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Preghiera per i defunti dettata da Gesù a Maria Valtorta

Posté par atempodiblog le 26 octobre 2012

Preghiera per i defunti dettata da Gesù a Maria Valtorta dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti mariavaltorta

«O Gesù, che con la tua gloriosa Risurrezione ci hai mostrato quali saranno in eterno “i figli di Dio”, concedi la santa risurrezione ai nostri cari, morti nella tua Grazia, e a noi, nella nostra ora.
Per il Sacrificio del tuo Sangue, per le lacrime di Maria, per i meriti di tutti i santi, apri il tuo Regno ai loro spiriti.
O Madre, il cui strazio ebbe termine nell’alba pasquale davanti al Risorto e la cui attesa di riunirti al tuo Figlio  cessò nel gaudio della tua gloriosa Assunzione, consola il nostro dolore liberando dalle pene coloro che amiamo anche oltre la morte, e prega per noi che attendiamo l’ora di ritrovare l’abbraccio di quelli che perdemmo.
Martiri e Santi che giubilate in Cielo, volgete uno sguardo supplice a Dio, uno fraterno ai defunti che espiano, per pregare l’Eterno per loro e per dire a loro: “Ecco, la pace si apre per voi”.
Diletti a noi cari, non perduti ma separati, le vostre preghiere siano per noi il bacio che rimpiangiamo, e quando per i nostri suffragi sarete liberi nel beato Paradiso coi santi, proteggeteci amandoci nella Perfezione, a noi uniti per la invisibile, attiva, amorosa Comunione dei Santi, anticipo di quella Perfetta riunione dei “benedetti” che ci concederà, oltre che di bearci della vista di Dio, di ritrovare voi quali vi avemmo, ma fatti sublimi dalla gloria del Cielo».

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“A Gesù per Maria”

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2012

“A Gesù per Maria”. Questo il motto cui fu sempre fedele nel corso della sua esistenza il venerabile don Placido Baccher (1781-1851). Definito l’“Apostolo dell’Immacolata”, è noto a Napoli per la diffusione del culto della “sua” Madonnina, che si venera nell’antica Basilica pontificia del Gesù Vecchio, nel centro antico della città.
Si tratta di una piccola statua in legno realizzata da un valido artista popolare napoletano, Nicola Ingaldi; le dimensione sono ridotte, ma la creazione artistica è vivacemente colorata, seguendo le indicazioni dello stesso don Placido, che volle la statua dell’Immacolata, così come l’aveva sognata una notte di tanti anni prima, nel buio di una cella…
di Gianandrea De Antonellis – Radici Cristiane

“A Gesù per Maria” dans Fede, morale e teologia v7fgom

Una famiglia fedele alla Chiesa e al Re
Già, perché don Placido, non ancora sacerdote, aveva sofferto la prigione: vi era stato molti anni prima, nel 1799, durante la rivoluzione giacobina che aveva instaurato a Napoli la cosiddetta Repubblica Partenopea.
La famiglia di don Placido (che era l’ultimo di sette fratelli), infatti, era rimasta fedele al Re, Ferdinando IV di Borbone, ed aveva aderito ad una società realista che tentava di riportare sul Trono il legittimo sovrano.
Accadde che il fratello di don Placido, Gerardo Baccher, consegnò ad una sua amica, la famosa Luisa Sanfelice, un salvacondotto che la avrebbe messa al riparo da eventuali ritorsioni dei legittimisti. Costei, di costumi non irreprensibili, fece pervenire il salvacondotto ad un suo amante, di fatto denunziando i Baccher che vennero tutti arrestati.
Gerardo e un altro fratello, Gennaro, vennero fucilati l’ultimo giorno di esistenza della sanguinaria Repubblica Partenopea (durò soli sei mesi, ma i suoi tribunali, emuli di quelli del “Terrore” parigino, mandarono a morte una media di dieci persone al giorno), nonostante l’esercito del cardinale Ruffo premesse alle porte di Napoli e la flotta inglese di Nelson impedisse i rifornimenti dal mare.
Con disumana crudeltà, i prigionieri furono più volte condotti sul luogo dell’esecuzione e quindi di nuovo in cella prima di essere realmente fucilati, per torturarli con la speranza di una grazia. Il padre e due altri fratelli si salvarono solo perché, essendo stata rimandata di un giorno la loro esecuzione, le truppe lealiste del Cardinal Ruffo conquistarono la città e liberarono i prigionieri.

Miracolosa liberazione
Miracolosa la liberazione dalle carceri giacobine: la Madonna gli appare e lo esorta a sperare; il giorno dopo, poco prima della fucilazione, viene invitato a tornare a casa da un giudice: appena uscito, lo stesso giudice si accorge della sua assenza e ordina la sua esecuzione immediata, ma è troppo tardi.
Dal canto suo, il giovane Placido (aveva solo 18 anni) passò in cella 70 giorni di sofferenze e umiliazioni da parte dei carcerieri; questi gli avevano tolto ogni oggetto personale, lasciandogli solamente il rosario.
La notte di un venerdì ebbe un sogno celestiale: la Vergine gli apparve e lo esortò a diffondere per Napoli la propria devozione. Il risveglio, ancora nelle carceri del Castel Capuano, fu traumatico, ma nel corso della giornata avvenne un miracolo: portato nella Cappella dei condannati a morte e quindi di fronte alla Commissione rivoluzionaria che doveva leggergli la sentenza, sentì dirsi da un giudice – visibilmente commosso dal suo aspetto umile e pacifico – che poteva andare.
Si parla di miracolo perché di lì a poco lo stesso giudice notò la sua assenza e comandò di rintracciarlo per eseguire immediatamente la fucilazione.
Varie sono le traversie che accompagnarono le ore successive di Placido: egli riuscì a sfuggire alla cattura calandosi in un pozzo, sopravvisse a una grave ferita alla testa procuratosi nella fuga, venne addirittura arrestato per errore dai sanfedisti che lo scambiarono per un giacobino, ma finalmente fu riconosciuto dal cardinal Ruffo, il quale ordinò che venisse accompagnato sotto scorta alla propria abitazione.

Sacerdote dell’Immacolata
Passata la bufera rivoluzionaria, Placido Baccher, che era già terziario domenicano, sentì rinforzarsi la propria vocazione e nel 1802 vestì l’abito talare frequentando e studiando da esterno prima presso la Congregazione sacerdotale di S. Maria Regina Apostolorum (dove aveva studiato S. Alfonso Maria de’ Liguori), poi presso il collegio di S. Tommaso.
Completati gli studi venne ordinato sacerdote il 30 maggio del 1806, celebrando la prima Messa nella chiesa di S. Lucia al Monte, ai piedi del Santuario dell’Immacolata fatto erigere dalla venerabile suor Orsola Benincasa. Una chiesa che gli stava a cuore, poiché fin da ragazzo vi seguiva la madre ogni sabato: un santuario che la venerabile aveva edificato alle falde del Castel S. Elmo, quasi a proteggere dall’alto la città.
Erano gli anni del dominio napoleonico: Giuseppe Bonaparte era diventato Re di Napoli, ed era ripresa certa politica anticlericale. Mentre venivano incarcerati molti partigiani dei Borbone (lo stesso padre di don Placido, Vincenzo, finì nel terribile carcere piemontese di Finestrelle, una sorta di “Siberia” nostrana), si procedeva alla soppressione di 12 conventi e 26 monasteri nella sola Napoli, veniva espulso l’arcivescovo (che non aveva voluto giurare fedeltà al Napoleonide).
In questa situazione drammatica don Placido comprese l’importanza della propria missione: tener viva la devozione per l’Immacolata, che in lui risaliva alla gioventù e si era consolidata nel periodo di prigionia; egli poté esprimerla al meglio dopo l’ordinazione sacerdotale: don Placido prese immediatamente a fare apostolato in alcune chiese napoletane, instaurando la pratica dei raduni del sabato per recarsi alla chiesa dell’Immacolata; quando poi venne nominato, nel 1811, rettore della Chiesa del SS. Salvatore, conosciuta anche come chiesa del Gesù Vecchio (i gesuiti ne avevano costruita poco distante un’altra, magnifica, chiamata del Gesù Nuovo), don Placido si profuse per trasformarla in un fervido centro di devozione mariana.
Va detto, a questo punto, che la chiesa, dopo l’espulsione dei Gesuiti dal Regno (1768) e la soppressione dell’Ordine (1773), venne annessa all’adiacente università e rischiò di diventare un teatro o l’Aula Magna della stessa.
Quindi don Placido investì ogni sforzo (e anche ogni sostanza personale) per realizzare il ripristino e la riapertura del tempio. Fedele al suo motto “A Gesù per Maria”, fu ardente zelatore del Rosario, da lui considerato arma validissima di apostolato; promosse il culto eucaristico, esortando i fedeli alla Comunione; favorì il culto dei santi gesuiti, primi fondatori della chiesa, in particolare di san Luigi Gonzaga, che aveva abitato lì dal 1586 al 1587; fece costruire l’organo per rendere più solenni le funzioni religiose, riportò al loro splendore i marmi, i bronzi, le suppellettili, gli arredi sacri e le panche, avendo ben compreso l’importanza della bellezza per elevare lo spirito.

