di padre Leopoldo: «Grande larghezza di cuore la vostra, carissimo padre, che non  è lassitudine di principi morali, ma comprensione dell’umana fragilità e fiducia negli inesauribili tesori della grazia: che non è acquiescenza o indifferenza alle colpe, ma longanimità concessa al peccatore, perché non disperi delle sue possibilità di ricupero e si rassodi nei buoni propositi. Ringraziamo Iddio che fa le cose giuste: ha voluto che fosse confessore e giudice un semplice uomo e non un Angelo del cielo. Guai a noi se il confessore fosse un Angelo: quanto sarebbe rigoroso e terribile! L’uomo invece capisce l’uomo, e i sacramenti sono per gli uomini!».
Nel maggio del ’35 padre Leopoldo festeggia il suo cinquantesimo anno di vita religiosa. Inutile dire quante le manifestazioni di affetto ricevute in quel giorno. Mai si pensava di esser  trattato così, lui che era la discrezione in persona. Honor sequitur fugientes! Mai infatti, né in vita né dopo la morte, la diffusa fama di santità suscitò attorno alla sua figura chiassosa pubblicità o fanatismo. E i doni straordinari e le grandi opere che per suo mezzo il Signore si è degnato di compiere, accadevano nel silenzio, senza che quasi nessuno se ne accorgesse. Tanto che molti dei suoi stessi confratelli, come testimoniarono al processo, se ne accorsero solo dopo la morte: «Io stesso non avrei mai creduto, perché durante la sua vita non mi risultava nulla di straordinario. Padre Leopoldo appariva un frate esemplare, ma nulla di più».
Per quel «nulla di più» quanti ottennero da lui, anche quando era in vita, grazie e miracoli, quanti “pesci grossi” il pentimento fino al dono delle lacrime, quanti innominati entrarono per quella porticina del suo confessionale… Quanti ricorderanno per tutta la vita quell’abbraccio, quello sguardo… E lui tutti affidava a Maria, colei a cui tutto è stato perdonato in anticipo. Quante ore della notte passò pregando per quelle anime? Quante volte il padre guardiano lo aveva trovato prima dell’alba in ginocchio per terra, nella penombra della cappella davanti alla statua della Madonna? Per lei aveva gesti di tenerezza infantile e la baciava e l’implorava con le lacrime agli occhi, come un bambino.
Negli ultimi tempi, malato di cancro all’esofago, le preghiere alla sua «cara Parona celeste» sono ancora più piene di commovente tenerezza: «Ho estremo bisogno» scrive a un amico «che Lei, la mia dolcissima Madre celeste, si degni di avere pietà di me. Il Suo cuore di madre si degni di guardare a questo povero me; si degni di avere pietà di me». E ai suoi confidenti chiedeva che la pregassero perché la sofferenza provocata dal male non fosse d’impedimento per attendere alle confessioni: «E La supplichi», chiedeva «supplichi il Suo cuore di madre ch’io possa servire umilmente Cristo Signore secondo la natura del mio ministero fino alla fine… Tutto, tutto per la salvezza delle anime… Tutto a gloria di Dio!».
All’alba di quel 30 luglio volle celebrare la messa ma per la debolezza venne riportato a letto. Sentendo venir meno le sue forze chiese ai suoi confratelli di intonare il Salve Regina. Ai versi finali si sollevò con gli occhi pieni di lacrime… Dulcis Virgo Maria, oh dolce Vergine Maria. Fu questo l’ultimo suo respiro. La sera prima aveva confessato cinquanta persone! L’ultima a mezzanotte.

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Al di là di ogni confine

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2013

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Nel recitare il Padre Nostro noi preghiamo totalmente col nostro cuore, ma preghiamo allo stesso tempo in comunione con l’intera famiglia di Dio, con i vivi e con i defunti, con gli uomini di ogni estrazione sociale, di ogni cultura, di ogni razza. Il Padre Nostro fa di noi una famiglia al di là di ogni confine.

Benedetto XVI

3e3wMeditazione del Padre nostro della Madonna di Medjugorje

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Il mistero della morte sul Cammino di san Giacomo

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2013

Il mistero della morte sul Cammino di san Giacomo
Molte delle vittime andavano alla festa nel capoluogo galiziano per il patrono degli spagnoli: meta da sempre dei pellegrinaggi
di Marina Corradi – Avvenire

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Il rituale abbraccio alla statua del Santo

Andavano alla festa di San Gia­como, patrono di Spagna, per vedere la meraviglia della fac­ciata barocca della cattedrale nella lu­ce dei fuochi d’artificio. Andavano an­che, su quel velocissimo treno, da pel­legrini – per chiedere una grazia, o per ringraziare. La morte si è presa ottanta uomini e donne, e bambini. E la noti­zia della strage colpisce particolar­mente quei tanti che a Santiago sono andati, a piedi, lo zaino in spalla, met­tendosi ogni alba in cammino. Perchè chi è stato una volta a Santiago non si dimentica più della Galizia, e di quella cattedrale coperta sulle torri dai mu­schi, non più architettura di uomini ma quasi roccia di Dio.

La strage del treno ieri era già sul web, nel video registrato da una telecamera lungo la linea; e pareva, in quell’accar­tocciarsi di lamiere come carta, un a­troce videogioco. Solo le parole dei soc­corritori riconducono quelle immagini alla tragica realtà («Siamo entrati in un vagone, ho visto una madre con in brac­cio suo figlio: erano morti. Nel vagone e­rano tutti morti»). E il pensiero allora insiste su quei pelle­grini che non sono arrivati. Che anda­vano a Santiago, e non hanno trovato, alla fine, la cattedrale. Viene da do­mandarsi in quale disegno sia iscritta u­na morte così, a quattro chilometri dal­la meta, in una sera di festa. Pretende­remmo di capire perchè siano morti, e in tanti, così. Ma questa ribellione non conduce da nessuna parte; è un sen­tiero cieco, che respinge indietro chi ci si avventura. E allora il pensiero torna al Cammino, ai differenti Cammini che da Sud, o dall’Oceano, conducono a Santiago; tutti convergendo, nell’ulti­mo tratto, verso le torri che svettano da lontano.

Che cos’è il Cammino, per rimanere, nel­la memoria di chi l’ha fatto, un luogo ca­ro come se ci appartenesse? Innanzitut­to, come ogni pellegrinaggio, è un an­dare verso; un tendere, nella fatica, a u­na meta. Il mettersi in viaggio porta già con sé un altro sguardo, una tensione quieta che dà il ritmo al passo, e al re­spiro; tutt’altra cosa che andarsene in giro senza un definito obiettivo, come si fa da turisti, nella svagata moda della modernità. Poi, il Cammino è bellezza: le terre assolate del cuore della Spagna, o il giovane verde dei germogli a Pasqua, lungo il Camino Inglés, che arriva da set­tentrione. Bellezza centellinata nella lentezza del passo, nei profumi della ter­ra ritrovati, viaggiando a piedi.

Il Cammino è silenzio, e preghiera; nel­le Ave Maria che alleviano il peso dello zaino e la fatica. È mettersi in strada prima che sorga il sole, scoprendo come è oscura la notte nelle campagne, e qua­le desiderio si ha di vedere, a Est, il cielo farsi chiaro, men­tre gli uccelli tacciono ancora. Il Cammino è scolpito nelle rughe sulle facce dei contadi­ni galiziani che augurano: «Andate con Dio!» E anche nell’odore dell’oceano, che ar­riva insieme a grosse nuvole gonfie e morbide. L’oceano, e questo lembo estremo di ter­ra, l’avamposto che nel Me­dioevo era considerato il limi­te del mondo, finis terrae; e il sapore di un remoto confine è rimasto, negli occhi dei vecchi nelle osterie, davanti a un bic­chiere di vino. Il Cammino è dormire in un ostello affollato di sconosciuti, e sentirsi stra­namente al sicuro; e imparare a camminare più adagio, per non lasciare indietro nessuno.

E infine quando da lontano vedi le tor­ri della cattedrale, è un urto al cuore, co­me se non fosse solo il traguardo, ma, misteriosamente, il segno di un più grande destino; nella terra che accolse le spoglie dell’apostolo Giacomo, fratel­lo di Giovanni, “Boanerghes”, figlio del tuono. Infine è la penombra uterina del­la cattedrale, lucente di ori, con il suo vero occulto tesoro là, nel tabernacolo. Santiago, è un mondo che marchia chi c’è stato, e spinge a tornare – una volta ancora almeno, ci si dice, prima che sia troppo faticoso il cammino. Per questo quel treno sfracellato è, per tanti, sba­lordimento e quasi scandalo: come è possibile che non siano arrivati, quei là, quei pellegrini?

Ma il conducente piangeva, l’altra not­te, e alla radio con la stazione di Santia­go farfugliava: «Siamo umani! Siamo u­mani!», e i colleghi in centrale non ca­pivano. Siamo umani, e sbagliamo in modo devastante, accelerando a 200 al­l’ora per fotografare il tachimetro e van­tarcene, come pare abbia fatto mesi fa su Facebook quel ferroviere.

