I mercanti nel tempio

Posté par atempodiblog le 11 mars 2012

I mercanti nel tempio dans Commenti al Vangelo

Durante l’ingresso a Gerusalemme, la gente rende omaggio a Gesù come figlio di Davide con le parole del Salmo 118 [117] dei pellegrini: « Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli! » (Mt 21, 9). Poi Egli arriva al tempio. Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera. Certo, il bestiame lì in vendita era destinato ai sacrifici da immolare nel tempio. E poiché nel tempio non si potevano usare le monete su cui erano rappresentati gli imperatori romani che stavano in contrasto col Dio vero, bisognava cambiarle in monete che non portassero immagini idolatriche. Ma tutto ciò poteva essere svolto altrove: lo spazio dove ora ciò avveniva doveva essere, secondo la sua destinazione, l’atrio dei pagani. Il Dio d’Israele, infatti, era appunto l’unico Dio di tutti i popoli. E anche se i pagani non entravano, per così dire, nell’interno della Rivelazione, potevano tuttavia, nell’atrio della fede, associarsi alla preghiera all’unico Dio. Il Dio d’Israele, il Dio di tutti gli uomini, era in attesa sempre anche della loro preghiera, della loro ricerca, della loro invocazione. Ora, invece, vi dominavano gli affari – affari legalizzati dall’autorità competente che, a sua volta, era partecipe del guadagno dei mercanti. I mercanti agivano in modo corretto secondo l’ordinamento vigente, ma l’ordinamento stesso era corrotto. « L’avidità è idolatria », dice la Lettera ai Colossesi (cfr 3, 5). È questa l’idolatria che Gesù incontra e di fronte alla quale cita Isaia: « La mia casa sarà chiamata casa di preghiera » (Mt 21, 13; cfr Is 56, 7) e Geremia: « Ma voi ne fate una spelonca di ladri » (Mt 21, 13; cfr Ger 7, 11). Contro l’ordine interpretato male Gesù, con il suo gesto profetico, difende l’ordine vero che si trova nella Legge e nei Profeti.

Tutto ciò deve oggi far pensare anche noi come cristiani: è la nostra fede abbastanza pura ed aperta, così che a partire da essa anche i « pagani », le persone che oggi sono in ricerca e hanno le loro domande, possano intuire la luce dell’unico Dio, associarsi negli atri della fede alla nostra preghiera e con il loro domandare diventare forse adoratori pure loro? La consapevolezza che l’avidità è idolatria raggiunge anche il nostro cuore e la nostra prassi di vita? Non lasciamo forse in vari modi entrare gli idoli anche nel mondo della nostra fede? Siamo disposti a lasciarci sempre di nuovo purificare dal Signore, permettendoGli di cacciare da noi e dalla Chiesa tutto ciò che Gli è contrario?

Benedetto XVI

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Il pericolo che corrono le persone pie

Posté par atempodiblog le 10 mars 2012

La parabola dei due fratelli (il figlio prodigo e il figlio rimasto a casa) e del padre buono (Lc 15,11-31)

Il pericolo che corrono le persone pie dans Commenti al Vangelo

In Gesù il discorso sul fratello maggiore, appunto, non ha semplicemente di mira Israele (anche i peccatori che si recavano da Lui erano ebrei), ma il pericolo specifico dei pii, di coloro che con Dio sono in regola, “en règle”, come si esprime Grelot (p. 229) mettendo in risalto la breve frase: “Non ho mai trasgredito un tuo comando”. Per loro, Dio è soprattutto Legge; si vedono in rapporto giuridico con Dio e sotto questo aspetto sono alla pari con Lui. Ma Dio è più grande: devono convertirsi dal Dio Legge al Dio più grande, al Dio dell’amore. Allora non abbandoneranno la loro obbedienza, ma essa verrà da fonti più profonde e perciò sarà più grande, più sincera e pura, ma soprattutto anche più umile.
Aggiungiamo, come ulteriore punto di vista, una cosa già accennata prima: nell’amarezza interiore per l’obbedienza prestata, che denuncia i limiti di tale obbedienza: dentro di sé, in fondo, avrebbero gradito anch’essi di andarsene verso la grande libertà. C’è un’invidia nascosta per quello che l’altro ha potuto permettersi. Non hanno percorso il cammino che ha purificato il fratello più giovane e gli ha fatto conoscere che cosa significa la libertà. Che cosa significa essere figlio.
Gestiscono la loro libertà, in definitiva, come una schiavitù e non sono maturi fino al vero essere di figli.
Anche loro hanno ancora bisogno di un cammino; possono trovarlo se semplicemente danno ragione a Dio, accettando la sua festa come fosse anche la loro.
In questo modo, con la parabola il Padre attraverso Cristo parla a noi che siamo rimasti a casa, perché anche noi ci convertiamo per davvero e gioiamo della nostra fede.

Tratto da: Gesù di Nazaret, Ed. Rizzoli – Benedetto XVI

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San Domenico Savio

Posté par atempodiblog le 9 mars 2012

San Domenico Savio: “Maria, ti dono il mio cuore. fa’ che sia sempre tuo. Fammi morire piuttosto che commettere un solo peccato”

San Domenico Savio dans San Domenico Savio

Domenico Savio nasce nel 1842. Fa la prima Comunione a sette anni, ma incontra Gesù in questo sacramento con grande consapevolezza e impegno.

Egli scrive su alcuni ricordi che conserva gelosamente in un libro di preghiere:

1) Mi confesserò molto spesso e farò la Comunione con la frequenza che il confessore mi suggerirà.
2) Voglio santificare i giorni festivi.
3) I miei amici saranno Gesù e Maria.
4) La morte ma non peccati.

Giunto all’Oratorio, scelse don Bosco come confessore. Affinché questi potesse poi formarsi un giusto giudizio della sua coscienza, volle fare la confessione generale. Cominciò a confessarsi ogni quindici giorni, poi ogni otto giorni. Ogni incontro con don Bosco nella confessione era una tappa nel suo cammino spirituale di correzione e di impegno serio per amare sempre più e meglio il Padre dei cieli e i fratelli. Una volta, in pieno inverno due compagni di Domenico hanno la bella idea di gettare alcune manciate di neve nella stufa. Quando entra il maestro, dalla stufa spenta scende un rigagnolo di acqua. Alla domanda: «Chi è stato?», nessuno fiata. Si alzano i due colpevoli e insieme indicano Domenico. Nessuno interviene per dire la verità, per paura dei due bulli, così il maestro lo punisce. Uscendo dalla scuola, però, qualcuno vinta la paura, indica al maestro i colpevoli. Egli chiama Domenico: «Perché sei stato zitto? Così ho compiuto un’ingiustizia davanti a tutta la classe». Domenico risponde tranquillo: «Anche Gesù fu accusato ingiustamente e rimase in silenzio». Don Bosco fu l’educatore a cui Domenico si affidò con assoluta fiducia.

Il 24 giugno era l’onomastico di don Bosco, la sera prima, egli dice sorridendo ai suoi ragazzi: «Ognuno scriva su un biglietto ciò che desidera, farò di tutto per accontentarvi”. Le richieste sono le più varie e bizzarre. Sul biglietto Domenico scrive: «Mi aiuti a farmi santo». Don Bosco lo chiama e gli traccia un progetto di vita santa su misura. Primo: allegria. Ciò che ti turba e ti toglie la pace non viene dal Signore. Non l’allegria dei monellacci ma la gioia che nasce dalla pace con Dio e con gli altri. Secondo: studio e preghiera. Attenzione a scuola, impegno nello studio, impegno nella preghiera.

Tutto questo non per ambizione, per farti lodare, ma per amore del Signore e per diventare un vero uomo. Terzo: far del bene agli altri. Aiuta i tuoi compagni sempre, anche se ti costa sacrificio. La santità è tutta qui. In fondo, è la traduzione del comandamento dell’amore: ama Dio con tutto il cuore e il prossimo come te stesso. Domenico impara a dimenticare se stesso e a diventare sempre più attento agli altri. Ama come Gesù. Aiuta i più piccoli, si accorge se uno è triste ed è subito pronto a consolarlo. Vuole che i suoi amici conoscano Gesù. Sa intervenire con decisione per impedire il male.

