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Affidarsi

Posté par atempodiblog le 31 octobre 2012

Il “contadino” di Charles Péguy disperato perché i suoi bambini erano malati decide di affidarli, anzi di metterli fra le braccia della Madonna, perché in realtà sono figli “suoi”. E se ne va poi “sgravato” da una troppo grande “angoscia”: comunque certo ora, per quei figli, di un destino “buono”. (Marina Corradi)

Affidarsi dans Charles Péguy bambinia

Affidarsi

Egli pensa ai suoi bambini che ha messo particolarmente sotto la protezione della Santa Vergine.
Un giorno che erano malati.
E che aveva avuto una grande paura.
E pensa ancora fremendo a quel giorno.
Che aveva avuto così paura.
Per loro e per sé.
Perché erano malati.
Ne aveva tremato nella sua carne.
All’idea soltanto che fossero malati.
Aveva ben capito che non poteva vivere così.
Con dei bambini malati.
E sua moglie che aveva una tale paura.
Così spaventosamente.
Che aveva lo sguardo fisso al di dentro e la fronte sbarrata
e non diceva più una parola.
Come una bestia che ha male.
Che tace.
Perché aveva il cuore serrato.
La gola strozzata come una donna che viene strozzata.
Il cuore in una morsa.
La gola nelle dita; nelle mascelle della morsa.
Sua moglie che serrava i denti, che serrava le labbra.
E che parlava raramente e con un’altra voce.
Con una voce che non era la sua.
Tanto aveva spaventosamente paura.
E non voleva dirlo.
Ma lui, per Dio, era un uomo. Non aveva paura di parlare.
Aveva perfettamente capito che le cose non potevano andare così.
Non poteva durare.
Così.
Non poteva vivere con dei bambini malati.
Allora aveva fatto un colpo (un colpo d’audacia), ne rideva
ancora quando ci pensava.
Si ammirava anche un po’. Ed era anche un po’ il caso. E ne fremeva ancora
Bisogna dire che era stato piuttosto ardito e che era un colpo
ardito.
Eppure tutti i cristiani possono fare altrettanto.
Ci si domanda perfino perché non lo facciano.
Come si prendono tre bambini da terra e come li si mettono
tutti e tre.
Insieme. Contemporaneamente.
Per divertirsi. Per una specie di gioco.
Nelle braccia della loro madre e della loro nutrice che ride.
E dà in esclamazioni.
Perché gli se ne mettono troppi.
E non avrà la forza di portarli.
Lui, ardito come un uomo.
Aveva preso, con la preghiera aveva preso.
(Bisogna che Francia, bisogna che cristianità continui.)
I suoi tre bambini nella malattia, nella miseria in cui giacevano.
E tranquillamente te li aveva messi.
Con la preghiera te li aveva messi.
Molto tranquillamente nelle braccia di Colei che è carica di
tutti i dolori del mondo.
E che ha già le braccia così cariche.
Perché il Figlio ha preso tutti i peccati.
Ma la Madre ha preso tutti i dolori.
Lui aveva detto, con la preghiera aveva detto: Non ne posso più.
Non ci capisco più nulla. Ne ho fin sopra la testa.
Non voglio saperne più nulla.
La cosa non mi riguarda.
(Bisogna che Francia, bisogna che cristianità continui.)
Prendili. Te li do. Fanne quel che vorrai.
Io ne ho abbastanza.
Colei che è stata la madre di Gesù Cristo può ben essere anche la madre di questi due maschietti e di questa bambina.
Che sono i fratelli di Gesù Cristo.
E per i quali Gesù Cristo è venuto al mondo.
Cosa ti può fare questo. Ne hai tanti altri.
Cosa ti può fare, uno di più uno di meno.
Hai avuto il piccolo Gesù. Ne hai avuti tanti altri.
(Voleva dire nei secoli dei secoli, tutti i bambini degli uomini,
tutti i fratelli di Gesù, i fratellini, e ne avrà talmente tanti
nei secoli dei secoli.)…

…E’ perfino curioso che non tutti i cristiani facciano altrettanto.
E’ così semplice.
Non si pensa mai a ciò che è semplice.
Si cerca, si cerca, ci si dà da fare, non si pensa mai alla cosa
più semplice.
Insomma si è sciocchi, tanto vale dirlo subito….
…E’ il contrario di un uomo che ha ingaggiato i suoi figli in
una fattoria.
Resta il proprietario dei suoi figli.
Ed è il fattore che ne diventa l’affittuario. Il fattore.
Lui al contrario non vuole più essere che l’affittuario dei suoi
figli.
Non ne ha più che l’usufrutto.
Ed è il buon Dio che ne ha la nuda (e la piena) proprietà.
Ma è un buon proprietario, il buon Dio.
Ammira come quest’uomo è saggio.
Quest’uomo che non vuole più essere che il fattore dei suoi
figli.
Quest’uomo che se ne va, che se ne ritorna a mani vuote.
Perché Dio non è geloso, né la santa Vergine.
Gli lasceranno tranquillamente tutto il godimento dei suoi figli.

Charles Péguy – Il mistero dei santi innocenti

Tratto da: La Roccia Splendente

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La festa di Ognissanti ci apre l’orizzonte del Cielo

Posté par atempodiblog le 31 octobre 2012

La festa di Ognissanti ci apre l’orizzonte del Cielo dans Fede, morale e teologia titosolaricapellari

La festa di Ognissanti ci apre l’orizzonte del Cielo e ci richiama ad un cammino di conversione autentica.
Quando parliamo di dei santi pensiamo a coloro che stanno con Dio e godono della Sua Gloria, così il nostro spirito si apre alle cose di lassù e respira il clima della speranza.
Noi dobbiamo lasciarci ben impregnare di ‘Cielo’ per poterci liberare o almeno alleggerire dei ‘pesi’ di quaggiù.
I santi ci avvicinano a Gesù, ci mostrano il Suo Santo Volto, accompagnandoci sulla stessa via di Gesù. Essi sono come una incarnazione di Gesù e questo ci impegna ad essere parte di questa famiglia, ad assumere i suoi criteri e a vivere in modo conforme al suo esempio.
I santi sono modelli autentici di vita, e di vita felice.

Mons. Tito Solari Capellari

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Una speranza che si apre all’eternità

Posté par atempodiblog le 31 octobre 2012

Una speranza che si apre all’eternità
di Rosanna Brichetti Messori – Il Timone

Il cristianesimo ci svela in che cosa consiste l’aldilà. E annuncia un duplice esito della nostra esistenza terrena, legato all’accoglienza o meno dell’amore di Dio: paradiso o inferno. Con la possibilità “temporanea” del purgatorio…

Una speranza che si apre all’eternità dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti cimiterofedelidefunti

