Rivolgere nuovamente lo sguardo al cielo

Posté par atempodiblog le 10 mars 2013

Dio è il Padre che aspetta i suoi figli dans Commenti ai Vangeli festivi

Sant’Ambrogio, commentando questa parabola del padre prodigo d’amore nei confronti del figlio prodigo di peccato, introduce la presenza della Trinità: “Alzati, vieni di corsa alla Chiesa: qui c’è il Padre, qui c’è il Figlio, qui c’è lo Spirito Santo. Egli ti corre incontro, perché ti ascolta mentre stai riflettendo tra te e te nel segreto del cuore. E quando ancora sei lontano, ti vede e si mette a correre. Egli vede nel tuo cuore, accorre perché nessuno ti trattenga, e per di più ti abbraccia… Egli si getta al collo, per sollevare chi giaceva a terra, e per far sì che chi già era oppresso dal peso dei peccati e chino verso le cose terrene, rivolgesse nuovamente lo sguardo al cielo, ove doveva cercare il proprio Creatore. Cristo ti si getta al collo, perché vuol toglierti dalla nuca il giogo della schiavitù e imporre sul tuo collo un dolce giogo” (In Lucam VII, 229-230). 

Tratto dall’Udienza Generale di Giovanni Paolo II del 30 agosto 2000

Inoltre, per approfondire la parabola dei due fratelli e del Padre misericordioso cliccare sui link sottostanti :

2e2mot5 dans Diego Manetti Il pericolo che corrono le persone pie

2e2mot5 dans Diego Manetti Dio è il Padre che aspetta i suoi figli

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San Domenico Savio

Posté par atempodiblog le 9 mars 2013

San Domenico Savio dans San Domenico Savio

Un giorno, due amici di san Domenico Savio (1842-1857), il giovane allievo di don Bosco, si sfidarono a duello dopo una lite cominciata con insulti nei riguardi delle rispettive famiglie. I due convennero di battersi a colpi di pietra. Venutone a conoscenza, Domenico fece di tutto per impedirlo, senza riuscirvi. Ottenne solo la promessa che, se non avesse impedito loro di battersi, i due avrebbero ascoltato una sua proposta. Giunto il momento, Domenico si presentò al luogo stabilito per il duello. I due avevano in mano cinque pietre ciascuno. Allora Domenico estrasse di tasca un piccolo crocifisso, si inginocchiò dinanzi al primo e gli disse di mantenere la parola data, chiedendogli di colpirlo e così colpire anche il Crocifisso. Il duellante, scosso, si ritrasse, non avendone il coraggio. Così fece anche il secondo. A quel punto, Domenico invitò i due ragazzi a ragionare, facendo loro capire che avrebbero offeso Gesù se continuavano su quella strada. E i due si perdonarono a vicenda. L’episodio è tratto dal bel volume di S. Giovanni Bosco, Vita di Domenico Savio curato da Teresio Bosco (Elledici, 2002).

Tratto da: Il Timone

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Il Tuo amico particolare

Posté par atempodiblog le 8 mars 2013

Il Tuo amico particolare dans Citazioni, frasi e pensieri pian-003

O Gesù Crocifisso chi Ti ama come meriTi? Chi ricambia il Tuo amore?
Vorrei dirTelo: il mio cuore vorrebbe essere il Tuo amico particolare.

Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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Via Crucis

Posté par atempodiblog le 8 mars 2013

Il significato profondo e decisivo di una tra le più note devozioni popolari. Dalla strettoia del Calvario passa la strada di ogni uomo che anela alla resurrezione per la vita eterna. La Via Crucis ci aiuta a percorrerla.
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