Un giorno due compagni di scuola di Domenico si scambiano titoli pesanti e si pestano. Poi lanciano una sfida a duello. Domenico passa di lì per tornare all’Oratorio, vede e si rende conto del pericolo. Si toglie dal collo il piccolo crocifisso e si avvicina ai due sfidanti. «Guardate Gesù, grida con fermezza. Egli è morto perdonando e voi volete vendicarvi, a costo di mettere in pericolo la vita”. Il duellonon si fece. Il giorno della festa dell’Immacolata, Domenico va davanti all’altare della Madonna e le rivolge questa preghiera che aveva scritto sopra un biglietto: “Maria, ti dono il mio cuore. fa’ che sia sempre tuo. Fammi morire piuttosto che commettere un solo peccato. Gesù e Maria, siate voi sempre i miei amici».

Due anni dopo, Domenico con alcuni suoi amici fonda la «Compagnia dell’Immacolata”. Chi si iscriveva, si impegnava a vivere una vita intensamente cristiana e ad aiutare i compagni a diventare migliori. Nell’estate del 1856 scoppia il colera, male allora incurabile. Le famiglie ancora sane si chiudono in casa, sbarrano le porte, rifiutano ogni contatto con le altre persone. I colpiti muoiono soli, abbandonati. Don Bosco raduna i suoi 500 ragazzi e incita i più coraggiosi ad uscire con lui. Quarantaquattro, tra i ragazzi più grandi, si offrono volontari quella sera stessa. Tra essi in prima fila c’è Domenico Savio. Un anno dopo, il 9 marzo 1857, Domenico muore fra le braccia dei genitori con queste parole sulle labbra: “Mamma non piangere, io vado in Paradiso”.

Il 12 Giugno 1954 il Papa Pio XII lo dichiarò santo, un santo di soli 15 anni.

Tratto da: Luci sull’Est

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Novena a San Giuseppe

Posté par atempodiblog le 8 mars 2012

Novena a San Giuseppe dans Preghiere San-Giuseppe

La seguente novena si può pregare per nove giorni consecutivi, a partire dal 10 marzo, o in qualsiasi giorno dell’anno per esprimere la propria devozione a san Giuseppe, o per chiedere una determinata grazia al Signore attraverso la sua intercessione, o per ringraziare per quelle già ricevute. L’unica condizione per la validità della novena è che sia fatta tutta intera con determinazione, con costanza e senza interruzione per nove giorni consecutivi.
Tratta dal Giornalino di Radio Maria

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Sequenza allo Spirito Santo
Vieni, Spirito Santo,
manda a noi dal Cielo
un raggio della tua luce.
Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.
O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è sviato.
Dona ai tuoi fedeli,
che solo in te confidano,
i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna. Amen.

Credo
Simbolo degli Apostoli

Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, (ci si inchina) il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei Santi, la remissione dei peccati, la Risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Preghiera quotidiana
San Giuseppe, custode di Gesù, sposo purissimo di Maria, che hai trascorso tutta la tua vita nell’adempimento perfetto del tuo dovere, sostenendo col lavoro delle tue mani la Santa Famiglia di Nazaret, proteggi propizio anche noi, che ci rivolgiamo a te con fiducia. Tu conosci i nostri bisogni, le nostre angosce, le nostre speranze: a te ricorriamo, perché sappiamo di trovare in te chi ci protegge. Ti preghiamo di intercedere per noi presso Gesù per ottenerci la grazia che ti chiediamo (richiesta della grazia). Anche tu hai sperimentato la prova, la fatica, la stanchezza, ma il tuo animo, ricolmo della più profonda pace, ha esultato di gioia per l’intimità col Figlio di Dio, a te affidato, e con Maria, sua dolcissima Madre. Aiutaci a comprendere che non siamo soli nelle difficoltà della vita; aiutaci a scoprire la presenza di Gesù accanto a noi; ad accogliere la sua grazia e a custodirla come hai fatto tu.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

San Giuseppe, nella tua vita sei stato l’uomo della speranza. Nelle difficoltà che hai dovuto affrontare la tua sola forza è stata la fiducia incrollabile nella bontà, nella potenza e nella fedeltà di Dio. Oggi noi veniamo a te con fiducia. Tu che sei così vicino a Dio, unisci le nostre preghiere alle tue. Chiedi al Figlio tuo che ci sostenga nelle prove che dobbiamo affrontare in questo momento. Aiutaci a superare le nostre pene, donandoci la forza che ti ha aiutato ad affrontare le difficoltà. La speranza sia per noi, come lo è stata per te, una luce e una guida ogni giorno della nostra vita.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

San Giuseppe, modello di vita interiore, insegnaci a vivere ogni giorno nell’intimità di Gesù e Maria e nell’abbandono fiducioso all’amore di Dio Padre. San Giuseppe, protettore della Famiglia di Nazaret, noi ti affidiamo l’avvenire delle nostre famiglie. Siano focolari di accoglienza e di amore. Aiutaci nell’educazione cristiana dei nostri figli. San Giuseppe, modello degli operai, noi ti affidiamo il nostro lavoro quotidiano, perché contribuisca al bene di tutti gli uomini. Aiutaci a compierlo in spirito di servizio. Noi ti preghiamo per tutti coloro che sono alla ricerca di un lavoro. San Giuseppe, custode fedele della Chiesa, a cui Dio ha affidato la difesa dei misteri della salvezza, aiuta i cristiani ad essere testimoni fedeli del Vangelo, sempre e dovunque, in un mondo così desideroso di fraternità e di pace.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre

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La Madonna si è fermata a Medjugorje

Posté par atempodiblog le 6 mars 2012

Padre Livio Fanzaga:
L’AVVENIMENTO DEL SECOLO
La Madonna si è fermata a Medjugorje

La Madonna si è fermata a Medjugorje dans Libri gospa

Medjugorje è una delle località religiose più conosciute e visitate al mondo. Basterebbe a questo riguardo fare il conto delle migliaia e migliaia di siti Internet che vengono dedicati ad essa. Tuttavia non bisogna dimenticare che chi oggi ha vent’anni non era ancora nato in quel lontano 24 giugno 1981, quando sono incominciate le apparizioni. Al Festival dei giovani che si celebra ogni prima settimana di agosto giungono gruppi numerosi dai paesi dell’Est europeo, che all’inizio delle apparizioni era sotto il giogo comunista, la cui fine allora nessuno poteva neppure ipotizzare. Gli ultimi due decenni del ventesimo secolo hanno impresso alla storia un’accelerazione straordinaria. Il mondo è profondamente cambiato e si è affacciato al nuovo millennio pieno di dubbi e di angosce. In questo tempo di grandi trasformazioni due figure sono rimaste come stelle fisse nel firmamento a illuminare e a guidare gli eventi: quella della Regina della pace e quella di Giovanni Paolo II, che, poche settimane dopo l’attentato, ha visto le apparizioni della Madonna accompagnarlo in tutto l’arco del suo ministero petrino.

Gli stessi veggenti, come è ovvio, non sono più gli adolescenti che si affacciavano alla vita, ma sono ormai tutti padri e madri di famiglie felici. La parrocchia, prima formata da qualche centinaio di famiglie quasi tutte contadine, ora è divenuta un centro internazionale di pellegrinaggi, con tutte le trasformazioni ambientali e sociali che questo comporta. Chi ha seguito Medjugorje fin dall’inizio ha visto come tante cose siano cambiate col passare degli anni. Anche molti dei protagonisti dei tempi «eroici» sono scomparsi. Basti pensare alla figura di padre Slavko, servo umile di Maria e animatore infaticabile. I persecutori dei primi tempi, appartenenti alla milizia e al partito comunista, si sono successivamente uniti a quei pellegrini che prima perseguitavano. Chi ha avuto la grazia di seguire la Madonna fin dall’inizio si è reso conto di quali meraviglie l’Onnipotente sia capace nel condurre la storia degli uomini.

L’anima di Medjugorje è viva nella preghiera che ha nella parrocchia il suo fulcro, ma che da essa si estende a tutta la piana, dove si prega lungo i sentieri, nei campi e nelle case, fin sulle colline, quelle del Križevac e del Podbrdo, la montagna delle prime apparizioni, dove la Madonna ha promesso che lascerà un segno («visibile, indistruttibile, durevole, bellissimo»). La preghiera da Medjugorje sale al cielo più copiosa che in qualsiasi parte del mondo. Questo fervore che la Madonna ha acceso nel cuore della gente fin dai primi giorni si è sempre più intensificato e oggi non è meno ardente di allora.

Ma ciò che rende Medjugorje una fonte perenne di acqua viva è la presenza della Madonna. È vero che queste sono apparizioni globali, perché la Madonna appare ovunque i veggenti si trovino, in qualsiasi parte del mondo. Ma è a Medjugorje che lei da speciali grazie e che i pellegrini si sentono toccati, ieri come oggi.