C’è un aspetto della vita degli uomini che mi ha sempre colpito molto ed è la cura per i propri morti che continua anche in questo nostro Occidente in gran parte scristianizzato. E che, dunque, non sembra trovare la sua ragione d’essere solo in una dimensione religiosa esplicita. Credo, invece, che sia il segno di un profondo e radicato bisogno degli uomini di ogni tempo e di ogni luogo di credere a una qualche forma di sopravvivenza dopo la morte. Di affermare che quel legame di amore e di familiarità che c’era con chi se ne è andato non si è interrotto del tutto e che in una qualche forma continua a sopravvivere. Tanto che i morti non solo li andiamo a trovare al cimitero per omaggiarli con la nostra visita, cosa abbastanza incomprensibile se si trattasse solo di un cadavere in putrefazione. Ma appartiene all’esperienza comune sentirli in qualche modo ancora vivi e comunque in grado di ascoltarci e di accogliere i nostri sfoghi oppure le nostre richieste d’aiuto. Chi infatti, non ha mai invocato la protezione, per esempio, dei genitori che non ci sono più ma che pure speriamo possano ancora in qualche modo prendersi cura di noi?
Una sorta di istinto, dunque, quello di proiettare la vita oltre la morte o forse un’intuizione che gli uomini hanno colto fin dai bagliori dell’umanità come testimoniano ovunque nel mondo le tante scoperte archeologiche di culto dei morti e degli antenati. E come confermano anche le tante filosofie che si sono succedute nel corso dei millenni e che hanno dato praticamente per scontata l’immortalità dell’anima cioè almeno della parte spirituale dell’uomo.
Il cristianesimo in questo senso non ha fatto altro che confermare quella che era già credenza comune, facendoci conoscere però molte altre cose su quel mondo misterioso che segue alla morte. Anzitutto facendoci capire bene, nella sua Scrittura Sacra e per bocca di Gesù stesso, in che cosa consista questo aldilà. Poi, introducendo una novità assoluta e cioè quella risurrezione della carne che, anticipata in Gesù e in Maria, avverrà per tutti alla fine del mondo, accompagnata da quella prospettiva di trasfigurazione totale anche della materia che darà vita a cieli nuovi e nuove terre.
Il guaio è che, nonostante tutta questa ricchezza di conoscenze e di stimoli per la riflessione, oggi l’argomento “aldilà” è di fatto spesso trascurato anche all’interno del cattolicesimo. Se ne parla poco, infatti, persino nella predicazione, sicuramente se ne parla assai meno di quando in tempi non poi così remoti, la morte con quel che segue costituiva nella coscienza comune una parte essenziale della vita con la quale fare i conti senza troppi pudori, fin dall’aldiqua. Penso che ciò sia l’ennesimo frutto dell’influenza divenuta sempre più forte, nel corso degli ultimi decenni, della mentalità prevalente. E cioè di una visione dell’esistenza che, concentrata in modo esasperato, talvolta spasmodico, sulla vita, non vede altro che l’orizzonte terreno e dunque è praticamente costretta ad accantonare il pensiero della morte. La quale in questo modo è vista, essendo venuta meno una corretta visione religiosa, non come un passaggio verso la vita vera e cioè quella eterna, ma come la fine di tutto e dunque da evitare e da temere come il male assoluto. Ponendola quindi drasticamente alla porta, salvo poi farla rientrare dalla finestra manipolandola a piacimento come una cosa di cui essere padroni, cercandola volontariamente in quel suicidio assistito che è l’eutanasia, ultima tappa sulla via di quella perdita del senso del sacro che caratterizza purtroppo questa nostra epoca.
Cosicché, si ha l’impressione che, nel giusto tentativo di contrastare e di combattere l’eutanasia, qualche volta anche i cattolici rischino di concentrarsi talmente sulla difesa della vita terrena da quasi scordarsi che ne esiste anche un’altra sulla quale alla fine puntare. E che dunque, nella ricerca di distinguere bene che cosa sia accanimento terapeutico e che cosa sia invece lo sforzo di preservare fino al suo termine naturale la vita umana e la sua dignità, occorra fare molta attenzione per non incorrere, magari in buona fede, in una visione di quest’ultima – cioè della vita stessa – parziale e limitata. Sì, perché non solo non dovremmo, almeno noi credenti, aver paura di parlare della morte ma, anzi, abituarci a guardarla intravedendo tuttavia anche quanto le sta dietro. E questo perché, come l’esperienza ha sempre confermato, guardare alla morte e all’aldilà non solo non ci rende tristi ma, al contrario, è l’unica cosa che è in grado di dilatare fino ai suoi estremi quella speranza che nasce dal credere. E questo perché essa, seguendo la fede nel suo percorso che va oltre la fine terrena, giunge fino a quella eternità di vita beata che è l’unica in grado di rispondere davvero ai desideri del nostro cuore.
Con una avvertenza però. E cioè che se si assume la prospettiva cristiana in questo campo, occorre abbracciarla totalmente senza operare sconti. Accettarla, cioè, anche per quegli aspetti che oggi invece molti pongono in discussione. Per quelli belli e desiderabili, dunque, ma anche per quelli negativi.
Intendiamo riferirci in particolare a quell’inferno che infastidisce tanti. I quali, anche quando giungono ad ammetterne l’esistenza, contestano il fatto che esso ospiti davvero qualcuno. Ma come, si chiedono costoro, davvero quel Dio che Gesù ci ha rivelato Padre buono e che la Chiesa ci presenta come somma misericordia potrà condannare qualcuno a una pena eterna? E invece è così, come ribadisce spesso anche il magistero della Chiesa.
Il problema è che l’inferno è una necessità che si collega direttamente a come è stata concepita da Dio stesso questa nostra vita umana strutturata nella libertà di sceglierlo oppure di rifiutarlo. Rifiutarlo, però, con piena coscienza e deliberato consenso, come si diceva una volta riguardo alle condizioni che ponevano in essere un peccato mortale, quello cioè che se non confessato e assolto porta appunto alla dannazione. È sperabile, dunque, che non siano poi molti coloro che si mantengano in una scelta di rifiuto che sia davvero pienamente cosciente e libera fino all’ultimo istante della loro vita. Anche perché la fede ci dice che la misericordia divina bussa in mille modi e in continuazione al nostro cuore non abbandonando mai nessuno. Poi, però, chi avrà resistito nella sua posizione di lucido rifiuto di Dio finirà in quell’inferno che in fondo ha voluto. Il quale non sarà altro che la continuazione per l’eternità proprio di questo stesso rifiuto. E purtroppo, dispiace dirlo, spesso i veggenti delle apparizioni mariane hanno visto questo inferno pieno di anime e a suor Faustina Kowalska Gesù ha chiarito bene che occorre attingere alla sua misericordia in vita perché dalla morte in poi sarà la giustizia ad avere la meglio.
E poi, come sappiamo, ci sono il purgatorio e il paradiso. Anche il purgatorio è una necessità che discende dal fatto che per partecipare con pienezza alla vita divina occorre avere operato quella purificazione che ce ne rende capaci, avere cioè compiuto l’intero itinerario previsto dalla redenzione operata da Gesù. In purgatorio, lo sappiamo, si è già in vista di Dio e questo è moltissimo, ma sarà necessario completare quel cammino verso di lui, quella comprensione e partecipazione profonda del Mistero che in vita non si è attuato. Quella del purgatorio è una intuizione che anche altri itinerari spirituali hanno avuto, a dimostrazione della sua necessità logica una volta entrati nell’ottica della possibilità di una crescita spirituale progressiva da parte dell’uomo. La reincarnazione, in fondo, risponde proprio a questo bisogno: occorre un itinerario di purificazione attraverso varie vite per giungere alla illuminazione. Per questo i santi accettavano ogni croce, perché sapevano che il cammino compiuto su questa terra li avrebbe portati da subito, dopo la morte, più vicini a Dio e dunque a quella beatitudine che chiamiamo paradiso.
Sì, quel paradiso che è il culmine della nostra speranza e, in essa, anche della nostra gioia. Non è facile immaginarlo proprio perché noi qui su questa terra non riusciamo a fare un’esperienza in cui sullo sfondo non stiano il senso del limite, della fine, della sofferenza. Forse, a tratti, possiamo intuirlo in alcuni momenti particolarmente felici, in quegli istanti di pura contemplazione che qualche volta Dio ci regala. Ma poi, si torna inevitabilmente alla nostra realtà umana, intrisa di bene e di male.
E invece il paradiso sarà questa partecipazione piena, questa comprensione totale tra tutti noi e con Dio. Sarà la fine dei conflitti, delle contraddizioni e delle incomprensioni, l’amore vissuto in pienezza senza ostacoli e senza limiti. Non è immaginabile nulla di più bello, nulla di più desiderabile. La nostra esperienza attuale è così lontana da esso che ci vuole un po’ di coraggio per crederci davvero. Ci vuole un po’ di applicazione per entravi dentro con il pensiero e per abbandonarvisi. Ma conviene farlo, perché se ne ritorna caricati e rigenerati non solo nello spirito.
Ma non è ancora tutto perché c’è un altro aspetto della fede cristiana davvero sorprendente. Se infatti, quell’aldilà che abbiano tentato di abbozzare con qualche limitata espressione è il regime che vige fino alla fine del tempo poi, a questo, qualche altra cosa si aggiungerà. Sarà la risurrezione dei corpi, sarà la trasfigurazione del mondo intero, sarà una sorta di purificazione globale che riguarderà l’intera creazione. Ci è difficile andare oltre nel dire. Mancano le parole per definire tutto ciò che pure con certezza appartiene alla fede. Possiamo intuire qualcosa guardando a Gesù risorto. A quelle sue possibilità di dominare la materia, entrando e uscendo dal suo corpo ma anche dai muri del cenacolo. Una identità precisa, ma non sempre sulle prime immediatamente riconoscibile. Oppure guardando a Maria, che nella sue apparizioni assume fisionomie diverse, segno anch’esse di una libertà di tipo nuovo di fronte alla materia rispetto a quella che sperimentiamo in questo nostro mondo.
Ma si tratta solo di qualche frammento di luce, solo di qualche flash anticipatore. Sufficiente tuttavia per farci capire che qualcosa di misterioso avverrà affinché questa creazione – gesto di profondo amore del Padre unito al Figlio e allo Spirito, motivo della incarnazione e della redenzione – partecipi tutta, uomo compreso, alla grande festa dell’eterna e beata vita divina. 

