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Il diavolo, riflessioni teologiche su un malessere ecclesiale

Posté par atempodiblog le 25 janvier 2013

Il diavolo
Riflessioni teologiche su un malessere ecclesiale
di Gianni Colzani - La Rivista del Clero italiano n.70 (1989)

Il diavolo, riflessioni teologiche su un malessere ecclesiale dans Anticristo thepassionsatana

«Vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede». Queste parole riassumono bene il messaggio neotestamentario sul diavolo: anche se la Pasqua di Gesù ha distrutto il regno di Satana e ha reso operante la salvezza fra noi, questo non impedisce al maligno di continuare la sua opera di seduzione e di menzogna. Da qui l’invito pressante a non diminuire la vigilanza, a non rallentare l’impegno. Questo invito sembra oggi difficile da raccogliere dato che l’esistenza e la azione del diavolo, rimasta lungamente pacifica nel mondo credente, è oggi al centro di un ampio dibattito che investe il significato delle affermazioni bibliche e il valore delle asserzioni magisteriali, il rapporto fra la teologia e la cultura multidisciplinare del nostro tempo e l’orientamento della pastorale liturgica e catechetica. In pratica il dibattito riguarda ogni aspetto della demonologia. Inoltre il tema, uscito dal riserbo delle discussioni teologiche, ha finito per dilagare sui mass media scatenando una caccia alla notizia e un crescendo più di passionalità che di verità. In questa condizione affettare distacco come di fronte a un tema fastidioso e inutile, come di fronte a un rigurgito di oscurantismo e a un soprassalto di fantasmi dottrinali ormai superati, può forse sembrare comportamento di intellettuale superiorità ma, in realtà, lascia del tutto intatto lo spessore dei problemi. Lasciar cadere una questione non è certo avviarla a soluzione. Quindi ci proponiamo di aggredire la confusione esistente, di informare sui dibattiti attuali e di fare un minimo di chiarezza.

Demonologia e fede cristiana
La credenza nel diavolo non è un fatto esclusivamente cristiano e nemmeno esclusivamente religioso. A volte l’esperienza di una vita colpita da disgrazie, e quasi oscuramente minacciata, viene messa in rapporto con realtà metaempiriche che interferiscono nell’ordine e nella armonia della vita: si ha così un complesso intreccio di magia, superstizione e credenze religiose che giungono ad affermare l’esistenza di spiriti di vario genere e ad intaccare la stessa concezione di Dio, non sempre unico, non sempre buono. Si apre qui un campo di studi interessante e importante per la storia delle religioni e l’etnologia, per la psicologia e la filosofia, ma che non ha nulla a che vedere con la fede cristiana.

Concentrando la sua visione della vita e della storia attorno alla salvezza operata dal Dio di Gesù, la fede cristiana non conosce e non può accettare una visione autonoma del diavolo. La fede cristiana è sempre, e radicalmente, fede in Dio e nella sua sua opera di salvezza; la figura del diavolo, quale si è determinata nella storia della salvezza, va posta in rapporto con il Cristo che vince ogni forma di male ridonando speranza alla umanità e con la libertà umana che è l’ambito reale di ogni potenza di male. Posto all’interno di questo doppio rapporto, con Dio vincitore del male e con l’uomo peccatore, il diavolo non ha una sua immediata evidenza. Non è, perciò, accettabile l’idea, più manichea che cristiana, che vede il diavolo come il principio del male, come la somma di tutto il male del mondo: «satan», il tentatore che ostacola e avversa, non può venir presentato come un anti-Dio, come un rivale di Dio. Con ragione, contro ogni tentazione, il Deuteronomio ricorderà che «il Signore è il nostro Dio, il Signore è un solo».
Questa complessità della esperienza cristiana del diavolo spiega, forse, il moltiplicarsi dei dibattiti. Non si tratta di discutere delle mutate condizioni culturali o delle diverse immagini del mondo presenti nella storia cristiana di ieri e di oggi; si tratta, invece, di interpretare una esperienza di vita, comprensiva del diavolo, condotta però nella fede in Gesù Cristo, per appropriarsi, nella esistenza del credente di oggi, di quello che hanno vissuto cristiani e comunità venute prima di noi.
Questa prospettiva ermeneutica esclude dal nostro orizzonte e dal nostro interesse ogni forma di occultismo e di culto a Satana. Qualunque sia il rapporto fra la rinascita del satanismo – una cultura destabilizzante che intreccia edonismo, occultismo e violenza – e l’eventuale ambiente cristiano circostante, esso rimane per il credente inaccettabile e errato: semplicemente mostra lo stato di depravazione a cui può giungere una demonologia completamente sganciata dalla fede cristiana.

All’interno della economia cristiana, invece, il diavolo non è mai una realtà a sé stante, non è mai una realtà autonoma; si colloca all’interno di quella dialettica di bene e di male che, nella storia della salvezza, si conclude con il superamento religioso del male. Il diavolo è il tentatore, è colui che sta al fianco dell’uomo per indurlo al male: non solo è un antagonista di Dio in perfetto parallelismo con lui ma, senza una qualche complicità umana, non è nemmeno capace di costringere l’uomo al male. Il principe di questo mondo è impotente, è senza forza, se la libertà umana non gli fa spazio. Questa visione, relativamente complessa, pone tutta una serie di interrogativi: quale preciso rapporto ha il male con la salvezza portata da Cristo? Come è articolabile la realtà di un male che fa riferimento al diavolo, alla libertà umana e alla realtà della storia? In questo quadro come deve essere interpretato il diavolo, il tentatore? È alla fede cristiana e alla sua storia che rivolgiamo questi interrogativi.

Redenzione, diavolo, angeli
Al centro della fede cristiana sta il Signore Gesù e la sua opera redentrice. Va detto subito che la lettura della redenzione è, oggi, prevalentemente positiva: mentre una antica tradizione teologica, risalente ad Agostino e ad Anselmo, lega strettamente la redenzione alla riparazione del peccato, molti preferiscono vedere oggi la redenzione come la realizzazione, in Cristo e nell’uomo sua immagine per il dono del suo Spirito, di quel disegno divino di alleanza che era sotteso alla creazione.

Questa visione allenta certamente il legame tra salvezza cristiana e peccato. In ogni caso, al di là dei dibattiti sul concetto di redenzione, si dovrà riconoscere che tanto nella Scrittura quanto nella Tradizione le raffigurazioni della salvezza stanno in stretto rapporto con quelle del male e della perdizione: in pratica si dovrà riconoscere che la lotta contro Satana e la vittoria su di lui è un momento decisivo dell’opera di Gesù e della vita della chiesa. Il fatto va riconosciuto al di là della sua, non pacifica, interpretazione. Basti qui pensare agli esorcismi che accompagnano la vita di Gesù e che mostrano come davanti al regno di Dio, che avanza con la sua persona, non ci sia più posto per il diavolo: nella creazione liberata, l’uomo è sottratto al suo stato di perdizione ed è restituito alla sua vera dignità e alla sua vera libertà. Basti qui pensare alla teologia patristica per la quale la lotta di Cristo con il diavolo ha il valore positivo di sottolineare la grande dignità della persona umana attraverso i temi della ricapitolazione e del prezzo a cui siamo acquistati. Tuttavia, proprio là dove l’inserimento del diavolo nella redenzione assume un tono di organicità attraverso il riconoscimento dei diritti del diavolo dal quale Cristo ci riscatta, noi assistiamo ad una negazione: questa teologia, ignota al mondo greco e scarsamente rilevante in quello latino, sarà eliminata dalle critiche di Anselmo e di Abelardo.
Intrecciato profondamente alla redenzione, anche se in posizione subordinata, il diavolo si impone alla attenzione credente. Che cosa si intende per diavolo, un simbolo del male o una realtà? ed, eventualmente, che tipo di realtà: una potenza di male o, addirittura, un essere personale?
Va riconosciuto che la Scrittura non offre una immagine unitaria e sistematica del diavolo; si serve, anzi, di strumenti culturali diversi per affrontare il problema del male: parla di Satana e dei demoni, conosce l’apocalittica che demonizza i regni oppressori e richiama il principe di questo mondo, menziona la potenza de «il peccato» e ricorda i principati e le potestà. Nonostante questa varietà, un autore competente come Schlier non esita a dire che siamo qui di fronte a un dato costante e fondamentale della fede. Altri autori, del pari competenti, non condividono il suo giudizio e  chiedono una più accurata interpretazione delle diverse tradizioni bibliche e una ermeneutica più attenta del linguaggio dinamico e funzionale della Scrittura. Il dibattito rimane, al riguardo, aperto.
Tuttavia non è senza punti fermi. Mi pare importante ricordare che la Scrittura rifiuta la concezione mesopotamica che colloca il male nel mondo divino così come rifiuta la concezione greca della mitologia tragica dove il male coincide con l’esistenza, con il destino crudele che accompagna la  vita umana; per la Scrittura il male è un avvenimento, un atto, un salto qualitativo della libertà che passa dalla innocenza al peccato. In nessun modo il diavolo può pregiudicare questa scelta antropologica della Scrittura: nella sua libertà, e nella responsabilità che ne consegue, l’uomo non ha a che fare con angeli o demoni ma, innanzitutto, con Dio. Questo fondamentale rapporto con Dio, ordinato alla gloria e strutturato dalla alleanza, è l’ambito in cui la persona sperimenta, oltre che la fede, anche la resistenza e la ribellione, il rifiuto e la tentazione.