Nei primi anni si discuteva molto, soprattutto a livello di esperti, dei segni di credibilità e dell’atteggiamento della Chiesa. Ora questo argomento è passato in sott’ordine, mentre ciò che interessa alla gente è ben altro. I motivi di credibilità sono molti e solidi, ma non sembrano interessare più di tanto il popolo dei pellegrini. Basterebbe dire al riguardo che quelle di Medjugorje sono le apparizioni più studiate della storia da parte di équipes scientifiche, che hanno accertato la normalità dei veggenti, l’assenza di inganno e l’inspiegabilità da parte della scienza del fenomeno stesso dell’apparizione, durante il quale molte leggi naturali sono sospese. Motivo di credibilità sono i sei veggenti i quali, pur essendo così diversi fra loro, e pur facendo ognuno la propria vita (quattro di loro abitano tuttora a Medjugorje, uno in Italia e uno negli Stati Uniti), in tutto quest’arco di tempo non si sono mai contraddetti e hanno perseverato in modo mirabile nel testimoniare i messaggi.

Motivo di credibilità sono naturalmente i messaggi, che si possono raccogliere in un libretto non più lungo di altre opere di spiritualità, dove emerge la figura di Maria in tutta la sua santità, sapienza e amore materno. A questa fonte di grazia si sono abbeverate innumerevoli persone della nostra generazione e si può ben affermare che anche oggi il messaggio che da la Regina della pace è, dopo la Sacra Scrittura, il nutrimento più ricercato dal popolo cristiano. Esso infatti viene accolto da milioni di persone e famiglie in ogni parte del mondo. Tuttavia, al di là di tutto questo, la prova permanente e incontrovertibile della presenza del «dito di Dio» è la grazia della conversione che fluisce in quel luogo benedetto come un fiume inesauribile. La conversione è il più grande dei miracoli: si tratti della prima o della seconda conversione. Non per nulla la Madonna ha detto che il messaggio più importante che ha dato a Medjugorje è quello della conversione.

Questo evento interiore, che quasi tutti coloro che vanno in visita a Medjugorje con un minimo di apertura del cuore hanno sperimentato, è la vera ragione di credibilità. La gente si rende conto che dopo oltre due decenni non c’è più nulla da dimostrare. Vale per Medjugorje il ragionamento di Gamaliele: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa dottrina o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!» (Atti 5, 38-39). Satana, il nemico per eccellenza di Maria, ha fatto di tutto per distruggere il piano della Regina della pace, ma non ha ottenuto nulla. La gente si rende conto che un evento così mirabile, che dura nel tempo e che produce così grandi frutti, non può che essere di origine soprannaturale.

La Chiesa tuttavia non si è pronunciata sull’origine soprannaturale delle apparizioni, né potrà farlo finché il fenomeno non si sarà concluso. Tuttavia non le ha mai sconfessate, anzi le ha accompagnate con sollecitudine pastorale, permettendo i pellegrinaggi organizzati privatamente. Tutto è stato reso più facile dal fatto che le apparizioni avvengono nell’ambito della parrocchia, i cui responsabili hanno tutti il mandato vescovile, e che la Madonna rivolge i messaggi in primo luogo alla parrocchia stessa e poi a tutto il mondo. I pellegrini che si recano a Medjugorje sono in ultima istanza accolti dalla Chiesa, con i suoi sacerdoti, le sue confessioni, le sue liturgie e con tutte quelle ricchezze della Chiesa (le nuove realtà religiose) che sono sorte sotto l’impulso della Regina della pace.

Le apparizioni di Medjugorje sono ancora in atto. Tre veggenti (Vicka, Marija, Ivan) hanno apparizioni quotidiane. Gli altri tre (Mirjana, Ivanka, Jakov), dopo che per loro le apparizioni quotidiane sono terminate, ne hanno una ogni anno che, secondo la promessa della «Gospa», continuerà per tutta la loro vita. La Madonna però è molto libera nelle sue decisioni e a Mirjana (la veggente che dovrà rivelare i dieci segreti) fin dal 1987 appare ogni 2 del mese per pregare per la conversione dei non credenti. Siamo dunque ancora nel vivo di questo evento di grazia che rinnova la Chiesa e da speranza a un mondo sfiduciato. Il problema cruciale che l’umanità deve risolvere se vuole sperare di avere un futuro è senza dubbio quello della pace. Maria è venuta fra noi come Regina della pace per insegnarci che cosa è la pace, come la si ottiene e come preparare un mondo nuovo per i nostri figli.

(dalla « Presentazione » al volume, di Padre Livio Fanzaga)
Tratto da: Holy Queen

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San Giuseppe

Posté par atempodiblog le 6 mars 2012

San Giuseppe dans Don Luigi Giussani

“Guardate che siamo nel mese di san Giuseppe e San Giuseppe è la più bella figura d’uomo concepibile che il cristianesimo ha realizzato.
Era un uomo come tutti gli altri, aveva il peccato originale. Pensate che razza di distanza profonda viveva nella vicinanza assoluta che aveva con Maria.
La vocazione alla verginità è un possesso con un distacco dentro, dove la forza del rapporto amoroso è tutta concentrata e resa visibile nel dolore che c’è, dove ciò che veramente è l’amore si sente, incomincia già: è come un’alba. Non un buco o una separazione: è dolore, perché il rapporto, lì, diventa più drammatico.
San Giuseppe ha vissuto come tutti: non c’è una parola sua, non c’è niente; più povera di così una figura non può essere  Perciò, dite sempre un Gloria a san Giuseppe per la vocazione vostra, di quelli della vostra casa, del Gruppo Adulto e mia”.

Don Luigi Giussani

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San Giuseppe: custode fedele di Gesù e Maria

Posté par atempodiblog le 6 mars 2012

Come nella sacra Famiglia, uniamoci a Maria dans Citazioni, frasi e pensieri 24watc1

E’ dovere di ogni sacerdote, che predichi nei giorni della santa Quaresima la divina parola, celebrare le lodi del patriarca S. Giuseppe, perché in questo tempo liturgico ne cade la festa. Parliamo, dunque, oggi di S. Giuseppe.

A lui, fatta la debita proporzione, si addice quanto si trova scritto nelle divine scritture della sua Vergine Sposa. Quindi se io volessi dire che il patriarca Giuseppe, dopo Maria, è il più degno di essere celebrato fra tutte le creature, perché è un santo che non ha pari, chi me lo potrebbe contestare? Tuttavia non voglio entrare in confronti, perché facilmente si deduce che non c’è alcun santo che possa stargli a confronto. La Chiesa canta nei suoi inni che egli rispetto alla sua Sposa, è pari a Lei senza pari. A lumeggiare pertanto le sue lodi, poiché le devo con giubilo celebrare, io non voglio attingere ad altra fonte diversa dal Vangelo, dove si dice che Giuseppe fu sposo di Maria e padre putativo di Gesù Cristo: Iacob autem genuit Ioseph virum Mariae de qua natus est Jesus . Con ciò mi si fa conoscere che riguardo a virtù, a meriti, a ministeri, non v’è creatura di cui tanto si siano fidati Maria e Gesù e che se ne siano dati a ragione. Per la qual cosa io dico che S. Giuseppe fu il custode fedele di quanto avevano di più caro i primi personaggi del cielo, cioè Gesù e Maria. Si può dir meglio, ma non si può dir di più.

Incominciamo da Maria e dividiamo l’argomento: Maria gli affidò la sua purità ed egli gliela custodì con amore; Gesù gli affidò la propria vita ed egli gliela conservò con scrupolosità. Poteva darsi da una parte maggior fiducia e d’altra parte poteva corrispondere più fedelmente Giuseppe?

Un grande rispetto richiedeva da Giuseppe la purità della SS. Vergine, ma egli ne mostrò sommo, perché il Signore l’aveva già fatto degno d’esserne il casto depositario, ed egli stesso vi si era già disposto. Lo sposalizio di lui con Maria, come pure la maternità di Lei, fu opera delle tre divine Persone, perché matrimonio e verginità feconda era a quei tempi un mistero superiore ad ogni umana ed angelica intelligenza.