La “Madonnina di don Placido”
Malgrado tutto, però, a don Placido la chiesa sembrava una reggia senza regina: fu allora che ebbe l’idea di porre sull’altare maggiore la statua dell’Immacolata, la “Madonnina di don Placido”.
Il culto che si instaurò nel Gesù Vecchio per la Vergine si diffuse per tutta Napoli e folle di fedeli affollavano la chiesa per le cerimonie del sabato, per la Novena e per la festa dell’Immacolata Concezione, particolarmente cara a Napoli ed alla dinastia borbonica (la colonna dell’Immacolata di Piazza di Spagna a Roma venne fatta costruire per volontà ed a spese del sovrano napoletano).
Nel 1826, celebrandosi il Giubileo – con un anno di distanza rispetto all’Anno Santo romano – le cerimonie culminarono con l’apposizione di una corona che il Capitolo Vaticano ogni anno destinava ad una statua mariana che fosse ritenuta celebre per antichità, miracoli o devozione popolare.
Don Placido pose la candidatura della “sua”statua non senza esitazione, in quanto mancava il requisito dell’antichità. Il “processo” si tenne a Roma e lo stesso Papa Leone XII appoggiò la proposta della chiesa napoletana: il 30 dicembre 1826 avvenne la solenne incoronazione della piccola “Madonnina” alla presenza della famiglia reale, della corte e delle principali autorità: nelle strade adiacenti vennero schierati alcuni reparti dell’esercito, mentre i cannoni di Castel S. Elmo e Castel Nuovo sparavano a festa.

Una vita santa
Quel successo rappresentò per don Placido la gioia più grande: considerandosi un semplice prete, umile e penitente, non beveva mai liquori o vini, digiunava tutti i sabati con solo pane e acqua, quando il confessore l’obbligò a cibarsi, il suo pasto si componeva di dodici fagioli o 15 ceci; portava sotto la veste talare il cilicio e spesso si flagellava.
Ricevette varie onorificenze che non ostentò mai; venne nominato Cavaliere di Malta e mise le sue insegne al collo della Madonnina del suo Oratorio privato; rifiutò un vescovado nel Regno delle Due Sicilie e la nomina a canonico della cattedrale per dedicarsi anima e corpo all’Immacolata ed al suo culto.
Nel 1836, l’anno del colera (che mieté oltre 10.000 vittime), fu in primo piano nell’organizzare i soccorsi alla popolazione, non solo con digiuni personali, voti e preghiere, ma anche correndo da un capo all’altro della città, organizzando squadre di soccorso, raccolta e distribuzione di biancheria, indumenti e medicine.
Al termine del morbo i parrocchiani del Gesù offrirono alla statua della Madonna il raggio d’argento che tuttora la circonda.
Nel 1849 Pio IX, scacciato dalla Repubblica Romana ed accolto trionfalmente nel Regno delle Due Sicilie, visitando Napoli si trattenne presso la chiesa del Gesù Nuovo, vi celebrò messa e pregò in ginocchio presso la statua dell’altare: quindi dichiarò di mettersi sotto la protezione di Maria Immacolata.
In quel periodo ebbe più volte occasione di ricevere don Baccher in udienza privata e si ritiene che l’impulso a proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione sia nato proprio durante la visita al Gesù Vecchio ed i colloqui con don Placido.
Ma l’anziano sacerdote napoletano non avrebbe potuto assistere alla solenne proclamazione del dogma, avvenuto nel 1854: morì infatti il 19 ottobre 1851, dopo una breve malattia, e come da suo desiderio venne tumulato dietro l’altare maggiore della basilica di cui per 40 anni era stato attivissimo rettore, proprio sotto la protezione di quella statua che aveva tanto amato e di fronte alla quale fino all’ultimo si era mortificato con tanta disciplina.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta il 12 maggio 1909 e il 27 febbraio 1944 si ebbe il decreto sull’eroicità delle virtù e il titolo di Venerabile.

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Tutto è bello

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2012

Tutto è bello dans Citazioni, frasi e pensieri autunno

-Avete mai visto una foglia d’albero?
-Sì.
-Ne ho vista poco fa una gialla, un po’ verde, un po’ marcita ai bordi. La portava il vento. Quando avevo dieci anni, d’inverno chiudevo gli occhi apposta e m’immaginavo una foglia verde, d’un bel verde acceso, con le venature; e il sole che brillava. Aprivo gli occhi e non ci credevo, perché era tanto bello; poi li richiudevo.
-Che cosa sarebbe? Un’allegoria?
-N…no… perché? Non è un’allegoria, ma semplicemente una foglia, soltato una foglia. La foglia è bella. Tutto è bello.
-Tutto?
-Tutto. L’uomo è infelice perché non sa che è felice; solo per questo. E’ tutto lì, tutto! Chi lo scopre diventa felice, subito, sul momento! […]

Fëdor Dostoevskij – I Demoni

Tratto da: In ogni atomo

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Napoli: filo diretto col Purgatorio

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2012

Napoli: filo diretto col Purgatorio
Il culto delle anime dei defunti segna l’arte e la vita quotidiana di Napoli. L’esempio di una città che, cattolicamente, rispose alle epidemie e alla morte con la fede e la fantasia. Chiese, edicole, devozioni personali parlano all’uomo del suo destino finale.
di Marcello D’Orta – Il Timone

Napoli: filo diretto col Purgatorio dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti Santa-Maria-delle-Anime-del-Purgatorio-ad-Arco

Si dice che Napoli sia un teatro all’aria aperta; che ogni giorno, specialmente nel centro antico, si rappresenti la Commedia dell’Arte. Nel Seicento anche le chiese di Napoli diventavano palcoscenico. Non vi si recitava l’opera buffa ma il dramma, il dramma della morte e del dolore. Il sec. XVII fu il secolo delle grandi epidemie, ma anche il secolo del barocco e della Controriforma. A Napoli c’è una chiesa che riassume, per dir così, questi tre momenti “spettacolari”. Si tratta della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, altrimenti nota come Purgatorio ad Arco, o chiesa d’e cape ‘e morte.

Questo gioiello dell’architettura barocca sorge in via Tribunali, una delle più affollate e vive strade cittadine. «Chi vuol capire via Tribunali – ha scritto Adrian Martin – deve scomodarsi a scendere nella cripta del Purgatorio. Infatti, come intuire, anche approssimativamente, la totalità della vita, senza essere penetrato nel regno delle ombre? […] La famosa gioia di vivere del popolo napoletano non sarebbe altro che un roseo sentimentalismo da operetta se non vi si contrapponesse, con la stessa passione ed onnipresenza, l’amore per la morte».

Errore. Napoli non ama la morte, Napoli ama la vita. Sempre. L’ama al punto da vestire la morte dei suoi panni. Il culto delle anime del Purgatorio, che in questa chiesa trova la sua massima espressione pittorica e pittoresca (vedremo il perché), nasce proprio da questo sentimento così forte. Nell’ossario di questo tempio (al quale si accede scendendo una lugubre scala) il popolo avviò un quotidiano e confidenziale dialogo con i teschi (capuzzèlle), come si trattasse di gente ancora viva, ma con poteri particolari, primo fra tutti quello di intercedere presso Dio.

Qualunque altra civiltà al mondo avrebbe chinato il capo davanti al trionfo della Morte; Napoli oppose la sua fede e la sua fantasia. Nel 1656 la peste, dopo aver mietuto vittime in mezza Europa, si abbatté sulla città, uccidendo i tre quarti della popolazione. Il numero dei morti era così alto che, non sapendo più dove seppellire i corpi, molti furono stipati in grotte e caverne, altri sotterrati in chiese, orti, spiagge, quando non gettati nelle chiaviche o in mare. La restante popolazione, anziché volgere lo sguardo irato al Cielo, si volse ai suoi santi protettori. Furono composte in onore di San Gennaro e dell’Addolorata (la spagnolesca Vergine dal petto trafitto di spade) processioni che tra canti, preghiere e flagellamenti invocavano la protezione sulla città. Nelle grandi calamità naturali (eruzione del Vesuvio, terremoti, epidemie) e sociali (guerre, rivoluzioni, rivolte), Napoli si è sempre stretta attorno al suo patrono, e san Gennaro – come recita il titolo di un famoso libro – non ha mai detto di no.

Davanti all’ecatombe di morti, i napoletani, lungi dal perdere la speranza e arrendersi alla Parca, hanno elevato un altare alla Vita, certo ricordandosi delle evangeliche parole: «Io sono la Via, la Verità e la Vita. Chi crede in me non morirà in eterno». Fede e fantasia. Siccome la maggior parte dei morti era gettata nelle fosse comuni, chi voleva piangere un figlio, un parente, un amico scomparso, doveva recarsi negli ipogei delle chiese, dove solo i più ricchi o i prelati avevano sepoltura. Qui “adottava” un teschio tra le centinaia ammonticchiate, lo spolverava, gli dava il nome del proprio defunto e lo piangeva come tale. Non sempre il teschio rappresentava un congiunto scomparso; anzi, la pietà si indirizzava per lo più al culto delle cosiddette “anime pezzentelle”, cioè anime del Purgatorio abbandonate da tutti, anche dai parenti, per le quali nessuno versava una lacrima. «Nelle civiltà del nord si nasconde la morte – ha scritto Jean Noel Schifano – mentre qui […] costituisce un modo per comunicare ancora tra i vivi attraverso la memoria del morto. Il culto dei morti è il culto della vita. Non a caso Napoli è la città europea in cui i suicidi sono meno frequenti».