Poi, il destino degli ottanta del treno per Santiago è al di là di quanto noi possia­mo capire. Benché guardando quella madre immota con il suo bambino in braccio anche i soccorritori, nell’affan­no e nell’angoscia, forse per un attimo han pensato che quei due ormai sem­bravano in pace, nel luogo del nostro ve­ro destino.

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Duecentomila ogni anno
Il cammino di Santiago de Compostela – il lungo percorso che i pellegrini fin dal Medioevo intraprendono attraverso la Francia e la Spagna per giungere al santuario dove c’è la tomba di Giacomo il Maggiore – è meta di circa 200mila persone l’anno (sono stati 192.488 nel 2012) che lo precorrono per intero, ma sono tantissimi quelli che ne fanno alcune tappe. Per il 56% sono uomini, per il 44% donne, secondo i dati ufficiali de “La Oficina del Peregrino”, che rilascia la cosiddetta «credenziale» che di volta in volta andrà timbrata nelle tappe obbligatorie. Il cammino è percorso dall’85% dei pellegrini a piedi, ma c’è anche chi lo fa in bicicletta (15%), e qualcuno anche a cavallo (0,15%).

Quasi la metà è spagnolo (49,50%), seguiti dai tedeschi (16%), dagli italiani (13%), portoghesi (11%), statunitensi (7%), irlandesi (4%) e britannici (4%).

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Il “Gran perdono” di Sant’Anna d’Auray

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2013

Il “Gran perdono” di Sant’Anna d’Auray dans Sant’Anna d’Auray 4oud

“Da quattro secoli i bretoni hanno un attaccamento viscerale per la loro patrona” e il santuario “è il vero cuore spirituale della Bretagna”.

Padre André Guillevic

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IlGran perdono” di Sant’Anna d’Auray

I “perdono”

Nei giorni di festa, i bretoni fanno ancora processioni: i “perdono”. Per l’occasione, indossano il loro costume tradizionale.
Il perdono è l’annuale festa patronale di un santuario, che sono dedicati alla Madonna, a sant’Anna o qualche antico santo bretone. Questi santuari godono di una celebrità oltre il carattere locale, può essere l’obiettivo di uno stile di pellegrinaggio che si incontra ovunque. Questo è il caso del Santuario di Sainte Anne d’Auray che riunisce ancora oggi decine di migliaia di fedeli (per il “Gran perdono” di Sant’Anna d’Auray del 26 luglio, ndr).
I “perdono” risalgono lontano nel tempo, queste grandi riunioni dove i Celti amavano raccogliersi, non solamente, per ballare e cantare, ma anche competere a dei giochi di forza e destrezza come la lotta e la corsa.

Padre Joseph Chardronnet

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Le nostalgie di Kierkegaard

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2013

Le nostalgie di Kierkegaard
Il padre e il suo amore malinconico, la ragazzina e le lacrime di un’amabile ottusità. “Devo tutto a loro”
di Maria Grazia Ascoli - Il Foglio

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L’uomo smilzo dagli occhi blu. L’uomo che ebbe nostalgia dell’eternità. Questa potrebbe essere la sintesi della storia umana di Søren Aabye Kierkegaard. Martin Heidegger, la cui esistenza fu impregnata del suo lavoro e, viceversa, fecondata dal distacco sempre più vertiginoso da essa, nei suoi seminari esaurì la nota biografica di Aristotele in un solo rigo: “Nacque, lavorò e morì”. C’è però tutto un vortice di dettagli, aneddoti, episodi e depositi di vita che nei grandi pensatori non sono solo pretesti – perfino impedimenti che allontanano dal nocciolo – ma un unico grande romanzo. Tutto da raccontare.

Ed è così per tutti, a maggior ragione per Kierkegaard, a cui Joakim Graff, scrittore e ricercatore danese di formazione teologica, ha dedicato “Sak” (edizione italiana Castelvecchi), un’opera di oltre seicento pagine con cui racconta nelle minime minuzie – anche quelle più marginali, perfino di tipo clinico – l’esistenza del danese, ossia uno dei maggiori pensatori dell’Ottocento.

Gli episodi più importanti della vita di Kierkegaard sono ampiamente noti e, nel suo caso, rivelano coerenza con le sue tesi filosofiche antesignane dell’esistenzialismo novecentesco. E’ noto il tormentato rapporto che ebbe con il padre, la drammatica rottura del fidanzamento con Regine Olsen, i molti lutti – cinque tra fratelli e sorelle – ch oppressero la famiglia fino a far pensare a un’oscura maledizione che la perseguitasse. Meno nota è la violenta campagna che lo contrappose alla chiesa danese negli ultimi anni della sua breve vita.

“Un vecchio perduto nei miei pensieri”, il padre Michael. E “una giovane fanciulla innocente”, la fidanzata Regine, sono i riferimenti più significativi ai quali quasi ossessivamente si richiama il pensatore danese.

Ecco il padre. Michael, il quarto di nove figli di un contadino che viveva in grande povertà nella sua fattoria in mezzo alla brughiera dello Jutland. A undici anni, dopo averne già trascorsi alcuni come pastore, si è recato a Copenaghen presso uno zio materno che faceva il merciaio. Il ragazzo è svelto e abile fa il fattorino, poi il commesso, finisce per mettersi in proprio così che alle soglie dei trent’anni può acquistare un immobile e aprirvi la sua attività nel commercio della lana che, in poco tempo, si espande fino a trattare merci di vario genere provenienti della Cina e dalle Indie.

Michael a trentotto anni si sposa con la sorella del suo socio, ma il matrimonio dura solo due anni perché lei muore di polmonite. Un anno dopo Michael deve sposare la sua domestica che ha messo incinta. Ane è una donna semplice e allegra che darà al marito sette figli, l’ultimo è Søren. Questi non la nominerà mai nella sua pur vasta produzione letteraria né nei journaler che redigeva pressoché quotidianamente. Presente è invece il padre, uomo di grande rigore e severità, accanito lettore di cui un giovane Søren fornisce un’accurata descrizione che trascolora la realtà accentuandone i tratti lirici. “Un uomo pensoso, in apparenza arido e prosaico, ma dotato di fervida fantasia, capace di raccontare in modo vivido e preciso, così che il mondo pareva nascere dalle sue parole come se fosse Nostro Signore”.

Questa descrizione di Michael è una sorta di tappa di un percorso all’incontrario che accompagna Kierkegaard nella sua crescita e lo porta a conoscere un uomo che finirà per discostarsi enormemente da quel ritratto. Con il passare degli anni il ricordo del padre sarà sempre più legato al sentimento dell’angoscia, connotato da un’opprimente malinconia che diviene la cifra dell’infanzia di Søren: “Ogni uomo è essenzialmente ciò che è diventato all’età di dieci anni”.

Søren è diventato uno studente di Teologia, mentre denuncia i tratti opprimenti di questa religione “per la quale tutto è peccato, in ogni rappresentazione della vita che verrà vi sono distruzioni, castighi, supplizi e tormenti eterni”. Il filosofo ha dunque bisogno di chiarire a se stesso “cosa Dio vuole veramente che io faccia, la questione è trovare una verità, che sia vera per me, trovar l’idea per la quale io voglia vivere e morire”.

Tra il vivere e il morire, intanto, il filosofo – che è ancora un giovane studente – non esita a spendere con grande prodigalità. I debiti che contrae fanno sussultare di sdegno Michael che in totale contrasto con le sue frugali abitudini deve annotare sul suo quaderno la cifra annuale che il figlio ha dilapidato, “superiore alla paga annuale di un professore!”. Tutto si dissipa in spettacoli teatrali, libri, sigari, abiti, pasticcerie, vini e liquori; senza parlare della frequentazione di locali equivoci, sulla quale – come del resto sulle sue abitudini sessuali – Kierkegaard fu sempre molto riservato. E almeno su questo, da Graff, ci vengono risparmiati dettagli pruriginosi.

Kierkegaard – la cui sagoma è riprodotta volentieri da tutti gli editori che nel mondo hanno pubblicato la sua opera – aveva una figura irregolare, le spalle alte, le gambe magre, una capigliatura disordinata e uno sguardo blu che era solito fissare intensamente sul suo interlocutore.

Non mancava mai di assistere al “Don Giovanni” di Mozart che era stato rappresentato per la prima volta al Teatro Reale di Copenaghen qualche anno prima della sua nascita. “Quest’opera mi ha preso in modo diabolico da non poterla dimenticare”. In una delle sue opere più note, “Enten Eller”, il seduttore mozartiano diviene l’emblema del fluire panico della vita, della sensualità sfrenata, del godimento selvaggio di colui che non conosce regola morale ma agisce inconsapevolmente.

Søren rispecchia in questa celebre metafora i suoi anni giovanili che tanto angustiavano il padre. Questi ha compiuto ottant’anni quando Søren ne ha appena ventiquattro. Il vecchio commerciante sa che non gli resta molto da vivere e ha già dato disposizioni circa l’iscrizione da apporre sulla sua lapide di marmo che deve accomunare i due coniugi, Ana morta nel ’34 e Michael che “l’ha seguita nella vita eterna”. E’ il9 agosto del 1938.