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La vita dell’uomo non è una tragedia, ma un felice ritorno a casa

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2012

Piccolo grande hobbit
di Alessandro Gnocchi – Il Timone

Con i suoi antieroi protagonisti, Tolkien celebra l’immutabile saldezza della verità sul bene e sul male. Una grande fiaba che ci parla del peccato e della Grazia, della fede e delle opere. Con una certezza finale: la vita dell’uomo non è una tragedia, ma un felice ritorno a casa

La vita dell’uomo non è una tragedia, ma un felice ritorno a casa dans Alessandro Gnocchi Hobbit

«Egli trasse un profondo sospiro. “Sono tornato”, disse».
Ci voleva un genio per chiudere con una simile riga le 1.258 pagine di un capolavoro come Il Signore degli Anelli. In quell’ultima riga, di cui Samvise Gamgee è protagonista assoluto, si racchiude il segreto dell’immortalità letteraria. Perché la grande epopea, la grande poesia, il grande romanzo, alla fine, non sono altro che il grande racconto del ritorno a casa. Non sono altro che la riscrittura della parabola del figlio prodigo. Perché la grande epopea, la grande poesia, il grande romanzo, alla fine, non sono altro che riti letterari dell’unica vera religione, che è quella cattolica.
L’incauto hobbit Samvise Gamgee, partito da Hobbiville per fedeltà a padron Frodo e nella speranza di incontrare gli Elfi, diventa protagonista di un’epocale battaglia contro Sauron, il Nemico. Una vera e propria epopea al termine della quale sembrerebbe che nulla possa più essere come prima. E invece no: «“Sono tornato” disse». Perché ciò che conta non muta mai. Lo spiega re Aragorn, a Eomer, nipote del Re del Mark: «Il bene e il male sono rimasti immutati da sempre, e il loro significato è il medesimo per gli Elfi, per i Nani e per gli Uomini. Tocca a ognuno di discernerli».

Epifania del sacro
Il mondo fiabesco del capolavoro di Tolkien vive nell’epifania luminosa del sacro, nel bagliore che rivela definitivamente ciò che gli uomini troppo a lungo hanno dimenticato. Per questo, nella Terra di Mezzo, può essere segno di un destino anche il semplice incontro con un Ramingo, un Re, un mago, un Elfo, un nano. L’improvvisa apparizione di queste o chissà quali altre creature producono nelle anime dei personaggi e del lettore un ordine liturgico che, improvvisamente, colloca al loro posto le cose e le parole. Frutto di sapienza letteraria che Tolkien, nel celebre saggio Sulle fiabe, chiama «subcreazione», arte di utilizzare gli elementi della realtà quotidiana per costruire un mondo coerente e vero: «Costruire un Mondo Secondario dentro il quale il sole verde risulti credibile, imponendo Credenza Secondaria, richiederà probabilmente fatica e riflessione, e certamente esigerà una particolare abilità, una sorta di facoltà magica. Pochi si cimentano in compiti così ardui; ma quando li si affronta e li si attua in misura maggiore o minore, si ottiene un risultato artistico senza pari: arte narrativa, insomma, elaborazione di racconti nella forma primaria e più pregnante».
Nella sua spregiudicatezza antiletteraria, un inventore di fiabe come Tolkien non si preoccupa della parola, se non per considerarla un seme che, affondato nel terreno, sparisce per liberare alla luce il fiore di cui era, misteriosamente, portatore. Nasce in tal modo un linguaggio che esorta alla contemplazione e alla comunione con il divino. In cui le parole, usurate dall’incuria degli uomini, possono compiere il loro ufficio solo riattingendo alla propria forza originaria.

Il «nome delle cose»
Per questo anche le cose hanno un nome nel mondo di Tolkien. «Anduril, Fiamma dell’Occidente» la spada forgiata dagli Elfi per Aragorn, il Re destinato a tornare sul trono. «Pungolo» lo spadino che il vecchio Bilbo consegna a Frodo prima che la Compagnia dell’Anello parta per la propria missione. Anche le cose hanno un nome perché, attingendo alla forza delle origini, assolvono compiti che vanno ben oltre il profano. Si compongono in cerimonia: ciò che trasforma in scrittura una bella prosa. «Alta scrittura senza cerimonia non fu possibile mai», scrive in proposito Cristina Campo nel saggio Parco dei cervi «fosse pure occultata la cerimonia nella convenzione di un sottovoce». «Hai l’aspetto di un normalissimo Hobbit» dice Bilbo a Frodo dopo averlo convinto a indossare sotto gli abiti una cotta di maglia forgiata dalla sapienza dei Nani. «Ma adesso vi è in te più di quanto appaia in superficie». Cos’è, questo, se non puro, rituale sottovoce? Discorso che, per stupire, non ha bisogno di convocare dai quattro punti cardinali legioni di angeli e di demoni da contrapporre in lamenti grandiosi.

Nel mondo c’è qualcosa di sacro
Perché la fiaba è fatta così. Spesso si pensa che nasca dalla sazietà di un’anima al cospetto di una fantasmagoria infinitamente più grande di tutte le delizie attese per tanto tempo. E, invece, sgorga dallo stupore che si prova quando il destino ha avuto cura di disporre una realtà un poco inferiore all’aspettazione. L’artista che se ne sappia abbeverare avrà trovato una fonte di ispirazione perenne. Territorio tutt’altro che rassicurante, dato che racconta i segreti, anche quelli dolorosi della vita.
Su questo tema, nel saggio Della fiaba, scrive Cristina Campo: «A un bambino che legge viene promessa l’apparizione del re: parola rutilante. Ma la scaltra, veggente fiaba la sa più lunga di lui: “Gli araldi diedero fiato alle trombe, le porte d’oro si spalancarono. Apparve il re, pallido e triste, senza scettro né corona, tutto vestito a lutto”». Dolorosa rivelazione che, per un istante, mozza il fiato. Ma, proprio nel momento in cui la vita rallenta fino quasi a fermarsi, il bambino coglie e custodirà per sempre l’idea che nel mondo c’è qualcosa di sacro e di grande.
«Sono tornato» dice Sam, dopo essere passato indenne fra le tentazioni del potere portate nel mondo dall’Anello proprio perché ha sperimentato che nel mondo c’è qualcosa di sacro e di grande. Ma non si giunge a tanta consapevolezza attraverso un viaggio allegro e giocondo. Il territorio delle fiabe si estende fra i poli della bellezza e della paura. Lo splendore soprannaturale del bello e del vero si mostra solo dopo il superamento di terrori concreti e carnali. Non è un caso se gli eroi più grandi di questo genere letterario sono i santi: interpreti di quella fiaba assoluta, quella fiaba delle fiabe, che è il Vangelo.

La presenza della Grazia
Su questo terreno letterario, la sapienza di Tolkien sta nel rendere appena meno visibile la presenza della Grazia per chiedere più forza al dire e al fare dei suoi personaggi. All’impallidire dell’intervento divino, gli uomini sono costretti a farsi persino violenti per andare alla conquista del regno dei cieli. Poi, giunti al limitare delle loro possibilità, dove l’aria è troppo pura per essere alimento di povere creature, ritrovano il sostegno della luminosità pastosa e concreta del soprannaturale.
In un racconto come Il Signore degli Anelli, l’orizzonte si pulisce e raccoglie vicende che sanno veramente dire qualcosa all’uomo. Quelle che chiedono l’esercizio dell’occhio, organo del tragico, e dell’orecchio, organo del comico. Su scenari tragici, passati con tinte violente, l’innesto di dialoghi comici segna l’ingresso della Grazia nelle cose terrene. E si manifesta la tragicommedia, il più cristiano dei generi letterari, il versante evangelico della fiaba.
Lasciata a se stessa, la tragedia racconta l’incontro dell’uomo con la sofferenza e la morte. Ma, allo stesso tempo, è qualche cosa di più della percezione dell’ineluttabilità del morire: è la disperata opposizione a questa crudeltà. La visione tragica del mondo nasce dalla comprensione della natura come grembo originario del prodursi e dell’irrimediabile risolversi di tutto ciò che esiste. Perciò, l’uomo tragico vive in un mondo senza orizzonte, dominato dall’eterno fluire del farsi e del disfarsi.
Il cristiano, per contro, è costituito dalla capacità di sperare contro ogni male, di attendere oltre il limite umano della sopportazione, di proclamare la liberazione da ogni delusione. Un atteggiamento come questo si fonda sulla constatazione delle alterne vicende della vita per cui ci si può sempre attendere il bene nel dolore e, più distrattamente, il male nella gioia. Ma sempre con un senso, dentro un orizzonte luminoso.