Abbiamo esordito parlando di teatralità. La Controriforma doveva ricordare a tutti la fragilità dell’essere umano, e il momento del Giudizio. Nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, il riferimento alla morte è costante, come attestano sculture rappresentanti teschi alati, tibie, femori incrociati, clessidre, e dipinti. Molte funzioni religiose, qui come in altre chiese della città, si svolgevano la notte, perché «giovano non poco al compungimento de’ cuori le tenebre della notte, che coll’horrore natio intimorendo gli animi gli dispongono più attamente a’ colpi del divino timore». Le prediche avevano come soggetto la morte e il castigo per i peccatori. Un momento che senz’altro potremmo definire terrificante era il “dialogo col teschio”. Il predicatore, dal pulpito, prendeva in mano un cranio e gli dava la sua voce, contraffacendola. Quando si rivolgeva al teschio lo guardava, quando era il teschio a rispondere, lo voltava verso i fedeli. Molti di questi erano colti da malore, sicché diventava «necessario al predicatore d’intermettere il discorso […] per dar luogo a gemiti e singhiozzi degli uditori, che gli impedivano di parlare».

Però, terminata la celebrazione, gli stessi animi timorosi si “riconciliavano” con i crani (e quindi con la morte) promettendogli preghiere e suffragi, in cambio di favori. Se la grazia tardava a realizzarsi, il fedele non spolverava più il teschio e poteva giungere pure a percuoterlo.

Il rapporto strettissimo fra la popolazione e le Anime del Purgatorio si evidenzia anche nel numero delle edicole votive, che a Napoli sono non meno di duemila. Molte rappresentano proprio le Anime del Purgatorio, piccole figure di creta avvolte dalle fiamme che stendono le braccia al Crocifisso o alla Madonna. Ogni edicola ha il suo “curatore”, cioè l’abitante del vicolo che controlla la freschezza dei fiori o il corretto funzionamento dell’impianto di illuminazione.

«Vi erano [nell’ipogeo] delle ragazze, anche giovani e belle, che si alzavano in punta di piedi per sussurrare al teschio, con un bacio quasi appassionato, la loro preghiera segreta» (Gustav Herling). È superstizione, questa, o (straordinaria) testimonianza di fede?

Ricorda
«Che cos’è il purgatorio?
Il purgatorio è lo stato di quanti muoiono nell’amicizia di Dio, ma, benché sicuri della loro salvezza eterna, hanno ancora bisogno di purificazione, per entrare nella beatitudine celeste.

Come possiamo aiutare la purificazione delle anime del purgatorio?
In virtù della comunione dei santi, i fedeli ancora pellegrini sulla terra possono aiutare le anime del purgatorio offrendo per loro preghiere di suffragio, in particolare il Sacrificio eucaristico, ma anche elemosine, indulgenze e opere di penitenza».

(Catechismo della Chiesa Cattolica, Compendio, nn. 210211).

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Offertorio del Prez.mo Sangue di N. S. per le anime purganti

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2012

Offertorio del Prez.mo Sangue di N. S. per le anime purganti

Offertorio del Prez.mo Sangue di N. S. per le anime purganti dans Don Giustino Maria Russolillo Ges

SS. Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo per le mani di Maria SS.ma Addolorata, Vi offriamo il perz.mo Sangue di N. S. Gesù Cristo:

  • Per tutti quelli che ci hanno preceduto nell’eternità e sono nella Santa Chiesa Purgante;
  • Per tutte le anime per le quali Voi volete che noi preghiamo e che da noi più si aspettano di essere aiutate, e che più si interessano di noi;
  • Per tutte le anime che noi siamo tenute a suffragare per motivi di giustizia, fedeltà, carità, specialmente se ce ne fossimo dimenticati prima;
  • Per le anime più vicine al Paradiso e per quelle più lontane, per le anime degli ecclesiastici e dei religiosi, per quelle che furono in autorità ecclesiastiche o civili;
  • Per le anime dei morti di recente, per le anime dei santi falliti; per le anime morte fuori dal corpo della Chiesa, ma pur salvate dalla Vostra grazia;
  • Perché ci accresciate a tutti la fede, la speranza, la carità di Dio e del prossimo e fare il Purgatorio in questa vita presente nel fuoco dell’Amore Vostro.

O Divina trinità intendiamo offrirvi incessantemente il Prez.mo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo perché la Vostra volontà si adempia, il Vostro amore trionfi, la Vostra gloria risplenda in noi e in tutti, sempre più come in Voi stesso! Amen.

Beato Giustino Maria Russolillo

Divisore dans San Francesco di Sales

Cliccare Freccia dans Viaggi & Vacanze QUI per recitare la novena alle Sante Anime del Purgatorio del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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Suor Faustina e le anime sofferenti del Purgatorio

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2012

Suor Faustina e le anime sofferenti del Purgatorio dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti faustinaelastelladelmar

La cara Madre Superiora mi mandò, assieme ad altre due suore, a passare le vacanze a Skolimòw, un po’ fuori Varsavia. In quel tempo domandai al Signore Gesù: «Per chi ancora devo pregare?». Gesù mi rispose che la notte seguente m’avrebbe fatto conoscere per chi dovevo pregare. Vidi l’Angelo Custode, che mi ordinò di seguirlo. In un momento mi trovai in un luogo nebbioso, invaso dal fuoco e, in esso, una folla enorme di anime sofferenti. Queste anime pregano con grande fervore, ma senza efficacia per se stesse: soltanto noi le possiamo aiutare. Le fiamme che bruciavano loro, non mi toccavano. Il mio Angelo Custode non mi abbandonò un solo istante. E chiesi a quelle anime quale fosse il loro maggior tormento. Ed unanimemente mi risposero che il loro maggior tormento è l’ardente desiderio di Dio. Scorsi la Madonna che visitava le anime del purgatorio. Le anime chiamano Maria «Stella del Mare». Ella reca loro refrigerio. Avrei voluto parlare più a lungo con loro, ma il mio Angelo Custode mi fece cenno d’uscire. Ed uscimmo dalla porta di quella prigione di dolore. Udii nel mio intimo una voce che disse: «La Mia Misericordia non vuole questo, ma lo esige la giustizia». Da allora sono in rapporti più stretti con le anime sofferenti del purgatorio.

Santa Faustina Kowalska

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Una passeggiata dei giovani al Paradiso

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2012

Una passeggiata dei giovani al Paradiso dans San Giovanni Bosco passeggiatainparadiso

Questo sogno Don Bosco lo ebbe nelle notti del 3, 4, 5 aprile 1861.
È un sogno originale sotto tanti aspetti ed è testimoniato dai due primi e più autorevoli cronisti dell’Oratorio di Don Bosco: Don Domenico Ruf fino e Don Giovanni Bonetti, che lo definirono «uno di quei sogni che il Signore si compiace a quando a quando di mandare ai suoi servi fedeli ».
Don Bosco sogna di fare con i suoi giovani una eccezionale passeggiata, che ha per meta il paradiso, nientemeno! Si mettono in cammino pieni di gioia, ed eccoli ai piedi di una collina incantevole. Spira un’aria primaverile, nell’atmosfera regna una calma, un tepore, una soavità di profumi, una luminosità che mettono l’argento vivo addosso a quelle centinaia di giovani, i quali passano di sorpresa in sorpresa, di gioia in gioia, trovando, a mano a mano che salgono, ogni sorta di frutta le più squisite, dalle ciliegie all’uva matura.
L’impressione di tutti è di essere giunti in paradiso ma, arrivati alla sommità della deliziosa collina, vedono un vasto altipiano, oltre il quale si eleva un’altissima montagna che tocca le nubi. Su per quella si vedeva una grande moltitudine che saliva con stento. Quando poi giungevano alla meta, erano ricevuti con gran festa e giubilo. Tutti capirono che quello era il paradiso e si lanciarono di corsa a percorrere l’altipiano che li separava dalla montagna.
Ma ecco che a un tratto si trovarono davanti a un lago di sangue, largo, dice Don Bosco, come dall’Oratorio a Piazza Castello (un buon chilometro). I giovani che erano giunti per primi si fer marono inorriditi. Tutti diventarono silenziosi e malinconici. Sulla riva si leggeva scritto a grandi caratteri: PER SANGUINEM (attraverso il sangue). Ai giovani che domandavano curiosi che cosa significasse quello spettacolo, un personaggio misterioso (pensiamo sia la solita Guida), rispose:
— Qui c’è il Sangue di Gesù Cristo e di tutti quelli che andarono in paradiso versando il loro sangue: qui sono i Martiri. Né i giovani né Don Bosco si sentirono di passare attraverso quel lago di sangue. Perciò lo costeggiarono andando in cerca di un altro passaggio. Ed eccoli entrare in un terreno sparso di querce, allori, palme e altre piante. Camminavano felici all’ombra di quelle piante, quando si presenta loro un altro spettacolo: un secondo grande lago pieno d’acqua. Sulla riva si leggeva a grandi caratteri: PER AQUAM (attraverso l’acqua). Anche qui i ragazzi si domandavano che cosa significasse quel secondo lago, tanto più che vedevano alcuni camminare su quell’acqua appena sfiorandola con i piedi.
— In quel lago — rispose la Guida — c’è l’acqua del santo Battesimo, nella quale devono essere bagnati tutti quelli che vogliono andare in paradiso. Vedete quei giovani che camminano veloci su quell’acqua? Sono gli innocenti.
Alcuni si misero a correre su quell’acqua, ma la maggior parte guardava Don Bosco come per dirgli:
— Andiamo anche noi?
Ma Don Bosco rispose:
— Per conto mio non mi credo così santo da passare su quel l’acqua senza caderci dentro.
Allora tutti esclamarono:
— Se non osa lei, tanto meno noi!
Continuarono quindi a girare in cerca di un passaggio alla montagna del paradiso; ed eccoli di fronte a un terzo lago, vasto come il primo, pieno di fuoco e di fiamme. Sulla sponda stava scritto:
PER IGNEM (attraverso il fuoco). La guida misteriosa disse:
— Qui c’è il fuoco dell’amor di Dio, per cui devono passare quelli che non sono passati per il sangue del martirio o per l’acqua del Battesimo.
«Ci affrettammo a passare oltre — dice Don Bosco —, ma ben presto ci vedemmo sbarrata la via da un altro lago: era pieno di bestie feroci che stavano con le fauci spalancate pronte a divorare chiunque passasse. La solita Guida disse:
— Queste bestie sono i demoni, i pericoli e le trame del mondo. Costoro che passano impunemente sono le anime giuste, sono coloro di cui Gesù ha profetato: Io vi ho dato il potere di calpestare serpenti e scorpioni e di annientare ogni resistenza del nemico. Niente vi potrà fare del male» (Lc 10,19).
— Andiamo anche noi! — gridarono alcuni.
— Io non ne ho il coraggio — disse Don Bosco —; è da presuntuosi pretendere di passare illesi sulle teste di quei mostri feroci.
— Oh — gridarono i giovani in coro — se non si sente lei, tanto meno noi!