Questa concentrazione del male attorno alla libertà permette alla Scrittura anche una seconda osservazione: cioè che il male, che coincida con la libertà umana, è però già esistente per la libertà. Il male è già là, già pronto ad insidiare la libertà umana. L’ambiguo serpente di Gen 3, il ruolo tentatore di Satana in Gb 1-2; lCr 21,1; Zac 3,1-5 e gli spiriti celesti di IRe 22,19-22 sono come il cammino che condurrà al Nuovo Testamento dove la presenza e l’azione di Satana sarà presentata come un dato specifico e incontrovertibile. Sempre al cuore della libertà umana, per la Scrittura il male non si riduce ad essa: la libertà stessa conosce questa, misteriosa, figura di tentatore e di corruttore. Va aggiunto però che il dibattito sulla interpretazione di questa figura non conosce, a tutt’oggi, convergenze e consensi, a volte nemmeno sui criteri ermeneutici da applicare.
Anche per la tradizione, e in particolare per i Padri, si ripropongono le medesime difficoltà. La loro adesione alla verità della creazione buona e della redenzione universale li porterà ad evitare di demonizzare il mondo, l’uomo o la sua storia: la tentazione più forte non può nulla contro l’amore e la grazia di quel Cristo crocifisso che ha vinto il maligno. Per essi la fedeltà alla Parola e la libertà spirituale, radicata nella grazia, rendono impotente e ridicolo il diavolo. Abbiamo così una drammatizzazione etica che prende sul serio il diavolo solo in quanto rappresenta la tentazione di non aderire alla vittoria di Gesù, solo in quanto va vinto per vivere con il Signore. L’occasione e lo stimolo per un coerente sviluppo della demonologia sarà offerto dal dualismo gnostico e manicheo che, partendo dalla sensazione umana di vivere in un mondo ostile del quale aver paura, elaborerà una dottrina che oppone un principio buono a un principio del male o, almeno, incolpa il dio creatore. Contro le diramazioni cristiane di questi sistemi, come i priscillianisti, i padri si interrogheranno sull’origine del diavolo e concluderanno che il diavolo è creatura di Dio, creata buona ma diventata diavolo per sua colpa. Il diavolo è un angelo decaduto. Questa prospettiva innova indubbiamente rispetto al dato biblico: mentre questo, nella sua prospettiva storico-salvifica, oppone il diavolo a Cristo e tiene quasi del tutto distinte le tradizioni sugli angeli e sul diavolo, i padri riconducono il diavolo, angelo decaduto, nel quadro del gesto creatore di Dio, dando vita così ad un inizio di quella metafisica dei «puri spiriti» che avrà pieno sviluppo nel Medioevo. Lì il diavolo, che ha una comune origine con gli angeli, è un essere spirituale e potente che opera il male perché vuole il male. Questa metafisica del diavolo ha con la verità cristiana della redenzione una rapporto certo meno immediato e diretto di quanto non sia nella Scrittura: in pratica è uno sviluppo della dottrina biblica sotto la spinta del rifiuto deldualismo. Ora, se l’intento patristico trova pieno consenso fra gli studiosi cattolici, l’accordo sfuma quando si tratta di valutare il peso dogmatico di queste verità. Il debito di una eliminazione della figura del diavolo e di una utilizzazione dissociata del materiale credente per sostenere, volta a volta, che il male è integrato in una economia storica sostanzialmente positiva ed è anzi al suo servizio o che l’uomo può lottare contro il male e vincerlo. È appena il caso di dire che questo abbandono del diavolo non ha risolto nessun problema: ha soltanto lasciato un vuoto che questo ottimismo di maniera ha cercato di nascondere squalificando come irrazionale o antiscientifico tutto ciò che non rientra nelle forme moderne del sapere.
Il dibattito teologico recente sul diavolo si pone il problema di come conciliare la razionalità dell’uomo moderno con il suo insegnamento sul diavolo: il diavolo è persona spirituale indipendente da noi e responsabile del male o è figura simbolica delle possibilità perverse inerenti alla nostra personalità? Il dibattito investe i dati biblici tanto in ordine alla loro origine quanto in ordine al loro significato e alla loro connessione con i dati fondamentali della fede; investe pure lo sviluppo storico della credenza sul diavolo, stante il profondo legame di questa verità con la devozione popolare e il relativamente scarso impegno della teologia e del magistero dall’altra. Trattandosi di un problema teologico-dogmatico e non di un problema storico, trattandosi cioè di un problema il cui criterio di soluzione non è né la ragione illuministica né la razionalità storica ma la singolarità personale di Gesù, il dibattito mette necessariamente in gioco questioni di fondo: qual è il rapporto fra rivelazione e dato culturale e, ad ogni modo, come si accerta la intenzione rivelata di Dio? Quale legame esiste fra la Scrittura e la fede della chiesa e, in particolare, quando si ha un legittimo sviluppo del dogma e una normativa tradizione dogmatica? Quale ruolo ha il magistero nella fede storica della chiesa e quale valore hanno le diverse modalità dei suoi interventi? Come si vede, non sono questioni da poco e nemmeno facilmente risolvibili. Più pretestuose mi sembrano le affermazioni di chi pretende che l’eliminazione del diavolo porterebbe ad una fede più evangelica e meno angosciosa, eviterebbe la demonizzazione dei nemici favorendo un approccio più razionale ai problemi, condurrebbe ad una crescita di responsabilità lasciando all’uomo il compito di lottare contro il male e togliendogli ogni alibi. Una società laica e secolarizzata come la nostra, che da un pezzo ha abolito il diavolo, non ha visto nessun risultato simile.
La storia del dibattito recente è semplice: si apre con un numero della rivista «Lumière et Vie» nel 1966 e, in pochissimo tempo, si estende all’area olandese, nordamericana e tedesca. Sul dibattito interverranno molte riviste teologiche anche se, a volte, la preoccupazione sembra più quella di fare il punto sul dibattito che di contribuirvi in maniera originale. Infine pure il magistero pontificio sceglierà di intervenire anche se la scelta delle udienze o delle omelie liturgiche dice con chiarezza l’intento pastorale di chi, lungi dal definire dottrine irrevocabili, intende però contribuire
con chiarezza alla ricerca della verità. Paolo VI, che già aveva toccato il problema nel Credo del Popolo di Dio, interverrà sul nostro tema con l’omelia del 29 giugno 1972 e con i discorsi del 15 novembre 1972 e del 23 febbraio 1977. Quasi ad amplificarne il pensiero, l’«Osservatore Romano» del 17 dicembre 1972 ospiterà alcuni articoli teologici di risposta ai commenti, tutti negativi, della stampa laica: tra questi articoli spiccano quelli di P. Rossano e di S. Zedda, due biblisti. La Congregazione per la Dottrina della fede interverrà il 26 giugno 1975 con un documento Fede cristiana e demonologia30 frutto del lavoro di un teologo francese di cui è taciuto il nome ma ufficialmente incaricato dalla Congregazione: il testo è raccomandato come base sicura della dottrina magisteriale sull’argomento. Infine Giovanni Paolo II ritornerà altre volte sull’argomento, rimanendo nei medesimi termini del predecessore: il suo intervento più importante è il discorso del 13 agosto 1986.
Probabilmente l’intervento più puntuale e quasi riassuntivo dell’intento del magistero papale è il discorso di Paolo VI, il 15 novembre 1972. Nel contesto dell’udienza generale del mercoledì, cioè in un contesto pastorale e catechistico, il papa rivolge il suo pensiero al male del mondo ed osserva in esso l’intervento del demonio. «Il male – dirà – non è più soltanto una deficienza ma un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa». Stante il carattere pastorale del discorso, pare condividibile l’opinione che siano da escludere speculazioni ontologiche e si debba rimanere invece a un livello soteriologico ed etico, tipico della Scrittura e di questo genere di interventi magisteriali.
Il dibattito entrerà poi in una fase di stanca: registrerà le diversità ma non realizzerà un consenso.
Chiariti i valori e i limiti degli apporti storici, le difficoltà rimangono teologiche, rimangono quelle di chiarire il valore dogmatico della credenza nell’esistenza e nell’opera del diavolo, per secoli pacifica e ovvia.