Eroismo a portata di tutti
Per questo Frodo arriva fino in fondo alla sua missione. Perché Tolkien gli ha messo nel cuore tutta la propria fiducia nella Grazia e tutta la propria consapevolezza di dovervi unire le buone opere, come dire la propria fede cattolica. È con questa fede che il piccolo hobbit si avvia verso la voragine di Monte Fato trascinando dietro quel povero essere devastato dalla schizofrenia spirituale che è Gollum. In quella salita dolorosa, Frodo, per conto di Tolkien, mostra come la fede cristiana produca qualcosa di inedito e per molti versi imponderabile. Sul ciglio di Monte Fato, non opera più la semplice speranza in ciò che ci si può ragionevolmente attendere, ma la certezza dell’inattingibile, dell’inaudito, convinzione che a Dio nulla è impossibile. Pur nel dolore e nel terrore, Frodo sa che non sarà sfigurato nel grido tremendo come gli eroi della tragedia, uccisi dalle stesse potenze che li avevano generati. Lui potrà durare indefinitamente persino nell’abiezione perché una potenza oscura, sovrana e silenziosa lo sorregge, anche se è lontana e latita.

Fiat voluntas tua
E non caso, il gesto ultimo è compiuto da un oscuro hobbit, invece che da Re Aragorn o da Gandalf il Bianco. La tradizione cristiana è costitutivamente “antieroica” non perché escluda l’eroismo dal suo orizzonte, ma perché lo generalizza. L’eroismo è alla portata di tutti e non è più necessario essere una personalità riuscita per attingervi. Basta pronunciare le poche parole dell’adorazione perfetta: Fiat voluntas tua. E tutto diviene possibile.
Nella fiaba vince il folle che ragiona a rovescio. Colui che, come il santo, crede al cammino sulle acque, alle mura traversate da uno spirito ardente. Colui che, come il poeta, trae dalle parole concreti e carnali concetti, come quel geniale «Sono tornato».

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Chiara “Luce” Badano: «a me interessa solo stare al gioco di Dio».

Posté par atempodiblog le 29 octobre 2012

Stare al gioco di Dio
di Irene Bertoglio – Libertà e Persona

Chiara “Luce” Badano: «a me interessa solo stare al gioco di Dio». dans Beata Chiara Luce Badano chiaralucebadano

Oggi, 29 ottobre, si celebra la festa di Chiara “Luce” Badano. Forse non tutti conoscono il motivo di questo secondo nome: perché “Luce”? La giovane Beata aveva chiesto personalmente a Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, di scegliere per lei un nuovo nome che la aiutasse a vivere meglio il Vangelo. Un incontro importante quello con la Lubich, da cui nasce in “Chiaretta” – come la chiamavano gli amici più cari – questa riflessione: «Mi piacerebbe essere una cristiana vera, autentica, di quelle che vanno fino in fondo; non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio. Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve essere anche vivere il Vangelo». E questa frase d’infanzia suona come una profezia.
Chiara nasce nel paesino di Sassello (Savona), attesa dopo 11 lunghi anni: il padre, Ruggero, uomo dagli occhi profondissimi, racconta che, nel soffrire per la sua non ancora compiuta paternità, pregava sul camion mentre lavorava. Anche la madre, Maria Teresa, è un’autentica testimone dell’amore di Dio; nel narrare la sua esperienza afferma che, alla nascita della figlia, «da subito avevamo avvertito nell’anima che Chiara non era figlia nostra, ma figlia di Dio, e come tale dovevamo crescerla nella Sua libertà». L’ubbidienza alla volontà del Signore e la conseguente accettazione del Destino rappresentano per la famiglia Badano una costante che accompagna provvidenzialmente tutta la vita loro e di Chiara Luce. È indubbio che Ruggero e Maria Teresa ricalcano la famiglia di Nazareth: due persone umili, di intensa e concreta fede. Sarà la stessa figlia, più avanti, a rivolgersi al padre dicendogli: «Papà, quando abbiamo questa presenza di Gesù in mezzo così forte tra di noi, noi siamo la famiglia più felice del mondo!».

Un racconto che ci avvicina a comprendere meglio questa bambina così luminosa proviene dalla mamma, che un giorno le suggerisce di regalare alcuni dei suoi giochi ai bambini più poveri, ma Chiara risponde: «No, sono miei!». E qui, nessuna novità. Ma dopo poco, Chiara chiede a Maria Teresa una borsetta di plastica e sceglie di regalare ai bimbi proprio i giochi più nuovi, giustificando così questo gesto: «Ai bambini poveri non si possono dare giocattoli già rotti!». Non vi viene in mente una parabola di Gesù? «[…] Un padre chiede al secondo figlio di andare a lavorare nella vigna ed egli rispose: non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò»…

Chiara cresce e sceglie di frequentare il liceo classico di Savona. Nonostante gli insegnanti la instradino verso un altro percorso di studi lei è determinata e va avanti per la sua strada: vedremo come questa sua attitudine temperamentale la accompagnerà per tutta la vita. Alla fine dell’anno, però, viene bocciata, e qui avvengono le prime importanti riflessioni sul mistero della sofferenza, oggi la grande censurata del nostro secolo. Chiara assegna infatti un valore all’esperienza del dolore, interpretazione più che mai antitetica per la nostra società, in cui la sofferenza sembra dover essere a tutti i costi annullata: «Questo fallimento mi fa capire che non ci può essere gioia se non si affronta il dolore come ha fatto Gesù sulla Croce, che si sentiva abbandonato dal Padre». Di sofferenza Chiara farà molta esperienza. Nel 1988, infatti, all’età di 17 anni, accusa un dolore alla spalla. La diagnosi è sconvolgente: osteosarcoma. Alla notizia, la madre, confermandosi nuovamente donna di grande fede, abbraccia il marito dicendogli: «solo Lui può aiutarci a dire il nostro “sì”». Ma Chiara? È pronta per il suo “sì”? Il 14 marzo 1989 scrive: «è tutto chiaro, io non guarirò più, me l’hanno detto i medici. Perché Gesù? Perché proprio io?». Maria Teresa ricorda che in quella circostanza Chiara cammina molto lentamente e le chiede di non parlare: si butta sul letto. La mamma rispetta, con discrezione e tenerezza, la richiesta della figlia: «in quel momento vedevo dalla sua espressione tutta la lotta che stava facendo dentro di sé, perché sapeva che doveva dire il suo “sì” a Gesù, non solo nella gioia ma anche nel dolore, ma lei voleva vivere! Dopo 25 minuti, con un sorriso raggiante mi dice: “mamma, adesso puoi parlare”. Aveva preso atto del suo dramma e detto il suo “sì”». Come il fiat di Maria da quel momento la forza e la determinazione di Chiara non l’hanno più fatta tornare indietro: «Mi sento piccola, la strada da compiere è così ardua, spesso mi sento sopraffatta dal dolore e mi ripeto: se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io. A me interessa solo stare al gioco di Dio». E ancora, durante la chemioterapia: «ogni ciocca che cade è per te Gesù».

Quando Chiara perde l’uso delle gambe scrive: «La mamma mi ha detto: “Gesù ti ha tolto le gambe ma ti ha dato le ali”». Quanta dolcezza in questa mamma che ha sempre saputo creare un clima di sostegno sia con le parole che con i gesti! Chiara sa di dover lasciare molte cose: che cosa prova? Immedesimiamoci e chiediamoci come ci sentiremmo noi senza tutto ciò che abbiamo, in una condizione simile: senza più poter camminare, sapendo di avere i giorni contati. Come reagiremmo? Lei la prende così: «Mi sento avvolta in uno splendido disegno che poco a poco mi si svela». Ecco di nuovo la sofferenza come mistero accettato. Il padre testimonia che lui e Maria Teresa erano convinti Chiara sorridesse solo per far piacere a loro, allora la spia dalla serratura e commenta: «Ho capito che Gesù faceva scendere una grazia su di lei».
Durante il ricovero Chiara riceve anche dei soldi che manda subito in Africa, convinta che «là sarebbero serviti di più». Un’amica storica afferma che Chiara avrebbe desiderato diventare pediatra.