Via Crucis dans Fede, morale e teologia Via-Crucis-Ges

Tra i pii esercizi con cui i fedeli venerano la Passione del Signore pochi sono tanto amati quanto la Via Crucis” [...] Essa ha alle spalle una lunga storia, che prende le mosse dai primi pellegrinaggi in Terra Santa fin dall’Alto Medioevo. È naturale che, recandosi là, i cristiani visitassero, tra gli altri, anche i luoghi che erano stati testimoni degli ultimi giorni di vita di Gesù. Anzi, delle sue ultime ore. Dal podere chiamato Getzemani sul Monte degli Ulivi, fino all’altro monte, quel Calvario dove fu crocifisso, al giardino dove fu deposto, cadavere, nel sepolcro prestato da Giuseppe d’Arimatea.
È anche naturale che, per coloro che non potevano recarsi in Palestina in tempi in cui i viaggi non erano certo facili, sia nato il desiderio di ricostruire in Occidente, là dove cristiani vivevano ed operavano, dei “cammini” che qualche modo ricordassero quel primo, doloroso percorso.
All’origine non erano proprio come quelli attuali. Ci furono nel tempo versioni diverse tra loro. Sta di fatto però che, poco a poco, molti pendii delle terre cristiane si coronarono con le steli o le cappelle che ricordavano la Passione e Morte del Signore, mentre già a partire dalla prima metà del 1600 la Via Crucis, diffusa soprattutto da S. Leonardo da Porto Maurizio, trovò la struttura che conosciamo, in quattordici stazioni. Essa è troppo nota perché ci soffermiamo sugli specifici contenuti. D’altra parte, sappiamo anche, come ci dimostra da parecchi anni la Via Crucis che si svolge, per iniziativa del Papa, il venerdì santo al Colosseo, e che viene trasmessa in tutto il mondo, che essa può organizzarsi con testi di commento diversi. In essi, trovano di volta in volta risonanza le varie accentuazioni con cui possono essere letti e rivissuti quegli eventi fondamentali della fede. Qui, dunque, ci sembra opportuno cercare di capire il significato fondamentale di questa devozione: cioè che cosa essa deve tendere ad operare in noi. Non vi è dubbio che, anzitutto, essa deve muoverci a compassione per quelle sofferenze patite volontariamente dall’innocente Gesù e commuoverci per il grande amore che questi eventi dimostrano. Ma non ci sembra sufficiente, anche per non rischiare di cadere nel sentimentalismo puro e semplice. Per questo occorre una riflessione più approfondita, che giunga fino a comprendere davvero il perché di quei gesti e di quegli accadimenti.
L’uomo non può salvarsi da solo: ha bisogno di un redentore. Per questo Gesù si è incarnato, è morto e poi è risorto. Oggi tendiamo a dimenticarlo, anche noi cristiani. La soglia in cui scatta il “bisogno di Dio”, in cui si avverte il proprio limite e la necessità di un aiuto e di un significato per la propria vita, si è molto elevata. In effetti, quest’uomo moderno, che molto ha conquistato con la scienza e con la tecnica, che confida nella medicina per diventare immortale e nella psicologia per guarire i propri guasti interiori crede sempre più spesso di essere autosufficiente.
Per questo ha smarrito il senso del peccato. Non riconoscendo, se non a fatica, la propria dimensione di creatura ordinata ad un fine, ad un progetto divino, non capisce il male che procura a se stesso e al mondo quando esce da questo progetto e va per una strada diversa. Gli sfugge che la distanza con Dio è incolmabile se non coglie la mano che questo stesso Dio tende nella persona del Figlio.
Non capisce che è destinato a molto di più di quel poco che la sua intelligenza sa costruire. È chiamato a superare il limite imposto dal peccato e dalla morte, a vincere la tendenza al male, realizzando così quella immagine divina che porta impressa nella sua natura.
Ecco, tutto questo può e deve ricordarci la Via Crucis.
Quelli compiuti da Cristo non sono solo gesti d’amore, sono gesti che, nell’amore, portano la nostra salvezza, necessari per vincere il peccato e la morte. Gesù doveva salire su quella croce per aprirci la Via che egli è: questa è la Verità ed è al contempo la Vita.
Così, in ogni Via Crucis noi contempliamo, attraverso le quattordici stazioni, quella salvezza che va prendendo forma, le catene del peccato che si allentano fino a spezzarsi. Così, seguendo quegli straordinari eventi, vediamo come la sofferenza umana da tragedia inspiegabile, da scandalo intollerabile, diventi un mistero, un prezioso mistero di salvezza. E capiamo perché anche noi, al seguito di Gesù, possiamo e dobbiamo accettare di percorrere la medesima via: la croce, la purificazione attraverso la morte progressiva del nostro io cieco ed egoista sono passaggio necessario ed inevitabile. È la vita stessa con le sue esigenze a farcelo capire. Ma noi spesso resistiamo, difendiamo con tutte le nostre forze noi stessi e quella felicità che ci sembra di meritare. Fatichiamo ad entrare nel paradosso evangelico, che sconvolge ogni logica umana: “Beati coloro che piangono perché saranno consolati”. Fino a quando, proprio attraverso la sofferenza, non ci viene concesso il dono della sapienza che ci fa capire come la gioia promessa dal Vangelo non sia una favola ma una realtà. Una certezza che fin da ora colma il nostro cuore, solo però quando ci arrendiamo alla verità che la Risurrezione, cui giustamente aneliamo, ha un passaggio obbligato, una strettoia che si chiama Calvario. La Via Lucis [...] passa dalla Via Crucis.

RICORDA
“La via crucis ha sempre qualcosa da dire. Ora è una stazione che parla con più insistenza, ora è un’altra. Qualche immagine resta a lungo muta. Poi, risvegliata da qualche esperienza interiore incomincia improvvisamente a parlare all’anima. Altre l’accompagnano invariate, col loro splendido segreto, per molti anni. E se poi qualcuno si abitua a portare nella via crucis esperienze personali, problemi che tormentano e perplessità, riceve spesso luce insospettata e insuperata consolazione”.
(Romano Guardini, Via Crucis, Queriniana, Brescia 1976, p. 8).

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Dove c’è Dio

Posté par atempodiblog le 7 mars 2013

Dove c'è Dio dans Citazioni, frasi e pensieri Madre-Flora-De-Santis-Volto-Santo-Napoli

“Dove c’è Dio c’è pace, ordine e serenità. Pace non ci può essere quando il Signore è assente”.

Serva di Dio Flora De Santis (Madre Flora)

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I segreti di Grillo, tra Apocalisse e tanta volgarità

Posté par atempodiblog le 7 mars 2013

È uscito un volume che fa molto riflettere. Il libro appena pubblicato dai sociologi Roberto Biorcio e Paolo Natale «Politica a 5 stelle. Idee, storia e strategia del movimento di Grillo» legge il movimento del comico genovese da una prospettiva dichiaratamente di sinistra, ma offre diverse osservazioni interessanti e utili, che del resto si ritrovano negli studi di Biorcio di qualche anno fa sulla Lega Nord, acuti anche se talora offuscati da un’antipatia militante.