Si allontanarono quindi dal lago delle bestie, cominciando a perdere la speranza di trovare un passaggio comodo alla montagna del paradiso, quando s’incontrarono in molta gente che camminava allegramente verso il paradiso, pur essendo ridotti in condizioni pietose: chi mancava di un occhio, chi di un piede, chi di una mano, chi della lingua. I giovani guardavano meravigliati, quando la Guida disse:
— Sono gli amici di Dio, sono coloro che per salvarsi si mortificarono nei vari sensi del corpo e riuscirono a passare illesi tra i pericoli del mondo. Se volete anche voi arrivare al paradiso, potete unirvi a loro e camminare allegramente per la via della mortifi cazione.
A questo punto la voce della Guida fu sopraffatta dalle grida di «Bravo!», «Bene!» che venivano dalla cima della montagna per incoraggiare quelli che salivano faticosamente per l’erta.
Finalmente Don Bosco con i suoi giovani arrivò su di una piazza gremita di gente, che terminava in un sentiero piccolo piccolo, tra due alte rupi. Chi si metteva per quel sentiero, uscito dalla parte opposta, doveva passare per un ponte strettissimo e senza ringhiera, sotto il quale si inabissava uno spaventoso precipizio.
— Ecco il sentiero che mena al paradiso — esclamarono i giovani. E si incamminarono per quello. Giunti però al ponte, si fermarono spaventati e non osavano inoltrarsi. A Don Bosco che faceva loro coraggio, rispondevano:
— Venga lei a fare la prova. Noi non osiamo perché se sbagliamo un passo, cadiamo nell’abisso.
«Ma finalmente — continua Don Bosco — uno si avanzò per primo e così, uno dopo l’altro, siamo passati al di là e ci trovammo ai piedi della montagna. Ci provammo a salire, ma non trovavamo nessun sentiero; mille difficoltà e impedimenti si opponevano: in un luogo c’erano accatastati macigni sparsi disordinatamente, in un altro c’era una rupe da sormontare, qui un precipizio, là un cespuglio spinoso che ci impediva il passo. Dappertutto ripida la salita. Tuttavia non ci sgomentammo e incominciammo ad arrampicarci con ardore. Dopo breve ora di faticosa ascesa, aiutandoci di mani e di piedi, a un certo punto trovammo un sentiero più praticabile e potemmo salire più comodamente.
Quand’ecco arrivammo in un luogo dove vedemmo molta gente, la quale pativa in un modo così orribile, così strano, che tutti restammo compresi di orrore e di compassione. Io non posso dirvi quello che vidi, perché vi farei troppa pena; e voi non potreste resistere alla mia descrizione.

Intanto vedevamo un gran numero di altra gente che saliva anch’essa, sparsa su per i fianchi del monte; e quando arrivava alla cima, veniva accolta da quelli che l’aspettavano, fra grandi feste e prolungati applausi. Udivamo nello stesso tempo una musica celeste e un canto di voci le più dolci, che ci incoraggiavano a salire su per quell’erta.
Eravamo giunti anche noi quasi alla cima della montagna, quando mi volsi indietro per vedere se avevo con me tutti i giovani; ma con vivo dolore mi trovai quasi solo. Di tanti miei piccoli compagni non me ne restavano che tre o quattro. Guardai all’ingiù e li vidi sparsi per la montagna, chi a cercare lumache tra i sassi, chi a raccogliere fiori senza odore, chi a raccogliere frutti selvatici, chi a correre dietro alle farfalle, e chi tranquillamente seduto a riposare all’ombra di una pianta. Io mi misi a gridare con quanta voce avevo in gola, mi sbracciavo a far loro segni, li chiamavo per nome a uno a uno. Qualcuno venne, sicchè erano poi circa otto i giovani intorno a me. Tutti gli altri continuavano a occuparsi in quelle loro bazzecole. Ma io non volevo assolutamente andare in paradiso accompagnato da così pochi giovani, e perciò determinai di andare io stesso a prendere quei renitenti.
E così feci. Quanti ne incontravo scendendo, tanti ne spingevo in su. A questo davo un avviso, a quello un rimprovero amorevole; a un terzo una solenne sgridata:
— Andate su, per carità — mi affannavo a dire — non fermatevi per queste cose da nulla.
E venendo in giù li avevo già avvertiti quasi tutti e mi trovavo sulle balze del monte che avevamo salito con tanto stento. Quivi avevo fermato alcuni che, stanchi per la fatica del salire e impau riti dall’altezza da raggiungere, ritornavano al basso. Quindi volli riprendere la salita verso la vetta, ma inciampai in una pietra e mi svegliai».
Don Bosco terminò dicendo: «Se il sogno non fosse stato un sogno ma una realtà e avessimo dovuto morire allora, fra tanti giovani che siamo qui, se ci incamminassimo verso il paradiso, pochissimi vi giungerebbero: fra 700-800 e più non sarebbero che tre o quattro. Ma a momenti, non vi turbate: dico che non sarebbero che tre o quattro quelli che di volo andrebbero al paradiso, senza passare qualche tempo tra le fiamme del purgatorio. Qualcuno forse vi resterebbe un momento solo, altri un giorno, altri dei giorni e delle settimane. Procurate quindi di acquistare delle indulgenze, quante più potete. Se poi acquisterete un’indulgenza plenaria, andrete di volo in Paradiso».

Tratto da: Sogni Don Bosco
Fonte: Spiritualità Giovanile Salesiana

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Halloween, il crisantemo opposto

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2012

Halloween, il crisantemo opposto dans Fede, morale e teologia Halloween

Halloween (« All Hallows’Eve day »), la festa più importante dell’anno per tutti i seguaci di Satana. Che, intelligentissimo, danza nascondendosi. Entra nelle scuole con feste e filastrocche in inglese, zucche e teste vuote. Passeggia nelle strade con « dolcetto o scherzetto » (in origine « maledizione o sacrificio »)

Prospettive diverse, forse opposte. Sul davanzale di novembre crisantemi, cimiteri addobbati di luce, preghiere silenziose e composite: è la memoria che va cercando lo spazio del cuore per riannodare vecchi volti. Storie già partite. Frammenti di eternità nello scorrere del tempo. La solennità dei santi e la commemorazione dei defunti sono l’eco di un limite che all’uomo non è dato oltrepassare: il mistero tremendo e affascinante della morte.
Della conversazione tra cielo e terra. Tra tempo ed Eternità. Occasione di speranza per qualcuno: perché dopo la sorte toccata all’Uomo della Croce morire non è più assurdo e insignificante. Motivo d’angoscia per altri: perché quel limite richiama il senso della finitezza, dell’impotenza, del confine umanamente insormontabile. Del mistero.
E all’insormontabile qualcuno risponde con la magia, l’esoterismo, il fascino attraente dell’occulto. La bellezza dell’estremo. Il rischio della magia.
E’ il benvenuto di Halloween (« All Hallows’Eve day »), la festa più importante dell’anno per tutti i seguaci di Satana. Che, intelligentissimo, danza nascondendosi. La sua migliore pubblicità. Entra nelle scuole con feste e filastrocche in inglese, zucche e teste vuote. Passeggia nelle strade con « dolcetto o scherzetto » (in origine « maledizione o sacrificio »), con maschere carnevalesche e campanelli suonati fuggendo. Viaggia nei pensieri con l’antica leggenda di Jack, il fabbro malvagio. Con la magia dei racconti, il fascino catodico degli horror cult. E dietro le zucche un’illusione: diventare più furbi del Diavolo. Per evitare il mondo degli inferi. Pipistrelli e gatti neri. La luna piena, le streghe e i fantasmi: l’alfabeto dell’occulto che ad Halloween trova cittadinanza onoraria. Con tanto di consegna di chiavi della città dell’anima.
Si legge trafugando nella Scrittura Sacra: « il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza » (Osea 4,6). Anche l’Isaia profeta lanciava grida di battaglia contro chi mescola il bene col male confondendolo a proprio piacimento. E’ legge sotterranea quella di soffocare nelle osterie della vita l’angoscia dell’esistenza. Dando credito al primo gatto-volpe che passa. Soprattutto quando il cuore non conosce custodia alcuna.