In questo fortunato connubio vi aveva particolare impegno il Padre per dare una protezione degna a questa sua figlia; il divin Verbo per accompagnare decorosamente la sua Madre; lo Spirito Santo per avere con chi condividere l’ufficio e l’amore di sposo. In S. Giuseppe vi era la stirpe regale e sacerdotale come era in Maria, ma ciò non bastò. Per poter dare a Maria un compagno simile a Lei, fu necessario arricchirlo degli stessi doni di cui era arricchita la sua Sposa per i quali, al dire di Ruperto abate, uno solo era lo spirito ed una sola era la fede di Maria e di Giuseppe. La straordinaria abbondanza di doni che Dio pose in S. Giuseppe, mirò soprattutto ad affinare in lui l’illibatezza e l’umiltà, perché il Verbo Incarnato potesse avere un padre putativo perfettamente simile a Maria. L’illibatezza e l’umiltà, infatti, furono le due segnala-tissime prerogative per cui il Figlio di Dio si compiacque di avere Maria per sua madre. Perciò, se possiamo dire che Maria con queste due virtù meritò sommamente il dono che fece in Lei il divin Padre del proprio Figlio, secondo il detto di S. Bernardo: « Piacque per la sua verginità, concepì per la sua umiltà »; altrettanto possiamo dire che Giuseppe rispettò ugualmente, per queste due virtù il deposito che in lui aveva fatto Maria della sua purezza verginale.

Quale fu dunque, mie figlie, il candore di Giuseppe? Egli fu, per comune asserzione dei santi padri, santificato nel seno materno; in lui fu spento, fin da bambino, il fomite del peccato e fu egli il primo a consacrare a Dio sin da fanciullo la sua purezza con voto espresso, senza mai averla sfiorata con una sola colpa veniale. Il suo candore, infatti, fu nuovo tra gli uomini e nuovo talmente che poté sinceramente preludere a quello, non solo della sua Sposa, ma anche a quello del Dio fatto uomo. Né diminuì il suo stato di candore con l’aderire alle nozze con Maria, anzi divenne da allora più bello, più risplendente. Infatti vi aderì perché, per sovrumana intuizione si persuase che la verginità sarebbe stata in lui in certo modo sacramentale, avrebbe cioè operato in lui una specie di candore non mai veduto; e insieme si persuase, dice Gersone, che egli e Maria sarebbero state due verginità contraenti: Virginitas nupsit , onde, con stranissimo paradosso, il frutto delle loro nozze sarebbe stata una ammirabile, scambievole verginità.

Fu questo, infatti, tale portento d’illibatezza che Maria, volendo affidare la sua purezza ad alcuno che, con la massima sicurezza, la salvaguardasse, non trovò altri che S. Giuseppe. Maria, così delicata, non sdegna la vicinanza di S. Giuseppe, accetta di essere a lui promessa e, in modo indissolubile, ne diviene con gioia la Sposa. Che segno è questo? E’ segno che fra tutti gli uomini, in Giuseppe solo ha trovato di chi fidarsi. Aggiungete che la purità di Giuseppe, a contatto della purezza di Maria, quasi al riverbero di nuova luce, si fece più luminosa nello stesso modo che un pianeta minore si ammanterebbe di nuovo splendore se si tuffasse nel sole.

L’umiltà è la seconda prerogativa per la quale Maria meritò il deposito in Lei fatto dal divin Padre di tanto Figlio: meritò cioè, al dire di Bernardo, la divina maternità. Giuseppe la imita e, vedendo incinta la sua Sposa, essendo santo, non formula giudizi negativi, non si lamenta; soltanto sospetta di qualche sovrano mistero. Si stima indegno di rimanere in compagnia di una vergine feconda per opera dello Spirito Santo; pensa di abbandonarla per umiltà e venerazione insieme. Per questo l’Angelo lo salutò dicendogli: « Noli timere accipere Mariam coniugem tuam », quasi per incoraggiarlo a starsene in compagnia della Vergine. Maria anche se incinta del divin Verbo, è ancora tua Sposa e lo sarà sempre. « Noli timere accipere Mariam coniugem tuam ».

Ma Giuseppe non fu meno fedele nel custodire anche il deposito che nelle sue mani fece Gesù della sua propria vita. Gesù fin dalla sua nascita fu povero e perseguitato, Giuseppe perciò dovette difenderlo dai disagi e dai pericoli. Ben intende Giuseppe questi suoi uffici di sostenitore e di difensore che egli deve compiere verso Gesù; quindi che cosa non fa egli per sostenere la vita da cui doveva dipendere ogni nostra felicità? Chi sa dire le industrie, le veglie, i sudori, le fatiche che sostenne per questo? Che se nella sua nascita, per quanto si adoperasse, non poté fornire un alloggio meno incomodo e meno incivile di una rustica capanna, ciò nondimeno non tralasciò di fabbricargli con le sue mani la culla, di difenderlo dai rigori dell’aria aperta e cruda; Lo avvolse nei propri panni, e da allora in poi, dice S. Girolamo, rimandava alla notte le sue occupazioni spirituali per dedicare ogni momento della giornata a procurare il necessario al suo Gesù. I vostri sudori, o Giuseppe, si converti-ranno un giorno in sangue di redenzione per noi. Vedete questo adorabile Fanciullo tendere a voi le mani e domandarvi il pane? Egli è quel Signore a cui alzano lo sguardo le creature tutte e da Lui aspettano aiuto: ora però lo chiede Egli a voi perché non vuole avere sulla terra altra fonte a cui cibarsi che le vostre cure, la vostra carità, le vostre sollecitudini. Parlava con Davide, con Salomone, con gli altri re, ma non con voi quando diceva: « Se avrò fame non lo dirò a te, se avrò sete non dicam tibi! « Che più, sorelle? Gesù guarda Giuseppe con confidenza quando ha bisogno di alcun ristoro, benché Giuseppe non aspetti mai di essere prevenuto dalle domande: egli gli procurava il necessario con il lavoro delle sue mani, dice S. Antonino. Ma almeno avesse potuto l’amorevolissimo santo mantenere il suo Gesù in pace, lontano da ogni contrasto, ma non fu così. Senza ricordare gli affanni quando Lo smarrì nel tempio, chi non conosce i disegni dell’empio Erode, dal quale fu necessario a Giuseppe difenderlo con attenzione di custode? Non mancavano, è vero, a Dio altri mezzi più onorevoli e poderosi per sottrarre Gesù dalle insidie di quel perfido principe, ma Iddio vuole il più umiliante per il suo Figlio e per Giuseppe il più glorioso: gli ordina la fuga. I luoghi sacri non sarebbero asili sicuri dall’empio re. « Lo siano, dunque, dice Dio, le vostre braccia, o Giuseppe, e sotto la vostra custodia lo siano le braccia di sua Madre. Su, presto, prendete il Fanciullo e andate in Egitto ».

Io mi figuro, mie figlie, che gli Angeli, protesi davanti al trono divino, si offrano essi a portare Gesù in salvo sulle loro ali in quelle remote contrade. Potrebbe forse alcuno di loro sperare sorte così beata, se Gesù fosse solamente un profeta o un apostolo? Ma essendo Egli il divin Verbo fatto uomo, quest’onore è riservato tutto a Giuseppe. Gesù vuole essere debitore a Giuseppe della sua vita, affinché se il mondo riconosce al suo celeste Padre la sua venuta su questa terra, se da Maria riconosce la sua umanità santa, riconosca anche la conservazione della sua vita da chi è creduto suo padre terreno. Intanto chi può dire quali travagli, quante veglie, quali fatiche, quali angosce, quali timori di schiavitù ed anche di morte dovette soffrire Giuseppe, tra le spade di un re crudele e tra i rischi di un popolo idolatra? Chi può immaginare l’abisso di grazie ineffabili, con cui Gesù, così servito e beneficato, si degna ora di esaudire le richieste di S. Giuseppe? Lascio a voi, mie figlie, che andiate ripensando le innumerevoli premure che egli usò verso Gesù nel corso di trent’anni: a me riesce dolce e mi rapisce la considerazione dell’ultimo passo della sua vita.

Il Salvatore, dice il profeta reale, verrà in soccorso al moribondo, né si contenterà soltanto di visitarlo con carità, di accostarglisi e di consolarlo con i suoi favori, ma con quelle stesse mani con cui prepara in Cielo il soglio ai predestinati, si degnerà di servirlo, apprestandogli il cibo, rassettando il letticciolo con piacere e tenerezza così sensibile, che a quel felice agonizzante sarà più caro il letto di morte che non sarebbe una culla di nuova vita. Così è infatti: Giuseppe cominciò a servire Gesù da quando nacque e Gesù continua a servire Giuseppe anche quando muore. Giuseppe non si è mai allontanato da Gesù mentre riposava in Betlemme e dovunque; e Gesù sta accanto a Giuseppe, sul letto di morte a Nazareth. Io credo che egli sia morto realmente « nel bacio del Signore » perché sulle labbra, o almeno nelle mani con cui Gesù stringe la sua, Giuseppe abbandona la propria vita, dopo aver con tanta fedeltà custodito la vita di Gesù.