Il diavolo e la concezione cristiana del male morale
I
l discorso fatto finora ci riporta qui, al problema cristiano del male, come alla questione decisiva. Anche l’eventuale abbandono del diavolo non può illudersi di cancellare, con questo, il problema del male. Chi ha coscienza della decisività e della drammaticità del problema del male non può che insorgere contro una sua banalizzazione. Nessun ottimismo di comodo può cancellare questa angosciosa esperienza. Per questo un certo modo, superficiale, di affrontare la questione del diavolo e di lasciarla cadere rischia solo di lasciare un gran vuoto, un silenzio adatto per tutti gli usi e tutte le speculazioni.

Per questo vale la pena di ricominciare il nostro discorso da qui, dal problema del male. Non si tratta di ridar fiato comunque a un diavolo in declino ma di riflettere seriamente su questa insopprimibile esperienza del male. La Scrittura e, in genere, la tradizione cristiana hanno collegato strettamente il male e il diavolo, a tal punto che qualche teologo ha visto in questo legame il rischio di un alibi per l’uomo e la sua libertà, il rischio di un comodo umano discolparsi. Haag, da parte sua, vede questo legame come culturale, come espressione di una determinata immagine del mondo
propria di una precisa cultura. Male e diavolo sono, a suo dire, termini totalmente intercambiabili fra di loro; nella nostra cultura scientifica possiamo tranquillamente sopprimere il diavolo senza intaccare la fede e guadagnando, anzi, una migliore comprensione del male.
Questi atteggiamenti non convincono. Il rapporto fra il male e il diavolo va costruito a partire dalla Scrittura e non già dalla cultura. Assumere correttamente la Rivelazione come fondamento della nostra fede non vuol dire solo chiedersi come dobbiamo tradurre il dato biblico nel linguaggio di oggi ma, anche, interrogarsi se non vi sia qualcosa che da quel dato la nostra cultura può imparare.
La Scrittura non è surrettiziamente riducibile, attraverso il metodo storico-critico, al primato della ricerca scientifica ma va accolta nella lettura credente della chiesa, quella lettura che include e valorizza l’esegesi scientifica ma non si appiattisce su di essa.
Applicando questi criteri al nostro tema, dobbiamo rifarci al Vangelo, quel Vangelo che proclama la lotta e la vittoria di Dio sul male in tutte le sue forme: è in questo Vangelo che la coscienza credente si riconosce pienamente. Non ci si può certo accontentare di raccogliere e di ordinare testi e tradizioni fra loro indipendenti: infatti «sia nella Bibbia che nella Tradizione successiva, [l’esistenza del diavolo o demoni] fu più presupposta che formalmente insegnata». Nel Vangelo, comunque, il male non è una astrazione, un concetto, ma è una realtà precisa apostrofata negli esorcismi e vinta nell’ora decisiva della croce. E il diavolo. Per quanto sia difficile precisare totalmente cosa si intende con questo appellativo, andrà almeno riconosciuto che l’opera del diavolo è inseparabile dal peccato dell’uomo e, tuttavia, non si identifica totalmente con esso. Nel quadro della ribellione del mondo a Dio, il diavolo non pregiudica il diretto rapporto fra l’amore di Dio e la libertà umana, non pregiudica quindi la responsabilità del peccatore e, tuttavia, non si esaurisce nella storia umana di peccato. Il diavolo è, in realtà, una minaccia perenne per l’uomo perché interferisce nel suo rapporto con Dio sprigionando le possibilità negative della creazione, quelle non contemplate e non voluto nell’atto creatore: in quanto svelamento del costante pericolo che incombe sull’uomo e sulla sua storia di libertà, il diavolo non può essere dominato dall’uomo, ma è superato solo dall’atto escatologico del Signore Gesù che ci è appropriato per grazia. Anche sconfitto in Cristo, il diavolo mantiene una sua capacità di azione: in forza del già e del non-ancora, il mondo vecchio mantiene la sua capacità di tentazione per l’uomo e la libertà umana quella di scandalizzarsi della Pasqua di Cristo. In questo modo il diavolo, pur vinto, mantiene la sua importanza: la mantiene per noi. Per questo, perché cioè permane il mistero di iniquità, perché la gloria del Risorto è tuttora velata, il superamento del male è dono di grazia e mai conquista, è fiducioso abbandono a quel Padre da cui speriamo ogni gioia e mai autosufficiente confidare in sé.
E possibile risalire dal diavolo, inteso come potenza di male all’opera all’interno della creazione e della storia della alleanza, al diavolo inteso come individuo e persona? La domanda è certo legittima. A me pare che il discorso teologico non possa fare a meno di usare determinazioni di tipo personalistico. Ve lo sospinge non solo la convinzione che il linguaggio evangelico rimanda ad una reale dimensione della storia dai tratti etico-spirituali ma anche la abituale convinzione della fede della chiesa che il diavolo non si salverà; la vittoria sul male, propria della Pasqua, non ha trascinato con sé l’annientamento del diavolo e ha rifiutato positivamente la tesi della sua eventuale conversione e salvezza. Questo permanere del diavolo all’interno di una creazione redenta che canta la gloria di Dio non può essere troppo facilmente sottovalutato: se non si vuole riproporre una qualche larvata forma di dualismo, il diavolo andrà pensato in termini creaturali ed etici, cioè in termini personalistici. Naturalmente la nozione di persona è usata qui in termini ancora formali; là, infatti, dove la struttura di questa persona è colta attorno alla capacità di far emergere dalla creazione, incamminata verso la pienezza della alleanza, il negativo possibile anche se non voluto da Dio, allora si dovrà dire che il diavolo è persona al modo della non-persona, al modo diconnotazioni che contrastano totalmente ciò che costituisce la pienezza della persona. Le connotazioni personali del diavolo, cioè, svaniscono a tal punto dietro la menzogna e la deformazione, dietro la distruzione e il caos, da non poterne offrire una precisa determinazione. Egli è il senza volto, è la menzogna che, in quanto tale, non permette di accedere alla propria verità. Le immagini che abitualmente lo descrivono o lo raffigurano indicano più il nostro modo di pensarlo che la sua realtà: non hanno credibilità.