I segreti di Grillo, tra Apocalisse e tanta volgarità dans Articoli di Giornali e News beppegrillo

La maggioranza dei commentatori, sostengono Biorcio e Natale, non capiscono il movimento di Grillo perché danno rilievo a uno solo dei tre elementi che lo costituiscono: il «partito personale» di un comico che diventa «imprenditore politico»; lo spostamento della comunicazione dalla stampa e dalla televisione a Internet; e il «populismo», una parola ormai talmente abusata da non significare quasi più nulla ma che in questo caso indica la chiamata a raccolta di quanto attribuiscono i mali dell’Italia alla «casta» dei politici di professione, che si tratterebbe di spazzare via così risolvendo d’incanto tutti i problemi. Mentre, sostengono gli autori, questi tre elementi vanno sì analizzati uno per uno, ma vanno poi anche composti insieme perché è dalla loro sintesi che nasce il successo del movimento.

Cominciamo dal primo elemento: un comico si trasforma in organizzatore politico. Qui i punti di riferimento che Grillo ha tenuto presente sono due. Il primo non è un comico – checché ne pensi qualche giornale straniero – ma è Silvio Berlusconi, il quale ha dimostrato che è possibile costruire partiti personali a partire da credito e simpatia acquisiti in campi diversi dalla politica. Stupirà non pochi elettori grillini del 2013, ma nel 1994 quando Berlusconi scende in campo Grillo si schiera con lui, dichiarando: «Sono da mandare via, da mandare via questa gente qua [i politici della Prima Repubblica], da votare gli imprenditori; ecco perché sono contento che è venuto fuori Berlusconi: lo voglio andare a votare»:

Il secondo modello è francese, ed è un amico e mentore di Grillo, il comico Coluche (1944-1986), che lo showman genovese aveva conosciuto sul set del film «Scemo di guerra» di Dino Risi (1916-2008), di cui entrambi erano stati interpreti, nel 1985. Portare alla luce il ruolo di Coluche è un contributo importante del libro di Biorcio e Natale, anche se in un certo senso il comico transalpino aveva provato a diventare il Grillo francese e aveva fallito. In un periodo di scandali che scuotono la classe politica francese Coluche ottiene grande successo a Radio Montecarlo con uno slogan rivolto ai politici che Grillo avrebbe poi ripreso alla lettera: «Vaffanculo», e con un culto studiato della volgarità come forza sovversiva.  Licenziato da quella radio, si candida alla presidenza della Repubblica in vista delle elezioni del 1981, e comincia a volare sia nei sondaggi sia nel sostegno d’intellettuali – di sinistra – molto influenti, tra cui il filosofo Gilles Deleuze (1925-1995) e i sociologi Alain Touraine (1925-) e Pierre Bourdieu (1930-2002).

Quest’ultimo definisce, enfaticamente, l’invito di Coluche ai politici ad andare a quel paese come «le parole più importanti per la Francia dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789». I tempi, però, non sono maturi. C’è ancora la Guerra fredda, il Muro di Berlino non è caduto e nessuno dei due grandi blocchi internazionali vuole vedere un Paese strategico come la Francia consegnato a un comico imprevedibile. Coluche è minacciato di morte e intimidito dai servizi segreti, e la sua campagna finisce in tragedia quando il suo Casaleggio, René Gorlin (+1980), è assassinato in un oscuro omicidio presentato come passionale ma su cui restano molti dubbi. Coluche capisce ll’antifona, si ritira dalla campagna elettorale e invita i suoi sostenitori a votare per il socialismo autogestionario di François Mitterrand (1917-1996). Ma, anni dopo, comincia a far venire qualche idea al suo amico italiano Grillo.

Secondo elemento: Internet. Se il transito di Grillo dalle televisioni – che progressivamente lo emarginano per la sua virulenza anti-politica – all’attivismo militante su temi sociali ed ecologici comincia poco dopo l’incontro con Coluche, all’inizio il comico italiano non accoglie con particolare favore Internet. Nel 2000, anzi, alla fine di ogni spettacolo sfascia in scena un computer, considerato uno strumento dei poteri forti per lavare il cervello alla gente. Ma tutto cambia dopo l’incontro con Gianroberto Casaleggio, che per Biorcio – studioso della Lega – ha per Grillo il ruolo che per Bossi hanno gli incontri con il teorico del federalismo dell’Union Valdôtaine Bruno Salvadori (1942-1980) e con il politologo Gianfranco Miglio (1918-2001).