Negli ultimi tempi – cure sospese – Chiara rifiuta la morfina in quanto vuole restare completamente lucida, in totale controtendenza rispetto alle normali richieste dei pazienti in simili condizioni. Un altro episodio molto commovente è quando, il giorno di S. Valentino, Chiara sollecita la mamma ad andare dal parrucchiere e a uscire a cena col marito: «Stasera dimenticatevi di me, guardatevi negli occhi e ditevi che vi volete bene». Maria Teresa ricorda: «Lì ho pianto, perché ho compreso che Chiara ci stava abituando a camminare da soli!». Una mamma sempre attenta e disponibile, ma non di meno la figlia: Chiara, così sensibile nei confronti della salute psicologica dei genitori, pensa già “in avanti”, così, quando chiede di poter avere, per il suo funerale, come una sposa, un abito bianco con una cinturina rosa, dice alla mamma: «quando mi vestirai dovrai sempre ripetere: “Ora Chiara vede Gesù”, per tre volte». Nell’ultimo saluto alla madre le scompiglia i capelli con una mano e sorridendo le dice: «Mamma, ciao! Sii felice perché io lo sono».

Il 19 dicembre 2009 Benedetto XVI firma il decreto di approvazione del miracolo di guarigione di Andrea Bartole attribuito all’intercessione di Chiara Luce Badano. Il 25 settembre 2010 viene beatificata.
Mons. Livio Maritano, vescovo emerito di Aqui Terme, rimembrando le loro conversazioni, rileva come Chiara cogliesse sempre «l’essenziale del Cristianesimo, puntando tutto sulla certezza dell’amore di Dio a cui ricambiare col “sempre sì”». In una registrazione vocale di Chiara, voce peraltro a mio parere dolcissima, questa affermazione è confermata: «Ho capito che se noi fossimo sempre in questa disposizione d’animo, pronti a tutto, quanti segni Dio ci manderebbe! Ho compreso anche quante volte Dio ci passa tanto e noi non ci rendiamo conto. Adesso vi saluto, anche se avrei tantissime altre cose da dirvi, ma… (qui si fa silenzio) alla prossima puntata. Ciao a tutti!».

Chiara è stata descritta da tutti coloro che l’hanno conosciuta come una persona semplice, sempre sorridente, vivace, piena di vita, altruista, riconoscente. Negli anni ’80 incarna l’esatto opposto della moda del tempo e non cerca di mettersi in mostra. Sa ascoltare in silenzio senza interrompere: quale insegnamento per una società logorroica come la nostra! Oggi tutti parlano, ma quante relazioni si instaurano veramente? Chiara ci insegna che ascoltare implica un rapporto, un incontro personale, un’apertura accogliente.

E in questa scalata verso Dio, verso la cima, come capo cordata ci esorta: «I giovani sono il futuro, io non posso più correre ma vorrei passare loro la fiaccola come alle olimpiadi. I giovani hanno una vita sola, e vale la pena spenderla bene!». Il cuore è capace di amare nonostante tutte le condizioni esteriori; si può vivere con coraggio: la Santità è possibile anche ai giorni nostri.

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HALLOWEEN: il nulla tende ad essere riempito da Satana

Posté par atempodiblog le 29 octobre 2012

“Satana oggi opera per distruggere le famiglie e attira a sé i giovani utilizzando il loro tempo libero”. (Padre Livio Fanzaga)

HALLOWEEN: il nulla tende ad essere riempito da Satana dans Anticristo gospamedjugorjenapoli

“Figli cari! Anche oggi vostra madre vi avverte che Satana sta provando a soffocare tutto ciò che c’è di buono in voi. Ma la vostra preghiera non gli consente di riuscirci. Pregando voi riempite tutti i vuoti e così impedite a Satana di entrare nella vostra anima. Pregate, figli cari, e vostra madre pregherà con voi per vincere Satana”. (Messaggio straordinario di Medjugorje del 21/03/1988)

“Voglio dirvi anche che Satana in questo tempo sta operando in modo particolare per sviarvi dalla via del bene. Vi raccomando pertanto di riempire con la preghiera tutti gli spazi vuoti così che Satana non possa nuocervi. In particolare vi raccomando di pregare nelle vostre famiglie. Vostra madre pregherà insieme con voi”.  (Messaggio straordinario di Medjugorje del 21/05(1989)

“Cari figli, io sono con voi anche se non ne siete coscienti, desidero proteggervi da tutto ciò che satana vi offre e attraverso cui vi vuole distruggere”. (Messaggio di Medjugorje del 25/03/1990)

divisore dans Medjugorje

HALLOWEEN: il nulla tende ad essere riempito da Satana
di Don Marino Bruno
Fonte: Il cittadino, settimanale cattolico da Genova – il cittadino.ge.it
Tratto da: Luci sull’est