Conclusioni pastorali
Intrecciato al dato evangelico, il diavolo non ne è certamente il centro: il centro è e rimane la salvezza a cui Gesù chiama42. In questo senso il valore della lotta contro il diavolo è quello di richiamarci la perenne tentazione di abbandonare il disegno di Dio per ripiegare su una nostra concezione della vita e della storia; il valore della lotta contro il diavolo è quello di fondare una autentica libertà cristiana, pienamente consapevole delle esigenze della propria fede. Legato a una negatività, a una potenza maligna che avversa la dinamica della creazione e la deforma/il male non si riduce alle sole dimensioni della razionalità e della operosità umana, non si limita alla sola progettualità individuale o sociale: non è allora risolvibile attraverso i soli processi di emancipazione dell’uomo ma esige l’azione escatologica del Signore Gesù e la fede in Lui. Lungi dal costituire una demonologia a sé stante, la credenza cristiana nel diavolo lo vede come un momento della cristologia e della antropologia rivelata. Ogni eccesso che si spinga fino a ridiscutere la potenza salvifica di Dio o la libertà dell’uomo nel credere o nel rifiutare di credere, deve essere abbandonato.

In forza di questo preciso rapporto con Cristo e con la libertà cristiana, la credenza nel diavolo ha dei precisi sbocchi pratici attorno a cui costruire delle linee pastorali, sbocchi che sono da una parte il richiamo alla preghiera e alla vigilanza e dall’altra la rivendicazione della responsabilità credente.
Il richiamo alla preghiera e alla vigilanza, che fa parte del Padre nostro, colloca la consapevolezza e la attenzione al male nel contesto della fiducia nel Padre e in quello della speranza della manifestazione del regno. Pur nell’invito alla vigilanza, il diavolo è qui visto insieme alle certezze di una fede che lo sa vinto: non è più fonte di angoscia o di terrore ma richiamo della serietà del male, sempre possibile e sempre incombente, nel quadro di un cammino verso il Signore. Di questo ministero orante di speranza e di consolazione sono segno anche gli esorcismi: al loro centro sta la preghiera di una comunità che confida nel Signore vincitore del male e che, in forza di questa comunione, sostiene e incoraggia il vero cammino della fede o riconduce ad esso.
La rivendicazione della responsabilità credente è l’espressione di una libertà che da Cristo ha imparato a riconoscere il male e ad impegnarsi contro di esso. E poiché il male, comunque lo si definisca, appare la capacità di sfigurare l’identità personale e sociale dell’uomo, la responsabilit della fede sarà quella di operare contro l’angoscia e la confusione, l’ingiustizia e l’oppressione, la violenza e la fame perché il regno di Dio venga. In queste ed in ogni deformazione della creazione di Dio, il credente sa di dover riconoscere il peccato dell’uomo e, insieme, la realtà di una potenza irriducibile alla sola libertà umana. Questa rivendicazione della responsabilità della fede va ribadita e predicata continuamente: in nessun modo la credenza nel diavolo può rappresentare una diminuzione di libertà e un alibi alla assegnazione fatalista che rifiuta di assumere la propria storica responsabilità. E appena il caso, poi, di ricordare che non si potrà e non si dovrà confondere il dolore o il male fisico con il male morale: è questo l’insegnamento perenne del libro di Giobbe.
La Chiesa abbandonerà così ogni ricerca del miracoloso o dello strepitoso ed ogni paura del demoniaco e del terrificante, per immettersi con decisione nel cammino della rivelazione e della fede, un cammino che considera con profonda serietà il male e, tuttavia, non solo non vi si arrende ma lo avvolge della certezza della vittoria. Di questa speranza la Chiesa vive e questa speranza essa confessa.

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La nostra casa è il cielo

Posté par atempodiblog le 25 janvier 2013

La nostra casa è il cielo dans Articoli di Giornali e News cuoregrandecielo

Viviamo in un mondo di illusioni e di inganni, ma la menzogna maggiore ci viene propinata quando ci vogliono fare credere che questa vita, la vita terrena, sia l’unica e la sola vera. Ci vogliono espropriare dell’unica vera vita, che è la vita eterna, quella che professiamo nell’ultimo articolo del Credo apostolico, quando affermiamo: «Credo vitam aeternam. Amen»: Dei dodici articoli del Credo, undici ci indicano la condizione dei cristiani nel tempo, l’ultimo, il dodicesimo, ci mostra la loro ricompensa, che è l’eternità. 

L’errore che consiste nel credere che la vita di quaggiù sia la vera vita, ha scritto mons. Gaume, è l’errore più radicale di tutti gli altri, perché non riguarda aspetti particolari o secondari, ma il nostro modo di essere, prende tutte le facoltà della nostra anima, confonde la nostra ragione e la nostra volontà, corrompe tutta la nostra esistenza.

Quest’errore non è solo teorizzato direttamente dagli evoluzionisti e dai pseudo scienziati atei, come Richard Dawkins o i nostri Odifreddi e Galimberti, ma viene inculcato in maniera più insidiosa dai mass media, dalla pubblicità, dalla pressione psicologica dei luoghi comuni. È un ateismo non teorico, ma pratico, una prospettiva secolarista radicalmente distorta perché non ci indica  nulla che vada oltre i piaceri e le pene, i beni e i mali della vita terrena. Era l’errore degli uomini che vissero al tempo del diluvio universale di cui il Vangelo dice che «Edebant et bibebant» (Mt. 24,38; Lc. 18, 27-28), mangiavano e bevevano. Pensavano solo ai piaceri e ai bisogni del corpo, a mangiare, a bere, a sposarsi, a divertirsi, a fare affari. Erano immersi nelle occupazioni del mondo. E tanto più l’uomo si occupa di questo mondo, tanto meno si occupa dell’altro.

La nostra casa invece è il cielo e il primo passo che dobbiamo fare per occuparci del cielo, è quello di respingere la filosofia di vita egoistica del nostro tempo, incentrata solo sulla soddisfazione dei nostri piaceri e dei nostri bisogni.

Quando recitiamo il Credo dobbiamo pronunziare con forza le ultime parole «Credo vitam aeternam», perché queste parole sono la nostra risposta al secolarismo e al laicismo che voglio convincerci che la vita eterna non esiste, che il Cielo è vuoto, secondo il titolo dell’ultimo insulso libro di Galimberti.
«Credo vitam aeternam»: in queste parole la Chiesa professa la sua fede nell’immortalità dell’anima e nell’esistenza della vita eterna. Ce lo insegna la Chiesa, ce lo dimostra la ragione, ce lo attesta la storia di tutti i popoli; l’anima è immortale: ha avuto un inizio, non avrà mai fine. Vivrà in eterno.

Immagine vivente del Dio vivente, l’uomo è vita. Per lui la vita non è solamente il primo e il più prezioso dei beni, ma è il suo essere. La vita è tutto, l’uomo la ama come se stesso.

Amiamo il bambino perché rappresenta la vita che nasce. Rispettiamo l’anziano perché in lui cogliamo la vita che declina. Tutto ciò che pensa e fa l’uomo lo fa per amore alla vita.

La cultura di morte contemporanea vuole spegnere la vita nel suo nascere, con l’aborto e l’infanticidio; vuole spegnerla al suo tramonto, con l’eutanasia; vuole estinguere non solo la vita del corpo, ma prima di tutto la vita dell’anima, e questo la fa diffondendo una mentalità evoluzionista e materialista. Ciò che ci viene proposto è un modello di uomo e di donna che cura al massimo il proprio corpo ma che dimentica la propria anima, che cerca ogni forma di piacere, ma che è incapace di dare un senso alla propria vita, che cerca la felicità sulla terra, ma si avvia alla infelicità, alla depressione, al suicidio.

Chi ci parla oggi del Cielo? Del Cielo non dovrebbero parlarci solo i sacerdoti, dovrebbe essere la società intera a ricordarcelo, in ogni occasione, come quando si faceva il segno della Croce prima di consumare il pasto e il linguaggio quotidiano conosceva formule come “grazie a Dio”, “se Dio vuole”, che esprimevano la convinzione dell’esistenza di una realtà soprannaturale e di una vita eterna dell’uomo.

Il Credo ci ricorda che il fine dell’uomo è il Cielo e Dio vuole che il maggior numero di anime raggiungano il Cielo ed evitino l’inferno, come dice la preghiera insegnata dalla Madonna ai tre pastorelli di Fatima: «Gesù mio, perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno e portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia».