Così, decidendo di non pensare alla morte, l’uomo scende a patti con l’Avversario, il demone per eccellenza. Fino ad organizzargli una festa senz’accorgersi che il credito procuratosi è l’angoscia. Ma se l’uomo s’accorgesse, la Menzogna tradirebbe la sua intelligenza.
Oltre a rovinare la notte di Halloween.

di Don Marco Pozza
a cura di Buggio e Nerella
Tratto da: Cultura Cattolica

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« Facciamo tesoro del Rosario. Vuotiamo il Purgatorio! »

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2012

La storica esortazione di san Pio da Pietrelcina

Un episodio straordinario, fra i molti che capitavano con san Pio da Pietralcina. Muore il papà di una signora, che era fervente figlia spirituale di Padre Pio. La signora abitava nel nord Italia. Dopo la morte del papà, la signora si mette in viaggio e arriva a San Giovanni Rotondo. Incontra Padre Pio e lo prega, in lagrime, di dirle che cosa fare per suffragare l’anima del papà morto piamente alcuni giorni prima. Padre Pio le risponde con serenità: “Recita duecento Rosari perché l’anima di tuo papà lasci il Purgatorio ed entri nel Regno dei cieli”. La pia signora, confortata, si rimette in viaggio verso il nord Italia e inizia subito la recita di duecento Rosari. In questo episodio leggiamo la potenza del Rosario nel sollevare e liberare le anime purganti dalle loro terribili pene, perché entrino nella Patria dei cieli.

Anche in altre occasioni san Pio da Pietralcina, donando la corona del Rosario a qualcuno, diceva: “Facciamo tesoro del Rosario. Vuotiamo il Purgatorio!” Sarebbe davvero salutare tener presente questa esortazione di san Pio da Pietralcina, soprattutto in occasione della morte dei nostri parenti, per i quali, di solito, siamo pronti a versare lagrime e a spendere soldi in corone di fiori, mentre potremmo donare a loro le corone ben più preziose e sante dei Rosari recitati senza stancarci. E’ antico nella Chiesa l’insegnamento sull’efficacia del Rosario nell’alleviare le anime purganti dalle loro sofferenze e liberarle, dal Purgatorio.

Anche la grande santa Teresa d’Avila ammaestrava e raccomandava alle sue monache di suffragare generosamente le anime purganti con la recita dei Rosari, perché ogni Ave Maria è un sollievo, è un ristoro per quelle penanti nel fuoco dell’espiazione e della separazione da Dio Amore. Per questo sant’Alfonso de’ Liguori, ammaestrato da santa Teresa d’Avila, raccomandava: “Se vogliamo aiutare le anime del Purgatorio, recitiamo per loro il Rosario che arreca grande sollievo”. E sant’Annibale di Francia affermava anch’egli che “quando noi recitiamo la corona di Maria Santissima per qualche anima, quell’anima sente quasi smorzare le ardenti fiamme che lo circondano e prova un refrigerio di Paradiso”. Un santo che fu straordinario nell’apostolato del Rosario per le anime purganti fu senza dubbio san Pompilio Pirrotti, sacerdote piissimo e grande apostolo, vissuto nel secolo XVIII.

Certamente la pratica di pietà mariana da lui preferita fu il Rosario, ed egli stesso si preoccupava di costruire molte corone del Rosario anche per distribuirle agli altri, incitando a recitare il Rosario per suffragare le anime purganti. La sua specialità in questa pratica mariana consisteva nel fatto che egli recitava il Rosario non soltanto dovunque e con chiunque, ma anche con le stesse anime purganti. Parrebbe incredibile, eppure le testimonianze a riguardo non ammettono dubbio o incertezza.

Nella Chiesa del Purgatorio, infatti, dove il Santo officiava, non raramente avveniva che recitando egli il Rosario si udivano con chiarezza le voci delle anime defunte che rispondevano la seconda parte dell’Ave Maria. Stupore e meraviglia colpivano tutti i presenti, ma anche una grande commozione spingeva ad un impegno generoso nella recita dei Rosari per suffragare quelle anime penanti in attesa del sollievo che arrecano a loro i nostri Rosari.

Un altro grande apostolo del Rosario per le anime purganti fu san Giovanni Massias, padre domenicano, il quale recitò tanti Rosari per le anime del Purgatorio e ricevette la rivelazione che con i Rosari aveva liberato dal Purgatorio un milione e quattrocentomila anime. Il papa Gregorio XVI volle che questo fatto così straordinario e così edificante venisse inserito nella stessa Bolla di Beatificazione, a insegnamento per tutti.

Un particolare interessante leggiamo nella vita di Maria Cicerchia: questa umile Serva del Signore si recava di frequente in visita al cimitero; lungo il tragitto recitava Rosari senza interruzione per le anime purganti, e al cimitero amava recitare in modo speciale i misteri gloriosi del Santo Rosario. Perché i misteri gloriosi? Perché sperava che per la mediazione materna di Maria Santissima, Regina del paradiso, quelle anime rinchiuse nel Purgatorio potessero lasciare al più presto quel luogo di sofferenza ed entrare nella gloria senza fine del santo Paradiso di Dio.

Animiamoci anche noi a questa carità verso le anime purganti recitando il Rosario per alleviare le loro sofferenze, per ottenere a loro la liberazione da quel luogo di pene, con l’entrata nel Regno dei cieli, dove gioire eternamente beate. Suffragare le anime purganti, del resto, è una carità che non resterà senza ricompensa sulla terra e nei cieli. Gli esempi e gli ammaestramenti dei Santi ci illumino e ci spronino alla generosità nella recita di molti Rosari per le anime purganti.

di don Marcello Stanzione – ZENIT -

Tratto da: Ascolta tua Madre

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Wojtyla e la bellezza come Vangelo

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2012

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Il titolo del ritiro, «Il Vangelo e l’arte», annuncia bene il tema. Evidentemente, un tale ritiro non può interessare che quanti hanno qualcosa in comune sia con il Vangelo che con l’arte. È a loro che desidero rivolgermi in modo particolare, attraverso il vangelo, attraverso l’argomento di questa predicazione. A un primo colpo d’occhio, pare che non vi sia nulla sull’arte nel vangelo, ma si tratta di un’impressione dovuta a una lettura molto superficiale. Se noi leggiamo più profondamente, nella misura in cui vediamo il Vangelo come un insieme vivente, i legami tra il Vangelo e l’arte si disegnano sempre più nitidamente. Questi legami esistono innanzitutto perché il Dio del Vangelo è la Bellezza.

Dio è la bellezza: da Platone a Gesù
Il Vangelo dice esplicitamente da qualche parte che Dio è la bellezza? No. Non lo dice chiaramente. Non vi troviamo un’affermazione simile. Pertanto, vorrei menzionare qui il colloquio di Cristo con il giovane ricco, uno dei dialoghi più belli del Vangelo. Quando il giovane si rivolge a Cristo dicendogli: «Maestro buono….», il Cristo sembra respingere questo aggettivo. Pone dunque al giovane la domanda: «Perché tu mi chiami buono? Nessuno infatti è buono, se non Dio solo» (Mc 10,18 e Lc 18,19). Questa parola è molto significativa. Cristo, dicendo questo, ha voluto sottolineare che ciascun essere, ciascuna creatura è buona in una certa misura? Che ciascuna creatura è un certo bene? No. Cristo ha voluto sottolineare, accentuare, che Dio solo è il Bene nel senso assoluto del termine. Solamente in Dio si realizza tutto ciò che è contenuto nella nozione di «bene». È per questo che, di Lui solo, noi possiamo dire che è buono. Per analogia, di Lui solo, noi possiamo dire che è bello, cioè che è la Bellezza. Tutto quanto è contenuto nella nozione di bellezza è pure contenuto in Dio. Le creature – le opere della natura, dell’uomo, dell’arte – contengono solamente un riverbero, un riflesso, un frammento – se così si può dire- della bellezza. La bellezza è dentro di loro. Questa bellezza è dispersa nel mondo visibile in abbondanza, in sovrabbondanza. Ma giustamente, in questa dispersione, la bellezza -nessuna [bellezza] – non è la bellezza assoluta. Dio solo è la bellezza assoluta.
Cos’è la bellezza? È difficile rispondere a questo interrogativo; noi consideriamo la bellezza piuttosto sulla base delle sue funzioni. Tutto ciò che è bello ci attira, ci provoca meraviglia. La bellezza attrae la nostra conoscenza. Ma si tratta di una conoscenza particolare. Non di una conoscenza astratta, puramente intellettuale, ma di una conoscenza eccezionale. Una sensibilità particolare alla bellezza esiste nell’anima. Come una corda che vibra, quando l’uomo tocca la bellezza. La bellezza ci stupisce e ci attira. Tale attrazione ci indica che la bellezza nasconde dietro di sé qualcosa di più.
I filosofi – soprattutto Platone – hanno rimarcato già da parecchio tempo che esiste un rapporto stretto fra la bellezza e il bene. Quando l’uomo tocca la bellezza, questa indica un certo bene e questo bene l’attira. Ecco l’interpretazione esatta del dialogo di Cristo con il giovane, o, più precisamente, della risposta che questi ha ricevuto. Alla luce di quanto sappiamo sulla bellezza e sul bene, possiamo dire che Cristo, quando ha rivolto al giovane queste parole sorprendenti «Perché tu mi chiami buono? Nessuno infatti è buono, se non Dio solo», gli ha fatto comprendere effettivamente questo: «Perché tu mi chiami bello? Nessuno infatti è bello, se non Dio solo». Sarebbe questo il quadro più ampio nel quale noi scopriamo il rapporto fra il Vangelo e l’arte – perché vi scopriamo il legame tra il Vangelo e la bellezza.