halloweenzucchevuote dans Halloween

[...] questa ricorrenza è paragonabile ad un fiume in piena riempito da tanti affluenti. Infatti si fanno tante congetture, alcune attendibili, altre no. [...] s’invitavano genitori ed educatori a non dare l’approvazione ad una vicenda che si fonda sul vuoto [...] E’ una vicenda che si fonda sul vuoto, perché non ha contenuti, di nessun genere. E quando non ci sono contenuti, dev’esserci sempre allarme rosso. Perché, secondo quanto ha compreso la Chiesa cattolica, il nulla tende ad essere riempito da Satana.
La religione celtica non sembra dare adito a situazioni spettrali, nella notte di Samhain, il 31 ottobre. Il rinnovato rapporto con i morti, tipico di quella circostanza, sembra che fosse sereno. L’elemento spettrale parte sicuramente dall’uso che il mondo esoterico ha voluto fare di alcune leggende dei Celti [...]
Ne riprendiamo una, quella più importante e famosa, la leggenda di Jack [...] Il protagonista è un fabbro dalla pessima condotta morale, che un 31 ottobre venne colto da un attacco mortale di cirrosi epatica. Il diavolo arrivò per prenderselo, ma Jack gli chiese il favore di poter bere il suo ultimo bicchierino.
Ottenuto il permesso, iniziò a far presente che non aveva neppure una moneta per pagare la consumazione nell’osteria, pertanto chiese al diavolo di trasformarsi in una moneta da sei pence. Questi, stupidamente, acconsentì; Jack afferrò la moneta, la mise nel borsellino, che aveva – all’esterno – una croce ricamata. Il diavolo era imprigionato e con una croce a due centimetri di distanza che lo faceva soffrire. Jack gli propose di posticipare di un anno la sua morte, al prigioniero non restò che accettare, per poter riavere la libertà e terminare di soffrire a causa del simbolo cristiano che l’opprimeva.
Un anno dopo il diavolo si presentò all’appuntamento con Jack. L’instancabile truffatore gli prospettò una sfida: non sarebbe più riuscito a scendere da un albero. Il diavolo, divertito per l’ingenua sfida, accettò. Salì su un albero che si trovava nei pressi, mentre Jack incise sulla corteccia una croce, la cui presenza rendeva problematico – all’avversario – passarvi accanto. Pertanto lo spirito del male era imprigionato sui rami. L’infaticabile fabbro gli promise che avrebbe cancellato la croce, ridandogli la libertà, se lui avesse rinunciato a portarlo con sé all’inferno.
Così fu. Jack bussò alla porta del Paradiso, ma gli fu risposto che non lo potevano accettare; non potendo andare neppure all’inferno, ricevette dal diavolo un dono quale squisito atto di cortesia, consistente in un tizzone ardente, che gli potesse illuminare il cammino in quell’eterno limbo buio che avrebbe dovuto percorrere per l’eternità.
Jack, da uomo che non si scoraggiava mai, fece in modo che quel tizzone gli potesse davvero durare nel tempo, per cui lo ripose in una rapa intagliata, ricavandone in tal modo una lanterna. Infatti oggigiorno si parla di Jack o’ lantern. Quando la leggenda, nella metà del 1800, passò in America in conseguenza d’una massiccia emigrazione del popolo irlandese nel nuovo continente, gli emigrati scoprirono che le zucche erano più grosse e più facili da scavare rispetto alle rape, anche perché le rape americane erano più piccole di quelle europee. Ecco perché oggi si usano le zucche, vere o di plastica.
La leggenda di Jack esprime un aspetto che emerge dalla tradizione celtica, che emerge in un modo non pienamente chiaro, vista la pluralità di torrenti di leggende e di si dice che arricchiscono la notte d’inizio di quel nuovo anno. Si tratterebbe di quella setta che ogni sera del 31 ottobre bussava alle porte delle case…
In epoca vittoriana gli strati borghesi, di fatto, s’impadronirono della festa, copiando la moda americana, che era solita organizzare feste – talvolta anche a scopo benefico – proprio nella notte del 31 ottobre. Il 31 ottobre è anche uno dei sabba delle streghe. Perché tutte queste coincidenze proprio in tale data? Già nel 1910 le fabbriche statunitensi producevano tutta una serie di manufatti finalizzati unicamente ad Halloween, che prese il nome di notte degli scherzi, o di notte del diavolo.
Diventò rapidamente la notte in cui ci si abbandonava ad un comportamento anarchico, amorale, vandalico, fino al punto che il governo la proibì. Durante la seconda guerra mondiale la festa servì per tenere alto il morale delle truppe, e dal 1945 ebbe luogo una regia per dirottarla sui bambini, quale festa per loro. Dall’America la moda è passata in questi ultimi anni anche da noi. Il messaggio che vagamente, confusamente passa è che in quella notte bisogna travestirsi in modo tale da far paura, con la zucca che fa luce, perché si fa la parte dei morti che devono spaventare le persone; in quella notte si deve dire a tutti dolcetto o scherzetto, che esprime un inno alla mentalità del ricatto, alla mentalità del pizzo di chiaro stampo mafioso. Il bambino è invitato ad esigere, altrimenti delle forze negative che agiranno dietro suo comando porteranno disgrazie.
E’ una festa dove le componenti religiose celtica e cristiana sono state eliminate. Se ad un bambino venisse raccontata la leggenda di Jack, il messaggio che passerebbe sarebbe veramente antipedagogico, indipendentemente da ogni riferimento alla dottrina cristiana. Un uomo bugiardo che è più perfido del male, e che comunque viene aiutato proprio dal diavolo a lenire il suo cammino, col dono di un tizzone acceso, mentre il Paradiso tace e non fa nulla, stravolge ogni concetto di bene e di male che gli educatori, genitori in testa, vogliono trasmettere ai piccoli. E’ un’opinione condivisa? Il male diventa dispensatore d’un gesto di carità che a Dio non viene neppure in mente di attuare. I bambini hanno bisogno di fiabe.
Se Halloween è elevata a dignità di fiaba, scusate, ma io non ho ancora compreso nulla di pedagogia. Le fiabe sono vere – scriveva Italo Calvino – sono nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane una spiegazione generale della vita. E’ importante nutrirsi ed essere nutriti di fiabe. Quale spiegazione generale della vita emerge dalla vicenda di Jack? I bambini hanno bisogno d’essere aiutati ad elaborare un rapporto non macabro con il concetto di morte e di morti. Questo l’affermo indipendentemente da ogni riferimento religioso, ateo, agnostico, filosofico.
Non è il momento in cui parlare di vita ultraterrena sì o no, reincarnazione sì o no. Adesso siamo in campo pedagogico, dove dei minimi comuni multipli socialmente condivisibili non possono non imporsi. Un concetto di al di là che faccia paura, che possa ricattare anziché esprimere solidarietà, sicurezza, serenità, tranquillità, non aiuta la crescita del bambino.
Se Halloween è solo una festa innocente io devo ancora comprendere da che parte guardare per iniziare a vivere. C’è un abisso tra Halloween e il carnevale: i mandanti di questo carnevale d’ottobre sono gli stessi che stanno cercando di bombardare – con stile politically correct – la religione in sé e quella cattolica in modo particolare.
Quando esoterismo, lobby politiche e filosofiche lavorano per svitare il senso del sacro ed il rispetto che gli si deve, ponendovi sopra la profumata patina della new-age, non meravigliamoci se le loro prede preferite sono i bambini. Forse un bambino può venir lasciato libero di scegliere da grande se farsi battezzare oppure no, ma Halloween no, Halloween va vissuta, perché è innocua. Signori, Halloween, impostata così, è pedofilia esercitata in campo morale, psicologico, spirituale, mentale, senza violentare il corpo.
Il concetto sereno e dignitoso della vita si distrugge anche sconquassando la solennità della morte e la situazione di chi è morto. Rendere la morte un carnevale significa che il capolinea del vivere terreno, quel capolinea che esprime la sintesi dell’intero vivere terreno, di ciò che s’intende del concetto di vita e del concetto di morte, è solo edonismo. Un popolo infettato di edonismo può essere manipolato con maggiore facilità dal burattinaio più furbo, o da più burattinai. Dare un senso del macabro ai bambini in merito al concetto della morte e dei morti significa iniziare a demolire la dignità della vita terrena sino dalla più tenera età, col consenso acritico di non pochi genitori ed educatori che non se ne stanno accorgendo.
Ormai conviviamo col velenoso spacciato per innocuo: dai cibi che ci vengono propinati, forse dalle onde emesse dai cellulari, allo spinello fumato perché intanto è solo uno spinello, l’assunzione di veleni per il corpo e per la mente è all’ordine del giorno. Crediamo d’essere liberi, ma corriamo il rischio d’essere prigionieri di modelli di vita esprimenti un tu devi kantiano che fa rabbrividire. La libertà si conquista ponendoci in modo critico dinnanzi a tutto. Va alzato lo spirito critico. Di tutti, su tutto. Giocare a fare il fantasma o altro ancora, giocando a vivere il ruolo di spirito inquieto, non è educativo. Ma è solo un gioco, viene detto da troppi. Ci rendiamo conto di quale messaggio si ricolma la mente del bambino in conseguenza di questo gioco? Ci vogliamo pensare a cosa resta nella mente, e cosa nella mente continua a lavorare? Il bambino ci ritornerà sopra tante volte per associazione di idee, ogniqualvolta gli verrà spontaneo.
Ai genitori ed agli educatori cristiani chiedo di evitare ogni manifestazione legata ad Halloween.
Noi siamo cristiani, non festeggiamo Halloween, potrebbe essere la risposta. Noi siamo cristiani penso che dovrebbe essere la frase da obiettore di coscienza di pasticceri, giornalai, cartolibrari, dinnanzi alla domanda del cliente che chiede ma non avete nulla per Halloween?
Gli insegnanti non possono non avere le idee chiare in merito alla non pedagogicità di questa farsa autunnale. Si parla tanto di presepe si o presepe no nelle scuole, di recita di Natale si o no – sempre nelle scuole – per non offendere sensibilità religiose non cristiane o atee, e qui c’è ben più rispetto ai vari credo religiosi o filosofici: è in gioco l’equilibrio psicologico del bambino su vita e morte, viventi e defunti. Praticamente, le riflessioni-impalcatura su cui fondare il proprio modo di vivere, il significato ed il senso stesso da dare alla vita. Ed alla morte. E ai morti. Non posso credere che questo, almeno questo, non sia condivisibile da ogni collega.
Oggi abbiamo elaborato alcune riflessioni essenziali sull’aspetto pedagogico. Prossimamente ne presenteremo altre, inerenti l’invasione del mondo dell’occulto in tutti i settori della vita.
E’ già pronta anche l’intervista fatta a Don Gilles Jeanguenin, un Sacerdote che quotidianamente esercita il ministero di esorcista, approvato dal nostro Arcivescovo.
E’ anche disposto a venire a parlare nelle scuole, laddove un docente ne faccia richiesta.