Le religioni secolari hanno negato la vita eterna proponendo il paradiso terrestre della società senza classi marxista. Poi, dopo il crollo del Muro del Berlino, la cultura postmarxista vorrebbe convincerci che non esiste paradiso né celeste né terrestre, ma il nulla è la regola suprema della vita e della morte:
Noi diciamo Credo la vita eterna per indicare che non abbiamo alcun dubbio  sull’esistenza di una vita ultraterrena: una vita che sarà piena di tutti beni dell’anima e del corpo e di cui godranno i gusti, secondo i propri meriti. Questa vita eterna felice si chiama cielo. Il cielo è “la terra dei viventi,” perché  l’uomo che muore entra nella terra di coloro che vivono: terra viventium.

La terra è una valle di lacrime, dove tutto declina e muore, il cielo è una terra felice dove tutto vive e nulla muore. A York, in Inghilterra, Francis Ingleby (1551-1586), oggi beato, condannato a morte da Elisabetta I perché era un sacerdote cattolico, quando la sentenza fu pronunciata esclamò: “Credo vivere bona Domini in terra viventium”.

Quali sono i “beni del Signore” che i “viventi” godranno in Paradiso? Il bene primo e incomparabile a qualsiasi altro è la visione di Dio faccia a faccia e il suo possesso. Nel Cielo non solo vedremo Dio, fonte di ogni bellezza, non solo possederemo Dio, origine di ogni bene, ma diverremo simili a Lui. Questa sarà la nostra suprema gioia. Ma un giorno avremo anche la gioia di rivedere i nostri cari, e di godere con i cinque sensi del nostro corpo risorto, che avrà le caratteristiche della luminosa chiarezza, della agilità, della sottigliezza, della impassibilità.

Oggi ci raccontano che il Paradiso, come l’inferno, non è un luogo, ma una “condizione”. Così non pensano san Tommaso d’Aquino né i Padri della Chiesa che insegnano che il Cielo è la sede beata dei Giusti. L’inferno che la Madonna mostra ai tre pastorelli di Fatima è un luogo, non una condizione. Ed è a un luogo, non ad una condizione, che si riferisce Gesù, quando dice al Buon Ladrone «Oggi sarai con me in Paradiso».

Si dice, ed è vero, che il Regno di Dio, che è il cielo, comincia sulla terra, nella nostra anima. Quando è in grazia di Dio, la nostra anima è realmente un riflesso del cielo. Ma l’uomo  è un essere sociale: nasciamo e cresciamo in una famiglia, viviamo e moriamo in una società e di esse dobbiamo fare una anticipazione della felicità che godremo in Paradiso. Dobbiamo cristianizzare il mondo per fare in modo che questa valle di lacrime sia una valle felice, e non disperata, anche nella sofferenza.

Si può essere felici affrontando le difficoltà, abbracciando i sacrifici, soffrendo e lottando per quei grandi ideali che riempiono di gioia l’anima degli uomini. I santi non sono mai stati lugubri o tristi, ma allegri e gioiosi. Vi sono due note che distinguono chi cerca il cielo: una è lo spirito militante, l’altra è l’allegria che nasce dalla pace dell’anima di chi combatte nel tempo per conquistare la felicità eterna in cielo.

di Roberto De Mattei – Radici Cristiane

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Chi è il vero padrone del mondo

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2013

Chi è il vero padrone del mondo
di Padre Livio Fanzaga (Direttore di Radio Maria) – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da:
Piangereste di gioia

Chi è il vero padrone del mondo dans Articoli di Giornali e News vienisignoreges

Nel cuore di molti uomini del nostro tempo si nasconde un progetto inquietante. E’ quello di costruire un mondo in cui l’uomo stesso sia padrone assoluto, senza nessuno sopra di lui. A ben pensarci l’approdo ultimo dell’ateismo non è la negazione di Dio. Dopo aver negato l’esistenza di Dio, c’era un altro passo da fare: proclamare la divinità dell’uomo. Questo passo molti lo stanno compiendo. E’ il mondo moderno nel suo insieme che nega la dipendenza dal Creatore e proclama la sua totale autonomia. In questo mondo non ci sarebbe che l’uomo, signore del suo destino e detentore di ogni potere sulla sua vita.

Questa mentalità la trovi diffusa intorno a te, nelle persone che conosci, e forse penetra, senza che te ne renda conto, anche nelle fibre della tua anima. E’ un modo di concepire la vita come se Dio non ci fosse, come se non avessimo da rispondere a nessuno delle nostre azioni, e come se nessuno avesse stabilito i criteri immutabili del bene e del male.

Tutte le grandi civiltà del passato condividevano la certezza che questo mondo, e con esso l’uomo, fosse stato creato o plasmato da Dio: oggi molti pensano piuttosto che è l’uomo che ha creato Dio, illudendosi che qualcuno esistesse al di sopra di lui, perché lo aiutasse a risolvere i problemi della sua vita. La malattia spirituale dei nostri contemporanei è questa: pensano che per realizzarsi l’uomo debba fare a meno di Dio. Illusione tremenda, che già provocò la tremenda catastrofe alle origini della storia dell’umanità.

padreliviofanzaga dans Avvento

Senza Dio non c’è né futuro, né salvezza eterna
Ci sarà un tempo in cui gli uomini, nel loro insieme, cederanno a questa tentazione di costruire un mondo senza Dio, in cui essi si illuderanno di salvare se stessi con le loro proprie forze. Si tratta dei tempi ultimi, quando “Il Mistero di iniquità, sotto la forma di un’impostura religiosa, offrirà agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità” (Catechismo C. C.675).

E’ a questi tempi, collocati al termine della storia, ma che già sono anticipati nel presente, che Gesù fa riferimento nel brano odierno di vangelo. Proprio quando il mondo si sarà illuso di poter fare a meno di Dio, il grande falsario verrà smascherato e l’uomo scoprirà il baratro di vanità e di vuoto in cui è precipitato. Né la scienza, né la tecnica, né la politica, né l’economia, né la magia lo potranno salvare.

Gli uomini scopriranno la loro miseria, la loro fragilità e la loro presunzione. “L’angoscia” si impadronirà di loro, quando vedranno la loro impotenza davanti al terrore dei fenomeni naturali e “moriranno di paura” per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Povero uomo! Credeva di essere il padrone del mondo ed eccolo tremante e inerme di fronte alla maestà terribile dell’universo.

Allora sarà evidente a tutti che senza Dio non c’è possibilità né di futuro, né di salvezza. Senza di lui siamo perduti!

Tutti compariranno davanti al Figlio dell’uomo
Hai mai pensato, caro amico, che cosa ti attende nel prossimo futuro? Quanti progetti facciamo, senza mai pensare che il futuro non ci appartiene, ma ci viene dato istante dopo istante! Nei tempi in cui la fede colmava la vita, si usava dire: “A Dio piacendo, farò. A Dio piacendo, andrò”. E così via. Siamo creature e questo significa che non sopravviveremmo un solo momento nell’essere se Dio non ci sostenesse.
Gesù dice che ogni capello del tuo capo è contato. E’ proprio così. Persino ogni battito del tuo cuore è calcolato da Dio. E tu pretendi di guardare avanti senza fare i conti con lui? Tu ti illudi di avanzare nel futuro senza incrociarlo? Sappi che la tua vita va incontro al Signore che viene. Prima ancora che la storia finisca, tu ti troverai davanti al trono della sua maestà. E’ un appuntamento al quale non potrai sfuggire. Ti senti inquieto? Hai forse paura? Questo ti accade perché, come lo struzzo, ti ostini a nascondere la testa sotto la sabbia. Guarda avanti. Dio ti viene incontro. Preparati!

“Quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso”
Voglio subito chiarirti che l’incontro con Cristo può essere nel medesimo tempo pauroso e gioioso. Non c’è bisogno di aspettare la fine del mondo, quando Cristo “Verrà con potenza e gloria grande”, per comparire alla sua presenza. Questo accadrà per tutti nell’istante della morte. Momento grandioso e solenne, nel quale il velo sarà strappato e la verità sulla vita si manifesterà con lo splendore dell’evidenza.