Circa questa felicissima morte io non posso non riportare un pensiero, il cui oggetto quanto fu di merito a Giuseppe, altrettanto potrebbe essere di vantaggio a noi, suoi devoti. Iddio suole concedere all’intercessione dei santi quei beni dai quali essi furono privi morendo. Così concede la vista per intercessione di Santa Lucia; libera dal mal di denti per intercessione di Santa Apollonia; libera dai pericoli della ruota, dai precipizi, dai naufragi per l’intercessione di Santa Caterina della ruota, di un San Venanzio, di un San Clemente, ecc. Ora di qual bene fu privo Giuseppe nella sua morte? Fu privo della speranza di incontrare subito dopo la sua morte, Gesù e Maria. Era costretto il grande santo a separarsi da questi cari oggetti del suo amore e ben sapeva che per qualche tempo ne sarebbe rimasto lontano. Che dolore! Quale eroica conformità ai divini voleri! Per intercessione di S. Giuseppe, pertanto, Iddio è solito dare ai suoi devoti la grazia di vedere presto, dopo la morte, Gesù e Maria.

Mie dilettissime, può darsi grazia più segnalata di questa? Grazia che sia più degna del patrocinio di S. Giuseppe? Non possiamo certo ottenere favore più grande! Questo, dunque, a lui chiediamo con insistenza; questo procuriamo di meritare con una devozione sincera e quotidiana verso di lui. O potentissimo santo, impetrateci da Gesù e da Maria questa grazia! Essi vi affidarono quanto avevano di più caro; voi lo conservaste loro con fedelissima cura, dunque voi avete una specie di diritto ad ottenerci da loro quanto impetrate. Amen.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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Monti vuole “abolire” Dio? E i cosiddetti “ministri cattolici” approvano…

Posté par atempodiblog le 5 mars 2012

“Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo volete concedere. E’ questo che appesantisce tanto il braccio di mio Figlio!”. (La Madonna a La Salette)

Monti vuole “abolire” Dio? E i cosiddetti “ministri cattolici” approvano… dans Antonio Socci

Monte Mario è una collinetta che sovrasta il Vaticano. Non vorrei che Monti Mario pretendesse di sovrastare Dio stesso, spazzando via, con un codicillo, quattromila anni di civiltà giudaico-cristiana (e pure islamica) imperniata sul giorno del Signore, “Dies Dominicus”.
Comandamento divino, nel Decalogo di Mosè, che è diventato il ritmo della civiltà anche laica, dappertutto. Perfino in Cina.
Il codicillo del governo che “abolisce” Dio (o meglio abolisce il diritto di Dio che è stato il primo embrione dei diritti dell’uomo, come vedremo) è l’articolo 31 del “decreto salva Italia”.
Dove praticamente si decide che dovunque si possono aprire tutti gli esercizi commerciali 7 giorni su 7 e 24 ore al giorno. Norma che finirà per allargarsi anche all’industria nella quale già è presente questa spinta.
Dunque produrre, vendere e comprare a ciclo continuo. Senza più distinzione fra giorni feriali e festivi (Natale compreso), fra giorno e notte, fra mattina e sera.
Sembra una banale norma amministrativa, invece è una svolta di (in)civiltà perché abolendo la festa comune – e i momenti comuni della giornata – distrugge non solo il fondamento della comunità religiosa, ma l’esperienza stessa della comunità, qualunque comunità, dalla famiglia a quella amicale e ricreativa dello stadio.
Distrugge la sincronia sociale dei tempi comuni e quindi l’appartenenza a un gruppo, a un popolo. Per questo c’è l’opposizione indignata della Chiesa e dei sindacati (pure di associazioni di commercianti).
La cosa infatti non riguarda solo chi – per motivi religiosi – vede praticamente abolita la domenica, il giorno del Signore (per i cristiani è memoria della Resurrezione di Cristo e simbolo dell’Eterno in cui sfocerà il tempo).
Riguarda tutti, ci riguarda come famiglie, come comunità locali o particolari. Infatti è vero che ci sono lavori di necessità sociale che sempre sono stati fatti anche la domenica (pure il commercio in località turistiche e in tempi di vacanza). Ma è proprio l’eccezione che conferma la regola.
La regola di un giorno di festa comune, non individuale, ma comune (sia per la liturgia religiosa che per le liturgie laiche), è infatti ciò che ci permette di riconoscerci.
Ciò che consente di stare insieme ai figli, di vedere gli amici (allo stadio, al mare, in campagna, in bici, a caccia), di ritrovarsi con i parenti, di dar vita ai tanti momenti comuni o associativi.
Se ai ritmi individuali già forsennati della vita si toglie anche l’unico momento comune della festa settimanale (o, per esempio, del “dopocena”), le famiglie ne escono veramente a pezzi. Tutti diventano conviventi notturni casuali come i clienti di un albergo.
E si dissolvono i “corpi intermedi”, i gruppi e le associazioni in cui l’individuo si realizza.

Il giorno di festa comune ci ricorda infatti che non siamo solo individui, ma persone con relazioni e rapporti affettivi. Non siamo solo produttori/consumatori, ma siamo padri, madri, figli, fidanzati, siamo amici, siamo appassionati di questo o di quello, apparteniamo a gruppi, comunità, a un popolo.
Il “giorno del Signore” nasce quattromila anni fa per affermare che tutto appartiene a Dio. Ed è significativo che il comandamento del riposo che fu dato da Dio nella Sacra Scrittura riguardasse – in quell’antichissima civiltà – anche servi, schiavi e animali: era il primo embrione in forma di legge di una liberazione, di un riconoscimento della dignità di tutti, che poi si sarebbe affermato col cristianesimo.
Proclamare il diritto di Dio come diritto al riposo per tutti (e addirittura riposo comune) significava cominciare a far capire che niente e nessuno può arrogarsi un potere assoluto sulle creature.

Perché tutti hanno una dignità e perfino gli animali vanno rispettati. Come pure la terra (i ritmi della terra) che non può essere sfruttata senza riguardo.
Non a caso, proprio sul ritmo settenario della settimana, Dio, nella Sacra Scrittura, comanda al suo popolo quegli anni “sabbatici”, che corrispondevano al “giorno del Signore”, per cui ogni sette, c’era un anno in cui si liberavano gli schiavi, si condonavano i debiti e si faceva riposare la terra.
Questo è il retroterra storico della “Giornata europea per le domeniche libere dal lavoro” che è stata indetta oggi, in dodici paesi europei.
E’ promossa dalla “European Sunday alliance” a cui aderiscono 80 organizzazioni, non solo chiese e comunità religiose (in qualche paese pure ebraica e musulmana), ma anche – e soprattutto – sindacati dei lavoratori e associazioni dei commercianti.
Un’inedita coalizione impegnata in una battaglia anche laica. Battaglia di civiltà come fu quella per la giornata otto ore all’albore del movimento sindacale: infatti si cita come esemplare il caso delle lavoratrici rumene di una catena di supermercati tedeschi che a Natale e Capodanno scorsi si sono ribellate al lavoro festivo e hanno vinto.

Fra l’altro la Corte Costituzionale tedesca ha dichiarato anticostituzionale l’apertura festiva perché lede la libertà religiosa e il diritto al riposo: la vita dell’uomo non è solo comprare e vendere. Perché non siamo schiavi.
La situazione italiana si annuncia come la più dura. Infatti “in nessun Paese europeo esiste che i negozi stanno aperti 24 ore al giorno  e sette giorni su sette”, dichiara ad “Avvenire” il sindacalista della Cisl Raineri. Oltretutto con una decisione piombata dall’alto.
Cgil, Cisl e Uil stamattina distribuiscono un volantino dove si legge: “Oggi non fare shopping! La domenica non ha prezzo”.
I sindacati dicono che sarebbero soprattutto le donne a pagare il prezzo più duro perché sono quasi il 70 per cento del personale nel commercio e sono quelle che già oggi soffrono di più la difficile armonizzazione dei “tempi di lavoro” con la famiglia.
E’ anche provato, dagli esperimenti fatti finora, che questa devastante trovata non avrebbe alcun beneficio né sull’occupazione, né sui consumi, infatti la gente non compra perché è tartassata dallo stato e dalla recessione, non perché il supermercato è chiuso alla domenica.
Infatti la Regione Lombardia ha già annunciato ricorso alla Corte Costituzionale contro la norma “ammazza domeniche”. E la seguono a ruota Toscana e Veneto.
Il mondo cattolico giudica inaccettabile quella norma ed è in subbuglio.