Il Vangelo e l’inquietudine creatrice
Ma al di là di questo quadro più ampio, nel quale scopriamo il rapporto fra Dio e l’arte, cioè fra il vangelo e l’arte, esiste ancora un altro quadro. Direi quello degli avvenimenti. Non è vero che la religione, il cristianesimo, è diventato una fonte abbondantissima d’ispirazione per l’uomo, per l’umanità? D’ispirazione artistica. La storia della cultura, la storia dell’arte, soprattutto europea, non sono una prova che il cristianesimo, la religione, il Vangelo sono una fonte d’ispirazione artistica per l’uomo – di ispirazione che porta alla creazione della bellezza? Bisognerebbe porre la domanda: perché ciò era vero nel passato e perché ciò è vero oggi? Non è una questione solo inerente il “passato”: è del tutto attuale. Il cristianesimo è una sorgente inesauribile di ispirazione. Verso la fine del XIX secolo tale fonte sembrava prosciugata. Ora, noi siamo testimoni che sgorga e scorre nuovamente. Per l’uomo di oggi, per l’artista di oggi, il Vangelo torna ad essere una fonte di inquietudine creatrice, una sorgente d’ispirazione – d’ispirazione letteraria, nella pittura, nella musica e nell’arte del teatro. In un modo nuovo, sotto nuove forme.
Dalle conseguenze dobbiamo risalire alla causa. Perché il Vangelo continua ad essere una fonte così abbondante di ispirazione e di creazione? Noi afferriamo qui – in flagranza di delitto (che è forse un’espressione maldestra) – che il Dio del Vangelo è la Bellezza. Tale noi lo vediamo nel Vangelo, tale Egli si è manifestato nel Vangelo (non dico che Egli si è “rivelato”, ma che Egli si è “manifestato”, perché a dire il vero Egli si è manifestato nel Vangelo). Tutti gli elementi – tutte le tappe di questa manifestazione di Dio nel Vangelo – sono diventati un’espressione singolare della Bellezza. E per gli artisti, una fonte di ricerca, di inquietudine creatrice.
Quanti artisti hanno tentato di rappresentare il neonato, il Bambino Gesù In seguito, tutto ciò che il Gesù del Vangelo ha detto, tutto ciò che ha fatto , continua -direi- a ispirare gli artisti. Il dialogo con la Samaritana, il colloquio con Nicodemo, il miracolo a Cana e soprattutto ciò che costituisce l’esito del Vangelo, ovvero la sua passione, la sua morte, la croce e la resurrezione. Perché? Perché gli artisti comprendono perfettamente che un elemento del mistero è presente negli avvenimenti del Vangelo.

Il mistero della bellezza incarnata
Dio si è manifestato, Dio si è rivelato, e il Dio del Vangelo in ogni modo resta un mistero. Si è manifestato, si è rivelato nella misura del possibile. Affinché l’uomo possa contemplarlo. L’artista può sempre avvicinarsi, con la sua immaginazione e attraverso le sue opere, a questo Dio che si è manifestato e si è rivelato nel Vangelo. Al tempo stesso questo Dio del Vangelo resta un mistero. Pienamente mistero. Resta inesprimibile, l’unico. Mi ricordo di un giorno in cui ho passato lunghe ore a visitare le Terme di Diocleziano a Roma. Avevo davanti a me capolavori della scultura classica, greca. Era una giornata assai laboriosa. Ero molto stanco. Ho visto con quale immenso sforzo tutti questi grandi artisti -questi grandi scultori- ricercavano l’Incarnazione. Mostrare la bellezza perfetta, l’assoluto nel corpo umano. Dopo questa passeggiata di qualche ora, che per me costituiva un tentativo di approccio all’arte antica, all’arte pagana, ho capito il Vangelo di nuovo. Ho compreso che questa ricerca dell’assoluto nelle opere di arte antica – la ricerca delle bellezza perfetta del corpo umano – si è realizzata nell’Incarnazione: in questo Dio che si è rivelato, perché si è manifestato, e che, attraverso questa manifestazione, ci ha donato in se stesso tutta la perfezione della Bellezza. Tutta la perfezione della Bellezza che a Lui solo tocca, che -sola – s’identifica in Lui, come Lui solo s’identifica nella Bellezza.[…]. (traduzione di Marco Roncalli)

Karol Wojtyla

[Avvenire, 22 ottobre 2012]

Tratto da: Una casa sulla roccia

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Nuovi Santi: Caterina Tekakwitha, la pellerossa di Dio

Posté par atempodiblog le 22 octobre 2012

NUOVI SANTI: CATERINA TEKAKWITHA, LA PELLEROSSA DI DIO

Nuovi Santi: Caterina Tekakwitha, la pellerossa di Dio dans Santa Kateri Tekakwitha Santa-Caterina-Tekakwitha

“Anche se noi indiani siamo molto poveri e miserevoli, tuttavia il nostro Creatore ha avuto grande compassione di noi e ci ha dato la religione cattolica. Oltre a ciò Egli ha avuto pietà di noi e ci ha dato Caterina Tekakwitha la nostra piccola sorella. E adesso speriamo che anche Tu, nostro Padre, che sei il Vicario di Gesù Cristo, vorrai pure concederci favore; ti supplichiamo con tutto il nostro cuore di parlare e di dire: ‘Voi indiani, miei figli, prendete Caterina come oggetto della vostra venerazione nelle chiese, perché lei è santa ed è in cielo’”.
Il 13 marzo 1885 il capo di una tribu’ di indiani del Nord America, di nome Meshkiassang, indirizzò questa richiesta a Leone XIII da Fort William, Lake Superior, Ontario. Nei giorni scorsi il testo della lettera è stato pubblicato dall’Osservatore Romano ed oggi, finalmente, Benedetto XVI ha accolto quella supplica, proclamando in piazza San Pietro la prima santa pellerossa della storia.
Nata nel 1656 a Ossernenon (nell’attuale Stato di New York) da un indiano irochese pagano e da una algonchina di nome Kahontake (che dopo aver ricevuto il battesimo era stata fatta prigioniera dagli irochesi e, nonostante le difficoltà di vivere fra pagani, era riuscita a preservare la sua fede) Santa Caterina Tekakwitha aveva ricevuto alla nascita il nome di Ioragode che significa Splendore del sole, ma a causa del vaiolo (che quando aveva 4 anni gli aveva anche ucciso la madre) ebbe il viso sfigurato e perse la vista, tanto che era costretta a camminare tenendo le mani protese in avanti per rendersi conto se c’era dinanzi a lei qualche ostacolo: da ciò il soprannome di “Tekakwi­tha”, che nel linguaggio indiano Mohawk significa appunto “una persona che procede con le mani in avanti” per allontanare gli ostacoli, ovvero, analogamente, “una persona che con le sue mani mette tutte le cose in ordine”.
Eppure, ricorda il postulatore, padre Paolo Molinari, “nonostante questi suoi limiti era sempre gioiosa, dolce, gentile e docile, industriosa e incline
alla virtù. Aveva ricevuto segretamente dalla madre i rudimenti della vita cristiana che, con l’andare del tempo e grazie all’azione di Dio in lei, maturarono facendone una ragazza singolare per la sua grande bontà nei confronti di tutti”.
Nel giorno di Pasqua 1676 venne battezzata e ricevette il nome di Kateri (Caterina). Una volta ricevuto il sacramento dell’iniziazione cristiana, la giovane pellerossa divenne in modo sempre crescente una fervente “figlia di Dio”: la sua sollecitudine per i malati, i sofferenti, i più poveri; la sua umile dolcezza e la carità verso tutti, resa ancor più trasparente dalla sua purezza, non poterono rimanere nascoste.
Non pochi, non potendo accettare la sfida che loro veniva dalla virtù e dalla bontà di una giovane della loro tribù, la schernivano, la maltrattavano e la minacciavano in molti modi. Kateri riuscì a sopportare tutto con ammirevole serenità, perdonando chi le faceva del male.
Per togliere la giovane neofita da quell’ambiente a lei ostile venne trasferita nella colonia di indiani cristiani, conosciuta come missione di San Francesco Saverio, alla prairie de la Madeleine, nel Canada, di fronte alla città di Montreal, al di là del grande fiume Saint Laurence.
I gesuiti della missione considerarono l’arrivo della Tekakwitha come quello di un’inviata da Dio per edificare tutti con la sua vita esemplare e le permisero, dopo averle dato la comunione, di fare voto di verginità, che per una squaw significava condannarsi a vivere nella misera. Quando aveva appena 24 anni, morì di malattia, lodando il Signore fino all’ultimo, nonostante fosse afflitta da grandissimi dolori.

di Salvatore Izzo – AGI
Fonte: Il blog degli amici di Papa Ratzinger

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Annunziare Cristo a tutti i popoli

Posté par atempodiblog le 22 octobre 2012

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Popoli tutti, aprite le porte a Cristo! Il suo Vangelo nulla toglie alla libertà dell’uomo, al dovuto rispetto delle culture, a quanto c’è di buono in ogni religione. Accogliendo Cristo, voi vi aprite alla parola definitiva di Dio, a colui nel quale Dio si è fatto pienamente conoscere e ci ha indicato la via per arrivare a lui.

Il numero di coloro che ignorano Cristo e non fanno parte della chiesa è in continuo aumento, anzi dalla fine del Concilio è quasi raddoppiato. Per questa umanità immensa, amata dal Padre che per essa ha inviato il suo Figlio, è evidente l’urgenza della missione.

D’altra parte, in questo campo il nostro tempo offre nuove occasioni alla chiesa: il crollo di ideologie e di sistemi politici oppressivi; l’apertura delle frontiere e il formarsi di un mondo più unito grazie all’incremento delle comunicazioni, l’affermassi tra i popoli di quei valori evangelici, che Gesù ha incarnato nella sua vita (pace, giustizia, fraternità, dedizione ai più piccoli); un tipo di sviluppo economico e tecnico senz’anima, che pur sollecita a ricercare la verità su Dio, sull’uomo, sul significato della vita.