Il suo sguardo di amore infinito si poserà sulla tua miseria, se tu, piccola e misera creatura, quale ognuno di noi è, avrai imparato ad alzare gli occhi del cuore verso di lui e a guardarlo come si guarda a uno che ti vuole bene, che ti vuole aiutare, che ti vuole salvare. Cadrai nelle sue braccia, caro amico, se avrai creduto che, sulla frontiera dell’abisso, era là Lui ad attenderti, per portarti con sé, laddove la gioia non ha tramonto.

Ma guai a noi, se quel giorno ci piomberà addosso all’improvviso e ci troveremo davanti Colui che abbiamo negato, che abbiano offeso, che abbiamo bestemmiato e che abbiamo respinto. Quale tremendo risveglio sarà quello, quando ci renderemo conto che abbiamo rifiutato per sempre la verità e l’amore.

“Vigilate e pregate in ogni momento”
Anche in questo Natale il mondo ti vuole sottrarre Cristo dal cuore. Lo vuole rapire dalle tue attese, dai tuoi desideri e dai tuoi progetti. Il mondo in questi giorni ti propone le cose, ma non Dio. Sarà ancora per te un Natale senza gioia e senza pace?

Accogli il tuo Signore che ti viene incontro come un viandante che chiede il tuo amore. Se tu avrai imparato, nel tempo del tuo pellegrinaggio, a considerare Gesù come un amico, in quel giorno in cui lo guarderai faccia a faccia, sarà un amico che tu incontri.

Nel cammino verso il Natale trova ogni giorno un momento in cui stare solo. Nella penombra di una chiesa o nel segreto della tua cameretta ascolta Dio che parla al tuo cuore. Senti quello che ti suggerisce la tua coscienza, che è la voce di Dio in te.

Sii sincero con te stesso. Lascia che la voce di Dio in te tolga il velo delle tue ipocrisie e ti dica chi veramente sei. Lascia che ti giudichi e che ti perdoni. Avrai l’umiltà di accettare la verità su te stesso e di lasciarti abbracciare dal tuo Dio e Padre, dal tuo Signore e Salvatore?

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Il segreto della confessione

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2013

Il segreto della confessione dans Fede, morale e teologia segretoconfessionericon

Il sigillo sacramentale (questo è il termine esatto), è di diritto divino da cui neppure la Chiesa può dispensare. In pratica, il Papa stesso non può ordinare a un sacerdote di rivelare quanto ha udito in confessione, neppure se ciò fosse necessario per salvare l’intero universo.
E ciò perché il sacerdote quando amministra il sacramento della penitenza, rappresenta Dio che “conosce il cuore dell’uomo”, davanti a cui si presenta il peccatore nella sua miseria, fiducioso di ricevere la misericordia di Dio. Se il penitente non fosse certo della discrezione del sacerdote, cadrebbe la necessaria fiducia e il precetto di confessare il peccato mortale sarebbe vanificato, col rischio, per molte anime, di cadere nella disperazione. A fronte di questo pericolo la stessa accusa di un innocente è un male minore della dannazione eterna.
I cann. 983-984 del Codice di Diritto Canonico, proibisce assolutamente di rivelare direttamente i peccati di una persona, o di prendere iniziative o altro che possano mettere in pericolo tale segreto, o di usare in qualsiasi modo le conoscenze acquisite nella confessione con “pregiudizio del penitente”, anche quando sia escluso il “pericolo di rivelare qualcosa”.
Il sacerdote che viola il sigillo cade immediatamente in una scomunica che può essere assolta solo dalla Santa Sede (latae sententiae). Persino coloro che per caso fossero venuti a conoscenza del segreto, se lo rivelassero, non solo commetterebbero peccato mortale, ma sarebbero passibili di gravi provvedimenti.
Il sigillo riguarda ogni confessione, anche quando il sacerdote non avesse potuto assolvere il penitente per mancanza di vero pentimento.
Naturalmente per chi non ha fede, tutto ciò potrebbe apparire una sciocchezza, dico “potrebbe”, perché anche umanamente parlando si può comprendere come sarebbe terribile se una persona, oppressa da una grande dolore e che si confidasse con un amico, venisse poi ad apprendere che il tutto è stato rivelato ad estranei. Per non parlare dei “segreti vitali” per il bene di un Paese, che quando vengono rivelati sono severamente puniti. E anche questi sono segreti che riguardano solamente il bene terreno, immensamente meno importante di quello eterno.
Del resto il Nuovo accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, 18 febbraio 1984, art. 4, n. 4, dice: «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero».
Pretendere che l’autorità pubblica abbia libero passaggio nelle coscienze di tutti, anche con la scusa della “giustizia”, sarebbe una tale minaccia alla libertà che è meglio tollerare eventuali ingiustizie che cadere sotto il giogo di meccanismi giuridici che troppo spesso – come la storia dimostra – manifestano l’automatismo di una macchina mortale.
Quando il penitente venisse a conoscenza in confessione di un delitto compiuto dal penitente per cui un innocente è stato condannato, il sacerdote dovrà eventualmente esortare il penitente ad autodenunciarsi, ma più di questo non potrà fare. A volte la custodia del segreto potrebbe essere veramente gravosa, ma il sacerdote deve accettare tutto come facente parte della propria croce particolare.
Ogni uomo e donna deve aver la certezza di trovare con sicurezza un cuore umano, consacrato in modo speciale da Dio e per Dio, pronto ad ascoltarli fino in fondo e pronto a dar loro quella pace che solo la grazia divina può donare.

di Massimiliano Maria Zangherati

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Le aspirazioni, le giaculatorie e i buoni pensieri

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2013

Le aspirazioni, le giaculatorie e i buoni pensieri dans Citazioni, frasi e pensieri francescodisales

Ci raccogliamo in Dio perché aspiriamo a Lui e aspiriamo a Lui per poterci in Lui raccogliere, di modo che l’aspirazione a Dio e il raccoglimento spirituale si sostengono a vicenda, ed entrambi hanno origine e nascono dai buoni pensieri.
Aspira dunque spesso a Dio, Filotea, con slanci del cuore brevi ma ardenti: canta la sua bellezza, invoca il suo aiuto, gettati in ispirito ai piedi della croce, adora la sua bontà, interrogalo spesso sulla tua salvezza, donagli mille volte al giorno la tua anima, fissa i tuoi occhi interiori sulla sua dolcezza, tendigli la mano come fa un bambino con il papà, perché ti guidi; mettilo sul petto come un profumato mazzolino di fiori, innalzalo nella tua anima come uno stendardo e conduci il tuo cuore in mille modi alla ricerca dell’amore di Dio, e scuotilo perché giunga ad un appassionato e tenero amore per questo Sposo divino.
Questo è il modo di innalzare le orazioni giaculatorie, che il grande S. Agostino consigliava con tanto zelo alla devota Proba. Se il nostro spirito si mette a frequentare con intimità e familiarità il suo Dio, o Filotea, rimarrà profumato delle sue perfezioni; questo esercizio non disturba l’andamento della giornata perché può trovare posto tra gli affari e le occupazioni, senza recar loro alcun pregiudizio, poiché, nel raccoglimento spirituale, come in questi slanci interiori, si operano soltanto piccole e brevi interruzioni che non nuocciono a quello che stiamo facendo, ma anzi sono di giovamento.