Questa morte genera nel figlio “il grande terremoto”. La convinzione terribile che la veneranda età raggiunta dal vecchio padre fosse una maledizione divina, la punizione per una colpa da lui commessa che andava scontata vivendo a lungo, macerandosi nel rimorso, sopportando la morte prematura dei suoi figli, ma anche delle sue due mogli e perfino di una nuora prima di trovare pace.

Søren, adesso, ha ventisette anni, si è laureato in Teologia, ha ereditato il patrimonio paterno, da spartire con Peter Christian, l’unico altro fratello rimasto in vita. Decide di recarsi nello Jutland, laddove il piccolo Michael aveva trascorso i suoi primi anni pascolando le pecore e scaldandosi i piedi congelati nella cacca di mucca fumante. La brughiera gli appare un luogo dello spirito, la metafora della dura esistenza del padre nella sua fanciullezza.

“Qui tutto è nudo e manifesto davanti a Dio, qui non hanno dimora i molti meandri in cui la coscienza può nascondersi”. Qui può riflettere sulle drammatiche vicende che il padre aveva finito per rivelargli prima di morire, convinto che le colpe dei padri ricadano sempre sui figli. Forse Dio lo aveva così duramente punito perché aveva osato maledirlo laggiù nella brughiera, quando la sua povertà era diventata intollerabile, o perché nella sua giovinezza “si era lasciato condurre a una donna pubblica”.

L’idea che da qualche parte nel mondo esista una creatura che gli debba la vita lo tortura. Così come la paura di aver contratto una malattia contagiosa. Scruta sempre il volto dei suoi figli nel timore di leggere sui loro volti la conferma del suo terribile sospetto. A niente era servito il tentativo di Søren di tranquillizzarlo, le morti dei suoi fratelli nulla avevano a che fare con il suo peccato di gioventù da lui commesso. Eppure anche lui finisce per sentirsi colpevole, quel sentimento diverrà materia di scrittura del “Concetto di angoscia”.

Il magma di ansia e inquietudine in questi avvenimenti sarà decisivo nella vita di Søren, determinerà l’intera sua esistenza, come se quell’uomo colto e smilzo volesse prendere parte alle gioie della vita ma non ne fosse capace o “non gli fosse concesso”.

Regine entrò per la prima volta nella vita di Søren nel maggio del 1837. A casa di amici. Aveva quattordici anni. Lei ricorderà, in seguito, la fortissima impressione che quel giovane affascinante, incontenibile nel suo eloquio le aveva fatto. Il fidanzamento tra i due durò circa un anno dal settembre del 1840 all’ottobre del 1841 quando Soren le scrisse di dimenticarlo e di perdonalo poiché “non è capace di rendere felice una fanciulla”.

Regine non sarà mai menzionata nelle sue opere in modo diretto, ma fatta oggetto di nuemrose allusioni. L’impossibilità di continuare il legame dipende dall’impossibilità di raccontare tutto di sé, esigenza fortissima per Søren ma irrealizzabile: “Se mi fossi spiegato avrei dovuto iniziarla a segreti terribili, il mio rapporto col padre, la sua malinconia, la notte eterna che cova dentro di me, il mio traviamento, i piaceri e gli eccessi, l’angoscia che mi traviava, e dove avrei potuto trovare rifugio se l’unico uomo che aveva ammirato per la sua forza vacillava?”.

Il matrimonio è impossibile senza la confidenza, scrive in “Enten-Eller”. Nel febbraio del ’43 quest’opera verrà pubblicata assicurando al suo autore fama duratura. Viene definito dalla critica un libro stravagante, estetico nella prima parte, etico nella seconda. Contiene il famosissimo “Diario di un seduttore” in cui viene delineata la figura del Don Giovanni che tanto deve all’omonimo capolavoro mozartiano. Questo scritto sarà definito dal più importante esponente dell’establishment danese, Johan Ludvig  Heiberg, un’opera che provoca disgusto, nausea e indignazione. Kierkegaard intraprende allora la sua indomita battaglia contro il potere culturale, pregando di risparmiargli qualsiasi articolo sul libro: “Un recensore mi disgusta come il garzone del barbiere ambulante che accorre con l’acqua per la barba, la stessa per tutti i clienti, e che mi fruga la faccia con le sue dita appiccicose”.

Heiberg era poeta, critico, traduttore, drammaturgo, direttore del Teatro reale. Era “il tribunale supremo dell’estetica, il cui giudizio era sempre inappellabile”.

Kierkegaard si ribella a ogni condanna definitiva: “Che fesseria, chi scrive deve capire ciò che scrive meglio di chi legge, oppure non deve scrivere. O bisogna menare per il naso il pubblico come uno scaltro azzeccagarbugli? Scrivo come dico io, e gli altri facciano come vogliono: si astengano dal comprare, leggere, recensire”.

Prende a prestito da Schopenhauer la sua definizione di “noleggiatori di opinioni” per designare i giornalisti e irride quegli uomini, la maggior parte, che “si vergognerebbe di andare in giro con un cappotto smesso e va invece allegramente in giro con opinioni smesse”. Lancia i suoi strali contro coloro che “strappano sempre più persone dal loro stato di innocenza in cui non si è affatto obbligati ad avere un’opinione propria e le si persuade di tale dovere”. Addirittura con grande lungimiranza sostiene che la stampa “finge di riferire un dato di fatto e intanto lo produce”. Un tema assai calzante, questo, nella pratica di oggi sparsa in consorterie e appartenenze culturali.

Una polemica ancora più furibonda però Kierkegaard la rivolge ai maggiorenti della chiesa protestante di stato e, su tutti, al vescovo Mynster, il confessore reale e cappellano di corte, che pure era un amico del padre, accusato di professare una religione da salotto, accomodante e ipocrita per nulla in sintonia con lo scandalo del Crocifisso: “Un vescovo vestito di velluto che lungi dal testimoniare la fede, è come un istruttore di nuoto che non sa nuotare e che insegna alla gente dal pontile limitandosi a urlare: dovete solo muovere velocemente le braccia!”.

Il vescovo non mostra di averne a male, anzi, continua a riceverlo nella sua casa in nome dell’antica amicizia e a leggere i suoi lavori confidando che Kierkegaard finirà per stancarsi e il filosofo dovrà convenirne. Søren, invece, mastica: “Che ho ragione lo sanno tutti, anche il vescovo Mynster, che non otterrò ragione, lo sappiamo tutti, anch’io”.

Kierkegaard morirà l’11 novembre 1855, a 43 anni. “I medici non capiscono la mia malattia: è di natura psichica e loro vogliono trattarla con metodi clinici”, aveva osservato il filosofo nei suoi ultimi giorni di vita. In una sua opera aveva profetizzato che sarebbe morto di “nostalgia dell’eternità”. Le sue ultime volontà disponevano di lasciare alla fidanzata di un tempo, “colei a cui è dedicata la mia intera attività di scrittore” e che è divenuta intanto signora Regine Schlegl, tutti i suoi averi.

Nel suo ultimo anno di vita, sotto il titolo “Le mie nozioni fondamentali”, ricorda “le due persone che ho amato di più, a cui debbo ciò che posso essere diventato come scrittore: un vecchio, l’errore del suo amore malinconico; una fanciulla giovanissima, poco più che bambina, le lacrime della sua amabile ottusità”. E fu così che Søren Kierkegaard ebbe pienezza di nostalgia. E di eternità. Il suo grande romanzo da raccontare.

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Lettera ad un amico omosessuale

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2013

Lettera ad un amico omosessuale
di Costanza Miriano

Lettera ad un amico omosessuale dans Costanza Miriano 5uqq

Caro Fabio,

avrei voluto scrivere caro amico omosessuale, ma perché dovresti essere definito dal tuo orientamento? Io non mi definisco mai eterosessuale, e mi offenderei se qualcuno lo considerasse il mio tratto distintivo. Quindi non vorrei offenderti, chiamandoti omosessuale. Tanto meno userò la parola gay, che vuol dire contento, e mi sembra un modo un po’ disonesto di definirsi, come se gli altri lo fossero di meno. Quanto ad altri sinonimi più all’antica, apprezzo il coraggio di alcuni, per esempio di quelli del Foglio, nell’usarli, ma tu sai quanto ti voglio bene, e quanto rispetto la tua sensibilità, quindi li censurerò.

Comunque, dicevamo, caro Fabio, e fin qui ci siamo. Perché tu davvero mi sei caro. Capisco che tu abbia sofferto per arrivare a definirti omosessuale. Capisco la sofferenza che hai letto negli occhi dei tuoi, e a volte nella curiosità o nel disprezzo di alcune persone. Ma chi di noi non ha sofferto per diventare grande? Per scegliere cosa tenere di quello che aveva ricevuto e cosa buttare via? Per fare i conti con gli errori e le mancanze degli altri? Per la non accettazione, per le cattiverie, gli sgarbi, il cinismo, le falsità? Credi di essere stato solo, ad avere avuto questi privilegi?

L’essere umano è una cosa complicatissima, è un mistero, noi siamo un mistero a noi stessi, ed è una pia illusione piallare asperità e oscurità degli uomini, illuminarne lati oscuri, imbrigliarne imprevisti a colpi di legge.