Ora agli italiani, oltre ai soldi, pretendono di sottrarre pure Dio e la domenica. La Chiesa si sente “derubata” di una cosa assai più preziosa dei soldi che dovrà pagare per l’Imu (a proposito della quale non è affatto chiaro se e come le scuole cattoliche si salveranno).
Già la presunzione di Monti nel chiamare “salva Italia” il suo decreto tartassatorio, oltreché irridente è quasi blasfema. Per i cristiani infatti a “salvare” è solo Dio.
Non imperatori, tecnocrati, partiti, condottieri, duci o idoli vari. Al sedicente “salvatore” SuperMario si addice la battuta: “Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati”.
Non è un caso se ieri questa decisione del “governo mari e Monti” è stata fulminata nell’editoriale di Avvenire come “emblematica di una deriva culturale, un nuovo ‘pensiero unico’ che maschera come una maggiore libertà e progresso, ciò che in realtà è un impoverimento e una restrizione della libertà stessa”.
“Avvenire” (che ieri, con una bella pagina, ha fornito tutte le informazioni sull’iniziativa di oggi) denuncia il “ribaltamento di valore” che spazza via l’uomo e il giorno del Signore e “mette al centro la merce”.

Sacrosanto. Ma allora perché sostenere entusiasti questo governo e far accreditare perfino l’idea che esso segni il “ritorno alla politica” dei cattolici?
Vorrei chiedere pure ai cosiddetti “ministri cattolici” Riccardi, Passera e Ornaghi: com’è stato possibile approvare entusiasticamente una tale assurdità?
Perché una poltroncina val bene una messa? Speriamo di no. Ma se non è così si oppongano a questa norma. Si facciano sentire.

di Antonio Socci – Libero

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Se la madre prega per il ragazzo che stuprò la figlia

Posté par atempodiblog le 4 mars 2012

Se la madre prega per il ragazzo che stuprò la figlia dans Articoli di Giornali e News

E’ stata dimessa dall’ospedale la ragazza che venti giorni fa era stata violentata in modo particolarmente brutale da un giovane militare fuori da una discoteca di Pizzoli, in provincia de L’Aquila, e poi abbandonata sanguinante, seminuda e semimorta nella neve, tanto che se i buttafuori non l’avessero notata non sarebbe sopravvissuta al gelo e alle ferite. Di lei, ovviamente, non si conosce il nome, si sa solo che è stata in grado di rispondere all’interrogatorio e che ora è ricoverata in un luogo di cura segreto. Ha, invece, parlato con i giornalisti la mamma della vittima e i suoi toni sono stati del tutto diversi da quelli che ci si sarebbe attesi da chi ha avuto una giovane figlia massacrata in maniera così barbara. Alla solita e, purtroppo, trita domanda dei cronisti “vorrà perdonare?” con lo sconcerto di molti ella, infatti, ha risposto:
Perdonare il giovane che fatto tanto male a mia figlia? Credo che quel ragazzo sia uno strumento, vengo da una cultura cristiana. Odio, rancore e vendetta non servono a nulla. La giustizia umana è compito degli uomini, farò una preghiera per tutti, anche per il ragazzo”.
Il fatto stesso che si sente il bisogno di scriverne indica quanto insolito, quanto audace e controcorrente, tanto che per certo susciterà delle voci critiche, sia un simile atteggiamento seppure in un paese di secolare tradizione cristiana, e ora che il paese cristiano quasi non è più, o in gran parte solo formalmente, le nobili parole della madre ci fanno risuonare dentro echi di un mondo diverso, migliore quasi si vorrebbe dire, se non si temesse di cadere nella retorica. Un mondo nel quale la pietà, o almeno una parte di pietà è prevista anche per gli aguzzini, perfino per quelli più spietati, e non soltanto per le vittime. Parole nobili e profonde, parole di mamma che sa bene quanto i comportamenti dei ragazzi siano il prodotto delle cose viste, delle cose dette intorno a loro, come di quelle non dette e, infatti, ella ha aggiunto: “Dobbiamo mettercela tutta. Impegnarci e lottare perché queste cose non accadano più. Vorrei dirlo alle famiglie, ai genitori che non si risolve nulla non facendo uscire i figli di casa. L’unica via possibile è l’ educazione, in tal senso tutti siamo un pochino responsabili, genitori, insegnanti, autorità, e non perché non abbiamo fatto, ma probabilmente perché abbiamo omesso qualcosa”.
In realtà ella ha quasi parlato di più dell’aguzzino, il ventunenne militare di origine irpina, chiuso in un carcere con l’accusa di violenza sessuale aggravata e di tentato omicidio, che non della vittima, salvo un’osservazione che riguarda lo tsunami che si è abbattuto sulla sua famiglia, a causa del quale per tutti loro nulla potrà mai più essere come prima. Senz’altro vero, si ha tuttavia l’impressione che, con una madre così, con una famiglia così per l’infelice vittima, purtroppo sotto shock, c’è la speranza che possa un giorno realmente rifarsi una vita, come si usa dire, dopo un pesante tracollo esistenziale, come quello che le è tragicamente toccato, incontrando il suo, in un altro modo, infelice aguzzino.

Isabella Bossi Fedrigotti – Corriere della Sera

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Giuseppe, sposo di Maria, era uomo giusto

Posté par atempodiblog le 3 mars 2012

Giuseppe, sposo di Maria, era uomo giusto dans Angeli

Se, per gli uomini grandi, fu sempre un nobilissimo vanto l’avere un eccellente oratore, che con squisita eloquenza ne lodasse il merito e la virtù, quale onore è per S. Giuseppe l’avere avuto come oratore lo stesso Dio, cioè Colui che, solo fra tutti, né può esagerare, né può mentire, né può errare.

Ascoltiamo, dunque, dall’eterna Verità il nobilissimo elogio di S. Giuseppe: egli viene chiamato dallo Spirito Santo, quasi per antonomasia, « il giusto »: Joseph autem cum esset justus. Ma che significa questo nome: giusto? Parli S. Girolamo che nello spiegare le scritture fu il massimo dottore, perciò degno di essere ascoltato con piena fiducia: Josephum vocari justum attendite , e per qual merito? Non per una sola virtù, non per molte, ma per tutte, e per di più tutte ottenute in perfetto grado: propter omnium virtutum perfectam possessionem . Che può dirsi di più di un uomo, che egli possiede ogni perfezione, e perfettamente? Non vi pare questo un elogio sublime?

Non per dubitare di ciò che è certo, cioè che Giuseppe fu giusto, ma per vedere a quale altezza di perfezione Giuseppe venne elevato da Dio, con la sua cooperazione alla grazia, faremo insieme alcune considerazioni. E poiché poco ci è noto della sua vita, niente della sua morte, cercheremo di intrattenerci soltanto su quello che sappiamo. Egli fu sposo della Vergine Maria, vir ejus; per tale lo si venera; e per essere tale noi potremo presupporre in lui qualsiasi perfezione e dimostrare che egli fu quello sposo fortunatissimo di cui scrisse l’Ecclesiastico: mulieris bonae beatus vir .

Giuseppe fu dunque sposo di Maria Vergine: Mulieris bonae, o meglio, Mulieris optimae; sposo datole singolarmente da Dio. Conviene dunque che egli non solo per stirpe, che fu reale, ma per stile di vita, per inclinazioni e per indole rassomigliasse più d’ogni altro uomo alla Vergine SS., poiché è noto che, in primo luogo, fra sposo e sposa si cerca la somiglianza, quindi si deduce, con alcuni segnalati Dottori, che Giuseppe è stato santificato fin dal seno materno.