Tratto da: Filotea di San Francesco di Sales

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Santo Anello della Vergine

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2013

Santo Anello della Vergine dans Articoli di Giornali e News 208wm7r

[...] La tradizione orale ha sempre dato notizia dell’esistenza dell’Anello della Vergine, ma le prime testimonianze scritte – finora pervenute – si hanno dall’anno 985, quando un ebreo romano vendette l’anello con altri gioielli a un orafo di Chiusi, Ranieri, il quale la donò alla Chiesa di Santa Mustiola.
Nel 1473 il frate Winter di Magonza, con precisione scientifica, intrecciando vari documenti e facendo un’analisi della reliquia ne attestò la veridicità, e decise di portarla nel suo paese, ma durante la strada fu bloccato da una nebbia prodigiosa a Perugia, e decise di lasciare in quel luogo il Santo Anello. Le Autorità  Cittadine di allora lo custodirono per alcuni anni (dal 10 Luglio 1473) nella Cappella dei Decemviri del Palazzo dei Priori, ma quando la nuova cattedrale fu pronta, lo affidarono ai Canonici della Compagnia di San Giuseppe. Così la reliquia, dal 30 luglio 1488, è custodita nel Duomo di Perugia.
Il Santo Anello, sebbene ritenuto di onice, è più probabilmente di calcedonio e il colore verde della pietra  simboleggia la vita e la fertilità. Lo si può ammirare, gelosamente custodito, all’interno di un prezioso reliquiario commissionato al celebratissimo orafo perugino detto “Il Roscetto” ed è protetto da due casseforti, l’una in legno e l’altra in ferro, con ben 14 chiavi, di cui otto sono conservate dal Comune, una dal Collegio della Mercanzia, una dal Collegio del Cambio, una dall’arcivescovo, e tre dal Capitolo della Cattedrale. Il reliquario è in rame dorato, argentato e cesellato, ed è a forma di ciborio con cupola su quattro colonne che poggiano su statuette. Il tutto è collocato all’interno di una residenza a forma di tempietto, in argento, realizzata nel 1662 da Giovanni Antonio Vicenti (1636-1695).

Le fonti cittadine ci raccontano che il luogo fu sempre meta di pellegrinaggio proprio per la presenza del Santo Anello, reliquia che ci ricorda non solo l’importanza e l’indissolubilità del Sacramento del Matrimonio, ma anche che il matrimonio fondamento della Sacra Famiglia è l’esempio che ogni famiglia cristiana deve seguire ispirandosi a ciò che scrisse San Paolo agli Efesini (5,22-33): «tutti i cristiani devono essere sottomessi gli uni agli altri nella carità; in particolare, nel matrimonio la moglie è chiamata ad essere sottomessa al marito come la Chiesa lo è a Cristo, e il marito ad amare la moglie come Cristo ama la Chiesa, ed ha sacrificato se stesso per Lei».

di Emanuele Pressacco – Radici Crisitane

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Sposalizio della Vergine con Giuseppe (23 gennaio)

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2013

SPOSALIZIO DI MARIA E GIUSEPPE

La celebrazione liturgica della Festa dello Sposalizio di Maria e Giuseppe risale al XV secolo, come espressione della fede del popolo di Dio, che ha visto in questo matrimonio un evento fondamentale nella storia della salvezza. La festa della santa Famiglia si affianca a questa festa; qui è la celebrazione delle nozze, l’altra, consecutiva, quella della famiglia. Due aspetti interdipendenti, ma distinti e complementari, sia nella vita degli uomini, sia nel progetto di salvezza della Trinità. Uno mette in  risalto l’amore sponsale, l’altro il nucleo
familiare.

Sposalizio della Vergine con Giuseppe (23 gennaio) dans Maria Valtorta mariaegiuseppesposi

PREGHIERA AI SANTI SPOSI

Come Dio Padre,
nella Sua infinita Sapienza e immenso Amore,
affidò qui in terra il Suo Unigenito Figlio Gesù Cristo
a Te, Maria Santissima, e a te, San Giuseppe,
sposi della Santa Famiglia di Nazareth,
così noi, divenuti per il Battesimo figli di Dio,
con umile fede ci affidiamo e consacriamo a Voi.

Abbiate per noi, per i nostri figli, per le nostre famiglie,
le stesse premure e tenerezze avute per Gesù.

Aiutateci a conoscere, amare e servire Gesù
come voi l’avete conosciuto, amato e servito.

Otteneteci di amarVi con lo stesso amore
con il quale Gesù Vi ha amato qui in terra.

Proteggete le nostre persone,
difendeteci da ogni pericolo e da ogni male.

Accrescete la nostra fede,
custoditeci nella fedeltà alla nostra vocazione
e alla nostra missione: fateci santi.

Al termine di questa vita, accoglieteci con voi in cielo,
dove già regnate con Cristo nella Gloria eterna.

Tratto da: preghiereperlafamiglia.it

divisore dans Medjugorje

Cliccare per leggere lo scritto della Valtorta iconarrowti7 Sposalizio della Vergine con Giuseppe, istruito dalla Sapienza ad essere custode del Mistero.

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Ogni volta che l’orologio batte le tre

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2013

Ogni volta che l'orologio batte le tre dans Misericordia faustinamisericordiages

“Ogni volta che senti l’orologio battere le tre, ricordati di immergerti  tutta nella Mia Misericordia, adorandola ed esaltandola; invoca la sua  onnipotenza per il mondo intero e specialmente per i poveri peccatori,  poiché fu in quell’ora che venne spalancata per ogni anima. E’  un’ora di grande misericordia per il mondo intero”. “In quell’ora cerca di fare la Via Crucis, se i tuoi impegni lo  permettono - raccomandava Gesù a suor Faustinae se non puoi fare la  Via Crucis, entra almeno per un momento in cappella ed onora il mio  cuore che nel SS.mo Sacramento è pieno di misericordia. E se non puoi  andare in cappella, raccogliti in preghiera almeno per un breve momento  là dove ti trovi”. In quell’oraproseguiva il Salvatoreotterrai tutto per te stessa e  per gli altri. In quell’ora non rifiuterò nulla all’anima che mi  prega per la Mia Passione”.

Fonte: festadelladivinamisericordia.com

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Tutto Per Dio – Il miracolo dell’intenzione

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2013

Tutto Per Dio – Il miracolo dell’intenzione

Tutto Per Dio - Il miracolo dell’intenzione dans Citazioni, frasi e pensieri bambinicroceges

Che gioia pensare che la nostra “piccola” vita animata da grandi intenzioni soprannaturali supera incomparabilmente ciò che il mondo
chiama una gran vita, quando questa è pavesata da intenzioni meschine!

E’ difficile avere una intenzione perfetta orientata verso Dio. Quasi tutti i nostri movimenti sono misti a qualcosa di secondario. Tralasciamo il caso di colui che cerca il male. Parliamo qui di un cristiano che cerca Dio…, ma non Dio solamente…, Dio e un suo piccolo capriccio, una soddisfazione dell’amor proprio, un desiderio di benessere o di vanità…

“Per chi o per cosa agisco? Nella mia toeletta?… per piacere a Monica… o forse Giovanni! Nel mio lavoro? Per un sorriso del mio superiore! Nei miei compiti, nelle mie lezioni? Per ricevere i rallegramenti di un professore a cui voglio particolarmente bene… ?”

Sopprimere ogni miscuglio

Per qualche tempo, prima di agire, imponiti, con uno sforzo concreto ed esplicito, di eliminare , questo miscuglio, se esiste, per riuscire ad eliminarlo in modo spontaneo e costante in ogni caso.

Per essere più precisi: sforzati di agire per quel motivo che ti sembra più nobile. Prendiamo il caso di uno studente: devo fare il compito di francese; posso farlo: perché, in questo momento, è il mio dovere di cristiana e rappresenta la volontà di Dio su di me”, ecco il motivo perfetto, “oppure perché questo mi prepara il mio avvenire”, motivo eccellente, ma d’ordine umano e inferiore al precedente che era del tutto soprannaturale, “oppure perché mi da modo di essere apprezzata, mi da la possibilità di brillare”, motivo già molto meno nobile.

Bisogna sforzarsi di non lasciare mai dominare in noi motivi meno nobili, anche se legittimi, al punto di soffocare il vero motivo soprannaturale.

Potremmo ripetere altrettanto per i piatti da lavare, per i lavori di laboratorio, d’ufficio o dei campi.

Non credere tuttavia che tutto sia perduto se un’intenzione meno nobile fa capolino nel corso di un’occupazione.

Per riassumere, cerca di dare un movente sempre più soprannaturale a tutto ciò che fai cercando di agire per Gesù…

Tratto da: La Religione nella tua Vita di Gaston Dutil

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“Fatemi santo!”

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2013

“Fatemi santo!” dans Citazioni, frasi e pensieri Beato-Giustino-Maria-della-Santissima-Trinit-Russolillo

«Userò molto spesso la giaculatoria di S. Alfonso: “Mio Dio, Voi siete onnipotente, fatemi santo!” e molto più farò spesso l’atto di carità, con l’affetto del cuore, e con le opere buone».