Ti chiedo scusa se a volte ti sei sentito giudicato da me, è qualcosa di cui dovrò rendere conto, ma d’altra parte sappi che io giudico spesso, e non solo te. Devo correggermi, e non lo farò perché c’è una legge, ma perché ci sto lavorando.

A questo punto però vorrei che anche tu fossi onesto con me. Perché credi che ci sia bisogno di una legge contro l’omofobia? L’Italia è oggettivamente uno dei paesi più tolleranti al mondo. Quello che fai in camera da letto non è reato – e ci mancherebbe. La coppietta di uomini che voleva sposarsi è salita sul palco di Sanremo, lo spettacolo più nazionalpopolare che ci sia, guardato da nonnette e bambini. In ogni fiction c’è sempre l’amico omosessuale intelligente e simpatico, mai cattivo, perfido, disonesto. Se vuoi comprarti una casa con un tuo amico vai da un notaio e ve la cointestate. Se venissi picchiato per strada, e grazie al cielo non ti è mai successo, gli aggressori verrebbero puniti, qualunque sia il motivo che li muove. Qualunque fosse la discriminazione, la violenza, l’offesa alla tua dignità, il nostro codice già ti fornisce abbondanti strumenti di difesa (con in più la già esistente aggravante per motivi abietti) .

Sai bene, te l’ho raccontato, che a scuola, lo posso testimoniare da mamma e da rappresentante di classe, si fanno delle vere e proprie catechesi contro le discriminazioni, per la diffusione delle teorie di genere. Le vogliono i ministeri per le pari opportunità e quello per l’educazione.

Mi resta ancora da capire in cosa tu venga discriminato. Io, come anche molti pensatori dentro e fuori la Chiesa, rifiuto le gender theories, e in questo caso sono io, o meglio, i miei figli che vengono discriminati.

Non capisco davvero a cosa serva questa legge, cosa davvero ti manca.

Ho una paura. Tra i tanti rischi che comporta l’affermazione delle teorie di genere, e sono davvero tanti, ma non riguardano te, Fabio, ce ne è uno che mi sta particolarmente a cuore. Non vorrei che un giorno io potessi essere fuori legge se mi trovassi a dire che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, di un maschio e di una femmina. Non vorrei che questa legge fosse propedeutica a una proposta sui matrimoni omosessuali, e soprattutto sulle adozioni.

Questo no, non puoi chiedermelo. Puoi anzi devi pretendere rispetto, tutela, astensione dal giudizio. Ma non puoi pretendere che neghiamo la realtà, e cioè che  non difendiamo i bambini da questo rischio: essere cresciuti da due genitori dello stesso sesso, essere privati del confronto con uno dei due sessi, che non sono orientamenti culturali, né caratteristiche accessorie, ma i due cardini profondissimi della struttura dell’essere umano. Tutti noi ci siamo formati in parte somigliando in parte negando la somiglianza al genitore del nostro sesso, e confrontandoci con quello dell’altro sesso, pietra di paragone. Tutti noi abbiamo ricevuto accudimento materno ed educazione paterna. Tutti noi, infine, veniamo da un padre e una madre, e questo nessuna legge potrà mai cancellarlo.

Io non giudico neanche il tuo desiderio di diventare padre, ma purtroppo i figli non sono un diritto, sono loro ad avere diritto a un padre e una madre, e una legge di un paese civile deve necessariamente tutelare loro per primi, la parte debole.

Se tu vorrai un figlio dovrai aggirare l’ostacolo, chiedendo la collaborazione di una donna, e sappiamo cosa questo possa concretamente significare: donne bombardate di ormoni per produrre ovuli, o costrette a portare in grembo un bambino di cui non saranno le madri, e non vedo altro motivo a spingerle che la necessità economica (perché le femministe non protestano contro questa massima forma di schiavitù?). Oppure potrai adottarlo, e come dici tu, sarà sempre meglio di niente, per il bambino, ma io non credo affatto, come Obama, che love is love, e credo che un bambino a cui venga tolto il confronto con la madre e il padre non potrà crescere bene.

Se la legge venisse approvata, queste cose non le potremo più dire? Questo sarà discriminarti? Se così fosse la legge sarebbe inapplicabile, perché se il problema delle carceri è il sovraffollamento, tante persone di buon senso dovrebbero essere pronte a sfidare la legge.

Di certo tra gli altri lo saremo noi cattolici. Se proclamare il Catechismo della Chiesa cattolica diventerà fuori legge, non si troverà un milione di cattolici pronti a leggerlo in pubblico? Se non un milione, centomila? Se non centomila, diecimila? E dove ci metteranno?

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Papa Francesco e il calcio: la testimonianza di un dirigente della sua “squadra del cuore”

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2013

Papa Francesco e il calcio: la testimonianza di un dirigente della sua “squadra del cuore”
di Radio Vaticana

Papa Francesco e il calcio: la testimonianza di un dirigente della sua “squadra del cuore” dans Papa Francesco I k7d4
Atlético San Lorenzo de Almagro

Amante del calcio fin da bambino, Jorge Mario Bergoglio è da sempre tifoso dell’Atletico San Lorenzo, uno dei 5 club di Buenos Aires. Su questa passione calcistica di Papa Francesco, Luca Collodi ha raccolto la testimonianza di José Cáprio, già segretario generale dell’Atletico San Lorenzo de Almagro:

R. – Bueno, la afición del Papa Francisco
Il tifo di Papa  Francesco, che per noi è ancora Jorge Bergoglio, è nato tanto tempo fa. Il quartiere Boedo di Buenos Aires, è un quartiere vicino al nostro terreno di gioco. Sin da bambino, Bergoglio ha manifestato il suo amore e il suo interesse per i colori rosso-blu dell’Atletico San Lorenzo de Almagro. Ha fatto parte del club, ha praticato lo sport, anche il rugby, assieme al padre. E’ sempre stato legato al movimento istituzionale e sportivo del nostro San Lorenzo. E’ un fervente tifoso!

D. – Papa Francesco è appassionato ma anche esperto di calcio?
R. – El està al tanto… E’ informato su tutti gli aspetti calcistici. S’intende di calcio, come di tante altre cose. E’ un pastore, quindi sta in contatto con il suo gregge, e qui, in Argentina, tanto gregge si occupa di calcio. Perciò lui conosce e si aggiorna quotidianamente.

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Papa Francesco benedice il gagliardetto del Toro

D. – Il Papa si interessa anche di calcio internazionale?
R. – Los argentinos en general… Noi argentini, in generale, siamo molto appassionati di calcio. Seguiamo il calcio italiano, quello spagnolo, vediamo in televisione molti campionati e molte squadre. Quindi, non mi sembrerebbe per niente strano che Papa Francesco fosse informato sul calcio mondiale.

D. – C’è una squadra  italiana che segue, in particolare?
R. – No, eso no lo se… Questo non lo so, realmente non lo so. So che era socio e simpatizzante del nostro San Lorenzo e molto partecipe della vita del club. E’ venuto a celebrare una Messa il giorno del centenario del nostro club – un fatto molto importante – però non so se sia tifoso di un’altra squadra, per esempio in Italia.

D. – Il Papa  ha la tessera numero 88235N-0 del San Lorenzo e la domenica era sempre in  tribuna allo stadio per seguire la partita…
R. – Si, por supuesto… Sì, naturalmente. Lui seguiva sempre le nostre partite, collaborava con noi. Noi abbiamo un’origine salesiana: il nostro club è stato fondato da un prete salesiano, padre Lorenzo Massa, nel 1908. E il cardinale Bergoglio, Papa Francesco, aveva un’affinità importante con l’origine del nostro club, che fu fondato da un prete.

D. – Un grande tifoso del San Lorenzo era il più grande scrittore del mondo del calcio, l’argentino Osvaldo Soriano. Si sono mai incontrati, secondo lei, Osvaldo Soriano e Papa Francesco?
R. – Yo no se si… Non so se si siano incontrati in privato, però sono sicuro  che Papa Francesco conoscesse i libri di Soriano, che oltre ad essere un grande scrittore, condivideva l’amore per i colori rosso-blu della nostra maglia.

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Una maglia del Toro per il Papa “granata”

D. – In Italia, a Catania, Milano e Roma, giocano molti giocatori argentini. Come in Inghilterra, Francia e Spagna…
R. – En el Catania hemos entendido… Nel Catania, che ha in rosa dieci giocatori argentini, sappiamo che ci sono oggi tre giocatori che sono passati dal San Lorenzo: Papu Gomez, Bergessio e Barrientos, che è nato calcisticamente nel club e ha passato moltissimo tempo con il San Lorenzo.

D. – Il San Lorenzo pensa di venire per una tournèe in Italia e giocare davanti al Papa?
R. – Bueno, con esto que el cardenal Bergoglio… Il fatto che il cardinale Bergoglio sia stato eletto Papa apre opportunità molto importanti e molto belle in un momento così importante per il nostro club, perché sia conosciuto maggiormente a livello mondiale.