Quantunque non si abbia di ciò infallibile certezza, mi pare giusto che ciò si possa pensare di colui che doveva essere dato alla Vergine per consorte, ed in conseguenza, dichiarato anche l’uomo a Lei più conforme. Altrimenti sarebbero stati a Lei più simili sia un Geremia profeta, sia un Giovanni Battista i quali furono santificati prima che nascessero. Per quale motivo a questi due doveva essere concesso un tal privilegio, mentre fosse poi negato a colui che doveva essere non profeta o precursore di Gesù Cristo, ma custode e padre putativo? E’ insegnamento di S. Tommaso che ogni cosa quanto più si avvicina al suo principio, tanto più perfettamente partecipa delle prerogative e delle proprietà singolari dello stesso suo principio. Così quel pianeta che è più prossimo al sole, è più folgoreggiante; quel calore che è più prossimo al fuoco, è più intenso, e così l’acqua è più cristallina e più limpida, quanto più la prendete vicino alla fonte. Ma se è così, come si può dubitare che quel Giuseppe, il quale è stato, per affinità e per ufficio, così unito a Cristo, sorgente di ogni santità, ne abbia poi partecipato in minor pienezza o con minor perfezione di quelli che furono più lontani dalla stessa sorgente? Chi, se togliamo la Vergine, trattò con Cristo più intimamente di Giuseppe? chi più di lui lo strinse al suo seno? chi più di lui poté baciarlo, accarezzarlo, goderne la compagnia e l’aiuto? Da questo principio bellissimo si deduce chiaramente che non solamente egli fosse santificato, come volevamo provare, nel seno materno, ma che fosse poi anche stabilito in grazia, in modo che nessun uomo sulla terra sia stato più santo di lui. Né vogliate, per questo, tacciarmi di temerario e di esagerato, poiché tale asserzione non è mia, ma di un Giovanni Gersone, di un Bernardino da Busto, di un S. Giovanni da Cartagena, di un S. Isidoro Isolano, e finalmente di un Suarez, il cui pensiero equivale a quello di un’intera università; i quali tutti concordemente asseriscono che Giuseppe fu più santo di qualunque altro uomo, eccettuata però sempre la sua sposa Maria. Che se voi mi opponete che non vi è stato mai nel mondo, come disse Cristo stesso, uomo maggiore di S. Giovanni Battista, io vi rispondo col Suarez, che nelle universali asserzioni, non vengono mai compresi, a rigor di legge, quei che, a causa di dignità sublimissima, s’intendono sempre eccettuati. Nessuno può negare che, nel caso nostro, si debba stimare tale Giuseppe, cioè colui, quem constituit Dominus super familiam suam . Ma su quale famiglia? Su quella che appartiene immediatamente al servizio dell’unione ipostatica. Si può, dunque, con ragione ripetere di Giuseppe, che nessuno probabilmente lo superò nella santità; anzi che egli superò in santità qualunque altra persona; e ciò non solo per le ragioni addotte fin qui, ma più ancora per quelle, ancora più splendide che sto per dire.

Come sapete, l’unione sponsale, richiede che la consorte non ami alcuno più caramente del marito. A nessuno ella dovrebbe pensare con maggior assiduità, per nessuno ella dovrebbe pregare con maggior ardore e desiderare per lui non minor vantaggi che a se stessa. Or chi c’è tra voi che possa dubitare che Maria non adempisse questo suo debito interamente? Non si comportò forse Giuseppe verso di Lei con una singolarissima tenerezza? Non faticò per Lei? Non si espose a mille disagi per salvarla? Io, dunque, affermo con convinzione, che Maria a nessun altro uomo portasse amore più grande, più intimo, più cordiale che a S. Giuseppe. Perciò quanto Ella doveva pregare per lui! Quanto ottenergli di grazia; quanto impetrargli di gloria, che è il bene sopra ogni altro desiderabile! Poiché la santità della donna, non so come, ha una forza tale, che per se stessa viene spesso a trasfondersi nel marito, anche se cattivo, secondo l’insegnamento di S. Paolo: vir infidelis santificatur per mulierem , possiamo noi credere con ragione che la santità di Maria, che fu così eccelsa, si trasfondesse abbondantemente anche nel cuore di Giuseppe, già disposto per sua natura alla santità. E come infatti non trasfondersi? E’ evidente che la semplice vista, anche casuale, di una persona da noi tenuta in conto di grande virtù, ci stimola fortemente ad imitarla; infatti di S. Luciano, nei suoi fasti sacri, si legge che col solo suo volto convertiva i gentili alla fede di Cristo, come altri li convertivano coi prodigi.

Non solo l’affetto personale verso i giusti, ma anche quello verso la loro effigie, possiede spessissimo una tale forza. Specialmente le immagini della Vergine noi sappiamo che operano nel cuore degli uomini effetti ammirabili: convertendo gli ostinati, infiammando i tiepidi, incoraggiando i tentati, e sempre suscitando nei cuori santi, sentimenti ardentissimi di carità, di pietà, di onestà, di mortificazione, di fede, di verecondia, come attesta di aver sperimentato in sé S. Bernardino da Siena. Che fervore, dunque, anzi che vampe di carità si suscitavano nell’animo di Giuseppe, il quale aveva notte e giorno dinanzi agli occhi, non l’immagine ma la persona vivissima di Maria, e parlava con Lei, e l’udiva, e l’accompagnava dovunque andasse, e con Lei abitava in una medesima casa, e con Lei mangiava ad un’unica mensa!

Vogliamo noi credere che egli non approfittasse di una opportunità così straordinaria per divenire santo?

Ma più ancora. E’ legge universale, da tutti riconosciuta, che chiunque si sposa con una regina, fosse pure un semplice pastorello, diventa re, e viene in possesso di tutti quei tesori, di tutti quei titoli, che porta con sé la dignità reale. Chi può mettere in dubbio che Maria è la regina di tutti i santi, come la chiama la santa Chiesa: Regina Sanctorum Omnium? Ma se Maria è regina di tutti i santi, conviene dunque che il suo Giuseppe sia il re di tutti i santi; e se egli è il re dei savi, dei forti, dei belli, non conviene che superi tutti gli altri in sapere, in fortezza, in beltà? E’ sufficiente, dunque, dire che il grande Giuseppe fu sposato alla Vergine, per affermare che in lui vi è ogni genere di virtù: che egli ha raggiunto un’altissima santità; che in lui risplende una dignità sovrumana, un decoro angelico.

Ma più ancora. Quel Dio dal quale dipendono tutte le creature, quel Dio che signoreggia i cieli, Quegli a cui si sottomettono riverenti tutti i principi, questo Dio stesso, per apparire quale figlio di Giuseppe, volle ubbidirgli, volle stare sotto la sua autorità domestica, sotto la sua direzione paterna e, come se non fosse capace di autogovernarsi, si volle a lui assoggettare: et erat subditus illis . Deducete voi qual candore, quale prudenza, quale abilità dovette avere chi venne eletto non solo per essere custode fedele dell’integrità verginale della sua sposa Maria, ma anche alla tutela del Dio fatto uomo! Sì, a Giuseppe fu consegnato dal cielo il Bambino Gesù perché lo scampasse dalle insidie dei persecutori, perché lo accompagnasse per vie difficili, per solitudini ignote, perché lo provvedesse di vitto, lo fornisse di vestito, gli procurasse una casa. Vi pare perciò che a tanto ufficio, per il quale sarebbe stata inadatta la carità degli stessi serafini, non dovesse il cielo ritenere molto adatto un sì grande uomo?

Senza dubbio Giuseppe adempì così bene l’ufficio che gli fu dato, non solo nel governare il suo Dio bambino, ma nel custodirlo, che poté giungere a dirgli con verità: « Voi mi dovete la vita »; perché quantunque non gliela avesse data, gliela aveva però conservata. Un uomo, al quale Dio doveva la sua vita, non doveva essere un uomo da Dio privilegiato, a Dio vicino e, in un modo straordinario, a Lui caro? Perciò, se per questa pura ragione, Mardocheo, come voi sapete, venne esaltato da Assuero con onori regali nel suo grande regno, non posso io credere che sia stato esaltato Giuseppe, da Gesù, nel suo regno celeste? Mardocheo non fece altro che un atto di fedeltà nel rivelare le insidie tramate contro la vita del monarca; Giuseppe invece fece molto di più, perché, non solamente rivelò le insidie, appena le seppe dall’Angelo, ma con la sua rara accortezza le deluse, le vanificò. Sempre più ritengo per probabile che in cielo egli goda i primi onori; sia pure inferiori alla Vergine sua Sposa, ma possegga anche lui il suo trono, porti il suo scettro e cinga anch’egli la sua corona come re, suddito solamente al Re dei re.

Né vi stupite di ciò, poiché Giuseppe è fra tutti gli altri uomini in così alto grado che non si può parlare di lui come degli altri. Tutti gli altri uomini, dopo che avranno fatto per Iddio quanto possono o quanto sanno, conviene che alla fine umilmente dicano: servi inutiles sumus : poiché nessuno vi è che possa recare a Dio alcun giovamento.

Ma, prodigi inauditi! Queste regole così universali, non valgono per Giuseppe. Egli solo può dire a Dio di non essergli stato servo inutile, ma importante e necessario poiché egli con i suoi sudori fece sì che non si vedesse un Dio mendico. Egli fece sì che Dio non morisse di fame, che Dio non gelasse dal freddo, che Dio non arrossisse per nudità. In tutte le necessità fu lui che diede al Dio-Uomo pronto soccorso.