Casaleggio non è solo uno dei migliori esperti italiani di marketing sul Web. È un guru, interessato all’esoterismo e – ci dicono gli autori – accompagnato da «ipotesi di appartenenza alla massoneria», che ha trasformato Internet in una religione. Il suo pensiero, sintetizzato nel volume con citazioni dirette dai suoi video, si riassume in una profezia apocalittica: siamo alla vigilia di crisi ecologiche e di «guerre ideologiche, razziali e religiose» in cui moriranno i sei settimi degli attuali abitanti della Terra. Il miliardo di sopravvissuti abolirà «i partiti, la politica, le ideologie e le religioni», sostituite da «Gaia» – un nome che in molte teorie esoteriche indica la Terra come organismo vivente e unica divinità -, la quale sarà insieme religione e politica e gestirà il mondo tramite un «nuovo governo mondiale» selezionato e organizzato tramite Internet. Cioè, precisa Casaleggio, tramite gli «influencer», quella piccola percentuale di persone che padroneggia perfettamente la Rete e crea il novanta per cento dei suoi contenuti. Persone come lo stesso Casaleggio, che però per il loro sogno di nuovo governo mondiale hanno bisogno di «portavoce» dotati di quelle «capacità di comunicare con il pubblico» – compreso quello che non ha come suo primo punto di riferimento Internet – che agli «influencer» della Rete spesso mancano. Ma che non mancano a Grillo, il quale diventa leader politico globale quando Casaleggio gli mostra la luce di Internet e la accende, creando per il comico quello che diventa uno dei dieci blog più visitati nel mondo. Senza Casaleggio non ci sarebbe Grillo come leader politico. Ma senza Grillo il guru Casaleggio sarebbe solo il capo di un piccolo movimento esoterico.

Dove abbiamo già visto le sue prospettive apocalittiche? Precisando che i grillini sono adepti della non violenza, Biorcio e Natale paragonano le declinazioni politiche dell’utopia di Casaleggio ai manifesti delle Brigate Rosse degli anni 1970. Per me, studioso di nuovi movimenti religiosi, la teoria di Casaleggio ricorda piuttosto in modo irresistibile – anche qui, senza sospettare il guru di Grillo d’inclinazioni violente – la prospettiva della «Famiglia» del pluri-assassino Charles Manson, un pericoloso nuovo movimento religioso che attendeva l’«Helter Skelter», una guerra razziale in cui la maggioranza degli americani sarebbe morta, convincendo i superstiti a lasciarsi guidare da chi l’aveva prevista, cioè appunto Manson e i suoi adepti.

Terzo elemento: il populismo e l’avversione per la politica. E qui, suggeriscono gli autori, ben prima di incontrare i movimenti globali di «indignati» degli ultimi anni, il modello di Grillo è Umberto Bossi. Come Bossi, il Grillo elettorale non decolla immediatamente. Parte dal 3-4% delle sue liste civiche nel 2009, arriva al massimo del 7% in Emilia alle regionali del 2010. Come Bossi esplode con Mani pulite, così Grillo fa il pieno dopo gli scandali che travolgono esponenti non solo del centro-destra ma anche del centro-sinistra nel secondo decennio del XXI secolo. Il Movimento 5 stelle – il nome è assunto nel 2010 con riferimento a cinque semplici punti programmatici – diventa così il primo partito alle elezioni siciliane del 2012 e a quelle nazionali del 2013.

Ma chi vota Grillo? La sua base originale non poteva sognare le percentuali del 2013, perché rappresentava un blocco – non sociale ma culturale – per sua natura minoritario: gli «innamorati della Rete», persone in maggioranza settentrionali e laureate che hanno deciso di fidarsi soltanto di Internet, disprezzando giornali e televisione. A questi però si sono aggiunti, secondo il volume, altre tre categorie di elettori: anzitutto i «gauchisti», persone di sinistra per cui il PD si è spostato troppo al centro appoggiando il governo Monti, e chi si allea con il PD come Vendola ne condivide le colpe. Ci sono poi quelli che i due sociologi chiamano i «ragionevoli», che votano Grillo sulla base di un calcolo razionale di costi e benefici, convinti che un suo successo, per quanto effimero e problematico, possa costringere la politica a quelle riforme necessarie che i partiti tradizionali da anni promettono invano. Infine, i «menopeggio», elettori dell’estrema destra o della Lega che non condividono le idee di Grillo ma che lo considerano meno peggiore di tutti gli altri quando si tratta di criticare la «casta», le banche o l’Unione Europea. Qui il volume anticipa gli ultimi studi sui flussi dell’Istituto Cattaneo, secondo i quali, se la maggioranza degli oltre otto milioni di elettori di Grillo viene da sinistra, una parte significativa viene dalla Lega e un dieci per cento, in parte transitato da La Destra, votava a suo tempo Alleanza Nazionale.

Tenere insieme questi quattro gruppi di elettori non sarà particolarmente facile, come non lo sarà gestire una massa di deputati selezionati sul Web e che spesso non hanno mai parlato con Grillo. I problemi di democrazia interna del movimento nascono dalla sua stessa natura. Casaleggio potrebbe dire che il problema è mal posto, perché nell’epoca di Gaia comunque la democrazia rappresentativa non ci sarà più. Ma quanti fra gli eletti del Cinque Stelle, per non parlare degli elettori, davvero conoscono e capiscono le profezie di Casaleggio?

Infine, un tema cui Biorcio e Natale dedicano solo due paginette, ma che sta a cuore a me e credo ai miei lettori: il rapporto con la Chiesa. Gli studi di Franco Garelli hanno mostrato che, qualunque cosa suggeriscano loro i vescovi, i cattolici votano più o meno come gli altri italiani. Ma il Cinque Stelle richiede un supplemento di analisi. I questionari somministrati da Biorcio e Natale rivelano tra i suoi militanti ed elettori una percentuale più alta della media nazionale di non credenti e persone ostili alla Chiesa. I due sociologi osservano che il boom del 2012 e 2013 ha portato a votare Cinque Stelle anche cattolici praticanti. Ma questi rimangono in minoranza, e forse non sanno che dopo la morte della maggioranza dei terrestri e il trionfo di Gaia previsti da Casaleggio  le religioni sono destinate a sparire, sostituite dal culto esoterico della Terra Madre.