D. – Papa Francesco suggerisce alla squadra tattiche particolari da applicare in campo?
R. – El està muy atento… E’ molto attento a tutto quello che riguarda il calcio, è in contatto con tutto questo. Quando si ritirò nel 2003 un grande giocatore argentino, Alberto Acosta, più volte cannoniere come dite voi, del San Lorenzo, parlava spesso con lui della posizione da tenere in campo. Conosce realmente il gioco del calcio.

D. Come ha festeggiato il club alla nomina di Papa Francesco, abbonato e socio dell’Atletico San Lorenzo?
R. – La società, a nome del  presidente Matìas Lammens e del segretario generale Marcelo Vazquez, hanno indirizzato un saluto al Papa, “Il Papa del San Lorenzo”, ricordando come il Papa abbia partecipato a momenti importanti per la vita della polisportiva San Lorenzo: dalla celebrazione del Centenario del club all’inaugurazione della cappella dell’Istituzione.

divisore dans Medjugorje

6yg5 Gioco e vita, di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI

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Amiamo Maria ed amaremo Gesù con un amore più vivo

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2013

Amiamo Maria ed amaremo Gesù con un amore più vivo dans Citazioni, frasi e pensieri Dolindo-Ruotolo

“Siamo devoti di Maria,   
coltiviamo nel cuore ogni giorno questa devozione   
con particolari ossequi resi alla Madre di Dio,   
chiamiamola mamma nostra;   
ricorriamo a Lei in ogni momento,
perché Maria ci dona Gesù
e ci rende familiari con Lui.

Non c’è cosa più stolta quanto il temere
che l’amore a Maria dispiaccia a Gesù,
o quanto il dire, con un paragone stolto,
che si ama più Gesù che Maria.

No! Questi due amori sono inseparabili;
non si può amare Gesù senza amare Maria,
e se per ipotesi si amasse solo Maria,
Essa penserebbe a darci Gesù.

Colei che diede al mondo il Redentore
lo dà continuamente alle anime;
Colei che fu ripiena di grazie,
le dispensa ai fedeli;
Colei che curò la Chiesa nascente nel Cenacolo,
la cura continuamente in tutti i secoli.

Amiamo dunque Maria,
ed ameremo Gesù con un amore più vivo,
con quell’amore ineffabile
che la nostra Mamma Celeste ci comunicherà
dal suo purissimo Cuore”.

di Don Dolindo Ruotolo

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Il segreto di Aparecida

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2013

Il segreto di Aparecida
di Antonio Socci – Libero

Il segreto di Aparecida dans Nostra Signora Aparecida izyy

Sulla copertina di “Time”, uscita mentre il Santo Padre è in viaggio per il Brasile, c’è una sua foto con questo titolo: “The People’s Pope”. Cioè il Papa della gente o meglio “il Papa del popolo”.
Si può dire in effetti che Francesco incarna, nel suo esempio, nel suo insegnamento, nella sua storia e nella sua figura di pastore quella “vera teologia della liberazione” che per anni Joseph Ratzinger e Giovanni Paolo II hanno annunciato.
Mentre mostravano gli errori della “teologia della liberazione” che si era diffusa negli anni Settanta in Sudamerica, quella di teologi come Gustavo Gutierrez, Camillo Torres, i fratelli Leonardo e Clodoveo Boff, poi Jon Sobrino e altri, che s’illudevano di realizzare il Vangelo abbracciando le analisi marxiste, la lotta di classe e la rivoluzione. Un errore drammatico.

LA SVOLTA DI BOFF
Di recente proprio uno di loro, Clodoveo Boff, è intervenuto per dare ragione alla Chiesa di Ratzinger, di Giovanni Paolo II e quindi – lo vedremo – di Bergoglio.

L’11 marzo ha rilasciato un’intervista, al giornale brasiliano “Folha de S. Paulo”, annunciata con questo titolo: “Irmão de Leonardo Boff defende Bento 16 e critica Teologia da Libertação”.
Clodoveo Boff, facendo riferimento a quanto scrisse l’allora cardinale Ratzinger, dice: “egli ha difeso il progetto essenziale della teologia della liberazione: l’impegno per i poveri a causa della fede. Allo stesso tempo, ha criticato l’influenza marxista. La Chiesa non può avviare negoziati per quanto riguarda l’essenza della fede: non è come la società civile dove la gente può dire quello che vuole. Siamo legati ad una fede e se qualcuno professa una fede diversa si autoesclude dalla Chiesa. Fin dall’inizio ha avuto chiara l’importanza di mettere Cristo come il fondamento di tutta la teologia”.
Invece “nel discorso egemonico della teologia della liberazione”, riconosce Clodoveo Boff, “ho avvertito che la fede in Cristo appariva solo in background. Il ‘cristianesimo anonimo’ di Karl Rahner era una grande scusa per trascurare Cristo, la preghiera, i sacramenti e la missione, concentrandosi sulla trasformazione delle strutture sociali”.
Il teologo ha concluso con un ricordo personale molto significativo: “Negli anni ’70 il card. Eugenio Sales mi ha ritirato la certificazione per l’insegnamento della teologia presso l’Università Cattolica di Rio. Sales mi ha affabilmente spiegato: ‘Clodoveo, penso che ti sbagli. Fare del bene non basta per essere cristiani, l’essenziale è confessare la fede’. Aveva ragione, infatti la Chiesa è diventata irrilevante. E non solo essa, ma Cristo stesso”.
Se dunque “quella” teologia della liberazione è naufragata, insieme ai sistemi marxisti, è cresciuta  la “vera” teologia della liberazione. Proprio Ratzinger ne è stato un forte promotore e Bergoglio ne è il frutto maturo.
E qui si scopre di nuovo il filo rosso che lega i due uomini di Dio. E’ noto infatti che Bergoglio fu in America Latina uno dei più accorati sostenitori di questa via indicata dalla Chiesa, cioè l’abbraccio dei poveri, sia nella vita materiale che in quella spirituale, la denuncia delle ingiustizie profonde che opprimevano tanti popoli, ma con l’annuncio del Vangelo e non dell’ideologia marxista.
Quel legame porta fino al Conclave del marzo scorso. E’ proprio il viaggio di papa Francesco in Brasile, per la Giornata mondiale della gioventù, che permette di scoprirlo. Lo ha fatto notare Lucio Brunelli con un articolo sul sito “Terre d’America” di Alver Metalli.

TUTTO COMINCIA CON MARIA
Brunelli, sottolineando “l’insolito destino” che “continua a legare il papa regnante e il papa emerito” – oltre all’affetto e alla stima personale – indica un luogo significativo: il santuario mariano di Aparecida, che è il cuore cristiano del Brasile.
E’ lì, ai piedi della Madonna, che papa Francesco andrà a pregare il 24 luglio prima di recarsi all’appuntamento con due milioni di giovani. E proprio in quel santuario si era recato Benedetto XVI il 13 maggio 2007, attorniato da una folla immensa. Perché ad Aparecida era in corso la quinta conferenza generale dell’episcopato dell’America Latina e dei Caraibi.
“Fu quell’assemblea” spiega Brunelli “a consacrare la figura dell’arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio, come leader continentale della Chiesa latinoamericana. La sua reputazione di uomo di Dio era già nota. La sua condotta di vita, lo spazio che riservava alla preghiera, il rifiuto del lusso e l’attenzione evangelica ai poveri, erano tratti ben conosciuti da molti suoi confratelli. Non a caso molti di loro lo avevano già votato nel conclave del 2005. Ma ad Aparecida i vescovi latinoamericani (e non solo loro) scoprirono anche le capacità di ‘governo’ di Bergoglio”.
Egli infatti era stato eletto alla presidenza della commissione che doveva scrivere il documento finale, un compito delicato perché doveva indicare la strada per una Chiesa complessa, nel continente più cattolico del mondo e proprio mentre erano in corso tumultuosi cambiamenti (il baratro del default argentino, l’impetuosa crescita economica brasiliana).
Bergoglio riuscì a far esprimere in armonia tutte le diverse sensibilità e – dice Brunelli – “valorizzò insieme la devozione popolare e le istanze più autentiche della teologia della liberazione, depurata dalla crosta ideologica degli anni 70”.
Nell’omelia che pronunciò lì ad Aparecida il 16 maggio 2007, dopo la partenza di papa Benedetto, si vede davvero in anticipo  – sottolinea Brunelli – tutto papa Francesco:  “Lo Spirito proietta la Chiesa verso le periferie, non solo le periferie geografiche del mondo conosciuto della cultura, ma le periferie esistenziali. Lo Spirito ci giuda, ci conduce sulla strada verso ogni periferia umana: quella della non conoscenza di Dio … dell’ingiustizia, del dolore, della solitudine, della mancanza di senso… ”.
In una successiva intervista a “30 Giorni” ringraziò esaltò papa Benedetto per aver voluto valorizzare il contributo di tutti. Poi concluse: “Il documento di Aparecida non si esaurisce in se stesso, non chiude, non è l’ultimo passo, perché l’apertura finale è sulla missione. L’annuncio e la testimonianza dei discepoli. Per rimanere fedeli bisogna uscire. Rimanendo fedeli si esce. Questo dice in fondo Aparecida ”.
Brunelli osserva: “Non è azzardato affermare che proprio ad Aparecida si nasconda parte del segreto dell’elezione di Bergoglio al soglio pontificio. Furono alcuni cardinali brasiliani, a partire dal suo amico Claudio Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo, i primi a promuovere la sua candidatura durante l’ultimo conclave. Molti forse ricordano la foto di Francesco, dopo l’elezione, su un mini bus insieme ad altri allegri porporati. Seduto accanto a lui c’era il cardinale di Aparecida, Raymundo Damasceno Assis. ‘Nel momento in cui scattarono quella foto – ci ha confidato – ricordavamo con il nuovo papa il clima fraterno vissuto durante l’assemblea dei vescovi del continente, e lo stavo giusto invitando a tornare ad Aparecida, in occasione della Giornata mondiale della gioventù’ ”.
Il nuovo papa disse subito sì: voleva tornare lì da Maria, colei da cui tutto comincia.