Ora, se otterranno da Cristo, secondo la divina promessa, grande premio coloro che avranno soccorso Lui nei suoi poveri, quanto più abbondantemente sarà ricompensato colui che l’avrà soccorso nella sua persona? Chi accoglie in casa sua il profeta, in nome del profeta, avrà la mercede del profeta; chi riceve il giusto, in nome del giusto, ugualmente avrà la ricompensa del giusto; e perché dunque colui che ricevette Dio in nome di Dio, non riceverà la mercede di Dio, cioè una mercede proporzionata alla grandezza dell’Ospite che egli accolse?

Che se Giuseppe è quel santo così nobile, così sublime e, come molti vogliono, superiore ad ogni altro santo, chi tra voi, mie figlie, che fra tutti i suoi cari santi avvocati particolari, non voglia in primo luogo avere Giuseppe? Gli altri santi hanno, è verissimo, grande autorità presso Gesù Cristo, ma domandano, non comandano. S. Giuseppe, invece, è in tale stato che, come animosamente parlò il Gersone, non impetra ma comanda: non impetrat, sed imperat . Non è inverosimile che Cristo anche in cielo conservi verso Giuseppe quell’amore filiale, se così è lecito dire, che Egli ebbe in terra. E perciò chi può dubitare che Gesù non accolga ogni supplica di S. Giuseppe, qual paterno comando, e come tale la esaudisca più prontamente che quella di qualunque altro? Ubbidiente come era in terra, così ora nel cielo? Tutte, dunque, mie figlie, tutte prendetelo per vostro protettore, con grande fiducia, poiché egli ha in sé sufficientissimi motivi per salvare tutte.

Prendetelo come vostro avvocato singolarissimo, per custodire più illibato il candore della vostra verginale purezza; per sopportare in pace i pesi della povertà evangelica e tutti i travagli e le tribolazioni di questa misera vita; per vivere tra voi con vicendevole carità; per condurre, insomma, una vita santa e irreprensibile, onde ottenere morendo un’agonia soave e consolante.

S. Giuseppe morì avendo da un lato Gesù e dall’altro Maria. Gesù e Maria gli chiusero gli occhi con le loro mani; e anche lui, come è molto credibile, morì di puro amore. Quali altri accenti dovette egli avere sulle labbra in quel momento se non questi così dolci: Gesù e Maria? Noi felici se egli impetrerà anche a noi un tale privilegio! Sì, chiediamoglielo istantemente e non dubitiamo; poiché, se egli vuole, ben può alla fine della nostra vita condurre nella nostra camera Gesù e Maria, e far sì che noi, vedendo loro, spiriamo quasi in un’estasi di amore; spiriamo tra le loro braccia; spiriamo, come io desidero a quante voi siete, con soavità celestiale, nel bacio del Signore, in osculo Domini. Amen.

di Sant’Agostino Roscelli
Fonte: Immacolatine.it

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Una catechesi di Giovanni Paolo II su San Giuseppe

Posté par atempodiblog le 1 mars 2012

GIOVANNI PAOLO II
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 21 agosto 1996

Una catechesi di Giovanni Paolo II su San Giuseppe dans Angeli

1. Presentando Maria come “vergine”, il Vangelo di Luca aggiunge che era “promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe” (Lc 1, 27). Queste informazioni appaiono, a prima vista, contraddittorie.
Occorre notare che il termine greco usato in questo passo non indica la situazione di una donna che ha contratto il matrimonio e vive pertanto nello stato matrimoniale, ma quella del fidanzamento. A differenza di quanto avviene nelle culture moderne, però, nel costume giudaico antico l’istituto del fidanzamento prevedeva un contratto e aveva normalmente valore definitivo: introduceva, infatti, i fidanzati nello stato matrimoniale, anche se il matrimonio si compiva in pienezza allorché il giovane conduceva la ragazza nella sua casa.
Al momento dell’Annunciazione, Maria si trova dunque nella situazione di promessa sposa. Ci si può domandare perché mai abbia accettato il fidanzamento, dal momento che aveva fatto il proposito di rimanere vergine per sempre. Luca è consapevole di tale difficoltà, ma si limita a registrare la situazione senza apportare spiegazioni. Il fatto che l’Evangelista, pur evidenziando il proposito di verginità di Maria, la presenti ugualmente come sposa di Giuseppe costituisce un segno della attendibilità storica di ambedue le notizie.

2. Si può supporre che tra Giuseppe e Maria, al momento del fidanzamento, vi fosse un’intesa sul progetto di vita verginale. Del resto, lo Spirito Santo, che aveva ispirato a Maria la scelta della verginità in vista del mistero dell’Incarnazione e voleva che questa avvenisse in un contesto familiare idoneo alla crescita del Bambino, poté ben suscitare anche in Giuseppe l’ideale della verginità.
L’angelo del Signore, apparendogli in sogno, gli dice: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (Mt 1, 20). Egli riceve così la conferma di essere chiamato a vivere in modo del tutto speciale la via del matrimonio. Attraverso la comunione verginale con la donna prescelta per dare alla luce Gesù, Dio lo chiama a cooperare alla realizzazione del suo disegno di salvezza.
Il tipo di matrimonio verso cui lo Spirito Santo orienta Maria e Giuseppe è comprensibile solo nel contesto del piano salvifico e nell’ambito di un’alta spiritualità. La realizzazione concreta del mistero dell’Incarnazione esigeva una nascita verginale che mettesse in risalto la filiazione divina e, al tempo stesso, una famiglia che potesse assicurare il normale sviluppo della personalità del Bambino.
Proprio in vista del loro contributo al mistero dell’Incarnazione del Verbo, Giuseppe e Maria hanno ricevuto la grazia di vivere insieme il carisma della verginità e il dono del matrimonio. La comunione d’amore verginale di Maria e Giuseppe, pur costituendo un caso specialissimo, legato alla realizzazione concreta del mistero dell’Incarnazione, è stata tuttavia un vero matrimonio (cf. Giovanni Paolo II, Redemptoris custos, 7).
La difficoltà di accostarsi al mistero sublime della loro comunione sponsale ha indotto alcuni, sin dal II secolo, ad attribuire a Giuseppe un’età avanzata e a considerarlo il custode, più che lo sposo di Maria. È il caso di supporre, invece, che egli non fosse allora un uomo anziano, ma che la sua perfezione interiore, frutto della grazia, lo portasse a vivere con affetto verginale la relazione sponsale con Maria.

3. La cooperazione di Giuseppe al mistero dell’Incarnazione comprende anche l’esercizio del ruolo paterno nei confronti di Gesù.
Tale funzione gli è riconosciuta dall’angelo che, apparendogli in sogno, lo invita a dare il nome al Bambino: “Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 21).
Pur escludendo la generazione fisica, la paternità di Giuseppe fu una paternità reale, non apparente. Distinguendo tra padre e genitore, un’antica monografia sulla verginità di Maria –  il De Margarita (IV sec.) – afferma che “gli impegni assunti dalla Vergine e da Giuseppe come sposi fecero sì che egli potesse essere chiamato con questo nome (di padre); un padre tuttavia che non ha generato”. Giuseppe dunque esercitò nei confronti di Gesù il ruolo di padre, disponendo di un’autorità a cui il Redentore si è liberamente “sottomesso” (Lc 2, 51), contribuendo alla sua educazione e trasmettendogli il mestiere di carpentiere.
Sempre i cristiani hanno riconosciuto in Giuseppe colui che ha vissuto un’intima comunione con Maria e Gesù, deducendo che anche in morte ha goduto della loro presenza consolante ed affettuosa. Da tale costante tradizione cristiana si è sviluppata in molti luoghi una speciale devozione alla Santa Famiglia ed in essa a san Giuseppe, Custode del Redentore. Il Papa Leone XIII gli affidò, com’è noto, il patrocinio su tutta la Chiesa.

© Copyright 1996 – Libreria Editrice Vaticana

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Marzo, mese dedicato a San Giuseppe

Posté par atempodiblog le 1 mars 2012

Marzo, mese dedicato a San Giuseppe dans San Giuseppe

Questo mese si ricorda la festività di San Giuseppe (19 marzo). Questo bel dipinto (nella foto), davanti al quale nel 1873 san Leonardo Murialdo fondò la Congregazione di San Giuseppe, ci ricorda il sacrificio, l’amore e la generosità di Giuseppe nell’accudire Maria e il Suo Figliolo, il Salvatore fattosi Uomo. Prendiamo S.Giuseppe come esempio di fedeltà a Maria, la Vergine Santa, e uniamoci con la preghiera nel ricordo gioioso dell’umile falegname che si affidò alla Volontà di Dio.

Fonte: Radio Maria

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