I cattolici sono del resto in buona compagnia. Nell’utopia di Casaleggio non spariranno solo le religioni ma anche il capitalismo, il socialismo e perfino i libri, che il guru di Grillo vede completamente sostituiti dalla Rete. Se però Grillo e Casaleggio sono inscindibili l’uno dall’altro, la prospettiva generale del movimento non può che essere la distruzione totale di qualunque pensiero politico – o religioso – alternativo. E chi pensa di «mettersi con Grillo» per salvare qualche poltrona assomiglia ai borghesi di cui parlavano i primi bolscevichi. Quelli che portano allegramente ai nemici la corda con cui saranno impiccati.

di Massimo Introvigne – La nuova Bussola Quotidiana

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Si fa l’abitudine a tutto

Posté par atempodiblog le 7 mars 2013

Si fa l'abitudine a tutto dans Citazioni, frasi e pensieri arcobalenoischianapoli

“Un arcobaleno che dura un quarto d’ora non lo si guarda più”.

Johann Wolfgang Goethe

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La strada dritta per il Paradiso

Posté par atempodiblog le 6 mars 2013

La strada dritta per il Paradiso
Se muoio non piangete per me”. Il beato padre Jerzy Popiełuszko nel racconto dell’anziana madre Marianna
di Włodzimierz Rędzioch – L’Osservatore Romano, 5 marzo 2013
Tratto da: Kairòs

La strada dritta per il Paradiso dans Jerzy Popieluszko jerzypopieluszko

Marianna ha gli occhi stanchi: dei suoi 92 anni; degli oltre 70 anni di duro lavoro in campagna e in casa. E delle lacrime versate per i suoi morti: durante la seconda guerra mondiale i russi uccisero il più piccolo dei suoi fratelli; nel 1953 morì tra le sue braccia la figlioletta Edvige di due anni; nel 1984 i servizi segreti del regime comunista polacco fecero morire suo figlio sacerdote.

Negli occhi di questa donna minuta e apparentemente fragile, non c’è però disperazione. Questa semplice contadina ha vissuto come se avesse preso per motto una filastrocca imparata dall’infanzia: «Amare la gente, amare Dio: ecco la strada dritta per il paradiso. Ama con il cuore e con le opere: sarai con gli angeli nel paradiso» (in polacco questi versi fanno rima). Per incontrare questa anziana donna, la madre del beato padre Jerzy Popiełuszko, bisogna andare in un remoto angolo della Polonia, vicino alla frontiera con la Lituania, a circa 200 chilometri da Varsavia. Marianna Gniedziejko — questo il suo cognome da nubile — è nata lì, nel 1920, a Grodzisko, un piccolo villaggio della sconfinata pianura del centro dell’Europa (i cartografi hanno calcolato che proprio qui si trova il centro geografico del continente).

Come è nata in suo figlio la vocazione al sacerdozio?

Siamo una famiglia molto religiosa. Da noi ogni mattina, dopo il risveglio, e la sera, prima di andare a dormire, si pregava in ginocchio. Inoltre, nella nostra casa avevamo un altarino dove pregava tutta la famiglia. Tre volte la settimana cucinavo i pasti senza carne, perché l’uomo già da bambino deve sapere che nella vita c’è bisogno di sacrificio e che non tutto va secondo i suoi desideri o capricci. Jerzy cresceva in tale atmosfera. Andava a confessarsi e faceva la santa Comunione; pregava anche da solo. Più tardi divenne un chierichetto. Tutti i giorni si alzava presto per arrivare in chiesa per le sette e doveva fare cinque chilometri a piedi attraverso il bosco per arrivare a Suchowola. Non importava se pioveva, nevicava e c’era il gelo. E così è stato dalla prima classe della scuola elementare fino all’ultimo anno del liceo.

Ai tempi del regime comunista lo zelo religioso dei bambini non doveva essere ben visto…
È vero. Una volta una delle insegnanti mi ha chiamata a scuola e mi ha detto che mio figlio andava troppo spesso in chiesa. Per questo motivo avrebbe abbassato il suo voto in condotta. Ma forse lo Spirito Santo mi ha ispirata, perché le ho detto che, dopo tutto, in Polonia c’era la libertà di religione. E non è successo niente.

Quando suo figlio le ha svelato che voleva entrare in seminario?
Devo confessare che quando ero incinta di lui, ho pregato per la grazia della vocazione per il bambino che portavo in grembo. In una parola, l’ho dato a Dio ancora prima della nascita. Però, non gli ho mai detto nulla. Ma lui ha trovato la sua strada da solo. Fino alla maturità non mi ha detto nulla. Forse ha tenuto tutto in segreto, perché ai tempi del comunismo, i giovani che sceglievano il seminario erano perseguitati dai servizi segreti. Disse che sarebbe andato in seminario soltanto nel giugno del 1965, quando tornò dal ballo di maturità.

Il regime comunista costringeva i seminaristi a fare un duro servizio militare di due anni. Ha mai saputo quanto Jerzy abbia sofferto durante tutto quel periodo?
I giovani erano sottoposti non soltanto all’indottrinamento forzato, ma venivano maltrattati fisicamente e psicologicamente: tutto questo per costringerli ad abbandonare il seminario. Jerzy, però, non mi diceva niente. Fu solo più tardi che ho saputo da suoi colleghi come veniva maltrattato. Tra le altre cose, lo gettavano in piscina, anche se non sapeva nuotare, gli ordinavano di stare a piedi nudi nella neve mentre recitava il rosario, lo facevano correre giù per le scale con il pieno equipaggiamento militare. In questo modo distrussero la sua salute e dopo il servizio militare dovette andare in ospedale.