PAROLA DI NEMICO
Proprio il nemico giurato di Bergoglio, l’intellettuale argentino Horacio Verbitsky, quello che ha definito il nuovo papa “una disgrazia, per l’Argentina e per il Sudamerica”, fa capire che Francesco, atteso in Brasile da un mare di persone, sarà un vero segno di rinascita cristiana.
Infatti ha irosamente dichiarato al “Fatto quotidiano” che “il suo populismo di destra è l’unico che può competere con il populismo di sinistra. Immagino che il suo ruolo nei confronti del nostro continente sarà simile a quello di Wojtyla verso il blocco sovietico del suo tempo, sebbene ci siano differenze fra le due epoche e i due uomini. Bergoglio combina il tocco populista di Giovanni Paolo II con la sottigliezza intellettuale di Ratzinger. Ed è più politico di entrambi”.
Significa che è e sarà un grande Papa. Né di destra né di sinistra: di Cristo.

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Novena del Beato Giustino Maria della SS. Trinità Russolillo

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2013

NOVENA DEL BEATO GIUSTINO MARIA DELLA TRINITÀ (RUSSOLILLO), APOSTOLO DELLE DIVINE VOCAZIONI E DELLA SANTIFICAZIONE UNIVERSALE
Tratta da: Parrocchia Sant’Andrea di Conversano

Questa novena può essere recitata in preparazione della festa del Beato, il 2 agosto, dal 24 luglio al 1 agosto, o in qualsiasi momento per le proprie necessità.

Novena del Beato Giustino Maria della SS. Trinità Russolillo dans Don Giustino Maria Russolillo Don-Giustino-Russolillo

(Per implorare la sua intercessione per le grazie particolari)

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

- Angeli e Santi tutti di Dio,
- intercedete per noi.

- Regina di tutti santi, mediatrice di tutte le grazie, Madre del bell’amore.
- Prega per noi.

Cuore Eucaristico di Gesù, uniscici perfettamente alla tua adorazione, ringraziamento, riparazione e preghiera; facci con te una sola ostia di sacrificio alla Trinità e sacramento alle anime.

Vieni Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del Tuo amore.

- Manda il Tuo Spirito e tutto sarà creato,
- e rinnoverai la faccia della terra.

PREGHIAMO
O Dio, che hai istruito i tuoi fedeli illuminando il loro cuore con la luce dello Spirito Santo, concedi a noi di avere nello stesso Spirito il gusto del bene e di godere sempre del suo conforto. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Preghiera per la canonizzazione del Beato Giustino Maria della SS. Trinità e per chiedere grazie

SS. Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, che per il bene della Chiesa ricolmaste di doni il Beato Giustino Maria della Trinità, e ne faceste un sacerdote pio e zelante, un apostolo delle Divine Vocazioni e un profondo cultore della vostra Gloria, della vostra Volontà e del vostro Amore per la Santificazione Universale ed Unione Divina delle anime, concedeteci la grazia di sperimentare l’efficacia della sua intercessione e di imitarne la pietà, l’umiltà, la pazienza, lo zelo e la benignità verso tutti.
Fate che la grazia (…) che per sua intercessione vorrete concederci sia di nostro spirituale profitto ed affretti qui in terra, la sua canonizzazione.
(tre gloria in onore alla SS. Trinità)

LITANIE DEL BEATO GIUSTINO MARIA DELLA TRINITÀ

Signore pietà                                                                                                         Signore pietà
Cristo pietà                                                                                                            Cristo pietà
Signore pietà                                                                                                         Signore pietà

Cristo ascoltaci                                                                                                     Cristo ascoltaci
Cristo esaudiscici                                                                                                 Cristo esaudiscici

Padre celeste, Dio                                                                                                 abbi pietà di noi
Figlio Redentore del mondo, Dio 
Spirito Santo, Dio   
Santa Trinità, unico Dio   

Beato Giustino, amante della SS Trinità                                                          prega per noi
Beato Giustino, servo del Padre
Beato Giustino, servo del Verbo fatto carne
Beato Giustino, servo dello Spirito Santo
Beato Giustino, servo di Maria sempre Vergine
Beato Giustino, servo di Maria Celeste Superiora
Beato Giustino, servo di San Giuseppe
Beato Giustino, servo dei santi
Beato Giustino, servo delle Divine Vocazioni
Beato Giustino, servo dei Sette Spiriti Assistenti al trono di Dio
Beato Giustino, servo dei Cori Angelici
Beato Giustino, servo degli Angeli Custodi
Beato Giustino, servo della misericordia
Beato Giustino, cultore delle Sante Ispirazioni
Beato Giustino, adoratore del Preziosissimo Sangue
Beato Giustino, amante della Liturgia
Beato Giustino, amante del Sacro Cuore
Beato Giustino, amante del Cuore Immacolato
Beato Giustino, apostolo del catechismo
Beato Giustino, apostolo degli adolescenti
Beato Giustino, apostolo dei giovani
Beato Giustino, apostolo delle divine vocazioni
Beato Giustino, evangelizzatore dell’Unione Divina
Beato Giustino, promotore della Santificazione Universale
Beato Giustino, promotore della santità sacerdotale
Beato Giustino, promotore dell’Unione Divina
Beato Giustino, fondatore dei Vocazionisti
Beato Giustino, ministro della Chiesa
Beato Giustino, ricco di carismi
Beato Giustino, operatore di prodigi
Beato Giustino, guaritore degli ammalati
Beato Giustino, scrutatore delle menti e dei cuori
Beato Giustino, esemplare della croce
Beato Giustino, specchio della carità
Beato Giustino, specchio della rinuncia
Beato Giustino, specchio della mortificazione
Beato Giustino, specchio della vita evangelica
Beato Giustino, specchio della perfetta obbedienza
Beato Giustino, specchio della purità sacerdotale
Beato Giustino, specchio della contemplazione

Sii propizio                                                                                                                Ascoltaci, Signore
Sii propizio                                                                                                                Esaudisci, Signore

Nella Tua misericordia                                                                                           Salvaci, Signore
Da ogni male
Da ogni peccato
Dalle insidie del demonio
Dalla morte eterna
Per i meriti del Beato Giustino Maria
Per il suo ardente amore
Per il suo instancabile zelo
Per la sua straordinaria laboriosità
Per le sue penitenze
Per la sua volontaria povertà
Per la sua perpetua castità
Per la sua perfetta obbedienza
Per la sua profonda umiltà
Per la sua rara costanza
Per tutte le altre sue virtù
Per i meriti di tutti i vocazionisti vivi e defunti
Per i meriti di tutti i benefattori vivi e defunti

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo                                                      Perdonaci,  Signore
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo                                                      Esaudiscici, Signore
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo                                                      Abbi pietà di noi

- Prega per noi, Beato Giustino Maria.
- Affinché siamo fatti degni delle promesse di Cristo

PREGHIAMO
O mio Dio e mio tutto, Padre, Figlio e Spirito Santo, la vostra volontà si adempia, il vostro amore trionfi, la vostra gloria risplenda in me e in tutti sempre più, come in Voi stesso. O mio Dio e mio tutto.

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La Napoli di Dostoevskij

Posté par atempodiblog le 20 juillet 2013

La Napoli di Dostoevskij
Lo scrittore russo rese omaggio ne “L’idiota” alla città partenopea, in cui soggiornò un paio di volte e che paragonò alla Nuova Gerusalemme. Lo ricorda la studiosa Tat’jana Kasatkina
di Nicola Sellitti – Russia Oggi

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Dostoevskij e Napoli. Un legame intenso, con pochi riferimenti nella storiografia del grande scrittore russo. Un amore per la capitale del Mezzogiorno descritto ne “L’idiota”, realizzato a Firenze nel 1868, in uno dei suoi due viaggi in Italia.