Beato Sac. Giustino Maria della SS. Trinità

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Novena a San Giovanni Bosco (da recitarsi dal 22 al 30 gennaio)

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2013

Novena a San Giovanni Bosco (dal 22 al 30  Gennaio)

Novena a San Giovanni Bosco (da recitarsi dal 22 al 30 gennaio) dans Preghiere Don-Bosco-abbraccia-il-mondo

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.  Amen.
O Dio, vieni a salvarmi.
Signore, vieni presto in mio  aiuto.
Gloria al Padre…

I O glorioso San  Giovanni Bosco, per l’amore ardente che portasti a Gesù nel Santissimo  Sacramento e per lo zelo con cui ne propagasti il culto, soprattutto con  l’assistenza alla Santa Messa, con la Comunione frequente e con la visita  quotidiana, ottienici di crescere sempre più nell’amore, nella pratica di queste  sante devozioni e di terminare i nostri giorni rinvigoriti e confortati dal cibo  celeste della Santa Eucaristia.
Gloria al Padre…

II – O glorioso San Giovanni Bosco, per l’amore tenerissimo che portasti alla  Vergine Ausiliatrice che fu sempre tua Madre e Maestra, ottienici una vera e  costante devozione alla nostra dolcissima Mamma, affinché possiamo meritare la  sua potentissima protezione durante la nostra vita e specialmente nell’ora della  morte.
Gloria al Padre…

III O glorioso  San Giovanni Bosco, per l’amore filiale che portasti alla Chiesa e al Papa, di  cui prendesti costantemente le difese, ottienici di essere sempre degni figli  della Chiesa Cattolica e di amare e venerare nel Sommo Pontefice l’infallibile  vicario di Nostro Signore Gesù Cristo.
Gloria al  Padre…

IV O glorioso San Giovanni Bosco, per il  grande amore con cui amasti la gioventù, della quale fosti Padre e Maestro e per  gli eroici sacrifici che sostenesti per la sua salvezza, fa’ che anche noi  amiamo con amore santo e generoso questa parte eletta del Cuore di Gesù e che in  ogni giovane sappiamo vedere la persona adorabile del nostro Salvatore  Divino.
Gloria al Padre…

V O glorioso  San Giovanni Bosco che per continuare ad estendere sempre più il tuo santo  apostolato fondasti la Società Salesiana e l’istituto delle Figlie di Maria  Ausiliatrice, ottieni che i membri delle due Famiglie Religiose siano sempre  pieni del tuo spirito e fedeli imitatori delle tue eroiche virtù.
Gloria  al Padre…

VI O glorioso San Giovanni Bosco che  per ottenere nel mondo più abbondanti frutti di fede operosa e di tenerissima  carità istituisti l’Unione dei Cooperatori Salesiani, ottieni che questi siano  sempre modelli di virtù cristiane e sostenitori provvidenziali delle tue  Opere.
Gloria al Padre…

VII – O glorioso  San Giovanni Bosco che amasti con amore ineffabile tutte le anime e per salvarle  mandasti i tuoi figli fino agli estremi confini della terra, fa’ che anche noi  pensiamo continuamente alla salvezza della nostra anima e cooperiamo per la  salvezza di tanti nostri poveri fratelli.
Gloria al  Padre…

VIII – O glorioso San Giovanni Bosco che  prediligesti con amore particolare la bella virtù della purezza e la inculcasti  con l’esempio, la parola e gli scritti, fa’ che anche noi, innamorati di così  indispensabile virtù, la pratichiamo costantemente e la diffondiamo con tutte le  nostre forze.
Gloria al Padre…

IX – Oglorioso San Giovanni Bosco che fosti sempre tanto compassionevole verso le  sventure umane, guarda a noi tanto bisognosi del tuo aiuto. Fa’ scendere su di  noi e sulle nostre famiglie le materne benedizioni di Maria Ausiliatrice;  ottienici tutte le grazie spirituali e temporali che ci sono necessarie;  intercedi per noi durante la nostra vita e nell’ora della morte, affinché  possiamo giungere tutti in Paradiso e inneggiare in eterno alla Misericordia  divina.
Gloria al Padre…

Divisore dans San Francesco di Sales

Preghiera a San Giovanni  Bosco (festa del 31 Gennaio)

O San Giovanni Bosco, padre e maestro  della gioventù, che tanto lavorasti per la salvezza delle anime, sii nostra  guida nel cercare il bene delle anime nostre e la salvezza del prossimo; aiutaci  a vincere le passioni e il rispetto umano; insegnaci ad amare Gesù Sacramentato,  Maria Ausiliatrice e il Papa; e implora da Dio per noi una buona morte, affinché  possiamo raggiungerti in Paradiso. Amen.

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Jelena Vasilj di Medjugorje sarà a Napoli il 16 e il 17 febbraio 2013

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2013

NAPOLI
Sabato 16 Febbraio: presso il Santuario S. Francesco di Paola, Piazza del Plebiscito, Napoli.
Domenica 17 Febbraio: presso la Collegiata di Atrani

Jelena Vasilj di Medjugorje sarà a Napoli il 16 e il 17 febbraio 2013 dans Medjugorje jelenamedjugorjenapoli

Programma di sabato 16 Febbraio
Ore 16,30 S. Rosario
Ore 17,00 Adorazione eucaristica
Ore 18,00 S. Messa
Ore 19,00 Testimonianza e catechesi di Jelena Vasilj

Programma di domenica 17 Febbraio
Ore 15,00 S. Rosario
Ore 16,00 Testimonianza e catechesi di Jelena Vasilj
Ore 17,00 S. Messa

Fonte: Medjugorje Sardegna News

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Triduo di preghiera a San Francesco di Sales (per la memoria liturgica del 24 gennaio)

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2013

Triduo di preghiera a
San 
Francesco di Sales
( Devozione alla Divina Volontà d’Amore )
Triduo di preghiera a San Francesco di Sales (per la memoria liturgica del 24 gennaio) dans Preghiere sanfranscescodisales

O dolcissimo Santo, che nel tuo ardente amore per Dio hai conformato
sempre la tua alla Divina Volontà di Amore e hai detto che « il carattere delle
Figlie della Visitazione è di rimirare in ogni cosa questa Divina Volontà e
seguirla » , ottieni a noi la grazia di conoscere quanto amabile Essa sia sempre
e in ogni cosa; e credendo all’Amore di questa Divina Volontà per noi ed in
questo amore sperando, possiamo giungere ad amarLa secondo i tuoi desideri e i
desideri ardenti del Cuore di Gesù.
Gloria al Padre…

Tratto da: sanfrancescosales.it

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Il segno di croce

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2013

Il segno di croce dans Citazioni, frasi e pensieri Maria-Immacolata

Quando fai il segno di croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra.
Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l’animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, ti consacra, ti santifica. Perché? Perché è il segno della totalità ed il segno della redenzione.
Sulla croce nostro Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce egli santifica l’uomo nella sua totalità, fin nelle ultime fibre del suo essere. Perciò lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine; concentri in Dio pensieri, cuore e volere; dopo la preghiera, affinché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato. Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perché ci protegga. Nell’atto di benedizione, perché la pienezza della vita divina penetri nell’anima e vi renda feconda e consacri ogni cosa. Pensa quanto spesso fai il segno della croce, il segno più santo che ci sia!
Fallo bene: lento, ampio, consapevole. Allora esso abbraccia tutto il tuo essere, corpo e anima, pensieri e volontà, senso e sentimento, agire e patire, tutto vi viene irrobustito, segnato, consacrato nella forza del Cristo, nel nome del Dio uno e Trino.

Romano Guardini

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Ricorrere all’Angelo Custode

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2013

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“L’Angelo Custode ha molto più desiderio di aiutarvi di quanto voi ne abbiate nell’essere aiutati da Lui. In ogni afflizione ricorrete a Lui con fiducia ed Egli vi aiuterà”.

San Giovanni Bosco

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