Dio apre alla chiesa gli orizzonti di un’umanità più preparata alla semina evangelica. Sento venuto il momento di impegnare tutte le forze ecclesiali per la nuova evangelizzazione e per la missione ad gentes. Nessun credente in Cristo, nessuna istituzione della chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo: annunziare Cristo a tutti i popoli.

Giovanni Paolo II – Lettera Enciclica Redemptoris Missio

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Un nuovo Volto dell’Amore di Dio

Posté par atempodiblog le 20 octobre 2012

Meditiamo questa pagina di Daniel-Ange sulla vita di Teresa di Gesù Bambino:

Un nuovo Volto dell'Amore di Dio dans Padre Stefano Igino Silvestrelli santateresadelbambinges

«Una sera d’autunno 1894, sola nella sua bianca cella, durante il gran silenzio notturno, Teresa apre “a caso” il quaderno di Celina con le preziose citazioni dell’Antico Testamento che conosce appena.
Una parola le diviene incandescente: “Se qualcuno è piccolo…”. Nel suo cuore si produce un tilt. Quel “piccolo” è per lei, certamente.
È il suo nome. Non sarà una chiamata personale? Come Mosè presso il roveto, anche lei si avvicina per intendere meglio.
E Dio le svela il suo segreto d’amore: “Come una madre accarezza il figlio…”. Quella sola frase equivale a un concerto! “Mai parole più tenere, melodiose sono venute a rallegrare la mia anima”.
Gesù, dunque, non è soltanto Fidanzato, Sposo, Amico – per quanto unico –, il Diletto. Egli è una Madre! E a che cosa il cuore di una madre è più vulnerabile se non precisamente alla vulnerabilità del proprio bambino? Più è sprovveduto, gracile e fragile, più ella si sentirà senza difesa davanti a lui.
L’amore di Dio per Teresa sarà allora una tenerezza che prende su di sé la debolezza di lei, che fa sua la miseria di lei. Sì, Teresa intuisce che Dio ama in questo modo, anzi che è l’unico a poter amare in questo modo. Certamente, lo sapeva anche prima; ma improvvisamente la conoscenza passa dalla testa al cuore, che subito si dilata immensamente. La Sapienza eterna si rivela come a Mosè desideroso di vedere la gloria di Dio e di conoscere il Nome che è al di sopra di ogni altro nome: “Ho compassione” (Es 33, 19).
Teresa riceve qui non la non la soluzione di un suo problema, ma una nuova luce su Dio: un nuovo Volto del suo Amore. Dio ama con un amore di misericordia, di compassione. Questo mistero la affascina. Non può più vedere le cose di Dio e degli uomini nella stessa maniera di prima: d’ora in poi tutto sarà visto in questa unica luce. Come attraverso un prisma. Perciò in lei tutto si pacificherà e si unificherà.
‘Amore’ sulle labbra di Teresa sarà sinonimo di misericordia. “La misericordia è accordata ai piccoli”. Accordata e armonizzata» (Frère Daniel-Ange, La “piccola via” per ritrovare il sorriso, p. 39-40).

Impariamo anche noi da Teresa, proclamata non a caso Dottore della Chiesa, la grande sapienza di localizzare la perfezione non sulla sommità di un altissimo monte, ma nella valle dell’umiltà, nell’infanzia dello spirito. Questo vale per tutti, indistintamente, a qualsiasi spiritualità apparteniamo.

p. Stefano Igino Silvestrelli

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Il combattimento spirituale

Posté par atempodiblog le 20 octobre 2012

L’inclinazione al male ci è stata lasciata per farci capire che solo in Cristo troviamo la salvezza. E sempre da Lui ci arriva la forza della Grazia attraverso la preghiera e i Sacramenti. A noi rimane il compito del combattimento.
di Padre Livio Fanzaga – Il Timone

 Il combattimento spirituale dans Anticristo padreliviodalsantopadre

La presenza del male nel mondo e l’esperienza che se ne fa nella propria vita rendono, in un certo senso, accessibile alla luce naturale della ragione il dogma del peccato originale. La potenza delle tenebre è una realtà palpabile, anche se solo alla luce della Parola di Dio si manifesta in tutta la sua spaventosa realtà. L’uomo nasce malato e la presenza del peccato e della morte accompagnano l’umanità lungo tutto il suo cammino. È stato affermato, con qualche ragione, che le varie religioni e filosofie sono nate per rispondere all’interrogativo angoscioso della presenza della morte. Oggi, in modo particolare, quando l’umanità è a rischio di autodistruzione, viene spontaneo interrogarsi sulla potenza dell’impero delle tenebre. Il dilagare dell’iniquità, nonostante l’evento della Redenzione, pone l’interrogativo sul perché Dio permetta l’attività diabolica (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 395). La risposta non può che essere una riflessione di fede sul mistero della redenzione e sul modo con il quale la vittoria di Gesù Cristo si realizza nella vita dei credenti.
Innanzitutto va affermato che i mali dai quali l’umanità è afflitta sono inguaribili. Lo sono nel senso che nessun uomo potrà mai salvare se stesso e gli altri dal peccato e dalla morte. Le varie religioni al riguardo rappresentano dei tentativi di salvezza, destinati però a un sostanziale fallimento. Chi potrà guarire il cuore dell’uomo incline all’iniquità?
Per quanto siano notevoli le conquiste dell’umanità nel campo della scienza e della tecnica, non si vedono dei passi avanti nel rinnovamento spirituale e morale. Il peccato è un’erba maligna che è impossibile all’uomo di estirpare. La morte è una maledizione che nessun essere vivente riesce a cancellare. Ogni battaglia al riguardo non ha fatto che registrare sconfitte. Innumerevoli uomini si sono chinati al capezzale dell’umanità con l’intento di guarirla dai suoi mali. Ma la malattia è sempre stata più forte di tutte le medicine. La conclusione è che l’uomo non ha la capacità di salvare se stesso. I vari tentativi di auto-salvezza alla fine si manifestano come illusioni e come imposture.
Il cristianesimo afferma che Gesù Cristo è l’unico Salvatore del genere umano. Il fatto che questa verità sia stata solennemente affermata dalla Chiesa durante il grande Giubileo sta a indicare la sua importanza decisiva anche nell’attuale momento storico. Perché Gesù Cristo è l’unico Salvatore? Il motivo è la natura divina della sua Persona. Egli è il Figlio di Dio fatto uomo. La Persona divina del Verbo Incarnato, operando attraverso la sua natura umana, ha liberato l’umanità dal peccato e dalla morte. Questo è stato possibile perché Egli è vero Dio e vero uomo. Se Gesù Cristo fosse stato solo un uomo, per quanto al di sopra di tutti gli altri, non avrebbe potuto salvare né se stesso né gli altri. Egli è l’Agnello di Dio che ha portato su di sé i peccati del mondo, ottenendo il perdono per tutti gli uomini di tutti i tempi. Egli è il Risorto, l’unico che ha vinto la morte e che ha introdotto il genere umano nella vita immortale.
La salvezza che Gesù Cristo ha realizzato per l’intera umanità non è illusoria, ma reale e ogni uomo che l’accolga nella fede la può sperimentare nella propria vita già qui sulla terra. Veramente gli uomini che credono in Gesù vengono liberati dal peccato e dalla morte. Il veleno del serpente, che ha inquinato la natura umana, generando la morte spirituale e quella fisica, viene neutralizzato dalla medicina della grazia. Gesù Cristo stesso, nella sua umanità glorificata e divinizzata, è la medicina che sana e che eleva, fino alla partecipazione della natura divina (2 Pt 1,4). Se è vero che il cristiano vede l’impero del male con le sue devastazioni meglio di qualsiasi altro, è anche vero che egli sa vedere le mirabili vittorie della grazia e con S. Agostino canta nella notte pasquale: «O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore» (Preconio pasquale: « Exultet »).
Nella visione cristiana la salvezza si è realizzata in Gesù Cristo. In Lui la natura umana non solo è « salvata », ma è anche glorificata e divinizzata. Gesù è la « Vita » e gli uomini sono sottratti alla morte, quella spirituale e quella corporale, unendosi a Lui nella fede e nell’amore. Gesù infonde negli uomini la sua Vita divina, attraverso la Chiesa e i Sacramenti. In particolare mediante il Battesimo viene cancellato il peccato originale e anche i peccati personali, se si tratta di un adulto. L’uomo viene rivestito della grazia santificante, diviene « figlio di Dio » e membro del Corpo mistico della santa Chiesa. Riceve in eredità la vita eterna con Gesù Cristo Risorto. La salvezza cristiana consiste nella partecipazione alla santa umanità di Gesù Cristo e, mediante essa, alla sua divinità. È un progetto di infinita misericordia, di fronte al quale le salvezze umane sono come lucignoli fumiganti al cospetto del sole.
Tuttavia, per quanto gratuita, la salvezza cristiana è nel medesimo tempo «a caro prezzo», come ha scritto Dietrich Bonhoeffer nel suo Sequela (trad. it., Queriniana, 2004). Presuppone una dura lotta e la perseveranza fino alla fine. Infatti, solo «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo» (Me 13,13). Il combattimento spirituale è rivolto contro tre nemici, fra loro alleati e pronti a colpire insieme. Sono la nostra carne, il mondo e il maligno. È una battaglia che ogni cristiano è chiamato a combattere e a vincere con la sua buona volontà e l’aiuto decisivo della grazia. La posta in palio è altissima. Si tratta della salvezza eterna della propria anima. Infatti, «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima?» (Me 8,36).
La tradizione spirituale considera la carne il nemico più pericoloso. Si tratta della nostra natura umana « ferita » dal peccato originale. Anche dopo la grazia del Battesimo rimane nell’uomo «la concupiscenza», la quale in sé non è peccato, però inclina l’uomo a commetterlo. Per quale motivo Dio, nella sua infinita misericordia, insieme al peccato non ha tolto anche quella debolezza congenita della nostra natura, che ci causa così tanti problemi? Ad agonem, cioè per il combattimento spirituale, sentenzia il Concilio di Trento. La divina Sapienza ha disposto che in noi rimanessero delle tendenze al male perché, con l’aiuto della grazia, potessimo dominarle. In questo modo la vittoria di Gesù Cristo diviene anche la nostra vittoria e la salvezza, oltre ad essere grazia, è anche merito.
Mentre la carne è un nemico interno, gli altri due, il mondo e il demonio sono esterni, ma molto insidiosi, soprattutto a causa della loro forza di seduzione. Va però detto che la loro capacità di inganno dipende dalla complicità della nostra carne. Infatti il mondo e il demonio hanno presa sulla nostra fame di mondo e sulle sue espressioni. Si tratta di quelle passioni codificate come i sette vizi capitali. Il mondo offre il suo cibo alla « bestia » che è ben viva dentro di noi, la quale mai sazia la bramosa voglia, ma dopo il pasto ha più fame di prima. Il demonio, che ama restare nascosto, opera dietro le falsi luci e le false gioie del mondo. Egli ci attira e ci illude, ma poi ci distrugge con quello che ci offre. Tuttavia né il mondo né il demonio possono forzare la volontà. Nell’esercizio della rinuncia e con l’aiuto della grazia è possibile la vita nuova in Cristo Gesù.
Esempio sublime di combattimento spirituale è Gesù nel deserto. Egli si prepara con il digiuno e con la preghiera. Satana invano gli presenta il fascino delle cose che passano. La volontà di Gesù è una sola cosa con quella del Padre. Con l’aiuto della grazia ogni cristiano è chiamato a far rivivere nella sua vita la vittoria di Gesù Cristo. Allora comprenderà il piano di Dio, il quale ha permesso che nel mondo abbondasse il peccato perché sovrabbondasse la grazia (cfr Rm 5,20).