Tatiana Kasatkina, direttrice del Dipartimento di Teoria della Letteratura all’Università pedagogica di Mosca e della commissione di studio su Dostoevskij all’Accademia russa delle Scienze, racconta dell’esperienza napoletana e italiana dell’autore di numerosi capolavori della letteratura ottocentesca, a margine della conferenza “Lo sguardo di Dostoevskij sul mondo e sull’uomo”. Un evento organizzato a Napoli dal Centro Culturale Neapolis su alcuni temi tratti dal libro scritto nel 2012 dalla studiosa “Dal Paradiso all’Inferno. I confini dell’umano in Dostoevskij” (edizioni Itaca, a cura di Elena Mazzola). Il rapporto tra Cristo e verità, la religione, la libertà. L’uomo che determina l’ambiente che lo circonda, non l’opposto. E il mondo che sarà salvato dalla bellezza.

Professoressa Kasatkina, la storiografia ha lasciato poche tracce sulla presenza del grande scrittore a Napoli.
Dostoevskij arrivò a Napoli con la giovane moglie, Anna Gregorievna Snitkina, sua stenografa e compagna fedele di peregrinazioni. È vero, non ci sono molte notizie sul suo soggiorno napoletano. Ma parla della città ne “L’idiota”. E delineava Napoli come l’immagine della nuova città, della nuova Gerusalemme. Un posto dove l’eroe vuole andare oltre l’orizzonte. Per lui, Napoli era un luogo “dove la Terra respirava il mistero”. Non un luogo legato agli aspetti della quotidianità. Napoli, soprattutto, predisponeva naturalmente alla bellezza.

Crede che il carattere di Dostoevskij fosse compatibile con Napoli, con la visione della vita che hanno i partenopei?
Lo scrittore arrivò in Italia (ci è stato in due occasioni) in un momento particolare della sua vita, non stava bene di salute, la figlia era morta qualche tempo prima, ripensava alle difficoltà dovute alla censura in Russia sulla rivista fondata con il fratello, Vremya – Il Tempo -, e in più, aveva perso molti soldi alla roulette russa a Givevra, in Svizzera. Di sicuro l’approccio alla vita dei napoletani, ottimista e gioioso, gli venne parecchio in aiuto. Senza contare che a Napoli incontrò Herzen, filosofo e intellettuale russo, un mito dell’Ottocento, nobile schierato contro l’autoritarismo e a favore della causa contadina. Non ci sono però notizie sull’esito del loro rapporto napoletano.

In generale, vede punti di contatto tra il carattere, il modo di vivere dei suoi connazionali e dei napoletani?
Certo, vedo molti elementi in comune tra russi e napoletani. Soprattutto, la profondità, la passionalità e un pizzico di follia.

L’Italia è solo una delle tappe europee nel percorso di Dostoevskij. Che considerazione aveva della realtà politica e culturale del Vecchio Continente?
Dostoevskij aveva un’ottima considerazione dell’Europa e soprattutto della cultura europea, elemento determinante nella formazione culturale dei russi. “Per diventare russo si deve possedere la ricchezza europea”, era solito dire più volte. Dell’Europa odiava il fango della quotidianità, così come in Russia. Dostoevskij era anche fortemente convinto dell’amore che i suoi connazionali nutrivano per l’Europa.

Dostoevskij ha scritto L’idiota” a Firenze. Quanto fu influenzato dalla realtà religiosa, politica e sociale italiana?
Più che dalla situazione politica, Dostoevskij fu fortemente ispirato dai messaggi che lanciava la pittura italiana. A Firenze si stava compiendo un passaggio epocale: gli artisti raffiguravano nelle loro opere il messaggio di Gesù Cristo, invitando gli spettatori a cogliere quel messaggio e a metterlo in pratica nella vita quotidiana. E Dostoevskij ne fu affascinato e fece lo stesso nel suo capolavoro.

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Buone vacanze!!

Posté par atempodiblog le 15 juillet 2013

 Il tempo della libertà dans Don Luigi Giussani buonevacanze

Atempodiblog prende una pausa estiva.

Gli aggiornamenti saranno meno frequenti, ma potrebbe anche esserci qualche novità nelle prossime settimane… quindi occhio al blog. f4.png

Buone vacanze con Gesù e Maria sempre nel vostro cuore!

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Supplica alla Madonna del Carmine

Posté par atempodiblog le 15 juillet 2013

Supplica alla Madonna del Carmine
Si prega il 16 luglio a mezzogiorno.

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O Maria, Madre e decoro del Carmelo, in questo giorno solenne innalziamo a te la nostra preghiera e, con fiducia di figli, imploriamo la tua protezione.
Tu conosci, o Vergine santa, le difficoltà della nostra vita; volgi sopra di esse il tuo sguardo e donaci la forza di superarle. Il titolo con il quale oggi ti celebriamo, richiama il luogo scelto da Dio per riconciliarsi con il suo popolo quando, pentito, volle ritornare a lui. È stato dal Carmelo, infatti, che il profeta Elìa innalzò la preghiera che ottenne la pioggia ristoratrice dopo una lunga siccità. Fu un segno del perdono di Dio, che il santo Profeta annunciò con gioia quando vide levarsi dal mare la piccola nube che in breve ricoprì il cielo. In quella nuvoletta, o Vergine Immacolata, i tuoi figli hanno visto te, che t’innalzi purissima dal mare dell’umanità peccatrice e che ci hai dato con Cristo l’abbondanza di ogni bene. In questo giorno sii per noi ancora una volta sorgente di grazie e di benedizioni.

Salve Regina

Tu riconosci, o Madre, come simbolo della nostra devozione filiale lo scapolare che portiamo in tuo onore; per dimostrarci il tuo affetto tu lo consideri come veste tua e come segno della nostra consacrazione a te, nella particolare spiritualità del Carmelo. Ti ringraziamo, o Maria, per questo scapolare che ci hai dato perché ci sia di difesa contro il nemico della nostra anima. Nel momento della tentazione e del pericolo ci richiami il pensiero di te e del tuo amore.
O Madre nostra, in questo giorno che ricorda la tua continua benevolenza verso di noi, ripetiamo commossi e fiduciosi la preghiera che da secoli ti rivolge l’Ordine a te consacrato:

«Fior del Carmelo, o vite in fiore,
splendore del cielo,
Tu solamente sei Vergine e Madre.
Madre mite e intemerata,
sii propizia ai Carmelitani,
stella del mare».

Questo giorno che ci riunisce ai tuoi piedi segni uno slancio nuovo di santità per tutti noi, per la Chiesa e per il Carmelo. Vogliamo rinnovare con la tua protezione l’antico impegno dei nostri padri, perché anche noi siamo convinti che «ciascuno deve vivere nell’ossequio di Gesù Cristo e servire fedelmente a lui con cuore puro e buona coscienza».

Salve Regina

È grande, o Maria, il tuo amore per i devoti dello scapolare del Carmelo. Non contenta di aiutarli a vivere la loro vocazione cristiana in terra, ti prendi cura anche di abbreviare loro le pene del Purgatorio, per affrettarne l’ingresso in Paradiso. Davvero ti dimostri pienamente Madre dei tuoi figli, perché ti prendi cura di loro ogni volta che ne hanno bisogno.
Mostra dunque, o Regina del Purgatorio, la tua potenza di Madre di Dio e degli uomini e soccorri quelle anime che sentono la pena purificatrice della lontananza da quel Dio ormai conosciuto e amato. Noi ti supplichiamo, o Vergine, per le anime dei nostri cari e per quanti in vita furono rivestiti del tuo scapolare, cercando di portarlo con devozione e impegno. Ma non vogliamo dimenticare tutte le altre anime che aspettano la pienezza della visione beatifica di Dio. Per tutte ottieni che, purificate dal sangue redentore di Cristo, siano ammesse quanto prima alla felicità senza fine.
Ti preghiamo anche per noi, specialmente per gli ultimi momenti della nostra vita, quando si decide la scelta suprema del nostro destino eterno. Prendici allora per mano, o Madre nostra, quale garanzia della grazia della salvezza.

Salve Regina

Vorremmo domandarti tante altre grazie, o dolcissima Madre nostra! In questo giorno che i nostri padri hanno consacrato alla gratitudine per i tuoi benefici, ti chiediamo di continuare a mostrarti generosa. Impetraci la grazia di vivere lontani dal peccato.
Liberaci dai mali dello spirito e del corpo. Ottienici le grazie che ti chiediamo per noi e per i nostri cari. Tu puoi esaudire le nostre richieste e abbiamo fiducia che le presenterai a Gesù, tuo Figlio e nostro fratello. E ora benedici tutti, Madre della Chiesa e decoro del Carmelo. Benedici il Papa, che in nome di Gesù guida la sua Chiesa. Benedici i vescovi, i sacerdoti e quanti il Signore chiama a seguirlo nella vita religiosa. Benedici coloro che soffrono nell’aridità dello spirito e nelle difficoltà della vita. Illumina gli animi tristi e riscalda i cuori inariditi.
Sostieni quanti portano e insegnano a portare con frutto il tuo scapolare, quale richiamo all’imitazione delle tue virtù. Benedici e libera le anime del Purgatorio. Benedici tutti i tuoi figli, o Madre nostra e nostra consolatrice. Resta con noi sempre, nel pianto e nella gioia, nella tristezza e nella speranza, ora e nel momento del nostro ingresso nell’eternità. Questo nostro inno di ringraziamento e di lode diventi perenne nella felicità del cielo. Amen.