Jerzy fu ordinato sacerdote il 28 maggio 1972, nella cattedrale di Varsavia. Come ha vissuto quel giorno?

Ero orgogliosa perché ero diventata la madre di un sacerdote. Per di più, fu lo stesso primate Wyszyński a presiedere l’ordinazione: fu la prima volta che l’ho visto da vicino. Il primate chiese preghiere costanti per i nostri figli sacerdoti. E io ho eseguito questa richiesta: ho sempre sostenuto il sacerdozio di Jerzy con la preghiera.

Nel 1978 padre Jerzy venne trasferito nella chiesa universitaria di Sant’Anna di Varsavia: lavorare con gli studenti, la futura classe dirigente del Paese, doveva essere molto impegnativo…
Padre Jerzy non mi parlava di questo aspetto del suo lavoro, ma gli ex studenti che frequentarono la chiesa di Sant’Anna dicevano che padre Jerzy fu per loro non solo una guida spirituale, ma anche un confidente, un amico.

Nello stesso anno, accadde una cosa incredibile: il cardinale Karol Wojtyła divenne Papa…
Trovavo difficile credere che il Papa fosse un polacco. Ma appena appresa la notizia sono andata in chiesa per assistere alla messa di ringraziamento. Non mi venne in mente allora di pensare che un giorno l’avrei conosciuto personalmente.

Quello successivo fu per la storia della Polonia un anno particolare…
Il 1° luglio 1980 il governo comunista aveva aumentato i prezzi dei prodotti alimentari scatenando un’ondata di scioperi. Quando cominciò lo sciopero nelle acciaierie «Huta Warszawa», andò a celebrare la messa per i siderurgici. E così iniziò il suo lavoro pastorale fra gli scioperanti.

Il 1980 fu anche l’anno della nascita di Solidarność. Era preoccupata per suo figlio che stava nella capitale?
Solidarność fu soppresso il 13 dicembre 1981 con l’introduzione della legge marziale dal generale Jaruzelski. Sapevo che padre Jerzy non era al sicuro a Varsavia e allora pregavo molto per lui. Lui aiutava chi poteva e come poteva. Non ho mai potuto parlare con lui con calma e mi preoccupavo sempre di più, ma sapevo che Dio aveva un piano e avrebbe vegliato su di lui.

Nei tempi dello stato di guerra, padre Jerzy era diventato famoso per le cosiddette “Messe per la Patria”. Lei partecipava a queste celebrazioni?
Le messe per la Patria cominciò a organizzarle il parroco, padre Bogucki. Invece padre Jerzy si mise a celebrarle dal 17 gennaio 1982. Alle messe partecipava moltissima gente che la chiesa non poteva contenere, allora migliaia di fedeli stavano fuori in piedi. Normalmente ascoltavo le sue messe per la Patria alla radio «Free Europe»: mi emozionavo sentendo le parole di mio figlio alla radio. Ma, prima di tutto, ero contenta di quelle messe perché sapevo che grazie a esse tante persone si convertivano.

Padre Jerzy è stato spiato e perseguitato in vari modi. Perché il regime comunista ce l’aveva così tanto con suo figlio?
Nella Bibbia è scritto che, quando si colpisce il pastore, le pecore saranno disperse. I comunisti combattevano i pastori della Chiesa per disperdere il gregge di fedeli; perseguitavano padre Jerzy perché pensavano che spaventando un sacerdote, avrebbero messo paura agli altri.

Quando ha visto suo figlio per l’ultima volta?
È stato nel mese di settembre del 1984. È venuto a casa senza preavviso. Non parlava di se stesso, ma sapevo che lo seguivano: anche dalle finestre della nostra casa abbiamo potuto vedere le auto con gli agenti. Ma lui era coraggioso, anche se fisicamente debole. Mi ha lasciato la sua tonaca da rammendare dicendo: «La prenderò la prossima volta. Se no, avrai un ricordo di me». Invece salutandoci disse: «Mi raccomando: se muoio, non piangete per me». Rimasi pietrificata, perché non aveva mai parlato in questo modo.

Le era venuto in mente, qualche volta, che suo figlio sacerdote avrebbe potuto morire da martire?
Certamente che no. Ma oggi penso che, proprio diventando sacerdote, doveva sapere che sarebbe potuto morire come un martire, perché il martirio è iscritto nella vocazione sacerdotale.

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Non cessare di aver fiducia in Gesù

Posté par atempodiblog le 6 mars 2013

Non cessare di aver fiducia in Gesù dans Citazioni, frasi e pensieri Faustina

Alla quattordicesima stazione provo una sensazione strana, per il fatto che Gesù  va sotto terra. Quando la mia anima è tormentata penso soltanto così: «Gesù è  buono e pieno di Misericordia ed anche se la terra si aprisse sotto i miei  piedi, non cesserò di aver fiducia in Lui».