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La morte

Posté par atempodiblog le 28 octobre 2012

La morte dans Don Dolindo Ruotolo tombadondolindo

L’anima: Sono piena di vita, e mi pare quasi di non dovere mai morire. Fantastico desidero gioie della terra, eppure certamente verrà anche per me il giorno nel quale rimarrò esanime ed immobile sul lette del mio dolore, e la scena di questo monde sarà per sempre sparita da me!… Pochi giorni di malattia prepareranno il mio ultimo giorno… forse esso mi sopraggiungerà anche improvvisamente, forse anche violentemente: io non lo so. Quello che so certamente è che passerà questa vita, e mi troverò al cospetto di Dio, dove renderò conto di tutto, anche di una parola vana od oziosa!
Quanto terribile sarà il punto della morte per me: il corpo si infiaccherà, l’affanno opprimente mi toglierà il respiro, le rimembranze della vita mi turberanno, il demonio mi assalirà con grande ira…
O Maria, Mamma mia, verrai tu vicino al letto del mio dolore; tempererai Tu la terribile angoscia di quei momenti? Oh, io ti attendo, poiché è troppo amara quell’ora per me, che non ricordo nella mia vita che ingratitudini e peccati!
Il pensiero della morte non deve essere sterile per me, ora che ho ancora tempo e posso prepararmi fin da ora. Voglio staccarmi da tutto ciò che può darmi pena nella morte, voglio rinunziare a tutte le vanità, voglio vivere cristianamente, per trovarmi allora un tesoro di meriti. Aiutami Tu, o Maria, a vivere bene, affinché io non rimanga allora oppressa dalla mia grande responsabilità.

Maria: Figlia mia, ricordati che Gesù ti ha dato un tesoro che deve servirti prorio nella morte, ed è il santo Viatico ed il Sacramento dell’Unzione degli infermi. Quando ti accorgerai che la tua vita reclina, reclama tu stessa questo Sacramento, perché è tanto facile che la falsa e crudele compassione dei tuoi familiari te ne privi. Vivi, poi, come se ogni giorno dovessi morire, e misura, con questo pensiero, i tuoi desideri e le tue vanità. La morte così ti troverà preparata, e tu, nel Cuore di Gesù e nel mio, esalerai l’ultimo respiro e sarai salva in eterno.

Giaculatoria: Dalla morte eterna liberami, o Signore.

Fioretto: Fa’ una preghiera per i moribondi.

di Don Dolindo Ruotolo
Una profonda riforma del cuore alla scuola di Maria – Casa Mariana

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Un buon posto in Paradiso

Posté par atempodiblog le 28 octobre 2012

Un buon posto in Paradiso dans Citazioni, frasi e pensieri Don_Giustino_Maria_Russolillo

«Pensiamo a trovarci un buon posto in Paradiso ».

Beato don Giustino Maria Russolillo

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San Giuda Taddeo, cugino del Salvatore

Posté par atempodiblog le 27 octobre 2012

San Giuda Taddeo, cugino del Salvatore
di Stefano Nitoglia – Radici Cristiane
Tratto da: La voce di San Giuda Taddeo Apostolo

San Giuda Taddeo, cugino del Salvatore dans San Giuda Taddeo San-Giuda-Taddeo

Un Santo nascosto
Accanto alla Roma rutilante dei grandi apostoli e dei santi illustri c’è una Roma “minore”, ma non per questo meno grande. E’ la Roma dei santi poco conosciuti, ma non meno potenti. Tra questi, vi è uno in particolare la cui intercessione è efficacissima, tanto da essere considerato il patrono dei casi disperati: san Giuda Taddeo, annoverato, secondo san Luca, all’undicesimo posto della gerarchia apostolica. Provare per credere.

I suoi resti si trovano in una cappella laterale della Basilica di San Pietro in Vaticano, quasi nascosti agli occhi dei più, come se il Signore lo abbia voluto gelosamente riservare tutto per sé. Chi scrive,avendo per caso saputo che era lì sepolto e volendolo venerare, ne ha chiesto notizie ai custodi della Basilica più importante della Cristianità. Solo uno di essi, dopo averci pensato un po’ su, ha saputo indicare, e non senza incertezze, la sua tomba. Forse, la sua poca notorietà è legata al nome, che evoca il tradimento dell’altro Apostolo e per questo su di lui per lunghi secoli è calato il silenzio. Ma, a differenza di quello, san Giuda Taddeo suggellò con il sangue del martirio la sua fedeltà al Redentore.

Cugino di Gesù
Nato a Nazareth, nell’alta Galilea, da Alfeo, fratello di san Giuseppe, e da Maria di Cleofe, una delle pie donne che secondo la narrazione evangelica accompagnarono Gesù al Calvario e a cui gli angeli annunziarono la Resurrezione il lunedì di Pasqua, Giuda Taddeo era, quindi, della stirpe regale di Davide e cugino di Gesù.

Quasi coetaneo del Salvatore, san Giuda trascorse con Lui la sua infanzia e si formò alla scuola di Maria.
Si può, quindi, pensare che egli sia stato uno dei primi ad abbracciare la devozione della schiavitù a Maria, che ebbe origine da Gesù stesso, che fu il primo schiavo di Sua madre nel Suo seno, e che si è tramandata nei secoli e successivamente è stata meglio delineata da san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673 – 1716), che ne fu il principale propagatore.
Questa devozione, che meriterebbe di essere maggiormente conosciuta, è una via più facile e sicura per arrivare a Gesù, Sapienza Incarnata, consacrandosi totalmente a Lui attraverso Maria; una perfetta rinnovazione dei voti battesimali fatta mediante la Santa Vergine.
Animo generoso e sensibilissimo, dallo sguardo penetrante e dal sorriso dolce e accattivante come quello del Cugino, di bell’aspetto virile, Giuda meritò l’appellativo di Taddeo, dal siriaco Thad, che significa “dolce, misericordioso, benefico, amabile, generoso”.

Il suo apostolato e il martirio
L’azione apostolica di san Giuda, dopo la Pentecoste, fu vastissima; evangelizzò dapprima la Giudea, quindi la Mesopotamia e infine la Persia, compiendo numerosi miracoli ed ottenendo moltissime conversioni. In quest’ultimo Paese si riunì all’apostolo san Simone, combattendo insieme a lui contro le eresie dei sacerdoti idolatri Zaroes e Arfexat, che gli aizzarono contro la popolazione di Suamyr, grande centro della Persia. Lì furono martirizzati nell’anno 70 dell’era cristiana, 36 anni dopo l’Ascensione di Gesù Cristo in cielo.

I loro resti furono portati più tardi a Roma e collocati in una cappella laterale della Basilica di San Pietro. Il Papa Paolo V, con una Lettera del 22 settembre 1548, concesse l’indulgenza plenaria ai visitatori della tomba di san Giuda Taddeo il giorno 28 ottobre, festa liturgica dei Santi Simone e Giuda.

La devozione popolare
Il culto di san Giuda si è diffuso nell’ Asia Mediorientale, nell’ Austria e in Polonia, meno in Italia. Molti santi e grandi personaggi furono suoi devoti: san Bernardo, che portava sempre con grande venerazione una sua reliquia, Santa Gertrude, che lo pregava ogni giorno e ne diffuse la devozione, Santa Brigida, alla quale Gesù stesso, in un’apparizione, raccomandò di ricorrere alla sua intercessione. Cosa che la Santa fece, ricevendo immediatamente la grazia richiesta.

Grande devoto di san Giuda fù Carlo Magno, il fondatore del Sacro Romano Impero, che nella diocesi di Aquisgrana si venera come Beato, il quale ottenne dal Papa il permesso di trasportare temporaneamente le spoglie del Santo a Tolosa, in Francia.
A Roma, nel quartiere Trieste, e più precisamente in via Rovereto, angolo via Gradisca, c’è una piccola Chiesa dedicata a san Giuda dal 1919 con accanto la Piccola Casa S. Giuda Taddeo, oggi casa-famiglia diretta dalle Suore Carmelitane che ne diffondono instancabilmente la devozione.

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L’oceano

Posté par atempodiblog le 27 octobre 2012

La parrocchia sottomarina in direzione di Betlemme dans Padre Livio Fanzaga parrocchiasottomarina

Un giorno un pesce dell’oceano chiese ad un altro:
«Scusa, tu che sei più vecchio, sai dirmi dove posso trovare quella cosa che chiamano “oceano”?».

Il vecchio pesce rispose: «E’ quello in cui stai nuotando adesso!»
«Oh! Ma questa è solo acqua!»