IL PECCATO ORIGINALE
«Chi afferma che la prevaricazione di Adamo nocque a lui solo, e non anche alla sua discendenza: che perdette per sé soltanto, e non anche per noi, la santità e la giustizia che aveva ricevuto da Dio; o che egli, inquinato dal peccato di disobbedienza, ha trasmesso a tutto il genere umano solo la morte e le pene del corpo, e non invece anche il peccato, che è la morte dell’anima, sia anatema». (Concilio di Trento, Decreto Ut fides, 2).

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Il vero Che Guevara

Posté par atempodiblog le 20 octobre 2012

Il vero Che Guevara
di Francesco Agnoli – Radici Cristiane 2008
Tratto da: Corrispondenza Romana

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Il mito del Che è costante, non passa mai di moda presso i ragazzi, gonfiato  ad arte da chi vuole “educare” le giovani generazioni ad una prospettiva alternativa e antisistema. Nella cinematografia, invece, questo mito ritorna ogni tanto…ma ritorna.
Dopo El Che Guevara (scritto da Adriano Bolzoni, diretto da Paolo Heusch e interpretato da Francisco Rabal), dopo Che! (diretto da Richard Fleischer e interpretato da Omar Sharif), dopo Diari della motocicletta (di Walter Salles, con Gael Garcia Barnal), adesso esce Che (di Steven Soderbergh e interpretato da  Benicio Del Toro). Film, quest’ultimo, presentato al recente Festival di Cannes.
Alla domanda di un giornalista su quale fosse la sua opinione sul Che, il regista Soderbergh ha risposto: «Le sue idee hanno superato frontiere politiche e barriere culturali. Guevara non aveva bisogno di un film per elogiarlo o demolirlo. Ero io ad avere bisogno di una grande storia da raccontare» (Il Giornale, 23/5/2008) Francesco Gallo, inviato ANSA a Cannes, così recensisce il film: «Va bene che si toccava un’icona come Che Guevara e che bisognava far bene, Ma Steven Soderbergh con il suo “Che” si è inoltrato troppo sulla strada del santino, dell’agiografia. E alla fine di quattro ore e mezzo della proiezione qualcuno, che era stato così coraggioso da rischiare fame e disidratazione, avrebbe voluto, anche solo per proiettare il suo disagio, conoscere almeno un difetto del rivoluzionario argentino. Ma niente. (…). A pensarci bene un momento di rabbia il protagonista l’ha avuto, ma a farne le spese è stato solo un povero cavallo che ad un certo punto colpisce con una pietra».
Un film come questo tende solo a confermare una falsa mitologia su un  personaggio che non merita alcuna rappresentazione oleografica, ma anche
semplicemente descrittiva senza giudizi di sorta. 

Diciamo la verità

Chi fu davvero Ernesto Che Guevara? Viene presentato come una sorta di cavaliere senza macchia e senza paura, come un liberatore amante della giustizia e dell’uomo, una sorta di santo laico. Tutto falso.
Quando a qualche studente mi capita di raccontare che Che Guevara disse una volta al comunista italiano Pietro Ingrao: «Se un venezuelano mi chiedesse oggi un consiglio, gli risponderei così: “quello che dovete fare è cominciare a sparare alla testa e ammazzare tutti i borghesi dai quindici anni in su”», ebbene, quel giovane mi guarda quasi sempre stupito come se gli raccontassi la più grande delle assurdità. Eppure è così.
Procediamo con ordine. Che Guevara si distinse più volte per la durezza dei metodi. Anzi, polemizzava con chi decideva di essere per lui troppo “morbido”. Arrivò a definire lo stesso Fidel Castro come “leader radicale della borghesia di sinistra”, perché a suo dire era troppo “sensibile” a inutili calcoli politici.
Che Guevara si distinse sempre per il suo favore a processi che non dovevano andare per le lunghe, meglio se sommari. Sempre ai ribelli venezuelani
una volta disse di non aspettare verdetti e indagini ma di “prendere un fucile e sparare su ogni imperialista”.
Nella Rivoluzione cubana, durante l’avanzata del 1957, si distinse per l’efferatezza con la quale interpretò il suo modo di essere rivoluzionario e di liquidare nemici e presunti traditori.
Famoso è il caso di Eutimio Guerra, un guerrigliero che venne accusato di collusione con il nemico, cioè con l’esercito di Fulgencio Batista, l’allora
dittatore di Cuba. Guerra venne immediatamente deferito ad un’improvvisata corte marziale. Che Guevara, malgrado i tempi già rapidi, ne anticipò il verdetto.
Raccontò successivamente un suo commilitone: “Io avevo un fucile e in quel momento il Che tira fuori una pistola calibro 22 e pac, gli pianta una pallottola qui. Che hai fatto? Lo hai ucciso. Eutimio cadde a pancia in su, boccheggiando”.

Aguzzino e sanguinario

Nell’anno della “liberazione” di Cuba, il 1959, Che Guevara venne convocato da Castro e il 7 settembre ricevette l’incarico provvisorio di procuratore militare. Fu il convulso periodo che segue ogni cambiamento di regime, fu la caccia agli sconfitti, l’epurazione degli avversari.
Anche in questo periodo Che Guevara si distinse per la durezza. Si aprì a Cuba il primo “Campo di lavoro correzionale” (cioè di lavoro forzato), e fu
proprio Che Guevara a disporlo preventivamente e a organizzarlo nella penisola di Guanaha. Poi lui stesso ne istituì altri: ad Arco Iris, a Nueva Vida e a Palos. Gli ultimi due destinati addirittura ai bambini sotto i dieci anni, figli degli oppositori politici, che, in quel Campo, sarebbero dovuti essere educati ai principi della “pace”, della “libertà” e della “tolleranza”.
381 prigionieri, che si erano arresi alle truppe di Castro sull’Escambray, furono incarcerati a Loma de los Coches e tutti fucilati. Che Guevara rifiutò categoricamente la grazia a Humberto Sorì Marin per il quale aveva chiesto misericordia la madre in persona.
Fu proprio Che Guevara a volere la famosa DSE (il Dipartimento della Sicurezza dello Stato) e fu lui a decidere le punizioni corporali a cui dovevano essere sottoposti i dissidenti pericolosi: salire le scale delle prigioni con scarpe zavorrate di piombo, tagliare l’erba con i denti, essere impiegati nudi nei lavori agricoli, essere immersi nei pozzi neri.

Un vero marxista

E naturalmente, da buon marxista, Che Guevara se la prese anche con la Chiesa. Pascal Fontaine, nel suo libro America Latina alla prova, calcola che a
Cuba 121 sacerdoti persero la vita fino al 1961, cioè nel periodo in cui proprio Che Guevara era il massimo artefice del sistema segregazionista del regime.
Per concludere, proprio di Che Guevara furono queste parole: “Amo l’odio, bisogna creare l’odio e l’intolleranza tra gli uomini perché questo rende l’uomo una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere”.
Non c’è da stupirsene, se è vero (come è vero) che già Lenin (che spesso viene presentato come il volto ancora pacifico del comunismo) aveva affermato: «La dittatura del proletariato è un dominio non limitato dalla legge, si regge sulla violenza».

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