Ave Maria

 Tratta da: Il Giornalino di Radio Maria

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Vacanze cristiane

Posté par atempodiblog le 15 juillet 2013

Il cattolico si distingue anche dal modo in cui si riposa e si diverte. Il Timone propone ai suoi lettori un vademecum di consigli utili per una vacanza da cristiani. Per non dimenticarci che, anche sotto l’ombrellone o in cima a una montagna, la meta della vita non è un pacchetto turistico, ma il Paradiso
Tratto da: Il Timone

Vacanze cristiane dans Articoli di Giornali e News an1xuh

Arriva l’estate e l’uomo moderno si misura con un appuntamento obbligato quasi per tutti: le vacanze. Faccenda profana, ma che ha a che fare con i temi della fede e dell’apologetica. Perché il cattolico si riconosce anche dalle vacanze che fa.
Ovviamente, c’è una grande libertà di scelta tra le molte opzioni che abbiamo a disposizione, in una forbice che va da Borghetto Santo Spirito alle Antille. Ma dentro questa libertà ci sono alcuni punti fermi che ci dovrebbero guidare anche durante le nostre ferie. Proviamo a stilare un piccolo vademecum per “la vacanza cattolica”.

1. Continua a essere cristiano anche in vacanza.
Questo dovrebbe essere il punto di partenza di ogni cattolico che progetta il suo tempo di riposo e di divertimento. Andare tre settimane in Patagonia non è un delitto per un cristiano. Ma lo diventa se uno nemmeno si pone la domanda: e la Messa? In tempi di turismo globale, e di pacchetti turistici che ci portano agevolmente ovunque, bisogna stare attenti a non dimenticarsi l’essenziale: che non è il passaporto, ma Gesù Cristo. Che si incontra innanzitutto a Messa, almeno la domenica e nelle feste comandate.

2. Riposa ma non oziare.
Vacanza è, semplicemente, cambiare attività. Questo è vero anche solo dal punto di vista umano. C’è qualcosa di patologico nell’idea di “bruciare” il tempo delle ferie nel nulla assoluto, in un’abulia senza costrutto che è, notoriamente, l’anticamera del vizio e del peccato. Per questo motivo anche una giornata di vacanza richiede una certa disciplina, cioè un programma di vita nel quale ci siano tanto riposo e divertimento, il fermo proposito di lasciare da parte il lavoro di ogni giorno, ma anche il tempo per gli altri, a cominciare dai nostri familiari.

3. Stai allegro, divertiti ma non peccare.
Era uno dei consigli fondamentali di don Bosco. La vacanza è un grande privilegio, che i nostri antenati non hanno praticamente conosciuto. Chi dice che è un diritto, esagera. È piuttosto un grande dono, un talento, a patto di saperlo trafficare bene. È innanzitutto un tempo di rigenerazione, e quindi di meritato riposo. È legittimo anche divertirsi, purché questo obiettivo non travolga il primo: infatti, quale riposo è possibile se cerchiamo solo la confusione, la folla assordante, il rumore; se, in altre parole, ricreiamo a centinaia di chilometri di distanza lo stesso scenario confuso e dissipato in cui siamo costretti a vivere ogni giorno? Ci sono ambienti e divertimenti che in sé non sono illeciti, ma che costituiscono l’humus ideale per il peccato. Sono le famose occasioni, e già ricercarle e non fuggirle diventa una colpa grave.

4. Datti delle norme di vita.
Sappiamo benissimo che in vacanza è molto più difficile rispettare un certo ordine nella giornata. Paradossalmente, il lavoro, la scuola e la famiglia impongono un ritmo, degli orari, e dentro questa cornice il cattolico può inserire le sue pratiche di pietà, la Messa, il rosario. Con le vacanze, questi schemi inevitabilmente saltano, e c’è il rischio – spesso la certezza – che vada a farsi benedire anche la vita di fede. Invece che avere più tempo per il Signore, ci dimentichiamo di lui. Anzi: potremmo addirittura aver vergogna di mostrare a parenti e amici che, anche a Cortina o a Ischia, vorremmo andare a Messa in settimana, o prenderci un quarto d’ora per l’orazione. Tenendo sotto controllo l’eccesso opposto – l’ostentazione – dobbiamo invece difendere questi spazi sacri, senza essere d’ostacolo ai legittimi progetti di svago della nostra compagnia.

5. Fai la vacanza proporzionata al tuo tenore di vita.
Non è una questione di dottrina ma di buon senso. Quanti soldi è giusto investire nelle nostre vacanze? Ovviamente non esiste una tabella o una soglia dell’esagerazione. C’è però un criterio sempre buono: evitare gli eccessi, mantenendo una proporzione fra il nostro tenore di vita ordinario e l’investimento per il viaggio di piacere o la settimana al mare o ai monti. Inseguire una vacanza al di sopra delle proprie normali possibilità può essere il sintomo di un’esistenza triste, nella quale si passa l’anno aspettando quei quindici giorni come se fossero l’unica ragione per cui vale la pena vivere. Gli eccessi sono sempre ingiustificati, per ragioni morali e di stile. Inoltre, chi esagera si priva della possibilità di fare, con quel denaro, qualche opera di bene per la Chiesa e per i poveri.

6. Non lasciare che i tuoi figli vadano dove vogliono e con chi vogliono. Vacanze autonome per i figli?

Anche qui, mode e abitudini contemporanee talvolta fanno a pugni con le esigenze della morale. Ad esempio, è assolutamente da riprovare la leggerezza con cui i genitori tollerano o incoraggiano le vacanze congiunte di ragazzi e ragazze; prassi che diviene addirittura “istituzionale” quando due giovani sono più o meno fidanzati. Mandare in vacanza un gruppo di ragazzi e ragazze significa incoraggiarli alla promiscuità; mandarci due fidanzati è “istigazione al peccato”. Significa costruire una generazione di persone senza forza di volontà, appassita prima di fiorire nella freschezza degli anni più belli della vita. Pianificare vacanze cristiane significa anche far ragionare i nostri figli sulla opportunità di certe comitive, e sul primato che comunque la famiglia merita – almeno fino a una certa età – anche in materia di vacanze. Si dice: durante l’anno non c’è nemmeno il tempo per guardarsi un po’ in faccia. Ma se poi arrivano le vacanze e i figli vanno da una parte, e i genitori dall’altra, quando la famiglia sta insieme? E chi l’ha detto che ognuno deve andare in vacanza solo dove ci sono i divertimenti adatti alla sua età, sennò “che vacanza è?” Non conformarsi alla mentalità del tempo, come ammonisce San Paolo, significa anche spezzare questi luoghi comuni e re-imparare a stare insieme nel tempo delle ferie.

7. Fate letture utili ed edificanti.
In vacanza si cerca un po’ di evasione, anche nei libri. Naturale. Tuttavia è consigliabile portarsi al mare o ai monti almeno una lettura edificante che ci faccia conoscere meglio la nostra fede: la vita di un santo, un romanzo apologetico, il saggio di un autore cattolico affidabile, un testo sulla preghiera o sulla dottrina, il Vangelo, il Timone. Insomma: c’è molta scelta, basta volerlo.

8. Visita i luoghi della fede.
Alcuni trascorrono le loro vacanze in un monastero o in un’oasi di preghiera. Bello, ma praticamente impossibile per molti, e certamente per una famiglia. Si può però inserire sapientemente in ogni vacanza la visita ai luoghi della fede più vicini al nostro soggiorno estivo: un santuario, una cattedrale, la città di un grande santo, una comunità di religiosi, un sacerdote amico o il parroco del paesino di villeggiatura. Un modo semplice per insegnare anche ai propri figli che il nostro cuore è con Cristo anche quando ci stiamo rilassando e divertendo.

9. Ricordati degli altri.

La vacanza ci fa pensare che stiamo “incassando” una ricompensa meritata con un anno di lavoro stressante, o di studi faticosi, e guai a chi ce la tocca. C’è il rischio di guardare solo a sé stessi e di abbandonarsi all’egoismo; il mondo ci sussurra suadente che ci meritiamo un po’ di attenzione tutta per noi, e gli altri si arrangino. Ma il cristiano non può dimettersi durante le vacanze: San Josemaria Escrivà scriveva che «la santità e l’autentico desiderio di raggiungerla non si concede né soste né vacanze » (Cammino, n. 129). Allora, teniamo lo sguardo vigile e attento sugli altri, chiediamoci che cosa possiamo fare per aiutarli e se possibile mettiamo loro davanti alle nostre aspirazioni. Gesù ci ripagherà con vacanze bellissime, dove la gioia degli altri diventa la nostra gioia.

10. Non tralasciare i sacramenti.
Durante l’anno diciamo sempre: non ho tempo. Di pregare, di fare direzione spirituale, di confessarmi, di fare una visita in chiesa. In vacanza non abbiamo alibi, e allora approfittiamone. Non c’è fede cattolica senza sacerdote e senza sacramenti. Parafrasando una vecchia, celebre pubblicità di un’agenzia di viaggi, potremmo concludere dicendo: «Cristiano fai da te? No Chiesa? Ahiahahiahi!».

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