Siamo immersi in Dio e non ce ne accorgiamo in «Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo». (At 17,28)
Una grande mistica del secolo scorso, Madeleine Delbrêl,
si domandava con un po’ di umorismo e alla stesso tempo con tristezza: «Mio Dio, se Tu sei dappertutto, come mai io sono così spesso altrove?».

di Don Pino Pellegrino - Lo shopping dell’anima

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Ricordarsi delle anime abbandonate del Purgatorio

Posté par atempodiblog le 27 octobre 2012

Ricordarsi delle anime abbandonate del Purgatorio dans Citazioni, frasi e pensieri santepiagheges

In un volumetto dedicato dal Padre [don Scarpassa] “Alle anime riparatrici” al capo V scrive: «Il Sangue che scende dalle sante Piaghe non è prezioso solo per i vivi, ma anche per i defunti… Il mondo pensa poco a queste povere Anime, solo perché non si vedono, né si sa quante sono e quanto soffrono… Quante anime vi sono in Purgatorio che attendono da anni la liberazione e nessuno si ricorda più di loro…».

p. Stefano Igino Silvestrelli

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Uniti in Dio

Posté par atempodiblog le 27 octobre 2012

Uniti in Dio dans Amicizia

“Più andremo verso Dio e più saremo uniti, cioè avvicinati.
Gli esseri umani non sono paralleli ma convergenti e Dio è il loro fuoco”.

Léon Bloy

Fonte: Il canto del Cuore

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Alcuni incontri di Santa Faustina con delle anime purganti

Posté par atempodiblog le 27 octobre 2012

Alcuni incontri di Santa Faustina con delle anime purganti dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti faustinakowalskamiseric

[1926]
Quando arrivammo in noviziato, stava morendo Suor. Qualche giorno dopo Suor… viene da me e mi ordina di andare dalla Madre Maestra a dirle di chiedere al suo confessore, Don Rospond, di celebrare una S. Messa per lei con l’aggiunta di tre giaculatorie. In un primo momento acconsentii, ma il giorno dopo pensai di non andare dalla Madre Maestra, poiché non capivo bene se si era trattato di un sogno o dii realtà. E non andai. La notte seguente si ripeté la stessa cosa in modo più chiaro, per cui non ebbi più alcun dubbio. Malgrado ciò la mattina decisi di non parlarne ancora alla Maestra. «Gliene parlerò soltanto quando la vedrò durante il giorno». Ad un tratto incontrai nel corridoio quella suora defunta; mi rimproverò di non essere andata subito ed una grande inquietudine s’impadronì della mia anima. Allora corsi immediatamente dalla Madre Maestra e le raccontai tutto l’accaduto.La Madremi rispose che avrebbe provveduto. Nella mia anima ritornò subito la pace. Il terzo giorno quella suora tornò di nuovo e mi disse: «Iddio gliene renda merito».

[1935]
Una volta che, prima del giorno dei defunti, andai al cimitero verso l’imbrunire, il cimitero era chiuso, ma scostai un po’ la porta e dissi: “Care anime, se desiderate qualche cosa, la farò volentieri per voi, per quanto me lo permette la regola”. E subito udii queste parole: « Fa’ la volontà di Dio; noi siamo felici nella misura in cui abbiamo fatto la volontà di Dio ». La sera quelle anime vennero e mi chiesero preghiere. Pregai molto per loro. Mentre la processione di sera ritornava dal cimitero vidi una moltitudine di anime che venivano con noi verso la cappella e pregavano assieme a noi. Ho pregato molto, poiché per questo avevo il permesso dei superiori.

[1936]
Una volta di sera venne da me una delle Suore defunte, che in precedenza era già stata da me alcune volte. Quando l’avevo vista la prima volta era in uno stato di grande sofferenza, poi man mano venne in condizioni di sempre minor sofferenza e quella sera la vidi splendente di felicità e mi disse che era già in paradiso. Mi disse inoltre che Dio aveva provato con quella tribolazione questa casa, poichéla Madre Generaleaveva dubitato non prestando fede a quello che avevo detto di quest’anima. Ma adesso, in segno che solo ora è in paradiso, Iddio benedirà questa casa. Poi mi si avvicinò e mi abbracciò affettuosamente e disse: «Ora debbo andare».
Compresi quanto è stretto il legame che intercorre fra queste tre tappe della vita delle anime, cioè fra la terra, il purgatorio e il paradiso.

[1936]
Una volta di notte venne a trovarmi una delle nostre suore, che era morta due mesi prima. Era una suora del primo coro. La vidi in uno stato spaventoso: tutta avvolta dalle fiamme, con la faccia dolorosamente stravolta. L’apparizione durò un breve momento e scomparve. I brividi trapassarono la mia anima, ma pur non sapendo dove soffrisse, se in purgatorio o all’inferno, raddoppiai in ogni caso le mie preghiere per lei. La notte seguente venne di nuovo ed era in uno stato ancora più spaventoso, tra fiamme più fitte, sul suo volto era evidente la disperazione. Rimasi molto sorpresa di vederla in condizioni più orribili, dopo le preghiere che avevo offerto per lei e le chiesi: «Non ti hanno giovato per nulla le mie preghiere?». Mi rispose che le mie preghiere non le erano servite a nulla e che niente poteva aiutarla. Domandai: «E le preghiere fatte per te da tuttala Congregazione, anche quelle non ti hanno giovato niente?». Mi rispose: «Niente. Quelle preghiere sono andate a profitto di altre anime ». E io le dissi: «Se le mie preghiere non le giovano per niente, la prego di non venire da me». E scomparve immediatamente. Io però non cessai di pregare. Dopo un certo tempo venne di nuovo da me di notte, ma in uno stato diverso. Non era tra le fiamme come prima ed il suo volto era raggiante, gli occhi brillavano di gioia e mi disse che avevo il vero amore per il prossimo, che molte altre anime avevano avuto giovamento dalle mie preghiere e mi esortò a non cessare di pregare per le anime sofferenti nel purgatorio e mi disse che essa non sarebbe rimasta a lungo in purgatorio. I giudizi di Dio sono veramente misteriosi!

[1937]
Quando venne a mancare Suor Domenica, la notte verso l’una venne da me e mi fece capire che era morta. Pregai fervorosamente per lei. La mattina le suore mi dissero che era morta, risposi che lo sapevo poiché era venuta da me. La suora infermiera mi pregò di dare una mano a vestirla. Mentre rimasi con lei, il Signore mi fece conoscere che soffriva ancora in purgatorio. Raddoppiai le mie preghiere per lei, ma nonostante il fervore col quale prego sempre per le suore defunte, mi sbagliai nei giorni e, invece di offrire tre giorni di preghiere come prescrive la regola, io per errore ne offrii due. Il quarto giorno mi fece conoscere che le dovevo ancora delle preghiere e che ne aveva bisogno. Formulai immediatamente l’intenzione di offrire un giorno intero per lei, e non solo quel giorno, ma di più, secondo quanto mi suggeriva l’amore del prossimo.

[1937]
Questa sera è venuta da me una delle suore defunte: mi ha chiesto un giorno di digiuno e di offrire per lei in quel giorno tutte le pratiche di pietà. Le ho risposto che ero d’accordo. Il giorno dopo fin dal mattino ho espresso l’intenzione di offrire tutto a favore di quella suora. Durante la santa Messa per un momento ho vissuto il suo tormento, ho provato nell’anima una fame così grande di Dio che mi sembrava di morire per il desiderio di unirmi a Lui. La cosa è durata un breve momento, ma ho capito che cos’è la nostalgia delle anime del purgatorio. Subito dopo la santa Messa ho chiesto alla Madre Superiora il permesso per il digiuno, ma non l’ho ottenuto perché sono ammalata. Quando sono entrata in cappella, ho sentito queste parole: «Se lei, sorella, avesse digiunato, avrei ottenuto il sollievo soltanto questa sera, ma per l’obbedienza, che le ha proibito di digiunare, ho ottenuto il sollievo immediatamente. L’obbedienza ha un grande potere». Dopo tali parole udii: «Dio gliene renda merito».

Santa Faustina Kowalska

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Maria è la guida più adatta alla conoscenza del Cristo

Posté par atempodiblog le 26 octobre 2012

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“Nessuno conobbe Gesù così intimamente come Maria. Non soltanto lo portò nove mesi nel grembo, ma per trent’anni fu partecipe dei pensieri più intimi e dei nascosti desideri del Figlio. Dunque, nessuno può essere guida più adatta alla conoscenza del Cristo”.

San Pio X

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I Santi

Posté par atempodiblog le 26 octobre 2012

I Santi dans Citazioni, frasi e pensieri benedettoxvi

“I Santi [...] traducono il divino nell’umano, l’eterno nel tempo. Essi sono i nostri maestri di umanità, che non ci abbandonano nemmeno nel dolore e nella solitudine, anzi anche nell’ora della morte camminano al nostro fianco”.

Card. Joseph Ratzinger (1 settembre 1990)

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