Santa Faustina Kowalska

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Re: «È stato il Papa della fede amica della ragione»

Posté par atempodiblog le 2 mars 2013

Re: «È stato il Papa della fede amica della ragione» dans Articoli di Giornali e News benedettoxvij

È stato «il Papa mite», «il Papa della fede profondamente amica della ragione». Ma di «una ragione che va oltre i ristretti confini dell’intelligenza umana». E proprio per questo «è stato anche il Papa che i cultori della ragione pura e del laicismo non hanno voluto comprendere, ostacolandolo in tutti i modi». Tuttavia, per il cardinale Giovanni Battista Re, nonostante le difficoltà, «gli otto anni di Benedetto XVI rimarranno nella storia» e il Papa ora emerito deve essere considerato «un protagonista del pensiero e della coscienza». Il prefetto emerito della Congregazione per i vescovi (incarico mantenuto fino al 30 giugno 2010), 79 anni ben portati, accetta di fare in questa intervista ad Avvenire una riflessione a caldo del pontificato appena concluso. Dall’inizio della Sede vacante non sono ancora passate 24 ore e all’interno delle Mura Leonine, dove si trova la residenza del porporato, c’è uno strano silenzio. Qui sembra quasi di poter toccare con mano il Cupolone e le mura esterne della Sistina. E la Domus Sanctae Martae, che ospiterà i cardinali elettori durante il Conclave, è a meno di 100 metri. Ma il pensiero del cardinale Re per il momento è rivolto soprattutto a Benedetto XVI e alla «grande eredità spirituale che ha lasciato».

Eminenza, che cosa ha pensato alle otto di giovedì sera, quando si è chiuso il grande portone del Palazzo di Castel Gandolfo?
Ho avvertito, penso come tutti, una grande emozione. Vedere chiuso quell’imponente portone mi ha stretto il cuore, perché si è chiuso un periodo in cui Benedetto XVI ha dato molto con i suoi discorsi e con il suo insegnamento. Ma si è aperta una nuova fase nella quale il Papa si dedica al ministero della preghiera e lascia a energie nuove il governo della Chiesa. Abbiamo in sostanza anche noi un Mosè sul monte. Benedetto XVI infatti ha detto che non lascia la croce e che non ci abbandona. Egli continuerà ad esserci vicino mediante il ministero dell’intercessione a favore della Chiesa e dell’umanità. Come Mosè è salito sul monte per aiutare il suo popolo a vincere contro Amalek, così Benedetto XVI si dedicherà al bene della Chiesa con le mani alzate nella preghiera.

Come definirebbe il pontificato di Benedetto XVI?
Questi otto anni resteranno nella storia per l’alto insegnamento che egli lascia con le tre encicliche, con i suoi numerosi documenti, con i tanti discorsi e con i tre volumi dedicati a Gesù di Nazaret. Si è rivelato un protagonista sul piano del pensiero e delle coscienza, nello sforzo di aiutare tutti a dare spazio alla luce che viene da Dio e che dà senso all’umana esistenza.

Qual è a suo avviso la cifra distintiva della sua eredità?
Benedetto XVI ha detto chiaramente al mondo che senza Dio non c’è futuro. Dobbiamo infatti ricordare la sua ferma opposizione alla «dittatura del relativismo» e la continua riaffermazione dei valori morali, facendo leva sulla legge naturale, iscritta nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Tutto il suo pontificato, inoltre, è stato orientato a ravvivare e irrobustire nei cristiani la fede in Dio, e in questo senso va anche l’indizione dell’Anno che stiamo vivendo. In pari tempo però ha cercato di valorizzare la ragione e di ampliare il suo spazio, nella profonda convinzione che «il mondo della ragione e il mondo della fede hanno bisogno l’uno dell’altro».

Perché allora si ha come l’impressione che su molte questioni egli non sia stato capito?
Effettivamente questo è un paradosso, anche perché a non volerlo capire sono stati soprattutto i cultori della ragione pura e assoluta. Amalek, in fondo, esiste anche oggi e si nasconde sotto le forme del secolarismo. Di qui l’indicazione fondamentale di questo pontificato. Il mondo, dice in pratica papa Ratzinger, ha molti problemi sociali, economici, politici, ma quello che sta alla radice di tutto è la mancanza di fede in Dio. Perciò Benedetto XVI ha mirato dritto al cuore e questo ha dato molto fastidio a chi vorrebbe cancellare Dio dall’orizzonte umano. Bisogna però dire che le sue riflessioni sui temi culturali, morali ed esistenziali sono state ascoltate anche da persone lontane e illuminate, perché Joseph Ratzinger oltre che un grande teologo, è stato un grande pensatore. E in tale veste ha cercato di capire il nostro mondo moderno nel quale la globalizzazione – come afferma nella Caritas in veritate – ha reso gli uomini più vicini, ma non più fraterni.

C’è un messaggio anche nella sua rinuncia?
Secondo me è un gesto che va apprezzato e ammirato per l’alto senso di responsabilità che l’ha ispirato. Ad esempio, so per certo che si preoccupava di non avere le forze sufficienti per fare un viaggio lungo e faticoso come quello a Rio de Janeiro per la prossima Gmg. Ma lì il Papa deve esserci, diceva. In un tempo in cui domina l’attaccamento ai centri di potere, il gesto del Papa ora emerito ci insegna che quando non si è più in grado di compiere il proprio servizio, bisogna avere il coraggio di fare un passo indietro e di lasciare spazio ad altri.

Qualcuno ha visto nei discorsi degli ultimi giorni di papa Ratzinger il valore di una indicazione di prospettiva destinata ai cardinali che eleggeranno il suo successore. Lei che ne pensa?
Penso che questo discorsi vadano letti nella prospettiva di tutto il suo pontificato e ci consegnano l’immagine di una Chiesa realtà viva, che si alimenta della forza di Dio. Una Chiesa solidale con i problemi dell’uomo e che cerca ovunque di aiutare e di seminare il bene.

Ma in definitiva quando si aprirà la porta della Cappella Sistina, quale sarà il suo stato d’animo?
Sicuramente avvertirò un grande senso di responsabilità, per aiutare a scegliere il Papa di cui la Chiesa e il mondo hanno bisogno in questo momento.

di Mimmo Muolo – Avvenire

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Marzo, mese dedicato a San Giuseppe

Posté par atempodiblog le 1 mars 2013

Per chi fa qualche esercizio e atto di virtù in onore di San Giuseppe; Indulgenza di 300 giorni, in ciascun giorno e plenaria, una volta al mese, alle solite condizioni.

Per le preghiere in onore del Custode del Redentore, vi rimando a questo sito iconarrowti7 Preghiere per la famiglia

Marzo, mese dedicato a San Giuseppe dans Stile di vita sangiuseppeges

Il Sommo Pontefice Pio IX con Rescritto della Segreteria dei Brevi, il Giugno 1855 concesse a tutti i fedeli che dedicheranno l’intero mese di Marzo in onore del glorioso Patriarca San Giuseppe: 300 giorni d’lndulg. in ciascun giorno del mese e la Plen. in un giorno ad arbitrio, in cui veramente pentiti, confess. e comunic. pregheranno secondo la mente di S. Santità. Le dette Indulg. sono concesse dallo stesso Pontef. anche a coloro, che legittimamente impediti nel mese di Marzo, dedicheranno un altro mese qualunque in onore dello stesso S. Patriarca. Con altro Decreto, 27 Aprile 1865, le surriferite Indulg. vennero estese a qualunque pratica dì devozione venga fatta in tutti i giorni del mese a somiglianza della pia pratica del mese Mariano. Inoltre lo stesso Pontefice, 4 Febbr. 1877, dichiarò che le medesime Indulg. possono lucrarsi dai fedeli che compiono questo divoto esercizio in modo da terminare il mese colla festa di S. Giuseppe (19 Marzo).

Tratto da: Rosario On Line

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Ultima catechesi del Santo Padre Benedetto XVI

Posté par atempodiblog le 1 mars 2013

BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 27 febbraio 2013

[Video]

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato!
Distinte Autorità!
Cari fratelli e sorelle!

Vi ringrazio di essere venuti così numerosi a questa mia ultima Udienza generale.

Grazie di cuore! Sono veramente commosso! E vedo la Chiesa viva! E penso che dobbiamo anche dire un grazie al Creatore per il tempo bello che ci dona adesso ancora nell’inverno.

Ultima catechesi del Santo Padre Benedetto XVI dans Fede, morale e teologia madonnacastelgandolfo

Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga ed abbraccia tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.

Sento di portare tutti nella preghiera, in un presente che è quello di Dio, dove raccolgo ogni incontro, ogni viaggio, ogni visita pastorale. Tutto e tutti raccolgo nella preghiera per affidarli al Signore: perché abbiamo piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, e perché possiamo comportarci in maniera degna di Lui, del suo amore, portando frutto in ogni opera buona (cfr Col 1,9-10).

In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.

Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze. E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.

Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano. Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano…». Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!

Ma non è solamente Dio che voglio ringraziare in questo momento. Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è la sua prima responsabilità. Io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino; il Signore mi ha messo accanto tante persone che, con generosità e amore a Dio e alla Chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Anzitutto voi, cari Fratelli Cardinali: la vostra saggezza, i vostri consigli, la vostra amicizia sono stati per me preziosi; i miei Collaboratori, ad iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni;la Segreteria di Stato e l’intera Curia Romana, come pure tutti coloro che, nei vari settori, prestano il loro servizio alla Santa Sede: sono tanti volti che non emergono, rimangono nell’ombra, ma proprio nel silenzio, nella dedizione quotidiana, con spirito di fede e umiltà sono stati per me un sostegno sicuro e affidabile. Un pensiero speciale alla Chiesa di Roma, la mia Diocesi! Non posso dimenticare i Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio: nelle visite pastorali, negli incontri, nelle udienze, nei viaggi, ho sempre percepito grande attenzione e profondo affetto; ma anch’io ho voluto bene a tutti e a ciascuno, senza distinzioni, con quella carità pastorale che è il cuore di ogni Pastore, soprattutto del Vescovo di Roma, del Successore dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno ho portato ciascuno di voi nella preghiera, con il cuore di padre.

Vorrei che il mio saluto e il mio ringraziamento giungesse poi a tutti: il cuore di un Papa si allarga al mondo intero. E vorrei esprimere la mia gratitudine al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, che rende presente la grande famiglia delle Nazioni. Qui penso anche a tutti coloro che lavorano per una buona comunicazione e che ringrazio per il loro importante servizio.

A questo punto vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo, che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui. E’ vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai Capi di Stato, dai Capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che ci scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi!

In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.

Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della vostra comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.

Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.

Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito.

Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della Chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia.

Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie!

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